XIV.

La festa dell'_Hôtel des Palmes_ era riuscita splendidamente. La

migliore società di Palermo aveva tenuto ad accettare la simpatica

dimostrazione della colonia straniera, e le sale magnifiche

dell'albergo, la serra, il giardino, adattati con gusto sapiente alla

circostanza, erano popolati da una calca elegante e felice... In un

abito di _tulle_ bianco laminato d'argento, che avvolgeva il suo corpo

come una tenue carezza; i biondi capelli vagamente raccolti sul capo e

ornati di un ramoscello di mughetti meno pallidi del suo viso, la

signorina di Charmory si sarebbe detta un'apparizione in mezzo alle

figure vivaci dalle quali era circondata. Aveva un'aria disfatta, gli

occhi accerchiati da un lividore e luccicanti, così che da più di una

parte le avevano chiesto se si sentisse male. Aveva dovuto assicurare

il contrario, subendo le attenzioni incresciose degli indifferenti; ed

era rimasta grata in cuor suo a Rosalia di Verdara, che l'aveva

salutata soltanto, passando nella stanza di toletta per accomodare la

sua acconciatura. Dal salotto in cui la viscontessa d'Archenval,

seduta, riceveva gl'inchini degli invitati, Massimiliana girava

intorno gli sguardi, in cerca di qualcuno; e ad un tratto,

inchiodatili ardentemente in un punto, le sue mani avevano preso a

torcere convulsamente il suo fazzoletto di pizzo. Era Ermanno Raeli

che, entrando, si era incontrato col duca e si era fermato un poco a

parlare con lui... Gastone di Précourt, più giovane che mai

nell'accorta toletta, troneggiava in quell'ambiente suo proprio, con

un'aria di soddisfazione felice diffusa nella fisonomia. Parlando con

Ermanno, facendo allusione a certi scandali della società palermitana

che egli aveva subito appresi e che il giovane non conosceva, egli

stringeva la mano ai passanti, accennava col capo ai lontani,

s'interrompeva per inchinarsi profondamente al passaggio delle

signore. A misura che quel colloquio si prolungava, come i gesti

dell'uomo si facevano più espressivi, come i suoi lineamenti si

atteggiavano al riso, la fissità degli sguardi di Massimiliana

cresceva. Ah, quel riso schernitore e malvagio!.. Un fascino fatto di

raccapriccio la inchiodava lì, dinnanzi a colui che osava stringere la

mano di Ermanno. Era come se un serpe si fosse avviticchiato al

braccio del giovane, e dal ribrezzo non prorompeva in un grido

violento: «Schiacciatelo!.. Schiacciatelo!..» Ondate di gelo le

passavano pel corpo, un gruppo le si stringeva al cuore come quello

che le sue mani nervose stringevano nel fazzoletto, fino a

lacerarlo... L'orchestra aveva dato ad un tratto il segnale della

danza, ed Ermanno le era venuto incontro. Per un contrasto abituale

nel suo spirito complicato e tormentato, la folla allegra, lo

scintillio delle luci, gli acuti profumi che si svolgevano da

quell'assembramento di gente elegante, la conversazione

spregiudicatamente leggiera del duca, lo avevano attristato. Lo

spettacolo dell'altrui felicità gli rendeva più sensibile la propria

inquietudine; a quell'ora più che mai egli dubitava di sè stesso;

delle strane idee di fuga, di rinunzia lo occupavano mentre egli si

avanzava incontro a Massimiliana, e fu macchinalmente, con la quasi

certezza d'un rifiuto, che egli le chiese di accordargli una danza.

Tenendo ancora nelle mani il fazzoletto lacerato, la signorina di

Charmory si alzò subitamente, come di scatto. «Non voglio che parliate

a quell'uomo!..» disse ad Ermanno, con voce breve, mentre egli,

sfiorandola appena col braccio passatole intorno alla vita, si

slanciava con lei fra le coppie. Per grande che fosse l'incapacità di

Ermanno a cogliere il senso delle cose, le parole di Massimiliana

erano troppo strane perchè egli non le notasse. «Il duca?..» aveva

mormorato quasi a domandarle che cosa avesse voluto dire; ma non aveva

insistito al silenzio di lei, nella specie di ebbrezza che il contatto

di quel corpo gli procurava, che aveva dissipato la sua tristezza e

che centuplicava la letizia di sentirle esprimere una volontà--un

comando... Le acute sensazioni che lo invadevano, il leggiero affanno

del ballo gli soffocavano in gola le parole; solo il suo corpo si

stringeva insensibilmente di più al corpo di Massimiliana...

Cogli sguardi chini, col corpo irrigidito sotto quella stretta, col

respiro affrettato, Massimiliana si sentiva sul punto di stramazzare.

Si era repentinamente decisa ad accettare l'invito di Ermanno per

parlargli, per dirgli subito di evitare quell'uomo, per dirgli tutto;

ma aveva troppo presunto, affidandosi in braccio a lui, stringendosi

materialmente alla persona cui si sentiva stretta con tutte le forze

dell'anima. Ogni cosa le girava ora d'intorno, come presa dalla

vertigine che era in lei, il terreno le mancava sotto i piedi al ritmo

cullante di quella mazurka di Chopin... e con accento di supplica,

mentre il viso di Ermanno quasi la sfiorava, ella mormorò: «Basta!..

basta!..»

Egli si era subito arrestato, offrendole il braccio nel vacillamento

che l'altra non riusciva ancora a vincere, e guidandola fuori della

sala la cui atmosfera era divenuta asfissiante. «Grazie!...»

mormorava, con voce profonda; «ogni suo desiderio è legge per me...» E

senza dire più nulla, senza domandarle la ragione di quella

proibizione nella gioia trionfale di sentirsela accanto, l'aveva

guidata verso la serra. Il luogo era deserto, una luce discreta vi si

diffondeva dalle oblunghe lampade giapponesi, i rumori della festa

arrivavano attutiti dalla distanza, e la meravigliosa vegetazione

tropicale, i fogliami larghi e carnosi, gli avviticchiamenti quasi

convulsi dei rami, l'acutezza penetrante degli esotici profumi,

l'umido tepore dell'aria deliziosamente snervante, avevano finito di

opprimerli entrambi... «Si ricorda?..» mormorò Ermanno ad un tratto,

con una voce bassissima stringendo un poco il braccio della sua

compagna. Si era arrestato, contemplando il meraviglioso profilo di

lei, le labbra leggermente dischiuse, gli sguardi smarriti, l'eburneo

pallor delle guancie. «Si ricorda, Massimiliana.... quel che io le

dissi qui?..» e le aveva presa una mano, stringendolesi di più. La

signorina di Charmory aveva fatto per trarsi indietro, guardando

attorno come in cerca d'aiuto; egli l'aveva trattenuta con una muta

preghiera. L'allegra festa rumoreggiava lontano, dalla serra esalava

una larga respirazione, un alito infinitamente dolce, come una

persuasione d'amore... «Massimiliana... io l'amo...» sussurrò Ermanno,

con la ragione perduta nella lenta invasione di un desiderio folle di

carezze e di baci, «Massimiliana... mi consenta di ripeterlo... è una

soavità unica al mondo...» Impallidendo ancora di più, ella si era

riversata indietro, afferrandosi alla spalliera di un sedile, cogli

occhi chiusi, e il suo corpo si era tutto profilato in quella posa,

dalla fronte purissima, dalla guancia morbidamente soave, dal collo

marmoreo, al seno palpitante, alla vita inarcata, al mistero di linee

perdute, evanescenti... Ermanno aveva visto come una nebbia

ondeggiargli dinnanzi. Passato, con un gesto lento ma sicuro, il

braccio attorno alla vita di lei; presale, con l'altra mano, una mano,

egli l'attirò a sè. Ella tentava inutilmente di sciogliersi da quella

stretta sempre più fitta, di gettare indietro il capo per sottrarsi

alla carezza del suo alito ardente... «Massimiliana!..» supplicava

ancora egli, ma la parola si perdeva in un suono inarticolato, in una

specie di sordo bramito... «No... non come...» gemè ella, in una

repentina rivolta di tutto il suo essere, risentendosi in preda alla

forza del maschio, e appena le labbra di Ermanno ricercarono

avidamente le sue, si era accasciata sul sedile, priva di sensi.

Incapace di dire una sola parola, Ermanno aveva portata una mano ai

capelli, come se volesse strapparli. Rapidamente, la reazione era

sopravvenuta, con l'orrore dell'atto commesso. Egli contemplava livide

e smorte quelle labbra cui aveva osato un momento innanzi appressare

le proprie, disfatta in un supremo abbandono quella figura adorata,

spenti quegli sguardi luminosi; ed era l'opera sua sacrilega che egli

contemplava. Restava inchiodato lì, dalla vergogna, dal rimorso, non

potendo risolversi a toccare più con un solo dito quelle forme che

aveva strette in un impeto di brama cieca, in un ritorno dell'antico

istinto, lungamente mortificato e represso. La cognizione del tempo si

era perduta in lui, quand'egli intese un passo avvicinarsi: era la

signora di Verdara che si avanzava verso di Massimiliana...

Nel rimescolio delle danze, la contessa Rosalia aveva seguito

fissamente la giovane coppia; e, ad un tratto, era stato come se la

festa si fosse mutata per lei in qualche funebre rito. Tutte le sue

persuasioni cadevano dinnanzi alla radiante figura di Ermanno a fianco

di Massimiliana; non restava luogo che per l'esplosione del suo mal

frenato rancore. La materiale rappresentazione della loro unione

colmava la misura, faceva traboccare il fiele di cui si era

abbeverata. Ora, senza riguardo, l'indegnità di quei due le si faceva

manifesta: che grossolano inganno era stato il suo di credere alla

loro nobiltà!.. Essi erano degni l'una dell'altro, erano veramente

fatti per intendersi e per convenirsi, come dicevano intorno a lei gli

spettatori curiosi... Egli con le sue pose di tristezza, l'altra con

la vergogna di cui era coperta, erano lì, animati ed allegri, a

ballare, a sorridere!.. La vista della loro felicità le riusciva

insopportabile, la offendeva in tutto ciò che la donna aveva di più

caro. Si sentiva trascurata, vilipesa, avvilita. Avrebbe voluto una

folla dintorno, avrebbe voluto che una sua parola fosse avidamente

contesa, che per un suo sorriso degli uomini si fossero battuti,

affinchè _qualcuno_ avesse imparato a conoscerne il prezzo.... Invece

la sua stessa tristezza la isolava. Lei, la regina delle feste per la

grazia, pel brio, per l'eleganza, si sentiva spodestata da

Massimiliana, che raccoglieva gli unanimi suffragi della società. Una

quistione di amor proprio ferito è in fondo a tutte le rivalità

femminili, e la contessa avrebbe forse trovata una consolazione se la

sua sontuosa toletta dalla gonna di _cordonné_ rosa pallido con trine

spumose disposte sul davanti, e dal manto di velluto verde cupo

circondato di rose; se lo splendore dei suoi smeraldi e dei brillanti

che fermavano una _aigrette_ rosa e verde disposta sul capo, non

fossero stati offuscati dal modesto abito bianco e dai mughetti della

signorina di Charmory. Turbata e quasi piangente, ella si era ridotta

nella serra deserta e avvolta in una semioscurità propizia alla sua

tristezza. E lì, con la bocca stretta, con le mani nervosamente

contratte, ella aveva assistito, spettatrice non vista, alla rapida

scena che si era risolta nella sincope di Massimiliana e che, dopo un

momento di esitazione, aveva sollecitato il suo intervento.

«Dell'acqua.... presto, qualche cosa....» aveva detto, tentando

d'aprire la veste della fanciulla, ed Ermanno era corso ad intingere

il suo fazzoletto nella vasca che la contessa gli additava, senza

domandarsi in qual modo ella fosse sopravvenuta tanto a proposito.

Recando la pezzuola inzuppata, egli era passato dietro al sedile per

sollevare la giovanetta, che all'impressione di freddo sulla fronte

aveva tratto un profondo respiro, scuotendosi, «No... non come

l'altro...» mormorava, respingendo la contessa che la teneva stretta

fra le braccia. «Son io, Maxette!.. son io...» e con un segno della

mano, ella ingiungeva ad Ermanno di tenersi discosto. Dischiusi gli

occhi, Massimiliana guardò un poco la donna; poi si sollevò, in un

rapido ritorno della memoria, spingendo lo sguardo dinnanzi a sè. E

come si vide sola con l'amica, afferrossi a lei, convulsamente.

«Aiuto... soccorso...» supplicava, fremendo; «è troppo... è la

morte...»--«Maxette!.. Maxette!..» ripeteva la contessa, subitamente

comprendendo, impotente a sedarla, atterrita al vedere Ermanno

avvicinarsi... «Diteglielo voi, di fuggirmi... voi che vedeste le mie

lacrime... che sapete tutta la mia vergogna... Ah, Dio Signore... mio

Dio Signore!..» La contessa tentava invano di farla tacere, di

chiuderle la bocca in un abbraccio, vedendo già lo sguardo di Ermanno

smarrirsi; ma l'altra continuava, tra le soffocazioni: «Bisogna dir

tutto... Voi non sapete..! Vedere quell'uomo, l'uomo che ebbe questo

miserabile corpo... parlare con lui, stringergli la mano!. Ed egli mi

confidava l'anima... ed io tacevo!..» Girando la testa, in cerca

d'aria, aveva allora visto Ermanno impetrato lì accanto; ed era sorta

in piedi, come uno spettro, con una mano alla gola quasi per

lacerarla, mettendo un strido che la contessa aveva soffocato.

Era ricaduta, esanime, con la bocca dischiusa. Come della gente si

affacciava dall'altra estremità della serra, la contessa ingiunse

brevemente ad Ermanno: «Vada via... per carità; si allontani... mandi

qualcuno...»

Egli andava, vacillante, guardando dinnanzi a sè, con uno sguardo

cieco, vitreo, stendendo una mano come per afferrarsi a un sostegno.

«Qualcuno, una donna, laggiù... nella serra...» disse al secretario

dell'albergo, che domandava allarmato, che cosa fosse avvenuto e non

otteneva risposta...

Il duca Gastone di Précourt si avanzava, tenendo a braccio una dama

elegantissima, che frenava a stento degli scoppii di risa dietro il

ventaglio, mentre il suo cavaliere le mormorava qualche cosa

all'orecchio. Ermanno aveva indietreggiato, come per dar loro

passaggio; ma lentamente, senza arrestarsi, fino in fondo, fino a dar

della testa sul muro.

Ermanno Raeli · 第 24 / 37 题