Nè in tale fortunoso accidente mancarono a se medesimi coloro, che in

Savoja più si erano chiariti in favore dello stato nuovo; imperciocchè

con le parole e con gli scritti animando i compatrioti loro a

difendersi, facevano grandissimi frutti. In cotal modo arrestarono i

capi Francesi il corso della fortuna contraria in Savoja, e diedero

speranza di poter conservare alla Francia quella provincia tanto affetta

al suo nome per lingua, per costume, e per sito: non ostante si

aspettavano ancora le battaglie, che avrebbero definito, se i

preparamenti fatti erano per rispondere al fine che le due parti si

erano proposto.

Dall'altro lato e più sotto, Kellerman aveva spedito con tutta celerità

il generale Carteau con un buon nervo di gente, ordinandogli,

riacquistasse il passo di Santo Spirito, cacciasse i Marsigliesi da

Avignone, gli rincacciasse sulla riva sinistra della Duranza, non

passasse il fiume, solo attendesse a proibire al nemico lo scorazzare

sulla destra. Ma Carteau spinto da un Albitte, rappresentante del

popolo, giovane pur troppo risentito nelle faccende dei tempi, varcava,

e si sarebbe trovato in gravissimo pericolo, se i Marsigliesi fossero

stati tanto pronti coi fatti, quanto erano con le parole. Ma nacque

appunto la salute donde si aspettava la ruina; imperciocchè i

Marsigliesi, udito che Carteau aveva varcato, in vece di assaltarlo e

buttarlo nel fiume, il che sarebbe riuscito loro agevolmente, si diedero

disordinatamente alla fuga, e con quella medesima celerità si

disperdettero, con la quale si erano adunati. Carteau, usando la

occasione, voltossi con tutte le sue forze contro di Aix, di cui

s'impadronì; poi senza frappor tempo in mezzo, marciò contro Marsiglia,

capo e fomite principale di quella guerra. E tanto fu il terrore

concetto dai Marsigliesi, che fatta niuna difesa della città loro, la

diedero in mano del vincitore. L'infelice Marsiglia, pagando troppo

fiero scotto della sua imprudenza, fu posta miserabilmente a sacco, e vi

furono commesse opere al tutto degne di quei tempi ferocissimi.

La presa di Marsiglia nocque ai Lionesi, che per questa cagione si

trovarono soli esposti a tutto lo sforzo dei repubblicani; ma le

immanità commessevi giovarono ai disegni della lega in Provenza. Molti

Marsigliesi, fuggendo il furore dei repubblicani, si erano ritirati a

Tolone, dove coi racconti e con le grida miserabili riempirono ognuno di

spavento. A così orribile caso commossi i Tolonesi, e risolutisi a

volere ogni altro termine di disgrazia incontrare piuttosto che accettar

nelle loro mura soldati bruttati di tanto sangue cittadino, udirono con

maggiore inclinazione le proposte che venivano loro fatte dagli alleati.

Diedero la città ed il porto in mano dell'ammiraglio d'Inghilterra Hood,

desiderando, che l'autorità del re Luigi si restituisse, e la

constituzione dell'ottantanove si accettasse.

I repubblicani già tanto feroci vieppiù s'inferocirono all'accidente di

Tolone. Esortazioni ardenti, minacce precipitose posero in opera per far

correre i popoli al riscatto. Nè fu l'effetto minore dell'intento;

perchè, tra soldati bene ordinati e gente tumultuaria, s'adunò tosto

intorno alle mura di Tolone un esercito giusto di circa quaranta mila

soldati. Dalla parte loro gli alleati vollero confermar con la forza

quello, che la fortuna aveva loro conceduto. Spagnuoli, Napolitani e

Piemontesi furono portati a presidiare i forti di Tolone; gli altri

potentati d'Italia gli fornivano di vettovaglie; il papa stesso

somministrava armi e munizioni. Così con grandissimo ardore si

combatteva sotto le mura di Lione e di Tolone, nelle montagne della

Savoja e di Nizza.

Non indugiò molto spazio la fortuna a mostrare a qual parte volesse

inclinare. I Piemontesi calati dal Cenisio e dal San Bernardo, si erano

fatti padroni delle valli superiori della Morienna, della Tarantasia, e

del Faussigny: San Giovanni, Moutiers e Bonneville già obbedivano

all'imperio loro. I Francesi cacciati dai luoghi più alti si erano

ridotti a pigliar campo alla sboccatura delle valli, a Aigue-Belle, ed a

Conflans, incerti se vi si potessero mantenere, perchè l'inimico

ingrossava ogni giorno. Già Ciamberì pericolava: già poco spazio

separava Lione dall'esercito Italiano, e se i Piemontesi si fossero

spinti avanti con quella celerità che i tempi richiedevano, avrebbero

acquistato, come pare, una compiuta vittoria. Ma non so per qual

ragione, se ne stettero a soprastare: l'indugio diè comodità agli

avversarj di rannodarsi, ed ai popoli di ajutargli. Giunto Kellerman a

Ciamberì si deliberò di assaltar l'inimico, e stantechè era molto forte

in Morienna, pensò di assalirlo con principale sforzo in Faussigny ed in

Tarantasia, munendo però Aigue-Belle con una squadra numerosa di soldati

eletti. I repubblicani secondati con ardore incredibile dalle guardie

nazionali del Montebianco, appoco appoco cacciarono, non senza però

grave contrasto, dai luoghi bassi del Faussigny e della Tarantasia i

Piemontesi; fuvvi una feroce battaglia a San Germano, perchè i regj

vollero dar tempo agli sviati ed alle artiglierìe di condursi a

salvamento: infine si ritirarono al San Bernardo, donde un mese prima

erano discesi con tanta speranza di vittoria.

Rimaneva pei repubblicani, che i regj si cacciassero dalla Morienna.

Comandò Kellerman, che un corpo delle genti vittoriose della Tarantasia,

passato il monte d'Encombe, marciasse contro Termignone, luogo situato

alle radici del Cenisio; che il generale le Doyen si spignesse avanti di

fronte per la Morienna, e che l'ajutante generale Pressy, che aveva

testè acquistato Valmenie, si dirizzasse contro il fianco sinistro, ed

alle spalle dei Piemontesi. Tutte queste mosse riuscirono a quel fine

che il generale si era proposto; perchè l'esercito del re pressato da

ogni banda, si ritirò ordinatamente al Cenisio: i repubblicani

occuparono nuovamente Termignone.

Tale fu l'esito dell'assalto dato alla Savoja dalle genti del re di

Sardegna nell'autunno del 1793, e per tale modo fu esclusa la lega dalle

sue speranze in queste parti: nel che si può considerare, che se

l'esercito Piemontese fosse stato così grosso come voleva Devins, o

condotto con quella celerità che sogliono usare i Francesi in tulle le

fazioni loro, è da credersi che la fortuna avrebbe favorito il disegno

dei confederati, e che Lione sarebbe stato liberato, con totale

mutazione delle cose d'Europa.

I miseri Lionesi, udita la ritirata dell'esercito, e privi di

quest'ultima speranza, furono costretti a rimettersi in potere dei

repubblicani. Il mondo sa con quale immanità sia stata trattata quella

città sì nobile, e sì generosa.

Dall'altra parte, e nel medesimo tempo in cui i Piemontesi assaltavano

la Savoja, si erano mossi con forte apparato contro Nizza. Da principio

la fortuna si dimostrava loro favorevole; poichè, cacciati i nemici da

tutti i luoghi superiori, già avevano speranza di calarsi per le sponde

del Varo sino al mare, avvenimento, che ed avrebbe dato loro Nizza, ed

aperto la strada a far risolvere l'oppugnazione di Tolone. Ma arrivati a

Giletta, ed assaltato il dì diciotto ottobre con grandissimo impeto il

ponte, furono duramente risospinti, e con perdita sì grave, che questo

fatto, giunto alle sinistre novelle che si ebbero in quel punto di

Savoja e di Lione, terminò la guerra di quest'anno in quelle parti. In

cotal modo con un ignobile fatto di un piccolo ponte fu posto fine ad

uno sforzo, che preparato con tanta cura e cominciato con tanta

speranza, pareva che dovesse fra breve ricuperare al nome della casa di

Savoja tutta la provincia di Nizza.

Intanto sempre più si stringeva l'oppugnazione di Tolone, alla quale era

concorso l'esercito vincitore di Lione, e la guernigione di Valenziana,

piazza forte in Fiandra, che gli alleati avevano espugnato. Già al monte

Farone, sull'eminenza Reinier, al capo Bron, e sulle alture del

Baleguier parecchie onorate fazioni si erano combattute con varia

fortuna, nelle quali mostrarono ambe le parti, quanto potesse il valore

congiunto con l'odio, e quanto a ciascuna premesse il conservare, o

l'acquistare una piazza di tanto rilievo. Eransi posti gl'Inglesi a

presidiare i forti rizzati sulla stanca, massime quello, che chiamano il

Malbousquet, i Piemontesi stavano a guardia sulla dritta, e munivano

principalmente il forte, e la montagna Farone.

Gli oppugnatori si erano accampati per modo, che Dugommier,

generalissimo, avesse carico di far forza verso occidente dal forte

Malbousquet sino al promontorio, che chiude l'estremità di quel piccolo

seno di mare, Lapoype assaltasse verso levante tutte le difese che si

distendono dalla montagna Farone, che sta a sopraccapo alla città verso

tramontana sino al capo Bron, ed al forte Lamalgue, che sta a difesa del

seno grande. Parte di queste genti stanziando principalmente alla

Valletta, andavano a congiungersi con trincee, e batterìe non interrotte

alla costa meridionale del seno grande, ed ai forti Lamalgue, e

Margherita. Così una corona di schiere armate e di cannoni cingeva

Tolone tutto all'intorno. L'importanza della difesa dal canto degli

alleati consisteva nel forte Malbousquet fidato alla guardia

degl'Inglesi. Per maggior sicurezza avevano fatto, e munito di grosse

artiglierìe un gran ridotto vicino al forte. Ma i Francesi con

memorabile valore combattendo già si erano impadroniti delle eminenze

opposte al forte medesimo, ed al ridotto Inglese; e condottivi numerose

artiglierìe continuamente infestavano gl'Inglesi. Avevano anche preso

per assalto il forte dei Pommets, che signoreggia tutte le alture a

tramontana. La qual vittoria diè loro facoltà di porre un campo sulla

montagna delle Arene, e chiuse il passo del rivo Laz dall'una parte

all'altra della città.

Ohara, generalissimo d'Inghilterra, veduto che il nemico dal suo posto

sopraeminente al Malbousquet non solo infestava il forte, ma poste le

artiglierìe in luogo molto opportuno, per opera massimamente del

luogotenente colonnello d'artiglierìe Buonaparte, giovane di virile

spirito, arrivava coi tiri insino all'arsenale; e prevedendo che se non

si cacciavano da quel nido i Francesi, bisognava pensar ad altro che a

stare a Tolone, si deliberò di dar loro l'assalto. Per la qual cosa

seimila soldati della lega, la più parte Inglesi, uscirono il tre

novembre, e, passato il Laz, si spartirono in due colonne; l'una si

scagliò contro il monte delle Arene, l'altra sulle batterìe, che

bersagliavano il forte Malbousquet. La fortuna fu loro sul primo

incominciare seconda. Sorpresi i Francesi da quell'impeto improvviso,

cedettero il luogo; gl'Inglesi giunti al monte delle Arene vi presero, e

chiodarono le artiglierìe. L'altra colonna s'era insignorìta dei posti,

e delle batterìe, che munivano le strette d'Olioulles, e già, credendo

essere in possessione della vittoria, faceva le viste d'impadronirsi del

grosso di tutte le artiglierìe, che ivi era posto.

All'avviso di tanto sinistro Dugommier accorso, inanimiva i suoi con la

voce e con l'esempio, e chiamando gente dagli altri posti fe' un grosso

di soldati agguerritissimi, e gli condusse con ordine, e con ardire

mirabile contro il nemico, che già trionfava; nè fu l'esito non conforme

a tanto valore. Gl'Inglesi assaliti, pressati, urtati da ogni banda

cederono prima ordinati, poscia con fuga manifesta, lasciando in poter

degli assalitori tutti i luoghi conquistati, massime quello sì

importante del monte delle Arene. Tanta fu la foga dei vincitori, che

non si arrestarono, se non se alle palizzate del forte Malbousquet, e

stette per poco, che non vi entrassero alla mescolata coi vinti. Fu in

questo incontro gravemente ferito, e fatto prigioniero Ohara, che era

accorso per rannodare i suoi.

Questa fazione tanto sanguinosa diè molto a pensare agli alleati, non

gli lasciando senza timore sull'esito della guerra accesa sotto le mura

di Tolone. Tanta variazione avevano fatto le cose da quei primi

apparati, che nel possesso di quella sola città già vicina a cadere,

eransi ridotte le speranze di conquistare con Lione mezza la Francia.

I repubblicani, preso nuovo animo, si mostravano pronti a mettersi ad

ogni più grave pericolo per riconquistar Tolone: si risolveva Dugommier

a dar l'assalto da tutte le bande. L'importanza del fatto consisteva in

un grosso ridotto, che gl'Inglesi avevano construtto sul promontorio,

dal quale scoprivano dall'un lato e dall'altro i due seni, dove

stanziavano le armate confederate. Se il ridotto ed il promontorio

fossero venuti in potestà dei francesi, le armate sarebbero state

condotte all'ultimo sterminio, se presto non fossero fuggite. Il

generale di Francia pose principalmente l'animo ad assaltar il ridotto,

e per procedere con arte militare in un'opera di tanta difficoltà,

divise le veci degli assaltatori per modo che una schiera facesse le

viste di assaltarlo di fronte, mentre le due altre girando, e salendo

per sentieri scoscesi ed aspri, gli riuscivano a' fianchi, ed alle

spalle.

Nel tempo medesimo per tentar la fortuna anche in altre parti, e perchè

i confederati, avendo a risguardarsi da ogni lato, non potessero mandar

soccorsi al ridotto, il generale repubblicano ordinava un assalto su

tutta la frontiera dei posti tenuti dal nemico. Così a destra Dugommier

medesimo guidava i più valenti soldati contro il gran ridotto Inglese,

Mouret assaltava quello del forte Malbousquet, Garnier quelli dei forti,

che dominano il rivo Laz. A sinistra Lapoype faceva uno sforzo contro il

monte Farone, e Laharpe contro le batterìe, che dal capo Bron

fulminavano l'entrata del seno.

Adunque essendo in tal modo ogni cosa in pronto, il dì quattordici

decembre i Francesi si avviavano all'assalto. Gli alleati, che sapevano

che da quel fatto doveva risultare non solo la conservazione, o la

perdita di Tolone, ma ancora la riputazione dell'armi e l'acquisto

d'Italia, con grandissimo ardire gli aspettavano. Feroce fu l'assalto,

feroce anche la difesa; la fortuna si mescolò spesso col valore; ora

prevaleva la furia al coraggio, ora il coraggio alla furia; ora la

sicurtà dei luoghi faceva inclinare le sorti a favor degli assaltati,

ora l'audacia per verità non credibile, se non fosse vera, le voltava a

favor degli assaltatori: stette un pezzo dubbia la battaglia; già le

difese erano lacere dall'un canto, già dall'altro i gioghi dei monti, ed

i parapetti delle batterìe Inglesi apparivano cospersi di cadaveri

Francesi, e non ostante non cessava l'ostinazione delle parti; che anzi

i sangui, che ribollivano, rendevano gli uomini più accaniti, e

continuamente si dava mano al tuonare, al ributtare, al ferire da presso

e da lontano. Prevalse la fortuna di Francia. Mouret e Garnier si

facevano a viva forza strada nei due forti di Sant'Antonio, e di

Malbousquet, cacciatine gli alleati, che si ritirarono frettolosamente.

Lapoype impadronissi del monte e del forte Farone; il che fu cagione,

che il nemico, vuotò incontanente i forti inferiori di Lartigue, e di

Santa Caterina, esposti alla furia delle cannonate del forte Farone.

Finalmente Laharpe, dopo un durissimo incontro di cinque ore, cacciò di

forza gli avversarj dal capo Bron, e gli costrinse a fuggire nel forte

Lamalgue.

Al ridotto del promontorio, dal cui conquisto dipendeva tutto l'esito

del fatto, si combatteva tuttavìa asprissimamente. Nè la difficoltà de'

luoghi, nè la spessezza dei tiri del nemico non poterono tanto impedire

i Francesi, che non salissero sino al sito erto, in cui era posto. Tre

volte entrarono per le cannoniere fulminanti, tre volte ne furono, pel

bersaglio di un piccolo ridotto interno munito d'artiglierìe, con

grandissima strage loro risospinti. Finalmente alla quarta entrati per

le cannoniere medesime, e superato anche col medesimo impeto il piccolo

ridotto, riuscirono vincitori di quel fondamento principalissimo di

tutti i disegni. I difensori, la più parte uccisi; i superstiti si

ritirarono a mala pena laceri e sanguinosi chi alla città, e chi alle

navi.

La espugnazione dei forti, massimamente quella del ridotto, rendeva

impossibile agli alleati il tenere più lungamente Tolone; conciossiachè

i repubblicani potevano fulminarvi dentro, e spazzando i due seni

sperperare all'estremo le flotte confederate. Deliberaronsi a vuotare;

ma prima vollero fare tutto quel maggior male che poterono. Posto mano

adunque alle faci appiccarono il fuoco alle navi che non potevano

trasportar con loro, ed a tutte le opere preziose di marinerìa, di cui

Tolone abbondava. In questo Sidney Smith, uomo più atto alle imprese

rischievoli, che alle grandi, con molta industria ed attività si

adoperava. Ardevano le navi, ardevano le armerìe, ardevano gli arsenali;

nella città medesima le case ardevano. Breve ora distruggeva opere, cui

l'industria umana aveva penato lungo tempo a compire. In tanta

confusione traevano continuamente le artiglierìe repubblicane sì da

palla che da bomba con orribile fracasso, ed accrescevano terrore ad una

catastrofe già per se stessa tanto terribile.

Ma compassionevole spettacolo era quello dei Tolonesi, i quali costretti

ad abbandonare la patria loro per non cader nelle mani di gente

sdegnata, accorrevano in tutta fretta alle navi, conducendo con esso

loro le donne, i fanciulli, e le suppellettili più preziose, che in

tanto precipizio avevano potuto raccorre. Tra questi alcuni annegavano

per la fretta, altri erano straziati dalle artiglierìe dei loro

compatriotti, o da quelle degli Inglesi. Così tra il fuoco, il fumo, il

tuonare, lo scompiglio delle navi, che andavano e venivano, le minacce

dei soldati da terra che fuggivano, lo strepito dei soldati da mare, che

volevano metter ordine e regola dov'era disordine e confusione, le grida

disperate di coloro che si spatriavano, era un dolore, un terrore, una

miseria, che si possono meglio con la mente immaginare, che con le

parole descrivere. Dieci mila Tolonesi disperando della pietà del

vincitore, accettato l'esiglio, si ricoveravano alle navi, non sapendo

nè dove, nè quando avessero a terminarsi le miserie loro. Tre giorni e

tre notti durò la lagrimevole tragedia. Finalmente le flotte

confederate, sotto la tutela del forte Lamalgue, nel quale avevano

lasciato presidio per proteggere la ritirata, tirandosi dietro le navi

rapite di Francia i giorni diciotto e diecinove decembre, si

ricoverarono nelle vicine isole Iere, che sono le antiche Stecadi. Il

giorno venti poi, e poichè tutti si erano ridotti a salvamento, vuotato

anche il forte Lamalgue, lasciarono la misera terra intieramente a

discrezione dei repubblicani: entraronvi fieri, e minacciosi.

Arsero nell'incendio Tolonese acceso dagl'Inglesi quindeci navi grosse

di fila, il Tuonante, il Fortunato, il Centauro, il Commercio di

Bordeaux, il Destino, il Giglio, l'Eroe, il Temistocle, il

Duguai-Trouvin, il Trionfante, il Sufficiente, il Mercurio, la Corona,

il Conquistatore, il Dittatore. Arsero sei fregate, la Seria, la

Coraggiosa, l'Ifigenìa, l'Alerta, l'Iride, il Montereale, con molti

altri legni minori. Rapirono, e s'appropriarono gl'Inglesi la

grossissima nave di centoventi cannoni chiamata il Commercio di

Marsiglia, col Pompeo, ed il Potente, l'uno e l'altro di

settantaquattro, e con le fregate la Perla, l'Aretusa, l'Aurora, il

Topazzo, e non pochi altri legni minori.

I Sardi se ne portarono la fregata l'Alceste, i Napolitani il brigantino

l'Imbroglio, gli Spagnuoli la piccola Aurora, esile preda a comparazione

di quella d'Inghilterra.

Queste furono le spoglie di Tolone rapite dagli alleati. E non era poco

per l'Inghilterra l'aver distrutto il navilio di una nazione emola, che

ai tempi floridi aveva combattuto con lei dell'imperio del mari, e che

tuttavìa avrebbe potuto tener in pendente la fortuna del Mediterraneo.

Così perì Tolone, città nobile, e ricca, e sede principale della

marinerìa Francese. A tali strette conducono le discordie civili, e gli

ajuti forestieri. Ma in queste cose l'esperienza non è fruttuosa, perchè

elle si giudicano con lo spirito di parte, che sempre inganna, non con

l'amore della verità, che solo conduce alle opere vantaggiose.

Rimasero nel porto o perchè non fossero capaci al mareggiare, o perchè

la paura in quel tramestìo di fuga abbia superato nei vinti il desiderio

della rapina, e della distruzione, le navi il Delfino reale di

centoventi cannoni, la Linguadoca di ottanta, il Generoso, il Censore,

il Guerriero, il Sovrano, tutte di settantaquattro.

I rappresentanti del popolo Barras, Freron, Robespierre giovane, e

Saliceti scrissero il dì ventuno decembre al consesso nazionale, essere

Tolone in potestà della repubblica.

LIBRO QUARTO

SOMMARIO

Partiti presi dagli alleati pei fatti di Lione e di Tolone.

Trattato concluso a Valenziana il dì ventitre maggio 1794 fra

l'imperatore d'Alemagna, e il re di Sardegna. Assalti dati dai

Francesi a tutte le cime delle Alpi, ed invasione per essi

della riviera di Ponente. Prosperi successi delle loro armi.

Tutti i passi, ed il forte di Saorgio vengono in lor potere.

Congiure in Piemonte; lodi dei magistrati di questo paese.

Deliberazioni del re per ovviare ai pericoli presenti.

Preparamenti guerrieri, e congiure di Napoli. Anche il

pontefice si mette sull'armi. Deliberazioni di Venezia per

l'invasione del Genovesato. Il conte Rocco San Fermo mandato

dai Veneziani a Basilea, e con qual fine. Il conte di

Provenza, sotto nome di conte di Lilla, arriva a Verona. Sua

condotta, e procedere dei Veneziani verso di lui. Lallemand

ministro di Francia a Venezia. Genova bloccata dagl'Inglesi.

Costituzione politica data dagl'Inglesi alla Corsica. I Corsi

coi loro corsari fanno un danno inestimabile ai Genovesi.

Querele dei danneggiati, e deliberazioni dell'Inghilterra in

questo proposito. Battaglia del Dego combattuta il dì ventuno

settembre 1794.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 11 / 25 段