Ciò nondimeno i confederati non vollero ristarsi, sperando che

coll'andar più cauto, poichè si era conosciuto di quanto fosse capace

quella furia Francese, e coll'accrescer le forze proprie, e con l'unione

di aliene, si potesse mutar la fortuna, e compensar le perdite passate

coi guadagni a venire. Tal è la costanza delle menti Tedesche, che più e

meglio ancora che l'impeto, le fa riuscire ad onorate imprese. L'Austria

ed il Piemonte, siccome più vicini al pericolo, procedevano con animo

più sincero della Prussia, la cui congiunzione con la lega già forse

incominciava a vacillare. L'Austria massimamente applicava i pensieri

alla preservazione de' suoi stati in Italia, ai quali già si era

avvicinata la tempesta, e che sono parte tanto principale della sua

potenza. Perlochè si preparavano con molta diligenza tutte le

provvisioni necessarie alla guerra, tanto negli stati Austriaci, quanto

nel Piemonte, e si tentava ogni rimedio per impedire la passata dei

Francesi. Perchè poi i popoli provocati da quelle lusinghevoli parole di

libertà e d'uguaglianza, non solamente non si congiungessero con coloro

che procuravano la turbazione d'Italia, e non facessero novità, ma

ancora sopportassero di buona voglia tutto quell'apparato guerriero, e

non si ristessero a tanto romor d'armi, usavansi i mezzi di persuasione.

Il più potente era la religione: spargevansi sinistre voci: essere i

Francesi nemici di Dio e degli uomini, conculcare la religione,

profanare i tempj, perseguitare i sacerdoti, schernire i santi riti,

contaminare i sacri arredi, e facendo d'ogni erba fascio, proteggere

gl'increduli ed uccidere i credenti. I vescovi, i preti, i frati

intendevano accesamente a queste persuasioni; se ne accendevano

mirabilmente gli animi del volgo.

Parte essenziale dei disegni della lega erano le deliberazioni del

senato Veneziano. L'imperatore conghietturando, che il terrore cagionato

dall'invasione di Savoja e di Nizza, e quell'insistere così vicino sulle

frontiere del Piemonte di un nemico audace, e che mostrava tanta

inclinazione alle cose d'Italia, avessero mosso e disposto il senato a

piegarsi alla sua volontà, aveva con efficacissime parole dimostrato,

che era oramai tempo di non più procedere con consigli separati, e di

pensare di comune accordo alla salute comune. Rappresentavagli, non

isperasse preservare lo stato, se quel diluvio di gente sfrenata,

valicati i monti, inondasse Italia; voler fare e per se, e per gli

sforzi contemporanei del suo generoso alleato il re di Sardegna, quanto

fosse in potestà sua per allontanare da quel felice paese tanta

calamità; ma esser feroci i Francesi, e gli eventi di guerra incerti,

vano pensiero essere il credere, che chi fa spregio dell'umanità e

conculca ogni legge divina ed umana, rispetti le neutralità, disprezzare

i Francesi la neutralità ed amar meglio un nemico aperto, che un amico

dubbioso; avere egualmente in odio le aristocrazìe, che le monarchìe, ed

il prestar fede alle protestazioni amichevoli loro essere un volersi

ingannare da per se stesso; poter concludere il senato della sincerità

loro dai tentativi fatti da loro a Costantinopoli per concitare contro

di lui la rabbia Ottomana; poter giudicare della moderazione dalle

insolenze già fin d'ora usate in sul mare verso le navi della

repubblica, esser sempre disordinata la natura Francese, ma ora per la

rivoluzione esser disordinatissima; nè esser di soverchio tutte le forze

d'Europa per ostare ad una nazione potente, e presa di pazzia;

certamente imprudentissimo consiglio essere il darsi a credere, che ove

un popolo sfrenato abbia superato monti difficilissimi, prostrato le

forze di un re e di un imperatore, e penetrato nel cuore stesso

d'Italia, superbo per indole, superbissimo per vittoria, voglia arrestar

l'impeto suo alle frontiere Veneziane, solo per vedere sulli estremi

confini scritte le parole di neutralità; non sapere il senato, che tanto

sa, quanto sia avida la natura dei Francesi della roba altrui? Queste

terre da sì lungo tempo immuni di guerra, questo cielo sì dolce, questi

campi tanto fertili, queste colline così feconde, questi palagi così

sontuosi, e questi arredi così ricchi non allettar forse con forza

irrepugnabile chi già non ha freno in se che lo tenga? e forse non sono

in Italia i vizj e le male pesti, che gli ajuteranno? Non sono forse qui

gli ambiziosi per dominare, i ladri per rubare, gli scapestrati d'ogni

sorte per istraviziare? Nè perturbatrici parole, e piene di atroce

influenza non sono forse le parole di libertà e d'uguaglianza, che

costoro van gridando per ispogliare chi ha, e per ingannare chi non ha?

Forse i popoli non corrono dietro alle novità molto volentieri? e non

può più sempre in loro la fortuna che la fede? Chi dà sicurtà al senato,

che una prima insegna Francese, la quale si mostri in cima all'Alpi, non

mandi improvvisamente sottosopra il Piemonte, il Milanese tutto, e con

essi questo felice stato Veneziano? Non empierassi allora ogni cosa di

tumulti e di ribellione? Non si portan già quì di soppiatto da uomini

audacissimi le scelerate insegne Francesi? e già costoro non si

accordano, già non si affratellano, già non corrompono, già non

rapportano per ajutare un nemico crudele, per far isgabello alla potenza

loro dell'estremo sterminio d'Italia? ad occasione insolita insoliti

consigli. Che montano in tanto pericolo le cautele usate un dì, e le

gelosìe antiche? Non voler Germania opprimere Italia, esser queste cose

dannate dal secolo; bensì voler Germania preservare Italia, e con Italia

il mondo, da un sovvertimento totale, da un dominio insopportabile;

fugace sempre esser la occasione, ma ora fugacissima; che superare solo

il colmo dell'Alpi è pei Francesi vittoria certa, poichè il resto

darallo un fiume insuperabile. Questo è, aggiunse l'imperatore,

l'estremo dei tempi; il sorger di tutti solo poter esser la salute di

tutti, il mancar di un solo la rovina di tutti. Pensasse adunque il

senato, e maturamente considerasse la necessità dei tempi, l'infedeltà

della Francia, la fede della Germania, la lega proposta, gli ajuti

offerti, e l'avvenire, che già già incalzava, e premeva o felice, o

funestissimo per sempre.

Il senato Veneziano che per la sua prudenza sempre seppe bene conoscere

i tempi, ora male misurandogli, e volendo applicare ad un male nuovo

rimedj antichi, rispose, che la repubblica sempre moderata e temperante,

voleva esser amica a tutti, nemica a nissuno; che tale mansueto

procedere era sempre stato a grado di tutti i principi, e sperava dover

essere per l'avvenire, massime nella presente controversia tanto piena

di difficoltà e d'incertezza; che quanto ai sudditi, non aveva timore

alcuno di novità, stante che conosceva e la fede loro, e la vigilanza

dei magistrati; che ammirava bene la costanza dell'imperatore e de' suoi

alleati in un affare di tanto pericolo, ma che finalmente si persuadeva,

che Sua Maestà Imperiale, considerando bene secondo la prudenza sua la

natura del governo Veneziano, avrebbe conosciuto, non dovere lui

allontanarsi da quella moderazione, che l'aveva preservato salvo per

tanti secoli; ricever somma molestia di non poter deliberare altrimenti;

esser parata la repubblica a dar il passo alle genti Tedesche, a

sovvenir i confederati di quanto potesse consistere con la neutralità;

ma procedere più oltre, e soprattutto implicarsi in guerre con altri,

non comportar la fede, la costanza, e la consuetudine della repubblica.

Ma moltiplicando sempre più gli avvisi dei progressi fatti dai Francesi

nel ducato di Savoja e nel contado di Nizza, fu ben necessario il

pensare a provveder quello, che la stagione richiedeva; e se non si

voleva impugnar l'armi per fare una guerra estrema, bisognava bene

considerare quanto fosse a farsi per preservar la repubblica dagli

assalti forestieri, e dai tumulti cittadini.

Per la qual cosa, convocato straordinariamente il senato, vi si pose in

consulta, quali fossero i provvedimenti da farsi per conservar salva la

repubblica nell'imminente pericolo dell'invasione dei Francesi in

Italia. Francesco Pesaro, procurator di San Marco, uomo il quale e per

se, e pel seguito della sua famiglia, era in grandissima fede appresso

ai Veneziani, e di cui sarà spesso fatto menzione in queste storie, dal

suo seggio levatosi, e stando ognuno attentissimo a udirlo, parlò con

gravissimo discorso in questa sentenza: «Se la giustizia più potesse

negli uomini, che la forza, voi non sareste quì a deliberare, eccelsi

senatori, e della patria amantissimi, se l'innocenza vostra si possa o

di per se stessa difendere, o si debba tutelare con l'armi. Imperciocchè

tutto il mondo sa, che contenti allo stato vostro, nissun appetito vi

costringe a desiderare quello d'altrui, e dappoichè è sorta in mezzo a

queste acque la nostra generosa repubblica, piuttosto per la felicità

sua, che invitava i forestieri a sottoporsi volontariamente al suo soave

giogo, o per fuggire col patrocinio nostro la tirannide altrui, che per

forza, o per cupidità di ampliare l'imperio, crebbimo in questa potenza,

ed a questo splendore arrivammo, che, se non di terrore, certo è

d'invidia agli uomini maravigliati cagione; e se pure qualche volta non

provocati impugnammo le armi, ciò fu piuttosto per la salute comune

d'Italia, che per acquistar nuovo e non usitato dominio. Ma poichè i

disegni degli uomini sono cupi, l'invidia grande, gli appetiti sfrenati,

e l'innocenza inerme è sempre stata preda dei potenti, resta per noi a

deliberarsi, se in mezzo a tanto romor d'armi, se in mezzo a tante ire

ed a sì crudele discordia, se allor quando nazioni potentissime corrono

con infinito sdegno l'una contro l'altra, e che tolto ogni rispetto,

calpestato ogni diritto, non della scorza, ma del fondo stesso, non di

una parte, ma del tutto, non di un danno, ma di un totale sterminio

gareggiano fra di loro, noi dobbiamo starcene disarmati alla discrezion

loro, ovvero usando quella potenza che Dio ci diede, armarci di modo,

che il rispettarci sia pei forestieri necessità, e l'assaltarci

pericolo. Nella quale disquisizione tanto mi pare il discorso facile, e

la via che dobbiam seguire spedita, che il sentire diversamente da me

fia piuttosto semplicità da secol d'oro, che prudenza in un secolo

scapestrato. Per verità di che ora si tratta? Forse di provocare, forse

di assaltare, forse di trarre ad inopportuna e pericolosa guerra questo

felicissimo dominio? Non già: ma solo d'impedire che provocati, che

assaltati non siamo, solo appunto di allontanare dalle terre nostre la

guerra, e con lei le ingiurie, le ruberìe, e le uccisioni che

l'accompagnano; conciossiachè come l'acqua allaga i luoghi bassi, così

la guerra allaga i luoghi inermi, ed il migliore stromento di pace in

mezzo all'armi mosse, sono appunto le armi. Ciò mostrano e la natura

umana più pronta sempre ad ingiuriare che a rispettare, ciò la

esperienza dei secoli, ciò nazioni distrutte, perchè trascurata la

forza, sulla fede unicamente si appoggiarono. E senza riandare i secoli

antichi, vi muovano i freschi esempi. Non vi ricorda ancora, ed ancora

non udite i pianti e le querele dei sudditi straziati dai barbari nella

fatal guerra, che arse l'Europa sul principiar di questo secolo per la

successione di Spagna fra queste medesime nazioni, che ora combattono sì

ferocemente fra di loro? Allora la repubblica fu lacerata, perchè

inerme; allora i sudditi ricevettero molestie infinite, perchè la

repubblica con imprudentissimo consiglio aveva mancato loro della

necessaria tutela dell'armi. Ammaestrato da sì crudele esempio il senato

armossi nella guerra che venne dopo, e lo stato fu preservato salvo. Ora

credete voi che la rabbia fra chi combatte, sia minore adesso che cento

anni sono, e che l'efficacia dell'armi impugnate meno possa

presentemente di quanto ella potesse, or son quaranta? Certamente nol

credete voi; che anzi, se dai brevi saggi che pur testè vedemmo, si dee

giudicare, la rabbia è infinita, ed il timore di provocar l'armi della

repubblica grande, perchè il pericolo per ambe le parti è, oltre ogni

credere, grave, e mira ad un totale esterminio. E non dubitate, poichè

ci va troppo posta, che alcune bocche d'artiglierìe veneziane poste ai

luoghi forti, ed alcune insegne di San Marco sventolanti sulle frontiere

non siano per far istar in dovere coloro, che già romoreggiano, o

sarebbero per romoreggiarci intorno. Dio allontani l'augurio, ma io vedo

che se Venezia non s'arma, Venezia è perduta, e vedo altresì che s'ella

s'arma, ella può essere non solo la salute sua, ma ancora la salute

d'Italia, poichè questi forestieri, che per appetito smoderato han

sempre fatto campo dei furori loro la misera Italia, non la correranno

così a grado loro, quando sapranno essere svegliato e pronto a sorgere

il lione Veneziano. Ma poi che sarà? Credete voi d'evitar la guerra, se

state senz'armi? Il Francese ed il Tedesco ugualmente recheransi ad

ingiuria il non essere stati ajutati, e voi sapete che i pretesti

d'offendere non mancano mai a chi nutre pensieri sinistri. E posto

eziandio, che per inudito esempio la fede dei governi sia pura, chi vi

assicura che se la guerra si conduce sui vostri confini, bande armate

degli uni e degli altri non corrano le vostre terre, o per pigliar

vantaggi sul nemico, o per far sacco a vantaggio proprio? Le

sopporterete voi queste ingiurie senza risentimento? Dove sarà allora

l'onor di Venezia fin quì illibato? ed anco ingiuria non vendicata

moltiplica le ingiurie. O ne farete voi risentimento? Ma risentimento

non armato è nullo per chi fa ingiuria, e dannoso per chi la riceve,

perchè essendo di necessità senza effetto, ti scema la riputazione. Io

ho vergogna, o senatori, dello andarmi aggirando fra queste supposizioni

inonorate, quando penso al valor vostro, alla potenza, ed al nome di

questa gloriosa repubblica. Ma pogniamo finalmente che i governi siano

fedeli, ed i soldati santi, che certo non è pur poco: come siete voi

sicuri, che non si turbi con grandissimo movimento tutto lo stato

nostro, se i Francesi arrivano sui confini? Non abbiamo noi quì

novatori, non uomini ambiziosi, non avari, non vendicativi, non

contaminati sin dentro al cuor loro di perturbatrici dottrine? E se

costoro fan novità, e certo la faranno, quando sarà lor porta la

occasione, poichè già fin d'ora, che ancora son lontani i sussidi

sperati, a mala pena rattengono il veleno loro, che farete voi, se non

siete armati? I tumulti eccitati da questa gente pestifera serviran di

pretesto ai Francesi per ajutargli, ai Tedeschi per frenargli, e gli uni

e gli altri correranno i nostri campi impunemente, se noi per noi non

siam capaci di far argine a queste acque furibonde. Farete allor voi

guerra? Con che? Farete allor voi pace? Con chi? La sedizione vi

condurrà alla guerra, la guerra alla rovina. Odo dire a certe timide

persone, che l'armarsi è dar sospetto e pretesto di guerra ad altrui. Ma

chi ha mai dannato alcuno, se pon argine alla casa quando il fiume

minaccia, o se taglia i tetti quando l'incendio s'avvicina? Superba

troppo, ed intollerabile pretensione sarebbe certamente quella di un

forestiero, che volesse comandarci come e quando noi dobbiamo assicurare

lo stato nostro, e che altra alternativa non ci lasciasse o di starcene

disarmati alla discrezion sua, o d'incontrar la sua nimicizia. Per me

costui come nemico, e non come amico terrei, ed amerei meglio avere con

lui una guerra pericolosa, che può aver buon fine, e sempre avrà onore,

che una pace pericolosa, che non può aver se non cattivo fine, e sempre

porterà con se una vergogna infinita. Poi la fede di questa inclita

repubblica è nota al mondo, ed il mondo sa, se noi siamo vicini

inquieti, ambiziosi, ed offensivi, oppur quieti, temperanti, ed amatori

del giusto e dell'onesto. In somma per restringere in poche parole

quello che sono andato sinora allargando, a me pare, che lo starcene

disarmati in mezzo a così rabbioso moto, non sia nè sicuro nè onorato;

che l'armarci sia senza sospetto, e necessariamente richiesto all'onore

ed alla salute nostra, poichè i consigli onorati sono sempre i più

sicuri, e la riputazione è gran parte della forza. Per la qual cosa io

opino, che si fornisca l'erario, che si allestisca il navilio, che si

levino le cerne, e che alcun polso di Schiavoni sia chiamato a tutelare

le cose di Terra Ferma. A questo io penso, che si debba dichiarare alle

potenze belligeranti, che il senato costante sempre nel suo procedere

pacifico, vuol conservarsi fedele ed amico a tutti, e che i moderati

apparecchi d'armi mirano piuttosto e solamente a conservazione di pace,

che a dimostrazione di guerra».

Grande impressione fecero nella mente del senato queste parole

gravemente dette dal Pesaro, nelle quali concorrevano amplissimamente

tutti i fondamenti, che nel deliberare le imprese principalmente

considerare si debbono. Al contrario parlò con singolare eloquenza il

savio del consiglio Zaccaria Vallaresso, a un di presso in questi

termini: «Non è stato mai costume di coloro, che s'intendono dello

stato, il giudicare dalle apparenze esteriori delle cose, nè da certi

bollori d'opinioni, che presto sfumando se ne vanno in dileguo,

lasciando in fondo la realtà. Queste apparenze, e questi fumi sono a

guisa d'un nugolo, il quale vela con false forme il vero, ma in breve

ora sparendo, lascia nel loro aspetto naturale i monti e le campagne.

Grande certo, anzi infinito è l'amore del mio avversario verso questa

nostra felicissima patria, grande l'ingegno, e grande altresì la

sperienza del mondo; ma mi pare, anzi certo sono, che nel presente caso

egli adombri, e si lasci svolgere da un fantasma, da un nugolo, da

un'apparenza fallace. Il quale nugolo io voglio dagli occhi vostri, ed

anche da' suoi, se possibil fia, sgombrare con mostrarvi la verità. Ed

in primo luogo io vi dirò, che il timore è sempre stato mal consigliere;

e che il timore sia quello che offusca l'intelletto del procurator

Pesaro, quantunque di animo costante e sano, dimostranlo gli spaventi

nati per la recente invasione di Nizza e della Savoia. Adunque un Pesaro

si lascia ire alla corrente, adunque opina col volgo pazzo, adunque fa

caso degli sgomenti delle donnicciuole? e che grave caso è ella mai la

mentovata invasione? l'essersi perduto un paese che sempre si perde,

quando nasce guerra tra il re Sardo e Francia, e che esso re nè può, nè

vuole difendere! Mi maraviglierei ben io, se quelle terre si fossero

conservate, non tanto che mi spaventi, perchè si sono perdute. Credete

voi che le frontiere militari d'Italia siano, come le politiche, il

Varo, e l'umile fiumicello che bagna Sanparigliano? mai no: le frontiere

militari sue sono i monti smisurati, che la natura pose fra lei e la

Francia, sono quei ghiacci eterni, quelle nevi altissime, quelle rupi

senza via, quei passi stretti e difficili. Ora, se così è, qual timore

può far tanto che si creda, che i Francesi, quantunque audaci, possano,

ora che s'avvicina l'inverno, superar quello che sarebbe difficilissimo

a superarsi anche ai tempi più caldi? Grossi sono e valorosi gli

eserciti Sardi; grossi e forti quelli che loro giungono in ajuto

dall'Alemagna, e le fortezze del Piemonte poste ai luoghi più opportuni

nel cuore stesso, ed a tutte le sboccature dell'Alpi, danno ancor

maggior sicurezza. Da tutto questo si può inferire, che il superar

l'Alpi pei Francesi sarà in ogni tempo impresa difficilissima, ed in

questi sei mesi impossibile. Dico poi, che nel presente caso chi vince

per sei mesi, vince per sempre; perciocchè non è da dubitare che lo

stato popolare introdotto presentemente in Francia, non sia in breve

tempo per dissolversi; perchè la storia dimostra, che quella foggia di

governo, breve persino nei paesi piccoli, non può a nissun modo

sussistere ne' vasti territorj. Al che se si aggiunge l'abitudine del

lungo vivere dei Francesi sotto la monarchìa, la loro natura pronta e

volubile, la feroce tirannide che ora gli opprime, le confiscazioni, gli

esilj, le decapitazioni de' migliori e de' più assennati cittadini, ogni

cosa in incerto, ogni cosa piena di terrore, facilmente verrassi a

conoscere, che quello stato avrà corta vita; poichè le sette armate vi

sorgeranno, la guerra civile ajuterà l'esterna, e la Francia assalita

dentro da partigiani arrabbiati, fuori da eserciti potenti, non solo non

sarà in grado di opprimere Italia, ma gran fatto sarà, se non fia

oppressa ella stessa. Sperate nei luoghi forti, sperate negli eserciti

gagliardi, sperate nella tirannide altrui, che sarà mantenitrice della

libertà d'Italia, e del benigno vivere nostro. Poterono i nostri

maggiori facilmente, e senza pericolo metter su eserciti a fine di

mantener la neutralità, e certo il fecero con provvido consiglio; ma

allora l'erario era ricco, e poteva di per se sopperire alla voragine

militare; mentre ora trovandosi esausto per le anteriori neutralità

armate, pei racconci dei fiumi, pei contagi di Dalmazia, per la

spedizione di Barbaria, a mala pena potrebbe bastare, e fia forza

prestanziare i popoli, che gravati per modo insolito potrebbero

risentirsi e pensare a novità. Questo toccar dei cofani riuscirebbe al

certo più pregiudiziale, che le pazze dicerìe, che ci vengono di

Francia. Oltre a ciò i mari aperti e sicuri, intrattengono ora per la

frequenza del commercio i sudditi, arricchiscono le famiglie,

conferiscono splendore, vigore, e potenza allo stato; ma se i Francesi

dan volta a motivo delle minacce vostre, e certo la daranno, perchè e'

sono superbi ed amatori di preda, diventeranno chiusi i mari, interrotti

i traffichi, l'ozio darà luogo ai discorsi, la povertà alle male voglie,

e tra pel danno emergente delle imposte, e il lucro cessante dei

traffichi, si spargeranno dissidj e semi pestiferi in queste medesime

popolazioni, che finora non si sono mai partite da quell'affezione, che

sempre hanno avuta verso la repubblica. Così per volere il meglio avrete

il peggio, ed avrete introdotto le turbazioni nei più intimi penetrali

dello stato con quei medesimi mezzi, coi quali proposto avevate di

allontanarle. Nè non senza efficacia nella presente trattazione è il

pensare, che se la repubblica è armata, si accresceranno i desiderj ed i

tentativi delle parti contendenti, per congiungersela con esso loro, e

per questo ogni modo di richiesta, di offerta, d'insidie ed anche di

offese, sarà posto in opera per farla pendere dall'un de' lati. I quali

tentativi se l'armi fan nascere, l'armi ancora non lasciano tollerare,

perciocchè l'uomo armato è più pronto al risentimento, e peggior

estimatore dei casi avvenire, che quello il quale armato non è; perchè

l'armi accrescono la superbia, e fan che l'uomo creda di potere più di

quello che può. Sono l'armi pericolose sempre al maneggiarsi, e chi le

maneggia non sa dove sia per riuscire; perchè con esse la prudenza è

muta, e se tu cominci, il futuro non è più in potestà tua. Certo io non

mi fido più del mio avversano nelle lusingherìe, nella fede, e nelle

promesse altrui; ma per questo medesimo io non voglio sollecitar le ire

dove già la fede è incerta, ed al postutto meglio è fidarsi di governi

ordinati, che di governi disordinati, ed il fine della lega è spegnere

un governo disordinato. La lega farallo, perchè lo può fare, e

certamente non avrà per male che noi lontani dal campo dove si combatte,

noi pacifici da sì lungo tempo, noi temperanti per natura e per

consuetudine, noi amici di tutti e nemici di nessuno, conserviamo

studiosamente quella quiete, che stata è sempre il principal fine dei

desiderj nostri; che troppo infelice sarebbe la condizione dell'umana

generazione, se, ove nasca guerra in un lato, tosto abbiano a sorgere

armi ed armati da tutte le terre del mondo. E' deesi dare qualche cosa

alla umanità, qualche cosa all'innocenza, qualche cosa alla giustizia,

nè penso che esse siano ancora del tutto sbandite dalle scene umane; che

se così fosse, invano staremo noi quì a deliberare, e non credo che

alcuni pochi cannoni Veneziani ci potessero salvare. Adunque fatte tutte

queste considerazioni, ed avuto ad ogni cosa riguardo, io porto

opinione, che continuando nel pacifico stato nostro, ed abborrendo dal

tirare con preparazioni imprudenti nel dominio Veneziano una guerra di

tanto pericolo, nissuna dimostrazione militare si faccia, e si protesti,

volere la repubblica vivere in buono ed amichevole stato con ognuno».

Questa orazione del Vallaresso fu udita con grande inclinazione dalla

più parte dei senatori soliti a godersi da lungo tempo le dolcezze della

pace. Lo stesso Pesaro, quantunque fosse uomo di molta virtù e di

svegliati pensieri, si lasciò svolgere dall'eloquenza dell'avversario, e

venne nella opinione della neutralità disarmata. Però ne fu presa con

unanime consenso la deliberazione, solo contraddicendo, come dicesi il

Savio di Terra Ferma Francesco Calbo. Da questa prima cagione sorse la

rovina della repubblica, e se per l'oscurità e l'incertezza degli eventi

umani non si potrebbe affermare, che il consiglio contrario l'avrebbe

condotta a salvamento, e se veramente era destinato dai cieli ch'ella

perisse, certo è almeno che sarebbe perita onoratamente, e con fine

degno del suo principio.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 7 / 25 段