I Piemontesi, svegliati finalmente dal suono dell'armi francesi,

tentarono di affortificarsi con artiglierìe presso Sanparelliano agli

abissi di Mians, donde pensavano di tempestar di traverso con palle sul

passo per mezzo d'artiglierìe poste sul castello delle Marcie. Ma a

questo non ebbero tempo; le artiglierìe non erano ancora ai luoghi loro,

quando la notte dei ventuno settembre, tirando venti orribili, e cadendo

una grossissima pioggia, il generale Laroque, a ciò destinato dal

generale Rossi, partito con grandissimo silenzio dal campo di Barraux,

se ne marciò contro Sanparelliano con una forte schiera. E come

disegnava, così gli riuscì di fare; s'impadronì in mezzo a

quell'oscurità improvvisamente della terra, e se non fosse stato il

tempo sinistro, avrebbe anco presa quella mano di Piemontesi che la

difendevano. Ma avuto a tempo sentore dell'approssimarsi del nemico, si

ritirarono a salvamento.

Perduto Sanparelliano con gli abissi di Mians, i capi Piemontesi privi

di consiglio, abbandonarono frettolosamente i castelli delle Marcie, di

Bellosguardo, di Aspromonte, e la Madonna di Mians. Così le fauci della

Savoia vennero da quel lato in poter dei Francesi. Ma Montesquiou,

usando celeremente la vittoria, e prevalendosi della rotta del nemico,

si spinse avanti dal castello delle Marcie con due brigate di fanterìa,

una di dragoni, e venti bocche da fuoco, alle quali fe' tener dietro

come retroguardo da due altre brigate di fanterìa, una di cavallerìa,

parimente con molti cannoni. Così tagliò e divise in due l'esercito

Piemontese; una parte fu costretta a ritirarsi verso Annecì, l'altra

verso Monmeliano. Gli rimase aperta la strada per Ciamberì, capitale

della provincia. Ma già il terrore ne aveva cacciato i regj, mostrando i

capi in sì importante fatto tanta pochezza d'animo, quanta vanità

avevano mostrato innanzi. Sì grande fu la subitezza dello spavento loro,

che i Francesi, temendo d'insidie, non s'ardirono di entrar incontanente

nella città, che se ne stette posta in propria balìa alcuni giorni. Quì

è debito nostro il raccontare come in sì pericoloso passo non vi fu

tumulto, non insulto, non saccheggio di sorte alcuna; tanta è la bontà,

e la civiltà di quel popolo Ciamberiniano. Vi arrivarono i Francesi;

furonvi accolti con tutte quelle dimostrazioni d'allegrezza, che

portavano le opinioni, e la ricordanza delle precedenti vessazioni.

Montesquiou andava molto cauto nello spignersi avanti, perchè non avendo

ancora avuto notizia dell'assalto, che doveva dare Anselmo a Nizza, e

vedendo la celerità incredibile delle genti Sarde nel ritirarsi,

dubitava ch'elleno marciassero velocemente a quella banda per opprimere

l'esercito che militava sotto quel generale. Si spargeva ancor voce, che

i Piemontesi forti di sito, e provveduti di munizioni da guerra e da

bocca, si erano fermati alle montagne delle Boge, che separano Ciamberì

dall'Isero, per ivi fare una testa grossa, e passarvi l'inverno. Però

deliberossi di sostare alquanto per ispiar meglio le cose, e per

aspettare, che portassero i tempi dal canto dell'Alpi Marittime. Solo

fece occupare il passo di Monmeliano abbandonato dai soldati reali con

quella medesima celerità, con la quale avevano abbandonato la città

capitale. La rotta loro fece cadere, come premio della vittoria, in mano

dei Francesi dieci cannoni, quantità grande di polvere, di palle, di

casse e d'altri arnesi da guerra, con magazzini pienissimi di foraggi e

di vettovaglia.

Ma egli è tempo oramai di raccontare la guerra di Nizza. Non

dimostrarono in queste parti i capi Piemontesi miglior consiglio, nè

miglior animo che in Savoia. Conciossiachè non così tosto ebbero avviso

che Anselmo aveva passato il Varo, fiume che divide i due stati, la

notte dei ventitre settembre, dandosi precipitosamente alla fuga,

abbandonarono la città di Nizza, e già davano mano a votare con

grandissima celerità quanto si trovava nel porto di Villafranca. I

Francesi usando prestamente il favore della fortuna, corsero a

Villafranca; e minacciato di dare la scalata, il comandante si diede a

discrezione con ducento granatieri, ottimi soldati, ed alcune bande di

milizie, lasciando in preda al nemico cento pezzi d'artiglierìa grossa,

una fregata, una corvetta, e tutti i magazzini reali. Così la parte

bassa della contea di Nizza venne in poter dei Francesi con incredibile

celerità, e facilità. Solo si teneva ancora pel re il forte di

Montalbano, ma poco stante si arrese ancor esso a patti. A queste

vittorie contribuì non poco l'ammiraglio Truguet con la sua armata, che

dando diversi riguardi ai Piemontesi, gli teneva in sospetto d'assalti

da ogni banda, e loro fece precipitar il consiglio di ritirarsi dal

littorale.

Anselmo, avuto Nizza, Villafranca, e Montalbano, si spinse avanti per la

valle di Roia, e non fece fine al perseguitare, se non quando arrivò a

fronte di Saorgio, fortissimo castello che chiude il passo da quelle

parti, ed è come un antemurale del colle di Tenda. Ma alcuni giorni

dopo, le genti Piemontesi, avuto un rinforzo di un grosso corpo

d'Austriaci, ed assaltato con molto impeto il posto di Sospello, se ne

impadronirono. Nè molto tempo vi dimorarono, perchè ritornato Anselmo

col grosso di tutto l'esercito, se lo riprese, e di nuovo Saorgio

divenne l'estremo confine dei combattenti.

Queste spedizioni dei Francesi nella provincia di Nizza costarono poco

sangue; perchè la ritirata dell'esercito Sardo fu tanto presta, che non

successero se non poche, e leggieri avvisaglie; nè i conquistatori si

scostarono dai termini dell'umanità e della moderazione. Assai diverso

da questo fu il destino dell'infelice Oneglia; poichè accostatasi

l'armata del Truguet a quel lido, e mandato avanti un palischermo per

negoziare, gli furon tratte le schiopettate, per le quali furono uccisi,

o feriti parecchi, caso veramente deplorabile, e non mai abbastanza da

biasimarsi. Però l'armata francese accostatasi vieppiù, e schieratasi

più opportunamente, che potè, cominciò a trarre furiosamente contro la

città. Quando poi per il fracasso, per la rovina, per le ferite e per le

morti, l'ammiraglio credè, che lo spavento avesse fatto fuggire i

difensori, sbarcò le genti che aveva a bordo, le quali unite ai marinari

s'impadronirono della città, e la posero miserabilmente a sangue, a

sacco ed a fuoco; compassionevole punizione dei violati messaggeri di

pace. Questa fu mera vendetta. Oneglia, cinta da ogni parte dalle terre

del Genovesato, era luogo di poco profitto; perciò i Francesi

l'abbandonarono, e l'armata loro, toccato Savona, e posatasi alquanto

nel porto di Genova, se ne tornò poco tempo dopo a Tolone. Essendosi ora

mai tanto avanzata la stagione, che non si potea guerreggiare, se non

con molto disagio, si posarono dalle due parti le armi tutto l'inverno,

attendendo solo a far apparecchi più che potevano gagliardi, per tornar

sulla guerra con frutto, tosto che il tempo s'intiepidisse. In mezzo a

questo silenzio dell'armi nulla occorse, che sia degno di memoria, se

non se la differenza del procedere dei Savoiardi e dei Nizzardi verso i

Francesi, avendo i primi mostrato molta inclinazione per loro, e

desiderio di accomodarsi alle fogge del nuovo governo: al contrario i

secondi fecero pruova di molta avversione, e di volersene rimanere nel

termini del governo antico. Non è però da passarsi sotto silenzio, che

sebbene l'inclinazione verso le nuove cose fosse molto maggiore in

Savoja che a Nizza, non pochi ciò non pertanto fra coloro, i quali in

quel paese viveano nei primi gradi della società, o nobili o

ecclesiastici che si fossero, o per fede verso l'antico sovrano, o per

paura del nuovo si resero fuggitivi, oppure rimasti essendo nelle loro

antiche sedi, soggiacquero alle carcerazioni, ed alcuni eziandio agli

estremi supplizj. Degno altresì di commemorazione si è, che i soldati

del reggimento di Savoja dispersi per la subita invasione dei Francesi,

di propria volontà, per istrade e sentieri insoliti trapassando,

tornarono alle loro bandiere, e sotto i consueti capi si rannodarono,

esempio di fede dato dai più umili figli di quell'alpestre nazione: il

quale effetto fu poi rinnovato circa venti anni più tardi dai generosi

Spagnuoli invasi dalle armi Napoleoniche.

Pervenuta a notizia di Montesquiou la conquista di Nizza, si mise in sul

voler cacciar del tutto le genti Sarde dalla Savoja. A queste fine

ordinò a Rossi, che cacciandosi avanti le truppe del re, le spignesse

fino al Cenisio per la Morienna, ed a Casabianca fino al piccolo S.

Bernardo per la Tarantasia; il che eseguirono con grandissima celerità,

e quasi senza contrasto da parte del nemico. Anzi è da credere, che se

Montesquiou, invece di soprastarsi, come fece, per aspettar le nuove di

Nizza, fosse, dopo la conquista di Ciamberì, camminato con la medesima

celerità, si sarebbe facilmente impadronito di queste due sommità

dell'Alpi con grande suo vantaggio, e con maggiore speranza di andar a

ferire, alla stagione prossima, il cuore stesso del Piemonte, tanta era

la confusione delle genti regie. Aix, Annecì, Rumilli, Carouge,

Bonneville, Tonone, e l'altre terre della Savoia settentrionale,

abbandonate dai vinti, riconobbero l'imperio dei vincitori. Così questa

provincia venne tutta, non senza grande contentezza pubblica e privata,

in potestà dei Francesi. La quale possessione per quell'inverno venne

loro assicurata dalle nevi strabocchevolmente cadute sui monti, le quali

indussero da queste bande la medesima cessazione dall'armi ed anche più

compiuta, che era prevalsa nell'Alpi Marittime.

In cotal modo un paese pieno di siti forti, di passi difficili, di

torrenti precipitosi, fu perduto pel re di Sardegna, senza che nella

difesa del medesimo si sia mostrato consiglio o valore. Del qual

doloroso caso si debbe imputar in parte il re medesimo per aversi voluto

scoprire, a cagione de' suoi pensieri tanto accesi alla guerra, molto

innanzi, che gli ajuti austriaci arrivassero in forza sufficiente, e per

aver dato il più delle volte i gradi militari a coloro, che più miravano

a comparire, che ad informarsi nell'arte difficile della guerra.

Certamente error grande fu quel di Vittorio di metter l'abito militare

ad ogni giovane cadetto che si appresentasse, e di mandargli sulle prime

alla guerra, come se l'arte della guerra ed il romor dei cannoni non

fossero cose da far sudare, e tremare anche i soldati vecchi. I nobili

poi ci ebbero più colpa del re, pel disprezzo, non so se mi dica

ridicolo, od assurdo, in cui tenevano i Francesi. Pure fra di loro non

pochi erano che modesti e valorosi uomini essendo, detestavano i male

avvisati consigli, e sentivano sdegno grandissimo della vergogna

presente.

La rotta di Savoja, già sì grave in se stessa, fu anche accompagnata da

accidenti parte terribili, parte lagrimevoli. Piogge smisurate, strade

sprofondate, carri rotti, soldati alla sfilata parte armati, parte no,

gente fuggiasca di ogni grado, di ogni sesso, e di ogni età, terribili

apparenze e di cielo, e di uomini, e di terra. Ma fra tutti muovevano

compassione grandissima i fuorusciti Francesi, i quali confidandosi

nelle parole dei capitani regj eransi soprastati a Ciamberì fino agli

estremi, ed ora cacciati dalla veloce furia che loro veniva dietro, non

potevano nè stare senza pericolo, nè fuggire con frutto. Imperciocchè a

chi mancava il denaro per povertà, a chi la forza per infermità, a chi

le bestie, od i carri per trasferirsi; perchè non se ne trovavano per

prestatura nè amichevole, nè mercenaria, ed in tanto scompiglio era

venuto meno il consiglio di prevedere e di provvedere. Spettacolo

miserando era quello, che si vedeva per le strade che portano a Ginevra

ed a Torino, tutte ingombre di gente caduta da alti gradi in un abisso

di miseria. Erano misti i padri coi figliuoli, le madri con le

figliuole, i vecchi con i giovani, e fanciulle tenerissime ridotte fra i

sassi e il fango a seguitar i parenti loro caduti in sì bassa fortuna.

Vi erano vecchi infermi, donne gravide, madri lattanti e portanti al

petto le creature loro certamente non nate a tal destino. Nè si desiderò

la virtù o la carità umana in sì estremo caso, perchè furono viste

spose, figliuoli, fratelli, servidori non proscritti voler seguitare

nelle terre strane, anche a mal grado dei parenti e padroni loro, gli

sposi, i padri, i fratelli, ed i padroni, posponendo così la dolcezza

dell'aere natìo alla dolcezza del ben amare e del ben servire; secolo

veramente singolare, che mostrò quanto possano fra l'umana generazione

la virtù ed il vizio, l'una e l'altro estremi. Ma se era il viaggiar

crudele, non era miglior lo starsi; alberghi pieni, o niuni su quelle

rocche, e bisognava pernottar al cielo, e il cielo era sdegnato, e

mandava diluvj di pioggia. A questo, soldati commisti che fuggivano

sbandati, armi sparse quà e là, un tramestìo d'uomini sconsigliati, un

calpestìo di bestie, un romor di carrette, un furore, un dolore, una

confusione, un fremito, aggiungevano grandissimo terrore a grandissima

miseria. Quanti si sono visti cresciuti ed allevati in tutte le dolcezze

di Parigi, ora non trovar manco quel ristoro, che a gente nata in umil

luogo abbonda nel corso ordinario della vita! Quanti gravi magistrati,

dopo aver ministrato la giustizia nei primi tribunali del nobilissimo

reame di Francia, e vissuto una vita integerrima, ora travagliosamente

incamminarsi ad un esiglio, di cui non potevano prevedere nè il modo, nè

il fine! Quante nobili donne, che pochi mesi prima speravano di dar

eredi a ricchissimi casati nei palazzi dei maggiori loro, ora vicine a

partorire, fra lo squallore di tetti abjetti ed alieni, a padri venuti

in povertà figli più poveri ancora! Quante fanciulle richieste prima da

principi, non sapere ora nè a qual rifiuto andassero, nè a qual

consenso! Quanti capitani valorosi, ed invecchiati nella milizia, ora

che per la fralezza dei corpi loro avevano più bisogno del riposo e

dello stato, mancati il riposo e lo stato, correre raminghi sotto cielo

straniero, cacciati da quei soldati medesimi, ai quali avevano e l'onore

ed il valore insegnato! Erano le strade, per donde passavano, piene di

gente instupidita a sì miserabile caso, od intenerita a tanta disgrazia.

E spesso trovarono sotto gli umili tugurj più ristoro e più consolazione

che non s'aspettavano. Così per molti dì e molte notti, su per le vie di

Ginevra e di Torino, la tristissima comitiva mostrò quanto possa questa

cieca fortuna nel precipitare in fondo chi più se ne stava in cima.

Eppure in mezzo a tanto lutto la natura Francese era tuttavia

consentanea a se medesima. Imperciocchè uscivano dagli esuli non di rado

e canti, e risi, e piacevolezze tali, che pareva piuttosto, che a festa

andassero, che a più lontano esiglio. Vedevansi altresì uomini

gravissimi o galoppanti sulla fangosa terra, o dentro, o dietro le

carrozze stanti, recarsi con le capellature acconce, e con croci, e con

nastri, e con altri segni dell'andata fortuna. Tanto è tenace ciò che la

natura dà, che la sciagura non lo toglie! Ma giunti i miseri fuorusciti

in Ginevra ed in Torino, non si può spiegare quanto fosse il dire, il

guardare, ed il pensare degli uomini. Gran cose aveva rapportato la fama

di Francia; ma ora ai più pareva, che il fatto fosse maggior del detto;

chi andava considerando quel che potesse fare una nazione furibonda, che

usciva dai proprj confini; chi il valore de' suoi soldati, e chi la

contagione delle sue dottrine sostenute da tanta forza. Chi pensava alla

vanità di coloro che l'avevano predicata vinta, e chi all'imprudenza di

coloro che l'avevano provocata potente. Meglio, sclamavano, fora stato

il lasciarla lacerare da se stessa, che il riunirla con le minacce;

meglio ammansarla, che irritarla: tutti poi affermavano esser venuti

tempi pericolosissimi, essere minacciata Elvezia, essere minacciata

Italia; già già titubare la società umana in Europa.

A Torino tutti questi discorsi si facevano, ed altri ancor più gravi.

Quest'essi, dicevano (poichè nelle disgrazie gridar contro il governo è

sfogo e consolazione), quest'essi sono i frutti di tante spese, di tante

leve, di tanti vanti? Essersi per questo esausto l'erario, le

contribuzioni fatte insopportabili? Per questo chiedersi al pontefice la

vendita dei beni del clero? Per questo aumentarsi il debito dei monti?

Essersi congiunta la vergogna al danno! A questo estremo essersi ridotti

soldati valorosi per colpa di comandanti inesperti! Trattarsi la salute

di tutti, ma principalmente dei nobili: ai nobili spettarsi maggior

valore, non insolentire nella sicurtà, non perdersi d'animo nel

pericolo. Ottimo essere il re Vittorio, amarlo tutti, desiderar tutti la

salute sua; ma perchè separar la nazione in due con metter dall'una

parte i pochi coi privilegj, dall'altra i più coi gravami? Parlasse, si

mostrasse padre comune, e vedrebbe correre volonterosi i popoli per

istornare dal felice Piemonte il fatale pericolo.

Intanto gli esuli facevano pietà, e con la pietà nasceva il terrore.

Tutta la città era contristata, e piena di pensieri funesti. Ma tanta

era la fermezza della fede dei Piemontesi nel re loro, che pochi

pensavano a novità, alcuni desideravano qualche riforma nel reggimento

civile e politico dello stato; tutti volevano la conservazione della

monarchìa, ed i peggiori tratti che si udivano contro il governo, più

miravano ad ammenda, che a satira.

Il governo mosso da accidente tanto improvviso e tanto pericoloso,

poichè cominciaronsi a sgombrare i primi timori, andava maturamente

pensando a quello che fosse a farsi. Il cantone di Berna fu richiesto

d'ajuto, ma senza frutto; l'Austria fu richiesta ancor essa, e con

frutto, perchè il fatto toccava anche a lei. Laonde reggimenti Tedeschi

arrivavano a gran giornate dalla Lombardìa in Piemonte, e s'inviavano

prestamente alle frontiere, massime verso il colle di Tenda.

Addomandossi denaro in presto a Venezia, che ricusò, fondandosi sulla

neutralità. Si spedirono corrieri per rappresentare il caso in

Inghilterra, in Prussia ed in Russia. Allegavasi, essere il re solo

guardiano d'Italia: se si rompesse quell'argine, non sapersi dove avesse

a distendersi quella enorme piena; starsi di buon animo il re, ma ove

mancano le forze proprie, abbisognar gli ajuti altrui. Cercavasi anche

di scusare le rotte di Nizza e di Savoia con dire, che quei paesi non

erano difendevoli, se non con grossi eserciti; le forze che là s'erano

inviate, essere state sufficienti non solo per difendere, ma ancora per

offendere, senza le disgrazie di Sciampagna: dopo queste non poter più

bastare neanco a difendere; per verità essere stata troppo presta, ed

anche disordinata la ritirata; ma doversi attribuire alla imprudenza di

chi comandava; essere i soldati buoni e fedeli, parato Vittorio a non

mancare a se medesimo, nè alla lega; solo richiedere, che come egli era

l'antiguardo, così non fosse lasciato senza retroguardo; e siccome egli

era esposto il primo alle percosse del nemico comune, così lo potesse

fronteggiare con gli aiuti comuni.

Tutte queste cose rappresentate con parole appropriate, avevano gran

peso. Ma la Prussia, quantunque perseverasse nell'alleanza, cominciava a

pensare a' casi suoi, siccome quella che essendo lontana dalla voragine,

aveva minori cagioni di temere. Bensì l'Austria, che già ardeva ne' suoi

proprj stati, per preservare il resto, procedeva con sincerità, e si

risolveva a mandar soccorsi gagliardi in Piemonte. L'Inghilterra, che

aveva serbato certa sembianza di neutralità sino alla morte di Luigi

decimosesto, dopo questa orrenda catastrofe s'era scoperta del tutto, e

licenziato da Londra Chauvelin, ministro plenipotenziario di Francia, si

preparava alla guerra. Però diè buone speranze al re, promettendo

denari, ed efficace cooperazione con le sue armate sulle coste del

Mediterraneo. Intanto in Piemonte si compivano i numeri delle compagnìe,

si ordinava la milizia, si creavano nuovi luoghi di monti, si gittavano

nuovi biglietti di credito, si coniavano monete che scapitavano più

della metà del valor loro edittale, pessimo, ma non evitabile rimedio

dei mali presenti, e segno troppo evidente dell'improvidenza dei

reggitori ai tempi lieti. Nel punto medesimo si provvedevano le fortezze

poste ai passi dell'Alpi con ogni genere di munizioni, e si

affortificavano le cime del Cenisio e del piccolo san Bernardo. Con

questo, usando l'opportunità della stagione, che andò freddissima, e

fatti tutti i preparamenti necessarj, si aspettava con incredibile

ansietà da tutti qual fosse per essere al tempo nuovo l'esito delle

battaglie, dalle quali dipendeva il destino d'Italia e del mondo.

LIBRO TERZO

SOMMARIO

Nuove deliberazioni dei confederati nel 1793. Istanze

dell'imperatore d'Alemagna presso al senato Veneziano.

Discorso del procurator di San Marco Francesco Pesaro in

favore della neutralità armata. Discorso di Zaccaria

Vallaresso, uno dei savj del consiglio, in favore della

neutralità disarmata. Risoluzione del senato. Deliberazioni di

Genova. Pratiche dei confederati con Lione e Marsiglia.

Disposizioni militari e politiche dei Francesi. Umori diversi

in Italia. Assalto dato a Cagliari di Sardegna dall'ammiraglio

Truguet. Paoli muove la Corsica, e la toglie all'imperio di

Francia. Guerra sull'Alpi: fatto di Raus favorevole ai regj.

Minacce superbe degl'Inglesi a Toscana ed a Genova.

Insinuazioni dei medesimi a Venezia. Deliberazione del gran

mastro dell'ordine di Malta contro la Francia. Moti

considerabili contro il consesso nazionale in varie provincie:

Lione e Marsiglia si sollevano. Fatti d'armi. I regj sono

respinti dalla Savoia, e da Nizza; Marsiglia è presa, Lione si

arrende. Tolone si dà ai confederati. I repubblicani

l'oppugnano, e lo prendono di assalto. Spoglio fatto dai

confederati nell'andarsene.

La ritirata così subita delle genti regie dalla Savoia e dal contado di

Nizza, e la cacciata a forza degli eserciti Tedeschi delle terre

Francesi verso il Reno, diedero molto a pensare agli alleati. Tra per

questo, e per l'andar sempre più crescendo a cagione delle vittorie, e

di più feroci instigamenti l'appetito delle cose nuove, la furia delle

menti in Francia, eglino s'accorsero, che assai più dura impresa si

avevano per le mani di quanto avevano a se medesimi persuaso; nè mai

tanto discapito dalle credenze al fatto aveva la fortuna recato, che pur

sì grandi ne suol mostrare, quanto a questi tempi. Bande tumultuarie ed

indisciplinate, come le chiamavano, avevano vinto eserciti floridissimi;

capitani di poco o nissun nome avevano superato per arte militare

generali, che erano in voce dei primi per tutte le contrade d'Europa.

Coloro ancora, i quali si erano concetto nell'animo di piantar

facilmente le insegne della lega sulle mura di Parigi e di Lione, a mala

pena potevano difendere i dominj proprj dagli assalti di un nemico poco

prima disprezzato, ed ora vittorioso ed insultante.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 6 / 25 段