La contessa Rosalia di Verdara abitava un elegante villino in fondo a
quella strada della Libertà che è stata così rapidamente popolata di
costruzioni graziose. La fabbrica era condotta su quella maniera
arabo-normanno-sicula che, malgrado la mescolanza di tanti elementi,
si considera come uno stile a parte, tanto essa è caratteristica di
tutto un felice periodo di civiltà. Internamente, la leggiadra
fantasia della padrona di casa aveva messo da per tutto la sua
impronta. Linee spezzate, capricciose, ma armonizzanti nella loro
apparente confusione; delle concessioni intelligenti al gusto
modernissimo per il _bibelot_ antico od esotico, una ricchezza sobria
di stoffe e di mobili, una larga parte fatta all'arte contemporanea:
erano questi i caratteri che davano un aspetto particolare alle sale
della contessa.
Bisognava che ella fosse vista in quell'ambiente suo proprio, perchè
si potesse giudicarla al suo giusto valore. Aveva una di quelle
fisonomie mutabilissime che da un istante all'altro sono capaci di
produrre un'impressione diversa. Analizzata a parte a parte e
minutamente, non sarebbe parsa bella; ma vista in casa sua, con
l'indefinibile adattamento dell'espressione all'ambiente, nelle
tolette di ricevimento o meglio ancora negli abiti da camera delle
visite più confidenziali, l'irregolarità dei suoi tratti sembrava più
simpatica e geniale, la sua grazia più squisita, il suo spirito più
brillante ed acuto.
Quel mercoledì seguente alla visita del Museo, la contessa avrebbe
dato qualche cosa per dividere cotesta sicurezza. La forza
dell'interesse personale è tanta, e il timore di non poterne
conseguire la soddisfazione nasce e s'ingigantisce così facilmente,
che le cose sulle quali si è fatto più grande e sicuro assegnamento,
si vedono messe in forse ad un tratto. Un interesse ancora secreto e
quasi incosciente persuadeva Rosalia di Verdara ad assicurarsi della
propria seduzione; ma, più aveva bisogno di contar su di essa, più ne
dubitava. Qualcuna delle sue amiche che si seguivano nel suo salottino
le aveva detto, in un abbraccio affettuoso che era anche un mezzo di
esaminar da vicino la qualità del velluto del suo abito nero a
_tablier_ e _quille_ di _jais_, dal corpetto alla Watteau, e il gusto
dei gioielli portati da lei: «Tu sei oggi un amore!» ma quegli elogi
fatti con una grande espansione non la rassicuravano punto; più valore
avrebbero avuto se fossero stati pronunziati a mezza voce, con quello
stento che in simili casi è un sintomo di sincerità.
Ermanno Raeli sarebbe venuto da lei? Questa era la domanda che ella si
rivolgeva. E perchè la possibilità di quella visita le toglieva un
poco della padronanza di sè?... In quei giorni, la figura del giovane
le era più d'una volta tornata alla memoria. Ella non riusciva a
spiegarsi quella specie di enimma vivente, quell'uomo nella pienezza
della vita che si teneva in una rigida clausura, che proseguiva delle
aride cose quando tutto gli avrebbe sorriso dintorno... O meglio, ella
credeva di spiegarselo: era forse una ricerca di originalità, la
soluzione da lui data al problema che occupa la mente degli uomini:
rendersi interessanti!.. Ma, nello stesso tempo che si applaudiva
della sua chiaroveggenza per cui era messa sulle difese, si dava una
fuggevole occhiata al grande specchio decorato che stava disposto
vicino al suo seggiolone favorito... Nessuna, intanto, di quelle
visitatrici avrebbe potuto sorprendere nulla della leggiera
preoccupazione in cui ella si trovava. In mezzo alla gente, la
contessa aveva tutto il suo brio, tutto il suo spirito più fresco e
più vivo; da sola animava il piccolo mondo raccolto intorno a lei,
mettendo le sue conoscenze in relazione tra loro con garbo facile e
accorto, creando dei piccoli gruppi che di tanto in tanto faceva
abilmente concorrere alla conversazione generale, interessando le
persone col parlare a ciascuno di ciò che poteva riuscir più gradito,
dimostrando sopra ogni cosa la grande virtù del sapere ascoltare.
Soltanto, ogni volta che il domestico sollevava la cortina,
annunziando una nuova visita, ella porgeva attento orecchio al nome
pronunziato. Ma andando incontro alle amiche, stendendo la mano dal
suo posto agli uomini, ella non dimostrava preferenze: egualmente
affettuosi erano i sorrisi ed egualmente cordiali gli _shake-hands_
scambiati. Nondimeno, annunziatasi la signorina di Charmory, nessuno
si era stupito vedendola alzarsi vivamente, andarle incontro e
baciarla con effusione. Erano quasi due sorelle; avevano fatto
conoscenza a Parigi, dove Giulio di Verdara era stato alcun tempo
addetto d'ambasciata; e come Massimiliana era giunta a Palermo, la
contessa l'aveva accolta a braccia aperte. A Palermo, la signorina di
Charmory era venuta con suo zio, il visconte d'Archenval, che da
qualche anno conduceva per tutte le stazioni climatiche d'Europa la
propria moglie, affetta da una malattia incurabile. La zia di
Massimiliana era figlia del duca Gastone di Précourt, che non era
venuto in Sicilia. Forse per le lunghe sofferenze della viscontessa, o
forse ancora per le inveterate abitudini di un cosmopolitismo
errabondo, questa famiglia pareva un poco disorganizzata. Il duca se
ne stava lontano, ed era già molto se di tanto in tanto chiedeva, con
un secco telegramma, notizie della salute della figliuola. Il visconte
si era subito fatto presentare ai circoli, dove passava le sue
giornate e le sue notti ai tavolini ed ai bigliardi, giuocando
disperatamente. Vero tipo di _viveur_, già sciupato a quarant'anni,
egli era diventato subito l'idolo di una certa società di eleganti, di
giuocatori, di _clubmen_, che ne avevano fatto il loro modello e ne
studiavano attentamente i modi di fare, di vestirsi e di discorrere.
Al passeggio, lo si vedeva sugli _stages_ di questo o di quel signore,
guidare con polso fermo e con occhio esperto un _four in hand_; a
teatro, la sua testa da cameo, incorniciata di capelli ancora
biondastri che parevano incipriati, si affacciava un poco per volta da
tutti i palchi dell'aristocrazia, e non v'era festa, o cerimonia, o
partita di piacere, a cui egli mancasse. Con l'abitudine di questa
vita, è facile supporre che alla morte di sua sorella vedova di
Charmory, l'assumere su di sè l'educazione di Massimiliana, rimasta
povera e sola, non dovesse costargli molto. Tenerla, fino a quando era
possibile, in collegio; lasciarla poi in compagnia della moglie:
questa era stata la soluzione che egli aveva trovata; soluzione tanto
più facile, quanto la reciproca compagnia che le due donne si facevano
lasciava lui più libero e meno responsabile.
Però, a giudicarne dalla loro vita di Palermo, i legami fra le due
fanciulle--quantunque maritata, la viscontessa d'Archenval aveva tutta
l'aria di una ragazza--non parevano molto intimi. La signorina di
Charmory era quasi sempre con la contessa, in giro per la città, nei
dintorni, o più semplicemente a pranzo, a teatro; mentre la zia usciva
di rado, sola, nella carrozza di rimessa che era ogni giorno a sua
disposizione, e passava il suo tempo nel raccoglimento un po' da
ospedale dell'_Hôtel des Palmes_. Quel giorno appunto la signorina di
Charmory, entrando nel salotto della contessa, diceva all'amica che la
zia l'aveva lasciata al cancello, non fidandosi di sostenere una
conversazione. Da ogni parte, allora, delle esclamazioni di compianto
si levavano; tutti però erano sicuri che il clima di Sicilia avrebbe
fatto un miracolo restituendo la salute a quella povera e buona
signora.
La conversazione si era fatta generale, la contessa di Verdara parlava
a bassa voce con la sua giovane amica che si teneva vicina; quando il
domestico, sopravvenendo, annunziò ad un tratto Ermanno Raeli.
Nell'attenzione generale con cui gli astanti si erano rivolti verso
l'uscio, il piccolo sussulto che la contessa non era riuscita a
frenare passò inosservato. Tutti conoscevano, in quella società, o
personalmente o per fama, Ermanno Raeli; nessuno si sarebbe aspettato
però di vederlo arrivare lì in mezzo. Lo si sapeva un solitario, un
contemplativo, un filosofo rifuggente dal consorzio degli uomini; non
lo si era mai visto in quel mondo di cui la sua nascita gli avrebbe
dischiuse le porte. Nel concetto dei più, Ermanno era uno spirito
superiore; ma, come il riconoscimento della più evidente superiorità
non è mai senza qualche riserva, che si risolve in fondo
nell'attribuire un'altra superiorità a sè stessi, gli eleganti
raccolti nel salotto della signora di Verdara aspettavano l'entrata di
Ermanno Raeli per coglierlo in fallo almeno nella scienza del mondo.
Essi furono disillusi completamente. La naturale riservatezza
dell'indole, il lungo soggiorno in paesi stranieri che da una parte la
aveva accresciuta, dandogli dall'altra la pratica delle forme,
facevano di Ermanno, in società, una personalità fuori del comune; con
una correttezza inappuntabile, egli si manteneva estraneo ad ogni
partito od influenza. Passato il primo momento di attesa; visto che
egli si presentava come ogni altro, che sosteneva fermamente gli
sguardi indagatori fissati su di lui, che non veniva a discorrere di
filosofia o di estetica in una adunanza di signore, ma che prestava un
eguale ascolto a tutto ciò che si diceva, mettendo di tratto in tratto
nel discorso una sua qualche frase sobria ed originale, i curiosi,
disingannati, lasciarono di osservarlo.
Anch'egli, in quel momento, ricuperava una relativa libertà di
spirito. Uscendo, il giorno della visita, dal Museo nazionale,
lasciata la contessa e la sua giovane amica, egli si era sentito in
preda a una profonda e indefinibile agitazione. In ogni stato
dell'animo, la coscienza è in ragione inversa della intensità; più
un'impressione è potente, meno si può rendersene conto. L'impressione
che quell'incontro, dapprima indifferente, aveva finito per produrre
in Ermanno, era stato troppo forte perchè egli potesse aver cognizione
di ciò che si operava in lui, e sceverare il timore dal piacere, lo
stupore dall'attesa... La sua mente non era occupata se non da
imagini: le figure supremamente graziose delle due donne con le quali
egli aveva passata un'ora di intellettuale intimità. Durante tutto il
tempo che era seguito, egli aveva rivissuta continuamente quell'ora,
con la stessa intensità della prima volta, e quelle imagini così
profondamente impresse avevano finito per obbiettivarsi, popolando, in
una specie di allucinazione, la solitudine del suo quartierino,
apparendo fra mezzo al verde un poco passato del suo giardino,
seguendolo nel suo studio e mettendoglisi innanzi a intrattenerlo con
muti sorrisi quando egli tentava di occuparsi. Una rivoluzione si era
operata dentro di lui, egli aveva trascorsi quei giorni in una specie
di fluttuazione ideale, incapace com'era a resistere o ad abbandonarsi
agl'impulsi di cui non si rendeva ragione. Quel pomeriggio stesso, era
stato inconsciamente, quasi automaticamente, che egli aveva ordinato
al cocchiere di dirigersi verso Porta Macqueda; egli non aveva per
nulla deciso di recarsi dalla contessa, si proponeva di voltare
indietro appena giunto dinanzi alla sua villa, o di passar oltre.
Com'era avvenuto dunque che dinanzi al cancello egli avesse fatto
fermare la carrozza?... Quando noi crediamo di essere più
indifferenti, e liberi di apprenderci a un partito piuttosto che
all'altro, cerchiamo dunque d'ingannarci da noi stessi, ed il nostro
partito è già preso irrevocabilmente? O nei momenti decisivi qualche
cosa sorge dal fondo dell'incosciente per sospingerci in una certa
via, come un'improvvisa corrente magnetica la quale sorga a
distogliere dalla sua naturale orientazione l'ago calamitato?... La
successione dei sentimenti, per Ermanno, era stata rapidissima. Appena
uscito dalla sua incertezza, appena messo piede a terra, una specie
d'ambascia erasi impadronita di lui, un terrore di andare incontro a
qualche cosa d'arcano, un pentimento della sua risoluzione, e una
tentazione imperiosa di tornare indietro. Se fosse stato possibile, se
il portiere non gli fosse venuto incontro cavandosi rispettosamente il
berretto, egli avrebbe obbedito a quella tentazione. Nitidamente, egli
aveva scorto il motivo della sua paura: la possibilità che in casa
della contessa si trovasse la signorina di Charmory. Fino a quel
momento, le figure delle due donne gli si erano presentate insieme al
ricordo, la sua attenzione si era portata, od aveva creduto portarsi
indifferentemente sull'una e sull'altra. Ora, uno sdoppiamento si
operava; poichè, sul punto di trovarsi in presenza della signora di
Verdara il suo spirito restava tranquillo; mentre la sola idea che la
signorina di Charmory potesse essere presso l'amica, lo gettava in un
turbamento profondo...
Prima di entrare nel salotto, la confusione delle sue idee era
pervenuta al massimo grado. Entrato, scorta la giovane straniera,
presentati i suoi saluti, l'agitazione si era venuta sedando per dar
luogo ad una sensazione sempre più profonda di sollievo, di benessere,
di confidenza, di serenità deliziosa. Quella sensazione si accresceva,
perveniva al suo massimo grado quando, sul tardi, andati via i
visitatori indifferenti, egli era rimasto solo con le due donne.
«Rieccoci dunque insieme i _touristes_ dell'altra volta!» aveva
esclamato, sorridendogli e prendendo fra le sue una mano dell'amica,
la contessa Rosalia. «Maxette deve ancora veder tutto di Palermo,»
riprese ella, «e la mia ignoranza mi atterrisce. Per fortuna, abbiamo
nel signor Raeli la più intelligente e la più amabile delle guide...»
Ermanno si era inclinato, ringraziando; ma la signora di Verdara
continuò: «Non creda che si sbarazzerà presto di noi! La sequestriamo
addirittura; non è vero, Maxette? La colpa è anche un po' sua; se non
fosse stato così compiacente, non sarremmo adesso tentate di abusare
di lei!» Allora, col suo leggiero accento straniero che era una grazia
di più, la signorina di Charmory aveva soggiunto: «Il signore è stato
veramente assai gentile...» Nell'ambiente grazioso e raccolto, accanto
alle due giovani che si tenevano per mano e gli dicevano delle cose
lusinghiere, Ermanno si difendeva debolmente contro la dolcezza
dell'ora. Il giorno tramontava; un cielo d'ametista si scorgeva
dall'alto delle finestre, che ad un ordine della contessa furono
chiuse, mentre le lampade dai cappucci rosei ed azzurri venivano
accese. L'aria d'intimità si faceva più grande e la conversazione
diveniva più espansiva. Ermanno proponeva alle due amabili
interlocutrici un itinerario di visite e di escursioni; ad ogni
allusione che faceva intorno alle antichità dell'arte, la contessa
chinava un poco il capo, vergognosamente, confessando la propria
ignoranza; mentre la signorina di Charmory dimostrava una perfetta
conoscenza del paese che era venuta a visitare. «Ha letto l'Amari?...
Ha letto il Di Marzo?...» le chiedeva Ermanno, ed ella rispondeva di
sì. La conversazione di lei era fatta, più che d'altro, di risposte;
ma non era evidentemente la timidità che la faceva tacere, che la
lasciava come assorta in un pensiero recondito. Ermanno si sorprendeva
invece di tratto in tratto a parlare con una facilità della quale si
stupiva pel primo. Dalle antichità di Palermo e della Sicilia, il
discorso era passato alle questioni dell'arte contemporanea, ed in
tutto la signorina di Charmory manifestava delle opinioni profonde,
che quasi sempre corrispondevano con le sue. Talvolta, egli sentiva di
essere d'un altro parere, e non era per lui un soggetto di minor
meraviglia l'accorgersi di sviluppare gli argomenti favorevoli alle
teorie contrarie alle proprie. Era l'antico dilettantismo critico che
rinasceva, la naturale disposizione ad ammettere tutto e a tutto
legittimare, o una conversione temporanea, compiutasi sotto l'impero
della seduzione che si esercitava su di lui?... Egli non aveva l'agio
di pensare a tutto questo, nel delizioso infiacchimento della volontà
che lo aveva guadagnato a poco a poco e che gli aveva impedito di
congedarsi malgrado l'avanzarsi dell'ora.
Prendendo parte alla conversazione, la contessa serviva il the ai suoi
amici, e ad un tratto sopravvenne Giulio di Verdara. «Ci sei
capitato!» esclamò, con un risolino, nello scorgere Ermanno; poi,
rivoltosi alla signorina Massimiliana: «È lei,» aggiunse, «che ha
avuta la virtù di _apprivoiser_ l'amico mio!» La contessa reclamava
allora la sua parte di merito. «In verità, ci siamo messe in due ad
abusare della sua cortesia!...» e come Ermanno cercava di protestare,
il conte lo interrompeva, dicendo che le sue proteste erano inutili:
non le credeva! Egli sviluppava questa teoria: che nel consorzio così
detto civile tutto è _posa_, tutto è _corvée_. Non era una _corvée_
quella della signorina di Charmory, di starlo a sentire? Non era una
_corvée_ quella di Ermanno, che avrebbe voluto essere a casa, a
scrivere un capitolo della sua storia dell'arte?.. Versato allora
sollecitamente il the in un'altra tazza, la contessa era venuta a
presentarla al marito: «E questa è la _corvée_ mia, di offrirti un the
che non meriti!...» Allora, rivolgendosi agli altri come per invocare
la loro testimonianza: «Vedete?» riprese immediatamente Giulio, «ecco
una decozione medicinale che si è convenuto di trovare deliziosa.
Bisogna sorbirla, perchè è _chic_. Quando io vi dicevo!...»
Un grazioso sorriso era spuntato sulle labbra abitualmente serie della
signorina di Charmory, e fu pel suo contagio, più che per la simpatia
di quella piccola scena tra marito e moglie, che Ermanno aveva sorriso
anch'egli. Ma, al rumore di una carrozza che si avvicinava e che
veniva ad arrestarsi dinanzi alla villa, fatto uno sforzo su di sè
stesso, egli si alzò. «Si salva?...» esclamava la contessa. «Ha
ragione! chissà quante ne sentirebbe!...» Poi, stringendogli la mano:
«Badi che io tengo a tutte le sue promesse...» E mentre Giulio di
Verdara insisteva nel suo scherzo, la signorina di Charmory stringeva
anch'essa un poco, con la sua mano guantata, la mano del giovane.