Il quartiere occupato dalla famiglia d'Archenval all'_Hôtel des
Palmes_ si componeva di quattro stanze: le camere della viscontessa e
della signorina di Charmory, contigue; un salotto intermedio che
serviva anche di stanza da pranzo, e la camera del visconte, dal lato
opposto. L'ammalata si levava tardi, quando il sole era già alto, e
intorno al tocco passava nel salotto, tutte le volte che se ne sentiva
la forza, per la colezione. Erano delle sedute per lo più silenziose;
la viscontessa reggeva di rado alla fatica di una conversazione; suo
marito aveva sempre un'ansia febbrile di far presto e d'uscire; e
quanto a Massimiliana, il suo spirito vagava lontano, ella tornava
presto alla solitudine della sua camera, dove nulla veniva a
disturbare il suo bisogno di raccoglimento, o scendeva nella serra,
con un libro in mano, nelle ore in cui il luogo era deserto.
Un'intesa, del resto, pareva esser corsa fra gli altri per rispettare
la volontà della giovanetta, ed era soltanto quando il male della
viscontessa si faceva più grave, che Massimiliana restava a lungo
accanto alla zia, compiendo, con una abnegazione assoluta, il suo
pietoso ufficio di suora di carità.
A questa enimmatica condizione di cose pensava la contessa Rosalia di
Verdara, intanto che la sua carrozza, alcuni giorni dopo la visita di
Ermanno Raeli, la trasportava verso l'_Hôtel des Palmes_. Che cosa
andava ella a farvi? Un sorriso fra d'incredulità e di rassegnazione,
di scetticismo e di pietà le si disegnava sulle labbra mentre ella si
rivolgeva quella domanda. Come stranamente il suo martirio si compiva!
Toccava a lei, a lei stessa, di apprestarne lo strumento... Ella non
era stramazzata a terra, quando Ermanno l'aveva lasciata; non aveva
smarrito i sensi o la ragione, non aveva gridato o pianto: era rimasta
immobile, cogli occhi fissi nell'ombra saliente, con l'unica
sensazione di un vuoto immenso fattosele intorno, di una solitudine
sconfinata in mezzo alla quale era da quel tempo in poi condannata ad
aggirarsi... finchè suo marito era sopravvenuto, a infliggerle i suoi
insoffribili scherzi per quel romantico amore dell'oscurità... Ella
viveva da quel giorno in uno stordimento così completo, da non trovare
la forza di ribellarsi alla parte che si era richiesta da lei--che lei
stessa aveva pensato di assumersi. Ella andava ora a compirla,
trovando infine che non v'era nulla che non fosse giusto... Non era
lei quasi una sorella di Massimiliana? Non era lei la sola _amica_ a
cui Ermanno avesse fatto la confidenza dell'amor suo? Era giusto,
infine, che ella favorisse gli amori dei due giovani! che contribuisse
ad affrettare la loro felicità!.. era quasi il suo dovere, se era una
sorella, una _amica_!.. aveva quasi avuto torto a non offrirsi prima
ella stessa!.. Il suo muto sorriso si faceva più amaro, gli occhi
arrossiti le si gonfiavano un poco... Era giusto! Poteva ella aver
nulla contro Massimiliana? Era un furto quello che la signorina di
Charmory commetteva verso di lei, se il cuore di Ermanno non era, non
era mai stato suo?.. Ella non aveva nessun diritto su di nessuno;
potevano aver bisogno di lei in quei primi momenti, perchè riuscissero
a intendersi; nessuno se ne sarebbe poi curato...
Degli istinti di ribellione, a momenti, le facevano corruscare lo
sguardo, deridere il suo buon movimento, stupido come tutti i buoni
movimenti; poi, vinta dalla ingrata realtà, si lasciava andare alla
forza della corrente. Essi si sarebbero intesi senza di lei; un amore
come quello di Ermanno avrebbe presto o tardi trionfato di ogni
esitazione; quale ostacolo avrebbe potuto frapporsi?.. Quale?.. E lo
spirito della contessa si perdeva dietro a strane induzioni, ad
ipotesi assurde, dinnanzi all'enimma che le era parso d'intravedere
nell'esistenza di Massimiliana. A quell'ora, la malattia della
viscontessa, la lontananza di suo padre, la sregolata condotta del
visconte e sopra tutto la misteriosa tristezza della fanciulla, la
freddezza osservata nei suoi rapporti coi parenti: tutto prendeva per
lei una più profonda significazione. Su quei sintomi, ella imaginava
non sapeva ella stessa quali difficoltà, che complicazioni, dalle
quali i voti di Ermanno avrebbero potuto essere attraversati. Si
compiaceva dunque nella previsione del dolore di lui? non si era
dunque rassegnata, aspettava ancora qualche cosa?..
Scendendo dalla sua carrozza, entrando nell'albergo, la contessa aveva
bandito dal suo spirito tutte le larve, tutte le preoccupazioni che lo
popolavano, agguerrendosi contro la prossima prova. Giusto, la
viscontessa d'Archenval riposava quel giorno sopra una sedia lunga, in
una fase improvvisa di peggioramento; talchè, dopo essere stata un
poco accanto a lei, come l'inferma si assopiva, Rosalia di Verdara
potè passare con Massimiliana nella camera di quest'ultima. Anche la
signorina di Charmory pareva sofferente, la sua carnagione era d'una
tinta malaticcia e gli occhi cerchiati di nero avevano un'espressione
d'abbattimento. «Finirete per ammalarvi anche voi, mia povera
Maxette!» le aveva detto l'amica, amorevolmente rimproverandola di
trascurarsi troppo per curare la zia. «No, io sono molto forte...»
rispose la signorina di Charmory; «non mi credete?..» soggiunse, con
una reticenza, come se avesse cercato di dare una dimostrazione della
sua forza e si fosse ad un tratto pentita. «La vostra partenza è
dunque necessariamente rimandata?» chiese però subito la contessa.
«Non saremmo partiti egualmente, anche senza questa ricaduta...»
Massimiliana aveva data quella risposta con un tono così evidente di
contrarietà, che Rosalia di Verdara notò: «Come lo dite! parrebbe che
vi rincresca di restare con noi!..» Ma allora, mormorando qualche
parola di affettuosa protesta, la signorina di Charmory aveva passato
un braccio attorno alla vita della contessa, chinando un poco la testa
sulla spalla di lei. «Il soggiorno di Palermo non vi è dunque
gradito?» insisteva ancora l'altra, intanto che prendeva una mano
della giovanetta. «Se debbo dirvi tutto il mio pensiero, no...»
rispose costei, «o almeno non più. In questa nostra vita instabile, le
attrattive di ogni nuovo soggiorno finiscono presto; e non si sta
volentieri a lungo dove non si è poi certi di restare...» Massimiliana
diceva quelle cose con voce bassa, con un tono di stanchezza,
scrollando un poco il capo, e tutta la persona esprimeva una debolezza
vinta, un abbandono rassegnato e definitivo. «Così, se voi doveste
restare per sempre a Palermo, non direste altrettanto?..» chiese
ancora la contessa, esaminando attentamente la fisonomia dell'amica.
La signorina di Charmory la guardò a sua volta con un inquieto
stupore. Stringendole allora la mano con più forza che la situazione
non richiedesse, Rosalia di Verdara cominciò finalmente: «Ebbene,
Maxette... voi sapete se a mia volta l'amicizia che ho per voi sia
grande, se io desidero sapervi felice. È per questo ch'io vengo oggi a
fare presso di voi un passo che, in altre circostanze, avrebbe potuto
meravigliarvi...» L'ansia della contessa nel pronunziare quelle parole
trovava solo un riscontro in quella con cui la signorina di Charmory
ne aspettava la spiegazione... «Non avete dunque notato, mia cara
Maxette...» continuava la signora di Verdara, «l'impressione da voi
prodotta su... qualcuno che vi sta intorno? Il vostro cuore non vi
dice nulla per... questa persona, e non formate voi un voto nel
compimento del quale avreste assicurato l'avvenire più lieto?..»
Massimiliana di Charmory si era tratta un poco indietro ed il pallore
del suo viso era cresciuto. «Io non so, signora... io non ho nulla
notato...» balbettava, contenendo il respiro, con le ciglia abbassate.
«Ma la vostra emozione parla per voi!..» esclamò la contessa. «Non
siete dunque sincera, Maxette?..» Ad un tratto, il viso della
fanciulla si era fatto di porpora, ed i suoi occhi, fissatisi un
momento sull'amica, si abbassarono dinnanzi allo sguardo fermo di lei.
«Vedete...» riprendeva brevemente quest'ultima, a cui la specie di
affermazione letta in quell'imbarazzo dava nuova energia e come
un'impazienza di uscire da quell'umiliazione di tutta sè stessa:
«Vedete, il signor Raeli vi ama... e dipende solo da voi... che egli
faccia presso la vostra famiglia...» Non ebbe il tempo di finire, di
trovar le parole da completare il proprio pensiero, che Massimiliana,
levandosi in piedi: «Sono molto onorata,» rispose con accento
risoluto, «della domanda del signor Raeli; ma non posso accettarla. Vi
prego, mia buona amica, di riferirgli questo rifiuto, che non ha nulla
di sfavorevole per lui...»
Le ultime parole erano state pronunziate a stento; la voce veniva
mancando alla signorina di Charmory, e ad un tratto, ricadendo sul
divano, ella aveva cominciato ad ansimare affannosamente, tutta la sua
persona era stata scossa da un brivido nervoso come per l'invasione
della febbre. «Maxette... Maxette, bambina mia!...» aveva esclamato la
contessa, chinandosi premurosamente su di lei, tentando di sollevarla,
di sedare quella scossa inattesa.
Se vi è per ogni persona nello stato di calma sicura una punta di
crudele compiacenza dinnanzi allo spettacolo dell'ambascia altrui, la
contessa di Verdara doveva trovare tanto più giusto che Massimiliana
soffrisse, quanto più aveva sofferto lei stessa. Nondimeno, chinata
sulla sua giovane amica, le prodigava dolci parole, carezze materne,
senza osare di riconoscere quanta parte aveva in quella sua pietà
l'egoistica gioia per il rifiuto della fanciulla. «Maxette...» le
ripeteva, tenendola amorevolmente abbracciata, «Maxette,
ascoltatemi... perchè vi turbate così? Non ve l'ho già detto?.. Tutto
dipende da voi; se voi non vorrete, non sarà... Chi potrà forzarvi ad
accettare l'offerta di un uomo che non amate?..» Allora soltanto,
nascosto il viso tra le mani, Massimiliana era scoppiata in pianto.
Nello stesso tempo che sosteneva la giovanetta, la contessa si
guardava intorno, confusa. Ella sentiva tutta l'eloquenza di quel
pianto, di quell'unica risposta, ma non arrivava a comprenderne il
significato. Allora, se lo amava, che cosa volevano dire le sue parole
e perchè si disperava a quel modo?.. In mezzo ai singulti, abbandonata
fra le braccia dell'amica, Massimiliana rispondeva: «Non posso... non
posso... Mio Dio, dovevo prevederlo!.. Io non ho nulla, voi lo
sapete... vivo di elemosina, della carità che mi fanno,..» ma
l'accento con cui ella insisteva nel rifiuto non era eguale a quello
con cui ne dava la ragione. Ragione o pretesto? Poteva quella essere
una difficoltà da arrestare Raeli? Egli era ricco per due... «No,»
ripeteva ostinatamente la giovanetta; «io sono una straniera...
bisognerà che io parta... debbo partire... ditegli che partirò!..» E
una convulsione l'aveva fatta ricadere.
Lo spettacolo di quel dolore si faceva attristante. Rosalia di Verdara
aveva dimenticato il proprio interesse che si giuocava in quella
partita, per darsi tutta alle cure che lo stato della sua giovane
amica richiedeva. Ella sentiva che nessuno di quei pretesti reggeva,
comprendeva che sarebbe bastato insistere ancora un poco, perchè
Massimiliana le dicesse tutto, le svelasse il secreto che la
soffocava; ma la sua lealtà, la sua coscienza l'ammonivano, le
dicevano che profittare della debolezza, del dolore di quella creatura
per strapparle una confessione della quale avrebbe potuto giovarsi,
sarebbe stata una indegnità. Se Massimiliana avesse parlato... ma la
signorina di Charmory le si irrigidiva tra le braccia, pareva sul
punto di perdere i sensi. «No, è impossibile...» mormorava ancora, «io
dovevo prevedere questo momento fatale...»--«Maxette, mia povera
Maxette... fatevi animo!..» riprendeva allora Rosalia di Verdara;
«sono qua io!.. contate su di me, se avete bisogno d'un aiuto, se
avete bisogno d'un appoggio...» Sì, sì, l'altra accennava di sì,
passandosi macchinalmente una mano sulla fronte... «Ebbene, innanzi
tutto rimettetevi. La domanda per la quale io sono venuta, facciamo
conto che non ve l'abbia partecipata. Guadagneremo del tempo. Voi
avrete del tempo per considerarla attentamente, per maturare una
decisione... Sta bene?.. E se potrò esservi utile... se i miei
consigli...»
Ad un tratto, un gemito s'era sentito dall'altra camera; la contessa
aveva pòrto l'orecchio, e passata di là, scorgendo la signora
d'Archenval svenuta sopra una sedia accanto all'uscio di
comunicazione, aveva chiamato: «Maxette, vostra zia!...» La signorina
di Charmory, rapidamente ricomponendosi ed asciugate le sue lacrime,
era accorsa mettendosi accanto alla tramortita e scostando con un
gesto di preghiera l'amica. Ma come Rosalia di Verdara aveva fatto per
avvicinarsi al bottone del campanello, per chiamare qualcuno, l'altra
aveva scongiurato: «No, di grazia... non occorre...»
Respirando dei sali, sotto l'azione di bagnature fredde sulla fronte e
sulle labbra, la sofferente si era scossa dal suo letargo; poi,
battute un poco le palpebre, aveva spalancato gli occhi, e scorta
Massimiliana curva su di lei, l'aveva stretta a sè con una forza che
non si sarebbe sospettata in quel miserabile corpo stremato dal male.
Si sentiva una specie di singulto rauco, di querela soffocata ma così
lacerante, che la contessa di Verdara ne era rimasta turbata ed
oppressa. Ella era nello stesso tempo piena d'imbarazzo, presentendo
un secreto fra le due donne, persuasa che nessuna intimità poteva
giustificare una sua più lunga presenza. Appena dunque Massimiliana si
staccò dalla stretta della zia, ella si avvicinò alle amiche,
mormorando un pretesto per ritirarsi. Prese la mano della viscontessa
d'Archenval: era di una freddezza cadaverica. Massimiliana,
terribilmente pallida, con le labbra quasi scomparse, le porse una
mano che scottava; e tenendola a quel modo, la accompagnò fino al
salotto.
Non diceva nulla, col respiro quasi spento, la testa china, gli
sguardi fissi. E tutt'in una volta, come Rosalia di Verdara,
fermandosi innanzi all'uscio, aveva fatto per abbracciarla, ella si
era scostata un poco dall'amica, portando le mani alla bocca, come per
soffocare il suono delle sue parole. «Ebbene... è una pazzia!..
bisogna, intendete? che tutto finisca!..»--«Massimiliana!» tentò
d'interrompere la contessa, spaventata dall'espressione della
giovanetta. Ma l'altra, abbassando ancora di più il tono della sua
voce e accennando con la mano alla stanza vicina: «Zitta!..»
scongiurò; «lasciatemi... Voi non sapete!.. Più tardi... più tardi!..»