La fazione tanto sanguinosa di Raus aveva singolarmente raffrenato

l'audacia dei repubblicani e dato occasione agli alleati di sollevar

l'animo a più alte imprese. Se ne fecero allegrezze in Piemonte, e si

argomentava che la fuga di Savoia e di Nizza dalla mala condotta dei

capi, non da mancanza di valore nei soldati si doveva riconoscere.

Da un altro lato i repubblicani accusarono i capi loro di tradimento.

Kellerman, avute le novelle dei fatti avversi accaduti nell'Alpi

Marittime, si era condotto a Nizza per sopravveder le cose, e per

mettere in opera quei rimedj, che i tempi richiedessero. Il pericolo

maggiore era quello, che l'esercito alleato facendo punta verso il Varo,

si ficcasse in mezzo, nel qual caso sarebbe stato forza evacuare

prestamente tutta la contea. Considerato bene il tutto fe' munire

accuratamente i posti, che accennavano sulla estremità dell'ala sinistra

dell'esercito dell'Alpi Marittime, con porvi nove battaglioni grossi,

tra i quali uno di granatieri, ed alcune compagnie di soldati armati

alla leggiera. Guernivano i primi Lantosca, Bolena, e Belvedere lungo la

Vesubia, le seconde San Dalmazzo e Duplano, su quei monti che separano

la valle della Tinea da quella della Vesubia. Il fine che il generale

Francese si proponeva con munire questi luoghi, era di tener aperte le

strade a poter comunicare con le genti che tenevano il campo di Tornus,

per mezzo delle alture della Tinea, e nel tempo medesimo di stare

all'erta ed in buona guardia di quanto potesse sopraggiungere dalla

valle di Stura per qualche passo dei gioghi sommi, che coronano le Alpi

da quelle parti, e soprattutto dal colle delle Finestre, pel quale il

varco è molto più agevole. Gli dava molto sospetto un corpo grosso di

truppe Sarde ed Austriache, che si era adunato nei contorni di Saluzzo,

e poteva in due alloggiamenti condursi sulle alture, che dividono le

acque della Stura da quelle della Tinea, ed in tal modo tentare con

forze preponderanti qualche fatto grave in pregiudizio delle armi

Francesi.

A rincontro Colli e Dellera avevano fortificato di vantaggio, e munito

di genti fresche il colle di Raus, sul quale insisteva l'ala dritta

dell'esercito loro, e distendendosi su per quelle cime sino al forte di

Saorgio avevano speranza non solamente di resistere, ma ancora di

conseguire qualche onorata vittoria: non che volessero cimentare le

sorti non ancora mature, ma intendevano con difendere i luoghi commessi

alla fede loro, dar tempo a quei disegni importanti, che si maturavano

nelle consulte dei confederati.

L'arrivo delle armate Inglesi nel Mediterraneo, dando maggior animo agli

stati d'Italia, che già si erano dichiarati, diede anche occasione di

manifestarsi a coloro, che più per timore, che per desiderio di

neutralità, se n'erano stati fino allora inoperosi ad osservare. Per la

qual cosa il re di Napoli scoprendosi intieramente, chiudeva i porti ai

Francesi, e si obbligava a fornire alla lega sei mila soldati, con

grosse navi da guerra, e molte minori. Il papa medesimamente che aveva

causa particolare di temere dei Francesi a motivo delle faccende

religiose, armava, e prometteva di dar gente; ma Venezia, Genova e

Toscana persistevano nella neutralità. Però gl'Inglesi per farle venire

ad una deliberazione terminativa, aggiunsero alla presenza delle navi i

negoziati politici: mostrarono in questi trattati massimamente con

Genova e Toscana, tanta arroganza, che già fin d'allora ebbe l'Italia un

saggio, e potè prendere augurio di quello, che le preparavano Inglesi,

Tedeschi, e Francesi, cupidissimi tutti di mescolarsi in lei, e di

averne il dominio, come se per altri fosse creata, e non per se

medesima.

Un Harvey, ministro d'Inghilterra a Firenze, scriveva a Serristori,

ministro del gran duca, sapere tutta l'Europa le querele ch'egli aveva

fatte per la parzialità mostrata dal gran duca a favore della Francia;

avere fatto quanto era in poter suo per isvelare a Sua Altezza i

pericoli, che le sovrastavano per aver tuttavia comunicazione con una

nazione di regicidj, nemica di ogni legge e governo, con una nazione che

distruggeva la religione, che si bruttava le mani nel sangue del suo re,

del clero, dei nobili, e di tutti coloro che erano fedeli al re; non

ostante avere prevalso presso il gran duca i cattivi consiglj, e le

pericolose massime dei malvagi; volere pertanto lui venirne a

determinazioni vigorose; sapesse adunque il gran duca, che l'ammiraglio

Hood aveva comandato, che un'armata Inglese con una parte dell'armata

Spagnuola sarebbero venute a Livorno per vedere quello, che Sua Altezza

volesse farsi; sapesse inoltre Sua Altezza, e ciò l'Harvey dichiarare

per bocca dell'ammiraglio Hood, e in nome del re suo signore, che se nel

termine di dodici ore ella non aveva cacciato da' suoi stati de

La-Flotte, ministro di Francia, e gli altri suoi aderenti, l'armata

avrebbe assaltato Livorno. Badasse bene Sua Altezza a quello che si

facesse, poichè il solo mezzo di prevenire l'inimicizia d'Inghilterra

era di eseguire puntualmente, e subito quanto ora le si domandava, cioè

cacciasse La-Flotte, rompesse col consesso nazionale, e con quel governo

di Francia, facesse causa comune con gli alleati.

Tali furono le minacce del ministro Inglese al gran duca di Toscana: nel

qual favellare si vedono due grandissime insolenze; la prima si è quel

superbo favellare medesimo ad un sovrano indipendente, ad un principe di

casa Austriaca; la seconda quel rimproverare, che fa ad altrui un

Inglese di aver ucciso un re.

Rispose assai rimessamente Serristori, che il gran duca aveva dato

ordine, che La-Flotte, ed i suoi aderenti, che erano, fra gli altri, due

marchesi molto inclinati alle novità dei tempi, Chauvelin, e Fougere, se

ne partissero di Toscana il più presto che fosse possibile; ma non si

scoprì quanto all'accostarsi alla lega, ed al romper guerra alla

Francia. E come disse, così fece; poichè La-Flotte, e Chauvelin,

cacciati di Firenze, se ne andarono nello stato Veneto per la via di

Ferrara; La Fougere si ritrasse a Genova.

Le stesse minacce furono fatte, e nel medesimo tempo dal ministro

Inglese Drake ai Genovesi: assai e pur troppo aver tollerato, che un

Tilly ministro di Francia spargesse semi di discordia e di anarchìa

tanto nel Genovesato, quanto nei paesi circonvicini; doversi finalmente

por fine a tanto scandalo; però ei ricercava espressamente la repubblica

o accettasse l'amicizia dell'Inghilterra, cacciasse Tilly ed i suoi

aderenti, desse ricovero alle armate del re nel porto di Genova, ed in

tutto si risolvesse ad ajutare la lega, o altrimenti l'Inghilterra

avrebbe trattato, come nemica, la repubblica.

A queste minacciose ed inconvenienti parole s'aggiunsero fatti più

minacciosi, e più inconvenienti ancora; imperciocchè trovandosi la

fregata Francese la Modesta a stanziare nel porto di Genova, fu

improvvisamente assalita da due navi Inglesi, che le si erano a questo

fine poste a lato, e presa con uccisione di non pochi marinari, che vi

si trovarono a bordo.

Parve a tutti questo fatto, com'era veramente, di pessimo esempio; e se

prima si temevano le insolenze Francesi in uno stato così vicino, ora

vieppiù si temevano per la violata neutralità. In fatti non così tosto

si ebbe a Nizza notizia di questo attentato, che i rappresentanti del

popolo Robespierre giovane e Ricard, pubblicarono sdegnosamente uno

scritto, dicendo, che il patto sociale di tutte le nazioni era stato in

modo troppo indecente violato, che l'atroce fatto commesso nel porto di

Genova verso i membri della repubblica Francese da uomini, che si

qualificavano sudditi del monarca d'Inghilterra, aveva ed i diritti

delle nazioni oltraggiato, e messo in pericolo l'essere dell'umana

generazione; che tali fatti detestabili importavano a tutti i popoli,

principalmente a quel di Genova, che aveva veduto sotto agli occhi suoi

questo crimenlese contro la società; che il castigo ne doveva essere

tanto pronto, quanto terribile; e però Genova si risolvesse incontanente

a voler essere o amica degli amici, o nemica dei nemici della società

oltraggiata nelle persone dei repubblicani Francesi; protestavano poscia

al popolo Genovese, che se il senato tardasse a risolversi, ed a punire

con giusto ed esemplare castigo gli autori di un delitto commesso nel

suo porto, e sotto le bocche delle sue artiglierìe, sarebbe stimato

ostilità, e la repubblica avrebbe di per se fatto quanto crederebbe

necessario per vendicarsi di una sì orribile violenza.

Le medesime acerbe parole fece poco tempo dopo Robespierre maggiore

contro Genova favellando alla tribuna del consesso nazionale.

Il governo di Genova trovandosi stretto da due necessità, non sapeva a

qual partito appigliarsi. Pure siccome il non risolversi era peggio che

risolversi, e considerando dall'un dei lati, che i Francesi

difficilmente sarebbero venuti dalle minacce ai fatti finchè

l'Inghilterra avrebbe avuto la signorìa de' mari, a cagione che le coste

della Provenza non potevano trarre le vettovaglie da altri luoghi che

dal Genovesato, e finchè ancora gli Austro-Sardi starebbero forti ai

fianchi; dall'altro e quanto all'Inghilterra, che l'assaltar le riviere

era per lei di poco momento, e l'assaltar Genova difficile, e che di più

rompere la neutralità di Genova era un gettarla in grembo ai Francesi,

ed un aprir loro l'adito nel cuor del Piemonte, il senato deliberò di

starsene neutrale, aggiungendo in risposta, che molto gl'incresceva di

non poter deliberare altrimenti, ma che la necessità dei tempi non

ammetteva altra risoluzione. Quanto poi al fatto della Modesta, se ne

stette sui generali. Così Genova posta in pericoloso frangente non

satisfece dell'effetto nè agli uni, nè agli altri, e persistette in

quello stato, che certo era di maggiore utilità alla Francia che alla

lega; perciò Drake riempiva di querele tutta Italia contro i Genovesi,

chiamando la prudenza loro timidità Italiana, ed infezione Francese. Ma

alla deliberazione del senato diede anche favore il pensare, che forse

il popolo non avrebbe tollerato senza risentirsi la rottura della pace a

cagione dei profitti grandissimi, che per lui nascevano dalla

neutralità.

Il senato Veneziano fu nuovamente tentato a questi tempi. Era residente

in Venezia per parte dell'Inghilterra il cavaliere Worsley, personaggio

non tanto rotto quanto Harvey e Drake, ma pure intentissimo a procurare

gl'interessi dei confederati. Questi, o fosse la natura sua più

temperata, o comando del re, che portasse maggior rispetto a Venezia più

potente, che a Toscana ed a Genova più deboli, rappresentò modestamente

al senato, favellando piuttosto per modo di consiglio che di richiesta,

considerasse molto bene la repubblica di quanto danno fosse l'avere i

Francesi un'ambascerìa a Venezia, fonte e mezzo di trame pericolose ad

ogni buon governo; che per lei passavano i corrieri e le lettere dirette

a turbare l'Oriente; sapersi, che un d'Enin, già stato inviato a

Venezia, ed ora condottosi a Costantinopoli, vi usava ogni sforzo con

persuasioni lusinghevoli e con offerte di denaro, per concitare la Porta

Ottomana contro l'Austria e la Russia, acciocchè non potessero correre

con tanto apparato di forze contro la Francia; che d'Enin medesimo si

proponeva, ove non riuscisse a guadagnarsi il Divano, di concitar

tumulti ed ingiurie sui confini, massime per mezzo dei Ragusei corrotti

per danaro, affinchè la Porta risentendosi movesse le armi contro la

repubblica; che in ciò sperava d'Enin, che assaltata la repubblica da

nemico sì poderoso, chiamasse, in virtù del trattati, in ajuto

l'imperator di Germania, e che per questo si diminuirebbero le forze

della lega contro la Francia; che quella medesima ambascerìa in Venezia

intratteneva male pratiche coi Grigioni, esacerbandoli continuamente per

dar loro occasione di muoversi, con ricordare l'esclusione data loro dai

Veneziani, e la dissoluzione della lega nel 1766; che là passavano i

corrieri portatori dei semi pestiferi, là covavano i seminatori degli

scandali, là concorrevano gli scapestrati di Francia, ed ogni bandito

dalla patria per opere ree, o per malvage opinioni politiche; che

l'ambascerìa era un fomite continuo d'incendio per gli stati Veneti

stessi: perchè là venivano a rinvergare come a centro comune le lettere,

i giornali, e gli uomini perversi tanto di Francia, quanto d'Italia.

Pregava pertanto, ed esortava caldamente il senato, che fosse contento

di allontanare da Venezia quella occasione di scandali, quella sentina

di mali, quella radice di corruttele. Concludeva, che se il senato

consentisse a licenziare l'ambascerìa, e se vietasse ai Francesi le

tratte d'armi e di vettovaglie dagli stati della repubblica, sarebbero

gli alleati contenti, che nel resto conservasse la sua neutralità, e che

in caso di guerra dalla parte di Francia, se gli assicurerebbero gli

stati con tutte le forze della lega; che già fin d'allora gli si

offerivano le armate d'Inghilterra e di Spagna, ordinato di modo che ne

fossero preservati da ogni insulto. Queste parole, terminò dicendo,

porgere lui alla repubblica da parte del re suo signore, che gliene

comandò di bocca propria; porgerle per mandato del ministro Pitt;

porgerle ancora per mandato espresso dell'imperatrice di tutte le

Russie, dell'imperator d'Austria, e del re di Prussia. Si riscuotesse

adunque, e prendesse quelle deliberazioni, che a tempi tanto pericolosi,

a richieste tanto efficaci, ad offerte tanto generose, ed alla salute

stessa della repubblica si convenivano.

Il senato Veneziano, non mai solito ad appigliarsi a partiti

precipitosi, e credendo che la forza della Francia, quantunque

disordinata per la discordia, fosse formidabile per la rabbia, e capace

di fare qualche grande sbocco in Italia, volendo altresì conservar salvi

i traffichi di mare, rispose gravemente, voler serbar intera la

neutralità, non poter risolversi a licenziare l'incaricato d'affari di

Francia Jacob, ma che solamente il chiamerebbe incaricato della nazione

Francese, non della repubblica.

Worsley non fece altra dimostrazione, e continuò a starsene in Venezia;

dove continuamente biasimava i discorsi superbi di Harvey e di Drake al

gran duca, ed a Genova.

La cupidità del gran mastro dell'ordine di Malta alla guerra non essendo

più raffrenata dal timore dei Francesi a cagione dell'intervento

degl'Inglesi nel Mediterraneo, prese animo di manifestare più

apertamente quello, che già da lungo tempo sentiva rispetto agli affari

di Francia; imperciocchè, recandosi in ciò esortatore il re di Napoli,

aveva comandato, che tutti gli agenti Francesi se ne uscissero

dall'isola, e che i porti fossero chiusi a qualunque nave Francese sì

pubblica che privata, finchè durasse la presente guerra. Avendo poi

udito, che un d'Eymar mandato dal governo di Francia a risedere quale

incaricato d'affari a Malta in iscambio del cavaliere Caumont, che

continuava a starvi in nome del re Luigi, pubblicò, che non sarebbe mai

per accettare nè d'Eymar, nè altra persona che a lui si mandasse da

quella repubblica, ch'ei non doveva, nè poteva, nè voleva conoscere.

In cotal modo, essendo sorta la guerra tra la Francia, e l'Inghilterra,

e comparse le armate Inglesi nel Mediterraneo, si ravvivavano le

speranze dell'Austria e della Sardegna in Italia, furono serrati ai

Francesi tutti i porti del Mediterraneo e dell'Adriatico, salvo i

Veneziani, ed i Genovesi; s'aggiunsero alle forze della lega quelle

della chiesa e di Napoli, e l'aspettazione degli uomini divenne tanto

maggiore, quanto più vedevano, che se dall'un de' lati si era cresciuta

nuova forza ai confederati, dall'altro cresceva a proporzione la

concitazione ed il furore in Francia.

Oggimai si aprivano le occasioni agli accidenti importanti, ai quali da

lungo tempo tendevano i consigli dei confederati rispetto alle provincie

meridionali della Francia. La cacciata fatta dal consesso nazionale, e

la proscrizione della setta girondina, come la chiamavano, diè cagione a

coloro che la seguitavano, ed a coloro che od amavano la libertà,

conculcata dagli sfrenati giacobini, o s'intendevano con gli alleati per

rinstaurare il governo regio, di collegarsi, di correre all'armi, e di

far tumulti e sollevazioni. Già le città di Bordeaux, di Monpellieri e

di Nimes tumultuando mostravano con quanto sdegno avessero ricevuto le

novelle del cacciamento dei deputati loro: ma l'importanza del fatto

consisteva nella grossa città di Lione, che era stata la mira di tutte

le pratiche segrete tenute già da qualche tempo tra i capi della lega a

Torino, ed i capi degli scontenti. Congiuntisi nelle sue mura Biroteau,

ed alcuni altri capi dei girondini di minor nome, con Precy, commossero

all'armi tutta la città, e pubblicarono manifesti contro la tirannide

del consesso nazionale. Nè valsero le esortazioni e le minacce dei

rappresentanti del popolo e dei generali repubblicani a fare che i

Lionesi, oramai disposti a volerne venire agli estremi, si ritraessero

dalla determinazione loro. Che anzi moltiplicando ogni giorno più negli

sdegni, ed armandosi di tutta possa, più s'infierivano, quanto più erano

o lusingati, o minacciati. Nella quale deliberazione vieppiù si

confermavano, perchè avevano speranza che prima che i soldati del

consesso si fossero raccolti per combattergli, gli Austriaci ed i

Piemontesi sarebbero arrivati in ajuto loro. Confidavano poi eziandìo

che i Marsigliesi, che sapevano essersi mossi nel medesimo tempo,

sarebbero accorsi, siccome ne avrebbero dato intenzione. Nè dubitavano

che per viaggio eglino avrebbero tirate a se tutte le popolazioni, per

guisa che e Lionesi, e Provenzali, e Piemontesi, raccolta insieme tutta

la gioventù loro, avrebbero fatto un grande sforzo, a rovina ed a

conculcazione degli uomini scelerati, che allora reggevano la Francia. E

siccome anche nella Linguadoca e nella Guienna covavano umori contrarj

al consesso, così pareva certa la caduta della repubblica. Quest'erano

le speranze dei nemici del consesso da lungo tempo fomentate dagli

alleati, ed ora giunte al colmo per l'esorbitanze dei giacobini, per

l'accostamento dell'Inghilterra e della Spagna alla lega, e massimamente

per l'arrivo dell'armate Inglese e Spagnuola sulle coste della Provenza.

Acciocchè poi non si urtasse troppo con le opinioni, che correvano anche

fra coloro che secondavano tutto questo moto, tanto era forte

l'invasazione degli spiriti operata dalle nuove dottrine, si pubblicava

dagli scontenti, voler loro solamente resistere alla tirannide di

Parigi, dagli alleati, volere solamente ridurre le cose alle riforme

dell'ottantanove. Così mettendo avanti un proposito men odioso, e

velando con protestazioni moderate il vero fine loro con tutto quel

fondo di male, che porterebbe necessariamente con se una tanta mutazione

di stato in una nazione stimata ribelle, speravano di trovar minor

resistenza, e maggior favore nei popoli.

Non è proposito nostro il narrare particolarmente l'oppugnazione di

Lione, che poco tempo dopo seguì, e che fu uno dei fatti più memorabili

di quest'anno, sì pel valore e la ostinazione d'ambe le parti, e sì per

la immanità dei vincitori. Ma come prima i Lionesi erano insorti contro

l'autorità di chi reggeva, i Marsigliesi si erano levati ancor essi a

romore. Impazienti di starsene chiusi fra le mura, e raccolti sotto le

insegne in numero assai notabile, si dirizzarono al soccorso di Lione.

Non avevano i Lionesi trovato nei popoli circonvicini quell'aderenza,

che avevano sperato. La Savoja parteggiava pel governo nuovo; il

Delfinato, massime Grenoble, città capitale, non solo parteggiava pel

governo medesimo molto caldamente, ma era anche avversa per gelosìe

antiche a Lione. Intanto i Marsigliesi si vantavano di esser capaci da

se soli di vincer l'impresa e di salvar Lione. In fatti già avevano

varcato il fiume Duranza, e con ischiamazzo infinito erano entrati in

Avignone. Quivi commesso ogni male, già si avviavano verso le regioni

superiori del Rodano. A tanto moto si commossero ancora le popolazioni

della bassa Linguadoca; già gl'insorti dei due dipartimenti dell'Arauro

e del Gardo si erano fatti padroni della cittadella di Santo Spirito,

luogo molto importante a cagione del passo del Rodano.

Nel tempo medesimo s'incominciavano a colorire i disegni degli alleati.

I Piemontesi congiunti con qualche nervo di Austriaci erano calati

grossi dal monte Cenisio, e dal piccolo San Bernardo a fine d'invadere

la Morienna e la Tarantasia; anzi una parte di quelli che scendevano

dall'ultimo dei detti monti, avuto il passo per le terre del Vallese, si

dirizzavano ad occupare il Faussigny col pensiero di fare spalla

all'impresa di Tarantasia, e di rannodarsi verso la terra di Conflans

per quindi marciare, se la fortuna si mostrasse a tale segno favorevole,

sino a Lione. Tutte queste genti militavano sotto il governo del duca di

Monferrato, figliuolo del re, principe ottimo per mente e per costume, e

molto amato dai popoli per la natura sua facile e mansueta.

Dall'altra parte il re di Sardegna si era condotto col grosso

dell'esercito nella contea di Nizza, molto confidente di avere a

conseguir presto, con ricuperar un paese amato sopra tutti, e che gli

era stato occupato da un nemico odiatissimo, una piena e gloriosa

vittoria. Era suo intendimento di calarsi per le sponde del Varo a fine

di obbligare i Francesi ad evacuar la contea, o di tagliargli fuori

dalla Provenza, se non l'evacuassero. Aveva il re compagno a questa

impresa il duca d'Aosta, suo figliuolo secondogenito, principe molto

ardente in queste bisogne contro chi allora signoreggiava la Francia, e

che sempre aveva dimostrato pensieri alieni dalla pace. Questo era il

principale sforzo che i confederati volevano fare, sì perchè il re, come

già abbiamo narrato, non volle mai udire che si voltassero le forze più

grosse contro la Savoja per la impresa di Lione, sì perchè speravano

trovare, siccome il re medesimo si era persuaso, maggior aderenza nei

popoli, e sì finalmente perchè le armate confederate che correvano i

mari vicini, potevano dar polso alle cose che si tentavano. Così quel

nembo, che poco innanzi pareva dovesse tutto scagliarsi contro l'Italia

dalla Francia, ora si rivoltava contro la Francia dall'Italia.

Udite tutte queste cose, Kellerman accorreva prestamente in Savoja, dove

venuto al campo dei suoi, posto all'Ospedale presso Conflans, alloggio

principalissimo in quelle circostanze, ebbe con la sua presenza e con le

sue esortazioni tanto inanimato i soldati, che si mostrarono prontissimi

a mettersi a qualunque pericolo anzichè abbandonare il luogo commesso

alla fede loro. Nel tempo medesimo fe' venire dal campo di Tornus una

grossa schiera, tra la quale si osservavano principalmente un

battaglione intero di granatieri, e tre di volontarj, buona ed audace

gente; e stantechè il pericolo era oltre ogni dire grave, perchè se

l'esercito Italiano si congiungeva coi Lionesi, la signorìa del consesso

nazionale sarebbe giunta al suo fine in quelle parti, aveva, costretto

dall'estrema necessità, chiamato dal campo di Lione un'altra squadra, e

mandata nel Faussigny, che si trovava del tutto privo di difensori. A

questo si aggiunse, ch'ei fece la chiamata alle guardie nazionali della

Savoja, e del dipartimento vicino dell'Isero, acciocchè facendo un po'

di retroguardo agli stanziali, dessero loro coraggio, e potessero in

caso d'infortunio ristorar la fortuna della guerra. Per maggior

sicurezza ordinava, che si facessero trincee al passo di Barreaux, molto

importante alla sicurtà del Delfinato, e che si munissero d'artiglierìe,

avvisando, che con quel sospetto da fianco, gl'Italiani non si sarebbero

arditi di correre fino a Lione. Egli poi a motivo di poter sopravvedere

bene le cose, si venne a porre al castello delle Marcie, luogo centrale,

a cui accennavano le tre divisioni delle sue genti.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 10 / 25 段