Il fatto d'armi di maggior rilievo e per la sua grandezza, e pel valore

mostrato da ambe le parti, successe sulle altissime cime del monte

Cenisio. Appunto, e principalmente per facilitarne la vittoria, avevano

i Francesi dato con forza a sinistra nel piccolo San Bernardo, a destra

nei monti Ginevra, della Croce, e dell'Argentiera. Trovasi il sommo

vertice del Moncenisio, là dove si spartono le acque tra il Rodano ed il

Po, situato a quella estremità della sua pianura, che guarda la Savoja.

Ivi una eminenza, quale sbarra, si distende dall'un lato e dall'altro, a

sinistra, dalla Savoja guardando, insino ad un greppo di monti

asprissimi ed altissimi, a destra insino ad un borro profondo ingombro

di pini e di altri alberi alpestri, e poscia precipitando con somma

ripidezza sino a Laneburgo, fa quella via molto erta e precipitosa a chi

sale da quella prima terra della Savoja verso il sommo giogo. Così il

piano del Cenisio, che va con comoda salita, a chi viene dall Italia,

sollevandosi sino a quell'estrema eminenza, giunto alla medesima si

dirupa ad un tratto verso la Savoja; il che è contrario al solito

costume delle Alpi, sempre più precipitose verso Italia, che verso

Francia. Avevano i Piemontesi munito quell'eminenza con molte e grosse

artiglierìe, e con trincee, e con ridotti. Tre principalissimi

massimamente parevano rendere sicuro quel passo, dei quali uno chiamato

dei Rivetti guardava il borro; il secondo detto della Ramassa, e che

stava in mezzo, s'affacciava alla salita della Ramassa, che è la strada

solita a farsi dai viaggiatori; finalmente il terzo posto alla destra

de' regj, il quale, avuto il nome di un valente generale Italiano, che

militava ai soldi dell'Austria, chiamavasi ridotto di Strasoldo, aveva

le bocche delle sue artiglierìe volte verso una selva di spessi e folti

virgulti, che poteva da quella parte facilitare la salita agli

assalitori. Erano tutti questi posti presidiati da soldati agguerriti, e

da cannonieri abilissimi. Tutti avevano gran fede nel barone Quinto,

soldato di molto valore e di pruovata sperienza, che gli governava: così

il luogo, l'arte ed il valore promettevano la vittoria. Ma i Francesi

soliti a quei tempi a tentare piuttosto l'impossibile che il difficile,

erano confidenti di riuscirne con vantaggio. Il generale Dumas, capitano

eccellente, ed assai pratico delle guerre dei monti, fatto convenire a

Laneburgo una schiera di soldati pronti a mettersi a qualunque più

pericoloso cimento, gli aveva provveduti di quanto era richiesto a far

riuscire vittoriosa la repubblica da quel terribile incontro. Era corsa

la stagione sin verso la metà di maggio: in sul finir del giorno,

perciocchè splendeva la luna, givano i repubblicani all'assalto divisi

in tre parti. Condotta l'una da Dumas medesimo saliva per la strada

maestra per affrontar il ridotto della Ramassa, la seconda guidata dal

capitano Cherbin si andava volteggiando per la selva dei pini

coll'intento di riuscire addosso al ridotto dei Rivetti, e finalmente la

terza governata da Bagdelone, tanto chiaro per la fresca vittoria del

San Bernardo, passando per gli sterpi e pei virgulti, si avvicinava al

ridotto Strasoldo. Non così tosto i regj si accorsero dello

approssimarsi del nemico, che diedero mano a trarre con l'artiglierìe, e

con l'archibuserìa. Ne nacque in mezzo a quei dirupi una battaglia

orribile, resa ancor più spaventosa per l'ombre della notte che

oscuravano le forre più basse, pel lume sinistro che spandevano ad ora

ad ora le artiglierìe, e per l'eco, che in quelle cave montagne

rispondeva orribilmente da vicino e da lontano al rimbombar loro così

spesso, e così strepitoso. I quali spavento e fracasso sempre più

crescevano, quanto più si avvicinavano i Francesi ai ridotti regj;

poichè, non isbigottiti punto dalla feroce difesa, nè dal numero dei

loro morti e feriti, sempre più s'accostavano, posponendo il non vincere

al morire. Già si combatteva da vicino ai due ridotti dei Rivetti, e

della Ramassa, e pendeva dubbia la vittoria; perchè il conte di

Clermont, che vi stava alla difesa, disposti bene ed incoraggiti i suoi

soldati, rendendo furia per furia, nè poteva vincere gli assalitori, nè

esser vinto da loro. Con pari evento e valore si combatteva al ridotto

di Strasoldo, nè si sapeva ancora a chi dovesse rimanere il dominio

dell'Alpi, quando Bagdelone con la sua squadra, uscito felicemente fuori

da tutti gl'impedimenti, massime da alcuni luoghi precipitosi, che gli

si pararono davanti strada facendo, si scoperse alle spalle del ridotto

medesimo, e diè con questa ardentissima mossa principio alla vittoria

dei suoi; imperciocchè i soldati del re, veduto eseguito ciò che

credevano impossibile, ed essere venuto il pericolo donde non

l'aspettavano e dove non avevano difesa, pensarono al ritirarsi; il

quale consiglio non fu effettuato senza qualche inviluppata nelle

schiere, mescolandosi, e crescendo secondo il solito il terrore là dov'è

deliberazione necessitata dalla forza. Superato il ridotto Strasoldo,

non vi era più speranza di poter conservare i Rivetti e la Ramassa.

Furono pertanto abbandonati con molta fretta dai difensori, pressati

impetuosamente da Cherbin e da Dumas, che già prima della rotta dei regj

a stanca, erano in procinto di entrare, superato ogni ostacolo, in quei

forti. In cotal modo le difese rizzate sull'estremo confine d'Italia

vennero in poter dei Francesi, non senza però che il valore Italiano non

avesse fatto mostra di se, e dato a vedere alle menti sane, che valore

contro valore avrebbe tenuta la bilancia in fermo, ma che valor solo non

può prevalere contro valore congiunto ad entusiasmo.

Questa vittoria riuscì ai repubblicani tanto utile e preziosa, quanto

era stata difficile e pericolosa. Per la subita ritirata dei regj

acquistarono i Francesi tutte le artiglierìe dei ridotti che erano

fioritissime, con alcune altre, che vicine stanziavano per gli scambj,

molta moschetterìa, e munizioni sì da guerra che da bocca in quantità

considerabile. Morirono pochi, rispetto alla gravità del fatto, dall'una

parte e dall'altra; circa ottocento prigionieri ornarono la vittoria dei

repubblicani. Nacquero in questa subita e confusa ritirata alcuni fatti

miserabili; perchè trovandosi fra i regj alcuni fuorusciti di Savoja, e

non potendo, o non credendo poter fuggire quella furia che loro teneva

dietro, poichè velocemente i vincitori perseguitavano i vinti,

precipitarono se stessi dalle alte rupi nei più bassi fondi, anteponendo

una morte compassionevole, ma volontaria, agli strazj che nella patria

loro sapevano contro di loro essere apparecchiati. Non fecero i Francesi

fine al perseguitare, se non quando il nemico si fu ridotto a Susa. In

tal modo la Ferriera e la Novalesa, terre poste l'una sul dorso, l'altra

alle falde del Cenisio dalla parte d'Italia, vennero a divozione dei

repubblicani; vi posarono le loro prime scolte. Perduto il Cenisio,

tutta la difesa del Piemonte per quella strada era ridotta nel forte

della Brunetta, che fondato sul vivo macigno, e provveduto d'armi e di

munizioni, era impossibile ad esser superato. Nè i Francesi si

attentarono di combatterlo; poichè contenti all'essere divenuti signori

del passo alpestre del Cenisio, ed allo aver messo spavento coll'armi

loro sulle rive della Dora Riparia, nè essendo in numero sufficiente a

poter tentare cosa d'importanza più oltre la Novalesa, se ne stettero

quieti aspettando quel che la fortuna si recasse avanti nelle altre

parti, dove ardeva la guerra.

Dalla parte della Liguria non era compiuta la vittoria dei Francesi, nè

potevano impadronirsi della sommità delle Alpi, finchè restava sotto

l'imperio del re la fortezza importante di Saorgio. Ma tal era il sito

di lei, e così sicuro per arte e per natura il luogo dov'era fondata,

che non potevano avere speranza di conquistarla per oppugnazione.

Voltarono adunque il pensiero ad insignorirsene per assedio; il che

credettero di poter conseguire facilmente, traversando i monti

asprissimi, che dividono il Genovesato dalla valle della Roja, e

scendendo ad occuparla nella parte superiore a Saorgio; perchè in tale

modo essendo chiuso l'adito alla fortezza e sotto e sopra, e mancata ai

difensori ogni speranza di soccorso, avrebbero dovuto fra breve cedere

alla necessità. I capitani del re, e fra i primi Colli, conosciuto il

pericolo, si erano ingegnati di ovviarvi con aver fortificato

diligentemente le cime di quei monti, massime il passo principale del

colle Ardente. Ivi si aspettava una sanguinosa battaglia. Infatti i

Francesi, audaci secondo il solito, e baldanzosi per le vittorie, dopo

di essere stati respinti con molto valore in un primo incontro, si

appresentarono alla batterìa il dì venzette aprile, ed incominciarono un

furiosissimo combattimento. Durò molte ore il conflitto; finalmente i

Francesi, spintisi avanti grossi ed impetuosi contro il ridotto di

Felta, che era parte delle difese rizzate sulle rive del Tanarello e

della Saccarda, se ne impadronirono; la qual cosa fu occasione che tutti

quei passi, e principalmente quello del colle Ardente, fossero ridotti

in potestà loro. Morirono in questo fatto parecchj soldati di nome, e di

valore dall'una parte e dall'altra. Nè voglio che la solita continenza

degl'Italiani, che sa qualche volta di freddezza, nel far onore agli

uomini virtuosi loro, quando le testimonianze non vengono loro dai

forestieri, tanto mi trattenga, che io non soddisfaccia ad un mio giusto

desiderio raccontando come in questo fatto fu ferito mortalmente il

capitano Maulandi, capitano che era nell'esercito regio, nel quale io

non saprei dire se fosse maggiore o il valor militare, o la modestia

civile, o l'amore dell'umanità, o l'ingegno, o la letteratura. Amico de'

miei, amico di tutti i buoni, e buono egli stesso, meritò certamente che

altro più degno storico ch'io non sono, tramandasse le sue lodi ai

posteri; ma siccome pure questa soma mi è stata accollata da chi in me

stesso può più di me, godomi bene che l'occasione mi sia porta di fare

una tal quale testimonianza al nome del buon Maulandi, confortandomi in

tal modo colla immagine di un uomo giusto e dabbene, del fastidio dello

aver a raccontare tante corruttele, e tanti vizj dell'età nostra:

avvengadiochè io mi creda, che miglior fede ch'io far non posso delle

sue virtù, faranno ai posteri gli scritti suoi pieni di spirito poetico,

di dolce amenità, di grazia tutta Oraziana. Delle opinioni correnti

pensava moderatamente. Amatore di corretta libertà, desiderava

moderazione nelle potestà supreme, ma diede volentieri e sangue e vita

alla patria, ed al re, per loro fedelmente e valorosamente combattendo.

La vittoria del colle Ardente diè campo ai Francesi di calarsi per la

via della Briga alle spalle di Saorgio sulla strada maestra che porta al

colle di Tenda, ed in tal modo quel forte, abbandonato alla larga da'

suoi difensori, e circondato da ogni parte dai nemici, fu ridotto a

difendersi con le proprie forze. Certamente, essendo munitissimo,

avrebbe potuto agevolmente difendersi insino a che la fame non

costringesse il presidio a far quello a che la forza non l'avrebbe

necessitato. Aveva Colli, ritirandosi più frettolosamente che poteva

verso il colle di Tenda, ordinato al cavaliere di Sant'Amore, comandante

della fortezza, resistesse più lungamente che potesse e non cedesse la

piazza, se non quando ne avesse avuto il comandamento da lui, perchè

l'intento suo era di ritornare con maggior nervo di forze a soccorrerla.

Ma il cavaliere, o che credesse nella occorrenza presente, e per

l'effetto dello essere i Francesi calati sulla strada maestra tra

Saorgio ed il colle di Tenda, fosse impossibile al Colli di mandargli

avviso, o per altra meno nota cagione, la dette, con patto che fossero

salve le sostanze e la vita, e sotto fede di restar prigioniero di

guerra con tutti i suoi soldati. Condotto a Torino, e quivi processato

in un con Mesmer, comandante di Mirabocco, furono entrambi condannati a

morte da un consiglio militare, e passati per le armi sulla spianata

della cittadella; col quale giudizio, se giusto, certamente anche

rigoroso, volle il governo dar terrore ai novatori, e credenza ai

popoli, che il tradimento avea procurato la vittoria al nemico.

Rimaneva ai Francesi per compir l'opera che s'impadronissero del colle

di Tenda, sommo apice dell'Alpi Marittime; nè s'indugiarono a

quest'impresa, volendo prevalersi dello scompiglio dei regj, e del

favore della vittoria. Per la qual cosa, seguitando con celerità,

assaltarono i Piemontesi, che facevano le viste di voler difendere il

colle. Prima di arrivare alle falde di questo monte, la strettura, nel

cui fondo serpeggiano la strada di Nizza e il torrente della Roja,

s'apre improvvisamente, e si allarga in una grande ampiezza.

Quest'ampiezza è chiusa dal colle di Tenda, tanto largo quanto è

l'ampiezza medesima il quale appresentandosi a guisa di tenda a chi

venendo da Nizza se ne va verso il Piemonte, ha dato il nome al monte.

Ma questo monte, quantunque assai ripido, essendo molto largo, e pieno

quà e là, massime verso i fianchi, di facili eminenze, dà comodità al

nemico che vuol salire, di pigliar posto in numerosi luoghi

successivamente; il che, dando diversi riguardi a chi sta sulla sommità

a difenderlo, rende più difficile la difesa, massime se l'assalitore,

trovandosi in numero grosso, può occupare l'uno dopo l'altro i posti

eminenti sulla faccia del colle. Ciò fecero con molta audacia e perizia

i Francesi: per questo ancora, dopo debole difesa, i Piemontesi,

abbandonata quella cresta in balìa del nemico, si ritirarono a Limone,

terra posta alle radici del colle dalla parte del Piemonte.

La conquista di Saorgio e del colle di Tenda diede in mano dei

repubblicani tutti i mezzi della guerra Alpigiana, ed altri fondamenti

non restarono alla sicurezza degli stati del re posti verso Italia, che

le fortezze situate alle sboccature delle valli. Per questo cambiossi

del tutto la condizione della guerra; perchè i repubblicani stavano

superiormente in atto d'assalitori, i regj pel contrario in atto di

difensori, ed i vantaggi che questi avevano acquistato sul principiar

della guerra di quest'anno, caddero in mano di quelli. Tanto fu

l'effetto dell'impeto dei Francesi, e dello aver preso il passo pei

territorj della repubblica Genovese.

Tutte queste fazioni molto perniziose allo stato del re, tanto maggior

terrore creavano, quanto incominciavano a pullularvi in qualche parte le

male erbe nate dai semi di Francia. Fecersi congiure contro lo stato da

uomini condotti da illusioni funeste ma che niun mezzo avevano di

arrivare ai fini loro. Presesi dei capi l'ultimo supplizio; degli altri

si giudicò più rimessamente; moderazione degna di grandissima lode in

mezzo a tanti sdegni, ed a tanti terrori. Tanto erano commendabili per

la consuetudine, sebbene imperfetti per le forme, gli ordini giudiziali

di quel regno, e tanto integri i magistrati, dappoichè Vittorio Amedeo

secondo, moderata la potenza della nobiltà, aveva ridotto le cose ad uno

stato più tollerabile di giustizia, e di equalità civile.

Vittorio, perduta la metà degli stati, e le principali difese dell'Alpi,

faceva continui provvedimenti per preservarsi dall'estrema rovina.

Avendo fede nei sudditi, ordinò che tutti, di qualunque grado o

condizione si fossero, purchè abili all'armi, avessero a procurarsi armi

e munizioni sì da guerra che da bocca per giorni quattro, e si tenessero

pronti a marciare al primo tocco di campana a martello; fossero retti, e

divisi in isquadroni da ufficiali di sperimentata capacità; se la

spedizione più di quattro giorni durasse, somministrassersi munizioni

dalle armerìe, e viveri dai magazzini del regno; i nobili ed i facoltosi

ne fornissero a chi ne mancasse; sostentasse il pubblico le famiglie

degli accorsi, ove ne abbisognassero; gli ufficiali civili stessi, se il

caso della mossa arrivasse, si unissero allo stormo; premierebbersi

coloro, che meglio avessero combattuto pel re, e per la patria.

Questo stormo, a guisa di tutte le masse di simil natura, non poteva

esser di molto momento alla vittoria; che anzi avrebbe piuttosto potuto

nuocere che giovare, se non fosse stato secondato da forti squadre di

gente stanziale usa alle guerre, ed ai pericoli. Per la qual cosa si

provvedevano di nuove reclute i reggimenti sì stabili che provinciali;

ma questi rimedj non bastavano alla salute del regno, perchè i limiti

dello stato essendo oramai molto ristretti, e le precedenti leve avendo

diradato la gioventù atta all'armi, non si sperava molto frutto. Laonde

instantemente si ricercarono i generali Austriaci, che fatti uscire

dalle stanze invernali i soldati loro, prontamente verso il Piemonte,

che pericolava, gl'indirizzassero. Il conte Oliviero Wallis, tenente

maresciallo, preposto dall'imperatore a tutte le genti che avevano le

stanze nel ducato di Milano, conformandosi alle richieste, mandò in

Piemonte sollecitamente nel mese d'aprile tutte quelle, che avevano

svernato in Pavia, Lodi, Codogno, Cremona, Bozzolo, Casalmaggiore,

Mantova, Como, e Milano, e che unite componevano un esercito di

ventimila soldati. Si sperava di poter rintuzzare con queste l'audacia

dei repubblicani, e di frenar l'impeto loro insino a tanto che un

esercito ancor più forte accorresse di Germania in Piemonte a norma del

trattato di Valenziana. Inoltre muniva il re di genti e di provvisioni

fresche la Brunetta, Fenestrelle, Demonte, Ceva, Cuneo, ed Alessandria.

Perchè poi in tanto e sì straordinario bisogno non mancassero le armi e

le munizioni, nè potendo i mezzi ordinarj supplire, ordinava, che si

raccogliesse il salnitro in tutte le case di Torino, e si portassero

alla zecca ed all'arsenale le campane non necessarie al culto. Pure il

terrore era grande. I ricchi, massime i nobili, non quelli che militando

seguitavano le insegne reali, ma gli oziosi ed i cortigiani, si

apparecchiavano, certo con poco generoso consiglio verso la patria loro,

ad andarsene in paesi stranieri, con se le cose più preziose

trasportando. Per andar all'incontro delle ignominiose fughe, mandava

fuori il re una legge, che sotto pena di confiscazione di beni le

proibiva, con questo altresì, che i beni confiscati s'incorporassero

alla corona.

Fu anche giudicato, che per prevenir le congiure, fosse necessario il

soffocarne i semi, e sbarbarne le radici. Perlochè si ordinava, che

fossero proibite tutte le adunanze segrete, anche le letterarie, ed

anche i casini; la qual ultima condizione, posta o da vero, o solo per

non dar cagione alle classi inferiori di lamentarsi, accennava ad una

congrega particolare, che faceva la nobiltà di Torino. Così in

quell'estremo frangente si preparavano le armi, si spartivano i

cittadini perchè non giurassero, si univano perchè combattessero.

Le fazioni tanto favorevoli ai Francesi diedero molto a pensare ai

governi Italiani, che prevedevano, che se i repubblicani vincendo

compiutamente, occupassero l'Italia, sarebbe nato un sovvertimento

totale per tutti; e se l'Austria ed il Piemonte vincevano, sarebbero

stati, se non preda del tutto, certamente in balìa ed in soggezione

loro. Laonde il re di Napoli si risolveva a fare maggiori sforzi in

favore dei confederati, sì per por argine contro quella piena che

minacciava l'Italia, e sì ancora per aver parte, se la fortuna si

mostrasse favorevole, nei premj della vittoria. Indirizzava alla volta

della Lombardìa, parte per terra parte per mare, diciottomila soldati

tra fanti e cavalli, acciocchè fossero presti ai bisogni della lega. Per

bastar poi al dispendio che sì considerabili apparecchiamenti

richiedevano, aveva comandato, pagassero i baroni, i nobili, ed i ricchi

centoventimila ducati al mese; il restante, per non aggravar i popoli

dell'inferior condizione, fornirebbe l'erario: pagassero i beni

ecclesiastici una tassa del sette per centinajo; portassersi alla zecca

gli ori e gli argenti delle chiese, che non fossero necessarj al culto,

obbligandosi il re a corrispondere un merito del tre e mezzo per

centinajo del valore; alcuni ordini di frati si sopprimessero; il

patrimonio loro si assegnasse all'ospedale degl'incurabili.

Erano pronte le genti a marciare verso l'Italia superiore, quando si

scoperse la congiurazione di Napoli, che tendeva, siccome portò la fama,

a cambiare il governo regio, ed a fare una rivoluzione nel regno. Questo

fatto grave in se stesso, e reso ancor più grave dalle menti

accendibili, e tanto magnificatrici dei Napolitani, trattenne le truppe,

preponendo il governo la salute propria a quella d'altrui. Si aggiunse

che i corsari sì Francesi che Algerini infestavano i littorali del

regno, con rapire i bastimenti mercantili sul mare; gli ultimi a volta a

volta sbarcavano anche sulle coste delle Calabrie per rubare, e per far

peggio eziandìo che rubare.

Anche il pontefice, che fra tutti i principi era forse quello che

procedeva con più sincerità, faceva guerrieri provvedimenti. Presidiò

con navi armate i porti del Mediterraneo, armò le fortezze, pose sui

luoghi più sospetti del littorale sufficienti guardie, ordinò magazzini,

ospedali, e nuove regole per la milizia. Essendosi poscia condotto,

siccome usava ogni anno, non interrotto il consueto pensiero dalle cure

moleste della guerra, e dai terrori che correvano, a visitare le paludi

Pontine, andò rivedendo i posti militari sulle coste per inspirare con

la gravità dell'aspetto fedeltà, e con le esortazioni coraggio ai

soldati. In questi suoi pensieri dello armare tanto più volentieri

s'infiammava, quanto più sapeva essere i repubblicani molto sdegnati

contro di lui per un fatto enorme accaduto in Roma sull'entrar dell'anno

precedente; imperciocchè un Basseville, segretario della legazione di

Francia, o per imprudenza propria, come alcuni stimano, nel voler

promuovere troppo vivamente le opinioni del tempo, di cui era infatuato,

o per un sorgere spontaneo dei Romani a cagione dell'odio che portavano

ai repubblicani, come altri credono, fu crudelmente ammazzato a furia di

popolo, con alcuni altri individui della medesima nazione. Fu incesa

anche nel medesimo fatto parte dei palazzi dell'Accademia di Francia, e

del console Francese. Quantunque il governo pontificio non vi avesse

colpa, e che anzi avesse fatto in quel subito accidente quanto per lui

si era potuto per frenare la rabbia di chi voleva contaminar Roma con un

sì grave misfatto, importava ai repubblicani che glielo imputassero, e

da lui alla ferocia del Romano governo argomentando, protestavano di

volerne fare condegna vendetta.

Non così tosto pervennero in Venezia le novelle delle prime vittorie dei

repubblicani sull'Alpi, e del loro ingresso nel territorio Genovese, i

capi del governo, veduto avvicinarsi il pericolo, tennero fra di loro

molte consulte per deliberare quello che fosse a farsi in una occorrenza

di tanta importanza, contendendo aspramente tra di loro le due parti

contrarie, e quella che insisteva perchè la repubblica si armasse, e

quella che credeva più pericoloso l'armarsi, che il fidarsi. Sorse di

nuovo in senato il procurator Pesaro, al quale s'aggiunse il suo

fratello Pietro, uomo anch'egli di molta autorità, con efficacissime

parole dimostrando, essere semplicità non comportevole il prestar fede

al soave parlare di Francia, il governo della quale, se chiamando la

repubblica di Venezia sua primogenita sorella, operava gl'incantamenti

delle sirene, coi fatti poi ne avrebbe imitato il costume; che già le

Alpi erano superate, che già Italia udiva il rimbombo delle artiglierìe

barbare, che già le armi vacillavano in mano ai Piemontesi ed ai

Tedeschi; ch'era oggimai tempo di svegliarsi dall'imbelle sonno, e di

non restar più disarmati a discrezione altrui.

Sorse in senato un'aspra contesa, discrepando con parole veementi dalla

volontà del Pesaro la parte contraria, nella quale mostravano maggior

ardore Girolamo Giuliani, Antonio Ruzzini, Antonio Zeno, Zaccarìa

Valaresso, Francesco Battaglia, Alessandro Marcello primo, sclamando

tutti, che l'armarsi non era possibile, perchè l'erario era esausto, non

a tempo, perchè prima le genti forestiere sarebbero sui territorj della

repubblica, che i soldati, e l'armi pronte; inutile, perchè la massa

sarebbe di gente fresca ed inesperta, più atta a crescere disordine, che

ad allontanarlo; non aversi per la lunga pace capi di sperimentato

valore, nè potersi sperare di ottenerne dagli esteri, perchè tutti in

guerra; aversi la repubblica a ridurre in non piccole angustie, se

consentisse a discostarsi dalle prese deliberazioni. Dopo molte contese

fu vinto il partito posto dal Pesaro con centodiecinove voti favorevoli,

e sessantasette contrarj. Decretossi, chiamassersi le truppe, sì a piede

che a cavallo, dalla Dalmazia, perchè venissero ad assicurare la

Terraferma; le reclute degli Schiavoni si ordinassero, le cerne in

Istria si levassero, le leve in Terraferma per riempire i reggimenti

Italiani si facessero, le compagnìe dalle quarantotto alle cento teste,

quelle degli Schiavoni alle ottanta si accrescessero; finalmente

l'erario con le tasse si riempisse. Volle inoltre il senato, che si

rendessero sicure con le navi della repubblica le navigazioni sul golfo

infestato da corsari Africani e Francesi. A questo modo aveva il senato

prudentemente, e fortemente deliberato. Ma i savj del consiglio, ai

quali apparteneva la esecuzione del partito vinto dal Pesaro, essendo la

maggior parte di contraria sentenza, tanto fecero, scusandosi con la

penuria delle finanze, che, eccettuata una massa di settemila soldati,

nissun effetto ebbe la deliberazione del senato, sclamando sempre in

contrario il procurator Pesaro, e continuamente accusando tanto in

pubblico quanto in privato l'improvvidenza degli uomini, ed il destino

che perseguitava, senza che vi fosse speranza di salute, la sua diletta

ed infelice patria.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 13 / 25 段