Le assiduità di Ermanno Raeli presso la signorina di Charmory avevano
finito per essere state notate, e nel mondo in cui vivevano si
cominciava già a parlare del loro matrimonio. La sempre rimandata
partenza della famiglia d'Archenval ne pareva una conferma; l'arrivo
del duca Gastone di Précourt fu considerato come il segno sicuro d'una
realizzazione imminente.
Lo schianto d'un fulmine non avrebbe potuto atterrire Massimiliana di
Charmory più della notizia data un giorno dal visconte, che il duca
suo suocero stava per arrivare a Palermo... L'uomo che era l'origine
della sua atroce sciagura osava dunque ricomparirle dinnanzi--e quale
suggestione perversa gli faceva scegliere quel momento in cui ella
nutriva almeno l'illusione d'un ritorno alla vita? Ella avrebbe dunque
dovuto trovarsi ogni giorno, ogni ora a contatto con lui?.. Intanto
che il partito di fuggire precipitosamente da quella casa, da quella
città, le si affacciava allo spirito, il visconte aveva soggiunto che
l'alloggio del duca era già fissato alla _Trinacria_.
Nessuna intenzione ostile a Massimiliana guidava il gentiluomo
libertino a raggiungere, per la prima volta dopo l'attentato, la sua
famiglia. Il suo desiderio brutale si era spento non sì tosto
appagato; per gli uomini di quella natura, la passione non va oltre la
sensazione, e l'orrore espressogli dalla fanciulla l'aveva dissuaso
dal ritentare la prova, non già perchè quell'orrore lo ferisse, ma
perchè gli scemava la previsione del piacere. Gli rincresceva pertanto
che quell'_incidente_ lo avesse tenuto al bando della sua famiglia,
dove la sua presenza sarebbe stata necessaria per invigilare sul
visconte, che cominciava a fare un po' troppo a fidanza con la sua
borsa. Nei continui imbarazzi di cui il giuoco sfrenato era causa a
d'Archenval, questi aveva ricorso al suocero, che si era sempre
affrettato a rispondere alla aspettazione di lui, come fosse passata
fra loro una intelligenza e quel denaro pagasse il silenzio del
naturale tutore di Massimiliana... Tali compromessi taciti sono molto
più frequenti che non pare e solo la malignità sospettosa dei più vede
un mercato formalmente contratto, là dove nessuna dubbia parola è
stata scambiata da una parte e dall'altra. Il visconte domandava degli
aiuti al duca per l'unica ragione delle ingenti spese a cui la
malattia della moglie lo obbligava; il duca si affrettava a rispondere
a quelle richieste da padre affettuoso, zelante della salute della
figliuola... Era però arrivato un momento in cui il duca aveva
cominciato a trovare che la malattia della viscontessa gli costava un
po' troppo e che non sarebbe stato male di controllare un poco le note
dei medici, dei farmacisti e degli albergatori. Palermo intanto, gli
dicevano i suoi amici, era quell'anno il convegno d'una numerosa e
scelta colonia; e dopo tutto sarebbe stato interessante fare una corsa
in quell'isola che, secondo la geografia particolare alle persone
della sua società, si considera come fuori d'Europa. Aveva però avuto
il buon senso di seguire i suoi amici alla _Trinacria_, e con la
figliuola e la signorina di Charmory si era incontrato, la prima
volta, in pubblico, come con delle semplici conoscenze.
Dal momento che aveva appreso l'arrivo di lui a Palermo, Massimiliana
era vissuta in un così grande terrore, che ogni altro sentimento ne
era rimasto eclissato. Se egli fosse venuto ad abitare sotto lo stesso
tetto, ella non avrebbe aspettato; sarebbe fuggita, scomparsa, non
importa come... Intanto, l'attesa dell'inevitabile momento in cui si
sarebbero ritrovati in presenza, le era causa d'un'ansia mortale, come
non aveva creduto possibile di provarne una simile dopo tutto quello
che aveva sofferto. E, ad un tratto, ella si accorgeva che quell'ansia
era nulla, era quasi la tranquillità, dinnanzi al pensiero subitamente
affacciatosele, che anche Ermanno avrebbe incontrato quell'uomo... Che
cosa era finalmente il prossimo incontro per lei? Una prova di più,
che non doveva esserle risparmiata, che era meglio, sotto un certo
aspetto, affrettare. Nella sua cinica ferocia, l'uomo credeva
probabilmente che ella avesse finito per consolarsi--e non aveva ella
indovinato, poichè, facendosele incontro nel giardino delle _Palme_,
egli le sorrideva disinvoltamente, trovava, che il soggiorno di
Sicilia le aveva conferito e formulava voti per la sua prosperità?..
Appena arrivato, infatti, la voce circolante intorno ai due giovani
era venuta all'orecchio del duca, e se egli aveva fin a quel momento
nutrito degli scrupoli, questi erano subito spariti dinnanzi alla
prova della consolazione che Massimiliana aveva trovata. Si era anzi
fatto beffe di sè, per l'esagerazione d'un rimorso che la sua
esperienza avrebbe dovuto dimostrargli infondato, e facilmente
superate, con l'abituale sua disinvoltura, la difficoltà di un primo
incontro, aveva del tutto dimenticata la giovane per le belle signore
di cui la colonia straniera era provvista a dovizia.
Incapace di dir nulla dinnanzi all'incredibile impudenza dell'uomo,
col sangue gelato nelle vene come alla vista di un rettile,
Massimiliana aveva sentito ridestarsi tutto l'orrore dei lontani
giorni, complicato dallo strazio della situazione presente. Il domani
d'una grande sciagura, quando la coscienza comincia a destarsi tra le
ultime nebbie di una sonnolenza pesante, e la memoria suggerisce ad un
tratto la crudele certezza, si prova un'angoscia forse più grande di
quella determinatasi nel primo momento. Una simile impressione di
risveglio aveva determinata in Massimiliana la presenza del duca.
Malgrado i contrasti provati, le lotte sostenute, era come se ella
fosse rimasta lungamente immersa in un sonno, nel sonno profondo
dell'illusione voluta, da cui la voce di quell'uomo la strappava ora
violentemente. Come nutrire più nessuna lusinga, come e che cosa
aspettare, se con la sua stessa presenza quell'uomo le ricordava la
propria vergogna, e il dovere che aveva fin troppo trascurato di
compiere?.. Ed egli aveva osato sorriderle, ed un sorriso di più
sarcastica compiacenza, di compiacenza più iniqua avrebbe rivolto ad
Ermanno, e le loro mani si sarebbero strette... A questo pensiero
fitto, cocente, Massimiliana credeva d'impazzare. La sua complicità
del silenzio le appariva più grande, imperdonabile; la confessione
fatta alla contessa un calcolo ipocrito, poichè era sicura che non
aveva avuto effetto; e la sua tortura si acuiva talmente, che ella
affrettava coi voti il momento della soluzione, per tremenda che
potesse essere...
Un calcolo, da canto suo, la contessa Rosalia aveva finito anche lei
per credere la confessione dell'amica. Fino a quando i rapporti dei
due giovani non si erano mutati, ella non aveva fatta un'accusa a
Massimiliana di nascondere ancora il suo secreto ad Ermanno, aveva
creduto che la confessione sarebbe bastata a dissipare ogni speranza
di felicità; e la compassione per il dolore che li aspettava era
riuscita a soffocare la voce della gelosia. Ma dinnanzi al prolungarsi
di quella situazione, al crescere di quella intimità, alla
intelligenza che indovinava esser corsa tra loro, al propagarsi della
voce che li diceva promessi malgrado l'arrivo del duca, la sua pietà,
la sua discretezza, i suoi riguardi, tutti i suoi buoni sentimenti le
erano parsi delle debolezze e delle ingenuità. Con una grande amarezza
ella sentiva di essere stata molto sciocca nel prendere sul serio la
disperazione di Massimiliana, quasi tutta la condotta di lei non
dimostrasse l'intenzione di raggirare Ermanno, la fiducia che
l'accecamento dell'amore lo avrebbe fatto passar sopra ad ogni
ostacolo!.. E questa fiducia che cosa aveva insomma d'infondato? Ella
arrivava a coinvolgere nella sua disistima anche l'uomo che aveva
amato--che amava ancora, senza speranza, ma tanto da perdere per lui
la nozione del giusto!.. Come si era esagerata l'importanza di
quell'ostacolo! Sarebbe egli forse stato il primo a passarvi sopra?
Era verosimile ch'egli non si fosse accorto delle anormalità di quella
famiglia? Ma chi le diceva che egli non sapesse tutto, che non si
fosse già accomodato di quella condizione di cose? E il ricordo di
romanzi, di commedie, in cui un lieto fine corona i dolorosi
contrasti, avvalorava la sua persuasione... Allora, a che cosa sarebbe
valso l'andare a mettere sotto gli occhi di lui la lettera di
Massimiliana, come talvolta aveva la tentazione di fare? E la sua
serenità di un tempo si perdeva in una irritazione crescente, in una
contrarietà insofferente, dimostrata ad ogni momento e che il tono
inalterabilmente scherzoso del marito finiva per esasperare... Più che
mai sicuro che quella _montatura_ di sua moglie sarebbe stata senza
effetto, Giulio di Verdara si divertiva talvolta a punzecchiarla
garbatamente, come una specie di punizione pel principio di colpa da
lei commessa in idea. Ella aveva finito per domandarsi se Giulio
sapeva quel che le passava per l'anima; e negli urti a cui era
esposta, aveva a momenti la tentazione di sfidarlo, di provocarlo,
come una rappresaglia, come un mezzo di uscire da quella situazione,
che si affrettava intanto alla catastrofe...
La presenza in Palermo del duca Gastone di Précourt e dei suoi amici,
se aveva gettato in quello stato la signorina di Charmory e la
contessa, se aveva ridestato le apprensioni della signora d'Archenval,
aveva messo una animazione nella colonia degli stranieri. Unicamente
occupato del mondo femminile, il duca aveva trovato nelle signore un
valido appoggio per i suoi disegni di svaghi, e come il carnevale
s'inoltrava, e gli stranieri delle _Palme_ e della _Trinacria_ erano
stati oggetto di molte cortesie da parte dell'ospitalissima società
palermitana, egli aveva messo innanzi l'idea di una festa da offrire
ai loro ospiti, a mezza quaresima. L'idea era stata subito accolta, e
i preparativi erano incominciati alle _Palme_, dove i locali si
adattavano meglio.
Ermanno Raeli, che aveva incontrato una o due volte il duca e si era
interessato a lui come a tutto ciò che aveva qualche rapporto con
Massimiliana, aspettava l'avvenimento con ansietà irrequieta. La
malattia della viscontessa, ragione o pretesto, aveva fatto che la
signorina di Charmory rifiutasse tutti gli inviti che le erano stati
rivolti; adesso che l'iniziativa era presa dal duca e che la festa
aveva luogo nello stesso albergo, non avrebbe certamente mancato di
assistervi. Ed Ermanno si vedeva già al suo fianco, stringerle un
braccio alla vita, tenerla per mano, confondere il suo respiro con
quello di lei... L'imaginaria rappresentazione era così evidente che,
solo, nel suo studio, egli si alzava di scatto, tentando di divertire
l'attenzione da quella turbatrice visione... Fuori, era già la
primavera che si annunciava, nel primo tenero verde delle robinie,
nelle emanazioni delle _zágare_ nuziali, nei tepori del sole di marzo,
nella maggior durata delle giornate troppo piene di luce, da
abbacinare alla lunga. Erano delle ubbriacature d'aria, delle
ipnotizzazioni d'azzurro, delle saturazioni di sottili profumi che si
prendevano in quella felice Palermo, porta dell'Oriente, lembo
d'Arabia trasportato, quasi per una fantastica operazione da _Mille ed
una notte_, in riva al lago del Mediterraneo. Un languor nuovo, uno
snervamento molle che faceva intensamente assaporare la voluttà del
riposo, guadagnavano Ermanno, lo mantenevano in una specie di
dormiveglia durante il quale, abolito il pensiero, solo delle imagini
gli passavano e ripassavano dinnanzi, svegliando in lui sopìte
sensazioni di avidi dissetamenti, di abbandoni profondi... Una sorda
irritazione nasceva in lui per quelle suggestioni incoscienti, con un
bisogno di castigarle che finiva per esasperarle. E l'impeto di sdegno
che lo aveva vinto quando la Figura adorata era stata attaccata da
quella abominazione, cedeva adesso ad impeti di desiderio, a una
tentazione di indissolubili strette, che si mutava ancora in terrore
all'idea di passare soltanto un braccio intorno alla vita di
Massimiliana durante la prossima festa...
Sul punto di vedersi abbandonata dalle proprie forze, Massimiliana non
aveva neppur tentato di evitare quell'avvenimento di cui sentiva le
minaccie. Una oppressione la vinceva in mezzo a quel risveglio
primaverile, a quel rifiorire di tutta la natura: l'oppressione morale
alla certezza che la sua fatalità si sarebbe abbattuta su di lei prima
dell'appassir di quel verde; il turbamento fisico, prodotto dal
dardeggiare d'un sole infuocato sopra quella natura quasi tropicale. E
dovunque ella si rivolgeva, il trionfo del fior d'arancio: nell'aria
tutta compenetrata del soavissimo profumo, nei giardini il cui verde
era tempestato come di candide costellazioni, nei quadri dei coloristi
dilettanti, nei mazzi che _egli_ mandava alla viscontessa. «Kennst Du
das Land?..» l'appassionata canzone di Mignon le tornava alla memoria;
ed in quella Terra appunto il suo destino aveva dovuto sospingerla; e
da quelle prode fiorite sorgeva come una voce che le ricordava la sua
sfiorita esistenza; e il simbolico candor di quei fiori le dava più
dolorosa la coscienza della sua macchia indelebile...