CAPITOLO XXVI.

Clara Michel.

La conversazione dei due scienziati fu interrotta dallo squillo

simultaneo di un centinaio di trombe. Una folla di gente irruppe

sull'area massima. Mille voci gridarono: «largo alle emancipate! largo

alle sapienti della Senna!» E urtandosi, pigiandosi, accavallandosi, i

cittadini facevano del loro meglio per dar libero passo ad un

pelottone di cavalcatrici, le quali a bandiera spiegata scendevano

dalla collina.

Chi erano? Che volevano? Dove andavano quelle cento donne quasi nude,

graziosamente atteggiate sulle candide selle?

Erano le rappresentanti del circolo Michel, venute da Parigi per

propagare nei dipartimenti italiani le libere idee della emancipazione

del sesso femminile. Giovani, belle, vigorose, le chiome ondeggianti

sui seni di alabastro, l'occhio radiante, la mente esaltata da ardenti

entusiasmi, esse sfilavano sull'area tra le acclamazioni della

moltitudine come altrettante amazzoni trionfatrici.

Sostarono sotto un grande baldacchino, eretto il giorno innanzi dalle

consorelle del Circolo Olona; e l'onda della folla, momentaneamente

divisa dal loro passaggio, si riunì compatta, numerosa, per

precipitarsi verso le sbarre che circondavano il padiglione. Di lì a

poco, quell'immenso frastuono di grida, quell'urto impetuoso di

popolo, si mutarono in un silenzio di sepolcro, in un'immobilità di

acqua stagnante. Clara Michel, la capitana delle emancipatrici, si

discostò un breve tratto dalle sorelle, e avanzandosi a cavallo verso

quella selva di gente, con voce vibrata e sonora da contralto, parlò

in tal guisa:

«È a voi, consorelle del sesso avvilito, che io dirigo la parola. I

bruti che vi premono i fianchi col titolo di mariti, di padri, di

fratelli o di amanti, furono sordi in ogni tempo ai nostri legittimi

reclami; nè io pretendo che essi mi prestino orecchio benigno.

«Il nostro maschio è inaccessibile ad ogni sentimento di delicatezza.

Dominarci, tiranneggiarci, abbrutirci, ecco il suo statuto sessuale.

Fummo chiamate _sesso debole_; e noi, atterrite dai grossi vocioni, ci

lasciammo sottomettere. Parlo della generalità; poichè in epoche poco

remote da noi, come oggi, troviamo esempi luminosi di donne

emancipate. Quelle emerite si chiamarono etére, cortigiane, _cocottes_;

erano semplicemente delle audaci ribelli. Sentivano di essere forti, e

spregiando gli assurdi pregiudizii, schiacciavano chi si arrogava il

diritto di dominarle. La gelosia dei contemporanei, l'ipocrisia delle

pusille, più tardi la stupida pedanteria degli storici e dei poeti, si

piacquero stigmatizzarle come creature viziate ed infami; ma esse,

cionnullameno, vissero da regine, e verrà giorno, quando noi avrem

vinto la non ardua battaglia, verrà giorno, ripeto, in cui quelle

generose iniziatrici della rivolta saran collocate sugli altari. Ciò

che noi vogliamo è noto, la nostra unica aspirazione è quella di esser

messe a pari col maschio. Non si pretende a supremazia; si esige

l'uguaglianza. Uguaglianza di diritti, uguaglianza di posizione

sociale, uguaglianza di trattamenti. Noi siamo _elettrici_; ma quante

restrizioni a nostro disfavore! Noi paghiamo il nostro diritto di

votare con sacrifizii, i quali talvolta ci costano la vita. La

elettrice nubile dev'essere una vergine; la elettrice coniugata deve

presentare un certificato di fedeltà segnato dal marito; le figlie del

libero amore, assurdamente dichiarate illegittime, non hanno diritto

di civile rappresentanza. Sempre la stessa disuguaglianza, la stessa

tirannia da parte dell'uomo, e identici i risultati. Si è ottenuto, a

forza di restrizioni, che la donna rappresenti una minoranza quasi

impercettibile; in ogni lotta legale noi ci troviamo deboli, quasi

impotenti; le nostre aspirazioni più legittime sono soffocate dalla

violenza grossolana, brutale, dispotica, del sesso dominatore. Da che

proviene tutto questo? Via! Non esageriamo di troppo i torti del

maschio; l'ambizione del dominio è in lui naturalissima; ciò che fa

meraviglia, ciò che rende inescusabile il nostro sesso, è la nostra

sommissione volontaria, la nostra condiscendenza codarda. Noi siamo

più forti di lui! Tale la coscienza, tale la convinzione delle Frinì,

delle Aspasie, delle Dubarry, delle Montes, di tutte le illustri etére

che dominarono il maschio nei tempi più difficili. Noi possediamo la

forza della bellezza, delle attrazioni affascinanti, delle carezze che

inebbriano. Ogni donna, che senta la propria possanza, può governare

un migliaio di questi bruti camuffati da eroi o da legislatori, i

quali cospirano alla nostra infelicità. Abbiate fede nelle vostre

forze, e vincerete. Non si tratta di scendere in campo a mano armata,

di sfidare la mitraglia, di guadagnare la posizione con sacrifizi di

sangue. Faremmo al maschio troppo buon giuoco; egli si è serbato in

ogni tempo, e serba ancora esclusivamente il monopolio delle

mitragliatrici e degli altri stromenti micidiali. La nostra lotta deve

compendiarsi in un monosillabo, in un _No_ assoluto e irrevocabile. Ciò

che noi propugniamo, ciò che voi, consorelle, dovete esigere, è

l'abolizione del matrimonio. Dal matrimonio hanno origine tutte le

schiavitù, tutte le miserie, tutte le nefandità umane. Abbasso

l'unione forzosa! evviva il libero amore! viva la selezione! Ottenuta

l'abolizione del matrimonio, noi potremo rallegrarci di aver raggiunto

il massimo grado di felicità alla quale miriamo; la nostra

emancipazione non potrà dirsi completa, ma sarà spezzato il più solido

anello della nostra catena. Non si tratta, consorelle amatissime, di

redigere vane proteste. Conviene tradurre in azione l'idea. Il

matrimonio, nelle forzose repressioni degli istinti più simpatici, era

per noi l'unica valvola di salvezza. Gli uomini legislatori ci avevano

imposta la dura condizione di non poter amare se non a patto di

costringere i nostri affetti in un vincolo assurdo. Essi han gridato

ad ogni coppia di amanti: Voi non avete diritto di amarvi oggi, se

prima non vi obbligate ad amarvi sempre. Illusoria parola il _sempre_

degli innamorati; ma, via! tanto dolce a profferirsi! Che due

innamorati credano alla eternità delle reciproche simpatie, è

naturale, è conforme alle esigenze della fantasia sovreccitata dal

desiderio. Ciò che è mostruoso, abbominevole, nefando, è che la forza

delle leggi intervenga per istabilire, sulla vanità di un'illusione,

un contratto indissolubile. Una coppia di amanti! quale spettacolo più

bello, più giocondo, più degno di rispetto e di ammirazione? Nel

ricambio di uno sguardo, di un sorriso, di una stretta di mano, si è

sviluppato da due esseri simpatici il fluido dell'attrazione. I cuori

sussultano, le labbra inumidite anelano di baciarsi, il sangue si

agita, i due corpi vorrebbero confondersi. Alto là! grida un bramino,

un levita, un sindaco od un assessore del palazzo di _petizione_: le

vostre estasi deliziose sono un abbominio, se io bramino, se io prete,

se io sindaco, non intervengo a legittimarle con una cerimonia

religiosa, con un atto notarile. Siete voi disposti ad impegnare la

vostra fede per sempre, a rendere obbligatoria fra voi la convivenza

fino a quando la morte dell'uno o dell'altra non abbia sciolto il

vostro patto?--Sì! Sì! rispondono ad una voce i due illusi. Sotto

l'impero della passione, quei due si lancierebbero abbracciati tra le

fiamme di un rogo. Orbene: quel _sì_, strappato dal prete o dal sindaco

a due creature innamorate, incoscienti dell'avvenire, non segna forse,

nella più parte dei casi, una condanna peggiore dei lavori forzati a

vita? Cosa accadrà? Ciò che deve necessariamente accadere. Converrebbe

disconoscere le leggi di evoluzione che governano il cosmos ed ogni

atomo vivente, per contare su altri risultati. Ammettiamo pure, a

consolazione degli ipocriti e dei casisti, qualche eccezione; ma il

fatto più costante sarà sempre codesto. Dopo un lustro, dopo un anno,

dopo un mese; qualche volta, più spesso che non si creda, dopo una

notte di godimenti coniugali, la deliziosa attrazione reciproca andrà

svanita. Comincieranno le svogliatezze, più tardi le ripugnanze

insormontabili. Via! dissimulate! fatevi animo! Siete marito e moglie;

a termini di legge, dovete ricoricarvi sul talamo e ricambiarvi delle

carezze. Che importa se non vi amate? Forse più tardi vi abborrirete;

la vostra conversazione diverrà un ricambio di ingiurie e di minacce;

godetevela! è la porzione di felicità domestica che vi siete

assicurata per la vita segnando il grazioso contratto. L'amore vi ha

illusi, la legge vi ha gabbati; in nome della giustizia e della

moralità, voi dovete alla notte accoppiarvi detestandovi, per

trascinare durante il giorno la catena del forzato, imprecandovi con

tutte le energie della disperazione. Ma, questi matrimonii creati

dall'amore furono rari in ogni tempo. La fanciulla vessata dalle

leggi, dalle ipocrisie sociali, dalle volgari cupidigie dei parenti,

dalle imperiose necessità dell'esistenza, dalla astinenza sessuale

imposta alle nubili, si abbandonò, per un errore di calcolo, alla

china dell'abisso. Ella accettò il matrimonio vagheggiando

l'adulterio; si fece moglie per esercitare con minor pericolo i suoi

diritti di amante. Doveva essa, la martire derelitta, abdicare

completamente a' suoi istinti più imperiosi e geniali? Ed ecco il

sopravvento dei matrimonii di menzogna, ecco il primo passo della

schiava verso l'emancipazione: ingannare un uomo per conquistare

l'impunità nell'amore, ripararsi dietro un'istituzione balorda e

vessatoria, dalle ipocrisie sociali ugualmente stolide e spietate. Vi

sembra morale? Noi stesse ne conveniamo: è abbominevole. Può mai

scaturire da una impura sorgente la limpida linfa? Lapidiamo

l'adultera! gridarono i feroci legislatori. Ma, sciagurati! non siete

voi, non è ancora la barbara proscrizione dell'amor libero, che ci ha

trascinato su questa via obliqua dello spergiuro e dell'inganno? Ci

avete imposto di segnare un contratto ripugnante alla umana natura, e

poi fingeste inorridire ogni qual volta noi fummo indotte a violarlo.

Ma, infine, quali erano le vostre pretese? Credevate schiacciarci

rincarendo sulla nostra colpabilità; otteneste, a forza di cavilli e

di sofismi, di stabilire una diversa misura di responsabilità fra le

vostre turpitudini e i nostri irresistibili bisogni. Mentre noi,

trascinate dall'amore, ansanti, inquiete, trepide del pericolo,

correvamo furtivamente, col velo sugli occhi, al convegno desiderato

di chi potea darci l'amore; che facevate voi, allora, o grotteschi

Otelli da commedia, per affermare la legittimità dei vostri furori

gelosi, delle vostre tiranniche rappresaglie? Ciò che voi facevate è

scritto nelle statistiche delle antiche e delle nuove Questure. Voi

fornivate alle case di tolleranza ed alle alcove delle Immolate il più

grosso contingente; voi spendevate dei patrimoni per alimentare il

lusso delle etére che vi sputavano in viso. Avete mai dato prova di

comprendere l'amore? La tirannia che esercitate su noi non è che

stupido orgoglio. Non permettete che si rechi onta al vostro nome, e

frattanto oltraggiate ogni giorno la donna che deve portarlo,

posponendola alle più vili meretrici. La società non vi disprezza per

questo. A voi è lecito menar vanto della vostra abbiettezza; vi

terreste piuttosto disonorati, temereste di apparire ridicoli

dichiarandovi fedeli al contratto coniugale. Ma non è tutto. Quali

furono, nel secolo scorso, quali sono oggi i criteri che vi dirigono

nella scelta di una sposa? Le attrattive della gioventù, della

bellezza, dello spirito, della bontà, non esercitano verun fascino sui

vostri sensi e sul vostro intelletto. Signorina: a quanto ammonta la

vostra dote? Mi occorrono trecentomila _lussi_ per riparare a' miei

dissesti: li avete? In caso affermativo, mi onorerò di darvi il mio

nome, obbligandomi con atto notarile ad amarvi per la vita.--Non li

avete! Darò il mio nome ad un'altra qualsiasi, meglio fornita di

numerario, imponendomi di abbracciarla con trasporto ad ogni scadenza

di cambiale. È questa la santità del vincolo indissolubile? Voi pagate

le prostitute, e vi fate pagare dalla moglie; questo si chiama

pareggio! Meravigliatevi poi se avviene che qualche povera fanciulla,

uscita dalle famiglie nullabbienti, riesca ad accalappiare un ricco

merlo, e a farsi pagare da lui tutte le agiatezze della vita, l'amante

compreso! Sotto qualunque aspetto lo si consideri, il matrimonio è

un'assurdità, un'ingiustizia, un fomite di corruzione, un incentivo al

delitto. Dalla disperazione non può generarsi che il male, e la

disperazione è in ogni casa dove convivono un marito ed una moglie. I

meno ottusi alla percezione del vero definirono il matrimonio una

calamità necessaria alla tutela della prole. Un sofisma per

giustificare una assurdità! Non sono i figli abbastanza protetti da

quella forza di amore che la natura ha posto nel cuore dei parenti?

Non è questa forza d'amore, il più nobile istinto di ogni essere

animato? Se la femmina dell'uomo ha mostrato talvolta di ribellarsi,

le ragioni del fatto mostruoso convien ripeterle dal matrimonio. Ogni

violazione della legge naturale genera un mostro; i genitori che

abbandonano i figli, che li odiano, che gioiscono nel tormentarli,

sono le orribili anomalie prodotte dall'orribile istituzione. La madre

che insevisce contro il nato dalle sue viscere, è, nella più parte dei

casi, una schiava ribelle, la quale disfoga sul debole le sue

rappresaglie contro il forte che la opprime. Ella percuote il figlio,

perchè non le è dato di sbranare il marito. Tutti gli affetti

svaniscono, tutti i nobili istinti si corrompono in quell'ambiente di

tedio e di avversioni che si suol formare nel così detto santuario

domestico. Qui abbiamo le vendette della madre legittima, come

altrove, fuori dal consorzio coniugale, si hanno gli infanticidii

perpetrati, in un accesso di disperazione o di demenza, dalle

scomunicate, dalle maledette, le quali osarono concepire senza

autorizzazione del prete o del sindaco. Ma, via! oggimai ogni scrupolo

è soverchio. Non ci hanno più diseredati, nè derelitti, sotto le leggi

che ci governano. Il diritto all'esistenza è sancito dai nuovi codici;

dal giorno della nascita sino all'ora di estinzione ogni cittadino

dell'Unione è nutrito, alloggiato, vestito a spese del Comune. Se

oggidì esistessero dei genitori capaci di abbandonare la prole, il

governo, questo padre legittimo di tutti, provvederebbe. Che più si

tarda? Affermiamo i nostri diritti, realizziamo il nostro splendido

programma! Non più riti religiosi! via le formalità che intorpidiscono

i sensi e mettono il ghiaccio nei cuori! Il Dio è in noi quando

amiamo; non è più mestieri di invocarlo. Fra due che si amano nessuno

ha diritto di intervenire. Cosa significa questa legge di dilazione,

che ci obbliga a discostarci quando il torrente della passione irrompe

da noi coll'impeto massimo? Ogni unione generata dal libero amore è

legittima; fuori di là, tutto è prostituzione e delitto. Viva l'amore

che giustifica ogni audacia, che santifica ogni lussuria! Abbasso il

matrimonio, che contrista, che abbrutisce! Opponiamo ad ogni petizione

civile un assoluto diniego. Sciolte dalla servitù coniugale, qual

freno potrà ancora trattenerci dal marciare rapidamente alla meta?

L'uguaglianza morale e civile sarà in breve raggiunta dalla donna; chi

oserà resisterci? Accarezzato dall'amore spontaneo, il nostro maschio

diverrà arrendevole e mite, quanto ostinato e crudele fin qui lo avean

reso le nostre riluttanze di moglie e i nostri abborrimenti da

schiava. Egli dovrà comprendere che la infelicità da lui imposta al

nostro sesso si è mai sempre riflessa su lui. Questo insensato, che

dopo aver trascorsa metà della vita nel corrompere fanciulle,

nell'irridere ad ogni virtù d'amore, pretendeva, esausto e abbrutito,

di sposare una vergine per farne una schiava, dovrà alfine riconoscere

i propri torti. Egli griderà con meraviglia e dolore: noi fummo

stolti, noi fummo barbari! abbiamo creduto vincolare la fedeltà, e

abbiamo scatenato l'adulterio, ci siamo illusi di poter combattere la

natura con quattro articoli del codice; ma la natura si è vendicata

delle nostre repressioni, immergendoci in un abisso di tenebre e di

miserie; benediciamo al libero amore, che ci ha rigenerati!»

Alla fine della calorosa allocuzione, un uragano di applausi insorse

dalla folla. I giovani coscritti e le donne gridarono ad una voce:

--Viva Clara Michel! Viva la selezione! Viva l'uguaglianza morale e

civile!

--No! No!--rispondeva una debole minoranza di oppositori:--Abbasso la

cortigiana! Rispetto alle istituzioni! Viva il matrimonio!

--Ah! vi sono ancora--riprese con impeto la bella presidentessa delle

emancipate;--vi sono ancora degli zotici, dei bruti, che ardiscono

ribellarsi alla evidenza della verità? Vediamoli un poco alla prova

della tentazione, questi falsi apostoli della fedeltà obbligatoria e

del vincolo santo! Alzate gli occhi, o mamalucchi, e guardatemi bene!

Così parlando, la Michel aveva dato un balzo, e levandosi in piedi

sulla sella, aveva esposto all'attonita folla tutte le formosità delle

sue membra rigogliose, leggermente accarezzate da un velo

trasparentissìmo. Un urlo di entusiasmo maschile si sollevò dall'area.

Tutte le pupille si dilatarono per tuffarsi in quel bagliore di

bellezza.

--Orbene--ripigliò la Michel sempre più animata;--mi vedete? vi paio

bella? Io mi dono a quello di voi, che essendo stretto ad una donna

dal vincolo coniugale, nullameno salirà in groppa del mio cavallo, e

riuscirà pel primo a baciarmi la punta d'uno stivaletto!

In un attimo quella immensa moltitudine di gente fu veduta agitarsi

come un mare in tempesta. Gli uomini si spingevano innanzi, urlando,

manovrando coi pugni e coi bastoni, dilaniandosi l'un l'altro i

vestimenti e le carni. Le sbarre che difendevano il padiglione caddero

rovesciate ed infrante in quell'impeto erotico di maschio calore.

L'eroina del congresso, sgomentata, diede l'allarme alle compagne; i

cavalli nitrirono scalpitando... Ma... ecco... il ruggito della folla

echeggia più gagliardo e minaccioso. Cos'è avvenuto? Un uomo contuso,

sanguinolento è riuscito a farsi innanzi... ha sorpassato la barriera

frantumata... si è spinto fino al proscenio del padiglione... e salito

sul destriero della vezzosa cavalcatrice... ha stretto al labbro il

profilato piedino ch'ella ha vibrato nell'aria...

Clara Michel dà il segnale della partenza; la comitiva equestre si

slancia a briglia sciolta sullo stradone _sportheno_(34) che conduce

alla capitale dell'Olona...

Il padiglione rimane sgombro.

Di là a pochi minuti, nell'agro circolava la notizia che il fortunato

quanto audace mortale, trascinato in groppa dalla famosa

emancipatrice, era un tal Settimio Crispani, già processato per

bigamia, padre di quattordici figli di ignota dimora.

AbrakadabraL Storia dell'avvenire · 第 54 / 64 题