Fu il contrario che avvenne.
Ermanno Raeli aveva lasciato Parigi e si era recato in Germania. Gli
premeva di vivere per qualche tempo in mezzo ad un popolo col quale si
sentiva legato per origine e per educazione, di sentir parlare la
lingua di sua madre, di attingere direttamente alle sorgenti di quella
filosofia di cui il suo spirito si era nutrito. Aveva già compilato un
programma di studii e di ricerche, si faceva anticipatamente una festa
di innalzarsi alle più ardue cime della meditazione, di vivere ancora
più esclusivamente nel mondo delle idee, quando questa realtà lo
avvinse con le sue più salde catene.
Fu a Vienna, uno di quei giorni «che il fondo inesplorato della
coscienza ribolle sordamente, e come la terra freme per tutti i germi
che vi stanno sepolti e tendono all'aria ed alla luce, così un oscuro
lavorìo di crescenza si compie nel nostro essere.» Al concerto di
Strauss, mentre il suo cuore si gonfiava «di rancori, di rimpianti, di
aspirazioni indefiniti al ritmo incalzante d'un walzer che pareva un
inno di tripudio universale,» egli incontrò colei che chiamò col
simbolico nome di Sfinge... Ahimè, quanto poco enimmatica era la
creatura nella quale egli s'era imbattuto, e come bisognava essere
inesperti della vita per trovare un sapor di mistero là dove non era
che una troppo ovvia verità!..
I giovani avvezzi a pensare con la propria testa ed a foggiarsi delle
idee sopra ogni cosa prima ancora di conoscere nulla, sanno quel
particolar genere di smarrimento che si prova dinanzi ai fatti in
aperto contrasto con le persuasioni stimate più salde. Uno smarrimento
di questo genere, ma intenso fino all'angoscia, fu quello provato da
Ermanno dinanzi a quella donna che prima gli sorrise.
Le sue scettiche disposizioni dell'animo erano effetto di teorie, di
concetti nominali, piuttosto che dell'esperienza; egli credeva morto
il suo cuore, quand'esso invece non aveva ancora palpitato.
L'iniziamento alle relazioni dei sessi nelle condizioni di disgusto in
cui era avvenuto, gli aveva procurato una grande sfiducia; ma era
stato il bisogno di una mancata correzione sentimentale che glie ne
aveva fatto esagerare le proporzioni. Il giorno che egli fu messo in
presenza di una seduzione come quella della signora Woiwosky, il suo
sconforto si disperse. Non che egli non avesse resistito; ma la sua
resistenza era dipesa soltanto dalla propria naturale irresolutezza,
dalla tendenza a troppo considerare, dal contrasto perenne tra il
pensiero e l'azione.
Il primo, l'istintivo sentimento che la donna gl'incuteva era una
specie di vaga paura: egli si sentiva dinanzi ad un essere diverso,
sconosciuto e per ciò stesso formidabile. L'apprensione era così
forte, che egli non osava fissarne l'oggetto; ma a questo contribuiva
ancora il suo particolare bisogno di rifugio nella contemplazione
ideale. Egli non guardava le donne accanto alle quali si trovava
talvolta; ne riceveva un'impressione d'assieme che elaborava nel
profondo della mente, spendendovi intorno tutte le ricchezze
dell'imaginazione. L'impressione del reale era per lui un punto
d'appoggio per dar la scalata ai fantastici mondi; quando ne
ridiscendeva, si sentiva oppresso come fuori dell'atmosfera necessaria
al mantenimento della vita. Tutte le donne erano per questo belle in
qualche modo ai suoi occhi, poichè tutte gli davano la spinta ad una
raffigurazione perfetta; tutte erano indegne perchè nessuna poteva
rispondere completamente alla perfezione intravista. Quando incontrò
la Woiwosky, si produsse il consueto fenomeno. Egli non osò guardarla,
apprese del suo fascino appena quel tanto bastevole ad una
idealizzazione suprema, si saturò di seduzione _pensata_; ma quando
l'operazione inversa stava per prodursi, qualcosa di nuovo sopravvenne
a produrre un risultato diverso.
Fra quei due, le parti si erano presto completamente invertite: la
donna aveva anticipato il compimento dell'aspirazione che, timido,
ombroso, indeciso, Ermanno non confessava nettamente neanche a sè
stesso. Egli aveva come la sorda coscienza dei pericoli a cui andava
incontro, della menomazione che avrebbe subita scendendo delle vette
di quella sua solitudine. Ma la seduzione era irresistibile; il
bisogno d'affetto, la sete dell'amore si erano in lui subitamente
sviluppati e fatti impellenti; e ad un tratto egli si era abbandonato
a quella dolcezza nuova, rifacendosi delle sue titubanze e delle sue
esitazioni con quell'impeto che era da prevedersi.
Quando si ricordano i pensieri, i sentimenti, i concetti che si
avevano un tempo e si paragonano ai nuovi che la diversa realtà
conseguita suggerisce, par d'essere un tutt'altro individuo, tanto il
passato è inconciliabile col presente. La rivoluzione operatasi nella
sua esistenza aveva dato ad Ermanno Raeli questo sentimento, in fondo
attristante, anche quando la mutazione avviene o si crede che avvenga
in meglio. Dove egli aveva visto tutto nero, la luce più gioconda
irraggiava; dove egli aveva di tutto disperato, la speranza, qualche
cosa di più, la realità, gli sorrideva. Aveva creduto che i suoi
giorni sarebbero scorsi fra gli studii più severi e difficili, e il
mondo lo travolgeva nel turbine delle sue più potenti distrazioni.
Aveva negato l'amore... e vi credeva? Oh, se credeva alle estasi
divine del sentimento! Non viveva che di queste...
Il pericolo di simili reazioni interiori è che esse si compiono
proporzionalmente all'azione iniziale, talchè ad un eccesso risponde
un eccesso, senza che sia mai possibile una graduazione conveniente.
Se Ermanno Raeli non fosse stato così profondamente scettico, non
sarebbe divenuto così ciecamente fiducioso; se si fosse fatto un più
equo giudizio delle cose e della vita, non avrebbe offerto il tesoro
della sua verginità sentimentale alla prima donna incontrata per via.
La signora Woiwosky ne era degna? Ogni donna che accorda liberamente
sè stessa all'amore d'un uomo è degna di quest'amore; la quistione che
rimane aperta è di sapere che cosa l'uomo s'aspetta da lei. Non più
giovanissima, vissuta in un ambiente dove i freni morali sono molto
rallentati, avendo avuta per unica legge il suo proprio piacere, la
signora Woiwosky non poteva dare ad Ermanno Raeli ciò che egli se ne
riprometteva. Nel primo momento, come sempre, era stata la simpatia
fisica che l'aveva vinta. Ordinariamente, la ignoranza del carattere
reale della persona verso cui ci sentiamo spinti, è corretta
dall'imaginazione che ce lo presenta quale lo desideriamo e che ci
espone più tardi, dinanzi alla rivelazione di quello che è nel fatto,
meglio a disinganni che a compiacenze. Per la signora Woiwosky,
cotesto miraggio anticipato, che la realtà non avrebbe smentito, non
era a temere--od a sperare;--e se ella fu meravigliata quando il
carattere di Ermanno le si manifestò, la sua meraviglia fu del genere
di quelle che si provano dinanzi alle cose strane e curiose. Quel
giovane in cui ella aveva apprezzato il fascino personale, lo strano
miscuglio di forza e di delicatezza, si trovava nello stesso tempo in
anima delle più squisitamente sensibili. Era molto più che lei non
domandasse!...
Preso dalle dolcezze della nuova vita, Ermanno aveva finito
naturalmente per rimpiangere il tempo in cui non le aveva cercate; per
ciò stesso, dinanzi alla felicità presente, egli non aveva l'agio di
considerare come fosse venuta; tremava piuttosto che se ne andasse, e
quasi le negava fede, tanto essa gli pareva grande, in questa
condizione dell'animo, la facilità con cui la donna gli si era data
non aveva il senso inquietante che avrebbe potuto avere per altri;
diventava un titolo di più alla sua gratitudine. Tutto era per lui una
ragione d'amarla, ed egli aveva delle incantevoli invenzioni di
sentimento, una squisitezza di pensieri, una poesia d'espressione
dinanzi alle quali l'altra, avvezza ad un mondo molto diverso, restava
stupefatta, ma che sulle prime era disposta ad apprezzare in ragione
stessa della loro rarità, benchè senza troppo capirle.
Da ambe le parti, l'equivoco fu delizioso; ma durò poco. Al completo
abbandono dell'essere suo, Ermanno si veniva accorgendo che non era
risposto con eguale effusione; che quella donna stretta al suo fianco
era molto lontana da lui, più lontana che se migliaia di miglia li
separassero... Come da un orlo indifeso, egli scorgeva un abisso
spaventevole; ma la stessa enormità del pericolo gli procurava una
specie di sicurezza. Sentiva che il disinganno gli sarebbe stato
fatale, che aggiunto alle amarezze sofferte avrebbe avuto un'influenza
decisiva su tutta la sua vita; e preso da una paura crescente dinanzi
ai sintomi sempre più inquietanti che l'altra, già stanca di
rappresentare una parte non sentita, non riesciva più a nascondere,
cercava di persuadersi di aver visto male, di essersi ingannato, di
diventar troppo esigente, di mancare d'esperienza... Se il fanciullo
che chiude gli occhi dinanzi al pericolo crede di sottrarvisi, egli è
che il pericolo in tanto esiste per lui in quanto ne ha la coscienza;
con l'abolirne la percezione egli stima di averlo realmente abolito.
Per le nature in cui l'imaginazione ha uno sviluppo esuberante, un
simile fenomeno si riproduce frequentemente anche nell'età in cui la
ragione potrebbe intervenire a far sentir la sua voce; ed Ermanno, che
non poteva più illudersi, si sorprendeva talvolta a negar fede a ciò
che avveniva.
Erano, sul principio, dei malintesi, futili in apparenza, a proposito
di incidenti volgari: una parola interpretata in vario senso, un
diverso modo di vedere, ma che intanto rivelavano la radicale
impossibilità di una comprensione reciproca. Ciò nondimeno, Ermanno
non poteva decidersi a rassegnarsi; e con l'inconfessato convincimento
della inutilità dei suoi sforzi, cercava di leggere in fondo al cuore
di quella Sfinge, nella lusinga di trovare qualche cosa a cui
aggrapparsi. A misura che egli si faceva più insistente, la stanchezza
della donna cresceva. Con una maggiore esperienza della vita, ella
vedeva che era impossibile durarla, aspettava che egli stesso se ne
sarebbe persuaso proponendole di separarsi con una buona stretta di
mano, da persone di spirito. Dinanzi alla strana ostinazione di
Ermanno, ella fu anche tentata di prendere l'iniziativa della
separazione, dichiarandogli lealmente di voler riacquistare la propria
libertà; un istintivo sentimento di rispetto per l'intuita superiorità
di quell'anima la arrestò. Allora, i malintesi divennero più grandi,
scoppiarono più frequenti, fin quando un giorno Ermanno Raeli vide
compiersi una cosa abbominevole, che spense come un turbine l'ultima
sua illusione. Quella donna che aveva appartenuto a lui, a cui egli
aveva creduto come alla stessa Fede, si era data ad altri;
semplicemente, freddamente, per capriccio, come gettava via dei guanti
ancora freschi pei nuovi, ella lo aveva abbandonato per un altro... La
súbita rivelazione di questa mostruosità diede una scossa terribile al
suo spirito. Non crederla, era impossibile; ribellarvisi, era inutile:
il fatto esisteva, brutale, violento. Tutte le dolcezze, tutte le
promesse, quell'intima, quella lunga comunione: tutto era finito. Ogni
legame era sciolto. Fra loro, dopo quello che erano stati l'uno per
l'altro, nulla esisteva più di comune; essi erano ridiventati due
estranei, come prima, più di prima... Un momento, egli fu tentato di
andarsene da lei, di supplicarla, di scongiurarla, di riprenderla fra
le sue braccia, di evocare gl'istanti volati, di rivelarle l'abisso
che gli aveva scavato dinanzi, di fargliene misurare la profondità, di
domandarle in ginocchio di stendergli una mano, di non farlo perdere,
di non indurlo a negare, a bestemmiare la fede, l'amore... L'amore? E
ad un tratto la mal repressa ribellione scoppiava dentro di lui. Era
dunque quello l'amore? Quale disgusto!... In alto e in basso della
scala sociale, brutalmente confessata o ipocritamente nascosta,
venduta o concessa, non esisteva che la sodisfazione degl'istinti!...
Egli non era stato amato, ma non aveva amato neppure. Riconosceva
adesso la sua illusione, l'inganno in cui era caduto, il chimerico
inseguimento di qualche cosa che era soltanto dentro di lui, nella sua
imaginazione, e che mai, mai, avrebbe potuto afferrare...
Una crise violenta scoppiò nella sua coscienza. Come reazione voluta,
accarezzata, con una sfrenata compiacenza, sostenuta dal fondo
d'energia che era nella sua natura e che prendeva una rivincita, egli
si buttò a capo fitto in una vita di pazzi piaceri e di amori malsani;
trovò una specie di furibonda voluttà nel profanare, nel deridere, nel
macchiare di fango i suoi assurdi ideali. Di quella crise fu per
morire. Nondimeno, guarì; ma il suo sguardo serbò per sempre
l'attonita immobilità di chi ha visto spalancargli la terra dinanzi; e
una ruga precoce, indelebile traccia della tempesta, solcò la sua
fronte.