La contessa di Verdara, tra riluttante ed insistente, ma comprendendo
di non dover chiedere di più, era scomparsa in fondo al corridoio; la
signora d'Archenval, accasciata sul suo letto, con la faccia tra le
mani, non dava alcun segno di vita--e Massimiliana restava tutta allo
schianto che la tragica prova le aveva prodotto.
Vi è una specie di forza tutta negativa, particolare agli spiriti
troppo provati dal dolore, la quale consiste, invece che nell'agire
sulle circostanze esteriori, come fa la reale energia, nel resistere
all'azione di queste medesime circostanze. Una forza di tal genere era
quella che la signorina di Charmory aveva spiegata durante il
prepararsi del dramma, e che era diventata sforzo doloroso durante il
suo colloquio con la contessa. Prevista, affrettata, angosciosamente
temuta, scoccava per lei l'ora immancabile in cui la sinistra fatalità
della sua vita doveva essere rivelata, da lei stessa, a costo di tutta
sè stessa!.. Come lungamente il suo silenzio l'aveva oppressa! ma come
studiatamente aveva cercato di prolungarlo--e come il dovere di
parlare le si era imposto ogni giorno, a tutti gl'istanti!.. Da quali
terrori era stata invasa, ogni volta che aveva creduto di scorgere in
quanti la circondavano un'attitudine di sospettosa attenzione! e che
violenze aveva dovuto farsi per non gridare il suo secreto all'amica,
poichè aveva già cominciato a tradirsi!.. Non aveva ella, infatti,
confessato l'amor suo per Ermanno? Sì, ella aveva osato questo... e
non aveva avuto il coraggio di compiere la confessione, di soggiungere
che ella era indegna di quell'amore, che mai ella avrebbe potuto
accostarsi all'altare!.. Ella aveva avuta questa viltà; ma questa
viltà era anche l'unico suo sostegno, l'unica ragione, non di sperare,
perchè la speranza era morta per lei, ma di resistere--in tale abisso
di miseria ella agonizzava!.. Ed era poi tutta colpa o merito suo il
silenzio così gelosamente mantenuto, o non vi erano piuttosto delle
terribili cose sfuggenti ad ogni espressione, da non potersi tradurre
in parole senza che il sangue s'agghiacciasse nelle vene e la ragione
si smarrisse?
Erano state le parole che le erano mancate, ogni volta che la sorda
voce della coscienza le aveva ingiunto di dir tutto; erano le parole
che ella cercava adesso, seduta al suo tavolo, dinnanzi alla carta con
l'intestazione azzurra dell'albergo, sulla quale ella scriveva alla
contessa, perchè sentiva di non poter durare nel silenzio senza danni
più grandi; perchè ella _doveva_ confessarsi alla donna a cui Ermanno
stesso si era confessato, e perchè l'espressione scritta le pareva
meno repugnante al pensiero gelosamente pensato... Più nitidamente che
mai, a quell'ora che ne subiva le orribili conseguenze, che stava per
rivelarla ad un'altra creatura vivente, risorgeva in lei, con tutti i
suoi particolari, la storia della sua giovinezza contaminata, della
sua vita distrutta. Ella si rivedeva, triste ma rassegnata, nella casa
dove era stata raccolta, all'uscir dal collegio, fra quelle persone
che le facevano più sensibile la mancanza della famiglia: lo zio, pel
quale la famiglia non esisteva; la viscontessa, buona ma travagliata
da dolori fisici e morali per la sfrenata condotta del marito e del
padre lontano. Ella aveva sentito vagamente parlare dei continui
scandali provocati da costui, di famiglie rovinate, di duelli fatali,
che lo avevano finalmente costretto ad allontanarsi da Parigi per
ricominciare altrove, lasciando alla figlia pietosa e sensibile il
rimorso del male ch'egli aveva fatto... Ed un giorno egli era giunto
inaspettatamente fra loro. Stanco della sua lunga peregrinazione
attraverso i centri della vita internazionale, il duca Gastone di
Précourt era stato preso dalla nostalgia dei _boulevards_; ma, tornato
a Parigi, aveva cominciato a frequentare la casa di sua figlia,
riconoscendo con lei i suoi torti, facendo proposito di mutar vita,
mutandola infatti, e passando il suo tempo in compagnia delle due
donne, che trattava non da parenti, ma da amiche a cui si vuol
riuscire gradito. La viscontessa si era tutta rallegrata di quella
trasformazione, uno dei suoi più grandi motivi di dolore svaniva; ma
il visconte, ricorrendo ora all'aiuto del suocero, che non glie lo
negava mai, si era dato con maggior foga al suo vizio.
Ricordando tutte le lacrime che il duca aveva fatto versare alla
figlia, un'istintiva avversione aveva sulle prime allontanata
Massimiliana da quell'uomo, che nulla prendeva sul serio, la cui vita
era trascorsa in un'ansiosa febbre di piaceri sempre rinnovati e mai
sufficienti ad estinguerla. A poco a poco, però, e dinnanzi a quella
specie di conversione che si operava in lui, la diffidenza della
fanciulla si era sopita; e come avrebbe ella sospettato di lui, se mai
una parola od uno sguardo aveva tradito il disegno che egli aveva
concepito?
Il duca Gastone di Précourt era uno di quegli individui che
circoscrivono ogni scopo e dirigono ogni attività alla conquista della
donna. Vi è però una grande differenza fra un certo tipo di _Don Juan_
che l'enimmatica sfinge femminile attira incessantemente, e che passa
di tragica in tragica prova senza penetrarne il mistero--vittima, fino
ad un certo punto, più che carnefice--ed il seduttore di mestiere,
senza grandezza, senza simpatia, che non cerca se non il piacere e che
in breve non lo trova più. Non vi era in lui nè elevatezza
d'intelligenza, nè delicatezza di sentimento; egli era solo distinto
nell'abito e nelle maniere, e grande unicamente nel modo di profondere
il proprio danaro. La sua stessa fisonomia aveva qualche cosa che
deponeva contro di lui; non già che si potesse dir brutto; lo si
giudicava anzi un bell'uomo e nessuno lo avrebbe creduto padre d'una
signora come la d'Archenval; ma il suo sguardo era duro, volontario,
uno di quegli sguardi dinnanzi ai quali tutti gli altri si abbassano;
e nel suo viso, nell'aggrinzamento frequente delle sopraciglia, nella
mobilità delle narici, nell'acutezza del naso e del mento, vi era come
un ricordo della classica espressione del fauno.
Vedere la signorina di Charmory e fissar su di lei il proprio
desiderio imperioso, era stato tutt'uno. Ma egli aveva ben presto
compreso come gli ordinari mezzi d'attacco, la seduzione sentimentale
o la bassa corruzione, si sarebbero spuntati contro la diffidenza che
aveva letta in Massimiliana, e più contro la serietà triste di quella
fanciulla tanto diversa dalle altre. Così, egli si era guardato bene
dal commetter l'errore di dirle una sola parola di dubbio senso;
l'aveva trattata come una sorella, come una figlia... Era riuscito ad
evitare la diffidenza della viscontessa col suo cangiamento di vita,
aveva alimentata l'inclinazione del visconte pel giuoco... ed
improvvisamente, violentemente, buttata via la sua maschera, senza
neppur tentare di coonestare con l'impeto della passione l'iniquo
attentato, egli aveva tratto profitto della forza dei suoi muscoli
irrigiditi, della potenza magnetica degli sguardi penetranti... Il
rauco grido di ribrezzo, di terrore, di raccapriccio che era uscito
dalle labbra contratte di Massimiliana, lo aveva fatto avvertito che
nulla più egli aveva da sperare; allora, aveva avuto l'accortezza di
allontanarsi, di dileguarsi, immediatamente e per sempre...
Egli era scomparso, ma la sua imagine turpemente decomposta non si era
cancellata più dagli occhi di Massimiliana. Più che il sentimento
della contaminazione subita, era un vaneggiamento dinnanzi all'infamia
commessa da quell'uomo che occupava il suo spirito. Ciò a cui ella si
ribellava, era il fatto che una simile doppiezza, che tanta
perversione, che una iniquità simile fossero possibili. La sua fede,
la sua stessa ragione si erano scosse, nella lunga crise che aveva
seguita la repentina rivelazione dell'orrore. La sua primitiva
tristezza si era complicata d'una profonda misantropia; il suo stesso
sistema nervoso si era scosso, esponendola a turbamenti gravi e
frequenti.
Bisogna che lo sconforto sia infinitamente grande, che la disperazione
non abbia confini, perchè l'anima vi si possa finalmente acquetare e
trovarvi una specie di compiacenza al rovescio. Per la signorina di
Charmory, l'estremo limite del dolore, della solitudine,
dell'impotenza, di tutte le miserie dello spirito era stato raggiunto.
Con un carattere più energico, più risoluto del suo, una ribellione
sarebbe stata la conseguenza della violenza patita; debole, sfibrata
dai primi dolori, le impotenti velleità di rivolta si erano domate in
Massimiliana; tutto era finito per comporsi in un accasciamento stanco
ed apatico. Ella aveva pensato di fuggire almeno da quella casa, di
andarsene non importa dove, di scomparire dai vivi, di mendicare la
vita poichè non aveva altre risorse... ed era rimasta. Come non aveva
trovato nel suo miserabile corpo la forza di respingere quell'uomo,
così non aveva trovato nell'anima vinta dalla sventura la forza di
mettere in atto il suo proponimento.
Dapprima, ella aveva coinvolta la viscontessa nell'odio per il padre,
quasi anch'ella fosse responsabile dell'infamia commessa da lui; poi
anche il suo principio di odio era caduto. Non una parola s'era
scambiata fra le due donne, ma la viscontessa aveva tutto saputo, ed
era di dolore che ella moriva. Ogni volta che i suoi sguardi si
arrestavano su di Massimiliana, una dolente pietà, una specie di
rimorso per aver potuto contribuire a quella sciagura, vi si leggeva;
la povera donna accusava sè stessa, trovava che era stata sua colpa il
non aver vigilato; che, data l'indole del padre, ella avrebbe dovuto
prevedere quel che era accaduto--ma nutrire un simile sospetto non
sarebbe stato un altro delitto?.. Però, con tutti gli sforzi dei
quali, nella sua lenta agonia, era capace, aveva tentato di confortare
lo strazio della fanciulla.
Massimiliana aveva rifiutato quei conforti; ella non domandava la
pietà di nessuno. Aveva trascinata la sua esistenza sopportando da
sola, in silenzio, il peso del suo destino, comprendendo che nessuno
poteva nulla per lei, cercando e trovando solo nello studio un
sollievo efficace. Quando il rapido deperire della salute della
viscontessa aveva reso necessario quel continuo peregrinaggio che era
finito in Sicilia, Massimiliana aveva dapprima temuto il cambiamento
di vita, come temeva tutto quello che la togliesse alla sua
concentrazione; ma, nell'errare di luogo in luogo, il suo spirito si
era un poco distratto; in quella mancanza di stabilità, in quel rapido
cambiare di orizzonti e di ambienti, ella aveva cominciato a trovare
un'intima convenienza con lo stato dell'animo suo, che a nulla oramai
poteva afferrarsi... Allora, un'altra triste esperienza era venuta a
confermarla nel suo sconforto: nella promiscuità, di quella vita
instabile, nella facilità con cui i rapporti si creavano e si
rompevano in quel mondo raccogliticcio popolante gli alberghi e le
case di salute, i freni morali erano aboliti; ed ella aveva saputo,
spettatrice riluttante, confidente disgustata, i compromessi delle
_flirtations_, le vergogne dei falsi legami, le miserie degli intrighi
quotidiani, tutte le sozzure di una società accozzata, senza casa,
senza rispetto... Ah, di quel mondo miserabile ella era degna! In nome
di che cosa avrebbe potuto farsene giudice? Non si sarebbe parlato di
lei, a bassa voce, con dei sorrisi d'intelligenza, come si parlava di
tante altre sciagurate?.. Esisteva un altro mondo per lei?..
Lasciando tratto tratto di scrivere, Massimiliana si prendeva la testa
fra le mani, atterrita dalle visioni che le sfilavano dinnanzi. Un
altro mondo esisteva! ed ella ne aveva adesso la rivelazione, per
sentirne l'incauto ma per apprezzarne anche l'impenetrabilità!.. Il
suo primo turbamento aveva preceduto l'incontro di Ermanno Raeli; si
era prodotto allo stesso annunzio della partenza per Palermo. Ella
sapeva di trovarvi Rosalia di Verdara, e l'idea di rivedere un'amica
che aveva conosciuta _prima_, l'aveva sgominata. Con una muta e quasi
fatidica stretta al cuore, ella aveva contemplata la terra di Sicilia,
vaporosa all'orizzonte, dal bordo della nave che ve la trasportava,
rapidissimamente; e poco tempo dopo il suo arrivo, la vaga minaccia
aveva subito preso corpo... La prima volta che aveva incontrato
Ermanno Raeli, durante la visita al Museo nazionale, ella aveva
evitato di guardarlo, di stringere la sua mano.... ma non ostante il
suo partito preso di sottrarsi a tutto ciò che potesse attaccarla al
mondo, ella aveva pur dovuto avvertire il senso delle parole del
giovane e l'espressione che le coloriva. Era stata come una
rispondenza secreta, fatale, come l'imprevedibile incontro di due note
tratte da strumenti diversi... Fin da quel primo istante, la visione
del futuro a cui andava incontro le era balenata alla mente; ed ella
aveva combattuto, a palmo a palmo, contro di sè stessa; poichè ella
non aveva il diritto di amare, poichè non poteva essere amata... E
come più conosceva la nobiltà, la bontà, la gentilezza, tutte le doti
del cuore e dello spirito di quell'uomo, l'affinità della sua indole
con la propria, più ella si agguerriva contro la passione nascente...
o credeva d'agguerrirsi; perchè quelle ragioni di evitarla erano nello
stesso tempo delle ragioni--le più potenti!--di farla gigante. Ella
aveva anche sperato di illudersi sul significato della riserva di
Ermanno, cercando di attribuirla a indifferenza, piuttosto che a
timida e delicata discretezza... e nel risveglio di tutti i suoi
dolori, aveva sperato di esser la sola a sacrificarsi...
Ora, l'inganno non era più permesso. Si era rotto il giorno che i loro
sguardi eransi incontrati, come i loro pensieri, sotto la rustica
imagine del Salvatore; si dissipava, svaniva dinnanzi alla rivelazione
della contessa. Egli l'amava, le tendeva la mano leale, e non sapeva
che la mano di lei era indegna di posarsi sulla sua! Una voce
interiore la rimordeva, l'accusava di perfidia, poichè ella non aveva
fatto nulla per evitare l'inganno, e delle vampe di vergogna le
salivano al viso... Bisognava che tutto finisse, o sarebbe stata senza
scusa; bisognava che essi ridiventassero estranei l'una all'altro,
come prima e senza ritorno. Ma nel punto che quella necessità le
s'imponeva, inevitabile, ella sentiva che qualche cosa le si spezzava
nel petto. Ella non sapeva dove avrebbe trovata la forza di
rassegnarsi a quella necessità, perchè anch'ella lo amava, perchè la
sua lotta era stata inutile, perchè ad ogni giorno, ad ogni ora, ella
si era sentita avvincere a lui; e le prove ne erano l'illusione che si
era fatta, tutte le transazioni per le quali era arrivata a quel
punto... Aveva creduto distogliere la propria attenzione da quel
sentimento, aveva quasi perduta la coscienza del suo stato, e ad un
tratto la più formidabile delle alternative le si presentava: o
ingannare ancora quell'uomo che aveva riposto in lei la sua fede e
diventare in certo modo complice di sè stessa, o spezzare col cuore di
quell'uomo anche il suo proprio... Vi era un'altra soluzione? Poteva
ella andare da lui, e rivelargli tutto, ed aspettare la sentenza che
egli avrebbe pronunziata?.. E sarebbe poi stata una soluzione diversa,
o non si sarebbe risolta in una delle due che più l'atterrivano?
Vincere Ermanno con le proprie lacrime, con la confessione del proprio
amore, non sarebbe stato ancora ingannarlo? Ma l'orribile verità non
avrebbe piuttosto tutto distrutto?..
Ella teneva per sè il dilemma angoscioso, intanto che finiva di
rivelar tutto all'amica e che, atterrita dalla propria risoluzione,
sicura che un istante di esitazione avrebbe fatto sorgere il
pentimento col corteo di nuove lusinghe, chiudeva la lettera senza
osar di rileggerla...