Quando Massimiliana di Charmory riacquistò nuovamente i sensi, si
trovò nella sua camera, adagiata sopra il suo letto con a fianco la
contessa che spiava inquieta il suo ritorno alla coscienza. Ella aveva
il vago ricordo di esser stata trascinata, inerte, con la testa fatta
come di piombo; e lo stesso peso ora le gravava sulla fronte, malgrado
la sua acconciatura fosse stata disfatta e una pezzuola imbevuta
d'acqua ghiaccia vi venisse adattata continuamente. «Maxette... come
stai?...» chiedeva sommesso la signora di Verdara, ed ella rispondeva
appena con un moto degli occhi. Nella camera, solo la donna di
servizio aiutava l'amica in quelle cure; la scena era avvenuta così
rapidamente e tanto lontano dal centro della festa, che nessuno,
neppure la viscontessa appartata in un salottino con qualche altra
signora sofferente, se n'era accorto. «Desideri qualche cosa?... Vuoi
che chiami tua zia?...» Ritrovando le sue forze a quella minaccia:
«No... no!...» rispose Massimiliana, sollevatasi un poco sul letto;
«ecco, è passato...» E, abbracciando l'amica: «Grazie... grazie!...
Vorrei soltanto, come un favore, restare un poco sola...» La contessa
insisteva per tornare più tardi; ma l'altra ripeteva: «Grazie, non
occorre... È finito; ora sto bene...» E sorrise.
Ella sospingeva cogli occhi l'amica che si allontanava, dopo aver
detto qualche parola alla cameriera; e come vide l'uscio richiudersi
sulle due donne e come il rumore dei loro passi si spense, nascose la
faccia tra le mani con un grido rauco di terrore e di raccapriccio.
Era finito! Tutto era finito! Una parola era bastata perchè la malia
fosse rotta! Egli era lì, aveva tutto udito, era rimasto come
fulminato!.. Ella si sentiva come precipitare da un'altezza
incommensurata, con la testa in giù, senza speranza d'arresto. La
parola che avrebbe dovuto dire fin dal primo momento, il sinistro
secreto della sua vita, la sua eterna condanna era pronunziata...
Quale oscura, implacabile fatalità!.. «Perchè?... perchè?...»
mormorava ella, soffocando il suono della sua voce contro i guanciali,
torcendosi le mani, e i conati di ribellione si ammortivano sotto il
peso enorme di quella fatalità. Implacabile!... Eterna!... «Perchè?...
perchè?...» e non v'era risposta all'angosciosa domanda, o ve n'era
una sola: perchè gli uomini erano delle belve insaziate, perchè la
vita era una cosa malvagia. Fuggirla: questo ella avrebbe dovuto, e la
propria debolezza, la propria viltà non l'avevano consentito. Aveva
durato in quell'orribile vita, fra quegli agi che quell'uomo aveva
finito per pagare, comprando così il silenzio dell'altro che avrebbe
dovuto farle da padre! Tutto era turpitudine intorno a lei; tutto era
falso in lei, come quelle falsificazioni della casa che erano gli
alberghi nei quali aveva dimora. Fra quelle miserie aveva durato,
aspettando--che cosa? che il peso di quel destino ricadesse ancora su
di un altro, che un poco di quel fango schizzasse addosso ad un altro,
che il sentimento della sua sciagura s'inacerbisse e si complicasse
d'un rimorso. Parlare prima, dir tutto subito e poi andarsene,
ascriversi tra le suore di carità: era quello che avrebbe dovuto fare
e che non aveva fatto per ridursi a quel supplizio. «Perchè?..
perchè?..» Perchè lo amava! perchè lo aveva amato fin dal primo
giorno, con forza sempre cresciuta! «Io l'amo!.. io l'amo!..» gridava,
nascondendosi ancora la faccia contro l'origliere; ed era la morte
dell'ultima illusione, la coscienza della fine, che le dava quelle
vertigini... Com'era lontano quel giorno!.. appena pochi mesi, nel
tempo; ma che cammino aveva ella fatto!.. Accasciata su quel letto di
dolore, intanto che, come una raffinata ironia arrivavano fino a lei i
suoni giocondi del ballo, ella ricostruiva tutta la storia di quella
lotta, dimenticava un poco in quella evocazione il cordoglio presente,
cercava di giustificarsi innanzi a sè stessa. Si era ella tradita una
sola volta, quando aveva sentita la sua passione crescere ed
ingigantirsi? Ella non poteva amare, ella era al bando del consorzio
umano, e tutto il suo studio era stato di stornare da sè l'attenzione
degli uomini, l'attenzione di _lui_... Un giorno era venuto, giorno di
gioia paurosa e d'angoscia ineffabile, in cui ella si era accorta di
essere amata--e come intensamente e delicatamente!.. Ella lo aveva ben
compreso; aveva letto come in un libro nella sua anima nobile e
grande; aveva previsto, prima ancora che egli le avesse detto una sola
parola, in qual modo l'avrebbe amata!... Ella era ben certa di dir
tutto, un giorno, quando ne avrebbe avuta la forza; di dire
l'oltraggio subito, e non finalmente una colpa commessa... Sì, un
istante ella era arrivata a dimenticare la sua macchia; era questa la
sua colpa, e come orribile e pronto giungeva il gastigo! Ah,
quell'uomo a fianco di _lui_!... la sua mano in quella di Ermanno...
un viscido serpe... «Strappatelo!... schiacciatelo!»
Macchinalmente, ella alzava un braccio, accennando, e ad un tratto
l'uscio si schiudeva, e la viscontessa, pallida, ansimante, le si
faceva vicina... «Come stai?... Non mi hanno detto nulla... Maxette!»
Subitamente alzatasi, cominciando a disfare la sua toletta: «Non è
niente, un capogiro...» rispondeva Massimiliana. «Ma perchè non mi hai
fatta chiamare?.. vuoi che venga un dottore?..» insisteva l'altra,
prendendole una mano. In quel momento, l'ammalata non era più lei, era
la giovanetta: ella lo comprendeva al tremore della persona, allo
splendore degli sguardi; ma l'altra replicava: «No, grazie... il
riposo finirà di guarirmi...» e ritirava la sua mano!.. Non la voleva
con sè! Non voleva dirle la causa del suo male che ella aveva
presentita nelle mezza parole con cui la contessa l'aveva fatta
accorrere! Respingeva il suo aiuto, ancora, sempre!.. E la povera
donna si allontanava, piegando la testa; sull'uscio, arrestavasi un
poco, come volendo tornare; ma lasciava la camera, disperando.
«Va!... va!...» diceva mentalmente Massimiliana seguendola con lo
sguardo. La presenza di un essere umano le era insoffribile. Che cosa
poteva per lei quella moribonda?... La cameriera che aveva aiutata la
contessa, tornava a chiedere notizie da parte della Verdara; ella la
rimandava via con uno «Sto bene... sto meglio...» Si era passato un
abito di casa, abbandonandosi sopra una seggiola, insofferente
dell'immobilità del letto. E mentre il suono d'un vivace ballabile
veniva dal salone, intese una carrozza allontanarsi. Repentinamente,
il sordo pensiero a cui tutti gli altri si erano fino a quel momento
sovrapposti, prese forma precisa. Ermanno!.. Dov'era egli?.. Che cosa
accadeva in lui?... Una rovina più spaventevole di quella che lei
stessa mirava! Ella si era illusa, volontariamente, deliberatamente;
ella sapeva che quella felicità presto o tardi sarebbe fuggita per
sempre. Ma lui che non sospettava di nulla, lui che l'aveva creduta
pura ed immacolata, unicamente degna dell'amor suo, di quell'amore
timido, discreto, rispettoso, supplichevole... ah! di quell'adorazione
infinita?...
S'era alzata, smaniando; era andata ad appoggiare la fronte ai vetri
della finestra, guardando nel buio. Vi era dunque qualche cosa di più
terribile del dolore, l'idea del dolore di cui si è causa?.. E il
bisogno di rivederlo sorgeva adesso in lei, imperiosamente. Ella si
diceva di non poterlo lasciare in quel modo, sotto l'impressione della
brutale rivelazione: era necessario completarla, giustificarsi... No,
non giustificarsi; ma parlargli, dirgli tutte le circostanze
dell'orrore, non lasciarlo così... Percorreva ora la sua camera, da un
capo all'altro; il rumore dei suoi passi si attutiva sul grosso
tappeto. Di tratto in tratto ella si arrestava, mettendo innanzi le
mani, come per respingere qualcuno. Imaginava di trovarsi sola con
lui, lo vedeva stringersela fra le braccia, avvicinarle le labbra alla
bocca, sentiva il fuoco del suo bacio... «No!.. non come l'altro!..»
Ebbene, perchè?.. Perchè lo avrebbe ella respinto? Ne aveva il
diritto? Ella avrebbe quasi voluto ch'egli la prendesse; sarebbe morta
poi... Oh, era il delirio, era la pazzia!..
Il movimento delle carrozze cominciava ora dinnanzi all'albergo, la
festa volgeva alla fine, e dei rumori cominciavano a venir dalla via;
degli usci che si schiudevano, un canto di carrettiere, quell'araba
melopea malinconica che la faceva quasi piangere... «Che notte!... che
notte!...» La sua veste bianca era ancora buttata sul divano, il
ramoscello di mughetti sfrondato per terra. Ella contemplava tutto con
occhio arido e freddo... Era necessario rivederlo: questo pensiero le
martellava nella testa, non la lasciava più, le dava la forza di
reggersi... Non sperava nulla, non aspettava nulla, non sapeva che
cosa sarebbe avvenuto di lei, di lui, ma una spiegazione era
indispensabile: non poteva lasciare così!.. L'uomo che l'amava, lei!..
che le aveva detto di vivere della sua vita!... E un brivido la
percorse da capo a piedi, mentre i capelli le si drizzavano sulla
fronte: «Morto!... per me!...»
Dalla finestra rimasta aperta, la prima luce dell'alba cominciava a
penetrare nella camera, una luce fredda e triste; i rumori per la via
si facevano più frequenti. Massimiliana restò un momento a guardarvi,
poi andò a schiudere il suo grande baule, ne cavò il mantello e tolse
la _toque_ di pelliccia dalla scatola di cartone. I suoi movimenti
erano secchi, automatici. Aveva presa la sua risoluzione: bisognava
cercar subito di Ermanno. Non sapeva dove si sarebbe diretta; doveva
trovarlo. Se avesse conosciuto il suo indirizzo sarebbe andata
direttamente a casa di lui. Non le importava quel che avrebbe potuto
pensare: l'interessante era di vederlo, subito... Adattossi la _toque_
senza guardarsi allo specchio, si avvolse nel suo mantello... In quel
momento l'uscio a fianco si aperse e la viscontessa, con indosso un
accappatoio bianco, bianca ella stessa come una morta, si avanzò verso
di Massimiliana. «Tu esci... a quest'ora?...» Anch'ella non aveva
chiuso occhio, in quella notte d'angoscia, porgendo ascolto ad ogni
rumore che venisse dalla stanza vicina, con la febbre della paura.
«Lasciami!... lasciami andare!...» diceva Massimiliana; e la debole
donna l'aveva circondata con le sue povere braccia, cercando di
trattenerla. «Maxette... in nome di Dio!... Non voglio che tu
esca...»--«Lasciami andare! non aver paura...»--«No!... verrò io
stessa, piuttosto... aspettami; il tempo di vestirmi...» ma le forze
l'abbandonavano sempre più, la sua respirazione si faceva affannosa.
«Va a letto... non aver paura!...» ripeteva Massimiliana, allacciandosi
il suo mantello con le mani tremanti; «ho bisogno d'aria... il tempo di
respirare l'aria fresca del mattino...»--«Maxette!... Maxette!...»
insisteva la viscontessa, afferrandosi a lei, passandole una mano
scottante sulla fronte agghiacciata. «Maxette... non andare!... non
morire!...» Allora ella proruppe, svincolandosi: «Ma è lui che
muore!... lui che sa tutto... la mia vergogna... e la vostra!...»
La viscontessa era caduta sul divano, con la testa sul petto,
ansimante. «Perdono!.... Perdono!... hai ragione... è colpa anche
mia... è stato mio padre... oh!...» Come un singhiozzo le aveva
lacerata la gola, Massimiliana era caduta quasi in ginocchio dinnanzi
a lei, brancicandola: «Sei tu che devi perdonarmi.... Povera donna!
non ti accusare... Che colpa è la tua?.. Sono stata troppo vivace;
perdonami...» Allora la viscontessa aveva rotto in pianto. Era un nodo
che aveva nel petto, da anni: vederla soffrire in silenzio, senza
poter far nulla... e mai un lamento... mai un rimprovero... come una
martire... «Oh, Maxette!... povera, povera!...»--«Basta!..
tranquillati!..» interrompeva Massimiliana; «buon Dio, basta!.. Vedi:
anch'io sono tranquilla... Ma lasciami andare... è giorno chiaro, c'è
già il sole... Senti, bisogna ragionare... Andrò dalla contessa, le
domanderò per favore di chiamarlo presso di lei; è necessario ch'io lo
riveda, non fosse che per un minuto...»--«Lasciami venire con
te...»--«È una pazzia... Se hai la febbre!... E poi, perchè?... Non
farò nulla senza la contessa... No, no!... è già tardi...» E
svincolatasi dalla nuova stretta, era uscita, rapidamente.
Pei corridoi dell'albergo, nelle scale, nessun segno di vita. Nel
salone da ballo, le candele consunte, il suolo sparso di carte dorate,
di banderuole, di tutti i minuti residui del _cotillon_. Massimiliana
rabbrividì, passandovi dinnanzi dagli usci spalancati. Sul vestibolo,
ella andò incontro al portiere che passeggiava di su e di giù, con le
mani in tasca e la pipa in bocca. «Dove potrei trovare una carrozza?»
Il vecchio aveva smesso di fumare, guardandola stupito. «In piazza del
Teatro Massimo... Se vuole che vada io...»--«No, grazie...»
Ella traversò il Maria-Square, dirigendosi alla via Cavour. La sua
risoluzione era presa: andare dalla contessa, invocare l'assistenza di
lei: era stata a parte di tutto; lei sola poteva soccorrerla. Errò un
poco per le strade ancora deserte senza incontrare una carrozza;
trovatala, dette al cocchiere l'indirizzo della villa Verdara. Col
moto, con l'aria fredda del mattino, l'incubo si dissipava; ella
considerava con un poco più di fermezza la situazione; ma la necessità
di rivedere Ermanno le pareva sempre più imperiosa. Giunta alla villa,
vide il cancello spalancato, le finestre aperte, come se anche lì non
si fosse dormito. «La contessa?...» chiese alla cameriera che venne ad
aprirle. «È uscita, per venire da lei, sarà un quarto d'ora...» Ella
restava ancora sulla soglia dell'uscio, interdetta da quel
contrattempo quando sopravvenne Giulio di Verdara, col cappello in
mano, in atto di uscire. «Lei?..» Egli le strinse la mano, con
un'espressione di affettuoso interessamento. «Come sta?... Ho saputo
che iersera non s'è sentita bene... Rosalia era giusto venuta da lei
per sentire sue notizie...» Allora, ringraziatolo, rifiutando
l'offerta ch'egli le aveva fatta di accompagnarla, era risalita in
carrozza, dando ordine al cocchiere di portarla all'_Hôtel des
Palmes_...
Una notte egualmente insonne ed angosciosa era stata anche quella
passata dalla contessa di Verdara. Soccorsa Massimiliana, ella era
discesa a cercare di Ermanno, con l'idea dello strazio a cui doveva
essere in preda. Non l'aveva trovato, e la sua preoccupazione era
cresciuta. Aveva allora pregato suo marito di far venire la carrozza,
non fidandosi più di assistere a quella lugubre festa. Durante il
tragitto dall'albergo a casa, facendosi forza, sentendosi salire al
viso le fiamme del rimorso all'idea di parlare di Ermanno con l'uomo
che un momento aveva pensato di offendere, gli aveva detto ogni cosa:
quello che era successo fra i due giovani, l'aiuto che bisognava dar
loro perchè potessero superare la terribile crise... «Sì, hai
ragione...» aveva risposto Giulio di Verdara, non più in vena di
tormentarla un poco, come una volta; comprendendo che ella era ormai
fuori di causa e che il dramma correva in quel momento rapidamente
alla fine. «Sì, hai ragione...» ripeteva, guardandola soltanto un
poco, come ella gli rappresentava l'ambascia in cui Ermanno doveva
esser caduto; e nel cuore della notte, egli era riuscito, cercando
inutilmente del giovane all'_Hôtel des Palmes_ e a casa sua.
Dinnanzi allo sguardo di Giulio, a quel solo segno con cui egli le
diceva di averle letto nel cuore, dinnanzi alla grandezza d'animo di
quell'uomo che era corso in cerca dell'amico, la contessa Rosalia era
stata sul punto di trattenerlo, di gettarglisi ai piedi, di
confessarsi a lui e di chiedergli perdono; solo i tristi presentimenti
che occupavano il suo spirito l'avevano arrestata, dimostrandole che
in quel momento urgeva pensare agli altri.
Appena giorno, raccomandato a Giulio di andare nuovamente in cerca di
Ermanno, ella si era messa in carrozza, facendosi portare all'albergo.
Nulla, a quell'ora, le parlava più per lei: una pietà prepotente solo
la vinceva per Ermanno, per Massimiliana, per tutti coloro che
espiavano una colpa non propria. Era tutta un'esperienza che ella
aveva fatta, ad insaputa di ognuno: gl'impeti della passione, i morsi
della gelosia, i rimorsi dell'errore, le amarezze del disinganno,
sentimenti buoni e malvagi, tenerezze e rancori: ella aveva tutto
provato senza che nessuno ne avesse avuto un sospetto. Usciva dalla
prova con una grande tristezza, ma guarita interamente. Per
l'efficacia del contrasto, apprezzava ora come non aveva mai fatto,
tutto il valore della sua tranquillità di spirito, del suo equilibrio
interiore, della salute morale. Sarebbe ella stata a tempo di ridarla
a quegli altri?...
La sua carrozza s'era arrestata dinanzi all'albergo; il portiere,
avvicinandosi allo sportello, col berretto in mano, le rispondeva che
la signorina di Charmory era uscita un poco prima. Allora, le sue
paure erano cresciute. Dove poteva essere andata? che cosa pensava di
fare?... Se una risoluzione funesta?... Scesa rapidamente dal legno,
era salita dalla viscontessa: l'aveva trovata nella stanza di
Massimiliana, raggomitolata sopra una poltrona, tremante di freddo. «È
venuta da lei...» le diceva la moribonda, «per l'amor di Dio, corra a
trovarla, a salvarla...»
Più turbata di prima, la contessa era ridiscesa, e nel vestibolo aveva
scorta la signorina di Charmory. «Maxette!...» Massimiliana l'aveva
presa per una mano, interrogandola, prima che con la parola, con lo
sguardo: «Che cosa succede?...»--«Nulla... volevo vederti...» E
l'ansia di ciascuna raddoppiandosi dinnanzi a quella dell'altra, il
loro pensiero si era incontrato nell'unico oggetto che l'occupava:
Ermanno... «Bisogna che mi conduciate da lui!...» chiese risolutamente
la fanciulla. «Maxette mia... è impossibile...»--«È necessario. Se non
volete accompagnarmi, andrò sola...» E fece per allontanarsi. Allora
la contessa la trattenne: «Aspetta... vieni con me...»
Ella dette al cocchiere l'indirizzo di Ermanno. Poichè suo marito
doveva essere a quell'ora presso l'amico, ella lo avrebbe fatto
chiamare. La carrozza correva rapidamente, intanto che le due donne si
tenevano per mano, in silenzio. Allo svoltare da piazza dei Marmi nel
corso Alberto Amedeo, la contessa mise il capo allo sportello: un
assembramento sbarrava la via. Ad un tratto, Massimiliana sentì
tremare la mano che teneva nella sua, vide la contessa ricacciarsi
indietro. «Che è?...» E come anch'ella sporse il capo, vincendo la
resistenza dell'amica, gettò un grido lacerante.
Il portone era socchiuso, due guardie vi stazionavano dinnanzi,
trattenendo la folla. La carrozza s'era arrestata di botto, e Giulio
di Verdara aveva aperto lo sportello, dando il passo alla signorina di
Charmory. La folla si ritraeva, silenziosa. Rosalia, afferrata una
mano del marito, la strinse con una domanda negli occhi. «Respira
ancora,» disse questi, ricambiando la sua stretta; «vieni ad
aiutarmi...»
Ermanno Raeli, pallido ma sereno in viso, stava disteso sul suo letto,
nell'abito nero della sera innanzi. Una coperta era stata tirata fino
a mezzo il petto per nascondere le chiazze di sangue, lasciando fuori
il braccio destro. Massimiliana di Charmory, sulla soglia della
camera, era caduta riversa, senza un grido, senza una parola, nelle
braccia della contessa di Verdara e di suo marito.
_Autunno del 1887_