La festa dell'_Hôtel des Palmes_ era riuscita splendidamente. La
migliore società di Palermo aveva tenuto ad accettare la simpatica
dimostrazione della colonia straniera, e le sale magnifiche
dell'albergo, la serra, il giardino, adattati con gusto sapiente alla
circostanza, erano popolati da una calca elegante e felice... In un
abito di _tulle_ bianco laminato d'argento, che avvolgeva il suo corpo
come una tenue carezza; i biondi capelli vagamente raccolti sul capo e
ornati di un ramoscello di mughetti meno pallidi del suo viso, la
signorina di Charmory si sarebbe detta un'apparizione in mezzo alle
figure vivaci dalle quali era circondata. Aveva un'aria disfatta, gli
occhi accerchiati da un lividore e luccicanti, così che da più di una
parte le avevano chiesto se si sentisse male. Aveva dovuto assicurare
il contrario, subendo le attenzioni incresciose degli indifferenti; ed
era rimasta grata in cuor suo a Rosalia di Verdara, che l'aveva
salutata soltanto, passando nella stanza di toletta per accomodare la
sua acconciatura. Dal salotto in cui la viscontessa d'Archenval,
seduta, riceveva gl'inchini degli invitati, Massimiliana girava
intorno gli sguardi, in cerca di qualcuno; e ad un tratto,
inchiodatili ardentemente in un punto, le sue mani avevano preso a
torcere convulsamente il suo fazzoletto di pizzo. Era Ermanno Raeli
che, entrando, si era incontrato col duca e si era fermato un poco a
parlare con lui... Gastone di Précourt, più giovane che mai
nell'accorta toletta, troneggiava in quell'ambiente suo proprio, con
un'aria di soddisfazione felice diffusa nella fisonomia. Parlando con
Ermanno, facendo allusione a certi scandali della società palermitana
che egli aveva subito appresi e che il giovane non conosceva, egli
stringeva la mano ai passanti, accennava col capo ai lontani,
s'interrompeva per inchinarsi profondamente al passaggio delle
signore. A misura che quel colloquio si prolungava, come i gesti
dell'uomo si facevano più espressivi, come i suoi lineamenti si
atteggiavano al riso, la fissità degli sguardi di Massimiliana
cresceva. Ah, quel riso schernitore e malvagio!.. Un fascino fatto di
raccapriccio la inchiodava lì, dinnanzi a colui che osava stringere la
mano di Ermanno. Era come se un serpe si fosse avviticchiato al
braccio del giovane, e dal ribrezzo non prorompeva in un grido
violento: «Schiacciatelo!.. Schiacciatelo!..» Ondate di gelo le
passavano pel corpo, un gruppo le si stringeva al cuore come quello
che le sue mani nervose stringevano nel fazzoletto, fino a
lacerarlo... L'orchestra aveva dato ad un tratto il segnale della
danza, ed Ermanno le era venuto incontro. Per un contrasto abituale
nel suo spirito complicato e tormentato, la folla allegra, lo
scintillio delle luci, gli acuti profumi che si svolgevano da
quell'assembramento di gente elegante, la conversazione
spregiudicatamente leggiera del duca, lo avevano attristato. Lo
spettacolo dell'altrui felicità gli rendeva più sensibile la propria
inquietudine; a quell'ora più che mai egli dubitava di sè stesso;
delle strane idee di fuga, di rinunzia lo occupavano mentre egli si
avanzava incontro a Massimiliana, e fu macchinalmente, con la quasi
certezza d'un rifiuto, che egli le chiese di accordargli una danza.
Tenendo ancora nelle mani il fazzoletto lacerato, la signorina di
Charmory si alzò subitamente, come di scatto. «Non voglio che parliate
a quell'uomo!..» disse ad Ermanno, con voce breve, mentre egli,
sfiorandola appena col braccio passatole intorno alla vita, si
slanciava con lei fra le coppie. Per grande che fosse l'incapacità di
Ermanno a cogliere il senso delle cose, le parole di Massimiliana
erano troppo strane perchè egli non le notasse. «Il duca?..» aveva
mormorato quasi a domandarle che cosa avesse voluto dire; ma non aveva
insistito al silenzio di lei, nella specie di ebbrezza che il contatto
di quel corpo gli procurava, che aveva dissipato la sua tristezza e
che centuplicava la letizia di sentirle esprimere una volontà--un
comando... Le acute sensazioni che lo invadevano, il leggiero affanno
del ballo gli soffocavano in gola le parole; solo il suo corpo si
stringeva insensibilmente di più al corpo di Massimiliana...
Cogli sguardi chini, col corpo irrigidito sotto quella stretta, col
respiro affrettato, Massimiliana si sentiva sul punto di stramazzare.
Si era repentinamente decisa ad accettare l'invito di Ermanno per
parlargli, per dirgli subito di evitare quell'uomo, per dirgli tutto;
ma aveva troppo presunto, affidandosi in braccio a lui, stringendosi
materialmente alla persona cui si sentiva stretta con tutte le forze
dell'anima. Ogni cosa le girava ora d'intorno, come presa dalla
vertigine che era in lei, il terreno le mancava sotto i piedi al ritmo
cullante di quella mazurka di Chopin... e con accento di supplica,
mentre il viso di Ermanno quasi la sfiorava, ella mormorò: «Basta!..
basta!..»
Egli si era subito arrestato, offrendole il braccio nel vacillamento
che l'altra non riusciva ancora a vincere, e guidandola fuori della
sala la cui atmosfera era divenuta asfissiante. «Grazie!...»
mormorava, con voce profonda; «ogni suo desiderio è legge per me...» E
senza dire più nulla, senza domandarle la ragione di quella
proibizione nella gioia trionfale di sentirsela accanto, l'aveva
guidata verso la serra. Il luogo era deserto, una luce discreta vi si
diffondeva dalle oblunghe lampade giapponesi, i rumori della festa
arrivavano attutiti dalla distanza, e la meravigliosa vegetazione
tropicale, i fogliami larghi e carnosi, gli avviticchiamenti quasi
convulsi dei rami, l'acutezza penetrante degli esotici profumi,
l'umido tepore dell'aria deliziosamente snervante, avevano finito di
opprimerli entrambi... «Si ricorda?..» mormorò Ermanno ad un tratto,
con una voce bassissima stringendo un poco il braccio della sua
compagna. Si era arrestato, contemplando il meraviglioso profilo di
lei, le labbra leggermente dischiuse, gli sguardi smarriti, l'eburneo
pallor delle guancie. «Si ricorda, Massimiliana.... quel che io le
dissi qui?..» e le aveva presa una mano, stringendolesi di più. La
signorina di Charmory aveva fatto per trarsi indietro, guardando
attorno come in cerca d'aiuto; egli l'aveva trattenuta con una muta
preghiera. L'allegra festa rumoreggiava lontano, dalla serra esalava
una larga respirazione, un alito infinitamente dolce, come una
persuasione d'amore... «Massimiliana... io l'amo...» sussurrò Ermanno,
con la ragione perduta nella lenta invasione di un desiderio folle di
carezze e di baci, «Massimiliana... mi consenta di ripeterlo... è una
soavità unica al mondo...» Impallidendo ancora di più, ella si era
riversata indietro, afferrandosi alla spalliera di un sedile, cogli
occhi chiusi, e il suo corpo si era tutto profilato in quella posa,
dalla fronte purissima, dalla guancia morbidamente soave, dal collo
marmoreo, al seno palpitante, alla vita inarcata, al mistero di linee
perdute, evanescenti... Ermanno aveva visto come una nebbia
ondeggiargli dinnanzi. Passato, con un gesto lento ma sicuro, il
braccio attorno alla vita di lei; presale, con l'altra mano, una mano,
egli l'attirò a sè. Ella tentava inutilmente di sciogliersi da quella
stretta sempre più fitta, di gettare indietro il capo per sottrarsi
alla carezza del suo alito ardente... «Massimiliana!..» supplicava
ancora egli, ma la parola si perdeva in un suono inarticolato, in una
specie di sordo bramito... «No... non come...» gemè ella, in una
repentina rivolta di tutto il suo essere, risentendosi in preda alla
forza del maschio, e appena le labbra di Ermanno ricercarono
avidamente le sue, si era accasciata sul sedile, priva di sensi.
Incapace di dire una sola parola, Ermanno aveva portata una mano ai
capelli, come se volesse strapparli. Rapidamente, la reazione era
sopravvenuta, con l'orrore dell'atto commesso. Egli contemplava livide
e smorte quelle labbra cui aveva osato un momento innanzi appressare
le proprie, disfatta in un supremo abbandono quella figura adorata,
spenti quegli sguardi luminosi; ed era l'opera sua sacrilega che egli
contemplava. Restava inchiodato lì, dalla vergogna, dal rimorso, non
potendo risolversi a toccare più con un solo dito quelle forme che
aveva strette in un impeto di brama cieca, in un ritorno dell'antico
istinto, lungamente mortificato e represso. La cognizione del tempo si
era perduta in lui, quand'egli intese un passo avvicinarsi: era la
signora di Verdara che si avanzava verso di Massimiliana...
Nel rimescolio delle danze, la contessa Rosalia aveva seguito
fissamente la giovane coppia; e, ad un tratto, era stato come se la
festa si fosse mutata per lei in qualche funebre rito. Tutte le sue
persuasioni cadevano dinnanzi alla radiante figura di Ermanno a fianco
di Massimiliana; non restava luogo che per l'esplosione del suo mal
frenato rancore. La materiale rappresentazione della loro unione
colmava la misura, faceva traboccare il fiele di cui si era
abbeverata. Ora, senza riguardo, l'indegnità di quei due le si faceva
manifesta: che grossolano inganno era stato il suo di credere alla
loro nobiltà!.. Essi erano degni l'una dell'altro, erano veramente
fatti per intendersi e per convenirsi, come dicevano intorno a lei gli
spettatori curiosi... Egli con le sue pose di tristezza, l'altra con
la vergogna di cui era coperta, erano lì, animati ed allegri, a
ballare, a sorridere!.. La vista della loro felicità le riusciva
insopportabile, la offendeva in tutto ciò che la donna aveva di più
caro. Si sentiva trascurata, vilipesa, avvilita. Avrebbe voluto una
folla dintorno, avrebbe voluto che una sua parola fosse avidamente
contesa, che per un suo sorriso degli uomini si fossero battuti,
affinchè _qualcuno_ avesse imparato a conoscerne il prezzo.... Invece
la sua stessa tristezza la isolava. Lei, la regina delle feste per la
grazia, pel brio, per l'eleganza, si sentiva spodestata da
Massimiliana, che raccoglieva gli unanimi suffragi della società. Una
quistione di amor proprio ferito è in fondo a tutte le rivalità
femminili, e la contessa avrebbe forse trovata una consolazione se la
sua sontuosa toletta dalla gonna di _cordonné_ rosa pallido con trine
spumose disposte sul davanti, e dal manto di velluto verde cupo
circondato di rose; se lo splendore dei suoi smeraldi e dei brillanti
che fermavano una _aigrette_ rosa e verde disposta sul capo, non
fossero stati offuscati dal modesto abito bianco e dai mughetti della
signorina di Charmory. Turbata e quasi piangente, ella si era ridotta
nella serra deserta e avvolta in una semioscurità propizia alla sua
tristezza. E lì, con la bocca stretta, con le mani nervosamente
contratte, ella aveva assistito, spettatrice non vista, alla rapida
scena che si era risolta nella sincope di Massimiliana e che, dopo un
momento di esitazione, aveva sollecitato il suo intervento.
«Dell'acqua.... presto, qualche cosa....» aveva detto, tentando
d'aprire la veste della fanciulla, ed Ermanno era corso ad intingere
il suo fazzoletto nella vasca che la contessa gli additava, senza
domandarsi in qual modo ella fosse sopravvenuta tanto a proposito.
Recando la pezzuola inzuppata, egli era passato dietro al sedile per
sollevare la giovanetta, che all'impressione di freddo sulla fronte
aveva tratto un profondo respiro, scuotendosi, «No... non come
l'altro...» mormorava, respingendo la contessa che la teneva stretta
fra le braccia. «Son io, Maxette!.. son io...» e con un segno della
mano, ella ingiungeva ad Ermanno di tenersi discosto. Dischiusi gli
occhi, Massimiliana guardò un poco la donna; poi si sollevò, in un
rapido ritorno della memoria, spingendo lo sguardo dinnanzi a sè. E
come si vide sola con l'amica, afferrossi a lei, convulsamente.
«Aiuto... soccorso...» supplicava, fremendo; «è troppo... è la
morte...»--«Maxette!.. Maxette!..» ripeteva la contessa, subitamente
comprendendo, impotente a sedarla, atterrita al vedere Ermanno
avvicinarsi... «Diteglielo voi, di fuggirmi... voi che vedeste le mie
lacrime... che sapete tutta la mia vergogna... Ah, Dio Signore... mio
Dio Signore!..» La contessa tentava invano di farla tacere, di
chiuderle la bocca in un abbraccio, vedendo già lo sguardo di Ermanno
smarrirsi; ma l'altra continuava, tra le soffocazioni: «Bisogna dir
tutto... Voi non sapete..! Vedere quell'uomo, l'uomo che ebbe questo
miserabile corpo... parlare con lui, stringergli la mano!. Ed egli mi
confidava l'anima... ed io tacevo!..» Girando la testa, in cerca
d'aria, aveva allora visto Ermanno impetrato lì accanto; ed era sorta
in piedi, come uno spettro, con una mano alla gola quasi per
lacerarla, mettendo un strido che la contessa aveva soffocato.
Era ricaduta, esanime, con la bocca dischiusa. Come della gente si
affacciava dall'altra estremità della serra, la contessa ingiunse
brevemente ad Ermanno: «Vada via... per carità; si allontani... mandi
qualcuno...»
Egli andava, vacillante, guardando dinnanzi a sè, con uno sguardo
cieco, vitreo, stendendo una mano come per afferrarsi a un sostegno.
«Qualcuno, una donna, laggiù... nella serra...» disse al secretario
dell'albergo, che domandava allarmato, che cosa fosse avvenuto e non
otteneva risposta...
Il duca Gastone di Précourt si avanzava, tenendo a braccio una dama
elegantissima, che frenava a stento degli scoppii di risa dietro il
ventaglio, mentre il suo cavaliere le mormorava qualche cosa
all'orecchio. Ermanno aveva indietreggiato, come per dar loro
passaggio; ma lentamente, senza arrestarsi, fino in fondo, fino a dar
della testa sul muro.