Quando fulgea la sicula
Terra d’immenso lume,
Del Campidoglio l’aquile
Avean mal ferme al vol
Le giovinette piume,
E non ardian nel sol
Fissar lo sguardo.
Cento sorgean marmoree
Di popolo frequenti
Vaste città..... sparirono,
E il soffio d’aquilon,
E dell’onde frementi
Sul mesto lido il suon
Solo interrompe
L’alto silenzio..... ahi miseri!
Della grandezza avita
Sulle ruine il barbaro
D’ogni parte affrettò,
E noi molle, invilita
Progenie soggiogò
Senza fatica.
A che ne giova il limpido
Cielo, e il terren cui tanta
Beltade ingemmo, e l’aëre
Puro, e il tuo vivo ardor,
O sol che d’ogni pianta,
Ogni frutto, ogni fior
Ne fai larghezza?
Lassi! a che pro se in lacrime
Viviam, da che languente
È in noi la vampa indomita
Dell’antica virtù?...
Pur si levò repente
Dall’empia servitù
Sicilia un giorno,
E l’abborrito, estraneo
Signor la polve morse. —
Al rintoccar funereo
D’una squilla fatal
D’ogni Siculo corse
Sul vindice pugnal
Cupido il braccio.....
Ma se vi corse, o Procida,
Fu tua mercè. Tu piena
Del gran disegno l’anima,
L’ire de’ venti e il mar
Sfidavi, e in ogni vena
Correvi a suscitar
L’odio di Francia.
E come il viso argenteo
Di vaga stella ardente
Conforto è in mezzo ai turbini
Allo stanco nocchier,
La tua lena cadente
Un fulgido pensier
Già rinfrancando.
Cinta di ferro, libera
Per opra tua la cara
Sicilia a te pingensi
Nel magnanimo cor,
E in ogni secol chiara
Del sicano furor
L’inclita fama.
Deh sorga per Italia
Un uom che l’assomigli,
E il serto iniquo infrangere
Si vegga ai re crudel,
E i turpi infami artigli
Al bicipite augel
Che a predar venne
I dilettosi italici
Campi dall’Istro odiato!...
Salve, o stranier, che Italia
Ti rechi ad ammirar.
Ma a chi v’irrompe armato
Un glorioso acciar
Squarci le membra!
Oh dell’alta giustizia
Dia questa terra il segno,
E le tremende folgori
Che fero accender suol
Di Mongibel lo sdegno
In ogn’italo suol
La sacra fiamma
Avventino!...... ma rapida
Già discorre per tutto,
E il Vesèvo rispondere
S’ode dell’Etna al tuon,
E dell’adrïaco flutto
E del Tirreno il suon
Più e più s’accresce.
E quinci del Romuleo
Fiume e dell’Arno l’onda
Tutta ribolle e gonfiasi,
E quindi l’Eridàn
In sulla doppia sponda
Va infuriando, e invan
L’ira non spende.