Disordine anarchico.
Non era cessata sull'area massima l'agitazione suscitata dalla Michel,
quando una volante di alto cielo seguita da un centinaio di gondolette
venne ad attraversare gli spazii sovrastanti all'agro. Un fragore come
di tuono rimbombò nell'aria. Tutti gli occhi si levarono al cielo,
tutte le braccia si distesero. Il rombo delle _mitragliatrici pacifiche_
annunziava una scarica di telegrammi. Chi poteva dubitarne? Quei
cartoncini pioventi dalle regioni eteree erano altrettanti elenchi di
nomi, e quei nomi rappresentavano il risultato delle ultime elezioni.
Il silenzio e l'immobilità regnavano nell'agro. Tutti leggevano con
ansia, avidamente, come si trattasse per ognuno di un proprio,
individuale interesse.
I duecentosessantacinque Comuni dell'Unione si erano pronunziati. Il
partito degli _spiritualisti_ aveva subito uno scacco completo; i
_naturalisti_ avevano guadagnato sessanta voti; duecento cinque eletti
rappresentavano la schiacciante prevalenza del partito equilibrista.
I primi commenti della folla furono un mormorio di approvazione. I
coscritti dell'agro tripudiavano.
In ogni tempo i giovani si lasciarono inconsideratamente trascinare
dalle utopie esagerate.
Recava però meraviglia, anche a molti dei più enfatici aderenti al
programma degli equilibristi, che la colta ed onesta famiglia di
Milano avesse scelto a suo reggitore e rappresentante uno degli uomini
più scandalosamente famigerati della Confederazione. Per succedere al
compianto Berretta nella carica di Gran Proposto i milanesi avevano
eletto Antonio Casanova. Il ragionamento degli elettori _equilibristi_
era stato codesto: «Casanova è un furfante, Casanova è un falsario,
Casanova è un barattiere da gioco; ma egli è il solo della triade che
professi i nostri principii, e noi dobbiamo concordi e compatti votare
per lui. Al disopra di tutto e di tutti, il trionfo del partito!»
L'Albani si sentiva umiliato.
--Se tu fossi riuscito--disse l'ingenuo quanto orgoglioso Primate
stendendo la mano al Virey--avrei provato una grande soddisfazione. Tu
sei migliore di me; nella tua elezione avrei ammirato il senno de'
miei concittadini e applaudito al trionfo della giustizia. Ma lui!...
quel furfante! quel ladro!...
Il Virey crollò la testa sorridendo.
--Ladro! furfante! Chi tien conto di queste inezie? Il candidato non
rappresenta che il congegno d'una locomotiva politica; che importa se
questo congegno sia di vile metallo e lordato da ogni bruttura? Purchè
agisca sulle rotaie del partito, non si chiede di più. Accordando una
specie di impunità agli eletti della nazione, i nostri sapienti
legislatori hanno mostrato di saper interpretare lo spirito delle
masse. Credilo, amico: le masse, analfabete od erudite, barbare o
civili, saranno sempre cretine; correranno sempre dietro il carro del
ciarlatano che batterà più forte la gran cassa. Ti fa meraviglia che
un Antonio Casanova abbia trionfato di noi?
Mentre i due primati discorrevano nel frastuono dei commenti generali
succeduti alla tacita sorpresa, da una torre di sorveglianza partì un
razzo color porpora. Era un segnale di allarme. Tutti gli uffiziali e
gli agenti di sicurezza pubblica si chiamarono a raccolta a mezzo dei
soffietti acustici, e riunendosi in pelottone, si posero in marcia
dirigendosi verso Broni. Una ciurma di _equilibristi_ impaziente e fatta
audace dall'esito delle elezioni, minacciava di realizzare
immediatamente le utopie del partito, invadendo e saccheggiando le
case degli abbienti privilegiati. Uno dei più reputati stabilimenti di
pigiatura, occupato dai convalescenti più doviziosi e dalle etére più
famigerate, era preso di assalto. I sopraintendenti e i subalterni
resistevano debolmente; le belle pigianti si sbandavano ignude e
rosseggianti di mosto pei vasti corridoi, invocando soccorso. Uno dei
capi della rivolta, entrato per la finestra di una cabina di
pigiatura, si dibatteva furiosamente sulla scaletta di una piscina
uvaria colla bella moglie di uno _czarre_, la quale con ceffate e con
graffi da pantera tentava di schermirsi.
Frattanto, al vedere gli agenti di sicurezza attrupparsi per marciare
verso il centro della sommossa, in altri punti dell'_agro_ si formavano
degli assembramenti minacciosi. I coscritti, affigliati per la più
parte alle sètte anarchiche, affiggevano ai berettoni solari le
coccarde riottose. L'uragano della sommossa si annunciava terribile e
spietato. Le botteghe si chiudevano; i merciaiuoli smontavano le
baracche; le madri paurose traevano i bambini fuor della folla; altre
più audaci, invase da un ardore di ribellione, coi pargoli in sulle
braccia, animavano all'azione i giovani esitanti. Ciò che accadeva in
quel momento nei due _agri_ collegati di Stradella e di Broni non era
che un minimo episodio della grande rivoluzione, suscitata per
naturale coincidenza di passioni politiche, in ogni quartiere popolato
dei dipartimenti dell'_Unione_.
--Che si fa?--chiese il Virey all'Albani, traendosi in disparte per
dar passo ad un pelettone di sorveglianti i quali si avanzavano
intimando l'_ammonito_ ad un gruppo di rivoltosi.
--Io sarei d'avviso che ci imbarcassimo bravamente in una _volante_, e
ci facessimo condurre a Milano, senza preoccuparci dei nostri bagagli,
i quali, c'è da scommetterlo, a quest'ora devono aver già assaggiate
le garbatezze dei nostri futuri governanti.
--Credi tu che a Milano si abbia a godere maggior sicurezza?... Ma,
via! Si può tentare... Forse giungeremo in tempo da poter assistere al
saccheggio della mia villa. Vorrei che di quell'edifizio maledetto,
nel quale ho sommerso tutti i milioni da me guadagnati coll'invenzione
della pioggia artifiziale, non rimanesse più vestigio. Oggimai è
penetrata nel mio animo questa convinzione, che ogni attentato
violento fatto alla natura è opera da pazzo, per non dire da
scellerato, e che io, al par di altri orgogliosi della mia specie,
colla mia superba invenzione mi sono reso complice dei più grandi
disastri che affliggono il mondo.
--Tu, dunque, vorrai essere dei nostri?--chiese il Virey radiante di
gioia.
--Sì! per la vita dell'umanità!--rispose l'Albani con ardore
entusiastico.--Torniamo alla natura! Il vostro programma quindi
innanzi sarà il mio.
--Dunque?... A Milano?...
--A Milano!...
--Presto! Facciamo calare una volante!... Ecco là una aerea da due
posti, che pare fatta per noi. Diamo il segnale!
Il conduttore della volante, all'udire il fischio, lasciò calare il
veicolo a quattro metri dalla testa dei reclamanti.
--Più basso!--gridò il Virey;--si vuol partire immediatamente.
--Più basso?--esclamò l'auriga di cielo in tono più beffardo.--Io son
disceso di quattro metri, ora spetta a voi di salire altrettanto.
Siamo, o non siamo equilibristi? Animo, dunque! Salite!
--Bella pretesa davvero!--sclamò l'Albani irritato.--Via! non son
momenti di celie codeste! Vien giù!... Sarai pagato lautamente.
--Non potete salire? peggio per voi--rispose l'auriga di cielo;--e
nemmen io posso scendere. Sono uomo di principii. Il vostro denaro non
mi tenta... Chi più ha, meno ha diritto di avere. Il Bigino ha l'onore
di augurarvi la buona notte. Viva Antonio Casanova e l'abolizione
della moneta! Viva l'equilibrio sociale!
E cantando una gaia ballata, l'auriga fece risalire la volante, che
andò a smarrirsi nelle brume vespertine.
Il tumulto cresceva nell'agro. Ai ribelli si aggiungevano i curiosi;
pochi atti di violenza si commettevano, ma lo strepito saliva alle
stelle. I rappresentanti del governo legale ripetevano indarno le
ammonizioni.
Plochiù, il generale comandante della spedizione eletta a sedare la
rivolta, prima di ricorrere ai mezzi estremi, esitava, temporeggiava,
attendendo rinforzi. Verso le cinque pomeridiane, in luogo delle
truppe arrivò un telegramma. Il generale lo lesse esprimendo cogli
accenni del capo la più viva soddisfazione:
_Assemblea generale in seduta permanente delibera ed ordina nessuna
resistenza movimento anarchico generale--passi la volontà del
paese--passerà presto. Dato a Berlino, ore quattro._
--A meraviglia! Lasciamo che si arrabattino fra loro. Se la godano un
paio di giorni la loro anarchia! Nessuno dei militi volonterosi da me
dipendenti rischierà una scalfittura per mettere al dovere questi
pazzi!
Di là a pochi minuti, i rappresentanti del potere legale si ritiravano
dai centri tumultuosi. Una grande aerostata governativa e duemila
volanti di seconda mole ancoravano alla stazione centrale per
accogliere e trasportare i _ben pensanti_. Un razzo fosforescente
proiettò sull'agro una luce azzurrognola, che subito si spense. Era un
segnale ben noto ai ribelli; un segnale che voleva dire: il governo si
dichiara _nolente_ o impotente a resistere: _si salvi chi può!_
L'Albani e il Virey si gettarono nella corrente dei fuggenti,
incalzati dagli urli, o piuttosto dai ruggiti di quella belva capace
di tutti gli orrori, che è un popolo scatenato.
A Stradella ed a Broni si saccheggiava impunemente, e, diciamolo ad
onore del vero, con ordine, con garbatezza, coi più delicati riguardi
alle suscettibilità dei saccheggiati. Sulle aree, la ripartizione e
l'equilibrio dei beni faceva le sue prime prove gaiamente. Ad un
cittadino che aveva nel portafoglio diecimila lussi, si accosta un
_nullabbiente_ per esigere la metà del suo avere.
--Presto fatto! Eccovi cinquemila lussi, e buona notte... per ora!
La ripartizione amichevole è approvata dall'applauso popolare; ma ecco
i due _equilibristi_ son presi in mezzo da altri _equilibristi_ che
esigono la metà della metà toccata a ciascuno.
--È troppo giusto. A ciascuno duemila e cinquecento lussi--siete
soddisfatti?--Ma non è finita, convien ripartire anche i duemila
cinquecento; e così via, via, di ripartizione in ripartizione, i
capitali vanno siffattamente assottigliandosi, che all'ultima fase
dell'equilibrio generale ciascuno risulta possessore di circa dieci
centesimi.
Ci vorrebbero dei volumi per riprodurre gli episodi tragi-comici di
quel breve trabordo di anarchiche utopie. Basti dire che ad un lacero
_nullabbiente_ il quale si era fatto cedere il _paletot_ dal droghiere
Pirotta, toccò indi a poco di dover dividere le sue spoglie con un
correligionario sprovveduto di giubba. E ciascuno dovette andarsene
mezzo vestito, con un solo braccio insaccato in una manica e un
frammento di bavero attorno al collo.
Malgrado le irritazioni inevitabili in ogni attrito di popolo, la
giornata prometteva di chiudersi con un allegro chiasso di canti e di
balli. Un fratellevole accordo si produceva dalla comunanza degli
interessi; dall'uguaglianza nella miseria tutti si attendevano l'età
dell'oro; dal deprezzamento delle intelligenze, l'uniformità del
sapere e lo schianto di ogni supremazia.
Ma sul far della notte, le cose mutarono aspetto.
I caporioni della sommossa, che pei primi si erano slanciati
all'assalto degli stabilimenti di pigiatura, non riflettendo al
pericolo, dopo essersi immersi nel mosto fino alla gola e aver
tracannato a larghe fauci il licore effervescente, avean levate le
spine alle botti. Il vino inondava gli appartamenti e scorreva a
rigagnoli per le scale. L'esalazione alcoolica saliva ai cervelli; i
bevitori quasi asfissiati si avvoltolavano come giumenti in una melma
rossiccia; i meno briachi, per uscire da quell'afa irrespirabile, si
aprivano il varco rompendo la folla coi pugni. Frattanto, irrompevano
altri bevitori. I fanciulli camminavano carponi leccando i pavimenti;
le donne succhiavano dalle spine le ultime sgocciolature. Nelle
cantine dei ricchi proprietari, i coscritti stappavano bottiglie di
vecchio barbera; decapitavano l'Asti spumoso e trincavano senza freno.
La fede _equilibrista_ era scossa; non vi era più alcuno in Stradella ed
in Broni che fosse in grado di tenersi in equilibrio. Si vedevano dei
vecchi avvinazzati strappar le gonnelle alle donne, affermando il
diritto all'uguaglianza dei sessi; le donne, a loro volta,
pretendevano all'onore dei calzoni. Rotolavano come botti, sul pendio
dello stradone curricolare, delle coppie di ubbriachi, strettamente
collegate. L'agro era invaso dalla follia contagiosa; abbracciamenti e
ceffate, lacrime di tenerezza e invettive, danze a suono di calci,
baci e morsi di lussuria impotente, tutte le maniere di amplessi
imaginate dall'Aretino e dal Carnicci; l'orgia del sabbato antico coi
raffinamenti e gli orrori della sensualità alcoolizzata.
Chi porrà fine a questo orrendo scompiglio?...
Udite! Udite!
Un muggito reboante, che par quello di cento tori riuniti, ha percosso
l'aria con spaventose vibrazioni. Dalla via De-Pretis è uscito un gran
fragore di terremoto; un padiglione è crollato, è un fuggi fuggi di
gente che urla come fosse pigiata.
Cos'è avvenuto? Pressochè nulla: un leggerissimo errore di calcolo
nella mente di un grande scienziato. Chi farà la storia delle infinite
sciagure derivate alla famiglia umana dalle lievi abberrazioni dei
forti intelletti! L'illustre primate Piria avea perfettamente
costruito il suo gigante automatico-chimico-vitale. La macchina umana
era riuscita; tutti gli elementi essenziali che la chimica poteva
prestare alla formazione dell'ossatura, dei muscoli, dei condotti,
delle parti viscerali, dei glutini nervei, erano stati da Piria
impiegati e coordinati sapientemente. Un gigante dell'altezza di
trenta metri, proporzionatamente sviluppato nelle singole membra,
giaceva disteso nel padiglione di via De-Pretis. Verso le cinque
pomeridiane, in presenza di un centinaio di spettatori, l'illustre
scienziato aveva operato la trasmissione del sangue e del movimento.
Incisa la carotide del mostro inanimato e messala in comunicazione, a
mezzo di un tubo elastico, con quella di un toro parimenti svenato,
l'illustre creatore dell'uomo colossale avea veduto realizzarsi con
rapidità l'assorbimento e la dejezione. Si volle il sangue di dieci
tori per fornire al vasto cuore ed ai grandi condotti arteriosi del
gigante il liquido vitale occorrente. L'azione simultanea di due pile
elettriche di quadrupla potenza diede impulso alla circolazione,
suscitò l'irritazione nervosa e il movimento dei muscoli. La materia
inerte si scosse... Due grandi occhi si spalancarono assorbendo la
luce, le nari si gonfiarono, il petto parve scoppiare pei forti
aneliti di aria ossigenata, le braccia si agitarono, le mani si
distesero per afferrare l'ignoto; e finalmente...
Chi poteva prevedere un tal impeto di vita? Dalle fauci del gigante
elettrizzato proruppe un muggito spaventoso. L'immane corpo si
sollevò, atterrò con un calcio poderoso l'enorme banco sul quale stava
adagiato, e lanciandosi colla violenza di un toro inferocito verso la
porta di uscita, si diede a percorrere la via, sorpassando ogni
barriera. Trecento baracche di merciaiuoli andarono capovolte; quattro
olmi secolari, urtati da lui, si rovesciarono sradicati. Egli cozzava,
rompeva, abbatteva ogni ostacolo, impiegando a tal uopo, con istinto
taurino, la catapulta di un cranio resistente ad ogni urto.
Imaginate il terrore di quella apparizione, in una folla esaltata
dagli entusiasmi politici e dai fumi del vino! Dove la gente non era
lesta a sgombrare, il gigante si faceva largo coll'impeto della
persona, colle irruzioni del capo, colla violenza dei calci. I più
accorti tentavano schermirsi da lui passandogli fra le cosce o
saltandogli sul capo per scivolare al suolo tra le curve della schiena
interminabile; ma i fortunati ai quali riusciva di salvarsi, se la
davano poi a gambe esterrefatti, annunziando il finimondo e la
comparsa dell'anticristo. Quello sgomento generale aveva fatto passare
la generale ubbriacatura; in meno d'un'ora il vasto agro di Stradella
e di Broni si era mutato in un deserto.
La popolazione che prendeva il largo, sbandandosi pei vigneti e
cercando rifugio nei letti dei fiumi, verso le otto della sera fu
colpita da un nuovo terrore. Nell'impeto bestiale della corsa, il
gigante aveva dato il capo in un campanile, quattro metri più alto di
lui. La torre era crollata, ma anche il grosso cranio, con tanta
sapienza di mezzi chimici confezionato dal Piria, si era spezzato
nell'urto. Slanciando il suo uomo chimico-meccanico, il dabben Piria
non aveva riflettuto che in ogni essere animato la percezione sensuale
non può svilupparsi che gradatamente. Per la conservazione di quel
mostruoso fenomeno vitale si esigeva un trattamento di neonato;
supponendo in lui ingenita quella facoltà di discernimento che può
formarsi soltanto nell'adulto per una successione di esperienze,
l'illustre primate vide sfasciarsi in un attimo la più ardita
creazione che mai fosse concepita e realizzata dal genio umano.
Coll'ultimo muggito del gigante chimico-meccanico, e col fragore di un
campanile in rovina, a Stradella ed a Broni ebbe fine in quella notte
il baccanale rivoluzionario degli _equilibristi_.
A dieci ore l'ordine più perfetto regnava nell'_agro_.