Quando Ermanno Raeli tornò a Palermo, dopo parecchi anni di assenza,
la sua vita riprese a scorrere sola, monotona, come una volta.
Nessuno, o ben pochi, sospettavano ciò che era avvenuto nell'animo
suo; a giudicarne dai suoi atti, nulla sembrava mutato in lui; la sua
tristezza, il suo mutismo, la sua avversione pel mondo erano antichi.
Agli occhi degli indifferenti, Ermanno non aveva nulla di
particolarmente interessante: era un giovane dovizioso, di buona
nascita, molto intelligente, ma incerto ancora della via da seguire, e
forse per ciò stesso dall'aria un poco eccentrica.
Fra le rare persone la cui compagnia egli talvolta non disdegnava, il
conte Giulio di Verdara occupava il primo posto. Era un carattere,
nelle sue manifestazioni esteriori, perfettamente opposto a quello di
lui; ma, sotto al sorriso canzonatore che gli errava sulle labbra,
dietro le professioni di scetticismo egoistico, si nascondeva un gran
fondo di bontà e di rettitudine. Avviatosi per la carriera
diplomatica, l'aveva sul più bello lasciata, come se la riserva e la
finzione imposte repugnassero a quello spirito franco malgrado
l'apparente contradizione fra le teorie professate e la pratica.
Datosi ad operazioni di grande commercio, egli sosteneva per esempio
che l'onestà era una _blague_, che il primo istinto dell'uomo era
quello della frode e della rapina; ciò non impediva intanto che egli
fosse onesto fino allo scrupolo, e buono fino a danneggiare i proprii
interessi quando v'era un interesse altrui da risparmiare.
Giulio di Verdara ed Ermanno Raeli, intendendosi nel fondo, soffrivano
la loro diversità esteriore; ma i loro incontri, per la stessa natura
delle loro tendenze, non erano frequenti. Il conte aveva preso moglie
durante l'assenza di Ermanno; questi, nella sua avversione a conoscere
nuova gente, aveva evitato una presentazione spesso proposta. Doveva
però ben tosto avvenire una circostanza da metterlo nell'impossibilità
di dare indietro.
Dalla sua peregrinazione per i musei di Europa, egli aveva portato un
gusto per le cose dell'arte, e lasciata da un canto la filosofia, si
era messo attorno ad uno studio sulla scuola siciliana di pittura, e
specialmente sul Monrealese. La figura di questo artista forte,
originale, precorritore del proprio tempo e di tanto superiore alla
sua fama, lo aveva subitamente sedotto. Aveva fatto il giro dell'isola
per vederne tutte le opere, ed a Palermo, quando lasciava il suo
grazioso pianterreno del Corso Alberto Amedeo, passava le sue giornate
fra la Biblioteca comunale e il Museo nazionale, attorno agli scritti
su Pietro Novelli ed alle pitture di lui.
Un giorno che egli era appunto per recarsi al Museo, il conte di
Verdara gli fece pervenire un biglietto nel leggere il quale Ermanno
non potè frenare un movimento di contrarietà. «Mio caro,» scriveva il
conte, col suo abituale tono disinvolto e scherzoso, «mi piove sul
capo un'amica di mia moglie, alla quale bisogna fare gli onori della
città. Io che mi ricordo quant'era seccante Cicerone a scuola, vorrei
salvarle, mia moglie e l'amica, dai ciceroni di piazza. E quanto a me,
la mia ignoranza è tale, che non so se il Monrealese è di Partinico.
Poichè tu sai dunque i Filippini a memoria, sarai così amabile da
trovarviti oggi all'una? Grazie e scusa.» Ad un invito motivato in
quel modo, Ermanno non poteva sottrarsi, ma fu con un fastidio mal
nascosto che egli s'incamminò. Però, quando fu giunto all'Olivella,
appena entrato nel primo cortile, dimenticò completamente quel
malumore e la sua causa. Al pensiero aborrente dall'attuale realtà, i
ricordi e le evocazioni dei mondi sepolti sono un grato rifugio. Fra
quelle antiche rovine Ermanno ritrovava, se non la gaiezza, almeno una
compiacente serenità. Il Tritone del cinquecento, in groppa al delfino
guizzante, distendeva in alto le braccia ad imboccare la involucrata
buccina. Tutt'intorno: le iscrizioni greche, arabiche e medievali; le
porte intagliate dell'antico ospedale, i sarcofaghi, le stele ed ogni
sorta di marmi logori e scuri. In quel silenzio, in quella solitudine,
quelle pietre mutilate si animavano agli occhi di Ermanno, ridicevano
antiche storie di splendori e di miserie, attestavano con la loro sola
presenza la fatale nullità delle umane vicende; però, la conferma che
le cose esteriori danno ai nostri concetti più tristi non è per sè
stessa una specie di strana ma profonda sodisfazione?.. L'attrattiva
d'una grande poesia era per lui in quei ruderi da cui ordinariamente
si rifugge attristati ed oppressi; le voci delle generazioni
tramontate riecheggiavano ancora lì in mezzo, ed era come se le
iscrizioni non fossero scolpite nella fredda pietra, ma sussurrate da
qualche voce, dai morti dei vuoti sarcofaghi...
«Ti sei allontanato da quanto in vita era agli occhi tuoi
più caro; hai lasciato il mondo e non ritornerai.
«Finchè Iddio non ridesti le sue creature. Nessuno spera
vederti e pur tu stai vicino.
«Il tuo viso ogni dì si logora ed ogni notte: l'amor tuo
non si svela e pur tu ami.
«Scenda sopra di te la pace di Dio, finchè sorga in Oriente
il sole, finchè tremoli una vettina sugli alti rami dell'arak.»
Questi versetti d'un frammento d'iscrizione araba furono i primi che
Ermanno Raeli spiegò quando, all'arrivo di Giulio di Verdara e delle
signore, la comitiva cominciò il suo giro. La contessa Rosalia di
Verdara poteva avere, a quel tempo, poco più di trent'anni. Alta,
slanciata e flessuosa come un ramo di palma, bruna dalla carnagione
leggermente dorata, dagli occhi vivi e profondi, ella riuniva la
simpatia del più puro tipo siciliano all'eleganza e allo spirito di
una parigina. Tutto in lei rivelava la gran signora di razza,
l'agevole sicurezza di sè, la padronanza che esercitava dintorno, la
distinzione del tratto, il modo di dire le cose più indifferenti.
Appena suo marito ebbe pronunziato il nome di Ermanno, districato il
braccio dal mantello che ricopriva l'abito di velluto e _gros grain
mordoré_, chinando amabilmente il capo su cui portava una capottina
analoga, guernita di un grosso _colibri_ bianco, ella gli aveva stesa
la mano: «Io già la conosco, di nome, come un buon amico di Giulio...»
ed a sua volta lo aveva presentato alla sua giovane compagna: «La
signorina Massimiliana di Charmory...» All'inchino di Ermanno questa
aveva risposto con una breve mossa del capo; poi la visita era
incominciata.
Intanto che si girava sotto i portici e che Giulio di Verdara
scherzava sulle cose spiegate e sullo spiegatore, la contessa,
leggermente intimidita dallo scuro ambiente, prestava alla sua nuova
conoscenza un'attenzione tra curiosa ed inquieta; ma la signorina di
Charmory pareva interessarsi soltanto a quel che vedeva. Era un tipo
di bellezza perfettamente contrario. Con un personaggio egualmente
slanciato, ma più piccolo, la signorina di Charmory aveva la
carnagione bianca, i capelli d'un biondo cinereo e gli occhi ceruli
d'una settentrionale. Sotto il suo costume ad ampie pieghe di vigogna
azzurra con risvolte di _faille_ della stessa tinta, il suo corpo
s'indovinava appena; e solo la vita sottile e le braccia perfette si
modellavano. Il guanto rovesciato al principio del pugno lasciava
vedere la giuntura della mano, agile, nivea, solcata dagli esili
filetti azzurri delle vene, e sotto l'ombra del cappellino rotondo a
larghe falde con un'ala rossa, risaltavano i delicatissimi lineamenti,
la levigatezza marmorea delle tempie, la magrezza sana delle guancie,
la freschezza rosea delle labbra sbocciate sul pallore del viso, la
grazia del mento che pareva fosse stato accarezzato dal pollice
compiacente d'uno scultore. Ella aveva un modo di atteggiarsi, con le
braccia pendenti non lungo i fianchi, ma un poco sul dinanzi del
corpo, con le palme delle mani appena rivolte in fuori, che ricordava
certe figure di Elette della scuola preraffaellesca. La espressione
degli occhi larghi, nuotanti come in un fluido e quasi perduti dietro
una visione errabonda, completava quel tipo di bellezza nordica, ma
pertanto non fredda. Accanto alla contessa di Verdara essa acquistava
risalto--e ne dava. Una era la grazia capricciosa, la simpatia vivace,
la spigliata fantasia; l'altra era lo stesso candore, la stessa
purezza fatta persona. Così com'erano, la loro gioventù, la loro
freschezza, la loro eleganza formavano un contrasto deciso con la
vecchiezza cadente dell'ambiente pel quale si aggiravano. Nulla era
fatto per impressionare più di quelle figure di donne adorne di tutte
le ricercatezze dell'ultima moda, fra gli scomposti avanzi di tempi
remotissimi; l'efflusso odoroso che esse si lasciavano dietro,
nell'atmosfera leggermente ammuffita del Museo; il suono argentino
delle loro voci, nel silenzio dei corridoi; la vivacità dei loro
movimenti, nella rigidezza cadaverica dei vecchiumi polverosi ed
allineati... Ermanno comprendeva quelle due figure nella sua
attenzione per gli oggetti circostanti, come se il Museo si fosse, da
un giorno all'altro, arricchito di due nuovi oggetti; notava il
contrasto, ma con lo stesso disinteresse personale, col quale
giudicava le differenze passanti fra due quadri di scuola diversa...
Egli continuava a guidarle e a dare le sue spiegazioni, malgrado gli
epigrammi del conte, che facendo spesso sorridere la comitiva,
contribuivano a sciogliere l'inevitabile freddezza di un primo
incontro. A misura che la visita proseguiva, la curiosità con cui la
contessa guardava intorno fra quelle tristi rovine si faceva sempre
più allarmata; ma la signorina di Charmory pareva dimostrare un più
grande interesse, rivelando nei suoi giudizii e nelle sue stesse
domande una intelligenza dell'arte e della storia. «E i quadri del
Monrealese?..» aveva chiesto, con la sua voce d'un'armonia sommessa,
quasi lontana, quando, esaurito il giro delle gallerie e delle stanze
del primo piano si stava per passare al piano superiore. «Vi saremo a
momenti,» rispose Ermanno, con una visibile compiacenza per
quell'interesse dimostrato verso il suo artista favorito; e intanto
che la contessa si attardava un poco dinanzi al trittico del Van Eyck,
il capolavoro del Museo nazionale, egli rappresentava alla signorina
di Charmory le qualità che distinguono la pittura di Pietro Novelli.
«Una freschezza di tavolozza, uno scrupolo di verità spinto talvolta a
qualche eccesso, una preferenza per le proporzioni grandiose,
un'intensità d'espressione nella figura umana: questi mi sembrano i
suoi caratteri più salienti...» La signorina di Charmory lo aveva
ascoltato senza guardarlo, chinando di tratto in tratto il capo. «Non
lo chiamano il Raffaello di Sicilia?» chiese, quando Ermanno ebbe
finito. «A torto, quanto allo stile; a ragione, quanto al valore...» E
dinanzi al ritratto dell'artista--una figura scarna, dagli occhi
espressivi, dalla piccola barba a punta spiccante sul bianco d'un
grande collare alla spagnuola--egli s'era fermato un poco. «È stato
l'ultimo dei grandi pittori siciliani; Antonello da Messina fu il
primo. La storia della nostra pittura si riassume in questi due nomi.
Di Antonello il Monrealese non ha però la fama. Gli nocque forse
l'esser vissuto sempre nella sua isola, il non aver potuto allargare
il campo dei proprii studii. Ed è morto giovane ancora, pure in questo
simile a Raffaello...» Ermanno parlava pianamente, fissando il
ritratto con una specie d'involontaria emozione. Con la forza della
simpatia che egli metteva in tutte le cose, era in certo modo come se
egli rivivesse la vita dell'antico artista, come se egli soffrisse un
poco delle sofferenze che supponeva provate da lui; e, in fondo, quel
destino abortito, quell'ingegno potenzialmente forte ma non espresso
del tutto malgrado l'assiduo proseguimento di uno scopo preciso, non
offriva dei punti di contatto col suo? Era dunque un interesse quasi
personale che egli metteva nel parlare di lui, nel rimpiangerne la
sorte; però, pentito di essersi lasciato trascinare, tacque ad un
tratto. Dopo un istante di silenzio e quasi seguendo il filo di quel
pensiero, la signorina di Charmory disse:
«Muor giovane colui che al cielo è caro...»
Ermanno fissò un momento lo sguardo su di lei. La citazione di quel
verso in bocca ad una fanciulla, d'una straniera, non era certo una cosa
molto comune; meno comune era l'aria di serietà triste con la quale ella
era entrata nel suo modo di vedere... «Amici miei,» esclamò ad un tratto
la contessa di Verdara, «voi siete funebri! Il signor Raeli ha trovato
una collaboratrice in Maxette!... Per me, dichiaro umilmente che cotesto
Monrealese ha un'aria molto antipatica!»--«Ammesso che sia lui!» disse
Giulio di Verdara; «il Van Eyck non è poi certo che sia del Van
Eyck!»--«Non si attribuisce al Mabuse?» chiese la signorina di Charmory
evitando lo sguardo di Ermanno, cui la domanda pareva nondimeno diretta.
«Se non è del Cornelissen...» rispose quest'ultimo. «O fatemi il
piacere!..» esclamò allora la contessa, stringendosi un poco nelle
spalle, con un moto graziosissimo. «E quell'attacca-panni, di che secolo
è?..» disse a sua volta il conte, con una grande impassibilità,
fermandosi dinanzi al gabinetto della Direzione e mostrando l'oggetto in
quistione.
La visita al Museo finiva così, tra la finta serietà di Giulio, i
sorrisi della moglie e il crescente turbamento di Ermanno. Dinanzi al
portone, dove la sua _victoria_ stazionava, la signora di Verdara
rinnovava ad Ermanno i ringraziamenti per l'amabilità che egli aveva
avuta. «Si ricordi,» soggiunse con intenzione, «che io sono in casa
tutti i mercoledì... Ma già, lei è tanto severo con noi povere
donne!.. Che cosa le abbiamo fatto?.. Ad ogni modo, se i quadri la
interessano, le mie buone amiche sostengono che io mi dipingo! E
grazie, ancora...» Ermanno, un poco confuso da quelle parole, dal tono
leggermente sarcastico col quale erano state pronunziate, le porse la
mano per aiutarla a salire in carrozza; e, come fu la volta della
signorina di Charmory, questa s'inchinò un poco dinanzi a lui, ma
senza accettare l'appoggio ch'egli le offriva. Il legno era già
scomparso in fondo alla via Bara, che Ermanno, fermo sul marciapiedi,
lo cercava ancora cogli occhi.