La Sicilia, parte tanto essenziale del regno di Napoli, si reggeva con

leggi particolari. Da tempi antichissimi ebbe un parlamento di tre

camere dette Bracci, ch'erano gli ordini dello stato. Una chiamavasi

Braccio militare, o baronale; in questo sedevano i signori, che avevano

in proprietà loro popolazioni, almeno di trecento fuochi. L'altra

intitolavasi Braccio ecclesiastico; entravano in questo tre arcivescovi,

sei vescovi e tutti gli abati, ai quali il re conceduto avesse abbazie.

La terza aveva nome Camera demaniale; era composta dai rappresentanti di

quelle città che non appartenevano ai baroni, e che demaniali si

chiamavano; cioè del dominio del re. Perciocchè due sorte di città avea

la Sicilia, baronali, e libere. Le prime erano quelle che stavano

soggette ad un barone, le seconde quelle che dipendevano immediatamente

dal re, e si reggevano con le proprie leggi municipali. Accadeva spesso,

che un solo barone avesse più voti in parlamento, per essere feudatario

di più terre. Lo stesso accadeva, e per la medesima ragione, degli

ecclesiastici; lo stesso ancora dei deputati delle città, dando più

città il mandato ad una persona medesima. Capo del Braccio baronale

tenevasi il barone più antico di titolo, dell'ecclesiastico

l'arcivescovo di Palermo, del demaniale il pretore della medesima città:

adunavasi anticamente il parlamento ogni anno; poi fu fatto

quadriennale. Prima di Carlo V faceva le leggi; dopo venne ridotto a

concedere i donativi.

Da questo si vede, che il nervo principale del parlamento siciliano

consisteva nei baroni, perchè più ricchi erano, e più numerosi. Ma ben

maggior era la potenza loro nelle terre, a cagione dei privilegi

feudali. Rimediovvi in parte Caraccioli, vicerè; pure i vestigi

feudatarii vi erano ancora gravi. Del resto le opinioni del secolo poco

avevano penetrato in quell'isola; ma quello che non dava l'opinione, il

potevano dare facilmente gli ordini dello stato.

Questa che abbiamo raccontata, era la condizione del regno delle due

Sicilie verso l'ottantanove; ma poco diversa appariva quella del ducato

di Parma e Piacenza, dove come a Napoli, regnava la famiglia dei Borboni

di Spagna. Anche in questi luoghi vedevasi sorta una maggior perfezione

del vivere civile, e le contese con la sedia apostolica pel medesimo

fine delle investiture avevano aperto il campo ad investigazioni a

diminuzione dell'autorità romana. Quando l'infante D. Filippo governava

il ducato, era in lui grande l'autorità del francese Dutillot, il quale

nato di poveri parenti in Baiona, era salito per la virtù sua al grado

di primo ministro. Era stato appunto mandalo Dutillot dalla corte di

Francia al duca Filippo, acciocchè lo consigliasse intorno agli affari

che correvano con la corte di Roma, temendosi che in quella nuova

possessione del ducato, ella volesse dare qualche sturbo in virtù dei

diritti di superiorità sovrana, che pretendeva in quello stato. Per

verità se grande fu la fede che la Francia ed il duca Filippo ebbero in

Dutillot, non furono minori la sua destrezza, e la prudenza. Chiamò a se

i più famosi ingegni d'Italia, tra i quali non è da tacersi il teologo

Contini, uomo dottissimo nelle scienze canoniche, ed il Turchi,

cappuccino di molte lettere, di notabile eloquenza, ed amatore delle

libertà ecclesiastiche, benchè, fatto vescovo, abbia poi mutato, non

dirò opinione, ma discorso; ma tanto per opera di Dutillot si

dirozzarono i costumi in quella bella parte d'Italia, e tanto vi

prosperarono le buone arti, che il regno di D. Filippo ebbe fama del

secol d'oro di Parma. Certo, città nè più colta, nè più dotta di Parma

non era a quei tempi, nè in Italia, nè forse anche altrove. Crearonsi,

per consiglio del Paciaudi, a questo fine chiamato da Roma, più perfetti

ordini nell'università degli studi, un'accademia di belle arti, una

magnifica libreria; e perchè con gli ordini buoni concorressero i buoni

insegnamenti, ed i buoni esempi, vennervi, chiamati da diversi paesi,

oltre Paciaudi, e Contini, anche Venini, Derossi, Bodoni, Condillac,

Millot, Pageol. Fra i buoni esempi Dutillot medesimo non era degli

ultimi, scoprendosi in lui decoro, facondia, cortesia, e tutte quelle

parti che a perfetto gentiluomo si appartengono: arricchivasi al tempo

stesso, ed abbellivasi il ducato per manifatture o fondate o ristorate,

per edifizi, per strade, per pubblici passeggi. Così passò il regno di

D. Filippo assai felicemente sotto la moderazione di Dutillot.

Morto poi nel 1765 il duca Filippo, e devoluto il ducato nel duca

Ferdinando, ancor minore d'età, Dutillot continuò a governar lo stato

con la medesima sapienza. A questo tempo sorse una grave controversia

tra il governo del duca e la corte di Roma; imperciocchè avendo il duca

mandato fuori una sua prammatica intorno alle mani morte, ed un editto,

che le obbligava al pagamento delle gravezze pubbliche, il papa Clemente

XIII pubblicò in Roma un breve monitorio, con cui dichiarò nulle quelle

ordinazioni sovrane di Parma, come provenienti da autorità non idonea a

farle, e lesive dell'immunità ecclesiastica, ammonendo eziandio, che

tutti coloro, che cooperato vi avevano, erano incorsi nelle censure

ecclesiastiche, da cui non potessero essere assolti in nissun caso,

eccettuato l'articolo di morte, se non da lui stesso, o dal pontefice,

che dopo di lui sulla cattedra di San Pietro sedesse. Dutillot difese

con non ordinaria franchezza e prudenza il diritto sovrano del duca,

alla quale difesa diedero non poco favore molti scritti pubblicati da

uomini dotti in tale proposito.

Questi accidenti concitarono contro Dutillot l'odio, e l'arti dei

papisti già entrati molto addentro nella buona grazia del giovinetto

principe. Ciò non ostante in tutto il tempo, in cui questi fu minore

d'età, non perdè il ministro dell'autorità sua. Quando poi, giunto

all'età di diciott'anni, assunse il governo, s'indrizzarono i suoi

pensieri ad altro fine. Perchè congedato Dutillot, il principe si

governò intieramente a seconda dei papisti. Il tribunale

dell'inquisizione fu instituito in Parma, ma mostrò mansuetudine; nè

aspro fu il reggimento del duca; le tasse assai moderate. Era molesto a

molti il rigore eccessivo, che si usava per far osservare certe pratiche

di esterior disciplina. In questo i popoli non potevano dir del

principe, che altro suono avessero le sue parole, ed altro i fatti;

poichè ei dava le udienze in sagrestia, ei cantava coi frati in coro,

egli addobbava gli altari, ei suonava le campane, egli ordinava i santi

nel calendario dell'anno. Ma mentre il duca pregava, i popoli si

erudivano, nè Parma perdette il nome, che si era acquistato, di città

dotta e gentile.

Sedeva a questi tempi, come abbiam già detto, sulla cattedra di san

Pietro il sommo pontefice Pio VI, destinato dai cieli a sostenere il

colmo della prospera, e dell'avversa fortuna. Il suo antecessore

Clemente XIV da povero fraticello salito, per le virtù sue, alla

grandezza del papato, aveva in tanta sublimità conservato quella

semplicità di costumi, e quella modestia di vita, alle quali nella

solitudine dei chiostri s'era avvezzato. Ciò parve a molti, in una Roma,

nel primo seggio della Cristianità, ed in tanta non solo curiosità

d'indagine, ma ancora inclinazione alla miscredenza, che nei popoli di

quell'età molte evidentemente apparivano, cosa altrettanto intempestiva,

e pericolosa, quanto era in se lodevole, e virtuosa; perchè ove gli

argomenti non persuadono, le virtù non muovono, e per ultimo rimedio si

deve por mano alla pompa, imperciocchè gli uomini facilmente credono

esser la ragione dove vedono la grandezza: ed il rispettare è principio

del persuadersi.

Questi pensieri tanto operarono nella mente dei cardinali, che, morto

Clemente, chiamarono papa il cardinal Braschi, che già fin quando era

tesoriero della camera apostolica aveva mostrato in tutte le azioni non

ordinario splendore. Veramente erano in lui, forse più che in altr'uomo

de' suoi tempi, molto notabili l'eccellenza delle forme, la facondia del

discorso, la finezza del gusto, la grandezza delle maniere, procedendo

in ogni affare con tanta grazia giunta a tanta maestà, che e la

venerazione verso la persona sua, ed il rispetto verso la sede ne

venivano facilmente conciliati. Vero è, che tale generosa natura dava

spesso, come suol avvenire, nell'eccesso contrario; perchè s'era bello

d'aspetto, voleva anche comparir tale, forse più che al suo grado

s'appartenesse; l'eloquenza sua sentiva talvolta di eccessiva

squisitezza, e la grandezza peccava non di rado di vanità; del resto

arbitrario e sdegnoso, sopportava malvolentieri che altri ai voleri suoi

si opponesse. Queste erano le qualità di papa Pio. Circa i costumi, e'

furono non che non meritevoli di riprensione, degni di lode; e certe

voci corse in questo proposito, piuttosto alla malvagità dei tempi che

seguirono, che a verità debbonsi attribuire.

Ognuno crederà facilmente, che un pontefice di tal natura, sentendo

altamente di se, doveva anche altamente sentire dell'autorità sua, e

delle prerogative della sedia apostolica. Nè mancavano incentivi a

queste inclinazioni. Covava allora fra quei cardinali, che non erano o

dall'ignoranza offesi, o dall'ozio, o dalle morbidezze ammolliti, un

disegno d'una suprema importanza per l'Italia, e quest'era di ridurla

unita sotto un governo confederato, di cui fossero parte tutti i

principi italiani, e capo il sommo pontefice. Principal autore di questo

consiglio era il cardinal Orsini, uomo di natura piuttosto strana che

no, ma dottissimo in materia canonica, ed assai caldo zelatore delle

prerogative romane; se ai più pareva, che Gregorio VII avesse troppo

detto e troppo fatto, pareva all'Orsini, ch'ei non avesse nè detto, nè

fatto abbastanza. (_Gorani, Mémoires secrets des Cours d'Italie, t. II_)

Pure, siccome da cosa nasce cosa, se il pensiere dell'Orsini circa la

lega italica fosse stato ridotto in atto, avrebbe partorito effetti

importanti, e dai papi potuto nascere la salute d'Italia, come pur

troppo spesso n'è nata la rovina; perchè non sempre ebbero i papi il

dovuto rispetto all'autorità temporale dei principi italiani; ed i

principi italiani hanno sempre amato invidiarsi fra di loro, e chiamare,

per ultimo rimedio, i forestieri in Italia piuttosto che pensare alla

preservazione della comune madre. Quali effetti ne siano risultati e per

loro, e per tutti, il mondo se gli ha veduti, e gl'Italiani non

piangeran mai tanto, che non resti loro a piangere molto più.

Tornando ora al proposito nostro, non potendo Pio allargare, come

avrebbe voluto, nè il dominio, nè l'autorità, perchè l'opinione era

contraria, cercò di acquistar fama di splendido sovrano. Debbesi per

prima e principal opera mentovare il prosciugamento delle paludi

Pontine, se non a final termine condotto, certamente per la maggior

parte eseguito con ispesa tanto enorme rispetto a stato sì angusto, con

costanza tanto mirabile, che pochi esempi si leggono nelle storie degni

di ugual commendazione.

Chiamano paludi Pontine una pianura di centottanta miglia quadrate, che

si distende in lunghezza fino a ventisette, ed in larghezza fino a otto,

più o meno, secondo i luoghi. Ella è terminata a greco dalle montagne

della Spina, a piè delle quali sorgono le città di Terracina, Piperno, e

Sezze; a maestro dalle colline di Velletri, e dai boschi della Cisterna,

a libeccio; a scirocco, ed ad ostro dal mare.

Erano anticamente questi luoghi, e prima che diventassero tanto infami

per aere pestilenziale, colti e salubri. Solo un piccolo padule vi si

osservava vicino a Terracina. Fecevi nel quinto secolo di Roma il

censore Appio la magnifica via, che ancora si chiama col suo nome. Ma

spopolate le provincie per l'atrocità delle guerre, e fatti i terreni

incolti, le acque stagnanti soprabbondarono, e sopraffecero ogni cosa.

Poi Cetego consolo di nuovo prosciugando, le risanò. Ma le guerre civili

le tornarono a peggior condizione; tanto che ai tempi d'Augusto la via

Appia appariva sola in mezzo di quel vasto marese. Tentò Augusto,

tentarono gl'imperadori suoi successori di ridurlo a sanità, e fecerlo;

ma i Barbari, che sopravvennero, spensero, con tutti gli altri, anche

questo segno dell'uman culto, e dell'opere d'ingegno. Così quelle pingui

e vaste terre impaludate si rimasero fino ai tempi più moderni, in cui i

pontefici romani Leone Primo, e Sisto Secondo applicarono l'animo a

volerle prosciugare. Aprì il primo il gran portatore della torre di

Badino, aprì il secondo il fiume Sisto, ch'è un canale artefatto, che

attraversa le paludi per la lunghezza loro, ed è destinato a raccorre

tutte le acque superiori per condurle al mare. Ma nè l'uno, nè l'altro

di questi pontefici regnarono tempo, che bastasse a compir l'impresa.

Sgomentaronsene i successori, o fecero tentativi inutili. Clemente XIII

volle dare sfogo all'acque pel rio Martino, ma non potè, ritraendolo

l'enormità della spesa. Finalmente non così tosto fu assunto al

pontificato Pio VI, che pensò al prosciugamento delle Pontine. Quattro

fiumi, l'Amazeno, l'Uffente, la Ninfa, e la Teppia, non trovando sfogo

al mare verso Terracina, sono principalmente cagione dell'impaludamento.

Rapini, ingegnere di grido, proposto da Pio alle opere, cavata la linea

Pia, condusse le acque al mare pel portatore di Badino, cavò l'antico

fiume Sisto, alveò l'Uffente, e l'Amazeno. S'abbassarono le acque, si

scoversero i terreni, i colti si mostrarono dov'erano le paludi, la via

Appia restituita ai viandanti. Tale fu l'opera egregia di Pio VI.

Non dimostrossi minore l'animo del pontefice negli ornamenti aggiunti

all'antica Roma. Edificò la famosa sagrestia a lato alla chiesa di S.

Pietro; opera certamente di molta magnificenza, ma forse di troppo

minuta e troppo vaga architettura, se si paragona al grandioso stile

della basilica di Michelagnolo. Dolsersi anche non pochi, che per

fondare questo suo edifizio, abbia il papa ordinato, che si atterrasse

l'antico tempio di Venere, al quale Michelagnolo aveva avuto tanto

rispetto, che solo il toccarlo gli era paruto sacrilegio. Bellissimo

pensiero di Pio altresì fu quello di persuadere, come aveva fatto già

fin quando esercitava l'ufficio di auditore del Camerlingo, a papa

Clemente, di ornar il Vaticano con un sontuoso Museo, il quale poi

condotto a maggior grandezza da lui dopo la sua esaltazione, fu chiamato

Pio-Clementino. Lo arricchì con gran numero di statue, busti,

bassirilievi, ed altre anticaglie di gran pregio, alle quali non mancava

mai il motto: dato dalla munificenza di Pio Sesto; vanità per certo

molto innocente. Come nobile fu l'intento suo nel fondar il Museo, così

nobile del pari fu il suo consiglio di volerne tramandare con eccellente

rappresentazione di scritture, e di figure la memoria ai posteri. Nè fu

meno commendabile l'esecuzione; imperciocchè, affidatane la cura, quanto

alle figure, a Ludovico Mirri, e quanto ai comenti, ad Ennio Quirino

Visconti, ne sorse quella bella descrizione del Museo Pio-Clementino,

una delle opere più perfette, che in questo genere siano.

Così cresceva Roma sotto Pio in bellezza ed in isplendore ogni giorno:

così visitata dai più potenti principi d'Europa lasciava in loro

riverenza, e maraviglia, così la magnificenza che cresceva, suppliva

alla fede che mancava; così i popoli mossi da sì sontuosi apparati non

rimettevano di quella venerazione, che avevano sempre avuto verso la

sedia apostolica. Quanto alle nuove dottrine filosofiche, che parlavano

tanta umanità, poche radici avevano messo in Roma: non che i gentili

pensieri non vi fossero graditi, ma perchè gli autori loro mescolando,

come facevano, tempi dissomigliantissimi, ed attribuendo a certi effetti

cagioni non vere, troppo in se stessi si compiacquero di condannar le

romane cose. Tal era Roma, tanto sempre a se medesima conforme, che

mancate l'armi, comandò con la fede, mancata la fede, comandò con le

pompe, ritraendo sempre in ogni fortuna di quella grandezza, che per

ispecial privilegio del cielo pare in lei congenita e naturale.

Mentre così in varie parti d'Italia più o meno si cancellavano per

benefizio dei principi, o per ammaestramento dei buoni scrittori, le

vestigia che i tempi barbari avevano lasciato nelle instituzioni dei

popoli, e che evidentemente vi si procedeva verso un vivere sociale più

generoso e più mite, poco o nissun cambiamento si osservava in altre

parti della medesima provincia. La monarchia piemontese era la più ferma

di tutte le monarchie, poichè in lei non si videro mai, come in tutte le

altre, o rovine nella casa regnante, o rivoluzioni di popoli. Del quale

privilegio, se si vorrà ben dentro considerare, apparirà, prima e

principal cagione essere la potestà assoluta del principe, giunta con un

uso moderato della medesima. Poi mancavano le occasioni dell'ambizione

dei potenti; perciocchè trovandosi il Piemonte posto tra la Francia e

l'Austria, altro non avrebbe partorito l'ambizione di un potente, anche

fortunata, che render se ed il paese suddito o dell'una o dell'altra; nè

mai chi avesse voluto imitare un duca di Braganza, avrebbe potuto venir

a capo della sua impresa. S'aggiunse, che i principi di Savoia

governarono sempre gli eserciti loro da loro medesimi, nè potevano

sorgere capitani di gran nome, che potessero, non che distruggere,

emulare la potenza dei principi.

Da questo, e dagli eserciti molto grossi, nacque la maravigliosa

stabilità della monarchia piemontese. Ne procedette, oltre a ciò, in

quello stato una opinione generale stabile, che da generazione in

generazione propagandosi, rendè questa monarchia somigliante alle

repubbliche, nelle quali, se cangiano gli uomini, non cangiano le

massime, nè le opinioni. Adunque gli ordini antichi si erano conservati

intieri; le opinioni nuove poco vi allignavano.

Ciò non ostante alcuni segni, sebben deboli, di cambiamento, si

ravvisavano negli stati del re di Sardegna, massime circa la

ecclesiastica disciplina. Imperciocchè tolte con providissimo consiglio

dal re Vittorio Amedeo II le pubbliche scuole ai gesuiti, e fornita

l'università degli studi di ottimi professori, incominciarono le

dottrine dell'antichità cristiana a diffondersi. I tre bibliotecari

dell'università, Pasini, Berta, e Pavesio, uomini di molto sapere e

pietà, promossero lo studio delle opere scritte dai difensori di quelle

dottrine: Vaselli ne arricchì la libreria del re.

Regnava Vittorio Amedeo, terzo di questo nome, principe di animo

generoso, di vivo ingegno, e di non ordinaria perizia nelle faccende di

stato. Contaminava la sua buona natura un amore eccessivo della gloria

militare: quindi ordinò e mantenne in piè un esercito grosso fuor di

misura: il che rovinò le finanze, che tanto fiorivano ai tempi di Carlo

Emanuele suo padre; sparse largamente nella nazione la voglia delle

battaglie, e diè favor eccessivo e potenza ai nobili, soli ammessi a

capitanar le soldatesche. Ognuno voleva essere, ognuno imitar Federigo

re di Prussia. Certamente se immortali lodi si debbono a Federigo per

aver difeso il suo reame contra tutta l'Europa, gran danno ancora le

fece per avervi introdotto coll'esemplo suo un eccessivo umor

soldatesco, ed aver messo su eserciti smisurati. Gli altri potentati o

per fantastica imitazione, o per dura necessità furono costretti a far

lo stesso; poi venne la rivoluzione di Francia, che dilatò questa peste

ancor di vantaggio, poi sorse Buonaparte, che la portò agli estremi, ed

altro non mancherebbe alla misera Europa per aver la compita barbarie,

se non che ella facesse marciare, a guisa degli antichi Galli e Goti,

coi combattenti anche i vecchi, le donne, ed i fanciulli. Certo nè

libertà alcuna, nè ordine buono di finanza, nè civiltà durevole potrà

mai essere in Europa, se i principi non si risolvono a por giù questi

loro eserciti sterminati. Questi sono gli obblighi, che le generazioni

hanno a Federigo.

Ma tornando a Vittorio, tanto era in questa bisogna infatuato, che

soleva dire, ch'ei faceva più stima di un tamburino, che d'un letterato,

benchè poi riuscisse miglior che di parole; perciocchè i letterati

accarezzava e premiava, ed usava anche con loro molto famigliarmente. Ma

le armi prevalevano; quindi non solamente fu dissipato il tesoro

lasciato da Carlo, ma i debiti dello stato, non ostante che le

imposizioni s'aggravassero, tanto s'ammontarono, che sommavano nel 1789

a meglio di cento milioni di lire piemontesi, che sono più di cento

venti milioni di franchi. Le cariche civili ed ecclesiastiche

conferivansi solo ai nobili, ed agli abbati di corte. Ad una generazione

di magistrati integerrimi e capaci, e di vescovi santi e dotti,

successero qualche volta magistrati e vescovi poco atti per dottrina, e

fors'anche meno per costume a reggere gli uffizi loro.

Pure fiorivano le scienze; fiorivano anche, ma non tanto, le lettere.

Quanto alle contese circa l'ecclesiastica disciplina fra il romano

pontefice, ed i principi di casa austriaca, il re Vittorio, contuttochè

pensasse da illuminato cristiano in materia religiosa, aveva, per amor

di quiete, ordinato, che mai non si parlasse o scrivesse nè pro nè

contro la bolla _Unigenitus_, nè mai si trattasse dei quattro capitoli

della chiesa gallicana; che anzi, siccome questi capitoli erano

apertamente insegnati, e costantemente difesi nell'università di Pavia

dopo le riforme fattevi da Giuseppe Secondo, aveva, a petizione del

cardinale Gerdil, uomo dotto, ma romano in eccesso, proibito, che i

sudditi andassero a studiare in quella università. Ma tali opinioni più

pullulavano, quanto più si volevano frenare.

Da quanto abbiam finora discorso si può raccogliere, che il paese

d'Italia, il quale ne sta ai passi, e doveva il primo esser percosso

dalla tempesta, trovavasi, sotto sembianza forte, in non poca debolezza;

poichè, se aveva esercito grosso e pieno di buoni soldati, che aveva

certamente, governavasi questo esercito da ufficiali più notabili per

nobiltà, che per esperienza di guerra; l'erario penuriava per debiti e

per dispendio esorbitante; la superiorità dei nobili odiosa a tutti.

Perciò vi covava qualche mal umore, crescendo dall'una parte la superbia

per sospetto, dall'altra l'ambizione per dispetto.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 2 / 25 段