XV.

Quando Massimiliana di Charmory riacquistò nuovamente i sensi, si

trovò nella sua camera, adagiata sopra il suo letto con a fianco la

contessa che spiava inquieta il suo ritorno alla coscienza. Ella aveva

il vago ricordo di esser stata trascinata, inerte, con la testa fatta

come di piombo; e lo stesso peso ora le gravava sulla fronte, malgrado

la sua acconciatura fosse stata disfatta e una pezzuola imbevuta

d'acqua ghiaccia vi venisse adattata continuamente. «Maxette... come

stai?...» chiedeva sommesso la signora di Verdara, ed ella rispondeva

appena con un moto degli occhi. Nella camera, solo la donna di

servizio aiutava l'amica in quelle cure; la scena era avvenuta così

rapidamente e tanto lontano dal centro della festa, che nessuno,

neppure la viscontessa appartata in un salottino con qualche altra

signora sofferente, se n'era accorto. «Desideri qualche cosa?... Vuoi

che chiami tua zia?...» Ritrovando le sue forze a quella minaccia:

«No... no!...» rispose Massimiliana, sollevatasi un poco sul letto;

«ecco, è passato...» E, abbracciando l'amica: «Grazie... grazie!...

Vorrei soltanto, come un favore, restare un poco sola...» La contessa

insisteva per tornare più tardi; ma l'altra ripeteva: «Grazie, non

occorre... È finito; ora sto bene...» E sorrise.

Ella sospingeva cogli occhi l'amica che si allontanava, dopo aver

detto qualche parola alla cameriera; e come vide l'uscio richiudersi

sulle due donne e come il rumore dei loro passi si spense, nascose la

faccia tra le mani con un grido rauco di terrore e di raccapriccio.

Era finito! Tutto era finito! Una parola era bastata perchè la malia

fosse rotta! Egli era lì, aveva tutto udito, era rimasto come

fulminato!.. Ella si sentiva come precipitare da un'altezza

incommensurata, con la testa in giù, senza speranza d'arresto. La

parola che avrebbe dovuto dire fin dal primo momento, il sinistro

secreto della sua vita, la sua eterna condanna era pronunziata...

Quale oscura, implacabile fatalità!.. «Perchè?... perchè?...»

mormorava ella, soffocando il suono della sua voce contro i guanciali,

torcendosi le mani, e i conati di ribellione si ammortivano sotto il

peso enorme di quella fatalità. Implacabile!... Eterna!... «Perchè?...

perchè?...» e non v'era risposta all'angosciosa domanda, o ve n'era

una sola: perchè gli uomini erano delle belve insaziate, perchè la

vita era una cosa malvagia. Fuggirla: questo ella avrebbe dovuto, e la

propria debolezza, la propria viltà non l'avevano consentito. Aveva

durato in quell'orribile vita, fra quegli agi che quell'uomo aveva

finito per pagare, comprando così il silenzio dell'altro che avrebbe

dovuto farle da padre! Tutto era turpitudine intorno a lei; tutto era

falso in lei, come quelle falsificazioni della casa che erano gli

alberghi nei quali aveva dimora. Fra quelle miserie aveva durato,

aspettando--che cosa? che il peso di quel destino ricadesse ancora su

di un altro, che un poco di quel fango schizzasse addosso ad un altro,

che il sentimento della sua sciagura s'inacerbisse e si complicasse

d'un rimorso. Parlare prima, dir tutto subito e poi andarsene,

ascriversi tra le suore di carità: era quello che avrebbe dovuto fare

e che non aveva fatto per ridursi a quel supplizio. «Perchè?..

perchè?..» Perchè lo amava! perchè lo aveva amato fin dal primo

giorno, con forza sempre cresciuta! «Io l'amo!.. io l'amo!..» gridava,

nascondendosi ancora la faccia contro l'origliere; ed era la morte

dell'ultima illusione, la coscienza della fine, che le dava quelle

vertigini... Com'era lontano quel giorno!.. appena pochi mesi, nel

tempo; ma che cammino aveva ella fatto!.. Accasciata su quel letto di

dolore, intanto che, come una raffinata ironia arrivavano fino a lei i

suoni giocondi del ballo, ella ricostruiva tutta la storia di quella

lotta, dimenticava un poco in quella evocazione il cordoglio presente,

cercava di giustificarsi innanzi a sè stessa. Si era ella tradita una

sola volta, quando aveva sentita la sua passione crescere ed

ingigantirsi? Ella non poteva amare, ella era al bando del consorzio

umano, e tutto il suo studio era stato di stornare da sè l'attenzione

degli uomini, l'attenzione di _lui_... Un giorno era venuto, giorno di

gioia paurosa e d'angoscia ineffabile, in cui ella si era accorta di

essere amata--e come intensamente e delicatamente!.. Ella lo aveva ben

compreso; aveva letto come in un libro nella sua anima nobile e

grande; aveva previsto, prima ancora che egli le avesse detto una sola

parola, in qual modo l'avrebbe amata!... Ella era ben certa di dir

tutto, un giorno, quando ne avrebbe avuta la forza; di dire

l'oltraggio subito, e non finalmente una colpa commessa... Sì, un

istante ella era arrivata a dimenticare la sua macchia; era questa la

sua colpa, e come orribile e pronto giungeva il gastigo! Ah,

quell'uomo a fianco di _lui_!... la sua mano in quella di Ermanno...

un viscido serpe... «Strappatelo!... schiacciatelo!»

Macchinalmente, ella alzava un braccio, accennando, e ad un tratto

l'uscio si schiudeva, e la viscontessa, pallida, ansimante, le si

faceva vicina... «Come stai?... Non mi hanno detto nulla... Maxette!»

Subitamente alzatasi, cominciando a disfare la sua toletta: «Non è

niente, un capogiro...» rispondeva Massimiliana. «Ma perchè non mi hai

fatta chiamare?.. vuoi che venga un dottore?..» insisteva l'altra,

prendendole una mano. In quel momento, l'ammalata non era più lei, era

la giovanetta: ella lo comprendeva al tremore della persona, allo

splendore degli sguardi; ma l'altra replicava: «No, grazie... il

riposo finirà di guarirmi...» e ritirava la sua mano!.. Non la voleva

con sè! Non voleva dirle la causa del suo male che ella aveva

presentita nelle mezza parole con cui la contessa l'aveva fatta

accorrere! Respingeva il suo aiuto, ancora, sempre!.. E la povera

donna si allontanava, piegando la testa; sull'uscio, arrestavasi un

poco, come volendo tornare; ma lasciava la camera, disperando.

«Va!... va!...» diceva mentalmente Massimiliana seguendola con lo

sguardo. La presenza di un essere umano le era insoffribile. Che cosa

poteva per lei quella moribonda?... La cameriera che aveva aiutata la

contessa, tornava a chiedere notizie da parte della Verdara; ella la

rimandava via con uno «Sto bene... sto meglio...» Si era passato un

abito di casa, abbandonandosi sopra una seggiola, insofferente

dell'immobilità del letto. E mentre il suono d'un vivace ballabile

veniva dal salone, intese una carrozza allontanarsi. Repentinamente,

il sordo pensiero a cui tutti gli altri si erano fino a quel momento

sovrapposti, prese forma precisa. Ermanno!.. Dov'era egli?.. Che cosa

accadeva in lui?... Una rovina più spaventevole di quella che lei

stessa mirava! Ella si era illusa, volontariamente, deliberatamente;

ella sapeva che quella felicità presto o tardi sarebbe fuggita per

sempre. Ma lui che non sospettava di nulla, lui che l'aveva creduta

pura ed immacolata, unicamente degna dell'amor suo, di quell'amore

timido, discreto, rispettoso, supplichevole... ah! di quell'adorazione

infinita?...

S'era alzata, smaniando; era andata ad appoggiare la fronte ai vetri

della finestra, guardando nel buio. Vi era dunque qualche cosa di più

terribile del dolore, l'idea del dolore di cui si è causa?.. E il

bisogno di rivederlo sorgeva adesso in lei, imperiosamente. Ella si

diceva di non poterlo lasciare in quel modo, sotto l'impressione della

brutale rivelazione: era necessario completarla, giustificarsi... No,

non giustificarsi; ma parlargli, dirgli tutte le circostanze

dell'orrore, non lasciarlo così... Percorreva ora la sua camera, da un

capo all'altro; il rumore dei suoi passi si attutiva sul grosso

tappeto. Di tratto in tratto ella si arrestava, mettendo innanzi le

mani, come per respingere qualcuno. Imaginava di trovarsi sola con

lui, lo vedeva stringersela fra le braccia, avvicinarle le labbra alla

bocca, sentiva il fuoco del suo bacio... «No!.. non come l'altro!..»

Ebbene, perchè?.. Perchè lo avrebbe ella respinto? Ne aveva il

diritto? Ella avrebbe quasi voluto ch'egli la prendesse; sarebbe morta

poi... Oh, era il delirio, era la pazzia!..

Il movimento delle carrozze cominciava ora dinnanzi all'albergo, la

festa volgeva alla fine, e dei rumori cominciavano a venir dalla via;

degli usci che si schiudevano, un canto di carrettiere, quell'araba

melopea malinconica che la faceva quasi piangere... «Che notte!... che

notte!...» La sua veste bianca era ancora buttata sul divano, il

ramoscello di mughetti sfrondato per terra. Ella contemplava tutto con

occhio arido e freddo... Era necessario rivederlo: questo pensiero le

martellava nella testa, non la lasciava più, le dava la forza di

reggersi... Non sperava nulla, non aspettava nulla, non sapeva che

cosa sarebbe avvenuto di lei, di lui, ma una spiegazione era

indispensabile: non poteva lasciare così!.. L'uomo che l'amava, lei!..

che le aveva detto di vivere della sua vita!... E un brivido la

percorse da capo a piedi, mentre i capelli le si drizzavano sulla

fronte: «Morto!... per me!...»

Dalla finestra rimasta aperta, la prima luce dell'alba cominciava a

penetrare nella camera, una luce fredda e triste; i rumori per la via

si facevano più frequenti. Massimiliana restò un momento a guardarvi,

poi andò a schiudere il suo grande baule, ne cavò il mantello e tolse

la _toque_ di pelliccia dalla scatola di cartone. I suoi movimenti

erano secchi, automatici. Aveva presa la sua risoluzione: bisognava

cercar subito di Ermanno. Non sapeva dove si sarebbe diretta; doveva

trovarlo. Se avesse conosciuto il suo indirizzo sarebbe andata

direttamente a casa di lui. Non le importava quel che avrebbe potuto

pensare: l'interessante era di vederlo, subito... Adattossi la _toque_

senza guardarsi allo specchio, si avvolse nel suo mantello... In quel

momento l'uscio a fianco si aperse e la viscontessa, con indosso un

accappatoio bianco, bianca ella stessa come una morta, si avanzò verso

di Massimiliana. «Tu esci... a quest'ora?...» Anch'ella non aveva

chiuso occhio, in quella notte d'angoscia, porgendo ascolto ad ogni

rumore che venisse dalla stanza vicina, con la febbre della paura.

«Lasciami!... lasciami andare!...» diceva Massimiliana; e la debole

donna l'aveva circondata con le sue povere braccia, cercando di

trattenerla. «Maxette... in nome di Dio!... Non voglio che tu

esca...»--«Lasciami andare! non aver paura...»--«No!... verrò io

stessa, piuttosto... aspettami; il tempo di vestirmi...» ma le forze

l'abbandonavano sempre più, la sua respirazione si faceva affannosa.

«Va a letto... non aver paura!...» ripeteva Massimiliana, allacciandosi

il suo mantello con le mani tremanti; «ho bisogno d'aria... il tempo di

respirare l'aria fresca del mattino...»--«Maxette!... Maxette!...»

insisteva la viscontessa, afferrandosi a lei, passandole una mano

scottante sulla fronte agghiacciata. «Maxette... non andare!... non

morire!...» Allora ella proruppe, svincolandosi: «Ma è lui che

muore!... lui che sa tutto... la mia vergogna... e la vostra!...»

La viscontessa era caduta sul divano, con la testa sul petto,

ansimante. «Perdono!.... Perdono!... hai ragione... è colpa anche

mia... è stato mio padre... oh!...» Come un singhiozzo le aveva

lacerata la gola, Massimiliana era caduta quasi in ginocchio dinnanzi

a lei, brancicandola: «Sei tu che devi perdonarmi.... Povera donna!

non ti accusare... Che colpa è la tua?.. Sono stata troppo vivace;

perdonami...» Allora la viscontessa aveva rotto in pianto. Era un nodo

che aveva nel petto, da anni: vederla soffrire in silenzio, senza

poter far nulla... e mai un lamento... mai un rimprovero... come una

martire... «Oh, Maxette!... povera, povera!...»--«Basta!..

tranquillati!..» interrompeva Massimiliana; «buon Dio, basta!.. Vedi:

anch'io sono tranquilla... Ma lasciami andare... è giorno chiaro, c'è

già il sole... Senti, bisogna ragionare... Andrò dalla contessa, le

domanderò per favore di chiamarlo presso di lei; è necessario ch'io lo

riveda, non fosse che per un minuto...»--«Lasciami venire con

te...»--«È una pazzia... Se hai la febbre!... E poi, perchè?... Non

farò nulla senza la contessa... No, no!... è già tardi...» E

svincolatasi dalla nuova stretta, era uscita, rapidamente.

Pei corridoi dell'albergo, nelle scale, nessun segno di vita. Nel

salone da ballo, le candele consunte, il suolo sparso di carte dorate,

di banderuole, di tutti i minuti residui del _cotillon_. Massimiliana

rabbrividì, passandovi dinnanzi dagli usci spalancati. Sul vestibolo,

ella andò incontro al portiere che passeggiava di su e di giù, con le

mani in tasca e la pipa in bocca. «Dove potrei trovare una carrozza?»

Il vecchio aveva smesso di fumare, guardandola stupito. «In piazza del

Teatro Massimo... Se vuole che vada io...»--«No, grazie...»

Ella traversò il Maria-Square, dirigendosi alla via Cavour. La sua

risoluzione era presa: andare dalla contessa, invocare l'assistenza di

lei: era stata a parte di tutto; lei sola poteva soccorrerla. Errò un

poco per le strade ancora deserte senza incontrare una carrozza;

trovatala, dette al cocchiere l'indirizzo della villa Verdara. Col

moto, con l'aria fredda del mattino, l'incubo si dissipava; ella

considerava con un poco più di fermezza la situazione; ma la necessità

di rivedere Ermanno le pareva sempre più imperiosa. Giunta alla villa,

vide il cancello spalancato, le finestre aperte, come se anche lì non

si fosse dormito. «La contessa?...» chiese alla cameriera che venne ad

aprirle. «È uscita, per venire da lei, sarà un quarto d'ora...» Ella

restava ancora sulla soglia dell'uscio, interdetta da quel

contrattempo quando sopravvenne Giulio di Verdara, col cappello in

mano, in atto di uscire. «Lei?..» Egli le strinse la mano, con

un'espressione di affettuoso interessamento. «Come sta?... Ho saputo

che iersera non s'è sentita bene... Rosalia era giusto venuta da lei

per sentire sue notizie...» Allora, ringraziatolo, rifiutando

l'offerta ch'egli le aveva fatta di accompagnarla, era risalita in

carrozza, dando ordine al cocchiere di portarla all'_Hôtel des

Palmes_...

Una notte egualmente insonne ed angosciosa era stata anche quella

passata dalla contessa di Verdara. Soccorsa Massimiliana, ella era

discesa a cercare di Ermanno, con l'idea dello strazio a cui doveva

essere in preda. Non l'aveva trovato, e la sua preoccupazione era

cresciuta. Aveva allora pregato suo marito di far venire la carrozza,

non fidandosi più di assistere a quella lugubre festa. Durante il

tragitto dall'albergo a casa, facendosi forza, sentendosi salire al

viso le fiamme del rimorso all'idea di parlare di Ermanno con l'uomo

che un momento aveva pensato di offendere, gli aveva detto ogni cosa:

quello che era successo fra i due giovani, l'aiuto che bisognava dar

loro perchè potessero superare la terribile crise... «Sì, hai

ragione...» aveva risposto Giulio di Verdara, non più in vena di

tormentarla un poco, come una volta; comprendendo che ella era ormai

fuori di causa e che il dramma correva in quel momento rapidamente

alla fine. «Sì, hai ragione...» ripeteva, guardandola soltanto un

poco, come ella gli rappresentava l'ambascia in cui Ermanno doveva

esser caduto; e nel cuore della notte, egli era riuscito, cercando

inutilmente del giovane all'_Hôtel des Palmes_ e a casa sua.

Dinnanzi allo sguardo di Giulio, a quel solo segno con cui egli le

diceva di averle letto nel cuore, dinnanzi alla grandezza d'animo di

quell'uomo che era corso in cerca dell'amico, la contessa Rosalia era

stata sul punto di trattenerlo, di gettarglisi ai piedi, di

confessarsi a lui e di chiedergli perdono; solo i tristi presentimenti

che occupavano il suo spirito l'avevano arrestata, dimostrandole che

in quel momento urgeva pensare agli altri.

Appena giorno, raccomandato a Giulio di andare nuovamente in cerca di

Ermanno, ella si era messa in carrozza, facendosi portare all'albergo.

Nulla, a quell'ora, le parlava più per lei: una pietà prepotente solo

la vinceva per Ermanno, per Massimiliana, per tutti coloro che

espiavano una colpa non propria. Era tutta un'esperienza che ella

aveva fatta, ad insaputa di ognuno: gl'impeti della passione, i morsi

della gelosia, i rimorsi dell'errore, le amarezze del disinganno,

sentimenti buoni e malvagi, tenerezze e rancori: ella aveva tutto

provato senza che nessuno ne avesse avuto un sospetto. Usciva dalla

prova con una grande tristezza, ma guarita interamente. Per

l'efficacia del contrasto, apprezzava ora come non aveva mai fatto,

tutto il valore della sua tranquillità di spirito, del suo equilibrio

interiore, della salute morale. Sarebbe ella stata a tempo di ridarla

a quegli altri?...

La sua carrozza s'era arrestata dinanzi all'albergo; il portiere,

avvicinandosi allo sportello, col berretto in mano, le rispondeva che

la signorina di Charmory era uscita un poco prima. Allora, le sue

paure erano cresciute. Dove poteva essere andata? che cosa pensava di

fare?... Se una risoluzione funesta?... Scesa rapidamente dal legno,

era salita dalla viscontessa: l'aveva trovata nella stanza di

Massimiliana, raggomitolata sopra una poltrona, tremante di freddo. «È

venuta da lei...» le diceva la moribonda, «per l'amor di Dio, corra a

trovarla, a salvarla...»

Più turbata di prima, la contessa era ridiscesa, e nel vestibolo aveva

scorta la signorina di Charmory. «Maxette!...» Massimiliana l'aveva

presa per una mano, interrogandola, prima che con la parola, con lo

sguardo: «Che cosa succede?...»--«Nulla... volevo vederti...» E

l'ansia di ciascuna raddoppiandosi dinnanzi a quella dell'altra, il

loro pensiero si era incontrato nell'unico oggetto che l'occupava:

Ermanno... «Bisogna che mi conduciate da lui!...» chiese risolutamente

la fanciulla. «Maxette mia... è impossibile...»--«È necessario. Se non

volete accompagnarmi, andrò sola...» E fece per allontanarsi. Allora

la contessa la trattenne: «Aspetta... vieni con me...»

Ella dette al cocchiere l'indirizzo di Ermanno. Poichè suo marito

doveva essere a quell'ora presso l'amico, ella lo avrebbe fatto

chiamare. La carrozza correva rapidamente, intanto che le due donne si

tenevano per mano, in silenzio. Allo svoltare da piazza dei Marmi nel

corso Alberto Amedeo, la contessa mise il capo allo sportello: un

assembramento sbarrava la via. Ad un tratto, Massimiliana sentì

tremare la mano che teneva nella sua, vide la contessa ricacciarsi

indietro. «Che è?...» E come anch'ella sporse il capo, vincendo la

resistenza dell'amica, gettò un grido lacerante.

Il portone era socchiuso, due guardie vi stazionavano dinnanzi,

trattenendo la folla. La carrozza s'era arrestata di botto, e Giulio

di Verdara aveva aperto lo sportello, dando il passo alla signorina di

Charmory. La folla si ritraeva, silenziosa. Rosalia, afferrata una

mano del marito, la strinse con una domanda negli occhi. «Respira

ancora,» disse questi, ricambiando la sua stretta; «vieni ad

aiutarmi...»

Ermanno Raeli, pallido ma sereno in viso, stava disteso sul suo letto,

nell'abito nero della sera innanzi. Una coperta era stata tirata fino

a mezzo il petto per nascondere le chiazze di sangue, lasciando fuori

il braccio destro. Massimiliana di Charmory, sulla soglia della

camera, era caduta riversa, senza un grido, senza una parola, nelle

braccia della contessa di Verdara e di suo marito.

_Autunno del 1887_

Ermanno Raeli · 第 25 / 37 题