L'infelice riuscita delle due imprese di Lione, e di Tolone, la cattiva

prova fatta dai Marsigliesi e la poca dipendenza che trovavano nelle

regioni del Rodano superiore i seguaci del re, dimostrarono ai

confederati quanto fosse fallace l'opinione loro di avere nei movimenti

delle popolazioni, e nell'efficacia del nome reale un principale

appoggio ai disegni, che si avevano posto in mente di voler mandare ad

esecuzione. Però si persuasero facilmente, che non nelle parole, ma nei

fatti, non nelle armi altrui, ma nelle proprie dovevano fondare le loro

speranze. Tal era diventato l'ardore degli animi in Francia, e tanto vi

erano le menti stravolte, che il parlar loro in nome del re, il che era

cagione una volta che obbedissero volonterosamente, ora a maggior

rabbia, ed a maggiore disubbidienza gli concitasse. E siccome era

divenuto necessario, che si cambiassero i mezzi di far loro guerra, così

ancora si vedeva, che si dovevano cambiar i fini della medesima: poichè

se gridare il nome del re, in vece di giovare, nuoceva, era vano il

conquistar le terre in nome di lui. Ciò diè maggior incentivo

all'appetito di conquistar per se, e di farsi proprio quello d'altrui.

Pareva necessario torre per la risecazione di territorj forza ad una

nazione potente per se stessa, potentissima per concitazione. Questi

pensieri si rivolgevano per la mente i confederati, i quali finalmente

vennero in questa risoluzione, che quello che in Francia si

conquistasse, con certe condizioni si serbasse. Così la guerra, che

prima era solamente politica, cambiava di natura, diventando guerra

politica e territoriale. Non appartiene alla materia di queste storie il

raccontare ciò, che i principi si deliberassero rispetto alle provincie

orientali, e settentrionali della Francia; bensì diremo quanto

l'imperatore d'Austria, ed il re di Sardegna accordassero fra di loro

per fare, che non per un nome, che era oggimai vano, ma per una sostanza

in utile loro combattessero. Eransi, già fin da quando si era combattuto

così infelicemente in Provenza e nel Lionese per le armi regie ed

imperiali, introdotte alcune pratiche molto segrete, il cui fine era di

trattare un accordo, per cui si venisse a definire, quali parti

dovessero cadere in potestà dell'uno o dell'altro, delle province

conquistate in Francia. Perciò dopo molti e lunghi negoziati fu concluso

in Valenziana il dì ventitrè di maggio del presente anno tra il barone

di Thugut per parte dell'Austria, ed il marchese di Albarey per parte

della Sardegna un trattato, in virtù del quale si convenne, come

principio irrevocabile, che tutte le conquiste, che dalla parte

dell'Italia si facessero dalle armi imperiali e regie sulla Francia, e

che alla pace si conservassero, in due parti uguali si dividessero, e

che la valuta di quella che toccasse all'imperatore, si compensasse per

la restituzione, che a lui farebbe il re di una parte proporzionata dei

distretti successivamente smembrati dal Milanese; ovvero, se una tale

condizione non piacesse, che ogni conquista qualsivoglia, senza

eccettuarne veruna, che dalla parte medesima d'Italia si facesse a'

danni della Francia, alla pace le si restituisse, ed in tal caso ella si

obbligasse a pagare una somma proporzionata di denaro in compenso delle

spese della guerra fatta dalla parte d'Italia, e che tal somma per ugual

porzione fra le due corti si spartisse; che al finire d'agosto, al più

tardi, le due corti si risolvessero per l'uno, o per l'altro membro

dell'alternativa sopraddetta, dichiarando amendue volere aver più ferma

e rata la parte che fosse scelta, e che inoltre nel tempo medesimo un

modo giusto, ed un temperamento buono e leale si trovasse, per valutare

le conquiste da farsi e da serbarsi, a fine di proporzionar loro le

restituzioni da eseguirsi dal re dal lato del Milanese: prometteva il re

di fare ogni maggiore sforzo, e dal canto suo prometteva l'imperatore di

mandare in Italia il più gran numero di genti che potesse, oltre le

ausiliarie, che fin dal principio della guerra aveva mandato a

congiungersi con l'esercito reale in Piemonte; che i due eserciti

unitamente, e coi medesimi consigli combattessero; che quello del re

intendesse specialmente alla difesa dei monti e dei passi, tanto verso

la Savoja quanto verso il contado di Nizza; che le genti imperiali non

si spartissero in piccole schiere, ma stessero congiunte in un grosso

corpo, sempre pronto ad operare fortemente, e ad assaltare, congiuntosi

con l'esercito regio, il nemico ove questi arrivasse ad aprirsi il varco

in Piemonte; e che finalmente il medesimo esercito imperiale mettesse

mano, per prima cosa, e innanzi che si conducesse in Piemonte, ad

arrestar il nemico sulla riviera di Genova, a fine di guarentire ed

assicurare il Milanese; fosse il barone Devins generalissimo tanto di

questo corpo di truppe imperiali, quanto di quello che già militava in

Piemonte; avesse l'arciduca, governator generale della Lombardìa

Austriaca, facoltà di trattare, ed accordare immediatamente tutto quanto

all'esecuzione del presente trattato si appartenesse, e di spiegare ogni

cosa, e di rimuovere gli ostacoli che fossero per difficoltare

l'impresa.

I Francesi, i quali per la propagazione delle opinioni loro avevano

entrature segrete nelle pratiche più recondite dei principi, avevano

subodorato quello di che si trattava, e però si deliberarono di

prevenire con la solita celerità ed impeto le risoluzioni degli alleati.

Sapevano, che era grande il timore messo nei nemici loro dalle tanto

gagliarde espugnazioni di Lione e di Tolone, e si risolvettero ad

approfittarsene, mentre n'era fresca la impressione. Potevano inoltre

prevalersi dell'esercito vittorioso di Tolone, che su quelle prime

caldezze si credeva capace di conquistare il mondo, non che il Piemonte

e l'Italia. Non ignoravano altresì che gli alleati, non s'aspettando

quel terribile rincalzo di Tolone, anzi promettendo a se medesimi da

quell'impresa frutti maravigliosi, non avevano ragunato forze

sufficienti a poter resistere all'impeto ajutato dalla fama. Nè era loro

nascosto, che il re di Sardegna, con memorabile semplicità

consigliandosi, e credendo che i Francesi portassero più rispetto alla

neutralità di Genova di quanto glien'avessero portato gl'Inglesi, andava

compiacendosi nel pensiero, che essi non avrebbono preso passo nel

Genovesato per assaltar i suoi stati. Per questo, se formidabili erano e

gli apparati, e le munizioni militari dalla parte della Savoja, e verso

le strade che accennano da Nizza al colle di Tenda, si trovavano, se non

aperti del tutto, certamente non sufficientemente muniti i passi, che

dal Genovesato tendono al cuore del Piemonte. Per la qual cosa la

fazione dell'occupare le terre della riviera di Ponente si appresentava

alla mente dei Francesi tanto facile quanto utile, sì per pascere

l'esercito nel paese altrui, sì per far muovere i popoli Italiani con

più vicine suggestioni, e sì finalmente per aprirsi l'adito negli stati

del re. Era parimente noto ai capi Francesi, che finchè durava la

stagione aspra, che allora correva, e che rendeva più precipitosi e più

difficili i passi dei monti a cagione delle nevi e dei ghiaccj che

gl'ingombravano, se ne vivevano i confederati a molta sicurtà in

Piemonte, non potendo recarsi nell'animo, che un nemico audacissimo

tanto fosse audace, che volesse affrontare in un cogli ostacoli posti

dagli uomini anche quelli della natura. Laonde i Francesi facilmente si

persuasero di poter acquistare una subita vittoria, passando per luoghi,

cui la neutralità pareva render sicuri, e prevenendo un nemico, che a

tempo sì inusitato non gli aspettava. Fine poi principalissimo dei

generali della repubblica era quello di occupare con questo subito

impeto le cime dei monti, e torre in tal modo al nemico quel vantaggio

ch'egli aveva, del poter combattere da luoghi alti e sicuri contro chi

veniva da luoghi più bassi.

Adunque prima che la stagione diventasse più benigna, e che il nemico si

fosse svegliato alle difese, i generali repubblicani, tanto quelli che

reggevano le genti adunate nella Savoja e nel Delfinato, quanto quelli

che custodivano la contea di Nizza, si deliberarono di fare uno sforzo

contemporaneo contro i luoghi occupati dai regj su tutta la fronte,

principiando dal piccolo San Bernardo insino alla costiera del

Mediterraneo. Ma siccome era d'uopo dall'un dei lati assalire i posti

occupati dal nemico, dall'altro entrare nel territorio di una potenza

neutrale, così là usarono le armi, e quà le persuasioni; le une e le

altre mezzi ugualmente efficaci per arrivare ai fini loro. Abbiamo già

raccontato con quanto sdegno fossero state ricevute dal governo Francese

le novelle dell'attentato commesso dagl'Inglesi contro i Francesi nel

porto di Genova, e le minacce con le quali ei proruppe, non solamente

contro gl'Inglesi per aver fatto, ma ancora contro il governo Genovese

per aver lasciato fare. La repubblica di Genova si era composta per

questo fatto in quattro milioni di tornesi, pagabili per metà

nell'erario nazionale a Parigi, e per l'altra metà nella cassa

dell'esercito d'Italia. Così sedate le ire, e restituita la buona

amicizia fra le due repubbliche, volendo i Francesi usare la opportunità

del territorio Genovese per assaltare gli stati del re, cercarono di

coonestare il disegno loro con un adeguato manifesto. Scrivevano da

Nizza i rappresentanti del popolo Robespierre giovane, Ricard e Saliceti

il dì trenta marzo, sapere il popolo Francese, che i tiranni suoi nemici

avevano deliberato d'impossessarsi degli stati di Genova per mettergli

sotto il dominio del despoto del Piemonte, perché avesse passo ad

assaltare il territorio della repubblica; essere pertanto obbligato per

rispetto alla propria salute, e per prevenire i disegni del nemico, di

passare con l'esercito sulle terre del Genovesato; nonostante non voler

i Francesi imitare i vili Inglesi, uccisori di gente inerme nel porto di

Genova; voler anzi portar rispetto ad ogni cosa, e serbare in tutto le

obbligazioni della neutralità; vivessero pur sicuri i Genovesi dai

repubblicani soldati; la continenza loro farebbe fede, che il passare

era per essi necessità, non abuso di forza.

A queste benigne parole succedevano bentosto apparati terribili. Erano i

Francesi ragunati in numero di ben sedici mila, sotto la condotta del

generale Dumorbion, verso il principio d'aprile, nel territorio di

Mentone, città del principato di Monaco, vicina all'estremo confine del

Genovesato; e non volendo più porre tempo in mezzo a colorire i disegni

loro, mandarono la notte del sei dello stesso mese il generale Arena a

Ventimiglia, dicendo al governatore, che la Francia chiedeva, che le si

consentisse il passo, che l'esercito della repubblica già si avvicinava,

che presto comparirebbe sotto le mura di Ventimiglia. A queste

intimazioni rispondeva il governatore Spinola, protestando della violata

neutralità, ma vano era il protestare contro una risoluzione

irrevocabile presa da chi più poteva. Compariva per la prima volta il dì

sei aprile sul territorio Italiano l'esercito repubblicano di Francia in

aspetto squallido e misero, ma con sembiante magnanimo, e quale si

conviene ai vincitori. Precedeva Arena con la vanguardia, a cui teneva

dietro col retroguardo il generale Massena, destinato dai cieli a

sollevarsi dai più bassi gradi della milizia ai più sublimi, ed a

divenir uno dei più periti e famosi capitani, che abbiano acquistato

nome nelle storie. Occupata la città di Ventimiglia, i repubblicani per

viemmeglio assicurarsi, posero un presidio nel castello; al quale atto,

essendo piuttosto da nemico che da amico, ed oltrepassando i limiti del

passo, caldamente, ma invano s'era opposto il governatore Genovese: ma

avendone poscia fatto forti querele coi rappresentanti Robespierre e

Saliceti, ritirossene il presidio Francese, lasciando di nuovo il

castello in potestà dei Genovesi.

Intanto proseguendo i Francesi la impresa loro, una parte voltatasi a

sinistra, s'impossessava del marchesato di Dolceacqua, cacciatone un

piccolo presidio Piemontese che vi stava a guardia, l'altra marciando

sul littorale s'incamminava alla volta di San Remo col pensiero di andar

ad occupare Oneglia; il che era il principal fine di questa fazione. Al

tempo medesimo un'altra grossa schiera, salendo per quei monti alti e

dirupati, aveva cacciato i Piemontesi dal colle delle Forche, ed anche

occupato le vicine alture di Dolceacqua, per le quali si apre una

strada, quantunque molto stretta ed alpestre, verso Saorgio. Nè contenti

a questo i Francesi, muovendosi sulla stanca di Nizza, si erano fatti

padroni di tutti i posti fin oltre Breglio, i quali erano come i primi

propugnacoli a guarentire l'importante fortezza di Saorgio. Lo stesso

colle di Raus, dove le genti regie avevano, non era ancora scorso un

anno, combattendo con molto valore acquistato una gloriosa vittoria,

veniva in poter dei vincitori, per modo che Saorgio, perdute tutte le

difese esteriori, si trovava esposto ad essere assalito da vicino. Non

ostante, essendo forte per natura e per arte, assai ardua fatica sarebbe

riuscita ai repubblicani quella d'impadronirsene per oppugnazione con

assaltarlo da fronte.

Mentre in tale guisa stava Saorgio in grave pericolo, marciavano i

repubblicani sul lido verso Oneglia. Era Oneglia un posto di non poca

importanza; annidavano in quel porto corsari arditissimi, che

interrompevano i traffichi di mare con grave danno dei Francesi

alloggiati in Nizza, che niun altro mezzo avevano di vettovagliarsi se

non per le navi Genovesi, che loro portavano i fromenti. Oltre a questo

la strada non era nè lunga, nè difficile per andar ad assaltare Ormea e

Garessio, terre grosse, per le quali si apre l'adito alle pianure del

Piemonte. Finalmente era Oneglia il solo spiraglio che fosse rimasto al

re di Sardegna, a poter comunicare prontamente e sicuramente

coll'Inghilterra, massimamente con le flotte Inglesi, che già erano, o

fra breve si aspettavano nelle acque del Mediterraneo. Sapevano queste

cose coloro che reggevano le armi regie, e perciò avevano risoluto di

fare una testa grossa sulle alture di Sant'Agata. Radunato tutto quel

maggior numero di genti che per loro si poteva in tanta pressa, e poste

le artiglierìe nei luoghi più opportuni, aspettavano con animo costante

l'affronto. Ma nè il numero dei soldati, nè i provvedimenti militari

erano tali, che potessero arrestare il corso ad un nemico che

sopravvanzava per la moltitudine, ed era fatto più audace per le

vittorie. La battaglia fu aspra. I Francesi partiti da San Remo, ed

occupato Porto Maurizio, salivano all'erta di Sant'Agata con ardore

inestimabile; non meno forte fu la resistenza dei Piemontesi, massime

delle artiglierìe, le quali traendo a punto fermo facevano una strage

incredibile nelle file dei Francesi. Questi, veduto il danno, e stimando

che nissun altro modo avevano di espugnare quel forte posto, che la

celerità, spintisi avanti prontissimamente, e condotti alcuni pezzi

d'artiglierìe minute in luoghi prima creduti inaccessibili, e traendo a

scheggie contro i Piemontesi, che ancor essi fulminavano nella stessa

forma, tanto fecero, che questi, soppressati dal numero, e sorpresi

all'ardire del nemico, si ritirarono non senza qualche disordine da quel

sito eminente, che con molto valore avevano difeso. Poscia squadronatisi

di nuovo si ridussero al ponte di Nava, lasciando Oneglia, che più non

si poteva difendere, aperta all'impeto del vincitore. Gli abitatori

mossi dal romore delle armi, e nei quali la ricordanza delle uccisioni e

dei saccheggi fatti ai tempi di Truguet, aveva messo un grandissimo

spavento, lasciata la città abbandonata e deserta, si erano ritirati ai

luoghi alpestri e chiusi. Vi entrarono i repubblicani, e quì per fare

testimonianza al vero, è debito nostro il raccontare come, modestamente

governandosi, e' si astennero dal por mano nelle sostanze altrui,

portarono rispetto alle cose sacre, e nissun segno dando nè della

petulanza repubblicana, nè dell'insolenza militare, acquistarono nome

d'uomini moderati e civili. La qual cosa tanto è più da notarsi, quanto

a quei tempi in Francia correvano esempj degni di ogni più truculenta

barbarie, ed essi medesimi si trovavano allo stremo di ogni fornimento

al vivere umano necessario. Trovarono in Oneglia dodici bocche da fuoco,

magazzini pieni di vettovaglia, bestie da soma a poter servire ai

bisogni loro in quelle guerre alpestri. Pubblicarono che i fuggitivi si

ripatriassero sotto pena di confisca, promettendo a tutti, che

tornassero, intiera sicurezza nelle persone e nelle proprietà. Nè

contenti alla possessione di Oneglia, spedivano una quadriglia di

soldati ad impossessarsi di Loano, terra anch'essa con piccolo porto

situata in su quella marina, ed appartenente al re di Sardegna.

Quantunque questa fazione fosse d'importanza per le bisogne loro verso

il mare, non bastava però a compire l'altro disegno d'impadronirsi dei

sommi gioghi dei monti, ed a seminar terrore con più vicina presenza

nelle pianure del Piemonte. S'accorgevano, siccome quelli che esperti

erano ed avveduti, che insino a tanto che quelle altissime cime fossero

in mano dei regj, e massime il ponte di Nava, passo forte, al quale si

erano attestati con munirlo di trincee e di artiglierìe, la vittoria

conseguita non avrebbe avuto il suo compimento. Erano oltreacciò accorsi

a difendere quel passo quindeci centinaja di Austriaci pronti a

mostrare, poichè il male già si avvicinava, che l'ajuto loro verso un

alleato generoso, i cui stati oggimai ardevano, era più che di parole.

Massena, già vincitore di Sant'Agata e di Oneglia, fu destinato a questa

fazione. Andò all'assalto del ponte di Nava con ottomila soldati scelti,

e tanto, e così subito fu l'impeto loro, che nè i luoghi, oltre ogni

dire difficili, nè le trincee fatte dai regj, nè le artiglierìe loro

governate con molta maestrìa, poterono operare che i repubblicani non

riuscissero vincitori. Questo fatto dimostrò, che nè i Piemontesi, nè

gli Austriaci, quantunque forti e valorosi soldati fossero, non erano

ancor usi a quegli assalti così subiti, ed a quelle battaglie da

disperati. Ne nacque in loro uno sbigottimento di cattivo augurio, e

tanto terrore nelle popolazioni, che pensarono meglio a salvar le

persone, che le masserizie; le terre restarono quasi deserte. Massena,

per non dar respitto, e per far parere la cosa più grave ancora che non

era, mandò fuori un bando coi soliti blandimenti e minacce: Piemontesi,

dicendo, ecco che son vicini a voi gl'invincibili repubblicani di

Francia; non conoscono essi altri nemici, che quelli della libertà;

levatevi dal collo il giogo del vostro tiranno: così vi avremo in luogo

di fratelli; quando no, vi tratteremo da schiavi: rispondetemi, e tosto

al campo. Questi incentivi di Massena, sebbene ei fosse uomo da fare più

che non diceva, non partorirono effetti di sorte alcuna, perchè i

soldati regj non gl'intendevano, e le popolazioni non gli sapevano, gli

uni e le altre erano fedeli.

Superato il ponte di Nava, corsero i repubblicani contro il borgo di

Ormea, che abbandonato dai difensori, venne in potere degli assalitori;

trovaronvi dodici pezzi d'artiglierìa grossa piemontese, dieci di bronzo

gittati ai tempi di Luigi decimoquarto, tre mila archibusi, munizioni, e

fornimenti da guerra in proporzione, con sei mila mine di fromenti,

molto riso e farine destinate all'uso dell'esercito. Di singolare

utilità pel vestire dei soldati, riuscì ai repubblicani la quantità di

panni lavorati trovati in Ormea: undeci centinaja di prigionieri resero

più cospicua questa vittoria. Più di cento fuggitivi dell'esercito

repubblicano, ritornando alle insegne proprie, se ne andarono a Nizza.

Seguitarono Garessio e Bagnasco la fortuna del vincitore, sicchè altro

impedimento non restava a superarsi dai repubblicani, oramai penetrati

nella valle del Tanaro, perchè non si spandessero in Piemonte, che la

fortezza di Ceva, alla quale fecero la intimazione. Il generale

Argenteau, che la governava, rispose, volerla difendere sino

all'estremo.

I Francesi conquistata Oneglia ed i luoghi importanti, pei quali

potevano andar a ferire il cuore del Piemonte, pensarono ad assicurarsi

di altri posti di uguale momento, sì per dar timore da diverse parti al

nemico, e sì per assicurarsi la possessione di quello che già avevano

conquistato. Nel che mostrarono tanta perizia nelle cose militari, e

tanto ardimento, che l'Europa ne restò piena di maraviglia e di terrore.

Imperciocchè non solo fu loro d'uopo combattere con soldati valorosi, ma

ancora con le nevi, coi ghiacci, con le rupi, coi precipizj, in tempi

asprissimi per la stagione. Opera non solo ardua, ma impossibile si

credeva quella di superare il piccolo San Bernardo, non che ai tempi

invernali, nella stagione propizia. Ma non si ristarono gli audaci

repubblicani: prima del terminar d'aprile, il generale Bagdelone, dopo

di aver serenato due giorni sulle nevi delle più alte cime dei monti,

con soldati disposti a morire di disagio, non che di ferite, piuttosto

che non arrivare ai fini loro, assaltò improvvisamente tre forti

ridotti, che i Piemontesi avevano construtto sul monte Valesano a difesa

del sommo giogo del San Bernardo, e dopo breve contrasto se ne

impadroniva; i regj a tutt'altro pensando fuori che a questo, se n'erano

stati a poco buona guardia. I repubblicani intanto insignoritisi delle

artiglierìe che munivano i tre ridotti, le voltarono contro la cappella

del San Bernardo, dove i regj avevano il campo più grosso, e facevano le

viste di fulminarla. Fu forza allora ai Piemontesi di ritirarsi,

lasciando in mano dei nemici un sito, che fu prima perduto, che si

pensasse che si potesse perdere. Nè i Francesi arrestarono il corso

loro; anzi spingendosi avanti, cacciarono a furia i Piemontesi all'ingiù

di quelle rupi sin più là della Tuile, della quale s'impadronirono. Per

questo moto fu messa in sentore tutta la valle d'Aosta, e già si temeva

della capitale della provincia. In quel mentre accorse prontamente il

duca di Monferrato, che dopo di aver raccolte con se tutte le milizie, e

tutte le genti regolari che in sì grave tumulto potè, e spintosi avanti,

frenò il corso alle cose che precipitavano. Certamente nissuna fazione

fra tante, e tutte audacissime, che le guerre dei nostri tempi

offerirono, nissuna più audace, nissuna più pericolosa di questa

tentossi o compissi; e sebbene sia stata fatta con pochi, e contro pochi

soldati, ed in luoghi ristrettissimi, non debbono negarsi a chi la

condusse, le prime e le più principali lodi di guerra.

Tentarono nel medesimo tempo, e pei medesimi motivi i repubblicani

parecchie altre fazioni nelle Alpi. Varcarono, non arrestati nè dai

turbini, nè dalle nevi altissime, il monte della Croce, e riuscendo

all'improvviso sopra il forte di Mirabocco difeso da pochi invalidi, se

ne impadronirono facilmente. Poscia scendendo per la valle di Lucerna,

occuparono Bobbio, ed altre terra superiori della medesima valle,

minacciando Pinerolo di prossimo assalto. Ma anche quì si fecero dal

governo le convenevoli provvisioni, per modo che assaliti valorosamente

i Francesi dai regj nella terra del Villars, furono costretti a

ritirarsi ai sommi gioghi. Passato altresì il monte Ginevra, si calarono

sino a Cesana, e s'insignorirono della grossa terra d'Oulx, dove posero

una taglia enorme; ma dopo di aver presentito la fortezza d'Icilia, che

si trovava munitissima, si ritirarono di nuovo ai luoghi alti e

scoscesi, contenti allo aver romoreggiato con l'armi loro per quelle

valli alpestri, ed allo aver fatto diversione efficace alla guerra di

Oneglia. Con la medesima fortuna sforzarono il colle dell'Argentiera ed

il passo delle Barricate, pel quale si apre l'adito nella valle della

Stura. Fu questa fazione di non poca utilità alle genti di Francia,

perchè per lei si spianò la strada all'esercito d'Italia a poter

comunicare con quello dell'Alpi.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 12 / 25 段