Ma siccome questa era una guerra, non solamente di armi, ma ancora

d'opinioni, così si pensò a Roma ad un rimedio singolare per fermar in

suo favore quelle, che si erano tanto dilatate, e che minacciavano sì

grave ruina ai principi; conciossiachè temendosi di qualche sbocco di

Francesi in Italia, fu creduto utile il preoccupare il passo, con fare

che la religione santificasse certi principj politici, acciocchè non

facessero più forza contro di lei; e al tempo stesso, il che era più

importante, si pruovasse, che ella era il mezzo più efficace, anzi il

solo che fosse abile a prevenir gli abusi, che sogliono spingere i

popoli a trascorrere contro i principi. Così, ammessa e conciliata la

radice politica con la religione, si toglieva, speravano, agli avversari

quell'arma tanto potente delle opinioni, che allora più che nei tempi

passati erano prevalse, e si confermava vieppiù l'imperio della

religione. Adunque, ed a questo fine si diede opera, che uno Spedalieri,

uomo molto dotto e di non mediocre ingegno, stampasse nel 1791 in Assisi

un libro intitolato, _I diritti dell'uomo_. Questo libro fu dedicato al

cardinale Fabbrizio Ruffo, allora tesoriere generale della camera

apostolica, e Pio sesto ne nominò l'autore beneficiato di s. Pietro.

Afferma in questa sua opera lo Spedalieri, che la società umana, ossia

il patto che unisce gli uomini nello stato civile, è formato

direttamente, e immediatamente dagli uomini stessi, che è tutto loro,

che Dio non vi ha parte con volontà particolare diretta ed immediata, ma

soltanto come primo ente e primo movente, cioè a dire che il patto

sociale viene da Dio come vengono da lui tutti gli effetti naturali

delle cause seconde. Afferma ancora, che il governo dispotico non è

governo legittimo, ma abuso di governo, e che la nazione, che ha formato

il patto sociale, è in diritto di dichiarare decaduto il sovrano, se

questi, invece di eseguire le condizioni sotto le quali gli è stata

affidata la sovranità, le viola tirannicamente. Quindi l'autore spiega i

caratteri, per cui si viene a conoscere la tirannide, e che adducono il

caso della decadenza. Queste sue proposizioni corrobora con l'autorità

di San Tommaso, il quale nel suo opuscolo latino intitolato: _De

regimine principum ad regem Cypri_, ne dimostra la verità. Finalmente lo

Spedalieri pruova che la religione cristiana è la più sicura custode del

patto sociale, e dei diritti dell'uomo in società, e che anzi ella è

l'unica capace di produrre un tanto effetto. Rimedio non senza prudenza

era questo, ma non fu usato universalmente; imperciocchè dalla

dimostrazione in fuori, che se ne fece in Roma, nissun altro segno sorse

in Italia, che i principi il volessero accettare: appresso a loro un

principio politico contrario prevalse, la religione restò sola, e le

cose rovinarono.

La repubblica di Genova fu poco tentata dagli alleati o per disegni che

si facevano sopra di lei, o perchè la credevano troppo dipendente, o

troppo vicina della Francia. Dimostrossi neutrale con un gran benefizio

dei sudditi, che tutt'intenti al commercio di mare con la Francia

navigavano sicuramente nelle acque della riviera di ponente.

Così erano in Italia nel corso del millesettecentonovantadue timori

universali; armi potenti ed aperte con un'accesa voglia di combattere in

Piemonte; preparamenti occulti in Napoli; desiderio di neutralità in

Toscana; armi poche, ed animo guerriero in Roma; neutralità dichiarata

nelle due repubbliche. Quest'erano le disposizioni dei governi; ma varj

si dimostravano gli umori dei popoli. In Piemonte per la vicinanza le

nuove dottrine si erano introdotte, e quantunque non pochi per le

enormezze di Francia si fossero ritirati, alcuni ancora vi

perseveravano. In Milano le novità avevano posto radice, ma molto

rimessamente siccome in terreno molle e dilettoso. In Venezia per

l'indole molto ingentilita dei popoli gli atroci fatti avevano destato

uno sdegno grandissimo, e poco vi si temevano gli effetti dell'esempio,

massime con quel tribunale degl'inquisitori di stato, quantunque fosse

divenuto più terribile di nome che di fatto. Gli Schiavoni ancora

servivano di scudo, siccome gente aliena dalle nuovi opinioni, e

fedelissima alla repubblica. In Napoli covava gran fuoco sotto poca

cenere, perchè le opinioni nuove vi si erano molto distese, ed il cielo

vi fa gli uomini eccessivi. In Roma fra preti, che intendevano alle

faccende ecclesiastiche, ed un numero esorbitante di servitori, che a

tutt'altro pensavano, che a quello che gli altri temevano, si poteva

vivere a sicurtà. In Toscana, provincia dove sono i cervelli sottili, e

gli animi ingentiliti, poco si stimavano i nuovi aforismi, e la felicità

del vivere vi faceva odiar le mutazioni. In Genova poi erano molti e

fortemente risentiti gli umori; ma siccome vi si lasciavano sfogare,

poco erano da temersi, ed i rivolgimenti non fanno per chi vive sul

commercio.

La Francia intanto venuta in preda a uomini senza freno e senza

consiglio, vedendo la piena che le veniva addosso, volle accoppiare alle

armi le lusinghevoli promesse, e le disordinate opinioni. Però i suoi

agenti sì pubblici che segreti riempivano l'Italia della fedeltà del

governo loro, e delle beatitudini della libertà. Affermavano, non voler

la Francia ingerirsi nei governi altrui; voler esser fedele coi fedeli,

rispettar chi rispettava. Quest'erano parole; ma i fatti avevano altro

suono; imperciocchè e cercavano di stillare le nuove massime nell'animo

dei sudditi con rigiri segreti, mostravano loro il modo di unirsi, loro

promettevano ajuti di consiglio, di denaro, e di potenza, e tentando

ogni modo ed ogni via, si sforzavano di scemar la forza dei governi con

torre loro il fondamento della fedeltà dei sudditi.

Per meglio dichiarare il secolo, sarà mestiero raccontare ciò che

allegavano le due contrarie parti; parrà certamente ch'io dica cose

enormi, ma se ne fecero delle più enormi ancora. Dicevano adunque i

novatori smoderati apertamente, ed a tutti che lo volevano udire, che i

re son tutti tiranni, e bisognare uccidergli; i nobili satelliti dei

tiranni; i nobili appoggiare i tiranni con l'armi, i preti con le

opinioni; il popolo esser sovrano; da lui derivar ogni potere; il popolo

esser pupillo, nè poter mai perdere i suoi diritti nè per tempo nè per

usurpazione; il ribellarsi esser dovere, quando son lesi da chi governa

i diritti del popolo; abbominevole, assurda e ridicola cosa esser la

realtà; solo governo legittimo esser la repubblica; nè tutte le

repubbliche esser legittime, ma solo le democratiche; l'aristocrazìa

mera peggiore della realtà; l'oligarchìa un male orrendo; sola, e vera

fedeltà esser quella verso il popolo; la fedeltà verso i re e verso gli

aristocrati esser tradimento; perciò tradire i re, tradire gli

aristocrati essere non solo lecito, ma debito; quest'esser le massime

eterne dettate dalle natura e da Dio; il Vangelo esser democratico; e

qui aggiungevano cose, che quantunque siamo disposti a favellar alla

libera, non osiamo per riverenza alla santità replicare; nascere una era

novella per l'umana generazione, e compiersi le predizioni delle

scritture; sorgere coi diritti la giustizia, con la giustizia la pace,

con la pace la felicità; abbastanza, e pur troppo essersi fatto pruova

delle usurpazioni, ora doversi pruovare la libertà; abbastanza, e pur

troppo essersi pruovati i privilegi, ora doversi pruovare l'equalità; la

libertà elevar gli animi, l'equalità consolargli; essere finalmente

giunto il tempo, in cui il povero avrà soccorso senza scherno,

l'oppresso riparo senza prezzo, ed in cui la società più farà per chi

meno puote; poichè negli antichi governi il potere era tutto volto a

favor di chi può contro chi non può, vero ed unico fine di ogni buon

governo; avere il potere e la legge, esser troppo, aver nemmen la legge

esser troppo poco; aver tutti una legge uguale esser giusto; bastar

bene, ed esser anche di soverchio, che i ricchi ed i grandi abbiano il

potere che danno le ricchezze e le dipendenze, senza che abbiano quello

che danno i privilegj; così nelle nuove forme torsene a chi ha troppo, e

darsene a chi ne manca, santo e dolce compenso. Sorgessero adunque,

sclamavano, giacchè sorgevano i tiranni, sorgessero i popoli a far

quello che più piace a Dio, quello che stat'era da Dio eternamente

prescritto: sorgessero, abbattessero, conculcassero i tiranni,

fondassero i governi popolari, fondassero le repubbliche, e stabilissero

un fortunato e dolce vivere. A così alta impresa spirar l'aure

favorevoli; la tirannide essere stata spenta in Francia, parte tanto

principale d'Europa; una grande, valorosa e potente nazione esser tutta

sorta in piè per ajutare chiunque voglia gettar dal collo il grave

giogo; abbastanza essersi sofferto, abbastanza tollerato, ora splendere

più benigne stelle; pruovassero, che i più numerosi sono i più forti,

che gli oppressi non son vili; trasportassero il governo del mondo dal

vizio potente alla virtù infelice.

Dall'altro canto nè maggior moderazione d'animi si osservava, nè maggior

modestia di parole. Dove sono, dicevano, questi giacobini (che così gli

chiamavano da una setta furibonda nata in Parigi), che ora si fanno a

voler riformare il mondo? Bel principio al governo loro il metter la

mano nella roba e nella vita altrui, e portar le teste lacere in

processione! Imprigionar gli onesti, e scannar gl'imprigionati! parlar

di aristocrazìa! ma se l'aristocrazìa fa male, fallo a pochi, la

democrazìa a tutti; chi fa scudo ai re, unico, e salutar temperamento in

una nazione grande, se non l'aristocrazìa, massime quando i re son

diventati bersaglio a popoli indemoniati? che virtù! I ladri in onore,

le meretrici in trionfo! Se sono i popolari virtuosi per ignoranza, sono

i magnati per educazione, e la virtù rozza diventa ferocia, se non la

tempera la gentilezza. Se i magnati son freno alle voglie assolute del

principe, ed alle voglie disordinate della plebe, sono ancora esempio ad

infondere nei popoli costumi miti, e gentili; non essere nidi di tiranni

i castelli, bensì specchi di civiltà; ciò che fu, non esser quello che

è, e nemmanco i popoli essere stati angeli; doversi in questo, e quanto

al passato dare e chiedere perdonanza. E che valse ai nobili l'aver dato

alla patria i privilegi loro, non conquistati per forza ma conceduti per

ricompensa, se, spenti i privilegi, loro si tolsero le proprietà, poi la

libertà, poi la vita? E quando finiranno gli esilj, le persecuzioni, e

le carneficine? Della realtà che dirassi? se non se questa esser modo di

governo connaturale all'uomo, poichè là dove sono uniti uomini in

società, là sempre nasce come di necessità la realtà, se non di nome,

almen di fatto, ma le più volte e di nome e di fatto; non vedersi forse

dove i più governano, reggere un solo? e non valer forse meglio la

realtà vera, che la realtà velata? non esser quella sempre più temperata

o dalle leggi, o dalle consuetudini, o dalla necessità di comparire, se

non buono, almeno giusto? all'incontro esser questa più sospettosa,

perchè senza appoggio, più crudele perchè più sospettosa, più arbitraria

perchè senza freno. Nascere la realtà dal desiderio innato in tutti di

dominare; poichè questo inducendo l'anarchìa, morte della società, fa

che si trasporta il dominio da tutti prima in pochi, poi per la medesima

ragione da pochi in un solo; e beate le nazioni che trovano la realtà

bell'e fatta, senza dover passare per l'anarchìa per farsela! Il popolo

sovrano! Certo sì per ammazzar prima i migliori uomini, poi se stesso!

Error scelerato essere il voler ridurre un teorema speculativo in

pratica; che anche i matti furiosi son padroni di muoversi, e pure si

metton loro le catene addosso: con le astrattezze non governarsi gli

uomini, ma con i rimedj contro le passioni, e mal rimedio essere lo

sbrigliarle. Doversi perciò questi regoli plebei spegnere del tutto ad

eterno esempio di una gran malvagità punita; e siccome ne furono

scrollate le fondamenta stesse della società, così doversi questa

ritirare non solo là dond'era partita, ma più verso un governo forte e

stretto. A questo opportuni stromenti essere i nobili ed i religiosi, i

primi perchè dan la forza, i secondi perchè danno la persuasione, ed a

tutti questi preporre un re forte e risoluto. Nè ciò bastare; spenti gli

uomini infami, doversi anche spegnere le dottrine sfrenate; perchè, se

bisogna castigar la generazione presente, e' bisogna sanar le future;

una moderata ignoranza esser migliore d'un insolente sapere: insomma

punir i traditori, premiar i fedeli, riordinar in tutto e per sempre il

vivere sociale. Per questo muoversi l'Europa, per questo aguzzar l'armi;

nè tanto moto essere per palliar solamente un male immenso, ma per

estirparlo; rimanere ancora in Europa sufficienti residui di realtà e di

aristocrazìa per risarcir l'edifizio della società rovinata, se

prudentemente e gagliardamente si rimettessero insieme; questo voler

fare i re confederati, a questo mirare le speranze di tutti i buoni, a

questo offerirsi i nobili, a questo persuadere i religiosi; che se tanta

aspettazione, se così gran consenso, se una sant'ira mossa da crudeli

misfatti fossero indarno, dover cader l'Europa in una inudita barbarie.

Da tutto questo si vede, quanto siano intemperanti gli uomini, quando

sono mossi da passioni politiche; imperciocchè i primi erravano per aver

portato tropp'oltre le riforme, i secondi per averle fatte degenerare in

eccessi enormi pel contrasto da loro fatto anche alle più utili e

giuste; gli uni per aver posto mano nel sangue, gli altri per volerlavi

porre; quelli per aver deposto ed ucciso un re santo, questi per aver

chiamato i re stranieri a' danni della patria loro; e se la libertà,

quantunque di un valore inestimabile, male si compra con la crudeltà,

male ancora si riacquistano i dritti feudali, e le seggiole in corte,

con dar il proprio paese in preda ai forestieri. Certo quel che più

mancò all'età nostra, è l'amor della patria, poichè i primi la resero

serva con le mannaje, i secondi la volevano render serva coi cannoni

Tedeschi, rei gli uni e gli altri per non aver voluto accettare quella

libertà, che il re e gli uomini savj volevano dar loro, unica e sola

libertà, che ad un tanto stato, quanto la Francia è, potesse convenirsi;

nuovo, ma non unico argomento, che non può esser libertà, dove sono i

mali costumi, massime la cupidità sfrenata di comandare, e di comparire.

Le parole dei novatori avevano più forza sull'animo dei popoli, che

quelle dei loro avversarj, perchè i popoli sono sempre cupidi di novità;

poi coloro, che si coprono col velame del ben comune, hanno più

efficacia di quelli, che pretendono i privilegi. Laonde l'Europa era

piena di spaventi, e si temevano funesti incendi per ogni parte.

Intanto essendo accesa la guerra fra l'Austria e la Francia, l'una e

l'altra di queste potenze applicarono l'animo alle cose d'Italia; la

prima per conservar quello che vi possedeva, la seconda per acquistarvi

quello che non possedeva, od almeno per potervi sicuramente aver il

passo col fine di andar a ferire sul fianco il suo nemico.

Dall'altro lato il governo di Francia aveva spedito agenti segreti e

palesi per domandare, parte con minacce, parte con preghiere, ai governi

d'Italia, o lega o passo o neutralità. Fra gli altri Semonville fu

destinato ad andare a specular le cose in Piemonte, ed a tentar l'animo

del re, affinchè negli accidenti gravi che si preparavano, si

dimostrasse favorevole alla Francia. Aveva carico di proporre a Vittorio

Amedeo di collegarsi con la Francia, e di dar il passo agli eserciti

Francesi, perchè andassero ad assaltare la Lombardia Austriaca; con ciò

la Francia gli guarentirebbe i suoi stati, raffrenerebbe gli spiriti

turbolenti in Piemonte ed in Savoja, cederebbe in potestà di lui quanto

si sarebbe conquistato con l'armi comuni in Italia contro l'imperatore.

Il re si era risoluto a non udire le proposte, sì perchè temeva, nè

senza ragione, d'insidie, sì perchè procedeva in queste faccende con

troppa passione, e sì perchè la sua congiunzione con l'Austria già era

tropp'oltre trascorsa. Infatti già calavano Tedeschi dal Tirolo, e

s'incamminavano a gran passo verso il Piemonte. Perlochè, giunto essendo

Semonville in Alessandria, fu spedito ordine al conte Solaro

governatore, che nol lasciasse procedere più oltre, anzi gl'intimasse di

tornarsene fuori degli stati del re, usando però col ministro Francese

tutti quei termini di complimento, che meglio sapesse immaginare.

Solaro, uomo assai cortese, ed atto a tutte le cose onorate, eseguì

prudentemente gli ordini avuti. Tornossene Semonville a Genova.

Il fatto fu gravissimamente sentito in Parigi. Il giorno quindici

settembre del millesettecentonovantadue, Dumourier, ministro degli

affari esteri, favellando molto risentitamente al consesso nazionale del

governo di Piemonte, e lamentandosi con apposito discorso dell'affronto

fatto alla Francia nella persona del suo ambasciadore in Alessandria,

conchiuse doversi dichiarar la guerra al re di Sardegna. Quivi levossi

un romore grandissimo; chè le parole di despoto, di tiranno, di nemico

del genere umano andarono al colmo. Insomma fu chiarita solennemente la

guerra tra la Francia e la Sardegna.

Di già il giorno dieci dello stesso mese il consiglio esecutivo

provvisorio aveva spedito ordine al generale Montesquiou, capo

dell'esercito che raccolto nell'alto Delfinato minacciava la Savoia, di

assaltar questa provincia, e cacciate l'armi Piemontesi oltremonti, di

usare tutte quelle maggiori occasioni che gli si offrirebbero. Questo fu

il primo principio di tutti quei mali che patì Italia per tanti anni, e

che empierono tutto il corpo suo di ferite, che non si potranno così

facilmente sanare.

Il re di Sardegna, come prima fu incominciata la guerra tra la Francia e

le potenze confederate di Germania, aveva con grandi speranze fatto

notabili apparecchi in Savoia, e nella contea di Nizza. Ma le vittorie

dei Francesi nella Sciampagna cambiarono le condizioni della guerra, ed

il re, invece di conquistare i paesi d'altri, dovette pensare a

difendere i proprj. Erano le sue condizioni assai peggiori di quelle dei

Francesi; poichè nei due paesi contigui, in cui si doveva far la guerra,

la Savoia parteggiava pei Francesi, il Delfinato non solo non

parteggiava pei Piemontesi, ma loro era anche nimicissimo; che anzi

questa provincia si era mostrata molto propensa alle mutazioni che si

erano fatte e si facevano: sicchè i Francesi avevano favore andando

avanti, sicurezza andando indietro; il contrario accadeva ai Piemontesi.

Non ostante tutto questo, i capi, che governavano le cose del re in

Savoia, se ne vivevano con molta sicurezza. Soli coi fuorusciti

francesi, che loro stavano continuamente intorno, non vedevano ciò, che

era chiaro a tutto il mondo: improvvidi, che non conobbero, che male con

le ire e con la imprudenza si reggono i casi umani.

Il cavaliere di Colegno, comandante di Ciamberì, oltre la sua credulità

verso i fuorusciti, e verso un generale di Francia, che, per ispiare, il

veniva a trovare in abito e sotto nome di prete Irlandese, con duro

governo asperava i popoli, soffiò imprudente sur un fuoco che già si

accendeva. Assai miglior animo aveva il conte Perrone, governator

generale della Savoia, ma in mezzo a tanti sfrenati non aveva

quell'autorità e quel credito, che in sì pericoloso accidente si

richiedevano; ed anch'egli dava fede alle novelle del prete Irlandese.

Il cavaliere di Lazari governava l'esercito; capitano certamente poco

atto a sostenere le guerre vive dei Francesi.

Adunque tali essendo le condizioni della Savoia nel mese di settembre,

si aperse la via alle future calamità. I capi dell'esercito, vivendo

sempre nella solita sicurtà, nè potendo credere sì vicino un assalto, in

vece di allogar le truppe in pochi luoghi, ma forti, ed ai passi, le

avevano sparse quà e là senza alcun utile disegno, talmente che ed erano

inabili al resistere al nemico ovunque si appresentasse, ed incapaci a

rannodarsi subitamente dove egli assaltasse. Tanta era questa loro

semplicità, che anche quando i Francesi, prima divisi in diversi campi,

si erano raccolti tutti vicino al forte Barraux, il che denotava

l'intenzione di un assalto vicino, non fecero dimostrazione alcuna.

Il prete Irlandese stava loro a' fianchi, e raccontava loro le più gran

novelle del mondo, ed ei se le credevano. I fuorusciti Francesi, che

pure incominciavano a temere, dimandarono se vi fosse pericolo;

risposero del no. Aggiunsero, ch'era la gente di roba, che aveva paura,

e che spargeva spaventi. In questo mordevano il conte Bottone di

Castellamonte, il quale essendo intendente generale della Savoia, da

quell'uomo fine e perspicace ch'egli era, avendo bene penetrate le cose,

aveva domandato soldati al governatore per iscorta al tesoro, che voleva

far partire alla volta del Piemonte. Certo, impossibil cosa era il

difendere la Savoia, massime dopo le disgrazie dei confederati: non

stanziavano in questa provincia più di nove in diecimila soldati; ma

siccome erano buoni, così se fossero stati retti da capitani pratichi, e

posti ai passi opportuni, avrebbero almeno fatto una difesa onorata, e

ritardato l'impeto del nemico. Ma agli sparsi mancò l'ordine, il

riunirgli fu impossibile in accidente tanto improvviso.

Intanto il generale Montesquiou, avuto comandamento d'incominciar la

guerra, dal campo di Cessieux, dove alloggiava con l'esercito raccolto,

in cui si noveravano circa quindici mila combattenti, gente, se non

molto disciplinata, certo molto ardente, andò a porsi agli Abresti,

donde spedì ordine al generale Anselmo, che, passato il Varo, assaltasse

nel tempo medesimo la contea di Nizza. Presidiavano la contea genti poco

numerose, che obbedivano al conte Pinto. Queste mosse doveva anche

ajutare dalla parte del mare il contr'ammiraglio Truguet, il quale

partito da Tolone con un'armata di undeci legni dei più grossi, ed

alcuni più sottili, e due mila soldati di sopraccollo, se ne giva

correndo le acque di Villafranca sino al golfo di Juan, pronto a sbarcar

le genti ovunque l'opportunità si fosse scoperta. Sua principal

intenzione era di sbarcar sotto Monaco per prender alle spalle

l'esercito che difendeva Nizza. Così i Francesi dall'Isero fino al Varo

si apparecchiavano ad assaltare gli stati di un re, che con ostili

dimostrazioni gli aveva provocati prima che gli ajuti, che aspettava

d'Alemagna, fossero giunti. Tale fu l'effetto delle rotte di Sciampagna.

Montesquiou, lasciati prestamente gli Abresti, se ne venne con tutto

l'esercito a posarsi al forte di Barraux vicino a due miglia dalle

frontiere della Savoia, donde disegnava di dar principio alla guerra.

Era suo pensiero di assaltare col grosso dell'esercito Sanparelliano, ed

il castello delle Marcie, per poscia camminar velocemente alla volta di

Ciamberì. Nel medesimo tempo per tagliar il ritorno al nemico, spediva

due grosse bande, delle quali una radendo la riva sinistra del fiume

Isero, doveva chiudere il passo di Monmeliano, e l'altra dal Borgo

d'Oisano, valicando gli aspri monti che dividono la valle della Romanza

da quella dell'Arco, serrare al tutto la strada della Morienna; nel qual

caso tutto l'esercito Piemontese sarebbe stato o preso ai passi, o poca

parte se ne sarebbe potuta salvare per le strade aspre e difficili della

Tarantasia. Aveva egli con certo pensiero avvisato, che la via

principale di ritirata ai Piemontesi era la Morienna, ed il monte

Cenisio. Ma queste due ultime fazioni non ebbero effetto, la prima per

una piena improvvisa dell'Isero, che rotti i ponti non permise il passo,

la seconda per la quantità delle nevi cadute molto per tempo sugli

altissimi monti del Galibiero.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 5 / 25 段