V.

La contessa Rosalia di Verdara abitava un elegante villino in fondo a

quella strada della Libertà che è stata così rapidamente popolata di

costruzioni graziose. La fabbrica era condotta su quella maniera

arabo-normanno-sicula che, malgrado la mescolanza di tanti elementi,

si considera come uno stile a parte, tanto essa è caratteristica di

tutto un felice periodo di civiltà. Internamente, la leggiadra

fantasia della padrona di casa aveva messo da per tutto la sua

impronta. Linee spezzate, capricciose, ma armonizzanti nella loro

apparente confusione; delle concessioni intelligenti al gusto

modernissimo per il _bibelot_ antico od esotico, una ricchezza sobria

di stoffe e di mobili, una larga parte fatta all'arte contemporanea:

erano questi i caratteri che davano un aspetto particolare alle sale

della contessa.

Bisognava che ella fosse vista in quell'ambiente suo proprio, perchè

si potesse giudicarla al suo giusto valore. Aveva una di quelle

fisonomie mutabilissime che da un istante all'altro sono capaci di

produrre un'impressione diversa. Analizzata a parte a parte e

minutamente, non sarebbe parsa bella; ma vista in casa sua, con

l'indefinibile adattamento dell'espressione all'ambiente, nelle

tolette di ricevimento o meglio ancora negli abiti da camera delle

visite più confidenziali, l'irregolarità dei suoi tratti sembrava più

simpatica e geniale, la sua grazia più squisita, il suo spirito più

brillante ed acuto.

Quel mercoledì seguente alla visita del Museo, la contessa avrebbe

dato qualche cosa per dividere cotesta sicurezza. La forza

dell'interesse personale è tanta, e il timore di non poterne

conseguire la soddisfazione nasce e s'ingigantisce così facilmente,

che le cose sulle quali si è fatto più grande e sicuro assegnamento,

si vedono messe in forse ad un tratto. Un interesse ancora secreto e

quasi incosciente persuadeva Rosalia di Verdara ad assicurarsi della

propria seduzione; ma, più aveva bisogno di contar su di essa, più ne

dubitava. Qualcuna delle sue amiche che si seguivano nel suo salottino

le aveva detto, in un abbraccio affettuoso che era anche un mezzo di

esaminar da vicino la qualità del velluto del suo abito nero a

_tablier_ e _quille_ di _jais_, dal corpetto alla Watteau, e il gusto

dei gioielli portati da lei: «Tu sei oggi un amore!» ma quegli elogi

fatti con una grande espansione non la rassicuravano punto; più valore

avrebbero avuto se fossero stati pronunziati a mezza voce, con quello

stento che in simili casi è un sintomo di sincerità.

Ermanno Raeli sarebbe venuto da lei? Questa era la domanda che ella si

rivolgeva. E perchè la possibilità di quella visita le toglieva un

poco della padronanza di sè?... In quei giorni, la figura del giovane

le era più d'una volta tornata alla memoria. Ella non riusciva a

spiegarsi quella specie di enimma vivente, quell'uomo nella pienezza

della vita che si teneva in una rigida clausura, che proseguiva delle

aride cose quando tutto gli avrebbe sorriso dintorno... O meglio, ella

credeva di spiegarselo: era forse una ricerca di originalità, la

soluzione da lui data al problema che occupa la mente degli uomini:

rendersi interessanti!.. Ma, nello stesso tempo che si applaudiva

della sua chiaroveggenza per cui era messa sulle difese, si dava una

fuggevole occhiata al grande specchio decorato che stava disposto

vicino al suo seggiolone favorito... Nessuna, intanto, di quelle

visitatrici avrebbe potuto sorprendere nulla della leggiera

preoccupazione in cui ella si trovava. In mezzo alla gente, la

contessa aveva tutto il suo brio, tutto il suo spirito più fresco e

più vivo; da sola animava il piccolo mondo raccolto intorno a lei,

mettendo le sue conoscenze in relazione tra loro con garbo facile e

accorto, creando dei piccoli gruppi che di tanto in tanto faceva

abilmente concorrere alla conversazione generale, interessando le

persone col parlare a ciascuno di ciò che poteva riuscir più gradito,

dimostrando sopra ogni cosa la grande virtù del sapere ascoltare.

Soltanto, ogni volta che il domestico sollevava la cortina,

annunziando una nuova visita, ella porgeva attento orecchio al nome

pronunziato. Ma andando incontro alle amiche, stendendo la mano dal

suo posto agli uomini, ella non dimostrava preferenze: egualmente

affettuosi erano i sorrisi ed egualmente cordiali gli _shake-hands_

scambiati. Nondimeno, annunziatasi la signorina di Charmory, nessuno

si era stupito vedendola alzarsi vivamente, andarle incontro e

baciarla con effusione. Erano quasi due sorelle; avevano fatto

conoscenza a Parigi, dove Giulio di Verdara era stato alcun tempo

addetto d'ambasciata; e come Massimiliana era giunta a Palermo, la

contessa l'aveva accolta a braccia aperte. A Palermo, la signorina di

Charmory era venuta con suo zio, il visconte d'Archenval, che da

qualche anno conduceva per tutte le stazioni climatiche d'Europa la

propria moglie, affetta da una malattia incurabile. La zia di

Massimiliana era figlia del duca Gastone di Précourt, che non era

venuto in Sicilia. Forse per le lunghe sofferenze della viscontessa, o

forse ancora per le inveterate abitudini di un cosmopolitismo

errabondo, questa famiglia pareva un poco disorganizzata. Il duca se

ne stava lontano, ed era già molto se di tanto in tanto chiedeva, con

un secco telegramma, notizie della salute della figliuola. Il visconte

si era subito fatto presentare ai circoli, dove passava le sue

giornate e le sue notti ai tavolini ed ai bigliardi, giuocando

disperatamente. Vero tipo di _viveur_, già sciupato a quarant'anni,

egli era diventato subito l'idolo di una certa società di eleganti, di

giuocatori, di _clubmen_, che ne avevano fatto il loro modello e ne

studiavano attentamente i modi di fare, di vestirsi e di discorrere.

Al passeggio, lo si vedeva sugli _stages_ di questo o di quel signore,

guidare con polso fermo e con occhio esperto un _four in hand_; a

teatro, la sua testa da cameo, incorniciata di capelli ancora

biondastri che parevano incipriati, si affacciava un poco per volta da

tutti i palchi dell'aristocrazia, e non v'era festa, o cerimonia, o

partita di piacere, a cui egli mancasse. Con l'abitudine di questa

vita, è facile supporre che alla morte di sua sorella vedova di

Charmory, l'assumere su di sè l'educazione di Massimiliana, rimasta

povera e sola, non dovesse costargli molto. Tenerla, fino a quando era

possibile, in collegio; lasciarla poi in compagnia della moglie:

questa era stata la soluzione che egli aveva trovata; soluzione tanto

più facile, quanto la reciproca compagnia che le due donne si facevano

lasciava lui più libero e meno responsabile.

Però, a giudicarne dalla loro vita di Palermo, i legami fra le due

fanciulle--quantunque maritata, la viscontessa d'Archenval aveva tutta

l'aria di una ragazza--non parevano molto intimi. La signorina di

Charmory era quasi sempre con la contessa, in giro per la città, nei

dintorni, o più semplicemente a pranzo, a teatro; mentre la zia usciva

di rado, sola, nella carrozza di rimessa che era ogni giorno a sua

disposizione, e passava il suo tempo nel raccoglimento un po' da

ospedale dell'_Hôtel des Palmes_. Quel giorno appunto la signorina di

Charmory, entrando nel salotto della contessa, diceva all'amica che la

zia l'aveva lasciata al cancello, non fidandosi di sostenere una

conversazione. Da ogni parte, allora, delle esclamazioni di compianto

si levavano; tutti però erano sicuri che il clima di Sicilia avrebbe

fatto un miracolo restituendo la salute a quella povera e buona

signora.

La conversazione si era fatta generale, la contessa di Verdara parlava

a bassa voce con la sua giovane amica che si teneva vicina; quando il

domestico, sopravvenendo, annunziò ad un tratto Ermanno Raeli.

Nell'attenzione generale con cui gli astanti si erano rivolti verso

l'uscio, il piccolo sussulto che la contessa non era riuscita a

frenare passò inosservato. Tutti conoscevano, in quella società, o

personalmente o per fama, Ermanno Raeli; nessuno si sarebbe aspettato

però di vederlo arrivare lì in mezzo. Lo si sapeva un solitario, un

contemplativo, un filosofo rifuggente dal consorzio degli uomini; non

lo si era mai visto in quel mondo di cui la sua nascita gli avrebbe

dischiuse le porte. Nel concetto dei più, Ermanno era uno spirito

superiore; ma, come il riconoscimento della più evidente superiorità

non è mai senza qualche riserva, che si risolve in fondo

nell'attribuire un'altra superiorità a sè stessi, gli eleganti

raccolti nel salotto della signora di Verdara aspettavano l'entrata di

Ermanno Raeli per coglierlo in fallo almeno nella scienza del mondo.

Essi furono disillusi completamente. La naturale riservatezza

dell'indole, il lungo soggiorno in paesi stranieri che da una parte la

aveva accresciuta, dandogli dall'altra la pratica delle forme,

facevano di Ermanno, in società, una personalità fuori del comune; con

una correttezza inappuntabile, egli si manteneva estraneo ad ogni

partito od influenza. Passato il primo momento di attesa; visto che

egli si presentava come ogni altro, che sosteneva fermamente gli

sguardi indagatori fissati su di lui, che non veniva a discorrere di

filosofia o di estetica in una adunanza di signore, ma che prestava un

eguale ascolto a tutto ciò che si diceva, mettendo di tratto in tratto

nel discorso una sua qualche frase sobria ed originale, i curiosi,

disingannati, lasciarono di osservarlo.

Anch'egli, in quel momento, ricuperava una relativa libertà di

spirito. Uscendo, il giorno della visita, dal Museo nazionale,

lasciata la contessa e la sua giovane amica, egli si era sentito in

preda a una profonda e indefinibile agitazione. In ogni stato

dell'animo, la coscienza è in ragione inversa della intensità; più

un'impressione è potente, meno si può rendersene conto. L'impressione

che quell'incontro, dapprima indifferente, aveva finito per produrre

in Ermanno, era stato troppo forte perchè egli potesse aver cognizione

di ciò che si operava in lui, e sceverare il timore dal piacere, lo

stupore dall'attesa... La sua mente non era occupata se non da

imagini: le figure supremamente graziose delle due donne con le quali

egli aveva passata un'ora di intellettuale intimità. Durante tutto il

tempo che era seguito, egli aveva rivissuta continuamente quell'ora,

con la stessa intensità della prima volta, e quelle imagini così

profondamente impresse avevano finito per obbiettivarsi, popolando, in

una specie di allucinazione, la solitudine del suo quartierino,

apparendo fra mezzo al verde un poco passato del suo giardino,

seguendolo nel suo studio e mettendoglisi innanzi a intrattenerlo con

muti sorrisi quando egli tentava di occuparsi. Una rivoluzione si era

operata dentro di lui, egli aveva trascorsi quei giorni in una specie

di fluttuazione ideale, incapace com'era a resistere o ad abbandonarsi

agl'impulsi di cui non si rendeva ragione. Quel pomeriggio stesso, era

stato inconsciamente, quasi automaticamente, che egli aveva ordinato

al cocchiere di dirigersi verso Porta Macqueda; egli non aveva per

nulla deciso di recarsi dalla contessa, si proponeva di voltare

indietro appena giunto dinanzi alla sua villa, o di passar oltre.

Com'era avvenuto dunque che dinanzi al cancello egli avesse fatto

fermare la carrozza?... Quando noi crediamo di essere più

indifferenti, e liberi di apprenderci a un partito piuttosto che

all'altro, cerchiamo dunque d'ingannarci da noi stessi, ed il nostro

partito è già preso irrevocabilmente? O nei momenti decisivi qualche

cosa sorge dal fondo dell'incosciente per sospingerci in una certa

via, come un'improvvisa corrente magnetica la quale sorga a

distogliere dalla sua naturale orientazione l'ago calamitato?... La

successione dei sentimenti, per Ermanno, era stata rapidissima. Appena

uscito dalla sua incertezza, appena messo piede a terra, una specie

d'ambascia erasi impadronita di lui, un terrore di andare incontro a

qualche cosa d'arcano, un pentimento della sua risoluzione, e una

tentazione imperiosa di tornare indietro. Se fosse stato possibile, se

il portiere non gli fosse venuto incontro cavandosi rispettosamente il

berretto, egli avrebbe obbedito a quella tentazione. Nitidamente, egli

aveva scorto il motivo della sua paura: la possibilità che in casa

della contessa si trovasse la signorina di Charmory. Fino a quel

momento, le figure delle due donne gli si erano presentate insieme al

ricordo, la sua attenzione si era portata, od aveva creduto portarsi

indifferentemente sull'una e sull'altra. Ora, uno sdoppiamento si

operava; poichè, sul punto di trovarsi in presenza della signora di

Verdara il suo spirito restava tranquillo; mentre la sola idea che la

signorina di Charmory potesse essere presso l'amica, lo gettava in un

turbamento profondo...

Prima di entrare nel salotto, la confusione delle sue idee era

pervenuta al massimo grado. Entrato, scorta la giovane straniera,

presentati i suoi saluti, l'agitazione si era venuta sedando per dar

luogo ad una sensazione sempre più profonda di sollievo, di benessere,

di confidenza, di serenità deliziosa. Quella sensazione si accresceva,

perveniva al suo massimo grado quando, sul tardi, andati via i

visitatori indifferenti, egli era rimasto solo con le due donne.

«Rieccoci dunque insieme i _touristes_ dell'altra volta!» aveva

esclamato, sorridendogli e prendendo fra le sue una mano dell'amica,

la contessa Rosalia. «Maxette deve ancora veder tutto di Palermo,»

riprese ella, «e la mia ignoranza mi atterrisce. Per fortuna, abbiamo

nel signor Raeli la più intelligente e la più amabile delle guide...»

Ermanno si era inclinato, ringraziando; ma la signora di Verdara

continuò: «Non creda che si sbarazzerà presto di noi! La sequestriamo

addirittura; non è vero, Maxette? La colpa è anche un po' sua; se non

fosse stato così compiacente, non sarremmo adesso tentate di abusare

di lei!» Allora, col suo leggiero accento straniero che era una grazia

di più, la signorina di Charmory aveva soggiunto: «Il signore è stato

veramente assai gentile...» Nell'ambiente grazioso e raccolto, accanto

alle due giovani che si tenevano per mano e gli dicevano delle cose

lusinghiere, Ermanno si difendeva debolmente contro la dolcezza

dell'ora. Il giorno tramontava; un cielo d'ametista si scorgeva

dall'alto delle finestre, che ad un ordine della contessa furono

chiuse, mentre le lampade dai cappucci rosei ed azzurri venivano

accese. L'aria d'intimità si faceva più grande e la conversazione

diveniva più espansiva. Ermanno proponeva alle due amabili

interlocutrici un itinerario di visite e di escursioni; ad ogni

allusione che faceva intorno alle antichità dell'arte, la contessa

chinava un poco il capo, vergognosamente, confessando la propria

ignoranza; mentre la signorina di Charmory dimostrava una perfetta

conoscenza del paese che era venuta a visitare. «Ha letto l'Amari?...

Ha letto il Di Marzo?...» le chiedeva Ermanno, ed ella rispondeva di

sì. La conversazione di lei era fatta, più che d'altro, di risposte;

ma non era evidentemente la timidità che la faceva tacere, che la

lasciava come assorta in un pensiero recondito. Ermanno si sorprendeva

invece di tratto in tratto a parlare con una facilità della quale si

stupiva pel primo. Dalle antichità di Palermo e della Sicilia, il

discorso era passato alle questioni dell'arte contemporanea, ed in

tutto la signorina di Charmory manifestava delle opinioni profonde,

che quasi sempre corrispondevano con le sue. Talvolta, egli sentiva di

essere d'un altro parere, e non era per lui un soggetto di minor

meraviglia l'accorgersi di sviluppare gli argomenti favorevoli alle

teorie contrarie alle proprie. Era l'antico dilettantismo critico che

rinasceva, la naturale disposizione ad ammettere tutto e a tutto

legittimare, o una conversione temporanea, compiutasi sotto l'impero

della seduzione che si esercitava su di lui?... Egli non aveva l'agio

di pensare a tutto questo, nel delizioso infiacchimento della volontà

che lo aveva guadagnato a poco a poco e che gli aveva impedito di

congedarsi malgrado l'avanzarsi dell'ora.

Prendendo parte alla conversazione, la contessa serviva il the ai suoi

amici, e ad un tratto sopravvenne Giulio di Verdara. «Ci sei

capitato!» esclamò, con un risolino, nello scorgere Ermanno; poi,

rivoltosi alla signorina Massimiliana: «È lei,» aggiunse, «che ha

avuta la virtù di _apprivoiser_ l'amico mio!» La contessa reclamava

allora la sua parte di merito. «In verità, ci siamo messe in due ad

abusare della sua cortesia!...» e come Ermanno cercava di protestare,

il conte lo interrompeva, dicendo che le sue proteste erano inutili:

non le credeva! Egli sviluppava questa teoria: che nel consorzio così

detto civile tutto è _posa_, tutto è _corvée_. Non era una _corvée_

quella della signorina di Charmory, di starlo a sentire? Non era una

_corvée_ quella di Ermanno, che avrebbe voluto essere a casa, a

scrivere un capitolo della sua storia dell'arte?.. Versato allora

sollecitamente il the in un'altra tazza, la contessa era venuta a

presentarla al marito: «E questa è la _corvée_ mia, di offrirti un the

che non meriti!...» Allora, rivolgendosi agli altri come per invocare

la loro testimonianza: «Vedete?» riprese immediatamente Giulio, «ecco

una decozione medicinale che si è convenuto di trovare deliziosa.

Bisogna sorbirla, perchè è _chic_. Quando io vi dicevo!...»

Un grazioso sorriso era spuntato sulle labbra abitualmente serie della

signorina di Charmory, e fu pel suo contagio, più che per la simpatia

di quella piccola scena tra marito e moglie, che Ermanno aveva sorriso

anch'egli. Ma, al rumore di una carrozza che si avvicinava e che

veniva ad arrestarsi dinanzi alla villa, fatto uno sforzo su di sè

stesso, egli si alzò. «Si salva?...» esclamava la contessa. «Ha

ragione! chissà quante ne sentirebbe!...» Poi, stringendogli la mano:

«Badi che io tengo a tutte le sue promesse...» E mentre Giulio di

Verdara insisteva nel suo scherzo, la signorina di Charmory stringeva

anch'essa un poco, con la sua mano guantata, la mano del giovane.

Ermanno Raeli · 第 15 / 37 题