Quale di questo sia la verità, i capi di questa setta si prevalsero

molto opportunamente per arrivar ai fini loro di un'errore commesso dal

governo, il quale diede occasione alla resistenza loro, e fu primo

principio di quel fatale incendio, che arse prima il nobile reame di

Francia, poi propagatosi per tutta Europa, vi trasse tutto a scompiglio

ed a rovina. Il re, in vece di cominciar l'opera dalle riforme tanto

desiderate dal popolo, poi ordinar le tasse, volle principiare a por le

tasse, poi far le riforme. Quindi l'amore cominciò a convertirsi in

odio; la setta nemica alla corona se ne prevalse. Adunque avendo egli

pubblicato due editti, uno perchè si ponesse una imposta sopra le terre,

l'altro perchè si ponesse una tassa sulla carta bollata, il parlamento

di Parigi, non solo fortemente protestò, ma ancora più oltre procedendo

ordinò, che chiunque recasse ad effetto i due editti, fosse riputato reo

di tradimento, e nemico della patria. Quest'era il momento d'insorgere

da parte del governo, e di dar forza alla legge, e di aggiungere al

tempo stesso qualche editto contenente riforme e giuste per se, e

desiderate dal popolo: ciò avrebbe preoccupato il passo. Ma egli,

rimettendo dall'opera sua, lasciò andar non eseguiti i suoi editti.

Quindi crebbe l'ardire del parlamento, che volendo usar la occasione di

guadagnarsi la grazia del popolo a diminuzione dell'autorità regia,

passò ben a ragione ad abbominare con pubbliche scritture, e con parole

infiammative le incarcerazioni arbitrarie; poi statuì, annuendo ad una

convocazione degli stati generali, non essere in facoltà sua, nè della

corona, nè di tutti due uniti insieme trar denaro dal popolo per via di

tasse; la sola volontà del re non bastare a far la legge, nè la semplice

espressione di questa volontà poter constituire l'atto formale della

nazione; essere necessario, a volere che la volontà del re debba trarsi

ad effetto, ch'essa sia pubblicata secondo le forme prestabilite dalla

legge; tali essere i principj, tali i fondamenti della constituzione

francese; sapere il parlamento, che si volevano sovvertire i diritti

pubblici per stabilire il dispotismo; la libertà comune essere in

pericolo; ma non volere, nè potere a tali rei disegni dar la mano, anzi

volere opporsi, nè mai permettere che gli essenziali dritti dei sudditi

fossero conculcati e messi al fondo: poi rivoltosi al re, gli intimò,

non isperasse di poter annullare la constituzione, concentrando il

parlamento nella sola sua persona.

Rispose risentitamente il re, che quello che s'era fatto, s'era fatto

secondo gli ordini fondamentali dello stato; non s'intromettessero in

affari di governo, perchè di ciò non avevano autorità di sorte alcuna;

ch'erano i parlamenti del regno di Francia corti di giustizia abili solo

a giudicare in materie civili e criminali, ma non avere autorità nè

legislativa, nè amministrativa; la volontà del re non potersi senza

pericolo, nè senza un nuovo e funesto cambiamento nella constituzione

del regno soggettare a quella dei magistrati; se ciò fosse,

cambierebbesi la monarchìa in aristocrazìa di magistrati, badassero a

far il debito loro come giudici, e lasciassero il governo delle cose

pubbliche a chi per antica consuetudine e per costituzione l'aveva in

mano; considerassero quante leggi erano state fatte in ogni tempo dai re

di Francia, non solo senza il consenso, ma ancora contro la volontà dei

parlamenti; la registrazione non essere approvazione, ma solo

autenticazione, nè altro in questo fare i parlamenti, che le veci di

notari del regno; che quest'erano le forme, questi i precetti ai quali

e' si dovevano conformare, e se nol facessero, sì gli costringerebbe.

Tal era la contesa nata in Francia fra il re ed i parlamenti circa le

prerogative e l'autorità della corona. Intanto ogni pubblico affare era

soprattenuto, perchè i parlamenti di provincia, come quello di Parigi o

avevano cessato di per se stessi l'ufficio, o erano dall'autorità regia

sospesi. Volle il re rimediare con la creazione della corte plenaria, ma

proruppe il parlamento in un'asprissima protesta: protestarono i pari

del regno, il clero stesso titubava.

Intanto uomini faziosi di ogni genere o stimolati espressamente dai capi

della parte dei parlamenti, o valendosi acconciamente della occasione

offerta dalla resistenza loro per macchinar novità, andavano spargendo

in ogni luogo semi di discordia e di anarchìa. Tumultuavasi a Grenoble,

a Rennes, a Tolosa, ed in altre sedi di parlamenti; orribili scritture

uscite in Parigi chiamavano tiranno il re, distruttore dei diritti del

popolo, oppressore crudelissimo; esortavansi le genti a levarsi, a

disvelare, e punir gli oppressori.

Avendo il re trovato in vece d'appoggio, opposizione e resistenza nei

parlamenti, nella nobiltà, ed in una parte del clero, dovette

necessariamente voltarsi verso il popolo, e fondar l'autorità sua sulla

potenza dei più, giacchè i pochi l'abbandonavano. Così era fatale, che

le prime occasioni delle enormità che seguirono, siano state date da

coloro ai quali più importava di evitarle, e che ne furono alla fine le

miserabili vittime. Adunque fu chiamato ministro il Ginevrino Necker, e

con lui altri personaggi consentanei al tempo. Si sperava bene, il

popolo esultava. Convocaronsi i notabili del regno, convocaronsi gli

stati generali. Prevalse in sul bel principio la parte popolare, siccome

quella, in favor della quale operavano i tempi. Decretossi dapprima, del

qual consiglio fu autore Necker, fosse doppio il numero dei deputati del

terzo stato; poi sedessero i tre ordini, non separatamente, ma in

comune; poi si deliberasse, non per ordini, ma per capi, il che diede

del tutto la causa vinta ai popolari. Gli ordini uniti presero il titolo

di assemblea nazionale. Erano portati al cielo: non si parlò più dei

parlamenti, quantunque eglino con opportune scritture si fossero

sforzati di riguadagnarsi quel favore, che per un nuovo empito popolare

si era voltato all'assemblea.

L'assemblea nazionale, ottenuta la superiorità del terzo stato, abolì

l'inequalità delle imposte, poi i privilegi della nobiltà, poi quelli

del clero, poi la nobiltà ed il clero; ed aboliti la nobiltà ed il

clero, s'incamminava ad indebolire talmente l'autorità regia, ch'ella

non fosse più che un'ombra vana. Il benefizio dell'equalità era

solamente apprezzato dai buoni; i tristi usavano la occasione

dell'indebolimento del governo. I faziosi dominavano: l'autorità regia

non gli poteva frenare, perchè scema di potenza e d'opinione; l'autorità

popolare non ardiva, perchè parlavano in nome, ed in favor del popolo.

In ogni luogo sedizioni, incendj, e rapine; morti funeste, e modi di

morte più funesti ancora: uomini mansueti divenuti crudeli; uomini

innocenti cacciati dai colpevoli; uomini benefici uccisi dai beneficati.

Virtù in parole, malvagità in fatti. Novelle strane si spargevano ogni

giorno; e quanto più strane, tanto più credute, e tosto si poneva mano

nel sangue, o ad ardere i palazzi; nè il sesso, nè l'età si

risparmiavano; ad ogni voce che si spargesse, il popolo traeva, massime

in Parigi. In mezzo a tutto questo atti sublimi di virtù patria, e di

virtù privata, ma insufficienti pel torrente insuperabile, e contrario.

Nè si vedeva fine agli scandali, perchè l'argine era rotto, e fin dove

avesse a trascorrere questo fiume senza freno, nissuno prevedeva.

In fine dopo molti e varj eventi, l'assemblea con una cotal constituzione,

che teneva poco del regio, meno ancora dell'aristocratico, molto del

democratico, rendè il re un nome senza forza; poi venne l'assemblea

legislativa, che il depose; poi il consesso nazionale, che l'uccise.

Intanto uccisi o intimoriti i buoni, impadronitisi della somma delle

cose i tristi, la nazione francese, non trovando più riposo in se

stessa, minacciava, qual mare ingrossato dalla tempesta, di uscir dai

propri confini, e di allagare con rovina universale l'Europa.

A tali accidenti di Francia cadevano nelle menti degli uomini negli

altri paesi di Europa varj pensieri. Da principio quando solo si

trattava dell'opposizione nata fra il re ed i parlamenti, era sorta

un'aspettazione tuttavia scevra da timore. Ma quando vi si aggiunsero le

insolenze popolari, le rapine e le uccisioni continue, quando si

distrussero, e più ancora quando si schernirono i dritti, sopra i quali

erano fondati gli ordini delle monarchìe d'Europa, quando s'insultò il

re, quando mani scellerate cercarono la regina per ucciderla, cominciò

alla meraviglia a mescolarsi il timore. Finalmente quando alle

incredibili enormità si arrosero quelle compagnie raunate in Parigi, ed

affratellate in tutta la Francia, le quali apertamente dichiaravano

volere, con portar la libertà, come dicevano, fra gli altri popoli,

distruggere i tiranni (chè con tal nome chiamavano tutti i re) il timore

diventò spavento. Veramente uomini a posta scorrevano la Germania,

massime i Paesi Bassi, e pretendendo magnifiche parole a rei disegni,

insidiavano ai governi, ed incitavano i popoli a cose nuove: si temeva

che per le sfrenate dottrine tutte le province s'empissero di

ribellione. Si aveva anche in Italia avuto odore di tali mandatarj, i

sospetti crescevano ogni giorno. Dava ancora maggior fondamento di

temere il sapersi, che si trovavano in tutti i paesi non solo uomini

perversi, i quali pei malvagi fini loro desideravano far novità nello

stato, ma ancora uomini eccellenti, che levati a grandi speranze dalle

riforme già fatte in quei tempi dai principi, e credendo potersi dare

una maggior perfezione al vivere civile, non erano alieni dal prestar

orecchie alle lusinghevoli parole. Il pericolo si mostrava maggiore in

Germania ed in Italia per la vicinanza dei territorj, per la facilità e

la frequenza del commercio con la Francia, e per la comunanza delle

opinioni.

Tale era la condizione dei tempi; e per dar principio a favellare

dell'Italia, il re di Sardegna, trovandosi il primo esposto, per la

prossimità dei luoghi, a tanta tempesta, aveva più che ogni altro

principe, cagione di pensare a provveder al suo stato. Del che tanto

maggior necessità il premeva, che non gli era nascosto, che nella parte

de' suoi dominj posta oltre l'Alpi, le nuove opinioni s'erano largamente

sparse, e ch'ella poco attamente si poteva difendere dagli assalti

Francesi, quando si venisse a rottura di guerra con la Francia. Sapeva

di più, che i suoi stati erano principalmente presi di mira da quella

compagnia di propagatori di scandali, che s'era unita in Parigi,

secondochè sfacciatamente uno di loro favellando in pubblico aveva

predicato.

Per la qual cosa, veduto il pericolo imminente, coloro, i quali

reggevano i consigli della corte di Torino, ristrettisi con gli

ambasciadori e ministri degli altri principi d'Italia, rappresentarono

loro, che i casi avvenuti nel desolato reame di Francia davano giusta

cagione di timore per la quiete d'Italia; che l'assemblea nazionale,

acciocchè i principi europei non potessero voltare i pensieri loro agli

affari di Francia, pensava, per mezzo di seminatori di scandali e di

ribellione, a turbar la quiete altrui; che già i mali semi

incominciavano a sorgere, stantechè sebbene fosse stato continuo il

vigilare del governo, e continue le provvidenze date, non s'erano potute

evitare le compagnie segrete, ed anche alcuni, quantunque leggieri, moti

nel popolo; che tali ingratissimi effetti si dimostravano più o meno

nelle altre parti d'Italia; che per verità attentamente s'affaticavano

in ogni luogo i principi per estirpare queste occulte radici, per

chiudere i passi ai malvagi mandatarj, per iscoprir le congreghe

segrete, per allontanar le turbazioni; ma non ravvisarsi quale dei due

alfine avesse a restar superiore o la vigilanza dei governi, o la

pertinacia dei novatori, se non si prendevano nuove e più accomodate

risoluzioni; che la necessità dei tempi richiedeva che i principi

d'Italia si stringessero in una lega comune a quiete e difesa comune;

poichè quello, che spartitamente non avrebbero potuto conseguire,

l'avrebbero ottenuto per l'efficacia e pei soccorsi comuni. Aggiunsero,

che per verità questo disegno era già loro venuto in mente da gran

tempo, di tanta opportunità egli era; ma che gli aveva ritirati dal

proporlo il sapere che Giuseppe, imperatore d'Allemagna, pareva volersi

condurre ad assaltar con l'armi nel proprio loro covile quei nemici

dell'umanità e della religione; che ora, cambiate le circostanze per la

morte di Giuseppe, e volti i pensieri di Leopoldo suo successore

piuttosto a preservare, e conservare il proprio, che ad assalir

l'alieno, avvisavano esser tempo opportuno di ordinare, e di stringere i

vincoli di una comune difesa; che già il fuoco era vicino a consumare la

Savoia; che il Piemonte era in procinto di ardere; e chi avrebbe potuto

prevedere le calamità d'Italia, se non si spegnevano queste prime

faville? che però, visti i pericoli sì gravi e sì imminenti, il re

giudicava doversi, più presto il meglio, stringersi una lega fra tutti i

potentati d'Italia, non già diretta a danno altrui, ma solo a

preservazione propria, a tenersi guardati l'un l'altro dalle insidie dei

mandatarj francesi, a mantener la quiete negli stati, a parteciparsi

vicendevolmente le notizie sulle faccende presenti, e ad ajutarsi con

l'armi e coi denari ove nascesse in questo luogo, od in quello qualche

turbazione. Nè pretermisero i ministri Sardi di spiegar meglio quali

dovessero essere i membri della lega, nominando particolarmente il re

loro signore, l'imperatore d'Allemagna, la repubblica di Venezia, il

papa, il re di Napoli ed il re di Spagna per la parte di Parma. Il re di

Sardegna s'era già chiarito per alcune pratiche segrete della mente dei

re di Napoli e di Spagna, che acconsentivano ad entrar nella lega; il

papa vi si accostava ancor esso, siccome quello che ardeva di sdegno a

cagione delle innovazioni effettuate in Francia circa gl'interessi

spirituali e temporali della religione. Solo la repubblica di Venezia se

ne stava sospesa, considerando quanto questa lega, ancorchè apparisse

pacifica e meramente difensiva, avrebbe fatto ingrossar le armi in

Italia, e chiamato forti eserciti di Allemagna, se le cose venute

all'estremo avessero necessitato l'esecuzione; cosa sempre, e non senza

cagione detestata da quella repubblica. S'aggiungeva, che non avendo

essa pur testè voluto collegarsi con Giuseppe contro il Turco, naturale

ed eterno nemico dello stato suo, del qual rifiuto ne aveva anche avuto

le male parole da quell'imperatore in Trieste, pareva enorme al senato

lo stringersi ora in alleanza con Leopoldo suo successore in una impresa

evidentemente dirizzata, quantunque sotto parole velate, contro la

Francia, amica vera e necessaria della repubblica. Nè grande era il

timore, che aveva il senato delle nuove massime francesi; poichè la

natura Italiana molto eminente negli stati Veneti efficacemente si

opponeva alla loro propagazione: poi le consuetudini da tempi

antichissimi radicate nell'animo dei popoli, e l'amore che portavano al

loro governo, non consentivano; ma erano continue, e forti le istanze

del re di Sardegna, e degli altri alleati, acciocchè il senato si

risolvesse, perchè, se non avevano molta fede nelle armi Venete, avevano

gran bisogno del nome e dei denari della repubblica.

Miravano tutte queste pratiche ad introdurre in Italia le medesime

deliberazioni, ch'erano state prese in Germania dall'Austria e dalla

Prussia dopo la morte di Giuseppe, e l'assunzione di Leopoldo. Erasi

Leopoldo collegato con Federico Guglielmo di Prussia a sicurezza comune

contro gli appetiti immoderati di Caterina di Russia, e contro le

vertigini della Francia. Ma questa congiunzione tendeva a difendersi,

non ad offendere; i trattati di Pavia e di Pilnitz, in cui si suppose

essere stata stipulata la guerra, e lo smembramento della Francia,

furono trovati e menzogne politiche per apporre a Leopoldo risoluzioni

guerriere ed ostili, che non fece, e per stimolare a maggior empito i

Francesi, che già con tanto empito correvano.

Ma morto Leopoldo, ed assunto al trono il suo figliuolo Francesco,

principe giovane, ed ancora inesperto delle faccende, i negozj pubblici

si piegarono a diverso, anzi a contrario fine. Caterina di Russia, la

quale, visto il procedere temperato di Leopoldo e di Federigo Guglielmo,

si era constituita pubblicamente, volendo pur muovere qualche cosa in

Europa, la protettrice dell'antico governo di Francia, dimostrava con

molte protestazioni volerlo rinstaurare. Non doversi, spargeva, un re

virtuoso lasciar in preda a gente barbara; diminuita la potestà regia in

Francia, diminuirsi ancora per riverbero in tutti gli altri regni; avere

gli antichi per rispetto di un solo proscritto, preso le armi contro

stati potenti: perchè si resterebbero i principi d'Europa dal correre in

ajuto di un re, e di tutta una famiglia regia prigione, di tanti

principi esuli, di tutto il fior d'un regno perseguitato e ramingo?

l'anarchìa esser il pessimo dei mali, e più quando veste le sembianze

della libertà, perpetuo inganno dei popoli; tornare l'Europa nella

barbarie, se presto non si rimediasse; quanto a lei, essere parata ad

opporsi con tutte le forze sue alla moderna barbarie, come Pietro il

Grande, glorioso suo antecessore, aveva combattuto e superato un nemico

ostinato, e sempre pronto ad infestar con l'armi i popoli vicini. Ora

esser tempo d'insorgere, ora di unirsi, ora di pigliar l'armi per frenar

quegli scapestrati di Francia: ciò richiedere la pietà, ciò domandar la

religione, ciò volere l'umanità, ed ogni più santo, ogni più utile

interesse d'Europa.

Queste, ed altre simili cose diceva continuamente Caterina, ed insinuava

destramente nell'animo dei principi, massimamente di Francesco e di

Federigo Guglielmo. Nè mancarono a se medesimi in tale auguroso

frangente i fuorusciti francesi, e più i più famosi ed i più eloquenti,

i quali erano indefessi nell'andar di corte in corte, di ministro in

ministro per raccomandar la causa del re, la causa stessa, come

affermavano, dell'umanità e della religione. A queste instigazioni

l'imperatore Francesco, che giovane d'età aveva già assaggiato la guerra

all'assedio di Belgrado, deposti del tutto i pensieri pacifici di

Leopoldo, e non dando ascolto ai ministri, nei quali suo padre aveva

avuto più fede, accostossi ai consigli di coloro, che dipendendo dalla

Russia, lo esortavano ad assumere l'impresa, ed a cominciar la guerra.

Dal canto suo Federigo Guglielmo, principe di poca mente, ma d'indole

generosa, impietositosi alle disgrazie della casa reale di Francia, e

ricordandosi della gloria acquistata da Federigo secondo, si lasciò

svolgere, e postosi in arbitrio della fortuna corse anch'egli all'armi

contro la Francia.

Noi non descriveremo nè la lega, che seguì tra la Russia, l'Austria, e

la Prussia, nè il congresso di Magonza, nè la guerra felicemente

cominciata, e più felicemente terminata nelle pianure della Sciampagna.

Quest'incidenza troppo ci allontanerebbe dalle cose d'Italia.

Incredibile era l'aspettazione degli uomini in questa provincia, e

ciascuno formava in se varj pensieri secondo la varietà dei desiderj e

delle opinioni. Il re di Sardegna, spinto sempre dalla brama di far

chiaro il suo nome per le imprese d'armi, stimolato continuamente dai

fuorusciti francesi, che in grandissimo numero s'erano ricoverati ne'

suoi stati, e lasciandosi tirare alle loro speranze, certo molto più che

a uomo prudente si appartenesse, aveva meglio bisogno di freno che di

sprone. Intanto non cessava di avviar soldati, armi e munizioni verso la

Savoja, e nella contea di Nizza, parti del suo reame solite a sentir le

prime percosse dell'armi francesi, e donde, se la guerra dal canto suo

fosse amministrata con prospero successo, poteva penetrar facilmente

nelle viscere delle province più popolose, e più opime della Francia. Nè

contento alle dimostrazioni, ardeva di desiderio di venirne prestamente

alle mani, persuadendosi che le soldatesche francesi, come nuove ed

indisciplinate, non avrebbero osato, non che altro, mostrar il viso a'

suoi prediletti soldati. Ma o che l'Austria e la Prussia abbiano creduto

di terminar da se la bisogna, marciando sollecitamente contro Parigi, o

che credessero pericoloso pel re di Sardegna lo scoprirsi troppo presto,

lo avevano persuaso a temporeggiare fino a tanto che si fosse veduto a

che termine inclinasse la guerra sulle sponde della Matrona, e della

Senna. Così mutate le cose per la morte di Leopoldo, e pei nuovi

consigli di Francesco, il re di Sardegna, prima talmente rispettivo, che

altro non pretendeva che una lega fra i principi Italici a difesa

comune, ora datosi in preda allo spirito guerriero, gli pareva

mill'anni, che non cominciasse a mescolar le mani con la Francia.

La subitezza di Vittorio Amedeo, e la lega dei re contro la Francia,

diedero non poco a pensare al senato Veneziano, e lo confermarono

vieppiù nella risoluzione presa di non pendere da nissun lato,

quantunque la corte di Napoli gli facesse frequenti e vivissime

instanze, affinchè aderisse alla lega Italica. Ma prevedendo le ostilità

vicine anche dalla parte d'Italia, il che gli dava sospetto che navi

armate di potenze belligeranti potessero entrar nel golfo, e turbar i

mari, e forse ancora che altri potentati d'Italia non forti sull'armi

navali, gli domandassero ajuti per preservar i lidi dagl'insulti nemici,

ordinò che le sue armate, che ritornate dalla spedizione contro Tunisi

stanziavano nelle acque di Malta e nell'isole del mare Ionio, se ne

venissero nell'Adriatico. Veramente essendo stato richiesto poco dopo

dai ministri Cesareo, e di Toscana, che mandasse navi per proteggere

Livorno ed il littorale pontificio, rispose, aver deliberato di osservar

la neutralità molto scrupolosamente; la qual deliberazione convenirsegli

e per massima di stato, e per interesse dei popoli.

Il re di Napoli stimolato continuamente dalla regina, e dal debito del

sangue verso i reali di Francia, andava affortificandosi con l'armi

navali e terrestri; ma non si confidava di scoprirsi apertamente, perchè

sapeva che una forte armata francese era pronta a salpare dal porto di

Tolone; nè era bastante da se a difendersi dagli assalti di lei, nè

appariva alcun vicino soccorso d'Inghilterra, non essendosi ancora il re

Giorgio chiarito del tutto, se dovesse continuar nella neutralità. o

congiunger le sue armi con quelle del confederati. Perciò se ne giva

temporeggiando con gli accidenti. Solo si apparecchiava a poter

prorompere con frutto in aperta guerra, quando fosse venuto il tempo, e

teneva più che poteva le sue pratiche segrete.

Il gran duca di Toscana, principe savio, stava in non poca apprensione

pei traffichi di Livorno; però schivava con molta gelosia di dar

occasione di tirare a se la tempesta, che già desolava i paesi lontani,

e minacciava i vicini.

Il papa non poteva tollerare pazientemente le novità di Francia in

materia religiosa. Ma l'assemblea constituente astutamente procedendo ed

andando a versi alla natura di lui alta e generosa, protestava volersene

star sempre unita col sommo pontefice, come capo della chiesa cattolica,

in quanto spetta alle materie spirituali. Chiamavanlo padre comune, lo

salutavano vicario visibile di Dio in terra. Queste lusinghe venute da

un'assemblea di cui parlava, e per cui temeva tutto il mondo, avevano

molta efficacia sulla mente del pontefice, e già si lasciava mitigare.

Ma succedute all'assemblea constituente, la quale benchè proceduta più

oltre che non si conveniva, aveva non di meno mostrato qualche

temperanza, l'assemblea legislativa, ed il consesso nazionale, queste

disordinatamente usando la potestà loro, diedero senza freno in ogni

sorte di enormità. Pio VI risentitosi di nuovo gravissimamente fulminò

interdetti contro gli autori delle innovazioni, e condannò sdegnosamente

le dottrine dei novatori circa le materie religiose. Allora fu

opportunamente tentato dall'imperatore d'Allemagna, e dai principi

d'Italia, che seguitavano le sue parti. Nè fu vana l'opera loro; perchè

il pontefice parendogli, che alla verità impugnata della religione, alla

necessità contraddetta delle discipline, ed alla dignità offesa della

sedia apostolica fosse congiunta la sicurezza dei principi, e la

protezione degli afflitti, ministerio vero e prediletto del successore

di Cristo, prestò orecchie alle nuove insinuazioni, ed entrò volentieri

nella lega offensiva contro la Francia.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 4 / 25 段