XI.

La contessa di Verdara, tra riluttante ed insistente, ma comprendendo

di non dover chiedere di più, era scomparsa in fondo al corridoio; la

signora d'Archenval, accasciata sul suo letto, con la faccia tra le

mani, non dava alcun segno di vita--e Massimiliana restava tutta allo

schianto che la tragica prova le aveva prodotto.

Vi è una specie di forza tutta negativa, particolare agli spiriti

troppo provati dal dolore, la quale consiste, invece che nell'agire

sulle circostanze esteriori, come fa la reale energia, nel resistere

all'azione di queste medesime circostanze. Una forza di tal genere era

quella che la signorina di Charmory aveva spiegata durante il

prepararsi del dramma, e che era diventata sforzo doloroso durante il

suo colloquio con la contessa. Prevista, affrettata, angosciosamente

temuta, scoccava per lei l'ora immancabile in cui la sinistra fatalità

della sua vita doveva essere rivelata, da lei stessa, a costo di tutta

sè stessa!.. Come lungamente il suo silenzio l'aveva oppressa! ma come

studiatamente aveva cercato di prolungarlo--e come il dovere di

parlare le si era imposto ogni giorno, a tutti gl'istanti!.. Da quali

terrori era stata invasa, ogni volta che aveva creduto di scorgere in

quanti la circondavano un'attitudine di sospettosa attenzione! e che

violenze aveva dovuto farsi per non gridare il suo secreto all'amica,

poichè aveva già cominciato a tradirsi!.. Non aveva ella, infatti,

confessato l'amor suo per Ermanno? Sì, ella aveva osato questo... e

non aveva avuto il coraggio di compiere la confessione, di soggiungere

che ella era indegna di quell'amore, che mai ella avrebbe potuto

accostarsi all'altare!.. Ella aveva avuta questa viltà; ma questa

viltà era anche l'unico suo sostegno, l'unica ragione, non di sperare,

perchè la speranza era morta per lei, ma di resistere--in tale abisso

di miseria ella agonizzava!.. Ed era poi tutta colpa o merito suo il

silenzio così gelosamente mantenuto, o non vi erano piuttosto delle

terribili cose sfuggenti ad ogni espressione, da non potersi tradurre

in parole senza che il sangue s'agghiacciasse nelle vene e la ragione

si smarrisse?

Erano state le parole che le erano mancate, ogni volta che la sorda

voce della coscienza le aveva ingiunto di dir tutto; erano le parole

che ella cercava adesso, seduta al suo tavolo, dinnanzi alla carta con

l'intestazione azzurra dell'albergo, sulla quale ella scriveva alla

contessa, perchè sentiva di non poter durare nel silenzio senza danni

più grandi; perchè ella _doveva_ confessarsi alla donna a cui Ermanno

stesso si era confessato, e perchè l'espressione scritta le pareva

meno repugnante al pensiero gelosamente pensato... Più nitidamente che

mai, a quell'ora che ne subiva le orribili conseguenze, che stava per

rivelarla ad un'altra creatura vivente, risorgeva in lei, con tutti i

suoi particolari, la storia della sua giovinezza contaminata, della

sua vita distrutta. Ella si rivedeva, triste ma rassegnata, nella casa

dove era stata raccolta, all'uscir dal collegio, fra quelle persone

che le facevano più sensibile la mancanza della famiglia: lo zio, pel

quale la famiglia non esisteva; la viscontessa, buona ma travagliata

da dolori fisici e morali per la sfrenata condotta del marito e del

padre lontano. Ella aveva sentito vagamente parlare dei continui

scandali provocati da costui, di famiglie rovinate, di duelli fatali,

che lo avevano finalmente costretto ad allontanarsi da Parigi per

ricominciare altrove, lasciando alla figlia pietosa e sensibile il

rimorso del male ch'egli aveva fatto... Ed un giorno egli era giunto

inaspettatamente fra loro. Stanco della sua lunga peregrinazione

attraverso i centri della vita internazionale, il duca Gastone di

Précourt era stato preso dalla nostalgia dei _boulevards_; ma, tornato

a Parigi, aveva cominciato a frequentare la casa di sua figlia,

riconoscendo con lei i suoi torti, facendo proposito di mutar vita,

mutandola infatti, e passando il suo tempo in compagnia delle due

donne, che trattava non da parenti, ma da amiche a cui si vuol

riuscire gradito. La viscontessa si era tutta rallegrata di quella

trasformazione, uno dei suoi più grandi motivi di dolore svaniva; ma

il visconte, ricorrendo ora all'aiuto del suocero, che non glie lo

negava mai, si era dato con maggior foga al suo vizio.

Ricordando tutte le lacrime che il duca aveva fatto versare alla

figlia, un'istintiva avversione aveva sulle prime allontanata

Massimiliana da quell'uomo, che nulla prendeva sul serio, la cui vita

era trascorsa in un'ansiosa febbre di piaceri sempre rinnovati e mai

sufficienti ad estinguerla. A poco a poco, però, e dinnanzi a quella

specie di conversione che si operava in lui, la diffidenza della

fanciulla si era sopita; e come avrebbe ella sospettato di lui, se mai

una parola od uno sguardo aveva tradito il disegno che egli aveva

concepito?

Il duca Gastone di Précourt era uno di quegli individui che

circoscrivono ogni scopo e dirigono ogni attività alla conquista della

donna. Vi è però una grande differenza fra un certo tipo di _Don Juan_

che l'enimmatica sfinge femminile attira incessantemente, e che passa

di tragica in tragica prova senza penetrarne il mistero--vittima, fino

ad un certo punto, più che carnefice--ed il seduttore di mestiere,

senza grandezza, senza simpatia, che non cerca se non il piacere e che

in breve non lo trova più. Non vi era in lui nè elevatezza

d'intelligenza, nè delicatezza di sentimento; egli era solo distinto

nell'abito e nelle maniere, e grande unicamente nel modo di profondere

il proprio danaro. La sua stessa fisonomia aveva qualche cosa che

deponeva contro di lui; non già che si potesse dir brutto; lo si

giudicava anzi un bell'uomo e nessuno lo avrebbe creduto padre d'una

signora come la d'Archenval; ma il suo sguardo era duro, volontario,

uno di quegli sguardi dinnanzi ai quali tutti gli altri si abbassano;

e nel suo viso, nell'aggrinzamento frequente delle sopraciglia, nella

mobilità delle narici, nell'acutezza del naso e del mento, vi era come

un ricordo della classica espressione del fauno.

Vedere la signorina di Charmory e fissar su di lei il proprio

desiderio imperioso, era stato tutt'uno. Ma egli aveva ben presto

compreso come gli ordinari mezzi d'attacco, la seduzione sentimentale

o la bassa corruzione, si sarebbero spuntati contro la diffidenza che

aveva letta in Massimiliana, e più contro la serietà triste di quella

fanciulla tanto diversa dalle altre. Così, egli si era guardato bene

dal commetter l'errore di dirle una sola parola di dubbio senso;

l'aveva trattata come una sorella, come una figlia... Era riuscito ad

evitare la diffidenza della viscontessa col suo cangiamento di vita,

aveva alimentata l'inclinazione del visconte pel giuoco... ed

improvvisamente, violentemente, buttata via la sua maschera, senza

neppur tentare di coonestare con l'impeto della passione l'iniquo

attentato, egli aveva tratto profitto della forza dei suoi muscoli

irrigiditi, della potenza magnetica degli sguardi penetranti... Il

rauco grido di ribrezzo, di terrore, di raccapriccio che era uscito

dalle labbra contratte di Massimiliana, lo aveva fatto avvertito che

nulla più egli aveva da sperare; allora, aveva avuto l'accortezza di

allontanarsi, di dileguarsi, immediatamente e per sempre...

Egli era scomparso, ma la sua imagine turpemente decomposta non si era

cancellata più dagli occhi di Massimiliana. Più che il sentimento

della contaminazione subita, era un vaneggiamento dinnanzi all'infamia

commessa da quell'uomo che occupava il suo spirito. Ciò a cui ella si

ribellava, era il fatto che una simile doppiezza, che tanta

perversione, che una iniquità simile fossero possibili. La sua fede,

la sua stessa ragione si erano scosse, nella lunga crise che aveva

seguita la repentina rivelazione dell'orrore. La sua primitiva

tristezza si era complicata d'una profonda misantropia; il suo stesso

sistema nervoso si era scosso, esponendola a turbamenti gravi e

frequenti.

Bisogna che lo sconforto sia infinitamente grande, che la disperazione

non abbia confini, perchè l'anima vi si possa finalmente acquetare e

trovarvi una specie di compiacenza al rovescio. Per la signorina di

Charmory, l'estremo limite del dolore, della solitudine,

dell'impotenza, di tutte le miserie dello spirito era stato raggiunto.

Con un carattere più energico, più risoluto del suo, una ribellione

sarebbe stata la conseguenza della violenza patita; debole, sfibrata

dai primi dolori, le impotenti velleità di rivolta si erano domate in

Massimiliana; tutto era finito per comporsi in un accasciamento stanco

ed apatico. Ella aveva pensato di fuggire almeno da quella casa, di

andarsene non importa dove, di scomparire dai vivi, di mendicare la

vita poichè non aveva altre risorse... ed era rimasta. Come non aveva

trovato nel suo miserabile corpo la forza di respingere quell'uomo,

così non aveva trovato nell'anima vinta dalla sventura la forza di

mettere in atto il suo proponimento.

Dapprima, ella aveva coinvolta la viscontessa nell'odio per il padre,

quasi anch'ella fosse responsabile dell'infamia commessa da lui; poi

anche il suo principio di odio era caduto. Non una parola s'era

scambiata fra le due donne, ma la viscontessa aveva tutto saputo, ed

era di dolore che ella moriva. Ogni volta che i suoi sguardi si

arrestavano su di Massimiliana, una dolente pietà, una specie di

rimorso per aver potuto contribuire a quella sciagura, vi si leggeva;

la povera donna accusava sè stessa, trovava che era stata sua colpa il

non aver vigilato; che, data l'indole del padre, ella avrebbe dovuto

prevedere quel che era accaduto--ma nutrire un simile sospetto non

sarebbe stato un altro delitto?.. Però, con tutti gli sforzi dei

quali, nella sua lenta agonia, era capace, aveva tentato di confortare

lo strazio della fanciulla.

Massimiliana aveva rifiutato quei conforti; ella non domandava la

pietà di nessuno. Aveva trascinata la sua esistenza sopportando da

sola, in silenzio, il peso del suo destino, comprendendo che nessuno

poteva nulla per lei, cercando e trovando solo nello studio un

sollievo efficace. Quando il rapido deperire della salute della

viscontessa aveva reso necessario quel continuo peregrinaggio che era

finito in Sicilia, Massimiliana aveva dapprima temuto il cambiamento

di vita, come temeva tutto quello che la togliesse alla sua

concentrazione; ma, nell'errare di luogo in luogo, il suo spirito si

era un poco distratto; in quella mancanza di stabilità, in quel rapido

cambiare di orizzonti e di ambienti, ella aveva cominciato a trovare

un'intima convenienza con lo stato dell'animo suo, che a nulla oramai

poteva afferrarsi... Allora, un'altra triste esperienza era venuta a

confermarla nel suo sconforto: nella promiscuità, di quella vita

instabile, nella facilità con cui i rapporti si creavano e si

rompevano in quel mondo raccogliticcio popolante gli alberghi e le

case di salute, i freni morali erano aboliti; ed ella aveva saputo,

spettatrice riluttante, confidente disgustata, i compromessi delle

_flirtations_, le vergogne dei falsi legami, le miserie degli intrighi

quotidiani, tutte le sozzure di una società accozzata, senza casa,

senza rispetto... Ah, di quel mondo miserabile ella era degna! In nome

di che cosa avrebbe potuto farsene giudice? Non si sarebbe parlato di

lei, a bassa voce, con dei sorrisi d'intelligenza, come si parlava di

tante altre sciagurate?.. Esisteva un altro mondo per lei?..

Lasciando tratto tratto di scrivere, Massimiliana si prendeva la testa

fra le mani, atterrita dalle visioni che le sfilavano dinnanzi. Un

altro mondo esisteva! ed ella ne aveva adesso la rivelazione, per

sentirne l'incauto ma per apprezzarne anche l'impenetrabilità!.. Il

suo primo turbamento aveva preceduto l'incontro di Ermanno Raeli; si

era prodotto allo stesso annunzio della partenza per Palermo. Ella

sapeva di trovarvi Rosalia di Verdara, e l'idea di rivedere un'amica

che aveva conosciuta _prima_, l'aveva sgominata. Con una muta e quasi

fatidica stretta al cuore, ella aveva contemplata la terra di Sicilia,

vaporosa all'orizzonte, dal bordo della nave che ve la trasportava,

rapidissimamente; e poco tempo dopo il suo arrivo, la vaga minaccia

aveva subito preso corpo... La prima volta che aveva incontrato

Ermanno Raeli, durante la visita al Museo nazionale, ella aveva

evitato di guardarlo, di stringere la sua mano.... ma non ostante il

suo partito preso di sottrarsi a tutto ciò che potesse attaccarla al

mondo, ella aveva pur dovuto avvertire il senso delle parole del

giovane e l'espressione che le coloriva. Era stata come una

rispondenza secreta, fatale, come l'imprevedibile incontro di due note

tratte da strumenti diversi... Fin da quel primo istante, la visione

del futuro a cui andava incontro le era balenata alla mente; ed ella

aveva combattuto, a palmo a palmo, contro di sè stessa; poichè ella

non aveva il diritto di amare, poichè non poteva essere amata... E

come più conosceva la nobiltà, la bontà, la gentilezza, tutte le doti

del cuore e dello spirito di quell'uomo, l'affinità della sua indole

con la propria, più ella si agguerriva contro la passione nascente...

o credeva d'agguerrirsi; perchè quelle ragioni di evitarla erano nello

stesso tempo delle ragioni--le più potenti!--di farla gigante. Ella

aveva anche sperato di illudersi sul significato della riserva di

Ermanno, cercando di attribuirla a indifferenza, piuttosto che a

timida e delicata discretezza... e nel risveglio di tutti i suoi

dolori, aveva sperato di esser la sola a sacrificarsi...

Ora, l'inganno non era più permesso. Si era rotto il giorno che i loro

sguardi eransi incontrati, come i loro pensieri, sotto la rustica

imagine del Salvatore; si dissipava, svaniva dinnanzi alla rivelazione

della contessa. Egli l'amava, le tendeva la mano leale, e non sapeva

che la mano di lei era indegna di posarsi sulla sua! Una voce

interiore la rimordeva, l'accusava di perfidia, poichè ella non aveva

fatto nulla per evitare l'inganno, e delle vampe di vergogna le

salivano al viso... Bisognava che tutto finisse, o sarebbe stata senza

scusa; bisognava che essi ridiventassero estranei l'una all'altro,

come prima e senza ritorno. Ma nel punto che quella necessità le

s'imponeva, inevitabile, ella sentiva che qualche cosa le si spezzava

nel petto. Ella non sapeva dove avrebbe trovata la forza di

rassegnarsi a quella necessità, perchè anch'ella lo amava, perchè la

sua lotta era stata inutile, perchè ad ogni giorno, ad ogni ora, ella

si era sentita avvincere a lui; e le prove ne erano l'illusione che si

era fatta, tutte le transazioni per le quali era arrivata a quel

punto... Aveva creduto distogliere la propria attenzione da quel

sentimento, aveva quasi perduta la coscienza del suo stato, e ad un

tratto la più formidabile delle alternative le si presentava: o

ingannare ancora quell'uomo che aveva riposto in lei la sua fede e

diventare in certo modo complice di sè stessa, o spezzare col cuore di

quell'uomo anche il suo proprio... Vi era un'altra soluzione? Poteva

ella andare da lui, e rivelargli tutto, ed aspettare la sentenza che

egli avrebbe pronunziata?.. E sarebbe poi stata una soluzione diversa,

o non si sarebbe risolta in una delle due che più l'atterrivano?

Vincere Ermanno con le proprie lacrime, con la confessione del proprio

amore, non sarebbe stato ancora ingannarlo? Ma l'orribile verità non

avrebbe piuttosto tutto distrutto?..

Ella teneva per sè il dilemma angoscioso, intanto che finiva di

rivelar tutto all'amica e che, atterrita dalla propria risoluzione,

sicura che un istante di esitazione avrebbe fatto sorgere il

pentimento col corteo di nuove lusinghe, chiudeva la lettera senza

osar di rileggerla...

Ermanno Raeli · 第 21 / 37 题