Era già arrivata la novena di Natale, e il tempo si manteneva d'una
serenità e d'una mitezza primaverili. Nei giardini d'aranci della
Conca d'Oro, tra il verde cupo del fogliame quasi metallico, i frutti
cominciavano ad occhieggiar gaiamente; e lungo le vie, attorno alle
nicchie delle imagini sacre, se ne vedevano dei festoni, delle
ghirlande artisticamente disposti. La melodia lenta e dolce della
cornamusa risuonava da tutte le parti, come ripercossa dall'eco, nelle
case più umili, nei chiassuoli, lungo le strade, e metteva tutto
intorno una festività ridente e composta, diceva le gioie della pace,
la poesia del focolare.
Fuggendo la baraonda cittadina, con un bisogno di concentrazione nel
movimento, Ermanno Raeli se ne andava a cavallo per la campagna, ora
slanciandosi al trotto, ora proseguendo al passo secondo l'umore del
suo svelto ed elegante animale o le folate dei proprii pensieri. Egli
non sapeva quale via tenesse; non vedeva nulla dinanzi a sè, con lo
sguardo fisso lontanamente, ad una visione gentile.... Gentile, sì,
era il termine che le conveniva. Gentile era la serietà del suo
spirito, gentile era l'espressione dei suoi lineamenti, gentile era in
ogni suo atto, in ogni sua parola.... Così lontano da lei, con la sola
sua imagine spiritualizzata dinanzi, egli si sentiva colmato d'una
felicità interiore, d'un gaudio muto ed intraducibile. L'aria odorosa
che respirava, il tepido sole che lo riscaldava, il verde e l'azzurro
che sorridevano, tutto gli dava un profondo benessere... Da qualche
tempo, restando accanto a lei, sfiorando la sua veste, respirando
l'impercettibile profumo che emanava dalla sua persona, fissando il
movimento delle sue labbra mentre ella parlava, egli si sentiva, suo
malgrado, vinto da un indefinibile turbamento. Il profumo carnale del
suo guanto, ch'egli aveva una volta raccolto, gli aveva procurato una
specie di vertigine, un'ebbrezza così dolorosa, che aveva creduto di
svenire...
Egli è che per Ermanno Raeli la signorina di Charmory era una pura
Idea, armoniosa, impersonale ed intangibile; era lo stesso amore con
tutto ciò che esso ha di immacolatamente spirituale. In lei, egli non
aveva potuto vedere la donna. Ella passava, come un soffio; si pensa
forse ad afferrare qualche cosa d'alato e d'incorporeo?... Un incontro
rarissimo delle disposizioni del proprio spirito con le circostanze
esteriori, aveva dato a questo sentimento di ideale idolatria una
forza straordinaria. Ciò che egli conosceva fin là dell'amore, era
l'intollerabile. Dalla prima profanazione fredda e brutale, ma almeno
spoglia d'ogni illusione, all'esperienza della menzogna che come un
corrosivo aveva profondamente intaccato il suo cuore, e alla febbrile
compiacenza nel vizio che aveva finito di amareggiarlo, egli non aveva
visto che uno spettacolo di degradazione continua. Uscito da quella
miseria, egli s'era fatto estraneo al mondo, attingendo nel disgusto
del ricordo e nell'inclinazione alla vita speculativa la forza di
resistenza contro ogni nuova tentazione. Ma ciò ch'egli domandava,
nell'intimità impenetrabile della propria coscienza, con tutto il
fervore della sua contenuta aspirazione, e disperando di raggiungerla
mai, era sempre l'indissolubile unione degli spiriti, l'intelligenza e
la rispondenza delle anime. Ciò che gli bisognava era di comprendere e
di esser compreso da un'altra creatura, di vivere in uno scambio di
pensieri, di idee, di sentimenti, tutta la vita più intima dello
spirito e del cuore, con la parola e con lo sguardo, in una confidenza
assoluta. E subitamente la vista della signorina di Charmory gli aveva
rivelato che quella felicità era possibile. Sì, egli lo riconosceva,
lo diceva quasi materialmente, a mezze labbra, durante quella
passeggiata mattinale, nel cospetto del più clemente cielo: egli amava
Massimiliana, perchè ella era come l'aveva sognata; l'aveva amata
unicamente fin dal primo momento che l'aveva vista ed ascoltata;
intanto che ella aveva parlato, una voce interiore gli aveva detto:
_Eccola!_... Quello che avrebbe dovuto fare, sarebbe stato questo:
prenderla per mano, e andar via, dritto innanzi, cogli occhi al cielo
dal quale ella scendeva... A sua volta, lo amava ella? Formidabile
quistione, che egli non poteva risolvere perchè non osava
approfondirla. Ella era veramente per lui qualche cosa di misterioso,
di sacro: toccare un lembo della sua veste, la punta d'un suo dito,
gli sarebbe parso un sacrilegio. Con la sua espressione
nostalgicamente estranea al mondo circostante, con la sua figura
vaporosamente leggiera, ella aveva dato forma al suo sogno, lo aveva
prolungato nella realtà. Egli si era risvegliato il giorno in cui
aveva incominciato a intravedere, dietro la spirituale figura, la
creatura umana...
Ermanno Raeli aveva un bell'essersi trasformato, la vita esteriore
aveva ben potuto riprenderlo: il pensiero analitico restava sempre il
modo principale della sua attività. E con un'angoscia crescente egli
aveva visto rideterminarsi l'antica incompatibile dualità della sua
natura, in presenza d'una sollecitazione così potente come quella alla
quale egli si trovava ora esposto. Amando la signorina di Charmory,
egli si sentiva struggere di tenerezza all'idea della sua solitudine,
della mancanza d'un grande affetto che invigilasse costantemente su di
lei, della sua stessa lontananza dalla patria, dal cielo che l'aveva
vista nascere, dagli uomini che parlavano il suo stesso linguaggio.
Darle tutto, esserle tutto: patria, famiglia, tutela; guidarla ed
esserne guidato nello instabile mar della vita: quale superbo
miraggio! Esso si dissipava, sempre, non appena contemplato un
istante. La visione dei suoi antichi amori gli si ripresentava allo
spirito con una precisione invasante, e dall'intimo essere suo saliva
una muta ribellione contro la possibilità di vedere l'imagine di lei
al posto delle altre, contro l'assimilazione di quell'amore agli
antichi... Sotto l'impero di una violenta disillusione, egli aveva
negato fede all'ideale, aveva creduto unicamente all'impeto cieco
degl'istinti primitivi, aveva dissipate le ricchezze della fibra nelle
stupide orgie; ma come i dannati baudeleriani, per l'operazione di un
mistero vendicatore, egli anelava ora ai più alti cieli spirituali.
L'idea della carezza fisica era per lui insoffribile; ciò che egli non
poteva ammettere, era la macchia al liliale candore, l'offesa alla
purezza della fronte adorata. Per questo egli tremava in presenza di
lei, non osava guardare all'avvenire e si era quasi ridotto a
fuggirla. Egli si faceva sdegno e ribrezzo, tutta la propria persona
gli pareva attaccata da una lebbra mostruosa ed insanabile; non che
fare un passo per accostarsi alla gente, egli doveva aver la virtù di
condannarsi ad un isolamento perpetuo...
A poco a poco, ed a misura che la serie dei tristi pensieri si
svolgeva, un'espressione di abbattimento scacciava in lui la serenità
di poco prima. Il suo cavallo, scuotendo la testa fine ed
intelligente, si cercava oramai da sè la sua via. Tutto al turbamento
che gli guadagnava l'animo, Ermanno si domandava perchè non aveva
conosciuto prima la signorina di Charmory, quando egli non era ancora
precipitato in fondo a quell'abisso; o perchè, essendovisi oramai
ridotto, aveva dovuto conoscerla; e come nessuna voce in lui
rispondeva a quel disperato dilemma, egli alzò un poco gli occhi al
cielo. Esso era sempre d'un azzurro senza macchia; ma in alto, allo
zenith, fissandolo intensamente, l'azzurro diventava quasi nero, come
se non potesse vincere l'eterna notte regnante negli spazii. Era una
nerezza egualmente intensa che, nei sostrati del proprio pensiero,
oltre alle seducenti e superficiali parvenze, Ermanno aveva scorto; e
durante quella paurosa contemplazione, l'attività psichica s'era
spenta in lui... Un rumore lontano, ancora sordo, lo ricondusse alla
coscienza di sè. Era presso alla piccola borgata di Pallavicino; le
due masse imponenti di Monte Pellegrino e del Castellaccio, con il
prolungamento del Monolfi e del Gallo, si facevano fronte lasciando
fra di loro una piccola valle gaia di verde. Per la via, passavano dei
carri; e dei contadini, con l'ereditario rispetto verso i signori, si
cavavano il berretto, incontrandolo. Ma come egli s'accorse d'una
carrozza che s'avvicinava da Palermo, si ricompose subito, strinse le
redini con mano salda e si rizzò sulla sella nell'attitudine di una
persona tutta intenta a guidare pei buoni passi il proprio cavallo.
Egli non voleva che dei curiosi, che degli indifferenti,
sorprendessero la sua preoccupazione; il possibile incontro di visi
conosciuti lo turbava anticipatamente, e più la subitanea e istintiva
previsione di trovarsi dinanzi a _lei_... Rapidamente avvicinatasi con
un insistente schioccar della frusta, la carrozza si arrestò a pochi
passi da Ermanno. Il sangue aveva dato a questi un tuffo violento
nello scorgere Giulio di Verdara che guidava il legno, dove stavano la
contessa e le sue amiche dell'_Hôtel des Palmes_... «Buona
passeggiata!» gli gridava il conte, salutandolo con la mano, «Saresti
per caso in servizio di avanscoperta?...»--«Perchè?...» domandò il
giovane che si era accostato alla carrozza, col cappello in mano, e
salutava le signore. «Esploravi tutt'intorno come per sorprendere il
nemico!...»--«E noi la facciamo prigioniero!...» aggiunse la contessa,
invitandolo ad accompagnarli e rimproverandolo amabilmente per la sua
lunga assenza, della quale egli si scusava con pretesti mediocri.
Ermanno si era messo a cavalcare dalla parte della viscontessa
d'Archenval, alla quale, nelle poche volte che l'aveva incontrata,
aveva dimostrata una simpatica premura. Le sue sofferenze, i rapporti
che passavano fra lei e Massimiliana, gliela facevano considerare con
raddoppiato interesse; e come la viscontessa aveva una volta
dichiarata la sua passione per i fiori, egli gliene aveva mandato
spesso interi canestri. La signora d'Archenval ricambiava cordialmente
la sua simpatia, ed in quel momento stesso lo ringraziava, col sorriso
un po' triste d'inferma, dei suoi doni gentili. Ermanno fissava di
tratto in tratto lo sguardo sulla signorina di Charmory, che gli stava
di fronte. Ella spariva sotto un mantello-veste di panno grigio con
striscie di _petit gris_, e girava un'occhiata distratte per il
paesaggio. La viscontessa, sepolta fra le pelliccie e i _plaids_ su
cui teneva dei mazzi di fiori campestri, aveva le magre guancie
soffuse d'un leggero incarnato e respirava con le labbra un poco
dischiuse, battendo spesso le palpebre. La sua figura disfatta formava
uno strano contrasto accanto alla contessa Rosalia, che portava un
mantello di lontra foderato di raso rosso e un cappello a barca di
feltro muschio, e che, piena di salute e di vivacità, era quasi sola a
mantenere, dal suo posto, la conversazione con Ermanno, come
consentivano il moto della carrozza e del cavallo.
Sfoggiando tutte le risorse del suo spirito, ella faceva uno sforzo
dentro di sè perchè nessuno si accorgesse dell'agitazione dalla quale
si sentiva dominata. Dopo una lunga e vana attesa, ella si vedeva
finalmente Ermanno d'accanto; ma in condizioni tali che il porre ad
effetto il proprio disegno non era possibile. Cercava nondimeno di
trarre profitto della circostanza per osservare il contegno di lui in
presenza di Massimiliana; ma nulla poteva in quel momento rivelarle
ciò che ella aveva paura di scoprire. Ermanno guardava la signorina di
Charmory come le altre sue vicine, ma pareva più presto occupato del
suo cavallo, il quale, in vicinanza del legno, scuoteva la testa,
recalcitrava, e non si chetava un poco se non quando il cavaliere
prendeva ad accarezzarlo con la mano e a parlargli quasi all'orecchio.
Vi era una specie di amor proprio che consigliava alla contessa di
spiegare tutta la sua più elegante disinvoltura dinanzi ad Ermanno,
quasi perchè egli potesse, notandola, apprezzare il contrasto col
mutismo triste di Massimiliana. Dall'alto del cocchio, facendo
schioccare continuamente la sua frusta, Giulio di Verdara entrava da
parte sua, con qualche rapida esclamazione, a pigliar parte alla
conversazione. Come la carrozza fu giunta in vicinanza delle prime
case di Pallavicino, moderò la sua corsa e vedendo che il cavallo di
Ermanno ricominciava ad imbizzirsi: «Facciamo una cosa!» disse
all'amico: «Lascialo montare a me, tu salirai in carrozza.»
Intanto che il conte ed Ermanno scendevano, il primo da cassetta,
lasciando le redini al _groom_, e il secondo da cavallo, Rosalia di
Verdara aveva chiesto alla signora d'Archenval se si fidava di fare
due passi. «Mi proverò!..» aveva risposto la viscontessa, che il moto
e l'aria dolce avevano animata, e le amiche erano anch'esse discese
dal legno, di cui Ermanno aveva dischiuso lo sportello. Intanto che
Giulio di Verdara si spingeva innanzi, al trotto del cavallo
completamente rassicurato, la piccola comitiva si era messa in
cammino, seguita a breve distanza dalla carrozza vuota. La contessa
dava il braccio alla signora d'Archenval, e Massimiliana ed Ermanno si
tenevano al loro fianco; ma ben tosto, per la lentezza con la quale la
sofferente era costretta ad incedere, i due giovani si erano trovati
inavvertitamente un poco innanzi. Tutta avvolta, nel suo mantello, con
le braccia e le mani nascoste dentro di esso, la signorina di Charmory
si perdeva fra quei larghi contorni e solo il suo profilo purissimo si
disegnava sotto la _toque_ d'una tinta scura. Restando solo per la
prima volta con lei, una trepidazione crescente si era impadronita di
Ermanno. Nel mentre qualche cosa di armonioso vibrava nell'animo suo
all'imprevedibile fortuna di quell'incontro, egli avrebbe voluto esser
lontano, tanto dolorosa finiva per essere l'emozione cagionatagli
dalla vicinanza di Massimiliana. Poi, che cosa dirle, se non il
sentimento che gli divampava dentro; di che cosa parlarle, se non
dell'amor suo? Ma, al tempo stesso che egli si confermava nel
proposito di non far nulla per dimostrarle ciò che provava, egli
pensava alla difficoltà di trovar parole con le quali tradurre la
propria emozione, con le quali dire a Massimiliana l'angosciosa
delizia che la sua presenza gli procurava, l'esclusiva passione di cui
egli era pieno. La stessa ipotesi d'una dichiarazione, d'una formula
convenzionale da recitare, gli pareva inammissibile; e in quel
tormento di sentirsi pieno d'un'idea e di non volerla e di non poterla
esprimere, fu con voce velata dall'imbarazzo che, voltandosi indietro:
«Povera signora!» egli disse, fermandosi un poco a guardare la
viscontessa e la sua amica: «È sempre molto sofferente...»--«Sì,»
rispose la signorina di Charmory; «che martirio non vederla sollevarsi
mai...» E l'accento col quale ella parlava di quella fatale malattia
era anch'esso stanco, quasi depresso e così _estraneo_ alla realtà che
Ermanno sentiva sedarsi a poco per volta la sua inquietudine. «Il
clima di Sicilia non le ha dunque giovato?»--«Quasi nulla. Sono dei
miglioramenti passeggeri, seguiti da sùbite ricadute.... Del resto,»
aggiunse Massimiliana, con un accento di sfiducia, «che cosa può fare
un'aria mite o un tepido sole?...» Ed aveva guardato un momento un
mendicante, avvolto in miserabili cenci, cogli occhi luccicanti dalla
febbre, che in quel punto della via, abbandonato sopra un mucchio di
sassi, tendeva un braccio scarno e tremante ai passanti. Ermanno gli
si era avvicinato, mettendogli in mano una moneta. «Certo, si soffre
dovunque...» aveva detto, tornando a fianco della sua compagna. «Vi
sono grandi miserie!...» soggiunse la signorina di Charmory, e un
piccolo brivido come di freddo le era passato pel corpo.
Essi erano giunti dinnanzi alle prime case della borgatella; le
contadine, ferme sugli usci, guardavano curiosamente la coppia; e una
di esse, spingendo col gomito una compagna per richiamarne
l'attenzione, aveva esclamato con tutta l'espressiva efficacia del
dialetto: «Come è bella l'Inglese!...» Ermanno aveva visto l'atto e
udite le parole. Vi era una grande lusinga per lui in quell'ingenuo
giudizio, una intima lusinga che si traduceva nell'espressione ridente
dello sguardo; e voltandosi a guardare Massimiliana, egli disse: «Ha
sentito, signorina?... La prendono per una Inglese...» Massimiliana di
Charmory sorrise lievemente. «Tutti gli stranieri sono Inglesi per
questa buona gente!...» In quel punto, gli occhi le erano andati sopra
un altarino scavato nel rustico muro che chiudeva un podere, e tutto
ornato di frasche e di aranci, su cui erano sparsi dei piccoli fiocchi
di candida bambagia. «Guardi,» diss'ella, arrestandosi un momento lì
dinnanzi. «Che cosa significa?..» Ermanno, che aveva scorto quei
fiocchi bianchi, oggetto dell'attenzione della sua compagna, rispose:
«È per ricordare la neve caduta durante la notte del Natale...» Egli
aveva pronunziate quelle parole con un leggiero turbamento. Conosceva
da ragazzo l'uso tradizionale che in un paese dove l'inverno è una
continua primavera, vuol ricordare intorno all'imagine del Salvatore
l'ostilità degli elementi in mezzo alla quale egli venne al mondo; ma
tutte le volte che scorgeva quel simbolo--e ciò non gli accadeva più
da anni--non sapeva frenare uno slancio di tenera dolcezza, di
commossa simpatia. «Come è gentile!...» esclamò la signorina di
Charmory; ed era una commozione eguale alla sua che egli sentiva
nell'accento di Massimiliana, che vedeva negli sguardi lucenti coi
quali ella fissava l'imagine sacra. «È una nostalgia del cielo
settentrionale, dei paesaggi nevosi, dalla terra sepolta sotto bianchi
lenzuoli che si prova dinanzi a questo simbolo...» ed improvvisamente
egli aveva cessato di parlare, pensando a sua madre, al paese lontano
ove ella era nata, le cui nebulose visioni gli aveva trasmesse col
sangue; pensando all'altro lontano paese che aveva visto nascere
l'Eletta, verso il quale egli avrebbe tanto voluto avviarsi, al suo
fianco... «È vero, la nostalgia del cielo settentrionale...» aveva
detto la signorina di Charmory, e nel ripetere le stesse parole
pronunciate da Ermanno, i suoi sguardi si erano incontrati con quelli
di lui. Subitamente, anche la voce della fanciulla si era spenta.
Tacquero, ma comunicando con lo stesso pensiero, vinti entrambi da uno
smarrimento ineffabile, dal quale l'avvicinarsi più rapido della
carrozza li trasse bruscamente...
Scorgendo dei sintomi di stanchezza nella signora d'Archenval, Rosalia
di Verdara l'aveva fatta subito risalire in carrozza per raggiungere i
due giovani lontani. Una sorda gelosia le era nata in cuore nel
seguire le due figure di Massimiliana e di Ermanno procedenti l'uno a
fianco dell'altra. Che cosa potevano dirsi? Se ella avesse potuto
lasciar lì, in mezzo alla via, la viscontessa, raggiungerli senza
esserne scorta e sorprendere lo loro parole!... Era però arrivata
abbastanza a tempo per notare quella confusione degli sguardi che
segue un rapido scambio di pensieri come l'agitazione delle onde dopo
un colpo di vento, per scorgere l'imbarazzo dei due giovani ancora
sotto l'impressione della loro muta intelligenza.
Come la carrozza s'era fermata, Ermanno aveva aperto lo sportello,
offrendo la mano nuda alla signorina di Charmory per aiutarla a
salire. Dopo un attimo di esitazione, ella vi aveva appoggiata la sua
mano nuda; e come Giulio di Verdara, sopravvenuto di carriera,
smontava e passava le redini a Ermanno, questi si congedava dalle
signore e partiva al galoppo.