IV.

Quando Ermanno Raeli tornò a Palermo, dopo parecchi anni di assenza,

la sua vita riprese a scorrere sola, monotona, come una volta.

Nessuno, o ben pochi, sospettavano ciò che era avvenuto nell'animo

suo; a giudicarne dai suoi atti, nulla sembrava mutato in lui; la sua

tristezza, il suo mutismo, la sua avversione pel mondo erano antichi.

Agli occhi degli indifferenti, Ermanno non aveva nulla di

particolarmente interessante: era un giovane dovizioso, di buona

nascita, molto intelligente, ma incerto ancora della via da seguire, e

forse per ciò stesso dall'aria un poco eccentrica.

Fra le rare persone la cui compagnia egli talvolta non disdegnava, il

conte Giulio di Verdara occupava il primo posto. Era un carattere,

nelle sue manifestazioni esteriori, perfettamente opposto a quello di

lui; ma, sotto al sorriso canzonatore che gli errava sulle labbra,

dietro le professioni di scetticismo egoistico, si nascondeva un gran

fondo di bontà e di rettitudine. Avviatosi per la carriera

diplomatica, l'aveva sul più bello lasciata, come se la riserva e la

finzione imposte repugnassero a quello spirito franco malgrado

l'apparente contradizione fra le teorie professate e la pratica.

Datosi ad operazioni di grande commercio, egli sosteneva per esempio

che l'onestà era una _blague_, che il primo istinto dell'uomo era

quello della frode e della rapina; ciò non impediva intanto che egli

fosse onesto fino allo scrupolo, e buono fino a danneggiare i proprii

interessi quando v'era un interesse altrui da risparmiare.

Giulio di Verdara ed Ermanno Raeli, intendendosi nel fondo, soffrivano

la loro diversità esteriore; ma i loro incontri, per la stessa natura

delle loro tendenze, non erano frequenti. Il conte aveva preso moglie

durante l'assenza di Ermanno; questi, nella sua avversione a conoscere

nuova gente, aveva evitato una presentazione spesso proposta. Doveva

però ben tosto avvenire una circostanza da metterlo nell'impossibilità

di dare indietro.

Dalla sua peregrinazione per i musei di Europa, egli aveva portato un

gusto per le cose dell'arte, e lasciata da un canto la filosofia, si

era messo attorno ad uno studio sulla scuola siciliana di pittura, e

specialmente sul Monrealese. La figura di questo artista forte,

originale, precorritore del proprio tempo e di tanto superiore alla

sua fama, lo aveva subitamente sedotto. Aveva fatto il giro dell'isola

per vederne tutte le opere, ed a Palermo, quando lasciava il suo

grazioso pianterreno del Corso Alberto Amedeo, passava le sue giornate

fra la Biblioteca comunale e il Museo nazionale, attorno agli scritti

su Pietro Novelli ed alle pitture di lui.

Un giorno che egli era appunto per recarsi al Museo, il conte di

Verdara gli fece pervenire un biglietto nel leggere il quale Ermanno

non potè frenare un movimento di contrarietà. «Mio caro,» scriveva il

conte, col suo abituale tono disinvolto e scherzoso, «mi piove sul

capo un'amica di mia moglie, alla quale bisogna fare gli onori della

città. Io che mi ricordo quant'era seccante Cicerone a scuola, vorrei

salvarle, mia moglie e l'amica, dai ciceroni di piazza. E quanto a me,

la mia ignoranza è tale, che non so se il Monrealese è di Partinico.

Poichè tu sai dunque i Filippini a memoria, sarai così amabile da

trovarviti oggi all'una? Grazie e scusa.» Ad un invito motivato in

quel modo, Ermanno non poteva sottrarsi, ma fu con un fastidio mal

nascosto che egli s'incamminò. Però, quando fu giunto all'Olivella,

appena entrato nel primo cortile, dimenticò completamente quel

malumore e la sua causa. Al pensiero aborrente dall'attuale realtà, i

ricordi e le evocazioni dei mondi sepolti sono un grato rifugio. Fra

quelle antiche rovine Ermanno ritrovava, se non la gaiezza, almeno una

compiacente serenità. Il Tritone del cinquecento, in groppa al delfino

guizzante, distendeva in alto le braccia ad imboccare la involucrata

buccina. Tutt'intorno: le iscrizioni greche, arabiche e medievali; le

porte intagliate dell'antico ospedale, i sarcofaghi, le stele ed ogni

sorta di marmi logori e scuri. In quel silenzio, in quella solitudine,

quelle pietre mutilate si animavano agli occhi di Ermanno, ridicevano

antiche storie di splendori e di miserie, attestavano con la loro sola

presenza la fatale nullità delle umane vicende; però, la conferma che

le cose esteriori danno ai nostri concetti più tristi non è per sè

stessa una specie di strana ma profonda sodisfazione?.. L'attrattiva

d'una grande poesia era per lui in quei ruderi da cui ordinariamente

si rifugge attristati ed oppressi; le voci delle generazioni

tramontate riecheggiavano ancora lì in mezzo, ed era come se le

iscrizioni non fossero scolpite nella fredda pietra, ma sussurrate da

qualche voce, dai morti dei vuoti sarcofaghi...

«Ti sei allontanato da quanto in vita era agli occhi tuoi

più caro; hai lasciato il mondo e non ritornerai.

«Finchè Iddio non ridesti le sue creature. Nessuno spera

vederti e pur tu stai vicino.

«Il tuo viso ogni dì si logora ed ogni notte: l'amor tuo

non si svela e pur tu ami.

«Scenda sopra di te la pace di Dio, finchè sorga in Oriente

il sole, finchè tremoli una vettina sugli alti rami dell'arak.»

Questi versetti d'un frammento d'iscrizione araba furono i primi che

Ermanno Raeli spiegò quando, all'arrivo di Giulio di Verdara e delle

signore, la comitiva cominciò il suo giro. La contessa Rosalia di

Verdara poteva avere, a quel tempo, poco più di trent'anni. Alta,

slanciata e flessuosa come un ramo di palma, bruna dalla carnagione

leggermente dorata, dagli occhi vivi e profondi, ella riuniva la

simpatia del più puro tipo siciliano all'eleganza e allo spirito di

una parigina. Tutto in lei rivelava la gran signora di razza,

l'agevole sicurezza di sè, la padronanza che esercitava dintorno, la

distinzione del tratto, il modo di dire le cose più indifferenti.

Appena suo marito ebbe pronunziato il nome di Ermanno, districato il

braccio dal mantello che ricopriva l'abito di velluto e _gros grain

mordoré_, chinando amabilmente il capo su cui portava una capottina

analoga, guernita di un grosso _colibri_ bianco, ella gli aveva stesa

la mano: «Io già la conosco, di nome, come un buon amico di Giulio...»

ed a sua volta lo aveva presentato alla sua giovane compagna: «La

signorina Massimiliana di Charmory...» All'inchino di Ermanno questa

aveva risposto con una breve mossa del capo; poi la visita era

incominciata.

Intanto che si girava sotto i portici e che Giulio di Verdara

scherzava sulle cose spiegate e sullo spiegatore, la contessa,

leggermente intimidita dallo scuro ambiente, prestava alla sua nuova

conoscenza un'attenzione tra curiosa ed inquieta; ma la signorina di

Charmory pareva interessarsi soltanto a quel che vedeva. Era un tipo

di bellezza perfettamente contrario. Con un personaggio egualmente

slanciato, ma più piccolo, la signorina di Charmory aveva la

carnagione bianca, i capelli d'un biondo cinereo e gli occhi ceruli

d'una settentrionale. Sotto il suo costume ad ampie pieghe di vigogna

azzurra con risvolte di _faille_ della stessa tinta, il suo corpo

s'indovinava appena; e solo la vita sottile e le braccia perfette si

modellavano. Il guanto rovesciato al principio del pugno lasciava

vedere la giuntura della mano, agile, nivea, solcata dagli esili

filetti azzurri delle vene, e sotto l'ombra del cappellino rotondo a

larghe falde con un'ala rossa, risaltavano i delicatissimi lineamenti,

la levigatezza marmorea delle tempie, la magrezza sana delle guancie,

la freschezza rosea delle labbra sbocciate sul pallore del viso, la

grazia del mento che pareva fosse stato accarezzato dal pollice

compiacente d'uno scultore. Ella aveva un modo di atteggiarsi, con le

braccia pendenti non lungo i fianchi, ma un poco sul dinanzi del

corpo, con le palme delle mani appena rivolte in fuori, che ricordava

certe figure di Elette della scuola preraffaellesca. La espressione

degli occhi larghi, nuotanti come in un fluido e quasi perduti dietro

una visione errabonda, completava quel tipo di bellezza nordica, ma

pertanto non fredda. Accanto alla contessa di Verdara essa acquistava

risalto--e ne dava. Una era la grazia capricciosa, la simpatia vivace,

la spigliata fantasia; l'altra era lo stesso candore, la stessa

purezza fatta persona. Così com'erano, la loro gioventù, la loro

freschezza, la loro eleganza formavano un contrasto deciso con la

vecchiezza cadente dell'ambiente pel quale si aggiravano. Nulla era

fatto per impressionare più di quelle figure di donne adorne di tutte

le ricercatezze dell'ultima moda, fra gli scomposti avanzi di tempi

remotissimi; l'efflusso odoroso che esse si lasciavano dietro,

nell'atmosfera leggermente ammuffita del Museo; il suono argentino

delle loro voci, nel silenzio dei corridoi; la vivacità dei loro

movimenti, nella rigidezza cadaverica dei vecchiumi polverosi ed

allineati... Ermanno comprendeva quelle due figure nella sua

attenzione per gli oggetti circostanti, come se il Museo si fosse, da

un giorno all'altro, arricchito di due nuovi oggetti; notava il

contrasto, ma con lo stesso disinteresse personale, col quale

giudicava le differenze passanti fra due quadri di scuola diversa...

Egli continuava a guidarle e a dare le sue spiegazioni, malgrado gli

epigrammi del conte, che facendo spesso sorridere la comitiva,

contribuivano a sciogliere l'inevitabile freddezza di un primo

incontro. A misura che la visita proseguiva, la curiosità con cui la

contessa guardava intorno fra quelle tristi rovine si faceva sempre

più allarmata; ma la signorina di Charmory pareva dimostrare un più

grande interesse, rivelando nei suoi giudizii e nelle sue stesse

domande una intelligenza dell'arte e della storia. «E i quadri del

Monrealese?..» aveva chiesto, con la sua voce d'un'armonia sommessa,

quasi lontana, quando, esaurito il giro delle gallerie e delle stanze

del primo piano si stava per passare al piano superiore. «Vi saremo a

momenti,» rispose Ermanno, con una visibile compiacenza per

quell'interesse dimostrato verso il suo artista favorito; e intanto

che la contessa si attardava un poco dinanzi al trittico del Van Eyck,

il capolavoro del Museo nazionale, egli rappresentava alla signorina

di Charmory le qualità che distinguono la pittura di Pietro Novelli.

«Una freschezza di tavolozza, uno scrupolo di verità spinto talvolta a

qualche eccesso, una preferenza per le proporzioni grandiose,

un'intensità d'espressione nella figura umana: questi mi sembrano i

suoi caratteri più salienti...» La signorina di Charmory lo aveva

ascoltato senza guardarlo, chinando di tratto in tratto il capo. «Non

lo chiamano il Raffaello di Sicilia?» chiese, quando Ermanno ebbe

finito. «A torto, quanto allo stile; a ragione, quanto al valore...» E

dinanzi al ritratto dell'artista--una figura scarna, dagli occhi

espressivi, dalla piccola barba a punta spiccante sul bianco d'un

grande collare alla spagnuola--egli s'era fermato un poco. «È stato

l'ultimo dei grandi pittori siciliani; Antonello da Messina fu il

primo. La storia della nostra pittura si riassume in questi due nomi.

Di Antonello il Monrealese non ha però la fama. Gli nocque forse

l'esser vissuto sempre nella sua isola, il non aver potuto allargare

il campo dei proprii studii. Ed è morto giovane ancora, pure in questo

simile a Raffaello...» Ermanno parlava pianamente, fissando il

ritratto con una specie d'involontaria emozione. Con la forza della

simpatia che egli metteva in tutte le cose, era in certo modo come se

egli rivivesse la vita dell'antico artista, come se egli soffrisse un

poco delle sofferenze che supponeva provate da lui; e, in fondo, quel

destino abortito, quell'ingegno potenzialmente forte ma non espresso

del tutto malgrado l'assiduo proseguimento di uno scopo preciso, non

offriva dei punti di contatto col suo? Era dunque un interesse quasi

personale che egli metteva nel parlare di lui, nel rimpiangerne la

sorte; però, pentito di essersi lasciato trascinare, tacque ad un

tratto. Dopo un istante di silenzio e quasi seguendo il filo di quel

pensiero, la signorina di Charmory disse:

«Muor giovane colui che al cielo è caro...»

Ermanno fissò un momento lo sguardo su di lei. La citazione di quel

verso in bocca ad una fanciulla, d'una straniera, non era certo una cosa

molto comune; meno comune era l'aria di serietà triste con la quale ella

era entrata nel suo modo di vedere... «Amici miei,» esclamò ad un tratto

la contessa di Verdara, «voi siete funebri! Il signor Raeli ha trovato

una collaboratrice in Maxette!... Per me, dichiaro umilmente che cotesto

Monrealese ha un'aria molto antipatica!»--«Ammesso che sia lui!» disse

Giulio di Verdara; «il Van Eyck non è poi certo che sia del Van

Eyck!»--«Non si attribuisce al Mabuse?» chiese la signorina di Charmory

evitando lo sguardo di Ermanno, cui la domanda pareva nondimeno diretta.

«Se non è del Cornelissen...» rispose quest'ultimo. «O fatemi il

piacere!..» esclamò allora la contessa, stringendosi un poco nelle

spalle, con un moto graziosissimo. «E quell'attacca-panni, di che secolo

è?..» disse a sua volta il conte, con una grande impassibilità,

fermandosi dinanzi al gabinetto della Direzione e mostrando l'oggetto in

quistione.

La visita al Museo finiva così, tra la finta serietà di Giulio, i

sorrisi della moglie e il crescente turbamento di Ermanno. Dinanzi al

portone, dove la sua _victoria_ stazionava, la signora di Verdara

rinnovava ad Ermanno i ringraziamenti per l'amabilità che egli aveva

avuta. «Si ricordi,» soggiunse con intenzione, «che io sono in casa

tutti i mercoledì... Ma già, lei è tanto severo con noi povere

donne!.. Che cosa le abbiamo fatto?.. Ad ogni modo, se i quadri la

interessano, le mie buone amiche sostengono che io mi dipingo! E

grazie, ancora...» Ermanno, un poco confuso da quelle parole, dal tono

leggermente sarcastico col quale erano state pronunziate, le porse la

mano per aiutarla a salire in carrozza; e, come fu la volta della

signorina di Charmory, questa s'inchinò un poco dinanzi a lui, ma

senza accettare l'appoggio ch'egli le offriva. Il legno era già

scomparso in fondo alla via Bara, che Ermanno, fermo sul marciapiedi,

lo cercava ancora cogli occhi.

Ermanno Raeli · 第 14 / 37 题