Fu l'effetto conforme alle pie intenzioni; poichè fu in Tosc

STORIA D'ITALIA

DAL 1789 AL 1814

SCRITTA

DA CARLO BOTTA

TOMO I

CAPOLAGO

_presso Mendrisio_

Tipografia Elvetica

MDCCCXXXIII

STORIA D'ITALIA

LIBRO PRIMO

SOMMARIO

Proposito dell'opera. Stato d'Italia nel 1789. Come siano nati

gli ordini feudali; poi come moderati. Opinioni ed

inclinazioni del secolo in questa materia. Stato della

religione; perchè fu soppressa la società dei gesuiti, e quali

effetti siano nati da questa soppressione. Lodi di Giuseppe II

imperatore d'Alemagna, e riforme fatte da lui. Viaggio di papa

Pio VI a Vienna. Buon governo del ducato di Milano sotto il

conte di Firmian. Lodi di Leopoldo gran duca di Toscana; sue

numerose ed utili riforme; felice condizione del popolo sotto

questo principe. Dottrine di Scipione de' Ricci vescovo di

Pistoia, e del suo sinodo. Quali effetti partoriscano queste

dottrine sulla corte di Roma. Stato del regno di Napoli;

amministrazione del marchese Tanucci; opinioni che vi

regnavano; riforme eseguite, o sperate. Stato, e parlamento di

Sicilia. Stato del ducato di Parma sotto i duchi don Filippo e

don Ferdinando: buona amministrazione di Dutillot. Condizioni

di Roma e delle romane cose: disegni che vi si facevano:

qualità di Pio VI; sua magnificenza; suoi sforzi pel

prosciugamento delle paludi Pontine. Stato del Piemonte;

qualità di Vittorio Amedeo III re di Sardegna; suoi

ordinamenti sui soldati, sull'amministrazione, sulle finanze.

Stato della repubblica di Venezia; natura del suo governo, e

de' suoi popoli. Condizioni della repubblica di Genova, poi di

quelle di Lucca, e di San Marino. Stato del ducato di Modena,

e qualità del suo principe, Ercole Rinaldo d'Este. Sunto

generale delle opinioni, ch'erano prevalse in Italia nel 1789.

Proponendomi io di scrivere la storia delle cose succedute in Italia ai

tempi nostri, non so quello che gli uomini della presente età saran per

dire di me. Conciossiachè mancati col finire del decimo sesto secolo gli

eccellenti storici fiorentini, i quali soli forse fra gli storici di

tutti i tempi e di tutte le nazioni scrissero senza studio di parti la

verità, i tempi andarono sì fattamente peggiorandosi, e l'adulazione in

guisa tale distendendosi, che il volere scrivere la storia con sincerità

pare opera piuttosto incredibile, che maravigliosa. E non so perch'io

m'oda dire tuttavia, che la storia è il lume del tempo, e che insegna

bene il fatto loro ai popoli, ed ai principi: imperciocchè, scritta

secondo il costume che prevalse, io non so quale altra cosa ella possa

insegnare altrui, fuori che a dir le bugie; e qual buona guida nel

malagevole cammino della nostra vita siano queste, ognun sel vede,

stantechè i negozi umani con la realtà si governano, non con le chimere.

E già i più tra coloro ai quali io appalesai questo mio pensiero, mi

dissero apertamente o ch'io non oserei, o ch'io non potrei, od

all'ultimo ch'io non dovrei mandarlo ad esecuzione. Pure, pare a me, che

se l'adulazione si cerca da una parte, che certamente si cerca, molto

ancora più si offra dall'altra, e che più ancora siano da accagionarsi

di viltà gli scrittori, che di rigore, o di ambizione i principi. Per la

qual cosa io, che di maggior libertà nello scrivere non pretendo di

godermi di quella, cui Benedetto Varchi, o Francesco Guicciardini

ottennero dal duca Cosimo, e Niccolò Machiavelli dal pontefice romano,

il quale concesse anco un amplissimo privilegio per la stampa delle sue

opere, mi confido che comportare mi si possa: salvochè si voglia

credere, od almeno dire, ciò che credeva e diceva colui, che ai nostri

dì avrebbe voluto spegnere anco il nome della libertà, cioè che tutto il

male (così chiamava egli il desiderio mostrato prima dai principi,

poscia dai popoli, di un governo più benigno) procedette dal secolo di

Leone X. Che se ad alcuni sembrasse essere le cose più tenere oggidì,

che ai tempi passati, dirò che anche allora furono, come negli anni

vicini a noi, massime nella misera Italia, inondazioni di eserciti

forestieri, arsioni di città, rapine di popoli, devastazioni di

provincie, sovvertimenti di stati, e fazioni, e sette, e congiure, ed

ambizioni crudeli, ed avarizie ladre, e debolezze di governi effeminati,

e fraudi di reggimenti iniqui, e sfrenatezze di popoli scatenati. Per

me, sonmi del tutto risoluto, se a tanto si estenderanno le forze del

mio ingegno, a mandare ai posteri con verità la compassionevol trama di

tanti accidenti atroci, di cui la memoria sola ancora ci sgomenta.

Seguane poi ciò che vuole: che la vita è breve, ed il contento di avere

adempiute le parti che a buono e fedele storico si appartengono, è

grande, e quasi infinito. Oltrechè di conforto non poco sarammi il

raccontare, come farò, con uguale sincerità le cose liete, utili, e

grandi, che fra tanti lagrimevoli casi si operarono per un benigno

risguardo della divina providenza che mai non abbandona del tutto i

miseri mortali.

L'Europa conquistata dai re barbari fu data in preda ai capitani loro;

uomini e terre caddero in potestà di questi. Così se ai tempi romani le

generazioni erano partite in uomini liberi, e schiavi, ai tempi barbari

furono divise in conquistatori, e servi. Tale è l'origine degli ordini

feudali. Teodorico re de' Goti moderò una tal condizione coll'avere

istituito i municipii. Poi gli ecclesiastici diventati ricchi fecero

ordine, e mitigarono, dividendola, o contrastandola, l'autorità feudale.

Così sorsero gli ordini, o stati, o bracci, che si voglian nominare,

della nobiltà, del clero, e dei comuni. Carlo V gli spense nella Spagna,

ma non potè nell'isole d'Italia; i Borboni gli conservarono in Francia,

servendosene più o meno, secondo i tempi. Nell'Italia divisa in tanti

stati, e sì spesso preda di principi forestieri, che a fine di tenerla

accarezzavano pochi potenti per assicurarsi dei più, l'autorità

municipale, se si eccettuano alcune antiche repubbliche, si mantenne più

ristretta, la feudale più larga. Ciò quanto allo stato. Rispetto ai

particolari restavano ancora non pochi vestigi dell'antico servaggio,

tanto circa le cose, quanto circa le persone. Di questi, alcuni andarono

in disuso per opinione de' popoli, o per benignità dei feudatarii; altri

furono aboliti dai principi: dei superstiti, il secolo, di cui abbiamo

veduto il fine, voleva l'annullazione.

Nè in questo si contenevano i desiderii dei popoli. Volevasi una

equalità quanto alla giustizia, e quanto ai carichi dello stato; nella

quale inclinazione concorrevano non solamente coloro ai quali questa

equalità era profittevole, ma eziandio la maggior parte di quelli, che

si godevano i privilegi. Dire poi, come alcuni hanno scritto, e

probabilmente non creduto, che si volesse una equalità di tutto, ed

anche di beni, fu improntitudine d'uomini addetti a sette, soliti sempre

a non guardare quel che dicono, purchè dicano cose che possano

infiammare i popoli, e farli correre alle armi civili. Queste erano le

quistioni dei diritti; e sarà da quinc'innanzi cosa luttuosissima al

pensarci, e degna di eterne lagrime, che col progresso di tempo siansi

alle quistioni medesime mescolate certe altre astrattezze, e sofisterie,

che insegnarono alla moltitudine il voler fare da se, quantunque si

sapesse che la moltitudine commette il male volentieri, e si ficca anco

spesso il coltello nel petto da se: tanto i moti suoi sono incomposti, i

voleri discordi, le fantasie accendibili, e tanto ancora sopra di lei

possono sempre più gli ambiziosi, che i modesti cittadini.

La religione medesima era già trascorsa, non già nel dogma, che sempre

rimase inconcusso, ma bensì nella disciplina. Dolevansi i popoli che gli

utili operai della vigna del Signore fossero poveri, mentre gli oziosi

se ne vivevano in grandi ricchezze, delle quali non solo usavano, ma

spesso ancora abusavano: dolevansi essere i primi insufficienti per

numero, o per mala distribuzione delle cariche, i secondi eccessivi;

dolevansi di certe pratiche religiose, più utili a chi le metteva su che

decorose pel divin culto, mentre per queste era nel medesimo tempo

scemato maestà e frequenza alle più gravi e necessarie solennità della

chiesa: scandalizzarsene le anime pie, darsi cagion di calunnia agli

empi, ed agli acattolici.

Ma ben altri discorsi si facevano, massimamente in Italia, i quali tutti

nascevano da quella inclinazione del secolo favorevole ai più. Era stata

soppressa la società di Gesù, perchè era divenuta formidabile ai

principi, e perchè faceva coll'autorità sua, e co' suoi maneggi

formidabile di soverchio ai medesimi la corte di Roma. Imperciocchè,

mescolate le profane cose con le divine, temevano i principi cattolici,

che siccome era una monarchia universale spirituale di cui era capo il

sommo pontefice, così venisse a nascere per mezzo dei gesuiti, tanto

attivi, e tanto sagaci operatori per la santa sede, una forma di

monarchia universale temporale, in cui avesse il capo della fede

cattolica più autorità, che gli si convenisse. Vedevasi il sommo

pontefice Clemente XIV, che lo spegnere i gesuiti era un privarsi della

più efficace milizia che s'avesse: con tutto ciò non potè resistere alle

esortazioni ed alle minacce di tanti principi potenti di forze,

celebrati per pietà, formidabili per concordia. Pure stette lungo tempo

in forse; finalmente consentì, poi fra breve si pentì. Ma seguitonne a

timore del papa, ed a contentezza dei principi maggior effetto, che

quello e questi non avevano creduto; poichè ne sorse più viva nel corpo

della chiesa la parte popolare. Parlossi di doversi ridurre alla

semplicità antica la chiesa di Cristo; allargare la autorità de' vescovi

e dei parrochi; scemar quella del pontefice sommo, nè doversi più

tollerare il romano fasto. Le querele, che risuonarono già fin dai tempi

antichissimi contro la corruzione di Roma, rinnovellavansi, ed andavano

al colmo. Le dottrine di Porto-Reale si diffondevano; coloro che le

mantenevano erano in molta autorità presso il popolo, perchè

risplendevano non per oro, nè per corredi, ma per dottrina, per

austerità di costumi, e per una certa semplicità di vita, che molto

ritraeva degli antichi tempi evangelici.

Inclinazioni di tal sorte arridevano ai principi, memori tuttavia della

superiorità dei gesuiti, e della potenza di Roma. Nè non pensavano, che

maggiore autorità acquisterebbero nell'ecclesiastiche discipline, se i

vescovi, che sempre sono da loro dipendenti, meno da Roma dipendessero.

Stimavano che la diminuzione delle prerogative papali fosse per essere

la libertà dei principi.

Queste massime più strette per chi dominava, più larghe per chi

obbediva, trovavano disposizioni favorevoli nell'opinione de' popoli, e

però più profonde radici mettevano. Così uno spirito stesso e circa le

cose civili, e circa le ecclesiastiche andava insinuandosi a poco a poco

in tutte le parti del corpo sociale. Ciò non ostante, se molti pensavano

a riforme, nissuno pensava a sovvertimenti; nè alcuno ambiva di far da

se, ma ognuno aspettava dal tempo e dalla sapienza dei principi

temperamento alle cose, e compimento a' desiderii.

Piacemi ora, venendo ai particolari, che in proposito di riforme il mio

discorso abbia principio da un nome imperiale. Giuseppe II, imperatore

d'Alemagna, principe per vigor di mente, e per amore verso l'umana

generazione facilmente il primo, se si paragona ai principi de' suoi

tempi estranei alla sua casa; il primo forse ancora, od il secondo, se

si paragona a Leopoldo suo fratello, molto pensò e molto operò in

benefizio dell'austriache popolazioni. Nè voglio, che le accuse dategli,

perchè era re, dagli sfrenati commettitori di tante enormità in Francia

a' tempi della rivoluzione, nè quelle dategli dopo, perchè ei volle

operare, ed operò molte novità, da coloro, che vorrebbono in chi regge

una potestà non solo assoluta, ma anche dura e terribile, tanto gli

nocciano, ch'io non lo predichi, come uno dei primi, e più principali

benefattori, che abbia avuto il mondo. Molto viaggiò, non per pompa, ma

per conoscere le instituzioni utili, ed i bisogni dei popoli; i casolari

dei poveri più aveva in cale, che gli edifizj dei ricchi; nè mai

visitava il bisognoso, che nol consolasse di parole, ed ancor più di

fatti. Protesse con provvide leggi i contadini dalle molestie dei

feudatari, opera già incominciata dalla sua madre augusta Maria Teresa:

gli ordini feudali stessi voleva estirpare, e fecelo. Volle che si

ministrasse giustizia indifferente a tutti; là creava spedali, ospizi,

conservatorii, ed altre opere pie; quà fondava università di studi; i

giovani ricchi d'ingegno, e poveri di fortuna, in singolar modo aiutava.

Ai tempi suoi, e per opera sua lo studio di Pavia sorse in tanto grido,

che forse alcun altro non fu mai sì famoso in Europa. Lo studio medesimo

empiè di professori eccellenti in ogni genere di dottrina, cui favoriva

con premii, e non avviliva con la necessità dell'adulazione. Nè contento

a questo, fondò premii per gli agricoltori diligenti ed aprì novelle vie

al commercio per nuove strade, per nuovi porti, per abolizione delle

dogane interne; nè mai in alcun altro paese o tempo, furono in così

grande onore tenuti, come in Italia sotto Giuseppe, gli scienziati che

sollevano, ed i letterati che abbelliscono la vita incresciosa e trista.

Mandovvi altresì, qual degno esecutore de' suoi consigli, il conte di

Firmian, sotto la tutela del quale la Lombardia austriaca venne in tanto

fiore, che sto per dire, che in lei verificossi la favolosa età

dell'oro.

Quanto alle instituzioni ecclesiastiche, dichiarò Giuseppe la religione

cattolica dominante, ma volle che si tollerassero tutte; comandò ai

vescovi, che niuna bolla pontificia avessero per valida, che non fosse

loro dal governo trasmessa, regola già praticata da altri principi, ma

non sempre osservata; statuì, che gli ordini dei religiosi regolari, non

dai loro generali residenti in Roma, ma bensì dal superiore ordinario,

cioè dal vescovo, dipendessero; parendogli nè sicura, nè decorosa allo

stato quella dipendenza, nè alla ecclesiastica disciplina profittevole;

abolì i conventi che gli parvero inutili, lasciando sussistere fra le

monache solamente quelle, che facevano professione d'ammaestrar le

fanciulle; eresse nuovi vescovati, accoppionne altri; distribuì meglio

l'entrate di tutti; fondò poi un numero assai considerabile di

parrocchie, sollecito piuttosto dell'instruzione, e della salute di

tutti i fedeli, che del fasto di pochi prelati.

A queste innovazioni risentissi gravemente il sommo pontefice Pio VI,

uomo di natura assai subita, e delle prerogative della santa sede

zelantissimo. Perciò confidatosi nell'autorità del grado, nella maestà

dell'aspetto, e nell'eloquenza, che era in lui grandissima, nè pensando

alla diminuzion di riputazione, che gli verrebbe, se la sua gita

riuscisse senza frutto, se n'andò a Vienna. Quivi fu ricevuto forse

tanto più onoratamente, quanto più gli si volevano denegare le proposte.

Passate le prime caldezze, e ristrettosi con l'imperatore, entrò il

pontefice a negoziare con lui delle cose che occorrevano; e con

incredibile maestà favellando lo ammonì: «Badasse molto bene a quel che

si faceva; magnifiche parole essere la semplicità delle cose antiche, ma

non convenirsi ad un secolo che non le cura; esser trascorsi i costumi,

debilitate le credenze, gli animi pieni d'ambizione, però l'apparato

esteriore dover aiutare la fede vacillante, frenare dall'un canto,

saziare dall'altro gli appetiti; altra dover esser la condizione della

chiesa ristretta, povera, e perseguitata, altra quella della chiesa

estesa quanto il mondo, ricca, e trionfante; se possono convenire i

governi larghi ai piccoli stati, convenirsi certamente le monarchie ai

grandi, nè in tanta immensità di dominio spirituale potersi senza

pericolo debilitare la potestà suprema della santa sede; senza di lei

sorgerebbero tosto le ambizioni locali, e nascerebbe lo scisma;

osservasse quante discordie, e quante sette fossero nate dal solo errore

di Lutero, non per altro, che per aver gettato via il salutare freno del

successore di San Pietro: lacererebbesi del pari la restante chiesa

cattolica da tali principii; e tolti al governo consueto del pastore

universale, gli agnelli diventerebbero preda dei lupi; in materia di

riforme, quando si vuol far da se, cominciarsi forse con animo

innocente, e volto al bene, finirsi per la pervicacia, e per l'ambizione

connaturale all'uomo, nel male; non desse ascolto alle parole melliflue,

e suonanti umiltà di certuni; sotto umili spoglie, entro discorsi

mansueti velar essi pensieri superbissimi; non voler obbedire altrui per

poter col tempo dominare altrui; deboli, esser supplicanti, forti,

intolleranti; riflettesse, quanto importasse alla conservazione delle

monarchie temporali la monarchia spirituale; le male usanze appiccarsi

facilmente; sciolta questa, esser pericolo, che per contagio si

sciolgano anche le altre, e già gittarsene motti per le dottrine dei

moderni filosofi; dal torre la venerazione ad un potente, al torla a

tutti esser facile la strada; in un secolo scapestrato nissun maggior

fondamento aver i monarchi, che l'autorità monarchica del pontefice

romano; ch'esso ne voglia abusare, come ne fu accusato ai tempi antichi

contro i monarchi stessi, apparire nissun indicio, nè comportarlo il

secolo; quanto a lui particolarmente, avvertisse diligentemente alla

potenza del re di Prussia, emulo della potenza sua, e capo della parte

protestante in Germana; se alienasse da se i cattolici, i quali

seguiteranno sempre o per persuasione, o per consuetudine i dettami

della chiesa di Roma, quale speranza, quale appoggio, quale forza gli

resterebbe? Ricordassesi di Carlo V, suo glorioso antenato, costretto a

fuggirsene in fretta da Inspruck, cacciato da quei protestanti medesimi,

a cui pur troppo grandi favori aveva compartito; seguitasse le vestigia

dell'augusta sua madre, e di tanti altri antecessori del suo stesso

sangue famosi al mondo per le cose grandi fatte sì in pace che in

guerra, ma più famosi ancora per la pietà loro e per la divozione verso

la santa sede; lasciasse dall'un de' lati queste subdole opinioni,

questi pericolosi fatti, tornasse al grembo suo, ch'ei l'avrebbe accolto

ed abbracciato, quale amorosissimo padre accoglie ed abbraccia un

amatissimo figliuolo; sapersi lui, le cose umane trascorrere di secolo

in secolo, ed aver bisogno di esser ritirate di tempo in tempo verso i

principii loro; esser parato a farlo, come padre comune di tutti i

fedeli in tutto quanto e la religione richiedesse, e la dignità, ed i

diritti della santa sede tollerassero; ma da lui solo dover venire, come

da fonte comune, ed in virtù della pienezza della potestà apostolica, le

riforme; venir da altri, non poter essere senza scandalo, nè senza

offesa della dignità, e delle prerogative del vicario di Cristo; in età

già grave aver lasciato la sede apostolica sua, corso un tratto immenso

di strada, valicati aspri monti, venuto in paese tanto strano a lui, a

ciò spinto da quel divino spirito, che non inganna, per rimuovere ogni

intermedia persona, per ammonirlo a bocca lui medesimo dei pericoli che

sovrastavano, e per farlo avvertito, che una è la chiesa di Cristo, uno

il governo di lei, ed uno il suo pastore, dal quale solo gli altri

derivano l'autorità loro; non sopportasse, che tanta fatica, che sì

solenne viaggio, che esortazioni tanto paterne, che sì grande

aspettazione dei buoni, in affare di tanto momento, fossero indarno».

Tutte queste cose gravi in se stesse, e porte altresì con grandissima

gravità dal pontefice, non poterono svolgere Cesare dalle prese

deliberazioni. Tornossene Pio a Roma tanto più dolente, quanto più

vicino alla sua sede stessa vedeva sorgere la tempesta, cui voleva

stornare. Era stato assunto nel 1765 al trono di Toscana il gran duca

Leopoldo. Questo principe, il quale non si potrà mai tanto lodare, che

non meriti molto più, mostrò quanto possa per la felicità dei popoli una

mente sana congiunta con un animo buono, e tutto volto a gratificare

all'umanità. Solone fece un governo popolare, e torbido, Licurgo un

governo popolare, e ruvido, Romolo un governo soldatesco, e

conquistatore; fece Leopoldo un governo quieto, dolce, e pacifico, tanto

più da lodarsi dell'aver concesso molto, quanto più poteva serbar tutto.

E se anche si vorrà accagionare il gran duca di aver dato occasione co'

suoi nuovi ordinamenti alla rivoluzione Francese, come odo che si dice,

io non so se sia più da deplorarsi la cecità di certuni, o l'infelicità

dei principi, più soggetti sempre ad esser adulati quando fan male, che

lodati quando fan bene.

Erano prima di Leopoldo le leggi di Toscana parziali, intricate,

incommode, improvvide, siccome quelle che parte erano state fatte ai

tempi della repubblica di Firenze, tumultuaria sempre e piena di umori

di parti, e parte fatte dopo, ma non consonanti con le antiche, le quali

tuttavia sussistevano. Altre ancora erano per Firenze, altre pel

contado, queste per Pisa, quelle per Siena, poche, o nissune generali.

Sorgevano incertezze di foro, contese di giurisdizione, lunghezze

d'affari, un tacersi per istracchezza dei poveri, un procrastinare a

posta dei ricchi, ingiustizie facili, ruine di famiglie, rancori

inevitabili. Erano altresì leggi criminali crudeli, o insufficienti, un

commercio male favorito, un'agricoltura non curata, un suolo

pestilenziale, possessioni mal sicure, coloni poveri, debito pubblico

grave, dazii onerosissimi.

A tutto pose rimedio il buon Leopoldo. Annullò i magistrati o superflui,

o poco proficui, o privilegiati, e tra questi quello delle regalìe,

togliendo in tal modo qualunque prerogativa, che sottraesse ai tribunali

ordinarii quelle cause, che percuotevano l'interesse della corona.

Esentò i comuni dai fori privilegiati; gli rendè liberi nel governo dei

loro beni, diè loro facoltà non solamente di esaminare, ma ancora di

giudicare dell'opportunità delle pubbliche gravezze, per modo che il

corpo loro venne a formare nel gran-ducato a certi determinati effetti

una rappresentanza nazionale. Condonati, oltre a ciò, dei debiti verso

l'erario, e soddisfatti dei crediti, sorsero a grande prosperità;

crebbela ancor più il miglioramento del catasto.

Soppressi adunque i privilegii individui, ed i fori privilegiati, corpi

e persone acquistarono equalità di diritti quanto alla giustizia. Tali

furono gli ordini civili introdotti da Leopoldo. Circa i criminali,

annullò altresì ogni immunità e parzialità di foro; abolì la pena di

morte, abolì la tortura, il crimen-lese, la confisca dei beni, il

giuramento de' rei; statuì, le querele doversi dare per formale

instanza, e dovere stare il querelante per la verità dell'accusa;

restituissersi i contumaci all'integrità delle difese; del ritratto

delle multe e pene pecuniarie, cosa degna di grandissima lode, si

formasse un deposito separato a beneficio e sollievo di quegli

innocenti, che il necessario e libero corso della giustizia sottopone

talvolta alle molestie di un processo, ed anche del carcere, non meno

che per soccorrere i danneggiati per delitti altrui; il che fondò, cosa

maravigliosa, un fisco, che dava in vece di torre; le pene stabilì

proporzionate al delitto. Nè contento a questo, diè carico di scrivere

un novello codice toscano all'auditor di Ruota Vernaccini, ed al

consiglier Ciani, uomini, l'uno e l'altro i quali non solo volevano e

sapevano, ma ancora credevano potersi far bene e utilmente in queste

faccende delle leggi, il che non si dice senza ragione a questi nostri

dì, in cui da alcuni vorrebbesi insegnare, che la miglior legislazione

che sia, è quella dei tempi barbari.

Fu l'effetto conforme alle pie intenzioni; poichè fu in Toscana una vita

felicissima dopo le novità di Leopoldo; i costumi non solo buoni, ma

gentili, i delitti rarissimi, nè sì tosto commessi che puniti; le

prigioni vuote, ogni cosa in fiore. Così questa provincia, che già aveva

dato al mondo tanti buoni esempii, venuta in potestà di un principe

umanissimo, diè ancor quello di un corpo di leggi temperato di modo, che

nè il governo maggior sicurezza, nè i popoli potevano maggior felicità

desiderare.

A questo medesimo fine contribuirono non poco i nuovi ordini di Leopoldo

rispetto all'agricoltura, ed al commercio. Rendè i coloni liberi dalle

vessazioni, le terre dalle servitù; moderò la facoltà d'instituir

fide-commissi, riunì la facoltà del pascolo al dominio, onde fu

distrutta l'antica legge del pascolo pubblico, per cui veniva impedito

ai possessori ed ai coloni il cingere di stabili difese i terreni, e

costretti erano a lasciargli in preda al bestiame inselvatichito, con

grandissimo guasto delle ricolte. Nacquero da questa provvisione effetti

notabilissimi, che e le ricolte si migliorarono, ed i bestiami

s'addomesticarono.

Considerato poi quanto gli appalti generali dei dazii fossero molesti ai

popoli, e gravi ai governi buoni, Leopoldo gli abolì. Molte privative

ancora furono tolte, quella della vendita dei tabacchi, dell'acquavite,

e del ferro: a tutti si diè facoltà di cavar miniere; le gabelle sui

contratti, e la regalìa della carta bollata si moderarono. Sapevasi

Leopoldo, che tutte queste riforme avrebbero diminuito l'entrate

dell'erario. Pure non se ne rimase, movendolo il ben pubblico più che il

vantaggio del fisco. Ciò non ostante assai meno diminuirono, che si era

creduto: perchè la prosperità del paese, e la più attiva circolazione

dei generi, che ne risultarono, supplirono in gran parte a quello che si

perdeva. Mirabile argomento, che la prosperità dei popoli prodotta dalla

libertà, non la gravezza delle imposte, è la miglior fonte che sia della

ricchezza dell'erario.

S'aggiunsero le dogane interne soppresse, nuove strade aperte, canali

scavati, porti, e lazzaretti o nuovi, o ristorati, fatto sicuro a

Livorno agli esteri l'esercizio della religione, aboliti i corpi delle

arti e le matricole, surrogati agl'impedimenti premii, facilità, ed

esenzioni, massime in beneficio delle arti della seteria e del

lanificio, parti essenzialissime del commercio di Toscana. La libertà

delle tratte, mediante un modico dazio rispetto alle sete, tanto operò,

che se il provento loro in Toscana montò nel 1780 solamente a libbre

163,178, montò nel 1789 a ben 300,000.

Ma per parlar di nuovo del governo delle terre, non solo Leopoldo lo

migliorò d'assai, migliorando la condizione dei coloni, ma rendè ancora

coltivabili quelle che per infelicità di suolo si trovavano incolte.

Così la val di Chiana, così quella di Nievole, ricche ed ubertose terre;

così la gran parte il capitanato di Pietrasanta, e le frontiere del

littorale livornese e pisano, usando secondo i luoghi appositamente

tagli, colmate, argini, canali, furono per opera sua liberate

dall'acque, ridotte a sanità, e restituite alla coltivazione. Ma opera

di molto maggior momento, e di quasi insuperabile difficoltà, fu il

prosciugamento delle maremme sanesi a tal termine condotto, che si aveva

speranza di totale perfezione. Sono le maremme sanesi un vastissimo

padule, che dai confini della provincia di Pisa fino a quelli dello

stato ecclesiastico si distende, lungo il mare, lo spazio di circa

settanta miglia, e per larghezza dentro le terre da cinque o sei, fino a

quindici o diciotto. La pianura di Grosseto è la parte più considerabile

di queste maremme. Sono in questi luoghi i terreni non sommersi tanto

fecondi, quanto l'aria vi è infame, e pestilenziale.

Sotto Ferdinando primo de' Medici erasi già in parte conseguito

l'intento, e parecchi paduli a stato coltivabile ridotti. Trascurate poi

le opere da' suoi successori, ritornarono le terre e l'aria a peggior

condizione di prima. Ma non così tosto fu assunto Leopoldo, che pensò

alle maremme. Mandovvi il padre Ximenes, mandovvi Ferroni e Fantoni,

matematici di chiaro nome, e dell'idraulica intendentissimi. Già la

pianura di Grosseto, già il lago, o per meglio dire, la palude di

Castiglione, ambedue parti principalissime delle maremme, eransi ridotte

a stato tollerabile. Speravasi meglio, anzi il finale intento: usavansi

le colmate per le acque dell'Ombrone, e della Bruna, introdotte ai tempi

delle torbe; usavansi canali, e cateratte in più opportuni siti

trasportate.

Oltre a ciò Leopoldo, mosso dal pensiero che le popolazioni scarse fanno

l'aria insalubre, le abbondanti sana, allettò con premii ed esenzioni

tanto i paesani, quanto i forestieri, principalmente gli abitatori

dell'agro romano, a fermar la sede loro nella maremma. Pagassesi

dall'erario il quarto del prezzo delle nuove case ai fondatori; dessersi

terre o gratuitamente, od a basso prezzo, od a carico di livelli, od in

enfiteusi; dessesi anco denaro a presto, e sicuro asilo a chi vi si

venisse a ricoverare. Per questo e crebbe la popolazione, ed i terreni

si coltivarono, e l'aria risanò. Peggiorarono poi le opere per le

difficoltà dei tempi. Pure rimangono, e forse ancora lungo tempo

rimarranno nelle maremme sanesi i vestigi della generosità di Leopoldo.

Nè minor lode meritano gli ordinamenti di questo giusto e magnanimo

principe circa il debito dello stato. Più di tre mila luoghi di monte

furono cancellati, restituiti i capitali ai creditori col ritratto dei

beni venduti spettanti a regie e pubbliche aziende, impiegando a questo

uso anche i capitali provenienti dalla dote e contraddote della regina

sua moglie, ed altri constituenti parte del patrimonio suo privato. In

tal modo si spense in gran parte il debito, che tanto gravava l'erario:

così mentre in altri luoghi d'Italia il debito dello stato montava

continuamente, non per altro fine che per crear soldatesche, in Toscana

per opera di Leopoldo il debito medesimo si estingueva per fondarvi un

governo dolce, quieto per se, sicuro pei vicini.

Nè per questo tralasciavansi provvedimenti di utilità o di ornamento;

perciocchè nel tempo medesimo sorgevano scuole per ogni ceto,

conservatorii, case di rifugio e di ricovero, ospizi ed ospedali: gli

studi di Pisa e di Siena meglio s'ordinavano: nuovi palazzi fondavansi,

gli antichi s'abbellivano, nuovi passeggi si aprivano, lo librerìe

s'arricchivano, il gabinetto di fisica s'accresceva, ed un orto botanico

si piantava.

Tra mezzo a tutto questo il principe, siccome quello che giusto era e

sincero, non volle starsene oscuro. E però fe' pubblicare la

dimostrazione per entrata e per uscita delle rendite dello stato dal

1765 fino al 1789. In questo quasi specchio dell'economia di Toscana

vedonsi ed i risparmi fatti, e le imposizioni moderate, ed il denaro

convertito in cause pietose di sollievo, o d'ornamento pubblico.

Sonmi io fermato lungo spazio nel parlare della sapienza civile di

Leopoldo, perchè a ciò fare m'invitava il grandissimo diletto ch'io ne

prendeva, e perchè pur troppo il filo della mia storia guiderammi a

favellare di casi di gran lunga da questi dissomiglianti; nè credo, che

chi mi leggerà, se fia d'animo benigno, m'accagionerà di essermene

andato per le lunghezze, o di essermi dimorato alquanto in questa

dolcezza; poichè dolcezze tali son rare per gli storici, in tanta

infelicità dell'umana condizione.

Ma è tempo oramai ch'io venga a discorrere delle riforme fatte in

Toscana da Leopoldo nell'ecclesiastiche discipline, materia di tanta

gravità, e che destò tanto grido e tanta aspettazione d'uomini sì in

Italia, che fuori di essa. Gli antichi Toscani più propensi a dar

ricchezze ai conventi che alle parrocchie, lasciarono quelli ricchi,

queste povere. Le massime larghe dei gesuiti, e la constituzione

UNIGENITUS erano state accettate senza opposizione alcuna in Toscana. Ma

quando fu assunto al vescovato di Pistoia l'Ippoliti, i libri degli

scrittori di Porto-Reale incominciarono ad andar per le mani degli

ecclesiastici. Arnauld, Nicole, Dughet, Gourlin, Quesnel, diventarono i

libri favoriti dei preti. Questa inclinazione verso la scuola di

Porto-Reale molto s'accrebbe, quando Scipion Ricci successe all'Ippoliti

nella sede vescovile di Pistoia. Se ne compiacque Leopoldo, e convocò

nel 1787 un'assemblea dei vescovi di Toscana, proponendo loro cinquanta

sette punti, tutti relativi alla riforma dell'ecclesiastica disciplina.

Molti s'accordarono, altri si modificarono, alcuni si serbarono a tempi

migliori.

Il principe, avuto il parere di prelati venerabili per dottrina e per

integrità di costumi, procedè più francamente alle riforme. Stabilì, le

parrocchie dessersi a concorso, s'aumentassero i redditi loro, veruna

tassa più non pagassero ai vescovi forestieri, annullassersi le pensioni

di qualunque sorte sopra i benefizi curati, permutassesi la destinazione

dei fondi vincolati ad usi religiosi, e indifferenti, o poco utili, ed

il provento di tali capitali in aumento delle scarse congrue dei parochi

più bisognosi s'impiegasse; con questo, ed in compenso di tali

concessioni, i rettori delle cure dall'esazione delle decime, e da altri

emolumenti di stola desistessero; i parochi alla residenza obbligati

fossero; niuno più di un benefizio goder potesse, ancorchè semplice,

massimamente se residenziale fosse; tutti i sacerdoti che benefizio

residenziale avessero, fossero alla chiesa, ov'era fondato, incardinati,

e tutti i sacerdoti semplici, alla chiesa parrocchiale, dove abitassero,

e ciò con dipendenza dal paroco, ed obbligo di aiutarlo nel pio suo

uffizio; i benefizi tanto di collazione ecclesiastica, quanto di nomina

regia, a chi servito avesse od attualmente servisse la chiesa, solo ed

unicamente si conferissero; i regolari ed i canonici dal paroco

dipendessero, e ad aiutarlo in tutto che abbisognasse obbligati fossero;

alla sussistenza degli ecclesiastici o poveri, od infirmi provvedessesi;

i romiti, salvo quelli che utili fossero, abolissersi; tutte le

compagnie, congregazioni, e confraternite sopprimessersi; a tutte

sostituissersi le sole compagnie di carità; le chiese, oratorii,

refettorii, e stanze delle compagnie soppresse ai parochi gratuitamente

si consegnassero; i religiosi regolari dal vescovo dipendessero; l'abito

non vestissero prima dei dieciott'anni, non professassero prima dei

ventiquattro; le religiose non prima dei venti vestissero, non prima dei

trenta professassero; il tribunal del sant'officio s'annullasse; le

censure di Roma, per quanto si risolvono in pene temporali, ed i

monitorii di scomunica, senza il regio consenso non s'eseguissero, nè

pubblicarsi, nè intimarsi, nè attendersi nel foro esterno potessero;

s'intendesse abolito il privilegio degli ecclesiastici di tirar i laici

al foro loro, e nelle cause criminali in tutto e per tutto ai laici

parificati fossero; le curie ecclesiastiche e delle cause meramente

spirituali conoscessero, e pene puramente spirituali definissero; gli

ordinarii ogni due anni il sinodo diocesano, per conservare la purità

della dottrina e la santità della disciplina, convocassero.

Queste deliberazioni del principe toscano, ancorchè molestissime alla

corte di Roma, non toccavano però la sostanza stessa di quell'autorità

pontificia, che già da più secoli o tacitamente consentita, o

espressamente riconosciuta dalla chiesa pretendono i papi aver piena ed

intiera. Tengono i curialisti romani quest'opinione, che il papa sia

solo vicario, e rappresentante di Cristo, e suo plenipotenziario; e che

tutti gli altri vescovi del mondo siano vicari, non di Cristo, ma del

pontefice romano, cosicchè nella chiesa non vi sia veramente che un

vescovo solo universale, che riceva da Cristo tutto il deposito

dell'autorità ecclesiastica da comunicarsi da lui con misura a' suoi

subalterni. Ma a quelle deliberazioni non si rimase Scipion Ricci,

vescovo di Pistoia, che intento sempre a voler ritirare il governo della

chiesa verso i suoi principii, aveva già opinato nell'assemblea dei

vescovi di Toscana, acciò si ampliassero le facoltà, non che dei

vescovi, dei parochi, volendo, a foggia dell'antica comunanza dei

Cristiani, che gli uni e gli altri avessero voce deliberativa nei sinodi

diocesani. Statuì poi nel suo sinodo, avere il vescovo ricevuto da

Cristo immediatamente tutte le facoltà necessarie al buon governo della

sua diocesi, nè potersi le facoltà medesime od alterare, od impedire, e

poter sempre, e dovere un vescovo nei suoi dritti originari ritornare,

quando l'esercizio loro fu per qualsivoglia cagione interrotto, se il

maggior bene della sua chiesa il richiegga. Le quali proposizioni fecero

assai mal suono alle orecchie romane, per guisa, che Pio VI come

erronee, ed anche come scismatiche, alcuni anni dopo, le condannò.

Aggiunse il Ricci alcune altre dottrine, che parvero e temerarie ed alla

santa sede ingiuriose; essere una favola pelagiana il limbo dei

fanciulli, un solo altare dover essere in chiesa secondo il costume

antico; la liturgia ed esporsi in lingua volgare, e ad alta voce

recitarsi; il tesoro dell'indulgenze esser trovato scolastico, chimerica

invenzione l'averlo voluto applicar ai defunti; la convocazione del

concilio nazionale esser una delle vie canoniche per terminar le

controversie circa la fede ed i costumi. In fine sommamente dispiacque a

Roma quella proposizione del sinodo pistoiese, per la quale i quattro

articoli statuiti dal clero gallicano nell'assemblea del 1682 si

approvarono, e questa particolarmente Pio Sesto con una sua bolla tassò,

e dannò come temeraria, scandalosa, ed alla santa sede ingiuriosa.

Le dottrine del sinodo pistoiese levarono un gran rumore in Italia,

massimamente quando furono condannate da Roma. Scritti senza numero vi

si pubblicarono da persone dottissime nella storia ecclesiastica, alcuni

in favor di Roma, molti in favor di Pistoia, e fra Pistoia e Roma

pendeva sospesa la lite. Allegavasi dai papisti, incominciare a por

piede in Italia l'eresie di Lutero; dai difensori del Ricci, un salutar

freno incominciarsi a porre alla prepotenza di Roma. Gli ultimi, tra

perchè pretendevano ai discorsi loro parole santissime di semplicità e

di parsimonia, e perchè inclinavano a favore dei più, e perchè

finalmente era divenuta intollerabile a tutti la potenza eccessiva di

Roma, molto s'avvantaggiavano sugli avversari loro, ed andavano ogni dì

maggior favore acquistando.

Queste ferite tanto più addentro andavano a penetrare nel cuore del

pontefice, quanto più nel regno stesso di Napoli le medesime, o poco

dissomiglianti dottrine si professavano. Pareva a tutti, ed ai principi

massimamente, che le dottrine, che in Toscana prevalevano, non solo la

disciplina trascorsa ristorassero, ma ancora la potenza temporale alla

libertà, ed alla debita indipendenza dai romani pontefici restituissero.

Perlochè con piacere si abbracciavano, con celerità si propagavano, con

calore si difendevano. Ma nel regno delle due Sicilie erano alcuni

particolari motivi, per cui le medesime dottrine, che suonavano parole

tanto gradite di libertà e d'indipendenza, fossero dal governo medesimo

più volonterosamente ed accettate e difese. Prima però di favellare di

queste controversie, fia d'uopo raccontare qual fosse lo stato del

regno, e quali le opinioni e le affezioni che vi predominavano,

rincrescendoci già fin d'ora, che principii che spiravano umanità e

beneficenza, siano stati poi seguitati, per la malvagità dei tempi,

dalle più orribili, e lagrimevoli tragedie, di cui ci abbiano gli

storici tramandato la memoria. Tanto, o l'ardor del cielo, o l'atrocità

delle ingiurie, o il desiderio immoderato della vendetta, o tutte queste

cagioni unite insieme fanno trascorrere sempre fino agli estremi le cose

in quella parte d'Italia.

Essendo il re Carlo di Borbone salito sul trono di Spagna nel 1750, cedè

il regno delle due Sicilie a Ferdinando Quarto, suo figliuolo

secondogenito, constituito allora nella tenera età di nove anni. Creata

prima di partire la reggenza, pose per moderatore della giovinezza del

nuovo re il principe di S. Nicandro. Questi privo di ogni sorte di

lettere, non potendo insegnare altrui quello che non sapeva egli

medesimo, insegnò al regio alunno la pesca, la caccia, ed altri cotali

esercizi di corpo. Di questi s'invaghì il giovane Ferdinando, che ne

prese poscia in tutti i tempi di sua vita grandissimo diletto. Ma crebbe

poco instrutto di ciò che importa alla vita civile, ed al governo degli

stati. Pure amava chi sapeva, e di consigliarsi con loro. Piacque alla

fortuna, qualche volta pure favorevole ai buoni, che a quei tempi avesse

grandissima introduzione e principal parte nei consigli napolitani il

marchese Tanucci, uomo dotto, di libera sentenza, mantenitor zelante

delle prerogative reali, ed avverso alle immunità ecclesiastiche,

massime in materie criminali. Dava il re facile orecchio alle parole

sue; però il governo del regno procedeva con prudenza e con dolcezza.

Speravasi qualche moderazione alla tirannide feudale, che in nissuna

parte d'Italia erasi conservata più gravosa, che in quel regno,

principalmente nelle Calabrie. I baroni, possessori dei feudi, nemici

egualmente dell'autorità regia e del popolo, quella disprezzavano,

questo tiranneggiavano. Oltre i soliti bandi della caccia, della pesca,

dei forni, dei mulini, essi nominavano i giudici delle terre, essi i

governatori delle città; per loro erano le prime messi, per loro le

prime vendemmie, per loro le prime ricolte degli oli, delle sete, e

delle lane; per loro ancora i dazi d'entrata nelle terre, i pedaggi, le

gabelle, le decime, ed i servigi feudatarii. Insomma erano i popoli

vessati, l'erario povero, l'autorità regia manca. Sì fatte enormità,

tanto discordanti dal secolo, non potevano nè sfuggire a Tanucci, nè

piacere ad un re di facile e buona natura. Però con apposite leggi

furono moderate. Inoltre Tanucci chiamò i baroni alla corte; il che fu

cagione che, raddolciti i costumi loro, diventarono più benigni verso i

popoli.

Quanto agli stati esteri, questo ministro, amico a tutti, pendeva per la

Francia: ciò spiacque a Carolina d'Austria, fresca sposa di Ferdinando,

donna d'animo imperioso ed aspro. Fu dimesso Tanucci, e surrogati in suo

luogo, prima il marchese della Sambuca, poi Acton, uomini di natura

consenziente a quella della regina; prevalsero allora le parti

d'Austria.

Pure le salutari riforme si continuarono; parecchi privilegi baronali

furono aboliti, i pedaggi soppressi, migliori speranze nascevano

dell'avvenire. Gli animi si mostravano disposti. Aveva Filangeri

filosofo pubblicato i suoi scritti, nei quali non saprei dire, se sia

maggiore la forza dell'ingegno, o l'amore dell'umanità. Erano con

incredibile avidità letti, e con grandissime lodi celebrati da tutti.

Sorse allora universalmente un più acceso desiderio di veder lo stato

ridotto a miglior forma. Volevasi una libertà civile più sicura, una

libertà politica maggiore, una tolleranza religiosa più fondata. Nè a

questa inclinazione dei popoli contrastava il governo, non ancora

insospettito dalla rivoluzione di Francia.

Nel regno di Napoli specialmente più si desideravano le riforme, perchè

più erano necessarie, e maggiori radici avevano messe le generose

dottrine, massime fra i legisti. Gran confusione ancora era nelle leggi:

vivevano tuttavia quelle degli antichi Normanni, viveano quelle dei

Lombardi, nè le leggi dei due Federici, nè le aragonesi, nè le angioine,

nè le spagnuole, nè le austriache erano del tutto dismesse. Quindi niun

diritto in palese, nè niuna lite terminabile. La gravità del male faceva

più desiderare il rimedio, principalmente negli ordini giudiziali, per

le dette ragioni imperfettissimi.

Ma queste cose meglio si conoscevano per dottrina che per esperienza;

desideravasi qualche saggio pratico dell'utilità loro. Aveva il re,

mentre viaggiava in Lombardia, visitato le cascine, per cui tanto sono

celebrate le pianure del Parmigiano, e del Lodigiano. Piacquergli opere

tali, ne fondò una a San Leucio, luogo poco distante da Caserta. La

colonia cresceva. Gli amatori delle riforme tentarono Ferdinando

dicendo, che, poichè era stato il fondatore di S. Leucio, fossene anche

il legislatore; l'ottennero facilmente. Statuì il re delle leggi della

colonia, per cui venne a crearsi nel regno uno stato indipendente, di

cui solo capo era il re. Dichiarossi la colonia indipendente dalla

giurisdizione ordinaria, e solo soggetta ai capi di famiglia, ed agli

anziani di età; gli atti appartenenti alla vita civile, massime al

matrimonio, reggevansi con forme, e regole speciali, ogni cosa in

conformità delle dottrine di Filangieri. Con queste leggi particolari

prosperava dall'un canto continuamente la colonia, dall'altro il re

vieppiù se n'invaghiva, e vedutone il frutto in pratica, diventava ogni

dì meno alieno da quei pensieri, che gli si volevano insinuare. Appoco

appoco si distendevano nel popolo, ed il desiderio di nuovi ordini

andava crescendo, parendo ad ognuno, che quello che per l'angustia del

luogo era fino allora utile a pochi, sarebbe a tutti, se con la debita

moderazione a tutti si estendesse.

Questi consigli tanto più volentieri udiva Ferdinando, quanto più coloro

che gliene porgevano, erano appunto i più zelanti difensori della

autorità e dignità sua contro la corte di Roma. Già s'era Tanucci

dimostrato molto operativo in questo negozio delle controversie romane.

Già per consiglio suo erasi soppresso il tribunale della nunziatura in

Napoli, a cui erano chiamate in appello avanti il nunzio del papa tutte

le cause, nelle quali qualche ecclesiastico avesse interesse; fu anche

troncato ogni appello a Roma. Pareva in fatti abuso enorme, che un

principe forestiero esercitasse giurisdizione, e rendesse giustizia

negli stati di un altro principe. Era Tanucci stato anche autore, che la

corona di Napoli, e non la santa sede nelle vacanze dei benefizi

nominasse i vescovi, gli abbati, e gli altri beneficiati, che la

presentazione della chinea il giorno di S. Pietro in una offerta di

elemosina si cangiasse, che il nuovo re non s'incoronasse per evitar

certe formalità, che si usavano fin dai tempi dei re Normanni, e che la

sovranità romana sul regno indicavano. Per consiglio suo medesimamente

si era diminuito il numero dei religiosi mendicanti, e soppressa la

società di Gesù. Parlossi inoltre di rendere i frati indipendenti dai

generali loro residenti a Roma, e d'impiegar una parte dei beni della

chiesa per allestir un navilio sufficiente di vascelli da guerra.

Tutte queste novità non si potevano mandar ad esecuzione senza

grandissime querele dalla parte di Roma; infatti elle furono molte. Ma

sorsero nel regno molti scrittori a difesa della libertà, e della

indipendenza della corona. I fratelli Cestari risplendevano fra i primi;

si accostò a loro l'arcivescovo di Taranto. Ma vivi soprattutto si

dimostrarono coloro, che desideravano un governo più largo, proponendosi

in tal modo, e ad un tempo medesimo di difendere la dignità della

corona, e di combattere le prerogative feudali. Ciò andava a' versi a

Ferdinando grandemente sdegnato contro Roma; però ogni giorno più si

addomesticava con loro, e gli vedeva, e gli udiva più volentieri.

S'aggiunse, che Carlo di Marco, uno dei ministri del re, uomo di non

poca dottrina, dava lor favore, per quanto spetta alle controversie con

Roma.

Tale era lo stato del regno di Napoli, in cui si vede che i medesimi

tentativi si facevano, che nella Lombardia austriaca ed in Toscana circa

la disciplina ecclesiastica, ma con maggior ardore a cagione delle

controversie politiche con Roma. Rispetto poi alle riforme nelle leggi

civili, vi si era anche incominciato a por mano, ma con minor efficacia,

perchè Acton non se n'intendeva e ripugnava; la regina, che se

n'intendeva, ripugnava ancor essa; ed il re occupato ne' suoi geniali

diporti, amava meglio che altri facesse, che far da se. Da ciò nasceva,

che gli umori non si sfogavano, ed il negato si appetiva più avidamente.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo I · 第 1 / 25 段