Fra i popoli tutti della tanto calunniata Italia quello del reame di
Napoli è stato ed è forse il più calunniato. E per certo a chiunque
si fa a guardar leggermente nelle sue glorie sembra dover giudicare
soprammodo incostante e debole in guerra una gente, la quale sì
spesso mutò padroni, e a presso che tutti, nell’ora in che vennero
a conquistarla, resistè fiaccamente. Ma chi vorrà penetrare un po’
addentro in quei fatti scorgerà di leggieri le cagioni dell’incostanza
e del fiacco resistere. E’ vedrà che i Napoletani, malmenati sempre
da chi li reggeva, tentarono di migliorare la loro fortuna col mutar
signoria, e sempre ingannati nelle loro speranze, perderono quasi
ogni fede nell’avvenire, e un profondo scoraggiamento succedette
all’antica energia. Ciò nulla ostante di quanti bei fatti e’ vanno a
giusta ragione superbi? E quale nazione respinse mai con altrettanto
vigore il tribunale dell’Inquisizione? E quale al mondo può vantare
una rivoluzione simile a quella del 1647? Ma accostiamoci a’ nostri
tempi. Re Ferdinando IV, codardo sempre nei pericoli, erasi fuggito in
Sicilia, dopo aver consentito agl’Inglesi l’incendio di sei vascelli
della flotta napoletana. Una povera plebe, quasi affatto sfornita di
artiglierie e di munizioni, e senza capi, nè ordine alcuno, fè contro
i Francesi quello che il vile suo principe non avea osato tentare.
Circa tremila fra quei generosi perirono difendendo la patria contro
lo straniero invasore. Queste cose avvenivano nel gennaio del 1799.
E quando le armi di Francia abbandonarono il Regno, e le brutte
masnade del cardinal Ruffo trassero a furia sulla misera Napoli, di
maraviglioso valore fè mostra la piccola schiera di repubblicani
preposta a guardia della città. Contrastò lungamente le mura di Napoli
al Ruffo, e questo penetratovi alfine, dal castello di S. Erasmo,
dov’erasi ritratta, non si rimase dall’operare contro le di lui bande
molte belle fazioni. Ma fra tutti que’ fatti risplende l’eroica fine
di Antonio Toscano, nativo di Calabria, il quale, anzicchè arrendersi
all’inimico, strascinatosi moribondo nel sotterraneo del forte, la
cui difesa gli era stata commessa, vi diè fuoco alle polveri, per
modo che assalitori e assaliti saltarono in aria ad un punto. Dovrei
pur ricordare l’assedio sì gloriosamente sostenuto dagli abitanti di
Altamura, e prima di esso la presa d’Andria, al cui assalto fu veduto
muover fra i capi Ettore Caraffa, conte di Ruvo, fratello del già
padrone del feudo che da quella città nominavasi. E a questo proposito
giustizia richiede che la nobiltà napoletana sia grandemente esaltata,
siccome quella che non solo accettò, ma sostenne ed aiutò con tutta
l’anima una rivoluzione che le toglieva pur tanto! Un Riario, due
Pignatelli, un Serra, un Genzano, un Caraffa, un Caracciolo e molti
altri patrizii perirono nel 1799 cogli uomini più intelligenti e più
chiari della nazione, per aver voluto distruggere le violenze e gli
abusi, che un nobile, Gaetano Filangieri, avea qualche anno prima
della rivoluzione francese così fortemente oppugnati. Ma i primi
tentativi rivoluzionarii ebbero luogo nel Reame di Napoli nel 1793,
anno in cui una congiura fu ordita. Istruitone il governo, gli arresti
e le persecuzioni politiche cominciarono, e nell’ottobre del 1794
tre giovani salirono sul patibolo, de Deo, Vitaliano e Galiani. Nel
maggio dello stesso anno, un Tommaso Amato era stato condannato alla
pena capitale come giacobino e sacrilego. Si seppe poi esser egli
stato spinto dalla pazzia ai fatti pei quali fu condannato. Nel 1799
circa duemila persone furono messe a morte in tutto il reame, strage
unica al mondo, non tanto pel numero, quanto per la qualità delle
vittime. Mutato reggimento non infiacchiva nell’animo de’ Napoletani
il desiderio di libertà. Nacque nel Reame di Napoli, come tutti sanno,
quella tanto famosa Carboneria, che poi sì rapidamente si sparse in
tutta quanta l’Italia, e tanto giovò alla causa nostra. E i primi
martiri della nuova setta furono pure Napoletani. Un Capobianco fu
moschettato in Calabria, nel 1809, e molt’altri in Abruzzo, nel
1814. Ma eccoci al 1820. La sorte de’ Napoletani in quei tempi era
migliore d’assai di quella del rimanente d’Italia. Lo stato del reame
era florido, per quanto poteasi sperare sotto un governo assoluto,
la giustizia era amministrata appuntino, la più parte delle cariche
era nelle mani de’ buoni, e l’avvenire del paese pareva ridente. Ciò
non pertanto i Napoletani provando il bisogno d’istituzioni le quali
rendessero certa quella loro prosperità, levaronsi unanimi al conquisto
di una Costituzione. Nè mai si vide insurrezione più generosa, nè mai
popolo alcuno seppe usare con tanta moderazione di una libertà così
nobilmente acquistata. Ma chi spense sì presto quella rivoluzione? La
sua stessa generosa natura. Fidò nei Borboni, e i Borboni tradironla,
oltrecchè invece di diventare italiana, rimase municipale, errore
sommo che l’Italia centrale ha sventuratamente imitato nel 1831. Ma
le cagioni di quella dolorosa catastrofe son troppo note, perchè io
m’abbia a ripeterle, e però dirò solo che ad onta di tutto quanto i
nostri nemici operarono per annullare le forze del paese, e attutarne
l’ardore, ai 7 marzo del 1821 poche migliaia di Napoletani, per la
più parte milizie, tennero testa circa sette ore, nelle vicinanze di
Rieti, a diciotto mila Tedeschi, fra i quali quattromila a cavallo.
Questo fu il fatto; pure o s’ignora, o non vuolsi valutare dai più;
pure sol’esso ha bastato a diffondere dei Napoletani uno sfavorevole
grido, e a far dimenticare tutto il sangue da loro sparso in ogni
tempo nelle fazioni di guerra. Da alcuni scrittori si fa ammontare a
duecentomila il numero degli abitanti delle Due Sicilie periti per
l’avara Spagna in terra straniera, nei due secoli infaustissimi in che
quella parte d’Italia soggiacque al governo viceregnale. Sa ognuno
della vittoria riportata dai Napoletani a Velletri sugli Austriaci,
nel 1744, come pure de’ bei fatti d’arme dei quattro reggimenti
di cavalleria napoletana, capitanati dal general Cutò nel 1796 e
nel 1797 ne’ piani di Lombardia. Nei dieci anni in che il Regno fu
sottoposto al dominio francese i Napoletani militarono in Ispagna,
in Germania, dovunque si stesero l’aquile napoleoniche. Basterebbe
il solo assedio di Danzica, durante il quale i soldati del Reame di
Napoli si diportarono sì valorosamente, da meritare gli encomii di chi
loda sì rado e sì scarsamente le cose nostre, vo’ dir dei Francesi, e
segnatamente del general Rapp, nelle cui memorie si fa di quei prodi
una molto bella menzione. Nel 1814 e nel 1815 le schiere di Napoli
combatterono, prima contro i Francesi, poi contro gli Austriaci, a
Carpi e ad Occhiobello coi primi, a Macerata coi secondi, e tuttocchè
sempre in numero inferiore, fortemente pugnarono. Ma queste cose tutte,
il ripeto, o sono state dimenticate affatto, o non son valutate quanto
è mestieri da coloro medesimi i quali pur vogliono giudicar le nazioni
dai fatti. L’esito finale della rivoluzione del 1821 è stato bastante a
cancellare ogni più bella memoria dei Napoletani, e quel che più duole,
non solo negli stranieri (chè delle loro opinioni, comechè torte, non
mi darei grande affanno) ma negli stessi Italiani di qua dal Liri e dal
Tronto, i quali, mi piange il cuore nel dirlo, non hanno tutta la fede
che dovrebbero ne’ loro fratelli del Mezzogiorno, che pure sembrano
destinati a levare il primo grido della insurrezione italiana. E i
Napoletani meriterebbero la fiducia dei rimanenti Italiani, non solo
pei fatti dei quali ho discorso, ma pel molto sangue da loro sparso
per la libertà in questi ultimi cinquant’anni. Ho cennato di sopra dei
principali martirii politici del Reame di Napoli dal 1798 fino al 1814.
Giovi notare di volo quei che l’afflissero dalla caduta del governo
costituzionale fino a’ dì nostri. Sui trenta uffiziali condannati
all’estremo supplizio pel fatto di Monteforte, Ferdinando I non osò
far mozzare il capo se non a due soli, Michele Morelli e Giuseppe
Silvati. Agli altri 28 la pena fu commutata in quella dell’ergastolo,
prigionia di nuova foggia, che non ha nulla a invidiare a quella di
Spielberg. Oltracciò moltissimi furono i moschettati, così a Napoli,
come nelle province, pel solo fatto di essere stati colti in istrada
con armi nascoste. Le carcerazioni furono poi innumerevoli, ed a
migliaja gli sbandeggiati ed i profughi. Canosa, noto per infamia,
comandò si frustassero sulla pubblica via due persone credute ree di
carbonarismo, e commise tante e tali scelleratezze, che gli Austriaci
medesimi ne arrossirono, e il loro generale in capo Frimont fè opera
perchè ei fosse scacciato da Napoli. In quell’ora stessa il reame tutto
era posto sossopra, il fiore dei magistrati destituito, l’esercito
sciolto, ogni buona ed utile cosa annullata o corrotta. E questo
avveniva per opera di quel Ferdinando che il 1º di ottobre del 1820
avea nella chiesa dello Spirito Santo solennemente giurato _in faccia
a Dio ed agli uomini_ la costituzione spagnuola, e pubblicato quindi
un indulto generale per tutto quanto fosse stato commesso contro la
sua autorità. Ma il regno di Francesco I esser dovea più doloroso e
più turpe di quello di Ferdinando. In quel miserando quinquennio (dal
1825 al 1830) le inquisizioni politiche furono soprammodo feroci, la
corruttela in materia di governo giunse all’ultimo grado, la polizia,
diventata signora assoluta, premiò i delatori, sparse la diffidenza
fra gli amici e i congiunti, torturò nelle carceri, e videsi un De
Mattheis, vera tigre sotto umane sembianze, torturare e ammazzare
impunemente in Calabria. Ma il fatto più degno di venir ricordato
si fu la cospirazione del 1828, la quale avea per iscopo il gridare
nel Regno la Costituzione francese. Scoppiò nel Cilento. Nata con
picciole forze, fu soffocata, ed al solito soffocata nel sangue.
Mentre a Napoli perivano sul palco tre giovani egregi per nome Carola,
Migliorati e De Mattia, Delcarretto, mandato coll’_alter ego_ nella
provincia di Salerno, pubblicava una fallace amnistia, e tutti coloro
che, prestatavi fede, si presentavano, faceva arrestare. In una sola
notte circa trecento persone caddero nelle sue mani, e furono tradotte
dal Cilento a Salerno a piedi e colle mani legate. Alcuni fra i
prigionieri, vinti dalla stanchezza e da’ patimenti, caddero esanimi
lungo la strada, e i loro cadaveri furono trovati la dimane per terra,
nelle vicinanze di Prignano, paesello situato sulla via di Salerno.
Furono: Bonifazio Oricchio di Vallo di Novo, padre di cinque figliuoli,
Donato De Mattia, padre di famiglia ancor esso, ed Angelo Mazzarelli,
vecchio uffiziale destituito nel 1821. Pietro Mazziotti morì nelle
prigioni, dove era stato rinchiuso per vani sospetti. Furono passati
per le armi a Salerno un canonico de Luca da Cella, un di lui nipote,
guardiano dei cappuccini di Cammarota, il curato del villaggio di
Abbatemarco (in Italia fino i preti ed i frati son liberali!) Domenico
de Luca ed Angelo Lerro, amendue di Cosati, un vecchio di Masticelli,
padre di sei figli, un Ricci di Pellaro, un patriota di Basilicata,
il quale trovavasi in prigione da tre anni, Diodosio de Dominicis,
ex-capitano delle milizie, ed altri due che non saprei nominare.
Undici in tutto. Degli abitanti del villaggio di Bosco, dove la prima
mossa ebbe luogo, venti furono fucilati, cinquantadue condannati ai
ferri in vita, e il rimanente della popolazione disperso nelle comuni
circonvicine. Un Alessandro Ricci fu ucciso dai gendarmi, e mille
ducati furono premio agli uccisori. Michele Bertona, Emilio De Mattia e
un Bianco di Montana perirono anch’essi, e un Carillo del villaggio di
Perito fu archibugiato per avere portato del pane in campagna a’ suoi
contadini. Delcarretto, seguitando in questa, come in molte altre cose,
le gloriose tracce del generale Manhès, avea severamente inibito di
recar viveri fuori dell’abitato, volendo almeno affamare coloro che non
potea aver nelle mani. Nel numero immenso dei condannati ai ferri si
annoverarono parecchie donne, e fra queste la moglie di Antonio Galotti
il nome del quale s’udì suonare più volte sulla tribuna francese. Così
il Galotti come la moglie trovansi in Francia al presente, il primo
dopo avere sfuggito miracolosamente la morte, la seconda dopo essere
stata orribilmente torturata nelle carceri di Salerno. Ma basti di
queste nefandità, e solo si noti che il Delcarretto, in premio degli
onorati servigi fu creato marchese, e innalzato al grado di maresciallo
di campo. Ma e’ dovea rendere ben altri servigi alla corona di Napoli.
Nel 1831 e’ fu assunto al ministero di polizia, e riuscì di grand’utile
al governo in quell’anno sì pieno di rivolgimenti politici. Pure il
suo zelo non impedì che nuove congiure si ordissero e nuovi moti
scoppiassero nel 1832 e nel 1833. Alla congiura detta _del Monaco_,
perchè ordita principalmente da un frate, ne seguitò un’altra tutta
militare, tramata da dieci giovani, parte uffiziali, parte sotto
uffiziali del secondo reggimento Cavalleggieri della guardia reale. Il
frate e un Vitale furono condannati a morte per la prima cospirazione,
un Rossaroll e un Ancillotti per la seconda; ma Ferdinando II commutò
a tutti la pena di morte in quella dei ferri in perpetuo. Quanto a
Rossaroll e ad Ancillotti, volle però che la grazia, vedi clemenza!
fosse loro annunziata sul palco. D’altre varie cospirazioni ordinate in
questi ultimi anni non mi è dato parlare per ragioni che ogni lettore
intenderà di leggieri. Basti questo, che la polizia di Napoli non ha un
momento di requie, e una trama sventata una nuova n’è ordita, ad onta
di tutto che il governo fa patire a qualunque è arrestato come sospetto
di mene politiche.
Carnificine simili a quelle del 1828 dovea vedere il 1837. Ho parlato
altrove degl’infelici moti della Sicilia e delle numerose sue vittime.
Dirò qui solamente undici persone essere state archibugiate nelle
Calabrie e otto in Abruzzo. Non mi è dato poter qui registrare se non
i nomi dell’ultime. Eccoli: Antonio Caponetti, Francesco d’Angelo,
Giuseppe d’Angelo, Giuseppe Toppeta, Ambrogio de Cesaris, Bernardo
Brandizii, Emidio Antico, Paolo Mandricchio. Sono nomi di oscuri
popolani, artieri per la più parte, i quali gridarono libertà, nulla
sperando, nulla temendo, come il popolo suole, e morirono come
gl’Italiani han saputo sempre morire, da Arnaldo da Brescia fino a Ciro
Menotti.