Aveva bisogno di correre, di fuggire, preso da una paura
intollerabile, non fidandosi di sostenere un istante di più la vista
di Massimiliana, temendo che nel prolungarsi di quell'incontro tutto
sarebbe stato detto fra loro. Che cosa era dunque avvenuto? Nulla: uno
sguardo, la ripetizione di una parola, un silenzio, un turbamento...
nulla; ma le loro anime si erano intese; in quell'istante, egli aveva
avuto il sentimento di penetrare nel pensiero di Massimiliana, di
occuparlo tutto di sè, di essere unito a lei così intimamente come non
era possibile più... Come era avvenuto?.. Egli ricostruiva la scena,
rapidamente, dall'incontro con la carrozza di Giulio fino alla sosta
dinanzi al rustico altare, e ciò che sopra tutto lo colpiva era la
semplicità dell'avvenimento, la facilità con cui in pochi minuti i
suoi rapporti con la signorina di Charmory avevano fatto un passo che
per tanto tempo egli aveva creduto impossibile. Naturalmente, senza
nessuna sollecitazione da parte sua, qualche cosa era successo che
metteva fra loro come una intesa, che nessun altro sapeva e che non si
sarebbe potuto dimenticare. Già quando egli aveva offerto l'appoggio
della propria mano alla fanciulla, ella era stata un momento esitante;
poi s'era decisa ad appoggiarvisi: una piccola cosa, senza dubbio; ma
la prima volta che l'aveva incontrata, al Museo, ella non glie l'aveva
accordata; e non erano forse le piccole cose che egli poteva gustare,
incapace come era a guardare in faccia ad una più grande felicità?..
No, egli non si fidava di affrettare una spiegazione finale, non aveva
il coraggio di pensare al poi, a quel che sarebbe accaduto di loro
quando non avrebbero avuto più nulla da dirsi... e intanto egli
cercava nella propria mano l'inpercettibile traccia lasciatavi da
quella di Massimiliana, e sferzava il proprio cavallo con una ebbrezza
crescente... Egli l'amava! l'amava! e avrebbe voluto che il tempo non
scorresse più, e che quell'istante di purissima gioia, di emozione
ineffabile, quell'unico istante in cui il miraggio, la parvenza,
l'illusione secretamente nutrita cominciavano a prendere consistenza,
a rivelarsi possibili, si arrestasse, prolungandosi eternamente... La
stagione dell'anno che al suo spirito complicato più sorrideva, non
era la primavera, la fioritura pomposa di cui egli sentiva la
caducità, l'esplosione della vita in cui i germi letali già operavano
la loro sinistra bisogna; erano i giorni che il primissimo verde
metteva i suoi tenui ricami sul primo fresco celeste. Quell'incanto
era scevro d'ogni amaro miscuglio; uscendo dalla bruma assiderata, non
restava luogo nel cuore che alla sicura speranza, e la visione del
tramonto si perdeva dietro a quella delle lunghe promesse. Di quella
stagione spirituale egli aveva ora l'annunzio, ma come dinanzi al
prestigioso conseguimento, per opera di qualche potenza
soprannaturale, di un voto pazzo di grandezza e di felicità, il
trepido smarrimento era in lui più forte del gaudio... Che fare, che
dire, quale contegno assumere, in che modo esternare ciò che egli
stesso non riusciva a definirsi?.. Ogni ragionamento era abolito, egli
non aveva l'agio di riflettere; sentiva solo la necessità di isolarsi,
quasi di fuggire quell'emozione che egli portava con sè, e che durava
oltre quell'ora. Ma, lontano da Massimiliana, scomparso il pericolo di
dover prendere una risoluzione, lo spirito restava libero di
contemplare e di sognare. Ora egli non si arrestava agli ostacoli
prima temuti, si sentiva come purificato dall'attenzione della
fanciulla, come fatto più degno, e non più solo, non più libero di
guidarsi a proprio talento. Aveva egli il diritto d'infrangere la
delicata catena che stava per legarli reciprocamente? Fin quando egli
era stato solo a spasimare, aveva potuto fare di sè tutto lo strazio
possibile, ma se anche Massimiliana avrebbe adesso sofferto con lui?..
Egli era ancora sotto l'impero di questi sentimenti quando,
ricordatosi, alcuni giorni dopo, dei cortesi rimproveri della
contessa, si recò a visitarla. Trovarsi in sua presenza, gli procurava
sempre un sereno piacere; la contessa era la sola amica, quasi una
sorella di Massimiliana; era, in certo modo, qualche cosa di _lei_.
Vedendo entrare Ermanno nel suo _boudoir_, la signora di Verdara aveva
leggermente sussultato; ma, scambiati i saluti, la sua conversazione
con un'amica che le stava vicina aveva ripreso con una vivacità più
grande. Ella parlava continuamente, saltando da uno ad un altro
soggetto, rivolgendosi poco verso il giovane, prodigando un _cara_
continuo alla sua compagna, come per indurla a non andar via. Sul
punto di trovarsi da sola a solo con lui, il coraggio l'abbandonava.
Nei giorni trascorsi dall'ultimo incontro, ella aveva molto pensato ed
ogni lusinga era caduta per lei. L'imbarazzo sorpreso fra i due
giovani quand'ella li aveva raggiunti, la fuga di Ermanno, lo sguardo
col quale Massimiliana lo aveva un poco seguito, l'espressione di
profondo raccoglimento che le si era dipinta sul viso, non le
permettevano più di dubitare che i due giovani si amassero. Eppure,
ella aveva aspettato ansiosamente, volendo avere da lui stesso la
conferma delle sue apprensioni, volendo sapere fino a che punto
fossero giunti... ma nell'ora d'affrontare la prova, una strana
esitazione s'impadroniva di lei; avrebbe voluto differirla, si
persuadeva che erano preferibili le beate illusioni alla crudele
certezza... Con una stretta al cuore ella vide quindi alzarsi l'amica,
che accompagnò fino all'anticamera. Però, quel momento di solitudine
era bastato a farle riacquistare la padronanza di sè stessa;
guardatasi un istante allo specchio, aveva gettata indietro la testa,
irrigidendosi contro il pericolo; e rientrata nel salotto dove Ermanno
l'aspettava in piedi: «Dunque?...» esclamò, con una espressione
indefinibile, abbandonandosi un poco sul divano e fissando un
enimmatico sguardo sul giovane. «Eccomi venuto a fare onorevole
ammenda!» rispose questi, inchinandosi. «Ho meritato i suoi
rimproveri; sia così generosa da perdonarmi...»
La contessa aveva un poco socchiusi gli occhi, immobile nell'angolo
del divano, facendo soltanto girare col pollice l'anellino passato al
dito più piccolo. Poi, scossa un poco la testa: «No, non la
rimprovero,» disse, «non ne avrei il diritto... tanto più che lei, lo
so bene, preferisce la solitudine, i suoi studii... E trovo, dopo
tutto, che ha ben ragione! Questo mondo dal quale siamo circondati non
vale il più piccolo dei sacrifizii che noi gli facciamo...» Suo
malgrado, un tono leggermente amaro dava a quelle parole un secondo
senso; però, nel timore di lasciarsi scorgere, ella accoglieva adesso
con un sorriso più franco il laborioso complimento che Ermanno veniva
svolgendo: «Il mondo astrattamente preso, sì; ma lei converrà meco
nell'ammettere che il mondo collettivo risulta di tanti piccoli mondi
presi insieme, in qualcuno dei quali noi possiamo trovare il nostro
proprio simile, vuol dire chi divide le nostre idee, i nostri gusti,
le nostre tendenze...»--«Un'astronomia morale, allora?» interruppe la
contessa, sorridendo. «Con questo,» replicò Ermanno, «che non
occorrono telescopii; le scoperte si fanno ad occhio nudo...»
La signora di Verdara chinò il capo, in atto che poteva parere di
adesione a quel modo di vedere, un ringraziamento pel complimento che
vi si racchiudeva, o anche il desiderio di mutar discorso. Ella
sentiva che era molto più difficile di quanto non avesse pensato il
disporre le cose in modo da strappare una confessione ad Ermanno; ma
tale difficoltà l'agguerriva, le faceva sostenere con la consueta
sicurezza i rischi di quella conversazione. «A parte questa
comunicazione... interplanetaria,» riprese, disponendosi meglio nel
suo soffice cantuccio, «il così detto consorzio civile non lo seduce
punto?»--«Poco, per lo meno...» rispose l'altro, ma aggiungendo tosto,
come una protesta: «Io non vorrei, intanto, che lei mi credesse un
fatuo...» La contessa Rosalia fece dei segni di denegazione.
«Bisognerebbe non conoscerla... Un tempo, viaggiò?..»--«E tornai
completamente ricreduto sul conto di questa specie di distrazioni. Ho
finito, guardi, per farmi una filosofia mia propria: trovo che il più
saggio è di lasciarsi vivere, senza volontà...»--«È già averne una il
non volerne avere...»
La contessa tacque un istante, quasi per godere della momentanea
superiorità che la sua puntata le dava. Ermanno, inchinatosi, aveva
detto, con un discreto sorriso: «Toccato!» trovando in quelle parole
dell'amica un'allusione al proprio stato d'animo, alla dolcezza di cui
si sentiva pieno, intanto che con un'ipocrisia della quale si
rimproverava secretamente, parlava d'indifferenza e di rassegnazione...
«Ha visto i d'Archenval?» chiese ad un tratto la contessa, fissandolo.
«No, dall'altro giorno che siamo stati insieme.»--«Povera viscontessa!»
esclamò la signora di Verdara, guardandosi una mano e riprendendo a far
girare l'anellino. «Come fossero poche le sue sofferenze, bisognava che
suo marito le desse sempre nuovi motivi di dolore...» Ermanno, il cui
interesse era tutto concentrato sugli stranieri dell'_Hôtel des
Palmes_, chiese allora con una certa vivacità: «In che modo?..»
Troppo preoccupata per trovare da sè un artifizio da indurre il
giovane a rivelare i proprii sentimenti, la contessa Rosalia si era
ricordata a tempo della conversazione avuta col marito. Non era stato
all'annunzio della probabile partenza del visconte, che Giulio le
aveva fatto nascere i primi dubbii, nella previsione del dolore che la
lontananza di Massimiliana avrebbe prodotto in Ermanno? Questa dunque
era la riprova migliore e più semplice: all'annunzio di quella
partenza Ermanno non avrebbe saputo più padroneggiarsi... Ma, a misura
che il momento di mettere in atto il suo disegno si avvicinava, ella
sentiva rinascere più forte il proprio imbarazzo. Era la repugnanza di
fingere, era la paura di sentire un'amara conferma, era sopra tutto
l'intuizione del tormento che avrebbe inflitto ad Ermanno. Egli stava
lì, presso di lei, pieno di confidenza, in una intimità dolce,
aprendole il proprio pensiero, dandole la prova desiderata di
apprezzare la sua amicizia sopra ogni altra; ed ella, freddamente,
studiatamente, si sarebbe servita di mezzi inquisitorii per
strappargli il suo secreto? L'amore non era dunque principalmente,
prima di tutto, tutela della persona amata, cura gelosa di
risparmiarla, sacrifizio del proprio interesse all'interesse altrui?..
Poi, che cosa sperava ella? che cosa poteva dargli ed ottenere da
lui?.. Quante volte non si era fatta disperatamente quella domanda! La
coscienza della perduta sua libertà, degli ostacoli materiali e morali
attraverso ai quali avrebbe dovuto passare, si faceva in quel momento
più viva; ma, nello stesso tempo, con la certezza della propria
inferiorità dinnanzi a Massimiliana, rinasceva la sua gelosia,
cadevano i suoi scrupoli, si dissipava la sua ingenua fiducia nella
possibilità della sincera amicizia fra l'uomo e la donna...
Risolutamente ella quindi rispose: «Il visconte fa un giuoco
d'inferno... Ha perduto finora qualche cosa come ottantamila lire, e
non ha pagato i suoi debiti...»
Ermanno s'era lasciato sfuggire un moto di stupore. Egli sapeva che
d'Archenval era un giuocatore appassionato; non sospettava però che
fosse arrivato fino a quel punto, e i vincoli che univano Massimiliana
al visconte erano troppo stretti, perchè egli non fosse dolorosamente
colpito da quella notizia. «Non ha pagato!..» ripetè; ma, dopo una
breve reticenza, aggiunse prontamente: «Il visconte è un gentiluomo;
farà onore alla sua parola!»--«Certo!» riprese la contessa; «nessuno ne
dubita; ma la perdita non è indifferente e se crescesse... Credo che,
per questo, i nostri amici lasceranno presto Palermo...»--«Lasceranno
Palermo?...» E le due parole gli erano sfuggite, rapidissime, in un
sussulto istintivo di tutta la persona, mentre con le mani contratte
egli stringeva il suo cappello fin quasi a piegarlo...
La contessa, che aveva pronunziata l'ultima frase lentamente, quasi
tremando, ma studiando, senza averne l'aria, l'espressione di Ermanno,
aggiunse con uno stento più grande dopo l'atto sfuggitogli: «Credo anzi
che sia una decisione già presa...» Era uno stupore doloroso, una
fissità esterrefatta nello sguardo, una sospensione del respiro sulle
labbra semiaperte, che si scorgevano in Ermanno; era la conferma
fatale, era la certezza che il suo pensiero, il suo cuore, tutto
l'essere suo dipendeva oramai da Massimiliana, che la sua vita era
indissolubilmente legata a quella di lei, che nulla, null'altro
esisteva per lui... Rosalia di Verdara aveva sentito tutto il sangue
affluirle con violenza al cuore, le mani aggelarlesi; ed il suo proprio
dolore si raddoppiava col rimorso, con la compassione per l'angoscia
infinita che infliggeva ad Ermanno. «Le rincresce?..» trovò ancora la
forza di aggiungere, stringendo una mano con l'altra. E come egli
restava muto, anelante: «È dunque vero... che ama Massimiliana?...»
Era stata lei a dirlo per la prima! Passandosi automaticamente una
mano sulla fronte, Ermanno si era finalmente scosso, dicendo, come in
sogno, a frasi spezzate e lente: «Oh! signora contessa... Io non lo
credevo ancora... cercavo d'illudermi... non volevo crederlo!.. Ma
l'idea di perderla... Io le ho mentito, guardi, affermandole poc'anzi
di non sperare più nulla, di non aver volontà... Io non potrei, io non
posso più vivere senza di lei!...» Egli era stupito del suono della
sua voce fattasi a poco a poco animata, con la strana sensazione di
uno sdoppiamento interiore, come se l'uomo che parlava a quel modo,
che rivelava finalmente la sua passione, che la precisava con parole
irrevocabili, non fosse e non potesse essere quello stesso che
ascoltava quelle parole. Egli non possedeva più la poca libertà di
spirito che la sua natura gli consentiva, era spinto incosciamente da
una forza tanto più potente quanto più a lungo compressa; non poteva
scorgere la decomposizione che si era fatta nei lineamenti della donna
a misura che egli era venuto confessando tutto quel che aveva
nell'animo...
E il tormento della contessa era diventato ineffabile. Ella si vedeva
dinanzi colui che aveva fatto battere più forte il suo cuore, l'uomo
che ella aveva amato, in secreto, come un essere superiore; quell'uomo
era chinato verso di lei, con un'espressione supremamente
appassionata, nello sguardo, nella voce; dalle sue labbra uscivano
parole infiammate... e quelle parole, il fuoco di quella passione,
erano per un'altra; egli dichiarava a lei, che era vissuta della sua
vita, di non poter vivere senza quell'altra... Era uno spasimo così
acuto, che finiva per diventare una specie di voluttà, era una
compiacenza ammalata che ella sentiva nascere dentro di sè, di vuotare
fino in fondo l'amaro _calice_, di misurare tutta la profondità della
propria disperazione... «Dunque...» riprese, con voce che si studiava
invano di parer ferma, ma il cui tremito sfuggiva all'uomo troppo
occupato di sè, «dunque, non le ha detto ancora nulla?..»--«Come avrei
potuto?» riprese allora Ermanno, rapidamente, quasi ansioso di dir
tutto e presto, «come avrei potuto, se io stesso non volevo credere a
me stesso? se io non mi credevo degno di lei? se io non ardivo neppure
sognare che ella si fosse accorta di me?...»--«E invece?» insisteva la
contessa, col feroce bisogno di torturarsi. «Io non so... non posso
sapere che cosa pensi di me la signorina di Charmory... So questo...
che il pensiero di perderla...»--«Perchè non la sposa?»
Era ancor lei che formulava per la prima quella conclusione imposta
dalla logica delle cose; ella ancora che preveniva il pensiero di
Ermanno!... A misura che ascoltava la confessione di lui, che le si
faceva manifesta l'intensità di quell'amore, ella si sentiva divenire
estranea a lui, vedeva abolirsi ogni più ipotetico diritto sull'uomo
che amava. Egli non poteva vivere senza la signorina di Charmory,
Massimiliana era perfettamente libera di sè; in nome di che cosa
poteva ella dunque opporsi alla loro felicità? Tutti i ragionamenti
suggeriti dall'amor proprio, tutti i sofismi sostenuti dall'egoismo,
cadevano dinanzi a quella persuasione; ella non poteva esser più nulla
per Ermanno; era scartata, messa in disparte, annichilita; ma, nel
tempo che riconosceva la ragionevolezza di tutto ciò, ella aveva la
sensazione d'un peso enorme che gravasse sul suo cuore e che lo
stritolasse, lentissimamente...
«Perchè.... infatti....» rispondeva frattanto Ermanno, cercando le
parole, «perchè io non ho la forza, il coraggio necessario a parlare,
a risolvermi, a credere in me stesso... ma perchè sento pure che se
ogni speranza dovesse essermi tolta, io non so che cosa avverrebbe di
me...» Un fosco lampo si era acceso nel suo sguardo, mentre egli si
prendeva la fronte in una mano. «Mi perdoni, signora contessa!..»
riprese dopo un istante, «mi perdoni se io non mi sono saputo frenare,
se le ho parlato troppo di me... È che la mia esistenza è molto
triste! che ho sofferto tanto! che non ho nessuno a cui confidarmi!..»
Rosalia di Verdara aveva sentito passarsi un brivido di commozione per
tutto il corpo, intanto che l'altro, con voce rotta, le diceva tutta
la solitudine della sua vita, i suoi precoci dolori, le lotte del suo
spirito ammalato, la sfiducia da cui si era sentito sempre più
vincere, fino al desiderio di sparire, di rientrare nel nulla; e il
raggio di speranza che era ad un tratto brillato, il nuovo soffio di
vita che gli aveva allargato ad un tratto il petto oppresso, quando
aveva cominciato a conoscere la signorina di Charmory. La commozione
della contessa si faceva amaramente tenera; ella vedeva che
quell'amore era necessario ad Ermanno come la luce, come l'aria, e che
sarebbe stato ucciderlo il contrariarlo. Chi poteva dunque volere il
suo male?.. Era il suo diritto di vivere, di esser felice dopo una
miseria spirituale la cui esistenza ella non sospettava neppure, la
cui rivelazione erale causa di un turbamento profondo. Tutta presa
dalla pietà, la gran leva del cuore muliebre, ella sentiva spegnersi,
soffocarsi, estinguersi la voce che reclamava per lei--in nome del suo
amore trascurato, neppure scorto, e colpevole, ed impossibile--con un
bisogno crescente di devozione e di sacrifizio, rassegnata all'idea
della felicità di lui per opera d'un'altra, ma volendo contribuire al
suo conseguimento perchè quello era anche l'unico modo di attaccarsi
ad Ermanno, di partecipare alla sua vita, di aver qualche dritto su
lui... «L'idea di doverla perdere» continuava il giovane, nella foga
della sua confessione, «la possibilità della sua partenza, non mi
s'affacciava allo spirito; io vivevo nella tranquilla sicurezza di
essere presso di lei, contento di poterla vedere, di poterle parlare,
quando avessi voluto... Ed ella parte! ed io non so, mio Dio!...» Come
egli s'interrompeva, riprendendosi la testa nella mano: «Io non credo»
disse la contessa, con voce ferma, «che lei sia indifferente a
Massimiliana...» Facendosi allora più vicino alla sua compagna,
pendendo dalle sue labbra, nell'attesa d'una confidenza fattale dalla
fanciulla: «Come lo sa?» chiese egli, vivacemente. «Me ne sono
accorta...»--«Oh! signora contessa!..»
Con un gesto appassionato, Ermanno le aveva preso una mano. Egli la
stringeva con la stessa forza del naufrago che s'afferra ad una
tavola, in mezzo al mare. Non era ella la sola amica, la sorella di
Massimiliana? Era una sorella anche per lui; per la prima, si era a
lei confidato... Egli non pensava più alla stranezza della situazione,
non sapeva più come aveva trovata la risoluzione necessaria a parlare;
o meglio, lo sapeva fin troppo, nel pericolo ancora soprastantegli di
perdere Massimiliana... Egli sapeva però che bisognava uscire da quel
limbo d'angoscia, e che per uscire da quel limbo un soccorso impensato
gli s'offeriva... «Oh! signora contessa... lei che le vuol bene come
una sorella, vorrà domandarle se è vero?... dirle tutto quello che io
non saprei... che non potrei dirle ancora io stesso?...»
Nella penombra del salottino, la contessa aveva chiuso gli occhi,
abbandonando la sua mano nella mano calda e fremente di Ermanno. Ad un
tratto, l'aveva svincolata, alzandosi. «Sì... vedrò... alla prima
occasione...»
Egli non si era accorto del suo pallore mortale, del tremito delle sue
labbra; non si era neanche accorto che lo congedava. Mentre la
contessa cercava istintivamente un appoggio con una mano, egli le
stringeva ancora l'altra, dicendo confuse parole di fervida
gratitudine e di trepida speranza.