I buoni utopisti intanto non si svegliavano dal forte sonno, e

continuavano nelle loro beatitudini, non che scusassero le enormità di

Francia, che anzi le detestavano, ma stimavano fra breve dover cessare

per far luogo alla felicissima repubblica. Fra loro i migliori, e quelli

che non andavano presi alle grida, sapevano che non si poteva mutar lo

stato senza molte calamità, nè ignoravano che la presenza in Italia di

una gente inquieta, non poteva portar con se se non un diluvio di mali;

ma si consolavano col pensare che i Francesi, come incostanti, avrebbero

finalmente lasciato Italia in balìa propria, e con quel reggimento

politico che più si desiderava. A tutto questo si aggiungevano altri

stimoli: credevano, i governi Italiani aver certamente bisogno di

riforme, ma molto più ancora credevano, qualunque fosse il modo di

governo che si avesse ad ordinare, che l'Italia abbisognasse di

sottrarsi a quell'impotente giogo, a cui era posta da tanti secoli, e di

risorgere a nuova vita, ed a nuova grandezza, nel qual pensiero erano

infiammatissimi. Spargevano, esser venuto il tempo, che Italia

pareggiasse Germania e Francia per potenza, come le pareggiava per

civiltà, e per dottrina; dovere l'Italia moderna assomigliarsi

all'antica; quei governi vieti ed umilianti non esser pari a tanto

disegno, quelli spartimenti di stati essere pregiudiziali alla

independenza; assai e pur troppo aver corso i forestieri a posta loro

l'Italia; doversi finalmente alzar l'animo a più larghi pensieri; ora

dovere questa nobile provincia aver tali condizioni, che la speranza

della debolezza sua non dia più ai forestieri ardire di assaltarla; e

poichè la libertà comune non si poteva conseguire se non con un

rivolgimento totale, così questo doversi meglio desiderare che fuggire.

A che montare mali passeggieri in soggetto di perpetua felicità?

Benediranno, aggiungevano, benediranno i posteri con infinite laudi

coloro, ai quali non rifuggì l'animo d'incontrar mille pericoli, di

soggettarsi a calamità senza fine per creare un beato vivere all'Italia.

Era fra i zelatori di novità una rara spezie; quest'era di ecclesiastici

di buoni costumi, e di profonda dottrina, i quali nemici alla potenza

immoderata dei papi, che chiamavano usurpata, s'immaginavano, che come

in Francia essa era stata distrutta, così sarebbe in Italia, se i

Francesi vi ponessero piede. A questi pareva, che il governo popolare

politico molto si confacesse con quel governo popolare religioso, che

era in uso fra i Cristiani nei tempi primitivi della chiesa. Gridavano,

essersi accordati i papi coi re per introdurre la tirannide nello stato

e nella chiesa; doversi i popoli accordare per introdurvi la libertà con

ritirare l'uno e l'altra verso i suoi principj. I giovani allievi delle

scuole di Pavia e Pistoia avevano, e propagavano queste dottrine. Fra i

vecchi poi ve n'erano anche de' più pertinaci nelle opinioni loro, e

questi per l'autorità che avevano grandissima, mettevano divisione fra

la gente di chiesa.

A tutte queste sette si aggiungeva quella degli ottimati, o vogliam

dire, per parlar secondo i tempi, la setta aristocratica, la quale avida

anch'essa del dominare e nemica ugualmente alla autorità reale ed

all'autorità popolare, sperava, che in mezzo alle turbazioni potesse

sorgere la sua potenza. Questi settarj avvisavano, che lo stato popolare

si volge sempre all'aristocrazìa, per l'autorità che danno

necessariamente le ricchezze, le dottrine, la esperienza e la celebrità

del nome; e non dubitavano che debilitata, o spenta l'autorità reale, e

male ordinata quella del popolo, avesse a nascere l'anarchìa, per fuggir

la quale il popolo suol sempre ricorrere all'autorità dei pochi. Fra

questi erano quei nobili massimamente, che, ragguardevoli per ricchezze,

e per virtù, non tenevano i magistrati, e se ne vivevano lontani dalle

corti. Desideravano le novità, ma siccome quelli, che erano astuti e

pratichi del mondo, ed anche pretendevano dignità ad ogni proceder loro,

non macchinavano, anzi se ne stavano in disparte ad aspettar quietamente

quello, che la fortuna si cacciasse avanti; imperciocchè non ignoravano,

che a chi comincia, sempre mal n'incoglie, e che la necessità senza

nissuna cooperazione loro avrebbe indotto il loro dominio. Così costoro

nè ajutavano, nè disajutavano la potenza reale che pericolava, e

aspettavano la loro esaltazione dalla potenza popolare che loro era

nemica.

Tal'era la condizione d'Italia: i buoni esperti volevano la

conservazione per previdenza di male, i buoni inesperti volevano le

novità per isperanza di bene; i malvagi desideravano rivoluzioni per

dominare e per succiarsi lo stato; il clero stesso parteggiava; dei

nobili alcuni erano fedeli e temperati, altri fedeli ed insolenti, e per

l'insolenze loro operatori che nascessero male inclinazioni nel popolo;

altri finalmente poco fedeli, ma prudenti, aspettavano quietamente le

occasioni: in mezzo a tutte queste inclinazioni s'indebolivano

continuamente i fondamenti dello stato; pure la massa dei popoli

perseverava sana, ed avrebbe potuto essere di grande appoggio a chi

avesse saputo usarla prudentemente, e fortemente.

Narrati i preparamenti, le trame, e le speranze d'ambe le parti, ora

descriveremo gli accidenti che portò seco la fortuna dell'armi: nella

quale trattazione si dovrà sempre por mente, che in quest'anno

intenzione dei Francesi non era di farsi strada in Italia per forza, se

non nel caso in cui la fortuna avesse loro scoperto occasioni molto

favorevoli; perciò disegnavano di starsene sulla guerra difensiva,

mentre dall'altro canto gli alleati volevano ad ogni modo, usando la

offensiva, penetrare nell'interno della Francia.

I Francesi, prevedendo una guerra vicina coll'Inghilterra e la Spagna,

potenze forti sull'armi navali, e volendo usare la breve signorìa che

restava loro nel Mediterraneo, avevano ordinato una spedizione contro

l'isola di Sardegna. Speravano che qualche moto interiore avrebbe

ajutato l'impresa, che era per loro di grand'importanza, perchè l'avere

un rifugio nei porti di Sardegna nel caso di guerra marittima e di

burrasche, era stimato utilissimo; poi i fromenti che l'isola produce in

abbondanza, offerivano un opportuno ristoro alle coste della Provenza

sterili per se stesse, e non sicure per la presenza dei nemici sul mare.

A questo dava anche fomento il considerare, che per l'autorità di Paoli,

la Corsica si commoveva contro il governo testè ordinato in Francia. Si

argomentava essere necessaria la possessione della Sardegna per

conservar quella della Corsica, che già pericolava. Stimolato da questi

motivi il governo di Francia avea messo in ordine un'armata nel porto di

Tolone, composta di ventidue navi da guerra, fra le quali se ne

noveravano diecinove grosse di fila; e per combattere su terra, ed usar

le occasioni che si appresentassero, vi aveva imbarcato seimila soldati

atti a combattere nelle battaglie stabili di terra. Questa mole

guerriera dovevano seguitare molte navi da carico per imbarcarvi i

fromenti, e trasportargli in Francia. Il governo di sì fiorita

spedizione fu dato all'ammiraglio Truguet: laonde, trovandosi ogni cosa

in pronto, ed appena giunto l'anno 1793, l'armata Francese salpando da

Tolone, se ne veleggiava con vento prospero verso la Sardegna; vi giunse

prima del finir di gennajo, ed il dì ventiquattro del medesimo mese pose

l'ancora, mostrando un terribile apparato, nel porto di Cagliari; nè

ponendo tempo in mezzo, l'ammiraglio mandò un uffiziale con venti

soldati a far la chiamata alla città. Quì, secondo che narrano gli

scrittori Francesi più degni di fede, nacque il medesimo caso che già

abbiamo deplorato di Oneglia, cioè che i Sardi, veduto avvicinarsi il

palischermo sul quale era inalberata la nuova insegna dei tre colori,

trassero sì che l'uffiziale, e quattordici soldati restarono morti, e la

più parte degli altri feriti. L'ammiraglio pose mano a fulminare, ed a

bombardare la piazza con tutto il pondo delle sue artiglierìe. Nè i

difensori se ne stettero oziosi; spesseggiando coi colpi, e traendo con

palle di fuoco contro le navi Francesi, sostenevano una ferocissima

battaglia. Questo assalto durò tre giorni con poco danno dei Sardi, ma

con gravissimo dell'armata Francese, della quale una nave grossa arse, e

due andarono di traverso. Le altre o rotte sconciamente nel corpo, o

lacerate negli arredi, a stento potevano mareggiare. In questo mentre,

oltre il presidio che combattè egregiamente, massime i cannonieri,

arrivarono i montanari, che già si erano mossi quando dall'alto avevano

veduto avvicinarsi l'armata nemica; ed ora essendo stati distribuiti ai

luoghi più opportuni, minacciavano di rincacciare e di uccidere chiunque

si attentasse di sbarcare; memorabile esempio di fedeltà civile, e di

virtù militare. Nè fu inutile l'opera loro, poichè i Francesi, mentre

più ardeva la battaglia, avevano posto piede a terra nei luoghi

circonvicini, sperando di far muovere i popoli a favor loro, od almeno,

dando diversi riguardi e spartendo le forze nemiche, di far rallentare

la difesa della città, nella quale consisteva tutta l'importanza del

fatto. Ma coloro che sbarcarono o restarono uccisi, o costretti dai

montanari si ricoverarono precipitosamente alle navi. Così restò vana la

fatica ed il desiderio dell'ammiraglio di Francia. Perderono i Francesi

in questo conflitto circa seicento buoni soldati. Dal canto dei Sardi,

cinque solamente furono uccisi, pochi feriti. Nè Cagliari ricevè danno

proporzionato a tanto bersaglio; solo i sobborghi situati di sotto e più

vicini al mare patirono. L'ammiraglio, veduto che gl'isolani, nei quali

aveva posto la principale speranza, non solamente non avevano fatto

movimento in suo favore, ma ancora avevano validamente combattuto contro

di lui, disperato dell'evento, si allargò nel mare lontano dalla portata

delle batterìe, quantunque tuttavia stanziasse ancora con le sue navi,

così lacere come erano, per qualche tempo nelle acque del golfo di

Cagliari. Ma poco stante, non essendo senza sospetto di ammottinamento

ne' suoi soldati, come suole avvenire nelle disgrazie, e levatasi una

furiosa tempesta, se ne andò di nuovo a porre nel porto di Tolone, dove

l'attendevano casi ancor più tremendi.

Mentre in tal modo una guerra viva si era accesa e presto spenta sulle

coste di Sardegna, le cose della Corsica non passavano quietamente: la

perdita medesima dell'impresa di Cagliari diè fomento a coloro, che

scontenti del governo di Francia macchinavano di rivolgere lo stato.

Mosso dall'odio antico e dall'ingiurie recenti, andava Paoli sollevando

ed armando le popolazioni, massimamente nei luoghi montuosi ed

inaccessi. Al qual disegno gli preparavano la strada la chiarezza del

suo nome, la venerazione in cui lo avevano i Corsi, le esorbitanze dei

repubblicani. Pubblicava, essere oramai venuto il tempo di levarsi dal

collo la superiorità Francese stata sempre intollerabile, ed ora per

l'insolita ferocia diventata intollerabilissima; lo sdegno di tutta

l'Europa, e la rabbia interna, che consumava la Francia, aprir l'adito a

compire quello che una volta impedirono i fati inesorabili; afferrassero

la fortuna propizia, si liberassero dai tiranni, acquistassero la

independenza, fondassero la libertà; bastare quelle anime forti, bastare

quei corpi robusti all'onorata impresa, ma per soprappiù già muoversi in

ajuto loro la potente Inghilterra; avere l'Inghilterra forza sufficiente

per ajutare la libertà d'altri, non sufficiente per opprimerla;

cacciassero quei crudeli stromenti mandati da una crudelissima assemblea

a taglieggiare, a decimare la generosa ed innocente Corsica;

cacciassero, o tuffassero nel mare i Casabianca, i Saliceti, gli Arena

con tutti gl'infami satelliti loro; già titubare i loro eserciti, già

cercar rifugio ai luoghi forti del lido, pronti a salpare, già fuggire

dalle terre di Sardegna la vinta armata loro, già a pena trovar ricovero

lacera e conquassata nel porto di Tolone. Sorgessero adunque, e

mostrassero al mondo, non essere spenti in loro quei generosi spiriti,

che detestarono una vendita infame, e combatterono con tanta gloria il

compratore.

Queste esortazioni fatte da un uomo di tanta autorità, e tanto eminente

sopra il grado privato, producevano effetti incredibili. Le secondavano

col credito e con le persuasioni coloro, che erano o amatori della

libertà, o fastiditi della signorìa di Francia, o dipendenti

dall'Inghilterra. I montanari mossi alla voce del mantenitore della

libertà Corsa, calavano in folla, pronti a combattere sotto le sue

insegne contro gl'intemperanti repubblicani. Le stesse città principali

di Corte, e di Ajaccio, mutato l'ordine pubblico, accettavano il nuovo

governo, rivocavano dal consesso nazionale di Francia i loro deputati,

chiamavano Paoli generalissimo delle genti, ribandivano i fuorusciti,

restituivano il clero nella pristina condizione, e fatto un grosso di

miladugento soldati bene armati s'impadronivano delle riposte pubbliche,

ed assaltavano le genti della repubblica. I soldati repubblicani

sorpresi da tanto tumulto, e ad impeto sì improvviso, fatto prima un

poco di testa ai luoghi più forti, si ritirarono nelle fortezze di

Bastìa, e di San Fiorenzo. Era sorta intanto la guerra tra la Gran

Brettagna, e la Francia, accidente di sì supremo momento per ambe le

parti. Ne pigliavano nuovi spiriti quei Corsi, che aderivano a Paoli, e

detestavano il nome di Francia.

Intanto per dar forma al governo nuovo, e ricompor quello che il

disordine dei popoli tumultuanti aveva scomposto, Paoli aveva adunato

una consulta, che procedendo secondo i tempi, gli conferiva potestà di

fare quanto credesse necessario alla conservazione della libertà, ed

alla salute del popolo. Nel tempo medesimo bandiva sotto pena di morte i

commissarj di Francia Casabianca, Saliceti ed Arena.

Il consesso nazionale, udite queste novità, risentitamente deliberando

decretava, essere cassa la consulta di Corsica, si arrestasse Paoli, si

conducesse alla sbarra dell'assemblea, fossero Casabianca, Saliceti ed

Arena investiti di qualunque suprema facoltà per rinstaurar lo stato e

castigar i ribelli. Mandarono al general Lacombe Saint-Michel, anch'esso

rappresentante, come dicevano, del popolo, adunasse prestamente quanti

soldati stanziali, quante guardie nazionali, quante genti d'armi, e

quanti marinari abili all'armi potesse, e marciasse contro i ribelli.

Obbediva agli ordini Lacombe; nel medesimo tempo i commissarj del

consesso fulminavano con gli scritti e con le parole contro Paoli, e

contro coloro che a lui si aderivano, gli chiamavano uomini vili,

traditori della patria, prezzolati dall'avara Inghilterra; invitavano le

popolazioni a conservarsi in fede, ad accorrere con le armi per

assicurare a se non quella contaminata libertà antica, ma la nuova, la

sola, la vera, quella che fondata era sui diritti dell'uomo; questa non

poter dare, anzi a lei esser nemica l'Inghilterra; sola la Francia

difenditrice dei dritti eterni, poterla dare; si ricordassero del dolce

dominio col quale la Francia le aveva sempre rette, della fratellanza

nata, degl'interessi fatti comuni; conoscere loro la Francia, e sapere

con quali termini si potesse vivere con lei; non conoscere

l'Inghilterra, anzi conoscerla troppo bene, e sapere esser sempre

venditrice così del bene, come del male; quei mercanti superbi,

vantatori essere di una libertà dubbia in casa loro, mantenitori aperti

di una tirannide certa in casa altrui; non sopportassero di diventar

fautori della tirannide universale, alla quale mirava l'Inghilterra;

fossero Francesi, fossero Corsi, non fossero Inglesi; si ricordassero,

che una nuova via e non mai più udita era aperta al mondo per arrivare

alla felicità, e questa tenere la generosa Francia. Aggiungevano a

queste esortazioni parole terribili e gonfie, secondo il solito,

minacciando castigo inevitabile, e prigioni, e confische, e morti a chi

contrastasse. Alcuni mossi dall'amore nè del bene nè del male, ma solo

dall'amor delle parti, che e per antica consuetudine, e per natura

tenace dei popoli sono sempre e vive e perpetue nelle isole, seguitavano

le insegne Francesi. Altri si conducevano alla medesima deliberazione

per desiderio di libertà, credendo, che là fosse dove non era, ed altri

finalmente per cupidità di commetter male in mezzo alle turbazioni.

Raggranellati questi Corsi, ed adunati, come meglio potè, i suoi

soldati, Lacombe era uscito dai forti; dall'altra parte insisteva Paoli

con le sue genti collettizie. Ne sorgeva tra quelle rupi una guerra

minuta e feroce, nella quale morivano molti, accusandosi, come suol

avvenire nelle guerre civili, le due parti di crudeltà orribili, parte

vere, parte esagerate. Prevalevano ne' giusti incontri le genti

disciplinate di Lacombe, ma nella guerra sparsa avevano il vantaggio le

genti di Paoli, le quali avendo le popolazioni amiche, e conoscendo i

tragetti, tendevano insidie e facevano sorprese. Non ostante, il

generale Francese s'avanzava; già Nusa e Dolmetta erano venute in poter

suo, e già il forte di Farinuolo era stato preso d'assalto; già parecchi

cantoni più vicini a Calvi, ed agli altri luoghi che si tenevano per

Paoli, o vinti per forza o spaventati dall'apparenza arresisi,

imploravano la generosità del vincitore; e se non pareva che fosse

possibile, che i Francesi sforzassero i Corsi nei luoghi alpestri, non

si vedeva dall'altro canto come i Corsi potessero sforzare i Francesi

forti per disciplina e per artiglierìe, nelle pianure e nelle terre che

occupavano sul lido.

Mentre in cotal modo le sorti della Corsica pendevano incerte, si

scopersero improvvisamente sulle sue coste più di venti navi Inglesi da

guerra le quali facevano opera per intraprendere quelle che si avviavano

all'isola. Poscia appoco appoco accostatesi al lido, infestavano con

bombe e con palle i luoghi, che Paoli assaltava dalla parte di terra;

poste anche sul lido alcune genti, ed unite con le schiere di Paoli,

rendevano molto difficile la difesa ai Francesi. Per la qual cosa

Lacombe, abbandonata l'isola, si ritirava a Genova sul principiar di

maggio. Rimanevano in mano dei Francesi Bastìa, Calvi e San Fiorenzo; ma

non soprastettero ad entrar sotto la divozione del vincitore. Così tutta

la Corsica dopo di aver obbedito al freno di Francia lo spazio di

venticinque anni, venne, non so se mi debba dire in potestà propria, od

in potestà dell'Inghilterra.

Cacciati i Francesi dall'isola, vi fu creato un governo per modo di

provvisione, che intieramente dipendeva da Paoli, e dalla parte

contraria alla Francia; l'autorità dei municipj fu ordinata secondo le

forme antiche. Paoli s'accorgeva che questa condizione, siccome

transitoria, poteva terminarsi in molte maniere; però desiderava di

stringere, sì per fare un destino certo alla sua patria, e sì ancora per

metterla in grado di resistere ai tentativi della Francia sì vicina e sì

potente. Da un altro lato era pensiero dell'Inghilterra, per le medesime

ragioni, e per avere un piè fermo nell'isola tanto opportuna a' suoi

traffichi, a' suoi arsenali, ed alla sua potenza, che si venisse ad un

partito determinativo. A questo fine Paoli applicò l'animo a sollecitare

il re della Gran Brettagna, acciocchè ordinato un governo libero in

Corsica, ne pigliasse protezione, e il difendesse dagli assalti della

Francia; gratissimo suono all'Inghilterra. Da questo seguitarono gli

accidenti, che racconteremo nel seguente libro. Luttuosa condizione de'

tempi, che un Paoli non abbia saputo o potuto trovare altro rimedio di

sottrarre la sua patria dal giogo della Francia, se non col darla in

preda all'Inghilterra; il che dimostra o che Paoli vecchio non aveva più

i medesimi spiriti di Paoli giovane, o che la lunga famigliarità

cogl'Inglesi non gli aveva lasciato l'animo intero, o finalmente che la

sua parte in Corsica non era tale, che potesse di per se stessa

resistere a quella che seguitava il nome di Francia.

La guerra sorta coll'Inghilterra e con la Spagna, e le loro armate, che

o già erano giunte, o frappoco si attendevano nel Mediterraneo, erano

occasione di molesti pensieri ai Francesi, che occupavano la contea di

Nizza; poichè essendo i Piemontesi signori dei sommi gioghi dell'Alpi,

potevano con evidente vantaggio calare, e sboccare a danno loro nei

luoghi più bassi, ed unitisi improvvisamente con qualche forza di gente

Spagnuola od Inglese scesa a terra, cagionar loro qualche notabile

pregiudizio. Perchè Brunet che governava a quei tempi l'esercito di

Nizza, si risolvette a tentar qualche impresa di momento prima che i

confederati si fossero fatti forti nel mari vicini. Il fine di questo

moto era di cacciare i Piemontesi dalle sommità, e prender per se quel

vantaggio, che allora si trovava in mano del nemico. Partitosi adunque

sul principiar di maggio dalla Scarena, si dirizzava verso i monti. E

siccome l'esercito Piemontese era padrone di tutte le creste, così gli

fu d'uopo dividere le sue genti in moltiplici assalti. Dava il governo

della dritta al generale Dumorbion per assaltare il campo posto sul

monte Peruzzo, e quel della stanca al generale Serrurier per

impadronirsi del colle di Raus, fazione più importante, e più difficile

delle altre; ma per battere nel medesimo tempo i campi intermezzi di

Liniere, del Molinetto, e del monte Fogasso, comandava al generale

Mioskoski che si sforzasse di guadagnar quei gioghi aspri e montuosi.

Erano i Piemontesi sotto la condotta dei generali Colli, e Dellera;

siccome avevano avuto intesa della mossa del nemico, così se ne stavano

apparecchiati per ributtarlo. Adunque preparati gli uomini e le armi

dall'una parte e dall'altra, andavano il dì otto giugno i Francesi

all'assalto con un valore, e con una furia incredibile; nè la difficoltà

dei luoghi, nè il calore della stagione, che era smisurato, nè la

tempesta di palle, che fioccavano loro addosso, non gli poterono

rattenere, che non giungessero fin sotto le trincee, con le quali sul

sommo dei gioghi si erano i Piemontesi fortificati. Tanto fu l'impeto

loro, che tutti i posti furono sforzati, salvo quello di Raus, sotto il

quale si combatteva ostinatissimamente. Arrivarono i repubblicani con

un'audacia inestimabile fin sotto le bocche dell'artiglierìe Italiane;

ma quanti arrivavano, tanti erano uccisi. Continuò la battaglia con

molto valore da ambe le parti con poco danno dei Piemontesi, e con

gravissimo danno dei Francesi, i quali rinfrescando continuamente con

nuovi rinforzi i combattenti, sostenevano quel duro scontro. Ma in

questo punto i capi regj, veduta l'ostinazione del nemico, mandarono al

capitano Zin, piantasse le artiglierìe in un giogo vicino, e di là lo

fulminasse sul fianco. Il qual consiglio opportuno per se, fu con tanta

arte, e con sì gran valore eseguito da Zin, che, percossi i repubblicani

di costa, e raffrenata la temerità loro, abbandonarono precipitosamente

l'impresa, ritirandosi, e lasciando i fianchi di quelle montagne

miseramente cospersi dei cadaveri dei compagni loro. In questo fatto

mostrarono i Francesi il solito valore impetuoso, e sconsiderato; i

Piemontesi, massimamente gli artiglieri, ed il reggimento provinciale

d'Acqui, che difendeva le trincee di Raus, arte, e costanza. Perdettero

i primi in questo fatto meglio di quattrocento buoni soldati tra morti,

feriti e prigionieri; negli altri assalti dati in questo medesimo

giorno, circa trecento. Ne perdettero i secondi in tutta la giornata

circa trecento con due cannoni, e molti arnesi da guerra. Ma tale era

l'importanza del colle di Raus, che i repubblicani, non isbigottitisi

all'infelice successo della battaglia degli otto, lo assaltarono di

nuovo il dì dodeci dello stesso mese con ben dodeci mila soldati

risolutissimi a voler vincere. Ma nè il numero, nè il valor loro

poterono operar tanto, che non fossero una seconda volta con gravissima

perdita risospinti. Così fu conservato in poter dei Piemontesi il forte

posto di Raus, dal quale intieramente pendevano gli accidenti della

guerra in quelle parti. Imperciocchè quel colle soprastava alla

estremità del corno sinistro del nemico, per mezzo della quale si

congiungeva con l'estrema destra dell'esercito dell'Alpi, e pei passi

del Viletto accennava alla Bolena; la qual cosa agevolava agl'Italiani

l'adito di calarsi verso il Varo, e di mettersi in mezzo tra l'esercito

dell'Alpi Marittime, e quello dell'Alpi superiori.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 9 / 25 段