di Francia, per l'integrità dei traffichi, e pel timore del re di
Sardegna. Avevano gli alleati qualche più fondata speranza in Corsica.
Erasi ridotto in questa sua antica patria il generale Paoli,
richiamatovi dall'assemblea constituente: godevasi quietamente il
restituito seggio, quando uomini feroci misero, sotto nome di libertà,
ogni cosa a soqquadro in Corsica, come l'avevano messa in Francia.
Sdegnossene Paoli: sepperlo i confederati. Con lettere e con parole
esortatorie lo stimolarono, non permettesse, che la sua patria fosse
preda di uomini sfrenati; si ricordasse del nome suo, avvertisse, essere
i Francesi quelli stessi nemici contro i quali aveva già sì
generosamente combattuto; considerasse, avere allora i medesimi voluto
opprimere la libertà del suo paese con introdurre uno stato civile, ora
volervi introdurre uno stato disordinato e barbaro; pensasse, quanto
fosse pietoso il liberare da gente crudele popoli che adoravano il
glorioso suo nome; desse mano di nuovo a quelle armi generose,
esortasse, levassesi, combattesse; essere in pronto nuova gloria, nuova
libertà, nuove benedizioni di popoli.
Queste insinuazioni già da lungo tempo tentavano l'animo di Paoli, il
quale veramente non poteva sopportare lo stato nuovo, ma l'importanza
del fatto, prima di muoversi, era che l'Inghilterra si chiarisse delle
sue intenzioni; perchè senza la presenza delle sue armate nel
Mediterraneo, stante la potenza marittima della Francia, non era da
sperarsi che il moto avesse felice fine. Perlochè di comune
consentimento fu deliberato, che si aspettasse la guerra d'Inghilterra:
solo intanto si tenessero gli animi disposti. Così la lega era
confidente di trovare, ove fosse venuto il tempo, appoggio in Corsica,
caso di non poco momento per l'Inghilterra, e per la sicurezza della
Sardegna, e della stessa Italia.
Il re di Sardegna più speciale conforto riceveva oltre il denaro che gli
veniva dalla Gran Brettagna, dall'accessione della Spagna: era evidente,
che quante forze la Francia avesse mandato alla volta de' monti Pirenei,
di tante avrebbe scemato quelle che mandava ver l'Alpi, sicchè Spagna e
Piemonte, quantunque lontani, concorrevano, combattendo, ad un medesimo
fine. Nè le forze navali della Spagna erano da disprezzarsi; il che
poteva dare grandissime comodità sì per difendere i territorj proprj, sì
per invadere quei di Francia, se la fortuna si mostrasse favorevole.
A tutte queste speranze se ne aggiungeva un'altra assai viva, e
quest'era, che presentandosi grossi gli alleati sulle province
meridionali della Francia, vi sarebbero nati a favor loro, e contro
l'autorità del governo Parigino, movimenti d'importanza. Ciò
massimamente stimolava il re di Sardegna, per quella sua cupidità di
trasferire in se il Delfinato, e la Provenza. L'aspettare che sorgessero
novità favorevoli alla lega nelle province più vicine alla Spagna ed
all'Italia, non era certamente senza fondamento. La soppressione dei
traffichi nata a cagion della guerra vi aveva dato occasione a non poca
mala contentezza, e le enormità commesse in Parigi, operando nelle menti
più sane, vi avevano un grandissimo odio concitato contro i commettitori
di tanti scandali. Ai più feroci poi pareva oggimai troppo lungo, che
non si desse mano a far sacco e sangue. Questi nuovi pensieri buoni e
cattivi, massimamente pullulavano in Marsiglia ed in Lione, città
grosse, emule a Parigi, ricche per commercio in pace, ed ora povere in
guerra; e se il nome del re di Sardegna era molto esoso nella prima, era
udito con più benigne orecchie nella seconda.
Tutte queste disposizioni non s'ignoravano dagli alleati, massime per
mezzo della corte di Torino, che usava un'arte grandissima nell'ispiare,
e nell'accordarsi secretamente in Savoia ed in Nizza, sì coi magistrati
che coi capi dell'esercito. Queste trame parte si sapevano, parte si
presumevano dai giacobini. Quindi le mutazioni dei capi dell'esercito
erano frequenti, e siccome era rotta ed improvvida la natura loro, così
spesso punivano gl'innocenti ed esaltavano i rei. I supplizj poscia e le
confische producendo abbominazione nei popoli, operavano, che sempre più
quell'aversione che hanno naturalmente i Francesi contro i forestieri,
che vogliono metter mano e piede nelle cose e nelle case loro, si
diminuisse, e con lei gli ostacoli alla disegnata invasione; poichè tal
era il terror delle mannaje, che i più preponevano la servitù forestiera
alla tirannide cittadina. Ordinavano l'imperatore e il re di Sardegna in
tal modo i pensieri della guerra; nuovi reggimenti Tedeschi arrivavano
in Piemonte; quelli che appartenevano all'armatura leggiera, come
Croati, Panduri, e simili, atti piuttosto a rubare che a combattere,
s'avviavano alle montagne. Gli squadroni più gravi, e la cavallerìa
stanziavano nelle pianure più vicine. Erano poi sì fattamente ordinati,
che le truppe Piemontesi, come più pratiche dei luoghi, e più snelle di
natura, guernivano le Alpi; alle quali, come abbiam detto, s'accostavano
le genti leggieri dell'imperatore, mentre le genti grosse Austriache,
stanziando nei luoghi bassi, contenevano i popoli, e si tenevano pronte
a marciare ovunque il nemico avesse riuscito a sboccare. Mandò
l'imperatore a reggere l'esercito confederato in Piemonte il generale
Devins.
Era Devins uomo di buona mente e salito pel valor suo dagl'infimi gradi
della milizia fino ai supremi, aveva in ogni occasione mostrato la sua
eccellenza nell'arte della guerra.
Intanto alcune pratiche segrete si erano appiccate fra la corte di
Torino, e gli aderenti al nome regio in Lione ed in Provenza, il cui
fine era di accordare i modi che si dovevano usare, perchè i disegni che
si macchinavano a beneficio comune avessero la loro esecuzione. E
siccome si faceva maggior fondamento sui Lionesi, più centrali di sito,
più vicini alla Germania, fonte e nervo principale della guerra, e più
tenaci di proposito che i Provenzali, così coi primi massimamente si
tenevano questi trattati. A questo fine uomini confidati andavano
segretamente da Lione a Torino, e da Torino a Lione. Finalmente quando i
negozj si avvicinavano alla conclusione, il signor di Precy, mandato dai
Lionesi, andò nascostamente egli medesimo a Torino per quivi accordarsi
su quanto si trattava: l'imperatore ed il re si offerivano parati a
secondare i suoi disegni con le forze loro. Intervenne Precy a molte
consulte; e stantechè egli e Devins misuravano le cose non a stregua
delle passioni, ma della verità, così l'uno e l'altro non tardarono ad
entrare nella medesima opinione. Era il parer loro, che lasciata una
parte dell'esercito sull'Alpi Marittime per tener a bada il nemico da
quelle parti, il principale sforzo sì di Tedeschi che di Piemontesi si
dirizzasse contro la Savoia, per quindi marciare a Lione. Nè dubitavano
che ove fossero giunti in quella città, i popoli vicini per la
vicinanza, ed i Provenzali per la natura loro pronta e vivace, si
sarebbero levati tumultuando alla fama di tanta venuta. Certamente
disegno nè più conforme agli accidenti, nè di più probabile esecuzione
non s'era mai concetto di questo; se ne promettevano gli autori effetti
certissimi. Ma il re Vittorio, mosso da un desiderio più generoso che
considerato, non vi volle acconsentire. Era egli gravissimamente
sdegnato contro i Savoiardi, siccome quelli che avevano accettato con
amore i Francesi, e che tuttavia gli ajutavano, quanto era in poter
loro, di consiglio e di forza. A questo sdegno aggiungeva possente
stimolo il vedere, che le persone più chiare in Savoia per virtù, per
sapere e per valore, parteggiavano caldamente per la Francia, levavano
soldati, facevano ogni sforzo perchè la nuova signorìa si stabilisse.
Amaro fastidio poi gli dava quella legione degli Allobrogi ordinata dal
medico Doppet, uomo strano assai, ma di molto ingegno, e nelle opinioni
di quei tempi ardentissimo: questa legione asperava coi fatti il re, ma
vieppiù ancora lo asperava con gli scherni, e per l'eccessive cose che
diceva contro di lui; il che alterava a dismisura l'animo di Vittorio.
Assai diverso da questo era il procedere dei Nizzardi, i quali più
alieni di natura, e forse anco meno propensi a lasciarsi volgere, non so
se per indole meno buona o per giudizio più prudente, dalle utopìe
dottrinali che giravano a quei dì, di mala voglia sopportavano il nuovo
imperio, tenevano con rapporti informato l'antico signore loro, e con
bande sparse, ed appostate nei luoghi più opportuni di quei monti aspri,
e difficili, infestavano continuamente i Francesi, e facevan loro tutto
quel maggior male che potevano.
Queste inclinazioni considerate dal re Vittorio, solito a misurare le
cose più col desiderio che con la prudenza, operarono di modo, che
grandissima affezione portando a' suoi Nizzardi, e concitato a
gravissimo sdegno contro i Savoiardi, non volle mai udire con pacato
animo, che si desse mano a liberare dalla tirannide Francese prima i
secondi, che i primi. Ogni ora gli pareva mill'anni, che i suoi fedeli
di Nizza non tornassero al grembo suo, mentre per castigo sopportava più
volentieri, che i popoli di Savoia continuassero a gustare di quanto
sapessero i Francesi, non considerando, ch'ei gli castigava di quanto
essi più desideravano. Devins e Precy interposero grandissima diligenza
per persuadere il loro desiderio al re, ma non avendo potuto vincere la
sua ostinazione, si fermarono in questo pensiero, che, munite le
frontiere della Savoia con truppe sufficienti per frenar il nemico, ed
anche per ispignersi più oltre secondo le occasioni, si assaltasse la
contea di Nizza col grosso dell'esercito, come prima il tempo avesse
condotto la opportunità di tentar la impresa.
Questa fu la prima origine, questo il seme delle calamità innumerabili,
e della variazione di quasi tutte le cose, che poco dopo seguirono.
Devins continuamente si lamentava, che il re di Sardegna gli avesse
tolto la occasione di far chiaro il suo nome con una onorata e grande
vittoria.
Mentre tutte queste cose si sollecitavano per gli alleati, i Francesi
pensavano ai modi di resistere alla piena che veniva loro addosso: le
deliberazioni loro parte miravano la guerra, parte i negoziati, parte le
corruttele. Quanto alla guerra, si consigliarono di preporre ai due
eserciti dell'Alpi superiori e delle inferiori, dei quali il primo
chiamavano dell'Alpi, il secondo d'Italia, un solo generale, acciocchè
per l'unità dei pensieri potesse più efficacemente conseguire il
medesimo fine. Siccome poi, parte per sospetti vani, parte per argomenti
veri si erano persuasi, che alcuni fra i generali loro, come non
contenti dello stato, o freddamente si adoperavano, o nascostamente
s'intendevano coi Sardi, così pensarono di dar il governo dei due
eserciti ad un uomo non solo di provato valore, ma ancora di provata
fede. Questi fu il generale Kellerman, che aveva testè combattuto i
Prussiani con molta gloria sulle sponde della Matrona. A questo tutte le
genti, che per loro si potevano risparmiare per la grossa guerra che si
guerreggiava verso il Reno, mandavano all'Alpi, per modo che all'aprirsi
della stagione componevano un esercito di cinquanta mila soldati, buoni
per la disciplina, ottimi pel valore, terribili per la rabbia.
Kellerman, avendosene recato in mano il governo, andò considerando, come
la frontiera fosse di troppo più grande larghezza, perchè in ogni luogo
si potesse difendere convenevolmente; e siccome il nemico principalmente
minacciava di prorompere sulle ali estreme, cioè sulla Savoia e su
Nizza, così determinossi a porre il campo grosso in un sito mezzano,
acciocchè fosse in grado di soccorrere con uguale celerità od al ducato,
od alla contea, se l'uno o l'altra corressero pericolo. Questa
opportunità offeriva il sito di Tornus posto nella valle di Queiras, per
essere a un di presso ugualmente discosto da Nizza e da Ciamberì, non
che avesse sfogo d'importanza in cospetto, che anzi non ne aveva a
cagione dei luoghi chiusi o precipitosi, ma per quella rispondenza coi
due estremi. Per la qual cosa Kellerman vi pose il campo, e vi mandava
le genti, le armi, e le vettovaglie; ma la difesa era difficile, perchè
gli alleati occupavano tuttavia la sommità dell'Alpi su tutta la
frontiera, e potevano con facilità e vantaggio calare nelle parti più
basse, e cacciarne i Francesi, combattendogli dall'alto. Per ovviare a
questo pericolo il generale Francese dispose con lodevol arte le sue
genti nelle valli della Savoia superiore, che accennano per istrade più
facili nell'Italia. Così munì Termignone, e San Giovanni nella Morienna;
Moutiers nella Tarantasia, e per maggior sicurezza alloggiò un grosso
corpo a Conflans, dove le due valli dell'Isero e dell'Arco si
congiungono. Nell'Alpi marittime, ove i Piemontesi e gli Austriaci
insistevano con grandissimo vantaggio, a dritta sul monte di Raus, a
stanca sulle creste delle Sorgenti, e nel mezzo sulla fortezza di
Saorgio, Kellerman, distendendo l'esercito dalla Roia sino ai fonti
della Nembia, aveva munito tutte le cime accessibili delle montagne, e
posto il campo di mezzo sul monte Fogasso. Quanto all'ala sua sinistra,
dove il pericolo era maggiore per la facilità dei varchi, e per la
vicinanza della città di Nizza, alla quale principalmente miravano gli
alleati, oltre le stanze solite, aveva collocato un grosso squadrone,
come squadra di riscossa, sul monte Boletto.
Questi erano i preparamenti guerrieri di Francia; le arti politiche
furono le seguenti. Tentarono la Porta Ottomana affinchè si aderisse
alla repubblica contro l'Austria e contro Venezia, ma fu senza frutto.
Tentarono Venezia, promettendole grossi e pronti ajuti, ed ingrandimento
di stato a pregiudizio dell'imperatore. Ma i tentativi di Costantinopoli
mettevano sospetto, lo stato disordinato della Francia non dava
confidenza, l'Austria sì vicina, sì potente, e già penetrata pel passo
concesso quasi dentro alle viscere della repubblica recava timore, e
quel perpetuo pagar lo scotto dei minori, quando si mescolano nelle
differenze fra i maggiori, teneva gli animi sospesi, e lontani
dall'entrar in un mare di tanto pericolo. Perseverò adunque il senato
nella neutralità, offerendo ai Francesi quelle medesime agevolezze negli
stati Veneti, che erano state concedute alle potenze confederate.
Parte principalissima della lega, tra per la forza de' suoi eserciti, e
per la situazione del suo dominio, era certamente il re di Sardegna.
Adunque i capi del governo Francese assai volentieri piegarono l'animo a
pruovare, se potessero con promesse guadagnarsi la sua amicizia. A
questo fine furono introdotti alcuni negoziati segreti tra un agente di
Robespierre per parte della Francia, ed il conte Viretti per parte del
re. Aveva il conte Viretti grande introduzione in tutte le faccende
importanti, benchè di governare le cose di stato avesse piccolo
intendimento. Ricercava Robespierre il re, che si alienasse
dall'amicizia dell'imperatore, cedesse Savoia e Nizza, desse il transito
libero all'esercito di Francia, unisse le sue armi a quelle della
repubblica, od almeno se ne stesse neutrale, purchè solo desse il passo.
Prometteva poi che gli sarebbero assicurati gli stati, e quanto si
conquistasse in Italia a danni dell'imperatore. A questo aggiungeva, che
se il re consentisse a cedere la Sardegna alla Francia, gli sarebbe dato
in compenso lo stato di Genova, e che ogni giorno più apparirebbero
dimostrazioni evidenti dell'amicizia della repubblica verso di lui. Il
re, che era animoso, e sapeva anche del cavalleresco, non volle mai
udire pazientemente le proposte di fare collegazione con Francia, nè
accettare le speranze che gli si proponevano, aggiungendo parole, certo
molto prudenti, che non si voleva fidar dei giacobini. Così rifiutati
del tutto i consigli quieti, sorse più ardente l'inclinazione alla
guerra.
Mentre così andavano i repubblicani di Francia lusingando i potentati
d'Italia per conciliarsi l'amicizia loro, non cessavano per uomini a
posta e per mezzo dei loro giornali, che pure malgrado della vigilanza
dei governi ad interrompergli, s'insinuavano nascostamente in ogni
luogo, a spargere mali semi nei popoli, con invasargli dell'amore della
libertà, e con incitargli a levarsi dal collo il giogo degli antichi
signori. Queste instigazioni non restavano senza effetto, perchè di
quella libertà nella lontana Italia si vedevano soltanto le parole, e
non bene se ne conoscevano i fatti. Le parti nascevano, le sette
macchinavano accordi, le fazioni tumulti. Ma non fia senza utilità il
particolarizzare gli umori che correvano a quei tempi in Italia,
acciocchè i posteri possano distinguere i buoni dai tristi, conoscere i
grandi inganni, e deplorare le debolezze fatali. Adunque in primo luogo
gli uomini si erano generalmente divisi in due parti, quelli che
parteggiavano pei governi vecchi, detestando le novità, e quelli che
parteggiando pei Francesi desideravano mutazioni nello stato. Fra i
primi alcuni così opinavano per fedeltà, alcuni per superbia, alcuni per
interesse. Erano i fedeli i più numerosi, fra i quali chi per tenerezza
verso le famiglie regnanti, e questi erano pochi, chi per bontà di
giudizio o per esperienza delle azioni umane, il numero dei quali era
più largo, e chi finalmente per consuetudine, e questi erano i più. Fra
i superbi osservavansi principalmente i nobili, che temevano di perdere
in uno stato popolare l'autorità ed il credito loro. Tra questi, oltre i
nobili, mescolavansi anche non pochi popolani che volevano diventar
nobili, od almeno tenere i magistrati. Per interesse poi abborrivano lo
stato nuovo tutti coloro che vivevano del vecchio, e questi erano
numerosissimi: a costoro poco importava la equalità o la non equalità,
la libertà o la tirannide, solo che si godessero, o sperassero gli
stipendj. Si aggiungevano i prelati ricchi ed oziosi, per interesse, i
preti popolari e buoni, per amor della religione. In tutti poi operava
una avversione antica contro i Francesi, nata per opera dei governi
Italiani sempre sospettosi della potenza di quella nazione, e del suo
appetito di aver signorìa in Italia.
Di tutti quelli che fino a qui siamo andati descrivendo, alcuni erano
utili ai governi, alcuni disutili, alcuni dannosi. Gli utili erano gli
uomini intelligenti di stato, e pratichi del mondo, i quali ajutavano i
principi coi buoni consigli. Utilissimi erano poi i preti popolari, ed i
popoli da loro ammaestrati. Solo si sarebbe desiderato che avessero
usato maggior temperanza nel dire, perchè magnificando di soverchio le
cose di Francia, scemavano appresso a molti fede alle parole loro, ed
operavano che non credessero loro neanco la verità.
I disutili apparivano gli amatori teneri delle persone principesche,
soliti ad adulare nella fortuna prospera, ed a piangere nell'avversa.
I dannosi erano i nobili ed i prelati ambiziosi, i quali credevano di
render più sicuro lo stato loro coll'esagerarlo, e si proponevano di far
argomento di gran fiducia con mostrar maggiore insolenza. Il frenargli
non pareva buono ai governi, perchè temevano e di alienar coloro, di cui
avevano bisogno, e di mostrar debolezza ai popoli.
L'odio di costoro principalmente mirava contro gli uomini della
condizione mezzana, nei quali supponevano dottrine per lettura, orgoglio
per dottrine, autorità col popolo per contatto. Gli uni chiamavano gli
altri ignoranti, insolenti, tiranni; gli altri chiamavano gli uni
ambiziosi, novatori, giacobini, e tra mezzo ad ire sì sfrenate, non
trovando gli animi moderazione, ed introdotta la discordia nello stato,
si preparava l'adito ai forestieri.
Ora per raccontar di coloro che inclinavano ai Francesi, od almeno
desideravano, che per opera loro si facessero mutazioni nello stato,
diremo, che per la lettura dei libri dei filosofi di Francia era sorta
una setta di utopisti, i quali siccome benevolenti, ed inesperti di
queste passioni umane, credevano esser nata una era novella, e
prepararsi un secol d'oro. Costoro misurando gli antichi governi
solamente dal male che avevano in se, e non dal bene, desideravano le
riforme. Questa esca aveva colto i migliori, i più generosi uomini, e
siccome le speculazioni filosofiche, che son vere in astratto,
allettavano gli animi, così portavano opinione, che a procurar l'utopìa
fra gli uomini non si richiedesse altro che recare ad atto quelle
speculazioni, persuadendosi, certo con molta semplicità, che la felicità
umana potesse solo, e dovesse consistere nella verità applicata. Atteso
poi che il governo della repubblica pareva loro assai più conforme a
quelle dottrine filosofiche, che quello della monarchìa, parteggiavasi
generalmente per la repubblica; ognuno voleva essere, ognuno si vantava
di esser repubblicano, cioè amatore del governo della repubblica. I
Francesi avevano a questi tempi statuito questa maniera di governo; il
che diè maggior fomento alle nuove opinioni, trovando esse appoggio in
un fatto, che veduto di lontano, e consuonando coi tempi, pareva molto
allettativo. Queste radici tanto più facilmente e più profondamente
allignavano, quanto più trovavano un terreno bene preparato a riceverle
ed a farle prosperare, massime in Italia, a cagione della memoria delle
cose antiche; le storie della Grecia e di Roma si riandavano con
diligenza, e maravigliosamente infiammavano gli animi. Chi voleva esser
Pericle, chi Aristide, chi Scipione, e di Bruti non v'era penuria;
siccome poi un famoso filosofo Francese aveva scritto, che la virtù era
la base delle repubbliche, così era anche nata la moda della virtù.
Certamente non si può negare, ed i posteri deonlo sapere (poichè non
vogliamo, per quanto sta in noi, che le opinioni contaminino coll'andar
dei secoli le virtù), che gli utopisti di quei tempi per amicizia, per
sincerità, per fede, per costanza d'animo, e per tutte quelle virtù, che
alla vita privata si appartengono, non siano stati piuttosto singolari,
che rari. Solo errarono, perchè credettero, che le utopìe potessero
essere di questi tempi, perchè si fidarono di uomini infedeli, e perchè
supposero virtù in uomini che erano la sentina de' vizj.
Costoro, così affascinati come erano, offerivano fondamento ai disegni
dei repubblicani di Francia, perchè avevano molto seguito in Italia; ma
fra di loro non tutti pensavano allo stesso modo. I più temperati, ed
erano il maggior numero, avvisavano, non doversi movere cosa alcuna, ed
aspettavano quietamente quello che portassero i tempi. Altri più audaci
opinavano, doversi ajutar l'impresa coi fatti; e però s'allegavano,
tenevano congreghe segrete, ed avevano intelligenze in Francia,
procedendo a fine di un bene immaginario con modi degni di biasimo.
A tutti questi, come suol avvenire, s'accostavano uomini perversi, i
quali celavano rei disegni sotto magnifiche parole di virtù, di
repubblica, di libertà, d'uguaglianza. Di questi alcuni volevano
signoreggiare, altri arricchire; gli avidi, gli ambiziosi eran diventati
amici della libertà, e nissun creda che altri mai abbia maggiori
dimostrazioni fatto d'amor di patria, che costoro facevano. Essi soli
erano i zelatori, essi i virtuosi, essi i patriotti, ed i poveri
utopisti eran chiamati aristocrati; accidenti tutti pieni di un orribil
avvenire; imperciocchè non solamente pronosticavano mutazioni nello
stato vecchio, ma ancora molto disordine nel nuovo.