Prima ancora che la lunga e scomposta lettera di Massimiliana, nelle
cui frasi spezzate e contorte si traduceva lo spasimo della
scrittrice, avesse rivelato il secreto dell'amica alla contessa,
costei aveva già compreso il genere d'ostacolo da cui quella era stata
arrestata. Poichè la giovanetta amava Raeli--e l'attitudine di lei non
ammetteva alcun dubbio su questo--poichè ella non poteva cedere alla
persuasione dell'amore, poichè la viscontessa aveva tradito il
sentimento di dolorosa pietà che la nipote le ispirava, non vi era,
per uno spirito femminile acuto come il suo, da esitar molto sulla
natura di quel secreto, specialmente in presenza di tutti gli altri
piccoli dati che la signora di Verdara era venuta mano mano
accertando... La lettera di Massimiliana confermava e spiegava ora
tutto più chiaramente; però, se il suo primo movimento di Rosalia era
stato di compassione verso la giovanetta, ella cercava inutilmente di
nascondersi che una specie di egoistica soddisfazione lo aveva seguito
per quell'ostacolo sorto contro la felicità della rivale. Aveva avuto
un bel persuadersi di non poter nulla sperare per sè, aveva potuto ben
consentire di fare un passo che si risolveva nella mortificazione del
suo proprio amore... ma una compiacenza di cui ella sentiva la
malvagità, poichè tentava di negarla, sorgeva in lei dinnanzi alla
rivelazione di Massimiliana. Prima che la sua coscienza le
rimproverasse quel movimento, l'idea del dolore che Ermanno avrebbe
provato lo aveva distrutto. Se il suo interesse le dimostrava che il
riferire al giovane il contenuto di quella lettera era uno stretto
dovere, se le ragioni dell'egoismo le consigliavano di servirsi di
quell'arma che le era venuta in mano, la visione del male che
quell'arma a doppio taglio avrebbe fatto l'arrestava ad un tratto. E
mentre una sorda voce di gelosia le veniva dimostrando che ella non
doveva nulla a Massimiliana, la naturale sua rettitudine le
rappresentava come un'indegnità il trarre profitto per sè, pei suoi
fini inconfessabili, della confidenza che un momento di terribile
angoscia aveva strappato alla disgraziata.... Presto o tardi, i due
giovani non si sarebbero direttamente spiegati? ed anche senza di ciò,
era possibile che Ermanno non fosse messo alla lunga in sospetto, in
modo da evitare a lei l'odiosità di un atto che poteva parere una
denunzia?...
In quel contrasto interiore, ella non aveva trovato di meglio che
allontanare il momento in cui avrebbe dovuto render conto della
missione compiuta; nè, da parte sua, Ermanno pareva volerlo
affrettare. Lo sforzo che egli era riuscito a fare su di sè stesso,
rivelando alla contessa l'amor suo per Massimiliana, aveva esaurita la
sua iniziativa. In quella risoluzione, che solo il pericolo di non
veder più la signorina di Charmory aveva determinata, egli si era
acquetato, aspettando in una calma relativa l'esito che avrebbero
avute le pratiche dell'amica. Non si sentiva oramai più libero di sè,
si vedeva in balìa di circostanze sulle quali non avrebbe potuto
spiegare nessuna influenza, che avrebbero deciso della sua vita,
irrevocabilmente. Tutti i suoi dubbii, le sue indecisioni, i suoi
timori, i suoi scrupoli, le sue aspettazioni si confondevano insieme,
come se una piena contro cui le sue braccia nulla potessero lo
travolgesse verso una meta ignorata ma infallibile. La sensazione non
aveva nulla di penoso; tormentatore era per lui tutto ciò che
sollecitava un impulso decisivo; l'abbandono, l'attesa, non avevano
nulla di repugnante al suo modo d'essere naturale.
In tale stato di spirito, egli non aveva fatto nulla per affrettare la
risposta della contessa; ancora più avrebbe aspettato senza
l'inquietudine che una lunga clausura di Massimiliana e della signora
d'Archenval gli aveva fatto nutrire. Ma questa circostanza appunto
aveva suggerito a Rosalia di Verdara un pretesto per evitare di
prendere un partito. Come Ermanno aveva cominciato a chiederle un
giorno notizie delle ospiti delle _Palme_, ella gli aveva risposto che
nelle peggiorate condizioni di salute della viscontessa non era stato
possibile veder da sola Massimiliana; ma che, per ciò stesso, la
partenza dei d'Archenval restava indefinitamente rimandata. Questa
certezza bastava ad Ermanno. Se la previsione d'un rifiuto era per lui
così penosa che il suo stesso senso della vita ne restava menomato,
l'idea del conseguimento del suo sogno lo riempiva di turbamento fino
all'intime fibre. Per le nature contemplative, il tradursi in atto di
ciò che si è vagheggiato idealmente, in secreto, senza confessarlo a sè
stessi, si accompagna ordinariamente con un senso d'intimo sgomento,
per l'esagerata coscienza della propria inettitudine dinnanzi alla
realtà. Amando Massimiliana come non credeva possibile che si amasse di
più al mondo, concentrando in lei tutta la poesia della vita,
riconciliandosi per lei con quella vita della quale aveva disperato, le
difficoltà materiali di un accordo, della domanda, di tutti gli atti,
di tutte le pratiche necessarie al conseguimento del sogno, lo
arrestavano, gli parevano insormontabili ostacoli. E col pensiero
unicamente occupato da una imagine, egli non poteva essere indotto,
come sperava la contessa, a concepir dei sospetti. Le più grandi come
le più semplici scoperte sono il risultato dell'associazione delle
idee; ma egli era troppo pieno di una, perchè restasse posto ad
un'altra qualsiasi. Se avesse potuto notare l'imbarazzo di Rosalia di
Verdara, la paura di Massimiliana, tutte le circostanze che avevano
destato i sospetti della sua amica, anch'egli ne avrebbe cercata la
causa; ma per uno spirito tutto _in dentro_ come il suo, ed occupato da
un unico oggetto, un tal senso d'osservazione era impossibile.
Massimiliana di Charmory aveva dovuto finalmente strapparsi al conforto
del suo isolamento e ritrovarsi in presenza della contessa e di
Ermanno. Se l'acuto della sua ambascia era passato, lo spirito e la
stessa persona ne portavano ancora le traccie, nello stordimento a cui
era in preda, nella sofferenza che la sua tinta emaciata tradiva. E
neppur lei aveva nulla risolto, occupata come era di sapere se la
contessa avesse parlato ad Ermanno. L'attitudine dell'amica e del
giovane le avevano ben presto dimostrato che questi non era stato messo
a parte di nulla. Non una parola di Rosalia di Verdara aveva accennato
a quel che era successo tra loro, e quanto ad Ermanno, la stessa timida
riserva, la stessa delicatezza discreta si leggeva nei suoi occhi e
nelle sue parole. La situazione restava quindi impregiudicata; ma i
contrarii impulsi che dilaniavano l'anima di lei nel considerarla, la
vertigine che la prendeva non sì tosto arrestavasi ad una soluzione, le
facevano accettare come un bene insperato quel periodo di sosta in cui,
acquetata la sua coscienza con la confessione fatta all'amica, nessuno
le chiedeva nulla. Sotto l'impero di diverse lusinghe, tutti e tre
cospiravano reciprocamente a prolungare uno stato d'incertezza, quasi a
cancellare il ricordo di ciò che sapevano. Una specie di nuova fiducia
cominciava a rinascere in loro, intanto che riprendevano l'intimità
serena, la vita di prima, come se nulla fosse sopravvenuto a cambiare
le loro relazioni. In quella incoscienza, per una parte voluta, per
un'altra naturale--poichè una legge benefica fa perdere in durata alle
scosse dello spirito ciò che esse guadagnano in intensità--l'amore
della signorina di Charmory per Ermanno si faceva più profondo ed
esclusivo. Era come se un raggio di luce brillasse nel grigio del suo
cielo, come se qualche cosa le si schiudesse nell'anima che la
trasformava; quasi in un ritorno alla salute dopo i travagli del male,
ella assaporava mille sensazioni nuove, una dolcezza di vivere--la
prima, la sola... Dei brividi la scuotevano, quando ella si sorprendeva
abbandonata a quella nuova persuasione; fuggiva allora la compagnia
degli uomini e restava lungamente inabissata in un muto terrore. Quelle
uniche ore di sogno volavano, e come rapidamente!... Il risveglio non
era lontano.
Fu in un freddo pomeriggio di febbraio, con un cielo bianco per gli
alti turbini di neve qua e là squarciati sull'azzurro, e un sole senza
raggi, che Ermanno erasi recato all'_Hôtel des Palmes_. Egli aveva
trovata la signora d'Archenval nella serra, sopra una seggiola a
ruote, con un plaid sulle ginocchia, circondata da alcune altre
signore della colonia russa ed inglese. Massimiliana era alcun poco
discosta, accanto a un tavolo di ferro; teneva in mano un libro dalla
rilegatura rossa e i caratteri d'oro, ma conversava col generale von
Koptleben, un vecchio tedesco che pagava ora, con una lenta malattia,
i trionfi del 1870. La viscontessa aveva accolto coi segni della più
viva premura Ermanno Raeli. Spirito ingenuo, che le prove
dell'esperienza colpivano senza ammaestrarlo, ella si era persuasa che
l'amore avrebbe finito per essere la salvezza di Massimiliana. Lo
spettacolo dello strazio sofferto dalla giovanetta, sorpreso da lei il
giorno della visita di Rosalia di Verdara, le era stato causa d'una
commozione violenta, tradottasi nell'abbraccio doloroso e convulsivo
che aveva dato a Massimiliana in presenza dell'amica; più tardi, la
ripresa dei rapporti fra i due giovani, l'aria di calma diffusasi
sulla fisonomia della nipote, le attenzioni delicate di cui Ermanno la
faceva sempre oggetto, le avevano fatto sperare che quell'amore
sarebbe riuscito a trionfare di tutti gli ostacoli, che per esso
Massimiliana avrebbe visti compensati ed aboliti i suoi antichi
dolori. Come dunque Ermanno, dopo essersi intrattenuto un poco con
lei, le chiedeva il permesso di andare a salutare la signorina di
Charmory ella aveva seguito il giovane con un lungo sguardo di
compiacente fiducia.
Massimiliana, stretta la mano ad Ermanno, lo aveva presentato al
militare, conoscendo la nazionalità del quale, il giovane aveva fatto
notare la sua qualità di mezzo tedesco. La conversazione si era subito
intavolata in questa lingua, e negli acuti sguardi del vecchio uomo di
guerra si leggeva il piacere d'aver trovato quasi un compatriotta, che
lo trasportava con lo spirito verso la patria lontana. Però, parlando
della Germania col generale, Ermanno era tutto al novissimo incanto di
sentire la signorina di Charmory prender parte al discorso nella
lingua di sua madre. Era una grazia dolce che quegli aspri incontri di
consonanti, quelle forti aspirazioni, prendevano sulle labbra di
Massimiliana; era una specie di nuova, più grande intimità che lo
stringeva a lei. Ermanno si sentiva intensamente felice, come poche
volte era stato, e la sua simpatia si riverberava sul generale che,
con la sua stessa presenza, rendeva impossibile ciò che egli
temeva--desiderandolo:--una spiegazione suprema... Un secreto timore
s'impadronì quindi di lui, allorchè, al sopravvenire d'un cameriere il
quale annunziava l'arrivo del dottore, egli lo vide allontanarsi. «Se
non le rincresce» disse a Massimiliana quando furono soli, e vincendo
il turbamento che lo guadagnava sempre che restava in presenza di lei,
«se non le rincresce, vuole che la nostra conversazione segua in
tedesco? Io sono molto felice di sentir parlare questa mia lingua
materna così bene come da lei...»--«Volentieri,» rispose la signorina
di Charmory; «tanto più che, comunque parliamo, uno di noi dovrebbe
adoperare una lingua non propria...»
Ermanno non aveva lo spirito così libero da notare l'espressione con
la quale Massimiliana, anch'essa invasa da un intimo sgomento in
vicinanza di Ermanno, aveva pronunziate quelle parole, la specie
d'insistenza che ella aveva messa nel notare quella originaria
diversità, quasi una barriera esistente fra loro. Superato il primo
istante d'imbarazzo, egli si era abbandonato all'incanto di trovarsi
presso a Massimiliana, ma ancora sotto gli occhi di altra gente dalla
quale si sentiva assicurato contro le sue istintive paure. La soavità
dell'ora in quell'ambiente tiepido e profumato era tanta, che tutto
acquistava una straordinaria importanza per lui, anche l'argomento
insignificante sul quale si aggirava la conversazione: la società che
in quella stagione occupava l'_Hôtel des Palmes_.... «Una società
cosmopolita» diceva la signorina di Charmory, rassicurata da quel tema
su cui si avviava la conversazione; «la stessa a Palermo come a Nizza
o ad Ostenda... Dei tipi sempre eguali, abitudini comuni e perfino uno
stesso modo di vedere e di giudicare...» Anch'egli l'aveva conosciuta,
quella società: «E non so se lei risenta lo stesso effetto di
freddezza,» diceva alla signorina di Charmory, «che essa produce in
me; il lamentevole effetto di queste relazioni strette con la stessa
facilità con cui si rompono; delle quali nulla resta, altro che un
nome ricordato, qualche volta...» Ermanno s'accorgeva, soltanto dopo
averle pronunziate, che le sue parole potevano sembrar calcolate in
vista di un effetto da produrre; egli che aveva parlato d'istinto,
come il pensiero dettava, non era però pentito di averle pronunziate;
cercava anzi di leggere nella fisonomia della signorina di Charmory
l'impressione che l'accenno alla instabilità di quelle relazioni, al
genere delle quali la loro propria apparteneva, avrebbe prodotto...
Facendosi forza per non dimostrare la sua preoccupazione dinnanzi alla
piega che prendeva il colloquio, Massimiliana aveva tentato di dare
alle parole di Ermanno un significato diverso da quello che ella
sentiva bene essere il proprio. «Sì,» rispose, «io divido il suo modo
di pensare; è una vita affrettata, che finisce per produrre una vera
stanchezza...»--«E un bisogno di quiete, di riposo, d'intimità vera ed
esclusiva... Non pensa anche lei così?... Spesso i nostri giudizii
s'incontrano...»
Ella scosse un poco la testa, senza dir nulla. Sentiva delle lacrime
salirle agli occhi, che evitavano quelli di Ermanno e si rivolgevano
verso i gruppi sparsi per il giardino, senza fissarsi in alcun luogo.
Subitamente, la contenuta letizia di Ermanno era scomparsa. La tacita
denegazione della signorina di Charmory, quasi ella disperasse di
conseguir mai quell'ideale di vita al quale egli aveva fatto
allusione, la vaga espressione di dolore composto e rassegnato che si
era dipinta nei suoi lineamenti, gli avevano data come una trafittura
acuta e rapidissima. Ma erano gli occhi di lei che egli voleva vedere,
i suoi occhi profondi che si distoglievano dai suoi e con quella
persistenza nell'evitarlo gli davano quasi una materiale impressione
d'un distacco irreparabile. Egli si era un poco chinato verso di lei,
appoggiando il braccio sul proprio ginocchio, ed aveva ripreso: «Non
ha dunque pensato alle seduzioni di questa intimità?... Non la crede
possibile?...» La signorina di Charmory rispose con fermo accento,
subitamente scuotendosi: «No.»--«E non crede che qualcuno abbia potuto
pensarvi per lei?... sognarla come la sola cosa degna di esser
sognata?...»
Egli aveva parlato molto piano, con la stessa intonazione di prima,
nell'attitudine in cui si trovava, fissando la mano bianca e diafana
di Massimiliana. Egli non aveva sostenuto nessuno sforzo su di sè
stesso; le parole gli erano subito venute una dopo l'altra alle
labbra, come l'unica, la necessaria espressione del suo pensiero; egli
non era più stupito di aver parlato, soltanto la percezione del mondo
circostante si era abolita dalla sua coscienza.
Dischiuso il libro che teneva ancora in mano, la signorina di Charmory
vi aveva rifugiato lo sguardo. La precisa sensazione che ella provava
in quell'istante, era di naufragare, in un mare tranquillo, sotto un
sole ridente, dinnanzi alla riva; ma di naufragare senza speranza di
aiuto, sentendo già l'acqua alla gola. Rapidamente, prima che ella
avesse avuto il tempo di prevederla, di prepararvisi, l'ora temuta
della prova ultima era suonata, e una mano di ferro le aveva stretto
il cuore, e un soffio di morte le aveva inaridite le labbra. Come,
come superarla?... «Sapevo,» disse con voce che si sentiva appena,
«che questo momento sarebbe arrivato... la signora contessa mi aveva
già detto...» Allora, con uno slancio contenuto: «No, lasci dire a
me!...» riprese Ermanno; «mi lasci dire tutto quello che ho in cuore,
se pure sarà possibile.... È la mia vita che è legata alla sua... io
ho creduto di morire quando mi hanno fatto temere che non l'avrei più
riveduta... Si ricorda il giorno che c'incontrammo a Pallavicino? Come
era piena la mia felicità!.. Non le avevo detto mai nulla... non
sapevo, non potevo... guardi, avevo paura!...» Ad ognuna di quelle
frasi roventi del giovane, la signorina di Charmory aveva un poco
abbassato il capo, cogli occhi fissi in un punto, come ammaliata da
una qualche visione che ella sola poteva mirare: ad un tratto si era
scossa da quella contemplazione ed aveva fissato in viso il suo
compagno... «Se vuole essere felice, rinunzii a me» disse, lentamente,
cercando ad una ad una le parole, sentendo che una sola parola, che la
sola intonazione della voce avrebbe potuto tradirla, toglierle le
poche forze che chiamava a raccolta. «Io ho risoluto di non lasciare
il mio stato... È una risoluzione antica, che non ha nulla contro di
lei... Vi sono dei destini irrevocabili...»
Tacque ad un tratto, per paura di mentire, di ricorrere, come aveva
fatto con la contessa, a pretesti che avrebbero detto il contrario di
ciò che ella voleva significare. E appunto in quelle parole, in
quell'accento, Ermanno Raeli sentiva che il pensiero di Massimiliana
non era intero, che quella risposta non era completa. Non era
possibile che ella avesse ascoltato la sua confessione, con
quell'ansia nel respiro, con quella fissità negli sguardi, per
rispondere a quel modo; non era possibile che tutto dovesse finire tra
loro così, che una risoluzione antica ostacolasse la presente
felicità. «Allora» riprese, con nuovo calore, «crede che questi nostri
rapporti... che questo nostro incontro debba finire, come gli altri,
senza che nulla ne resti?... Noi ci saremo conosciuti e compresi...
per diventare di nuovo due estranei; come tutta questa gente che oggi
conviene qui, intimamente, e che sarà domani dispersa pel mondo, e che
non si rivedrà probabilmente più mai?...»
Nuove persone erano discese nella serra, in attesa dell'ora del
pranzo; col rapido corso delle nuvole la luce si velava e tornava a
splendere istantaneamente; le conversazioni tutt'intorno
s'intrecciavano; ogni tanto si udivano dei piccoli colpi di tosse a
stento repressi, e nulla era più strano di quella spiegazione
decisiva, in cui i due giovani trattavano del loro avvenire, tra
l'indifferenza dei propositi che si tenevano a distanza di pochi
passi. Entrambi però, in presenza di quegli spettatori, si
contenevano; trovavano in quel pubblico una specie di soccorso contro
i pericoli dei quali l'argomento della loro conversazione era pieno...
Alle ultime parole di Ermanno, la signorina di Charmory aveva chiuso
un poco gli occhi; si leggeva nell'imbarazzo con cui cercava di darsi
un'attitudine, nell'amarezza espressa dall'increspamento di un angolo
del labbro, la lotta interiore che si combatteva in lei. Ella sentiva
il cuore palpitarle in petto così forte come se fosse sul punto
d'infrangersi. In quel suo lento naufragio, mentre le sue braccia si
dibattevano istintivamente in cerca d'un appoggio impossibile, ecco
un'altra mano distendersi verso la sua. Afferrarla, aggrapparvisi:
questo diceva l'istinto della salute... ma perchè poi, se non per
trascinare con sè un'altra vittima al fondo?.. Ella aveva nuovamente
rivolto lo sguardo sul giovane. Come quell'incostante giornata, a
momenti intensamente luminosa e ad un tratto oscurantesi, la fisonomia
di lui si era trasformata: gli occhi splendevano di luce sul viso
leggermente impallidito nell'emozione; una luce ed un pallore che
erano l'espressione dell'estasi, d'una sublime speranza.... «Mi dica»
continuava egli, con forza rinnovellata da quello sguardo profondo,
«mi dica che non sente nulla per me... che non m'ama!.. Io non potrò
replicare... accetterò la sua dichiarazione come una sentenza.... Non
mi dica che aveva presa una risoluzione prima d'incontrarmi!..
Anch'io, prima di conoscerla, credevo che tutto fosse finito nel
mondo; non speravo, non aspettavo più nulla... Se sapesse quale
tristezza!... Ebbene, è bastato vederla... Anch'io tentai dapprima di
resistere... io non mi credevo, io non ero degno di lei...»
Massimiliana si era fatta, a misura che egli parlava, sempre più
bianca; strette le mani da ultimo, le aveva appoggiate un momento
contro il fianco, come per comprimere il cuore sanguinante a quel
crudele scambio di parti, a quell'accusa d'indegnità che Ermanno
rivolgeva contro di sè, mentre ella era straziata dalla coscienza
dell'inguaribile indegnità sua... «Di grazia, signor Raeli!... mi
risparmii, di grazia...» supplicò, scomposta dall'ambascia; ed a bassa
voce, dolorosamente, notata la rapida alterazione dei lineamenti di
lei: «Massimiliana!...» aveva esclamato Ermanno, «mi perdoni!... io le
giuro che non sentirà più da me una sola parola, fin quando...»
Egli tacque un momento, titubante. Spiegando il contrasto a cui si
dimostrava in preda la signorina di Charmory col fatto che, non
essendole indifferente, ella non voleva o non poteva abbandonarsi al
proprio sentimento, stava per aggiungere che avrebbe aspettato da lei
stessa un'ultima parola, quale e quando che fosse... ma in quella
brevissima pausa l'energia interiore che lo aveva sostenuto cadeva e
il contrasto che era in Massimiliana si propagava, per una specie di
contagio simpatico, in lui, occupando il suo spirito di mille opposte
tendenze. In quel silenzio penoso che era seguito, il ritorno del
generale von Koptleben lo aveva sollevato, e profittando del primo
momento in cui la conversazione, per quel reciproco imbarazzo non più
animata come prima, era languita, aveva preso congedo. Nel lasciare la
tiepida atmosfera della serra, era stato sorpreso dal freddo dell'aria
esterna, un freddo pungente che gli aveva fatto battere i denti e che
aveva accresciuto il senso penoso col quale usciva da quella
spiegazione da tanto aspettata, che gli era stata argomento di tante
imaginazioni e che adesso era irrevocabilmente passata. Una specie di
scontentezza della cui ragione non si rendeva ben conto, ma che si
originava forse più dalla disproporzione tra la fantasticante
aspettativa e la realtà che dall'attitudine di Massimiliana, lo
guadagnava, deprimeva a poco a poco il suo spirito. Esaurendo,
infatti, la serie delle interpretazioni di cui le risposte di
Massimiliana erano suscettibili, il ragionamento gli dimostrava che
ella lo amava. Se non lo avesse amato, ella non avrebbe ascoltato così
a lungo la confessione dell'amor suo, non gli avrebbe detto di
rinunziare a lei, _se voleva esser felice_... Felice, avrebbe egli
potuto mai essere senza di lei?... Ella lo amava; più che il suo
contegno glie lo diceva qualche cosa che gli parlava dentro,
un'intuizione misteriosa, quella chiaroveggente prescienza che ogni
cuore innamorato ha del destino del proprio sentimento... Se dunque lo
amava, che cosa avrebbe potuto opporsi alla loro felicità? Ah, sì;
l'ostacolo v'era; ma era in lui, nel sùbito risveglio di tutti i suoi
timori, di tutti i suoi sconforti che lo avevano arrestato sul punto
di domandarle quell'unica concessione: del tempo... Con la sua natura
eccessivamente impressionabile, la più piccola circostanza bastava a
determinare un volta-faccia degli stati d'animo più profondi. La vista
del dolore di Massimiliana, la stessa idea che qualche cosa
d'immutabile si era compita fra loro aveva radicalmente cangiata la
disposizione dell'animo suo, e tutto: il suo amore, la creatura amata,
il suo destino, gli era subito apparso simpaticamente attraverso una
nebbia di tristezza che gli guadagnava ogni parte dell'essere, come il
nevischio di quella triste sera invernale...
Col tempo, l'impressione si andò dileguando; ma la reazione
determinatasi in lui lo mantenne lungamente sotto l'influenza di
tristi pensieri. Se egli non tentava ora, dopo la scena della serra,
di riparlare a Massimiliana della propria passione, era meno per
obbedire alla promessa fattale che per il rinato sentimento della
propria incapacità a farla felice. Arrivava talvolta persino ad
accusarsi di egoismo, di voler sedurre la signorina di Charmory per
rifarsi con l'amore di lei una fede, un coraggio, un'energia che non
aveva, simile ai fattucchieri che del sangue di fanciulli e di vergini
compongono un elisir di vita. Allora una tenerezza, una carità lo
prendevano per lei; Massimiliana ridiventava una cosa sacra,
intangibile; e più acuto di prima si ridestava il timore di farle del
male, di macchiarla con lo stesso pensiero... Ricordava di aver
sentito parlare talvolta di sposi che, tornando dalla cerimonia
nuziale, erano scomparsi abbandonando la donna a cui si erano, un
istante prima, legati. Egli aveva il pentimento anticipato; ma la
causa ne era in lui stesso, nelle disposizioni contradittorie del suo
spirito e nei risultati amari della sua esperienza. Sì, egli sarebbe
stato capace di lasciare l'Eletta, per custodirne solo l'idea
imperitura, per non profanarla..... Poi ancora un'altra persuasione
contribuiva ad arrestarlo, la persuasione particolare agli individui
la cui imaginazione è esuberante: che l'attesa della gioia è più
grande della gioia stessa...
Tutto questo complesso di desiderii e di paure lo mantenevano in uno
stato d'irresolutezza che era per la signorina di Charmory una nuova e
meno sperata tregua. Più d'una volta, dopo quella spiegazione, ella
era stata sul punto di scrivere tutto ad Ermanno, per non più
mantenerlo colpevolmente in una lusinga fatale: tutte le volte non era
riuscita a concretare le sue idee in una forma possibile. Ogni volta
che vedeva Rosalia di Verdara, faceva il proposito di ottenere da lei
che gli rivelasse tutto quel che sapeva; ma, dopo che Ermanno le si
era confidato, non poteva fermarsi all'idea di fargli apprendere da
un'altra ciò che toccava a lei stessa di rivelargli. E nei loro
incontri, che adesso erano più frequenti di prima, nelle loro
conversazioni che erano scambii di idee sempre più intimi, i silenzii
avevano per lei la terribilità di quelli che si fanno intorno alle
agonie. Ma se il loro pensiero era occupato da uno stesso oggetto, se
il loro destino era il formidabile tema che entrambi consideravano,
non una parola di Ermanno vi faceva allusione. Ella dunque aspettava,
finiva per cullarsi in una effimera tranquillità. Ella sperava, per
quella facilità che noi abbiamo ad accogliere le illusioni propizie,
che quello stato durasse, che non si parlasse più del loro amore, ma
che continuassero ad amarsi, a comprendersi. Nell'impossibilità in cui
ella era di appartenere a nessun uomo, non era forse quello l'unico
modo di appartenere a _lui_?...