l'audacia dei repubblicani e dato occasione agli alleati di sollevar
l'animo a più alte imprese. Se ne fecero allegrezze in Piemonte, e si
argomentava che la fuga di Savoia e di Nizza dalla mala condotta dei
capi, non da mancanza di valore nei soldati si doveva riconoscere.
Da un altro lato i repubblicani accusarono i capi loro di tradimento.
Kellerman, avute le novelle dei fatti avversi accaduti nell'Alpi
Marittime, si era condotto a Nizza per sopravveder le cose, e per
mettere in opera quei rimedj, che i tempi richiedessero. Il pericolo
maggiore era quello, che l'esercito alleato facendo punta verso il Varo,
si ficcasse in mezzo, nel qual caso sarebbe stato forza evacuare
prestamente tutta la contea. Considerato bene il tutto fe' munire
accuratamente i posti, che accennavano sulla estremità dell'ala sinistra
dell'esercito dell'Alpi Marittime, con porvi nove battaglioni grossi,
tra i quali uno di granatieri, ed alcune compagnie di soldati armati
alla leggiera. Guernivano i primi Lantosca, Bolena, e Belvedere lungo la
Vesubia, le seconde San Dalmazzo e Duplano, su quei monti che separano
la valle della Tinea da quella della Vesubia. Il fine che il generale
Francese si proponeva con munire questi luoghi, era di tener aperte le
strade a poter comunicare con le genti che tenevano il campo di Tornus,
per mezzo delle alture della Tinea, e nel tempo medesimo di stare
all'erta ed in buona guardia di quanto potesse sopraggiungere dalla
valle di Stura per qualche passo dei gioghi sommi, che coronano le Alpi
da quelle parti, e soprattutto dal colle delle Finestre, pel quale il
varco è molto più agevole. Gli dava molto sospetto un corpo grosso di
truppe Sarde ed Austriache, che si era adunato nei contorni di Saluzzo,
e poteva in due alloggiamenti condursi sulle alture, che dividono le
acque della Stura da quelle della Tinea, ed in tal modo tentare con
forze preponderanti qualche fatto grave in pregiudizio delle armi
Francesi.
A rincontro Colli e Dellera avevano fortificato di vantaggio, e munito
di genti fresche il colle di Raus, sul quale insisteva l'ala dritta
dell'esercito loro, e distendendosi su per quelle cime sino al forte di
Saorgio avevano speranza non solamente di resistere, ma ancora di
conseguire qualche onorata vittoria: non che volessero cimentare le
sorti non ancora mature, ma intendevano con difendere i luoghi commessi
alla fede loro, dar tempo a quei disegni importanti, che si maturavano
nelle consulte dei confederati.
L'arrivo delle armate Inglesi nel Mediterraneo, dando maggior animo agli
stati d'Italia, che già si erano dichiarati, diede anche occasione di
manifestarsi a coloro, che più per timore, che per desiderio di
neutralità, se n'erano stati fino allora inoperosi ad osservare. Per la
qual cosa il re di Napoli scoprendosi intieramente, chiudeva i porti ai
Francesi, e si obbligava a fornire alla lega sei mila soldati, con
grosse navi da guerra, e molte minori. Il papa medesimamente che aveva
causa particolare di temere dei Francesi a motivo delle faccende
religiose, armava, e prometteva di dar gente; ma Venezia, Genova e
Toscana persistevano nella neutralità. Però gl'Inglesi per farle venire
ad una deliberazione terminativa, aggiunsero alla presenza delle navi i
negoziati politici: mostrarono in questi trattati massimamente con
Genova e Toscana, tanta arroganza, che già fin d'allora ebbe l'Italia un
saggio, e potè prendere augurio di quello, che le preparavano Inglesi,
Tedeschi, e Francesi, cupidissimi tutti di mescolarsi in lei, e di
averne il dominio, come se per altri fosse creata, e non per se
medesima.
Un Harvey, ministro d'Inghilterra a Firenze, scriveva a Serristori,
ministro del gran duca, sapere tutta l'Europa le querele ch'egli aveva
fatte per la parzialità mostrata dal gran duca a favore della Francia;
avere fatto quanto era in poter suo per isvelare a Sua Altezza i
pericoli, che le sovrastavano per aver tuttavia comunicazione con una
nazione di regicidj, nemica di ogni legge e governo, con una nazione che
distruggeva la religione, che si bruttava le mani nel sangue del suo re,
del clero, dei nobili, e di tutti coloro che erano fedeli al re; non
ostante avere prevalso presso il gran duca i cattivi consiglj, e le
pericolose massime dei malvagi; volere pertanto lui venirne a
determinazioni vigorose; sapesse adunque il gran duca, che l'ammiraglio
Hood aveva comandato, che un'armata Inglese con una parte dell'armata
Spagnuola sarebbero venute a Livorno per vedere quello, che Sua Altezza
volesse farsi; sapesse inoltre Sua Altezza, e ciò l'Harvey dichiarare
per bocca dell'ammiraglio Hood, e in nome del re suo signore, che se nel
termine di dodici ore ella non aveva cacciato da' suoi stati de
La-Flotte, ministro di Francia, e gli altri suoi aderenti, l'armata
avrebbe assaltato Livorno. Badasse bene Sua Altezza a quello che si
facesse, poichè il solo mezzo di prevenire l'inimicizia d'Inghilterra
era di eseguire puntualmente, e subito quanto ora le si domandava, cioè
cacciasse La-Flotte, rompesse col consesso nazionale, e con quel governo
di Francia, facesse causa comune con gli alleati.
Tali furono le minacce del ministro Inglese al gran duca di Toscana: nel
qual favellare si vedono due grandissime insolenze; la prima si è quel
superbo favellare medesimo ad un sovrano indipendente, ad un principe di
casa Austriaca; la seconda quel rimproverare, che fa ad altrui un
Inglese di aver ucciso un re.
Rispose assai rimessamente Serristori, che il gran duca aveva dato
ordine, che La-Flotte, ed i suoi aderenti, che erano, fra gli altri, due
marchesi molto inclinati alle novità dei tempi, Chauvelin, e Fougere, se
ne partissero di Toscana il più presto che fosse possibile; ma non si
scoprì quanto all'accostarsi alla lega, ed al romper guerra alla
Francia. E come disse, così fece; poichè La-Flotte, e Chauvelin,
cacciati di Firenze, se ne andarono nello stato Veneto per la via di
Ferrara; La Fougere si ritrasse a Genova.
Le stesse minacce furono fatte, e nel medesimo tempo dal ministro
Inglese Drake ai Genovesi: assai e pur troppo aver tollerato, che un
Tilly ministro di Francia spargesse semi di discordia e di anarchìa
tanto nel Genovesato, quanto nei paesi circonvicini; doversi finalmente
por fine a tanto scandalo; però ei ricercava espressamente la repubblica
o accettasse l'amicizia dell'Inghilterra, cacciasse Tilly ed i suoi
aderenti, desse ricovero alle armate del re nel porto di Genova, ed in
tutto si risolvesse ad ajutare la lega, o altrimenti l'Inghilterra
avrebbe trattato, come nemica, la repubblica.
A queste minacciose ed inconvenienti parole s'aggiunsero fatti più
minacciosi, e più inconvenienti ancora; imperciocchè trovandosi la
fregata Francese la Modesta a stanziare nel porto di Genova, fu
improvvisamente assalita da due navi Inglesi, che le si erano a questo
fine poste a lato, e presa con uccisione di non pochi marinari, che vi
si trovarono a bordo.
Parve a tutti questo fatto, com'era veramente, di pessimo esempio; e se
prima si temevano le insolenze Francesi in uno stato così vicino, ora
vieppiù si temevano per la violata neutralità. In fatti non così tosto
si ebbe a Nizza notizia di questo attentato, che i rappresentanti del
popolo Robespierre giovane e Ricard, pubblicarono sdegnosamente uno
scritto, dicendo, che il patto sociale di tutte le nazioni era stato in
modo troppo indecente violato, che l'atroce fatto commesso nel porto di
Genova verso i membri della repubblica Francese da uomini, che si
qualificavano sudditi del monarca d'Inghilterra, aveva ed i diritti
delle nazioni oltraggiato, e messo in pericolo l'essere dell'umana
generazione; che tali fatti detestabili importavano a tutti i popoli,
principalmente a quel di Genova, che aveva veduto sotto agli occhi suoi
questo crimenlese contro la società; che il castigo ne doveva essere
tanto pronto, quanto terribile; e però Genova si risolvesse incontanente
a voler essere o amica degli amici, o nemica dei nemici della società
oltraggiata nelle persone dei repubblicani Francesi; protestavano poscia
al popolo Genovese, che se il senato tardasse a risolversi, ed a punire
con giusto ed esemplare castigo gli autori di un delitto commesso nel
suo porto, e sotto le bocche delle sue artiglierìe, sarebbe stimato
ostilità, e la repubblica avrebbe di per se fatto quanto crederebbe
necessario per vendicarsi di una sì orribile violenza.
Le medesime acerbe parole fece poco tempo dopo Robespierre maggiore
contro Genova favellando alla tribuna del consesso nazionale.
Il governo di Genova trovandosi stretto da due necessità, non sapeva a
qual partito appigliarsi. Pure siccome il non risolversi era peggio che
risolversi, e considerando dall'un dei lati, che i Francesi
difficilmente sarebbero venuti dalle minacce ai fatti finchè
l'Inghilterra avrebbe avuto la signorìa de' mari, a cagione che le coste
della Provenza non potevano trarre le vettovaglie da altri luoghi che
dal Genovesato, e finchè ancora gli Austro-Sardi starebbero forti ai
fianchi; dall'altro e quanto all'Inghilterra, che l'assaltar le riviere
era per lei di poco momento, e l'assaltar Genova difficile, e che di più
rompere la neutralità di Genova era un gettarla in grembo ai Francesi,
ed un aprir loro l'adito nel cuor del Piemonte, il senato deliberò di
starsene neutrale, aggiungendo in risposta, che molto gl'incresceva di
non poter deliberare altrimenti, ma che la necessità dei tempi non
ammetteva altra risoluzione. Quanto poi al fatto della Modesta, se ne
stette sui generali. Così Genova posta in pericoloso frangente non
satisfece dell'effetto nè agli uni, nè agli altri, e persistette in
quello stato, che certo era di maggiore utilità alla Francia che alla
lega; perciò Drake riempiva di querele tutta Italia contro i Genovesi,
chiamando la prudenza loro timidità Italiana, ed infezione Francese. Ma
alla deliberazione del senato diede anche favore il pensare, che forse
il popolo non avrebbe tollerato senza risentirsi la rottura della pace a
cagione dei profitti grandissimi, che per lui nascevano dalla
neutralità.
Il senato Veneziano fu nuovamente tentato a questi tempi. Era residente
in Venezia per parte dell'Inghilterra il cavaliere Worsley, personaggio
non tanto rotto quanto Harvey e Drake, ma pure intentissimo a procurare
gl'interessi dei confederati. Questi, o fosse la natura sua più
temperata, o comando del re, che portasse maggior rispetto a Venezia più
potente, che a Toscana ed a Genova più deboli, rappresentò modestamente
al senato, favellando piuttosto per modo di consiglio che di richiesta,
considerasse molto bene la repubblica di quanto danno fosse l'avere i
Francesi un'ambascerìa a Venezia, fonte e mezzo di trame pericolose ad
ogni buon governo; che per lei passavano i corrieri e le lettere dirette
a turbare l'Oriente; sapersi, che un d'Enin, già stato inviato a
Venezia, ed ora condottosi a Costantinopoli, vi usava ogni sforzo con
persuasioni lusinghevoli e con offerte di denaro, per concitare la Porta
Ottomana contro l'Austria e la Russia, acciocchè non potessero correre
con tanto apparato di forze contro la Francia; che d'Enin medesimo si
proponeva, ove non riuscisse a guadagnarsi il Divano, di concitar
tumulti ed ingiurie sui confini, massime per mezzo dei Ragusei corrotti
per danaro, affinchè la Porta risentendosi movesse le armi contro la
repubblica; che in ciò sperava d'Enin, che assaltata la repubblica da
nemico sì poderoso, chiamasse, in virtù del trattati, in ajuto
l'imperator di Germania, e che per questo si diminuirebbero le forze
della lega contro la Francia; che quella medesima ambascerìa in Venezia
intratteneva male pratiche coi Grigioni, esacerbandoli continuamente per
dar loro occasione di muoversi, con ricordare l'esclusione data loro dai
Veneziani, e la dissoluzione della lega nel 1766; che là passavano i
corrieri portatori dei semi pestiferi, là covavano i seminatori degli
scandali, là concorrevano gli scapestrati di Francia, ed ogni bandito
dalla patria per opere ree, o per malvage opinioni politiche; che
l'ambascerìa era un fomite continuo d'incendio per gli stati Veneti
stessi: perchè là venivano a rinvergare come a centro comune le lettere,
i giornali, e gli uomini perversi tanto di Francia, quanto d'Italia.
Pregava pertanto, ed esortava caldamente il senato, che fosse contento
di allontanare da Venezia quella occasione di scandali, quella sentina
di mali, quella radice di corruttele. Concludeva, che se il senato
consentisse a licenziare l'ambascerìa, e se vietasse ai Francesi le
tratte d'armi e di vettovaglie dagli stati della repubblica, sarebbero
gli alleati contenti, che nel resto conservasse la sua neutralità, e che
in caso di guerra dalla parte di Francia, se gli assicurerebbero gli
stati con tutte le forze della lega; che già fin d'allora gli si
offerivano le armate d'Inghilterra e di Spagna, ordinato di modo che ne
fossero preservati da ogni insulto. Queste parole, terminò dicendo,
porgere lui alla repubblica da parte del re suo signore, che gliene
comandò di bocca propria; porgerle per mandato del ministro Pitt;
porgerle ancora per mandato espresso dell'imperatrice di tutte le
Russie, dell'imperator d'Austria, e del re di Prussia. Si riscuotesse
adunque, e prendesse quelle deliberazioni, che a tempi tanto pericolosi,
a richieste tanto efficaci, ad offerte tanto generose, ed alla salute
stessa della repubblica si convenivano.
Il senato Veneziano, non mai solito ad appigliarsi a partiti
precipitosi, e credendo che la forza della Francia, quantunque
disordinata per la discordia, fosse formidabile per la rabbia, e capace
di fare qualche grande sbocco in Italia, volendo altresì conservar salvi
i traffichi di mare, rispose gravemente, voler serbar intera la
neutralità, non poter risolversi a licenziare l'incaricato d'affari di
Francia Jacob, ma che solamente il chiamerebbe incaricato della nazione
Francese, non della repubblica.
Worsley non fece altra dimostrazione, e continuò a starsene in Venezia;
dove continuamente biasimava i discorsi superbi di Harvey e di Drake al
gran duca, ed a Genova.
La cupidità del gran mastro dell'ordine di Malta alla guerra non essendo
più raffrenata dal timore dei Francesi a cagione dell'intervento
degl'Inglesi nel Mediterraneo, prese animo di manifestare più
apertamente quello, che già da lungo tempo sentiva rispetto agli affari
di Francia; imperciocchè, recandosi in ciò esortatore il re di Napoli,
aveva comandato, che tutti gli agenti Francesi se ne uscissero
dall'isola, e che i porti fossero chiusi a qualunque nave Francese sì
pubblica che privata, finchè durasse la presente guerra. Avendo poi
udito, che un d'Eymar mandato dal governo di Francia a risedere quale
incaricato d'affari a Malta in iscambio del cavaliere Caumont, che
continuava a starvi in nome del re Luigi, pubblicò, che non sarebbe mai
per accettare nè d'Eymar, nè altra persona che a lui si mandasse da
quella repubblica, ch'ei non doveva, nè poteva, nè voleva conoscere.
In cotal modo, essendo sorta la guerra tra la Francia, e l'Inghilterra,
e comparse le armate Inglesi nel Mediterraneo, si ravvivavano le
speranze dell'Austria e della Sardegna in Italia, furono serrati ai
Francesi tutti i porti del Mediterraneo e dell'Adriatico, salvo i
Veneziani, ed i Genovesi; s'aggiunsero alle forze della lega quelle
della chiesa e di Napoli, e l'aspettazione degli uomini divenne tanto
maggiore, quanto più vedevano, che se dall'un de' lati si era cresciuta
nuova forza ai confederati, dall'altro cresceva a proporzione la
concitazione ed il furore in Francia.
Oggimai si aprivano le occasioni agli accidenti importanti, ai quali da
lungo tempo tendevano i consigli dei confederati rispetto alle provincie
meridionali della Francia. La cacciata fatta dal consesso nazionale, e
la proscrizione della setta girondina, come la chiamavano, diè cagione a
coloro che la seguitavano, ed a coloro che od amavano la libertà,
conculcata dagli sfrenati giacobini, o s'intendevano con gli alleati per
rinstaurare il governo regio, di collegarsi, di correre all'armi, e di
far tumulti e sollevazioni. Già le città di Bordeaux, di Monpellieri e
di Nimes tumultuando mostravano con quanto sdegno avessero ricevuto le
novelle del cacciamento dei deputati loro: ma l'importanza del fatto
consisteva nella grossa città di Lione, che era stata la mira di tutte
le pratiche segrete tenute già da qualche tempo tra i capi della lega a
Torino, ed i capi degli scontenti. Congiuntisi nelle sue mura Biroteau,
ed alcuni altri capi dei girondini di minor nome, con Precy, commossero
all'armi tutta la città, e pubblicarono manifesti contro la tirannide
del consesso nazionale. Nè valsero le esortazioni e le minacce dei
rappresentanti del popolo e dei generali repubblicani a fare che i
Lionesi, oramai disposti a volerne venire agli estremi, si ritraessero
dalla determinazione loro. Che anzi moltiplicando ogni giorno più negli
sdegni, ed armandosi di tutta possa, più s'infierivano, quanto più erano
o lusingati, o minacciati. Nella quale deliberazione vieppiù si
confermavano, perchè avevano speranza che prima che i soldati del
consesso si fossero raccolti per combattergli, gli Austriaci ed i
Piemontesi sarebbero arrivati in ajuto loro. Confidavano poi eziandìo
che i Marsigliesi, che sapevano essersi mossi nel medesimo tempo,
sarebbero accorsi, siccome ne avrebbero dato intenzione. Nè dubitavano
che per viaggio eglino avrebbero tirate a se tutte le popolazioni, per
guisa che e Lionesi, e Provenzali, e Piemontesi, raccolta insieme tutta
la gioventù loro, avrebbero fatto un grande sforzo, a rovina ed a
conculcazione degli uomini scelerati, che allora reggevano la Francia. E
siccome anche nella Linguadoca e nella Guienna covavano umori contrarj
al consesso, così pareva certa la caduta della repubblica. Quest'erano
le speranze dei nemici del consesso da lungo tempo fomentate dagli
alleati, ed ora giunte al colmo per l'esorbitanze dei giacobini, per
l'accostamento dell'Inghilterra e della Spagna alla lega, e massimamente
per l'arrivo dell'armate Inglese e Spagnuola sulle coste della Provenza.
Acciocchè poi non si urtasse troppo con le opinioni, che correvano anche
fra coloro che secondavano tutto questo moto, tanto era forte
l'invasazione degli spiriti operata dalle nuove dottrine, si pubblicava
dagli scontenti, voler loro solamente resistere alla tirannide di
Parigi, dagli alleati, volere solamente ridurre le cose alle riforme
dell'ottantanove. Così mettendo avanti un proposito men odioso, e
velando con protestazioni moderate il vero fine loro con tutto quel
fondo di male, che porterebbe necessariamente con se una tanta mutazione
di stato in una nazione stimata ribelle, speravano di trovar minor
resistenza, e maggior favore nei popoli.
Non è proposito nostro il narrare particolarmente l'oppugnazione di
Lione, che poco tempo dopo seguì, e che fu uno dei fatti più memorabili
di quest'anno, sì pel valore e la ostinazione d'ambe le parti, e sì per
la immanità dei vincitori. Ma come prima i Lionesi erano insorti contro
l'autorità di chi reggeva, i Marsigliesi si erano levati ancor essi a
romore. Impazienti di starsene chiusi fra le mura, e raccolti sotto le
insegne in numero assai notabile, si dirizzarono al soccorso di Lione.
Non avevano i Lionesi trovato nei popoli circonvicini quell'aderenza,
che avevano sperato. La Savoja parteggiava pel governo nuovo; il
Delfinato, massime Grenoble, città capitale, non solo parteggiava pel
governo medesimo molto caldamente, ma era anche avversa per gelosìe
antiche a Lione. Intanto i Marsigliesi si vantavano di esser capaci da
se soli di vincer l'impresa e di salvar Lione. In fatti già avevano
varcato il fiume Duranza, e con ischiamazzo infinito erano entrati in
Avignone. Quivi commesso ogni male, già si avviavano verso le regioni
superiori del Rodano. A tanto moto si commossero ancora le popolazioni
della bassa Linguadoca; già gl'insorti dei due dipartimenti dell'Arauro
e del Gardo si erano fatti padroni della cittadella di Santo Spirito,
luogo molto importante a cagione del passo del Rodano.
Nel tempo medesimo s'incominciavano a colorire i disegni degli alleati.
I Piemontesi congiunti con qualche nervo di Austriaci erano calati
grossi dal monte Cenisio, e dal piccolo San Bernardo a fine d'invadere
la Morienna e la Tarantasia; anzi una parte di quelli che scendevano
dall'ultimo dei detti monti, avuto il passo per le terre del Vallese, si
dirizzavano ad occupare il Faussigny col pensiero di fare spalla
all'impresa di Tarantasia, e di rannodarsi verso la terra di Conflans
per quindi marciare, se la fortuna si mostrasse a tale segno favorevole,
sino a Lione. Tutte queste genti militavano sotto il governo del duca di
Monferrato, figliuolo del re, principe ottimo per mente e per costume, e
molto amato dai popoli per la natura sua facile e mansueta.
Dall'altra parte il re di Sardegna si era condotto col grosso
dell'esercito nella contea di Nizza, molto confidente di avere a
conseguir presto, con ricuperar un paese amato sopra tutti, e che gli
era stato occupato da un nemico odiatissimo, una piena e gloriosa
vittoria. Era suo intendimento di calarsi per le sponde del Varo a fine
di obbligare i Francesi ad evacuar la contea, o di tagliargli fuori
dalla Provenza, se non l'evacuassero. Aveva il re compagno a questa
impresa il duca d'Aosta, suo figliuolo secondogenito, principe molto
ardente in queste bisogne contro chi allora signoreggiava la Francia, e
che sempre aveva dimostrato pensieri alieni dalla pace. Questo era il
principale sforzo che i confederati volevano fare, sì perchè il re, come
già abbiamo narrato, non volle mai udire che si voltassero le forze più
grosse contro la Savoja per la impresa di Lione, sì perchè speravano
trovare, siccome il re medesimo si era persuaso, maggior aderenza nei
popoli, e sì finalmente perchè le armate confederate che correvano i
mari vicini, potevano dar polso alle cose che si tentavano. Così quel
nembo, che poco innanzi pareva dovesse tutto scagliarsi contro l'Italia
dalla Francia, ora si rivoltava contro la Francia dall'Italia.
Udite tutte queste cose, Kellerman accorreva prestamente in Savoja, dove
venuto al campo dei suoi, posto all'Ospedale presso Conflans, alloggio
principalissimo in quelle circostanze, ebbe con la sua presenza e con le
sue esortazioni tanto inanimato i soldati, che si mostrarono prontissimi
a mettersi a qualunque pericolo anzichè abbandonare il luogo commesso
alla fede loro. Nel tempo medesimo fe' venire dal campo di Tornus una
grossa schiera, tra la quale si osservavano principalmente un
battaglione intero di granatieri, e tre di volontarj, buona ed audace
gente; e stantechè il pericolo era oltre ogni dire grave, perchè se
l'esercito Italiano si congiungeva coi Lionesi, la signorìa del consesso
nazionale sarebbe giunta al suo fine in quelle parti, aveva, costretto
dall'estrema necessità, chiamato dal campo di Lione un'altra squadra, e
mandata nel Faussigny, che si trovava del tutto privo di difensori. A
questo si aggiunse, ch'ei fece la chiamata alle guardie nazionali della
Savoja, e del dipartimento vicino dell'Isero, acciocchè facendo un po'
di retroguardo agli stanziali, dessero loro coraggio, e potessero in
caso d'infortunio ristorar la fortuna della guerra. Per maggior
sicurezza ordinava, che si facessero trincee al passo di Barreaux, molto
importante alla sicurtà del Delfinato, e che si munissero d'artiglierìe,
avvisando, che con quel sospetto da fianco, gl'Italiani non si sarebbero
arditi di correre fino a Lione. Egli poi a motivo di poter sopravvedere
bene le cose, si venne a porre al castello delle Marcie, luogo centrale,
a cui accennavano le tre divisioni delle sue genti.