La prima impressione provata da Ermanno Raeli quando egli uscì dalla
villa del conte di Verdara, fu di stupore. Abituati gli occhi alla
luce delle lampade, aveva creduto che fosse già notte; invece l'ultimo
crepuscolo illuminava ancora il cielo. Sulle masse del verde che a
quell'ora pareva quasi nero, un chiaror d'oro faceva intravedere dei
vaghi contorni; i lumi erano già accesi e brillavano con fiamme larghe
e gialle: le stelle cominciavano a luccicare e una quiete grandiosa
regnava nel viale deserto. Camminando con gli sguardi all'alto,
Ermanno aveva appena cansata una carrozza chiusa che si muoveva al
passo dinanzi alla villa. In quel momento, egli sentiva nascere dentro
di sè una specie di lirico slancio, come se nell'aria dolce, nel cielo
purissimo, nelle masse quiete del verde qualche cosa cantasse. La muta
armonia del tramonto, dell'adorabile mistica ora in cui, come a lenti
giri, la luce sembra ascendere le cerule scale degli spazii infiniti,
si riecheggiava in lui; tutto l'essere suo vibrava come in
un'ebbrezza. Il ricordo dell'inquietudine, dell'angoscia per le quali
era passato, si dileguava, s'inabissava in quel muto incanto. Era
della figura, era della voce, era dello sguardo della signorina di
Charmory che egli si sentiva deliziosamente pieno; era come una
emanazione di lei che raddoppiava a quell'ora ogni sua facoltà vitale.
Lo spettacolo del tramonto si svolgeva nel cielo, ma nulla
rassomigliava al primo romper dell'alba quanto l'ultimo anelito del
giorno, ed il chiarore d'un'alba spirituale si accendeva adesso in
lui. Procedendo verso la città, egli fissava lo sguardo al cielo
orientale, che si tingeva ancora d'un fioco riverbero, come per la
promessa del nuovo giorno; e in quell'esteriore vicenda della luce e
dell'ombra egli vedeva un simbolo dell'intima vicenda della gioia e
della tristezza. Dopo l'agonia d'un tramonto e la nerezza fredda di
una lunga notte polare, tornava il sole ad investirlo dei suoi raggi.
Cercar di negarlo era adesso possibile?...
La confessione che noi spesso ci facciamo dell'incapacità a spiegare
quel che succede dentro di noi, non è quasi mai sincera; essa esprime
tutt'al più la volontà di riconoscere ciò che nel nostro intimo
sappiamo con la precisione più grande. In presenza di qualche cosa che
sul principio può non avere una spiegazione, l'imaginazione percorre
rapidamente tutta la serie dei possibili e sa ben presto a che cosa
tenersene. L'irresolutezza di Ermanno nei primi giorni, l'esitazione
ad attribuire alla contessa di Verdara od a Massimiliana il suo nuovo
turbamento, erano state _volute_; fin dal primo istante, fin da quando
la giovane straniera aveva mostrato di dividere il suo pensiero,
pronunziando il profondo verso di Menandro, egli s'era sentito
scuotere fino all'intime fibre, aveva sentito iniziarsi la misteriosa
operazione di cui adesso vedeva gli effetti, nell'esaltamento a cui
era in preda. Ed una domanda tornava con invasante frequenza al suo
spirito: come poteva ciò essere accaduto? Non era egli divenuto
tetragono alle seduzioni fallaci? non sapeva quel che esse costavano?
non aveva giurato a sè stesso di non ricadere mai più nell'abisso
antico?.. Ah! egli era che malgrado gli amari disinganni, malgrado la
mortale repressione, lo slancio dell'anima non era vinto; e come
prima, più di prima, dalla solitudine in cui l'aveva costretta, nella
rinunzia che le aveva imposta, essa anelava alla comunione... Dunque,
amava già egli la signorina di Charmory? Il sì veemente che stava per
salirgli alle labbra si spense prima d'esser formulato. In quello
stesso momento, una carrozza sopravvenente lo avanzava, e voltandosi a
guardarvi dentro egli aveva scorto, alla luce crepuscolare, il vago
profilo della giovanetta. Come una mera apparizione, essa si dileguava
verso la rumoreggiante città, dandogli la sensazione d'un distacco
fatale... E la città, il mondo, la folla aborrita afferrava anche lui,
gli rumoreggiava dintorno, pareva ricordargli che egli era sua
preda...
Quando egli fu arrivato a casa sua, l'esaltazione era caduta in un
grande sconforto. Ciò ch'egli sentiva, era di trovarsi in una
disposizione di spirito dalla quale sarebbe stato in suo potere il
passare alla passione, solo ch'egli avesse voluto; ma era appunto tale
volontà che egli si risolveva in quell'ora a non avere. In una rapida
intuizione, aveva misurata tutta la distanza che separava lui, vecchio
di spirito, sfiduciato, ammalato, da quella creatura gentile, all'alba
della vita, ignara degli abissi di miseria nei quali egli era caduto.
Egli sentiva di non poter dire: _io l'amo_; ma di poter dire
piuttosto: _io l'amerei_... In questa differenza grammaticale stava il
secreto di tutta la sua vita. Una condizione era posta alla sua
felicità: non avere avuta quella triste esperienza del mondo e di sè.
E come questo non ora possibile, egli non aveva il dritto di domandare
ciò di cui non era degno. Sedurre quella fanciulla, ottenerne l'amore
con la promessa del suo, sarebbe stata una profanazione, un crimine
inescusabile... Il cielo, nella sera saliente, si era fatto d'un
azzurro tenero, d'una sfumatura infinitamente delicata, e lo
scintillio degli astri era vivido e profondo. I fiori del suo piccolo
giardino profumavano la mite aura autunnale. Squisito come la tinta di
quel cielo, come il profumo di quei fiori, era il sogno che egli aveva
visto balenare un istante; ciò che la ragione comandava era che
restasse eternamente un sogno...
La risoluzione che Ermanno Raeli aveva presa quella sera domandava,
come principale condizione, che egli non vedesse la signorina di
Charmory. Invece, le promesse fatte alla contessa di Verdara, delle
quali questa aveva chiesto l'adempimento, lo misero di nuovo, fin da
qualche giorno dopo, in presenza di Massimiliana. Erano delle visite
alle chiese ed ai monumenti, escursioni a Monreale, a Solanto, per
tutti i dintorni più pittoreschi; delle lunghe trottate alle falde di
Monte Pellegrino, durante le quali l'intimità fra i varii componenti
della comitiva si stringeva naturalmente sempre di più. Le rare volte
che la viscontessa d'Archenval si sentiva un poco meglio, ella
prendeva parte a quelle gite, non abbandonando però quasi mai la sua
carrozza. Di poco maggiore della nipote, aveva un aspetto più
fanciullesco, a causa principalmente della malattia che l'aveva
avvizzita, accasciata e quasi rimpiccolita. Era di una magrezza
straordinaria; dei vuoti le si scavavano sotto gli occhi stanchi, le
mani erano ridotte d'una bianchezza e di una fragilità come di cera,
ed un brivido di freddo le serpeggiava sempre pel corpo, malgrado le
pelliccie ed i _plaids_ sotto ai quali si seppelliva, ed i soavi
tepori del sole siciliano. Il visconte, attirato dalla sua passione
per il giuoco, lasciava quasi sempre sole la moglie e la nipote, e
Giulio di Verdara accompagnava anche raramente la contessa. Egli
dichiarava di non comprendere nulla alle così dette bellezze
dell'arte, quantunque poi gli artisti nell'imbarazzo conoscessero per
prova la sua generosità. In tutto egli era così; sotto un sorriso
inalterabile, sotto le teorie graziosamente scettiche, nascondeva una
grande bontà, e se qualcuno credeva di prenderlo in contradizione,
scoprendo qualcuna delle sue buone azioni, egli rispondeva che anche
quelle erano delle _blagues_ e delle _corvées_.
Accanto alla signorina di Charmory i propositi di Ermanno si erano,
per via di continue transazioni, fiaccati. Fermo nel proposito di non
far nulla che potesse dimostrare alla giovanetta il sentimento destato
in lui, egli rimaneva estatico dinanzi alla sua grazia, alla sua
delicatezza, alla sua seduzione tutta spirituale, come di creatura
estranea al mondo sensibile. Col suo corpo esile, appena accennato
sotto le vesti severe, con la sua andatura un poco incerta, come di
sonnambula ignara del proprio cammino, ella pareva non aver presa
sulla terra. Nella conversazione, non si interessava agli avvenimenti
comuni della vita, a quei soggetti futili che formano il repertorio
quotidiano dei salotti; la sua parola era scelta e rara. E l'occhio si
perdeva continuamente dietro qualche cosa che ella soltanto poteva
vedere. Cosa strana, della quale non era possibile accorgersi sulle
prime: la signorina di Charmory non fissava mai i proprii sguardi su
quelli dei suoi interlocutori. Nel più vivo d'una conversazione, od
anche dinanzi ai più pittoreschi paesaggi, come quelli che le si
svolgevano dinanzi nelle sue corse per la Conca d'Oro, il suo sguardo
assumeva talvolta una fissità più grande; e argomenti di discussione o
accidenti di natura, tutto pareva sparisse per lei.
Ermanno si saturava del suo fascino sottile e misterioso; ora, la sua
risoluzione, sempre più indebolita, si era modificata: egli voleva
amare Massimiliana, d'un amore inconfessato, che doveva essere
tormento, ma anche delizia indicibile. Nel silenzio della campagna,
quando la piccola comitiva degli escursionisti sostava un poco, egli
porgeva l'orecchio ai deboli ed incerti rumori prodotti dall'aliare del
vento, dalla caduta delle ultime foglie, dal sommesso ronzìo
degl'insetti. Nella solitudine, come tutto taceva dentro di lui, egli
si chinava ad ascoltare il flebile concerto del germinante amore. Erano
delle voci fioche, sussurri indistinti, bisbigli carezzanti; era un
nome, sempre lo stesso, ripetuto pianissimo, ma incessantemente, con
una eguale intonazione di preghiera, di devozione, di umiltà, di
speranza... Allora, dinanzi alla visione d'un avvenire più lieto, tutta
la sua antica tristezza si ridestava, e il sentimento era così forte,
che egli sentiva come un'amarezza salirgli alla gola. Aveva avuta la
tentazione di scrivere dei versi su di ciò, e ideato già un
componimento che avrebbe dovuto intitolarsi _Il Calice_; ma non gli era
mai accaduto di apprezzare come allora la verità del giudizio che fa
dell'arte un esercizio di giuoco, un'attività fittizia incompatibile
con l'impeto delle impressioni reali. Così, quando la contessa di
Verdara gli ebbe chiesto di scrivere qualche verso nel suo album, egli
era stato nel più grande degl'imbarazzi. Farsi pregare gli sembrava
un'ostentazione; e da un'altra parte quel componimento che gli frullava
per il capo era troppo chiaro: una specie di confessione che tutti
avrebbero compresa. Poi, a tutto questo s'aggiungeva, più secreto e più
profondo, il sentimento del ridicolo che quello strano poeta trovava
nella poesia... Se gli uomini hanno un bisogno di elevazione, se tutto
ciò che esce dalla miseria di ogni giorno ha un prezzo ai loro occhi,
volentieri essi dileggiano coloro che conseguono le cose rare e che si
costituiscono una superiorità di eccezione. Il nome di poeta, suprema
ambizione dei cuori sensibili, finisce così per essere sinonimo di
stravagante, e l'ammirazione per chi ci procura dei momenti di puro
gaudio spirituale si complica d'un certo compatimento beffardo. È una
delle infinite contradizioni umane di cui pochi s'accorgono, ma che uno
spirito critico come quello di Ermanno doveva avvertire fino alla
sofferenza. Poeta, egli aveva quasi vergogna di sentirsi chiamare con
questo nome, si sentiva a disagio allo stesso modo che se si fosse
trovato un giorno per le vie vestito della bianca tunica dei secoli
antichi, con una cetra fra le mani e il capo incoronato d'alloro...
Alle cortesi insistenze della contessa, egli aveva finalmente risposto
adoperando un piccolo artifizio: finse d'aver voltato dal tedesco di
Steiblig--un nome di sua invenzione--quel sonetto del _Calice_ che
trascrisse nell'album della signora di Verdara firmandolo: Ermanno
Raeli, _traduttore_:
Versato avea nel calice del cuore
La vita ogni amarezza: il corrosivo
Pianto, il Rimorso sordo accusatore,
La Nostalgia d'un cielo fuggitivo.
Ma come in uno strato inferiore
A fiocco a fiocco sempre l'adustivo
Fecciume scende, e il torbido liquore
Riede col tempo al suo nitor nativo,
Così del cuore il fiel pesantemente
Si raccolse nel fondo inesplorato
E ristagnò la calma vitrescente.
Or d'uno sguardo la potenza sola
I recessi del cuore ha penetrato
E il gusto amaro mi ritorna in gola...
Malgrado il suo stratagemma, egli temeva sempre che l'allusione fosse
afferrata; ma finì col rassicurarsi completamente. Giulio di Verdara
gli aveva risparmiate le sue osservazioni, e la contessa pareva tanto
caduta nell'inganno, che lo aveva cortesemente rimproverato di non
avergli dato dei versi originali. Anche la signorina di Charmory li
aveva letti; ma nulla faceva sospettare ch'ella avesse afferrato il
vero senso di quelle parole. Il suo spirito sembrava sempre assente
dalla circostante realtà; e, quanto ai suoi rapporti con Ermanno
Raeli, Massimiliana non cercava nè sfuggiva la sua conversazione;
quando s'impegnava, questa non era nè brillante nè varia; non verteva
su fatti, ma sopra idee. Nella eleganza mondana d'un salotto alla
moda, la giovane straniera metteva ancora un contrasto; la sua grazia
pareva austera nella futilità dell'ambiente, ed ella era come un poco
isolata da tutti. In questa specie di impenetrabilità, Ermanno aveva
finito per fondare un pericoloso sofisma. Se egli era per la signorina
di Charmory un indifferente, una conoscenza come tutte le altre, che
ragione di temere avrebbe egli avuta?.. Egli non si diceva che
quell'indifferenza ora considerata compiacentemente, avrebbe potuto
presto o tardi formare nel suo intimo un soggetto di disperazione; che
tutti i suoi voti sarebbero stati perchè si dissipasse; egli non
voleva pensare all'avvenire; non domandava altro che l'estasi di quei
giorni durasse. La voce profonda diceva di troncare sul nascere ogni
speranza, di sottrarsi ad ogni lusinga; e talvolta egli si chiudeva
per qualche giorno nella sua solitudine, cercava di riprendere le
occupazioni di un tempo; ma tutto gli pareva ora inutile e vuoto. Con
uno di quei rapidi voltafaccia così naturali in lui, non gli sembrava
più possibile di vivere se non nell'intimità di altri esseri; ed era
un affetto fraterno che lo aveva legato ai Verdara, come se fra essi
gustasse per la prima volta, dopo la morte dei suoi, le gioie serene
della famiglia.
Ma passare accanto a Massimiliana di Charmory in mezzo alla folla, e
non accorgersi di nessuno, non sospettare neanche le altre esistenze;
essere tutto all'incanto di una comunione spirituale, col vivo
sentimento che essa avrebbe formato il più puro profumo della
ricordanza: era una di quelle cose che lo riconciliavano con la vita.
Questo, anche meno, gli bastava. Solo, lontano da lei, il ricordarla,
il ricostruire tutte le frasi che ella aveva pronunziate, il
raffigurarsela in tutti gli atteggiamenti che aveva presi, il chiudere
gli occhi e pensare soltanto: «Ella esiste,» lo manteneva in uno stato
di beatitudine, di fiducia così salda, che egli si sentiva diventato
veramente un altr'uomo.