repubblica di Venezia era la più ferma delle repubbliche. Coloro i quali
credono, essere le repubbliche varie e turbolente, nè poter la quiete
sussistere che nelle monarchìe, potran vedere nella Veneta una
repubblica più quieta di quante monarchìe siano state al mondo, eccetto
solo quella del Piemonte. Passò gran corso di secoli senza turbazioni;
fu percossa da potentissime nazioni, da Turchi, da Germani, da Francesi;
trovossi fra guerre atroci, fra conquiste di popoli barbari, fra
rivoluzioni orribili di genti; Roma stessa fulminava contro di lei. Pure
conservossi, non solo salva in mezzo a tante tempeste, ma nemmeno ebbe
bisogno di alterar gli ordini antichi. Tanto perfetti erano i medesimi,
e tanto s'erano radicati per antichità! Pare a me, che più sapiente
governo di quel di Venezia non sia stato mai, o che si risguardi la
conservazione propria, o che si miri alla felicità di chi obbediva. Per
questo non vi sorsero mai parti pericolose; per questo certe nuove
opinioni non vi si temevano, perchè non vi si amavano, e forse ancora
non vi si amavano, perchè non vi si temevano. Solo da biasimarsi
grandemente era quel tribunale degl'inquisitori di stato per la
segretezza, l'arbitrio, e la crudeltà dei giudizi: pure era volto
piuttosto a frenare l'ambizione dei patrizi, che a tiranneggiare i
popoli. Nè sola Venezia ebbe inquisitori di tal sorte, perchè i governi
che non gli hanno per legge stabile, se gli procurano per abuso; e non
so se muovano più il riso o lo sdegno certuni, che tanto romore hanno
levato contro il tribunale suddetto, e che anche presero pretesto da lui
di distruggere quell'antica e santa repubblica. Del resto, la providenza
di lei era tale, che e l'umanità vi trovava luogo, e le gentili
discipline vi si proteggevano. Ma la lunga pace vi aveva ammollito gli
animi, e se vi rimanevano ordini buoni, mancavano uomini forti per
sostenergli. Diminuita la potenza Turchesca, e composte a quiete le cose
d'Italia, perchè accordate, rispetto al ducato di Milano, ed al regno di
Napoli, tra Francia, Austria e Spagna, posò intieramente le armi la
repubblica, e credette colla sola sapienza civile potersi preservar
salva nei pericoli, che radi ancora si rappresentavano. Ma vennero certi
tempi strani, in cui la sapienza civile non poteva più bastare senza la
forza, troppo rotti e troppo enormi dovevano essere i moti: la sapienza
civile stessa era venuta in derisione. Così Venezia verso l'ottantanove
stimata da tutti, temuta da nissuno, se era capace di risoluzioni
prudenti, non era di risoluzioni gagliarde; l'edifizio politico vi stava
senza puntello: una prima scossa il doveva far rovinare.
Assai diversa da questa mostravasi, quanto al vigore degli animi, la
condizione della repubblica di Genova. Nissun popolo si è veduto meno
da' suoi maggiori degenerato del Genovese. Fortezza d'animo, prontezza
di mente, amore di libertà, attività mirabile, civiltà ancor mista con
qualche rozzezza, ma esente da mollezza; un osare con prudenza, un
perseverare senza ostinazione, ogni cosa insomma ritragge ancora in lui
di quel popolo, che resistè ai Romani, battè i Saracini, pose agli
estremi Venezia, distrusse Pisa, conquistò Sardegna, produsse Colombo e
Doria, cacciò dalla sua città capitale i soldati d'Austria; e se i
destini in questi ultimi tempi non fossero stati tanto contrarj alla
misera Italia, forse i Liguri avrebbero lasciato al mondo qualche bel
saggio di valore e di virtù. Ma parlossi d'indipendenza con la
oppressione, e di libertà con la servitù, e gli animi distratti fra
dolci parole e tristi fatti, non poterono nè accendersi al bene, nè
vendicarsi del male. Era in Venezia un acquetarsi abituale alla
sovranità dei patrizj, perchè era non solamente non tirannica, ma dolce,
e perchè era da principio presa, e non data. Era in Genova un vegliare
continuo, una gelosìa senza posa nell'universale verso la sovranità dei
nobili, non perchè tirannica fosse, ma perchè era stata non presa da chi
comandava, ma data da chi obbediva. La lunga quiete aveva fatto posar
gli animi in Venezia: le sette, le fazioni, le parti ora rompendo in
manifesta guerra civile, ora sottomettendo la patria ai forestieri,
avevano mantenuto in Genova gli animi forti, e le menti attente. Era nel
paese veneto gran ricchezza con ampio territorio e fertile; era nel
Genovesato gran ricchezza con angusto territorio e sterile; perciò là si
poteva conservar l'acquistato posando, qua bisognava conservarlo
operando. Era in Venezia chiuso a' plebei il libro d'oro; era in Genova
aperto, possente stimolo a chi aveva avuto più amica la natura che la
fortuna. Sicchè non dee far maraviglia, se risplendeva Venezia più per
delicatezza di costumi, che per forza, e se pel contrario era più
conspicua in Genova la forza che la delicatezza. Quanto alle opinioni,
quelle relative allo stato poco sapevano di cambiamento, quelle relative
all'ecclesiastiche discipline, assai. Quindi Porto-Reale era in favore,
e molto largamente si pensava sull'autorità del papa. Tal era Genova non
cambiata dai secoli, e le antiche querele sulla natura de' suoi
abitatori al molto amor patrio suo sempre molesto ai forestieri,
piuttosto che a verità, debbonsi attribuire.
Se Venezia dimostrava quanto possa per la felicità dei popoli e per la
stabilità degli stati l'aristocrazia temperata dal costume, se Genova
c'insegnava quanto possa pel medesimo fine la maniera stessa di governo
temperata dal costume e dalla gelosia del popolo, dimostravalo Lucca con
l'uno e con l'altro, e di più col freno di una sottile investigazione
sul procedere tanto dei nobili, quanto dei popolari. Era in Lucca
quest'ordine, che chiamavano _discolato_, e rappresentava l'antico
ostracismo d'Atene, e la censura di Roma, che quando alcuno, o nobile o
popolano si fosse, trascorreva i limiti della modestia civile, o dei
costumi buoni, tosto tenevasi Discolato, scrivendo ciascun senatore il
suo nome in sur una polizza; e se venticinque polizze il dannavano in
tre Discolati successivi, ei s'intendeva mandato a confine, od in
esilio. Tenevasi il Discolato ogni due mesi; il che era gran freno agli
uomini ambiziosi e scorretti. Pure siccome sempre il male è vicino al
bene, quella continua e minuta inquisizione, col timore che ne nasceva,
rendevano di soverchio gli uomini sospettosi e guardinghi; perfino
l'onesta piacevolezza era sbandita dal conversare Lucchese, ed una
terra, oltre ogni credere dolce e gioconda, era abitata da gente grave e
contegnosa.
Nè minor gelosia era verso i giudici; quindi si chiamavano dall'estero:
poi, deposto il magistrato, si sottomettevano a sindacato, o vogliam
dire ad esame: seduti in luogo pubblico, poteva ognuno accusargli di
gravame; commessarj espressi tenevano registro, e facevano rapporto al
senato, che giudicando assolveva o condannava. Così erano in Lucca
giudizj integerrimi, primo e principal fondamento alla contentezza dei
popoli.
Ma se vi si dava ad ognuno il suo, vi si largiva il necessario al
bisognoso; perchè a chi voleva aprir traffichi, o era stato danneggiato
dalle stagioni, si fornivano, o danari dall'erario, o generi dai
magazzini del comune. Così mite, provvido, e libero era il reggimento di
Lucca. Così ancora facilmente si vede, che nei paesi d'Italia, che non
erano stati dati in preda dagl'imperadori a principi assoluti, od a
signori arbitrarj, erano state ordinate la giustizia e la libertà, non
impronte e superbe favellatrici, come in altri paesi, ma fondate su
buoni statuti, sull'assenza d'eserciti esorbitanti, sulla modestia di
chi reggeva, sulla natura sottile ad un tempo, ed assennata
degl'Italiani. Che poi questi ordini fossero perfetti per fondare una
compita libertà, nè io, nè altri, credo, che s'ardirà dire. Ma dove sia
questo genere di perfezione, per me nol so; poichè neanco credo che sia
dove le soldatesche sterminate possono conquistare, e recare a servaggio
non che la patria, una, ed anche più parti del mondo. Che se poi solo ed
unicamente si volesse giudicare della bontà dei governi argomentando
dall'infrequenza dei delitti, certamente si affermerebbe i governi di
Venezia, di Genova, di Lucca, e di Toscana essere i migliori. Va con
questi, se però non è superiore per bontà, quello della repubblica di
San Marino. Vive da dodici secoli la repubblica di questo nome, appena
nota al mondo per fama. Quivi virtù senza fasto, quiete senza tirannide,
felicità senz'invidia: quivi nobiltà solo per chiarezza di natali, non
per dritti oltraggiosi, nè per privilegj, nè per desiderio di
dominazione: quivi popolo occupato ed industrioso, e come fra nobili
temperati, così nè irrequieto, nè tirannico. Fortunate sorti, per cui,
tolta l'ambizione dalle due parti, solo rimasero gli affetti
conservatori della società. Rovinavano per lunghi anni intorno a San
Marino i regni, rovinavano le repubbliche, si straziavano gli uomini per
civili e per esterne guerre: sul Titano monte perseverarono i
Sammariniani in tranquillo stato, ed amici a tutti: dall'alto, e dal
sereno miravano le tempeste. Volle l'ambizione moderna introdursi in
quei placidi recessi, ma fu l'opera indarno, come fia da noi a suo luogo
raccontato: l'inveterato e dolce aere resistette al pestilenziale
soffio. Un consiglio di sessanta nominato primitivamente dai capi di
tutte le famiglie adunati in generale congresso, o vogliam dire a
parlamento, e che chiamavano aringo, poi rinnovellato da se stesso a
misura delle vacanze, e due consoli semestrali col titolo di capitani
del comune reggono lo stato. Hanno i capitani la facoltà esecutiva:
avevano anche anticamente, a norma degli antichi consoli di Roma, parte
della giudiziale, ma questa poi cesse a uomini chiamati dall'estero dal
consiglio sotto nome di podestà: rimase ai capitani l'ufficio di
paciali. Sono i capitani, e così ancora i podestà, per gli atti del loro
ufficio soggetti al sindacato, che è il modo della legge delle
obbligazioni, o come dicono i Francesi, della risponsabilità, trovato
dagl'Italiani per la guarentigia dei dritti. L'equalità civile consola
San Marino, i costumi il conservano, la povertà sicuro scudo contro i
forestieri. Nulla ci desidera negli altri, nulla gli altri desiderano in
lui, perchè i buoni hanno a schifo i vizj, la quiete non piace ai
turbolenti, nè la libertà ai corrotti.
Regnava in Modena il duca Ercole Rinaldo di Este, ultimo rampollo di una
casa, da cui l'Italia riconosce tanti benefizj di gentilezza, di
dottrina e di lettere, come se fosse ordinato dai cieli, che non solo
ogni reggimento Italiano, ma ancora ogni sangue sovrano, eccetto quel di
Piemonte, dovessero andare spenti nei calamitosi tempi che vedemmo. Era
il duca Ercole principe degno dei suoi maggiori, se non che forse la sua
strettezza nello spendere era tale, che sapeva di miseria. Pure dubitar
si potrebbe, se tale qualità in lui si debba a vizio, od a virtù
attribuire; perchè se dagli eventi giudicar si dovesse, e dalla natura
sua, ch'era previdentissima, sarebbe degno anzi di lode, che di biasimo.
Certo, era in lui maravigliosa la previdenza, e non so se i posteri mi
crederanno, perchè ciò solo a rinomati filosofi fu attribuito, quando
dirò, che il duca Ercole con chiaro ed evidente discorso predisse,
parecchi anni prima dell'ottantanove, il sovvertimento di Francia, e la
rovina d'Europa. Aggiunse con voce ugualmente profetica, che la Francia
perderebbe la sua preponderanza, che tutte le potenze si sarebbero
collegate contro di lei, e che nissuna l'avrebbe aiutata. Principe
buono, ed avverso agli ordini feudali, affermava ch'essi erano più
funesto flagello all'umana generazione, che la guerra e la peste, nè mai
comportò ai nobili le insolenze. Principe religioso, seppe tener in
freno il clero e Roma, perchè e voleva intiero il dominio de' suoi, e si
ricordava del tratto di Ferrara. Fiorirono maravigliosamente a tempo suo
le lettere in quella parte d'Italia: finì la casa d'Este simile a lei,
nell'antico costume perseverando.
Ora per raccogliere in poco discorso quello che siamo andati finora
largamente divisando, si vede che se apparivano in Italia desiderj di
riforme, non apparivano semi di rivoluzione; che questi desiderj
risguardavano parte lo stato politico, parte la disciplina ed il governo
della chiesa; principalmente una evidente impazienza vi era sorta di
quanto rimaneva degli ordini feudali. I principi, i primi mostrarono di
volere, e mandarono ad effetto non poche riforme; il che fece nascere
generalmente desiderio e speranza di veder condotta a compimento la
macchina delle instituzioni sociali. Tutte queste cose assecondava la
filosofia tanto squisita di quei tempi, non quella, dico, turbolenta e
sfrenata, che non s'intende come alcuni chiamino filosofia, ma quella
che desiderava maggior moderazione nei potenti, e maggior felicità nei
deboli. Imperciocchè la religione divenuta ricca e potente, per opera
dei gesuiti, lusinghiera e comportatrice di ogni cosa ai potenti, in
troppo minor cura aveva, di quanto si convenisse, coloro i quali,
secondo i precetti del suo divino Autore, suoi figliuoli prediletti
esser dovrebbono, ch'è quanto a dire i deboli. In ciò volle supplir la
filosofia, e fecelo, fintantochè uomini senza freno di lei troppo
enormemente abusando, empierono il mondo di sterminj e di sangue, come
altre volte uomini senza freno troppo enormemente ancora della religione
abusando, avevano i secoli spaventato con stragi e con ruine. A questo,
erano in alcuni luoghi della penisola uomini rozzi, ma forti, in altri
uomini gentili, ma deboli; di nuovo in alcuni armi deboli, ma opinioni
tenaci; in altri armi forti, ma eccessive, e per questo medesimo che
eccessive erano, non sufficienti. Del resto, se erano in Italia desiderj
buoni, non erano ambizioni cattive; non solo non vi si aveva speranza,
ma neanco sospetto di rivoluzione, e gli Italiani hanno natura tale, che
se van con impeto, maturano con giudizio.
Tale era Italia, quando giunto il secolo verso l'anno della nostra
salute 1789, si manifestarono in Francia, provincia solita a muovere co'
suoi moti tutta l'Europa, inclinazioni e cambiamenti di grandissimo
momento. Destarono queste novità diverse speranze e diversi timori in
Italia, secondo la diversità degl'ingegni e delle passioni. In questi
crebbero le speranze, in quelli i timori; in alcuni cominciarono a
sorgere le ambizioni: i principi si ristettero dalle riforme per
sospetto, i popoli più le desiderarono per l'esempio: tutti credettero
che per la vicinanza dei luoghi, per la frequenza del commercio, per la
comunanza delle opinioni, novità di una suprema importanza avverrebbero
di là, come già erano avvenute di qua da' monti.
LIBRO SECONDO
SOMMARIO
Rivoluzioni in Francia, e loro cagioni, ed effetti. Loro
effetti negli altri paesi d'Europa, massime in Italia.
Proposizione di una lega Italica. Vera natura del trattato di
Pilnitz. Morte di Leopoldo, imperatore d'Alemagna; assunzione
di Francesco, suo figliuolo. Stimoli della Russia alla guerra
contro la Francia. L'Austria e la Prussia in guerra con questa
potenza. Risoluzione della Sardegna, di Venezia, di Napoli, di
Genova, del papa e della Toscana. Umori dei popoli in Italia:
opinioni delle due parti contrarie. Arti del governo di
Francia rispetto ai governi Italiani nel 1792. Egli dichiara
la guerra al re di Sardegna nel mese di settembre. Fatti
d'armi nella Savoia, e nella contea di Nizza tra i Francesi, e
i Piemontesi. Dispersione di questi ultimi nelle due
provincie. Esse vengono in potestà dei primi. Fuga lagrimevole
dei fuorusciti francesi dalla Savoia. Risoluzioni del re
Vittorio Amedeo in un caso tanto improvviso, e tanto
pericoloso.
Le mutazioni fatte in Italia da principi eccellenti non partorirono che
bene; quelle fatte da un principe giusto e buono in Francia non solo non
fruttificarono quel giovamento ch'ei s'era proposto, ma originarono
ancora orribili disgrazie. Della qual differenza chi volesse investigar
le cagioni, avrà a considerar in primo luogo le opinioni ed i costumi,
che prevalevano a quei tempi in quel regno, poi le leggi che il
governavano, e finalmente lo stato dell'erario.
Quello spirito di benevolenza verso l'umana generazione, il quale era
prevalso in Europa a questi tempi, aveva messo più profonde, e più
larghe radici in Francia, che in qualsivoglia altra provincia, sì perchè
dalla Francia medesima quasi da fonte principale derivava, sì perchè la
civiltà degli uomini in questo paese era molt'oltre proceduta, e sì
finalmente perchè, essendo essi d'indole volubile, fan nascere spesso le
mode ed i tempi, ed i tempi poscia gli governano. Così era allora tempo
d'umanità; e siccome questa è una nazione, che per la prontezza della
mente, e per la grandezza dei concetti, dà facilmente negli estremi così
nel bene, come nel male, e sempre si governa coi superlativi, così
questa universale benevolenza era diventata eccessiva, estendendosi
anche a certi fini, che toccano la radice del governo, e ciò non senza
pericolo dello stato; poichè se è necessario allettar gli uomini con
l'amore, è anche necessario frenargli col timore, più potendo in loro
l'ambizione e l'altre male pesti, che la gratitudine.
In tale disposizione di animi non solo erano divenuti, più che non
fossero mai stati, odiosi i residui degli ordini feudali, ma ogni
leggier freno, che dal governo venisse, era riputato duro e tirannico.
Da questo procedeva, che con riforme utili si desideravano anche riforme
disutili, o pericolose.
Queste opinioni recavano possente incentivo da quelle, che s'erano
formate e sparse ai tempi dell'ultima guerra d'America, sì
opportunamente intrapresa, e sì generosamente condotta dalla Francia:
esser doni volontarj le contribuzioni dei popoli, dover essi e della
necessità loro, e della quantità giudicare, esser la nobiltà non
necessaria, anzi pericolosa allo stato, il re capo, non sovrano, il
clero consiglio, non ordine, e richiamavanlo alla semplicità antica; la
religione dover esser libera. A questo aggiungevasi una tale tenerezza
per gli oppressi, che se mancavano i veri, si cercavano i supposti per
isfogar la piena di tanto amore; poichè ogni punito ed ogni imposto
riputavansi oppressi, ed un gran di sale, che si pagasse, faceva sì che
si gridava tirannide. Le ambizioni si mescolavano alle dolci affezioni,
ed alcuni fra i popolani, vedendosi favoriti dall'opinione, volevano
diventar potenti con salire alle dignità, ed alle cariche dello stato.
Quest'erano le improntitudini popolari; ma la ferita era anche più
grave, e più dentro penetrava nelle viscere dello stato; conciossiachè
coloro fra i nobili, che avevano militato in America, eransi lasciati
ridurre sì per l'esempio, e sì ancora sospinti da una illusione
benevola, credendo che un'Americana pianta potesse portar buoni frutti
in un terreno europeo non adatto ad opinioni più favorevoli ai popoli,
che alla corona; ed oltre alla equalità dei dritti, desideravano
l'introduzione di qualche ordine popolare nell'antica constituzione del
regno. Piacevano loro le forme della constituzione d'Inghilterra. Ciò
mise discordia fra la nobiltà, poichè alcuni fra i nobili opinavano per
le novità, alcuni per le antiche cose, e così s'indeboliva questo
propugnacolo della corona in un tempo in cui ella ne aveva più bisogno.
Ma i più fra coloro dei nobili, che o per coscienza, o per interesse
perseveravano nelle massime antiche, e rimanevano fedeli alla corona
tale quale era durata da tanti secoli, davano novella forza, certo per
orgoglio mal misurato, alla potenza popolare che sorgeva; imperciocchè e
più insolenti si mostravano nelle ville e castelli loro, e più duramente
esigevano gli abborriti dritti feudali, credendo con maggior forza
doversi tener quello, che si temeva di perdere. Ciò tanto maggiormente
si osservava, e tanto maggior odio creava, che quella parte dei nobili
che inclinavano a novità, avevano i medesimi ordini o intieramente
dismessi, o grandemente moderati, ed i restanti con molta mansuetudine
riscuotevano. L'odio saliva alla corona, perchè questi nobili arroganti
erano appunto quelli, che facevano maggior dimostrazione in favore delle
prerogative, e della potenza regia.
Nè queste erano le sole cagioni di novità. Certo è, che i vizi
maggiormente allignano fra i grandi che fra il popolo, tale essendo la
natura umana, che tanto più si corrompe, quanto ha più modi di
corrompere e di corrompersi; nè bastano le gentili dottrine a raffrenar
quest'impeto, poichè esse meglio servono di scusa che di freno. Quindi
era sorta fra i ricchi una tale dissolutezza di costumi, che ne fu tolto
alle persone loro quel rispetto, che già aveva tolto ai loro dritti
l'opinione. L'ozio, il lusso, i piaceri lascivi, i piaceri infami erano
giunti al colmo; nè alcuno era contento alla condizione sua, che, nata
l'ambizione, niuno voleva stare, ognuno voleva salire, ed ogni modo era
riputato buono, o di pecunia accattata che si fosse, e di meretrice
compra, o di bugia, o di calunnia. Tanta era stata la mala efficacia dei
tempi della reggenza! Il vizio s'era introdotto nella corte stessa, nè
bastava, non dirò a sanar gli animi, ma a contenerli, l'esempio del re,
per verità di costumi integerrimi. Ma siccome i popoli credono che le
corti s'informino sul modello dei re, così i Francesi vedendo una corte
scostumata, rimettevano ogni giorno più di quell'amore, che in tutti i
secoli hanno portato ai re loro.
Il perverso influsso era tale, che ne furono contaminati anche coloro,
che dovrebbero avere in se più di sacro e di venerando. L'alto clero,
posto da Dio per esempio e per modello ai fedeli, era diventato
scandaloso per ogni sorte di corruttela. Non pochi fra i prelati,
abbandonate le sedi e gli ovili loro, se ne givano a Parigi per ivi far
opera a diventar ministri, o mostra di ozio, di lusso e di lussuria; nè
era raro il vedere ecclesiastici di primo grado fare o i dottori
politici, o i corteggiatori di dame nelle conversazioni sì pubbliche che
private; e tra di loro alcuni, poste le mani violentemente nel proprio
sangue terminarono una vita infame con modo ancor più infame. In mezzo a
tutto questo scemava fra i popoli il rispetto verso la religione, ed è
una fra le tante maraviglie di questi tempi strani, che i vizj dei
prelati tanto e forse più abbiano contribuito all'incredulità del
secolo, che gli accagionati filosofi con gli scritti loro; poichè, se
questi davano gli argomenti, quelli davano la materia. In tal modo la
potenza separatasi prima dalla virtù, separossi anco dal rispetto, suo
principal fondamento; la virtù medesima sbandita dalla città e dalle
curie, ricoverossi fra i modesti presbiterj dei parochi, e fra gli umili
casolari dei contadini. Dal che ne nacque più forza alla potenza
popolare; perciocchè credessi là esser la buona causa, dov'era la virtù,
e la cattiva, dov'era il vizio.
A questo si aggiungeva, che a gran pezza l'entrata non pareggiava
l'uscita dello stato, deplorabil frutto dei concetti smisurati di Luigi
decimoquarto, del voluttuoso vivere di Luigi decimoquinto, e del profuso
spendere della corte di Luigi decimosesto, ancorchè questo principe se
ne vivesse per se molto parcamente. Questo difetto nell'entrata era
giunto a tale sul finire del 1786, ch'era per nascere una gran rovina,
se presto non vi si rimediava.
In cotal modo scomposte le cose, passata la forza dell'opinione dai
nobili ai popolani, dai ricchi ai poveri, dai prelati ai curati, e
mancato il denaro, principal nervo dello stato, si vedeva, che ove
nascesse un primo incitamento, un grande sovvertimento sarebbe accaduto.
Nè la natura del re dolce e buona era tale, che potesse dare speranza di
potere o allontanare o indirizzare con norma certa, ed a posta sua gli
accidenti che si temevano.
Qui nacque un caso degno veramente di eterne lagrime, e pur non raro
nelle memorie tramandate dagli storici. Tanto è la natura umana sempre
più consentanea a se stessa nel male, che nel bene, e tanto sono cupe le
ambizioni degli uomini. Volevasi da tutti, come opinione portata dai
tempi, e come cosa utile e giusta, una equalità civile, una equilità
d'imposte, una sicurezza delle persone, una riforma negli ordini
giudiziali, una maggior larghezza nello scrivere. Era il re inclinato ad
accomodar le cose ai tempi, per quanto la prudenza, e le prerogative
della corona tanto salutari in un reame vasto, ed in una nazione vivace
e mobile, il comportassero. Ma la setta aristocratica, composta
principalmente dai parlamenti, dai pari del regno, dai prelati più
ragguardevoli, dai nobili più principali, e secondata da un principe del
sangue, del quale se fu biasimevole la vita, fu ancor più lagrimevole il
fine, preoccuparono il passo, e vollero farsi capi e guidatori
dell'impresa. In questo il pensier loro era di cattivarsi con
allettative parole la benevolenza del popolo, e diminuire, con l'aumento
della propria, l'autorità della corona. Forse i primi e i principali
autori di questo disegno miravano più oltre, velando con parole
denotanti amore di popolo pensieri colpevoli di mutazioni nella famiglia
regnante.