Niun popolo al mondo fu più civile, più glorioso, più prospero del
popolo di Sicilia, nessuno oggidì vive in più profonda miseria. Chi non
sa degli ultimi fatti del 1837, anno in cui la Sicilia tentò vanamente
di scuotere l’insopportevole giogo? Il morbo asiatico che aveva mietuto
trentamila vite a Palermo e settemila a Catania, incrudeliva ancor
fieramente in molte parti dell’isola, quando a quell’ire del cielo si
aggiunse la rabbia degli uomini. Circa centocinquanta teste ponevansi a
prezzo, e le corti marziali condannavano a morte cinquantotto persone,
delle quali otto a Catania, dodici a Siracusa, diciassette a Misilmeri,
nove a Floridia, otto a Marineo e quattro a Canicattì. Molti fra i
moschettati aveano commesso gravi delitti, ma venti circa soggiacquero
all’estremo supplizio per accuse interamente politiche. Un Delcarretto,
noto per altre geste di simil natura, presedeva alle stragi di Catania.
Ei volle che le otto vittime di quella città (condannate tutte per
cagioni politiche) fossero passate per le armi al suono della banda
militare, e la sera stessa diè un ballo nel palazzo della comune.
Fra i diciassette che perirono a Misilmeri si annoverò un giovinetto
di anni quattordici; fra i condannati alla pena dei ferri una donna
colpevole solo di avere suonato a stormo in un villaggio. I posteri
crederan favolose le atrocità per me ricordate, eppure ebbero luogo in
Europa, e nel civilissimo anno 1837! Ma la Sicilia era stata bagnata
di sangue non una volta prima del 1837, chè nel 1823, mentre le truppe
austriache stanziavano nella città di Palermo, s’ordì una congiura per
la quale doveasi procedere al totale sterminio dei forestieri. Scoperta
la trama, tredici fra i congiurati furono messi a morte, e altri
assai andarono profughi in terra straniera, o languirono lungamente
nelle segrete. Nel 1831 un’altra cospirazione andò a male, ed undici
altre persone furono archibugiate in Palermo. Con auspicii sì fatti
cominciava il faustissimo regno di Ferdinando II. Molto mi duole di
non potere qui registrare i nomi dei numerosi martiri che la Sicilia
diè per sua rata alla libertà d’Italia dal 1823 al 1837; ma un giorno
per certo e’ saran fatti palesi all’universale ed inscritti nel marmo.
E tanto sangue dovrà pure fruttar libertà all’infelice Sicilia, la
quale per essere la più malmenata fra le province italiane e la più
lontana ad un tempo dall’Austria, nemica naturale d’ogni nostro bene,
sarà prima ad insorgere e a dar segno all’Italia della lotta fatale
che dovrà liberarla. Oltre di che la Sicilia non può avere obliato la
sua gloria antichissima, le sue secolari franchigie, ella che fino
dall’undecimo secolo ebbe istituzioni di cui la rimanente Europa era
priva. Vo’ dire della Costituzione che dierono alla Sicilia i Normanni,
que’ Normanni medesimi che ogni franchigia soppressero in Inghilterra;
costituzione larghissima per quei tempi, vie maggiormente allargata
di poi da Federico II di Svevia, e rifatta nel 1812 dall’aristocrazia
siciliana, che unanimemente abolì in una notte tutti gli abusi feudali.
Questa Costituzione fu spenta con un tratto di penna da re Ferdinando
I nel 1816. E’ s’era appoggiato a’ Siciliani ne’ tempi sinistri per la
stirpe Borbonica, i loro uomini e il loro danaro avea adoperati contro
i suoi proprii nemici, ed avea però grandemente blandito la Sicilia.
Finito il bisogno, le tolse non solo la Costituzione del 1812, ma
quella bensì dai Normanni conceduta, dagli Svevi aumentata, e che i
Francesi, gli Aragonesi, e quanti altri stranieri avevano signoreggiato
quell’isola, avean rispettata. Ma così a’ Siciliani, come agl’italiani
tutti è serbato, quando che sia, qualche cosa di meglio della
Costituzione Normanna e di quella del 1812. Solo vorrebbesi che gli
abitanti della Sicilia si mostrassero un po’ meno Siciliani, e un po’
più Italiani, e ismettessero al tutto la matta avversione che nudrono
verso i loro fratelli del Reame di Napoli, e vivessero in migliore
concordia fra loro medesimi, nè più fra Palermo e Messina, fra Catania
ed Aci-Reale, fra Siracusa e Noto altra gara sorgesse di questa, del
liberare la patria comune dal comune avversario.