All'occhio d'un osservatore superficiale, nulla trapelava della
inclinazione che Ermanno Raeli sentiva ogni giorno più grande per la
signorina di Charmory; le persone che il cambiamento operatosi nella
sua vita impressionava, avrebbero potuto egualmente sospettare che le
sue assiduità fossero rivolte alla contessa di Verdara. E poichè il
supremo disinteresse e l'interesse supremo tolgono egualmente
l'opportunità della percezione, la contessa si era del tutto illusa
sul conto dei sentimenti di Ermanno. Egli è che, malgrado la sua
resistenza, ella aveva finito per amarlo...
Col suo spirito vivace, critico e polemista--se questa parola vale a
definire la speciale qualità che consiste nel non arrendersi mai, nel
trovar sempre qualche argomento o qualche partito per rispondere o per
ripiegarsi--pronta a cogliere i contrarii aspetti delle cose e dal
loro contrasto a farsene un equo concetto, Rosalia di Verdara era
naturalmente difesa contro i colpi di testa, gli esaltamenti, le prime
impressioni e le esagerazioni di ogni sorta. Se a questo si aggiunga
un sentimento vivissimo dei proprii doveri e una sincera gratitudine
per la costante fiducia dimostratale dal marito, si comprenderà
facilmente come ella non potesse esser tentata dalle seduzioni che si
erano un tempo spiegate contro di lei. Poi a tutto questo si era
aggiunta una reputazione di scetticismo, di indifferenza, di
impermeabilità, che aveva ancor essa contribuito a difenderla. In
questa situazione di spirito, la prima impressione destatale da
Ermanno era stata una specie di curiosità dinanzi a quella singolare
figura di asceta giovane e distinto, di filosofo elegante, di
siciliano mezzo tedesco, senza accento nella pronunzia e senza
risoluzione nella vita. Quel tipo offriva molti lati alla critica
mordace della contessa, ne offriva perfino troppi; ora, quando si
trovano nello stesso tempo troppe cose capaci di fare impressione, vi
è una grande probabilità perchè nessuna di esse ne faccia. Era quello
che accadeva a Rosalia di Verdara. Ermanno Raeli era troppo curioso,
usciva troppo dall'ordinario, perchè ella gli applicasse il suo
ordinario sistema d'esame e si potrebbe dire di decomposizione.
Rimaneva stupita. La serietà di Ermanno spegneva il suo riso; la
tristezza che leggeva in lui disturbava la sua serenità. Tutto ciò
finiva per contrariarla. Sul principio, aveva potuto sospettare un
momento che Ermanno rappresentasse; ma presto aveva riconosciuta tutta
l'assurdità di un simile sospetto. Da ogni suo atto, da ogni sua
parola, non traspariva forse in lui una grande, un'assoluta sincerità;
una sincerità che volentieri si sarebbe chiamata ingenua? Dalla
stupefazione alla contrarietà, il sentimento della contessa aveva già
fatto un passo, tanto più pericoloso quanto meno apparente. L'avrebbe
egli dunque vinta su di lei? Non si sarebbe mai detto! E si era data
ad attaccarlo. Aveva già perduta la padronanza di sè. I suoi piccoli
attacchi si spuntavano contro la superiorità di Ermanno. Di questa
superiorità, Rosalia si accorgeva ogni giorno di più; ella si
accorgeva della bontà del cuore, della elevatezza della mente, della
nobiltà dei sentimenti di colui che ella considerava come un naturale
avversario. Un avversario molto strano, intanto; che la ricercava, che
pareva dimenticare in presenza di lei la sua malinconia, che
trascurava le sue ordinarie abitudini, che si riconciliava, dal
momento che l'aveva conosciuta, con quel mondo dal quale pareva avesse
fatto divorzio. Che quella trasformazione fosse opera propria? Ed i
versi del _Calice_ erano venuti in buon punto a confermarla nella
propria lusinga:
Or d'uno sguardo la potenza sola
I recessi del cuore ha penetrato
E il gusto amaro mi ritorna in gola...
Ella non aveva creduto un solo momento alla traduzione dallo Steiblig;
aveva subito compreso che quella era una confessione personale, di cui
aveva riconosciuto in sè stessa l'oggetto. Ed erano dei sorrisi
interiori che fiorivano in lei, una compiacenza intima in cui si
cullava all'idea di avere addomesticato quel mezzo selvaggio,
facendolo ricredere, aggiogandolo al proprio carro come un trofeo di
vittoria... Intanto, ella si lasciava andare al piacere di quella
intimità, godeva di tutti i vantaggi d'un'amicizia come quella di
Ermanno, si abituava al suo modo di pensare; a poco a poco,
inavvertitamente, lasciava che si operasse in se stessa quella
metamorfosi che aveva ideato di promuovere in lui.
La lusinga della contessa era tanto più verosimile, in quanto che, se
Ermanno non faceva nulla per dimostrare alla signorina di Charmory ciò
ch'egli sentiva, questa si rivelava, nella intimità da cui era legata
a Rosalia, sempre più estranea ad ogni interesse mondano. La sua
malinconia, la sua riservatezza si erano fatte, a misura che il suo
soggiorno in Sicilia si prolungava, più grandi; tanto grandi che i
primi allarmi si erano destati nella contessa, col timore che quella
crescente freddezza potesse dipendere da un principio di gelosia. Ma
portata così ad osservare da vicino l'amica e la famiglia di lei, ella
era ben presto arrivata a domandarsi piuttosto se qualche cosa di
intimo, di secreto non si nascondesse fra quelle persone, sotto la
disinvoltura ammanierata del visconte, la lenta agonia della moglie e
la precoce e crescente tristezza di Massimiliana. Durante il suo
soggiorno di Parigi, ella non aveva osservato nulla di simile. Certo,
Massimiliana non era mai stata molto vivace; rimasta orfana e povera
abbastanza tardi per misurare la profondità della propria disgrazia,
raccolta da quello zio che credeva d'aver fatto tutto per lei quando
l'aveva assicurata contro le difficoltà materiali dell'esistenza in
cambio della libertà che la reciproca compagnia delle due donne gli
consentiva; diventata in un certo modo infermiera della viscontessa,
la cui salute cagionevole era fin da quel tempo alterata dai
dispiaceri che il marito col giuoco, il padre con la galanteria, le
procuravano, Massimiliana non aveva molti argomenti di gaiezza nel
proprio animo e nell'ambiente in cui viveva. Ma dalla serietà di quel
tempo, alla tetraggine che ora di tratto in tratto sorprendeva nei
suoi lineamenti quasi disfatti, la distanza era molta. Più la contessa
studiava quella famiglia, più le sue vaghe apprensioni crescevano.
Talvolta, ella avrebbe voluto parlare a suo marito degli stranieri
dell'_Hôtel des Palmes_, dirle i suoi sospetti, sentire ciò che egli
stesso ne pensava; ma dacchè l'imagine di Ermanno Raeli le stava
sempre dinanzi, qualche cosa le faceva morire sul labbro le confidenze
che era sul punto di fare al marito. Ella non aveva certamente nulla
da rimproverarsi, nè un atto, nè una parola, e non pensava alla
possibilità che fra lei ed Ermanno vi fosse altro che quella affinità
inconfessata, ma infinitamente dolce nella sua purezza. Ella non aveva
amato d'amore il conte Giulio; glie l'avevano dato, ella lo aveva
trovato avvenente nella sua figura di giovane militare in ritiro,
malgrado alcune ciocche di capelli grigi sulle tempie, che
dimostravano però come egli avesse vissuto e gli davano un'altra
attrattiva. I loro caratteri allegri sopra un fondo di bontà si erano
convenuti; da persone di spirito, non avevano domandato di più. La
vita era trascorsa per loro facile e lieta, in una mutua libertà
consentita dalla profonda fiducia reciproca. Di quella fiducia, la
contessa contava bene di esser sempre degna. La coscienza della sua
propria forza, l'esperienza della nobiltà d'animo di Ermanno, per cui
l'amicizia era sacra, non le facevano nutrire nessuna preoccupazione
per l'avvenire. Ciò che ella domandava, era che il giovane le stesse
vicino, che si chiamassero col soave nome di amici, che fossero l'uno
per l'altro quella specie di giudice invisibile, di genio tutelare,
sempre presente nella coscienza e la tacita approvazione del quale si
sollecita in tutti gli atti della vita, nei più importanti come nei
più minuti... Le donne sono maestre in questa specie di accomodamenti,
che permettono loro di abbandonarsi alle dolcezze del sentimento senza
credere di mancare al proprio dovere; ma la contessa Rosalia aveva uno
spirito troppo acuto per non sentire, dentro di sè, la sostanziale
incompatibilità fra quelle tendenze. Era per questo che ella, malgrado
volesse persuadersi di non far nulla di male, aveva perduta l'antica
serenità dinanzi al marito, con una soggezione crescente che metteva
una freddezza nei suoi rapporti con lui.
Da parte di Giulio di Verdara, nulla v'era di mutato nelle sue
relazioni con la moglie; ed egli pareva tanto meno essersi accorto dei
nuovi sentimenti nati nell'animo di lei, che spesso egli era il primo
a parlarle di Ermanno Raeli con quel tono di leggiero _persiflage_
sotto al quale soleva nascondere tutti i suoi affetti e tutte le sue
opinioni. Fu dunque senza nessuna istigazione da parte della contessa,
e quando il pensiero di lei si era già distolto dagli stranieri
dell'_Hôtel des Palmes_, che Giulio di Verdara, tornando una sera dal
circolo, rivelò a sua moglie una circostanza per cui si risvegliarono
in lei gli antichi sospetti. «Che giuoco disperato!» aveva cominciato
per esclamare il conte, ancora sotto la impressione di ciò che aveva
visto. Nel giro di poche ore, d'Archenval aveva perduta e vinta una
fortuna, e si era finalmente alzato dal suo posto con una perdita
netta di quaranta mila lire... «Il suo sangue freddo,» soggiungeva
Giulio di Verdara, «finisce per far male, specialmente quando si
pensa...» Ma si era ad un tratto arrestato, con uno scrupolo di
propagare una notizia riguardante l'onore d'un uomo al quale stringeva
ogni giorno la mano. La curiosità della contessa si era intanto
svegliata, ed allo sguardo interrogativo che aveva rivolto al marito,
questi aveva ripreso: «A te, infine, posso dir tutto: il visconte non
s'è ancora messo in regola con gli ultimi suoi debiti. Stasera ho
sentito qualcuno che già comincia a mormorare...» Rosalia di Verdara
ascoltava con attenzione quella confidenza che le dava la conferma
delle irregolarità sospettate. Se quelle estremità a cui il visconte
si riduceva spiegavano il dolore della signora d'Archenval, in che
modo potevano determinare la cupa tristezza di Massimiliana? E perchè
il padre della viscontessa non veniva a mettere con l'autorità sua un
riparo alla rovina del genero?.. Ella teneva per sè tutte quelle
domande: «E non pagherà?..» chiese soltanto al marito, perchè egli
continuasse a manifestarle ciò che pensava. «Ma....» riprese il conte,
con delle nuove reticenze, «io non so se debbo dirti... Ecco: l'altro
ieri mi ha chiesto in prestito, per qualche giorno, una somma... Non
ho saputo dir di no. Voleva firmarmi delle cambiali; dice che ha
telegrafato a suo suocero. Pare che questo suo suocero invisibile
rappresenti una specie di divina provvidenza...» Dopo qualche momento
di silenzio, la contessa esclamò: «È una famiglia un poco strana,»
riassumendo con quella parola il proprio pensiero. Il conte, che
passeggiava per la stanza, soggiunse: «Lo credo anch'io... E forse non
arriveremo a spiegarla. D'Archenval ha espresso l'intenzione di
lasciar la Sicilia.» Dopo una piccola pausa, si fermò, e guardando sua
moglie quasi per studiare l'effetto che le sue parole avrebbero
prodotto in lei, continuò: «La partenza di Massimiliana lascerà, come
si dice, un vuoto!...» La contessa, che quell'annunzio non lasciava
indifferente, rispose: «Oh, certo; io le voglio molto bene, povera
Maxette...» Ma il conte non le aveva dato il tempo di finire: «Non
parlo di te!..» A quelle parole, che suo marito aveva pronunziate con
una intonazione scherzosa, la contessa aveva alzato gli occhi su di
lui. Repentinamente, un'inquietudine era sorta in lei; una
inquietudine nel primo momento assai vaga, ma crescente con tale
rapidità, che finiva per darle la sensazione d'una stretta al cuore.
Ciò che ella ora temeva, era d'indovinare l'allusione di Giulio; ma
l'ipotesi le era parsa così assurda, così repugnante, che con voce
calma, quasi indifferente, ella gli domandò: «Di chi parli
dunque?..»--«Ma di Raeli, per bacco!..»
Indifferente in apparenza, il conte si era accorto da un pezzo della
simpatia di sua moglie per l'amico; ma se da una parte la stima che
aveva per Rosalia e dall'altra la fatta scoperta dell'amore di Ermanno
per Massimiliana, lo assicuravano contro ogni pericolo, egli metteva
ora una specie di piacere un poco cattivo nel togliere alla donna ogni
più lontana illusione. Era la prima volta che sua moglie gli aveva
dato ragione di sospettare, e l'idea del pericolo lo aveva sul
principio turbato un istante. Non aveva mostrato il suo turbamento
come non mostrava nessun altro moto dell'animo; ma per una reazione
frequente, la sicurezza riacquistata non lo faceva indulgente verso
l'oggetto della passata preoccupazione. «Non hai tu visto come guarda
Massimiliana?» diceva; «ci vuol poco a capire che si è messo in testa
di esserne innamorato! E i tipi di quel genere non si smontano
facilmente...» Con una mano afferrata al bracciuolo della poltrona,
con l'altra strettamente increspata fino a conficcarsi le unghie nella
palma, la contessa faceva degli sforzi su di sè stessa per non gridare
al marito: «Taci!.. Tu non sai quel che dici!... È un'assurdità...» ma
il conte proseguiva, scherzosamente impassibile: «Quando la vede, gli
ridono gli occhi. O perchè avrebbe mutato gusti, genere di vita? Non
ti sei accorta di nulla? Ma l'ha perfino scritto sul tuo album...
Tutti dicono che finirà per domandarla in moglie...»--«Taci!... Non
vedi che mi fai male?...» avrebbe ora voluto gridargli la contessa
Rosalia, subitamente ridotta a riconoscere la verosimiglianza di ciò
che quello asseriva; ella doveva invece frenarsi, nascondere il
tumulto che le si scatenava nell'anima e che le preparava una notte
d'angoscia... Era dunque vero? Ella non si era accorta che Ermanno
Raeli amava la signorina di Charmory? Fino a che punto si era dunque
lasciata prendere, se si era così grossolanamente ingannata? Era vero,
sì... ella ricordava ora mille piccoli particolari, mille indizii
minuti, il tono con cui Ermanno aveva detto una parola, la vivacità
con la quale aveva difesa un'opinione di Massimiliana, l'irrequietezza
manifestata quando non l'aveva trovata da lei--da lei che si era
creduta l'oggetto di quelle attenzioni... Era vero; ma ella si
ostinava a non crederlo, cercava di negare ogni valore a quei sintomi
sui quali l'opinione di suo marito si era fondata, di persuadersi che
Ermanno era troppo serio, troppo freddo, troppo superiore per
innamorarsi così, di punto in bianco... Ed ella non si accorgeva
neppure che quell'argomento si ritorceva contro di lei, che era
egualmente inverosimile, per la stessa ragione, ch'egli amasse lei. A
quella conclusione della fredda logica dinanzi alla quale bisognava
che ella sacrificasse il suo sentimento egoistico, ella si acquetava
più volentieri, per la specie di consolazione negativa che almeno le
procurava: Ermanno non amava lei, ma non amava neppur l'altra;
entrambe erano eguali... Allora, l'angoscia della contessa si faceva
nuovamente più viva: no, non erano eguali! come avrebbe ella potuto
lottare con Massimiliana? Ella era la moglie d'un altro; ella non
poteva dargli ciò che non era più suo; amarlo era un delitto! Suo
marito era un amico di lui; i più atroci rimorsi avrebbero funestato
in entrambi ogni possibile gioia. Invece, Massimiliana...--ma,
arrivata ad ammettere che niente avrebbe potuto opporsi alla felicità
di quei due, un sordo dispetto le invadeva l'anima: ella non voleva
che quella felicità si compisse!... Non era lei la stessa donna che,
prima, quando la gelosia non le era entrata nell'anima, aveva
rifiutato di pensare che i suoi rapporti con Ermanno avrebbero potuto
modificarsi? Non si era ella proposto di combattere la tentazione, di
non aver mai nulla da rimproverarsi? Bisognava dunque che la virtù e
la colpa non avessero nulla di meritorio o di riprovevole, che fossero
il risultato di circostanze felici o disgraziate, se ora, perduta la
sicurezza che il cuore di Ermanno fosse suo, ella intravedeva la
possibilità di passar sopra ad ogni ostacolo per acquistarlo?...
Fuggire dunque con lui, abbandonar la sua casa, fargli tradire
l'amico, tradire ella stessa: ecco ciò che avrebbe potuto... Non erano
più forti, più allettatrici, più potenti le voluttà che ella poteva
dargli, a petto delle ingenuità d'una passione da collegiali, come
quella che Massimiliana poteva solo promettergli?... Poi ancora il
corso dei suoi pensieri prendeva un'altra piega: ella si domandava che
cosa aveva a temere da Massimiliana, così indifferente a tutto, così
piena d'uno sconforto che si leggeva negli sguardi sdegnosi di
fissarsi su qualcuno o su qualche cosa? Era probabile che ella
rispondesse all'amore di Ermanno, il giorno che egli lo avrebbe
manifestato? E quell'esistenza enimmatica della sua famiglia, la
condotta del visconte, quella partenza improvvisa, non erano
altrettante ragioni che dovevano rassicurarla?... Poi ancora ella
dubitava di tutto, la sua fiducia svaniva, una specie di delirio
s'impadroniva di lei durante quella notte insonne e agitata. Le sue
idee si confondevano, le imagini perdevano la loro chiarezza;
assopitasi un istante, un terror vago, come fra tenebre minacciose, la
risvegliava di scatto... Col nuovo giorno, la sua decisione fu presa:
ella stessa avrebbe fatto in modo da apprendere la verità, da
strappare ad Ermanno una confessione. Come? Non lo sapeva ancora;
sapeva soltanto che quell'incertezza era la morte.