Clara Michel.
La conversazione dei due scienziati fu interrotta dallo squillo
simultaneo di un centinaio di trombe. Una folla di gente irruppe
sull'area massima. Mille voci gridarono: «largo alle emancipate! largo
alle sapienti della Senna!» E urtandosi, pigiandosi, accavallandosi, i
cittadini facevano del loro meglio per dar libero passo ad un
pelottone di cavalcatrici, le quali a bandiera spiegata scendevano
dalla collina.
Chi erano? Che volevano? Dove andavano quelle cento donne quasi nude,
graziosamente atteggiate sulle candide selle?
Erano le rappresentanti del circolo Michel, venute da Parigi per
propagare nei dipartimenti italiani le libere idee della emancipazione
del sesso femminile. Giovani, belle, vigorose, le chiome ondeggianti
sui seni di alabastro, l'occhio radiante, la mente esaltata da ardenti
entusiasmi, esse sfilavano sull'area tra le acclamazioni della
moltitudine come altrettante amazzoni trionfatrici.
Sostarono sotto un grande baldacchino, eretto il giorno innanzi dalle
consorelle del Circolo Olona; e l'onda della folla, momentaneamente
divisa dal loro passaggio, si riunì compatta, numerosa, per
precipitarsi verso le sbarre che circondavano il padiglione. Di lì a
poco, quell'immenso frastuono di grida, quell'urto impetuoso di
popolo, si mutarono in un silenzio di sepolcro, in un'immobilità di
acqua stagnante. Clara Michel, la capitana delle emancipatrici, si
discostò un breve tratto dalle sorelle, e avanzandosi a cavallo verso
quella selva di gente, con voce vibrata e sonora da contralto, parlò
in tal guisa:
«È a voi, consorelle del sesso avvilito, che io dirigo la parola. I
bruti che vi premono i fianchi col titolo di mariti, di padri, di
fratelli o di amanti, furono sordi in ogni tempo ai nostri legittimi
reclami; nè io pretendo che essi mi prestino orecchio benigno.
«Il nostro maschio è inaccessibile ad ogni sentimento di delicatezza.
Dominarci, tiranneggiarci, abbrutirci, ecco il suo statuto sessuale.
Fummo chiamate _sesso debole_; e noi, atterrite dai grossi vocioni, ci
lasciammo sottomettere. Parlo della generalità; poichè in epoche poco
remote da noi, come oggi, troviamo esempi luminosi di donne
emancipate. Quelle emerite si chiamarono etére, cortigiane, _cocottes_;
erano semplicemente delle audaci ribelli. Sentivano di essere forti, e
spregiando gli assurdi pregiudizii, schiacciavano chi si arrogava il
diritto di dominarle. La gelosia dei contemporanei, l'ipocrisia delle
pusille, più tardi la stupida pedanteria degli storici e dei poeti, si
piacquero stigmatizzarle come creature viziate ed infami; ma esse,
cionnullameno, vissero da regine, e verrà giorno, quando noi avrem
vinto la non ardua battaglia, verrà giorno, ripeto, in cui quelle
generose iniziatrici della rivolta saran collocate sugli altari. Ciò
che noi vogliamo è noto, la nostra unica aspirazione è quella di esser
messe a pari col maschio. Non si pretende a supremazia; si esige
l'uguaglianza. Uguaglianza di diritti, uguaglianza di posizione
sociale, uguaglianza di trattamenti. Noi siamo _elettrici_; ma quante
restrizioni a nostro disfavore! Noi paghiamo il nostro diritto di
votare con sacrifizii, i quali talvolta ci costano la vita. La
elettrice nubile dev'essere una vergine; la elettrice coniugata deve
presentare un certificato di fedeltà segnato dal marito; le figlie del
libero amore, assurdamente dichiarate illegittime, non hanno diritto
di civile rappresentanza. Sempre la stessa disuguaglianza, la stessa
tirannia da parte dell'uomo, e identici i risultati. Si è ottenuto, a
forza di restrizioni, che la donna rappresenti una minoranza quasi
impercettibile; in ogni lotta legale noi ci troviamo deboli, quasi
impotenti; le nostre aspirazioni più legittime sono soffocate dalla
violenza grossolana, brutale, dispotica, del sesso dominatore. Da che
proviene tutto questo? Via! Non esageriamo di troppo i torti del
maschio; l'ambizione del dominio è in lui naturalissima; ciò che fa
meraviglia, ciò che rende inescusabile il nostro sesso, è la nostra
sommissione volontaria, la nostra condiscendenza codarda. Noi siamo
più forti di lui! Tale la coscienza, tale la convinzione delle Frinì,
delle Aspasie, delle Dubarry, delle Montes, di tutte le illustri etére
che dominarono il maschio nei tempi più difficili. Noi possediamo la
forza della bellezza, delle attrazioni affascinanti, delle carezze che
inebbriano. Ogni donna, che senta la propria possanza, può governare
un migliaio di questi bruti camuffati da eroi o da legislatori, i
quali cospirano alla nostra infelicità. Abbiate fede nelle vostre
forze, e vincerete. Non si tratta di scendere in campo a mano armata,
di sfidare la mitraglia, di guadagnare la posizione con sacrifizi di
sangue. Faremmo al maschio troppo buon giuoco; egli si è serbato in
ogni tempo, e serba ancora esclusivamente il monopolio delle
mitragliatrici e degli altri stromenti micidiali. La nostra lotta deve
compendiarsi in un monosillabo, in un _No_ assoluto e irrevocabile. Ciò
che noi propugniamo, ciò che voi, consorelle, dovete esigere, è
l'abolizione del matrimonio. Dal matrimonio hanno origine tutte le
schiavitù, tutte le miserie, tutte le nefandità umane. Abbasso
l'unione forzosa! evviva il libero amore! viva la selezione! Ottenuta
l'abolizione del matrimonio, noi potremo rallegrarci di aver raggiunto
il massimo grado di felicità alla quale miriamo; la nostra
emancipazione non potrà dirsi completa, ma sarà spezzato il più solido
anello della nostra catena. Non si tratta, consorelle amatissime, di
redigere vane proteste. Conviene tradurre in azione l'idea. Il
matrimonio, nelle forzose repressioni degli istinti più simpatici, era
per noi l'unica valvola di salvezza. Gli uomini legislatori ci avevano
imposta la dura condizione di non poter amare se non a patto di
costringere i nostri affetti in un vincolo assurdo. Essi han gridato
ad ogni coppia di amanti: Voi non avete diritto di amarvi oggi, se
prima non vi obbligate ad amarvi sempre. Illusoria parola il _sempre_
degli innamorati; ma, via! tanto dolce a profferirsi! Che due
innamorati credano alla eternità delle reciproche simpatie, è
naturale, è conforme alle esigenze della fantasia sovreccitata dal
desiderio. Ciò che è mostruoso, abbominevole, nefando, è che la forza
delle leggi intervenga per istabilire, sulla vanità di un'illusione,
un contratto indissolubile. Una coppia di amanti! quale spettacolo più
bello, più giocondo, più degno di rispetto e di ammirazione? Nel
ricambio di uno sguardo, di un sorriso, di una stretta di mano, si è
sviluppato da due esseri simpatici il fluido dell'attrazione. I cuori
sussultano, le labbra inumidite anelano di baciarsi, il sangue si
agita, i due corpi vorrebbero confondersi. Alto là! grida un bramino,
un levita, un sindaco od un assessore del palazzo di _petizione_: le
vostre estasi deliziose sono un abbominio, se io bramino, se io prete,
se io sindaco, non intervengo a legittimarle con una cerimonia
religiosa, con un atto notarile. Siete voi disposti ad impegnare la
vostra fede per sempre, a rendere obbligatoria fra voi la convivenza
fino a quando la morte dell'uno o dell'altra non abbia sciolto il
vostro patto?--Sì! Sì! rispondono ad una voce i due illusi. Sotto
l'impero della passione, quei due si lancierebbero abbracciati tra le
fiamme di un rogo. Orbene: quel _sì_, strappato dal prete o dal sindaco
a due creature innamorate, incoscienti dell'avvenire, non segna forse,
nella più parte dei casi, una condanna peggiore dei lavori forzati a
vita? Cosa accadrà? Ciò che deve necessariamente accadere. Converrebbe
disconoscere le leggi di evoluzione che governano il cosmos ed ogni
atomo vivente, per contare su altri risultati. Ammettiamo pure, a
consolazione degli ipocriti e dei casisti, qualche eccezione; ma il
fatto più costante sarà sempre codesto. Dopo un lustro, dopo un anno,
dopo un mese; qualche volta, più spesso che non si creda, dopo una
notte di godimenti coniugali, la deliziosa attrazione reciproca andrà
svanita. Comincieranno le svogliatezze, più tardi le ripugnanze
insormontabili. Via! dissimulate! fatevi animo! Siete marito e moglie;
a termini di legge, dovete ricoricarvi sul talamo e ricambiarvi delle
carezze. Che importa se non vi amate? Forse più tardi vi abborrirete;
la vostra conversazione diverrà un ricambio di ingiurie e di minacce;
godetevela! è la porzione di felicità domestica che vi siete
assicurata per la vita segnando il grazioso contratto. L'amore vi ha
illusi, la legge vi ha gabbati; in nome della giustizia e della
moralità, voi dovete alla notte accoppiarvi detestandovi, per
trascinare durante il giorno la catena del forzato, imprecandovi con
tutte le energie della disperazione. Ma, questi matrimonii creati
dall'amore furono rari in ogni tempo. La fanciulla vessata dalle
leggi, dalle ipocrisie sociali, dalle volgari cupidigie dei parenti,
dalle imperiose necessità dell'esistenza, dalla astinenza sessuale
imposta alle nubili, si abbandonò, per un errore di calcolo, alla
china dell'abisso. Ella accettò il matrimonio vagheggiando
l'adulterio; si fece moglie per esercitare con minor pericolo i suoi
diritti di amante. Doveva essa, la martire derelitta, abdicare
completamente a' suoi istinti più imperiosi e geniali? Ed ecco il
sopravvento dei matrimonii di menzogna, ecco il primo passo della
schiava verso l'emancipazione: ingannare un uomo per conquistare
l'impunità nell'amore, ripararsi dietro un'istituzione balorda e
vessatoria, dalle ipocrisie sociali ugualmente stolide e spietate. Vi
sembra morale? Noi stesse ne conveniamo: è abbominevole. Può mai
scaturire da una impura sorgente la limpida linfa? Lapidiamo
l'adultera! gridarono i feroci legislatori. Ma, sciagurati! non siete
voi, non è ancora la barbara proscrizione dell'amor libero, che ci ha
trascinato su questa via obliqua dello spergiuro e dell'inganno? Ci
avete imposto di segnare un contratto ripugnante alla umana natura, e
poi fingeste inorridire ogni qual volta noi fummo indotte a violarlo.
Ma, infine, quali erano le vostre pretese? Credevate schiacciarci
rincarendo sulla nostra colpabilità; otteneste, a forza di cavilli e
di sofismi, di stabilire una diversa misura di responsabilità fra le
vostre turpitudini e i nostri irresistibili bisogni. Mentre noi,
trascinate dall'amore, ansanti, inquiete, trepide del pericolo,
correvamo furtivamente, col velo sugli occhi, al convegno desiderato
di chi potea darci l'amore; che facevate voi, allora, o grotteschi
Otelli da commedia, per affermare la legittimità dei vostri furori
gelosi, delle vostre tiranniche rappresaglie? Ciò che voi facevate è
scritto nelle statistiche delle antiche e delle nuove Questure. Voi
fornivate alle case di tolleranza ed alle alcove delle Immolate il più
grosso contingente; voi spendevate dei patrimoni per alimentare il
lusso delle etére che vi sputavano in viso. Avete mai dato prova di
comprendere l'amore? La tirannia che esercitate su noi non è che
stupido orgoglio. Non permettete che si rechi onta al vostro nome, e
frattanto oltraggiate ogni giorno la donna che deve portarlo,
posponendola alle più vili meretrici. La società non vi disprezza per
questo. A voi è lecito menar vanto della vostra abbiettezza; vi
terreste piuttosto disonorati, temereste di apparire ridicoli
dichiarandovi fedeli al contratto coniugale. Ma non è tutto. Quali
furono, nel secolo scorso, quali sono oggi i criteri che vi dirigono
nella scelta di una sposa? Le attrattive della gioventù, della
bellezza, dello spirito, della bontà, non esercitano verun fascino sui
vostri sensi e sul vostro intelletto. Signorina: a quanto ammonta la
vostra dote? Mi occorrono trecentomila _lussi_ per riparare a' miei
dissesti: li avete? In caso affermativo, mi onorerò di darvi il mio
nome, obbligandomi con atto notarile ad amarvi per la vita.--Non li
avete! Darò il mio nome ad un'altra qualsiasi, meglio fornita di
numerario, imponendomi di abbracciarla con trasporto ad ogni scadenza
di cambiale. È questa la santità del vincolo indissolubile? Voi pagate
le prostitute, e vi fate pagare dalla moglie; questo si chiama
pareggio! Meravigliatevi poi se avviene che qualche povera fanciulla,
uscita dalle famiglie nullabbienti, riesca ad accalappiare un ricco
merlo, e a farsi pagare da lui tutte le agiatezze della vita, l'amante
compreso! Sotto qualunque aspetto lo si consideri, il matrimonio è
un'assurdità, un'ingiustizia, un fomite di corruzione, un incentivo al
delitto. Dalla disperazione non può generarsi che il male, e la
disperazione è in ogni casa dove convivono un marito ed una moglie. I
meno ottusi alla percezione del vero definirono il matrimonio una
calamità necessaria alla tutela della prole. Un sofisma per
giustificare una assurdità! Non sono i figli abbastanza protetti da
quella forza di amore che la natura ha posto nel cuore dei parenti?
Non è questa forza d'amore, il più nobile istinto di ogni essere
animato? Se la femmina dell'uomo ha mostrato talvolta di ribellarsi,
le ragioni del fatto mostruoso convien ripeterle dal matrimonio. Ogni
violazione della legge naturale genera un mostro; i genitori che
abbandonano i figli, che li odiano, che gioiscono nel tormentarli,
sono le orribili anomalie prodotte dall'orribile istituzione. La madre
che insevisce contro il nato dalle sue viscere, è, nella più parte dei
casi, una schiava ribelle, la quale disfoga sul debole le sue
rappresaglie contro il forte che la opprime. Ella percuote il figlio,
perchè non le è dato di sbranare il marito. Tutti gli affetti
svaniscono, tutti i nobili istinti si corrompono in quell'ambiente di
tedio e di avversioni che si suol formare nel così detto santuario
domestico. Qui abbiamo le vendette della madre legittima, come
altrove, fuori dal consorzio coniugale, si hanno gli infanticidii
perpetrati, in un accesso di disperazione o di demenza, dalle
scomunicate, dalle maledette, le quali osarono concepire senza
autorizzazione del prete o del sindaco. Ma, via! oggimai ogni scrupolo
è soverchio. Non ci hanno più diseredati, nè derelitti, sotto le leggi
che ci governano. Il diritto all'esistenza è sancito dai nuovi codici;
dal giorno della nascita sino all'ora di estinzione ogni cittadino
dell'Unione è nutrito, alloggiato, vestito a spese del Comune. Se
oggidì esistessero dei genitori capaci di abbandonare la prole, il
governo, questo padre legittimo di tutti, provvederebbe. Che più si
tarda? Affermiamo i nostri diritti, realizziamo il nostro splendido
programma! Non più riti religiosi! via le formalità che intorpidiscono
i sensi e mettono il ghiaccio nei cuori! Il Dio è in noi quando
amiamo; non è più mestieri di invocarlo. Fra due che si amano nessuno
ha diritto di intervenire. Cosa significa questa legge di dilazione,
che ci obbliga a discostarci quando il torrente della passione irrompe
da noi coll'impeto massimo? Ogni unione generata dal libero amore è
legittima; fuori di là, tutto è prostituzione e delitto. Viva l'amore
che giustifica ogni audacia, che santifica ogni lussuria! Abbasso il
matrimonio, che contrista, che abbrutisce! Opponiamo ad ogni petizione
civile un assoluto diniego. Sciolte dalla servitù coniugale, qual
freno potrà ancora trattenerci dal marciare rapidamente alla meta?
L'uguaglianza morale e civile sarà in breve raggiunta dalla donna; chi
oserà resisterci? Accarezzato dall'amore spontaneo, il nostro maschio
diverrà arrendevole e mite, quanto ostinato e crudele fin qui lo avean
reso le nostre riluttanze di moglie e i nostri abborrimenti da
schiava. Egli dovrà comprendere che la infelicità da lui imposta al
nostro sesso si è mai sempre riflessa su lui. Questo insensato, che
dopo aver trascorsa metà della vita nel corrompere fanciulle,
nell'irridere ad ogni virtù d'amore, pretendeva, esausto e abbrutito,
di sposare una vergine per farne una schiava, dovrà alfine riconoscere
i propri torti. Egli griderà con meraviglia e dolore: noi fummo
stolti, noi fummo barbari! abbiamo creduto vincolare la fedeltà, e
abbiamo scatenato l'adulterio, ci siamo illusi di poter combattere la
natura con quattro articoli del codice; ma la natura si è vendicata
delle nostre repressioni, immergendoci in un abisso di tenebre e di
miserie; benediciamo al libero amore, che ci ha rigenerati!»
Alla fine della calorosa allocuzione, un uragano di applausi insorse
dalla folla. I giovani coscritti e le donne gridarono ad una voce:
--Viva Clara Michel! Viva la selezione! Viva l'uguaglianza morale e
civile!
--No! No!--rispondeva una debole minoranza di oppositori:--Abbasso la
cortigiana! Rispetto alle istituzioni! Viva il matrimonio!
--Ah! vi sono ancora--riprese con impeto la bella presidentessa delle
emancipate;--vi sono ancora degli zotici, dei bruti, che ardiscono
ribellarsi alla evidenza della verità? Vediamoli un poco alla prova
della tentazione, questi falsi apostoli della fedeltà obbligatoria e
del vincolo santo! Alzate gli occhi, o mamalucchi, e guardatemi bene!
Così parlando, la Michel aveva dato un balzo, e levandosi in piedi
sulla sella, aveva esposto all'attonita folla tutte le formosità delle
sue membra rigogliose, leggermente accarezzate da un velo
trasparentissìmo. Un urlo di entusiasmo maschile si sollevò dall'area.
Tutte le pupille si dilatarono per tuffarsi in quel bagliore di
bellezza.
--Orbene--ripigliò la Michel sempre più animata;--mi vedete? vi paio
bella? Io mi dono a quello di voi, che essendo stretto ad una donna
dal vincolo coniugale, nullameno salirà in groppa del mio cavallo, e
riuscirà pel primo a baciarmi la punta d'uno stivaletto!
In un attimo quella immensa moltitudine di gente fu veduta agitarsi
come un mare in tempesta. Gli uomini si spingevano innanzi, urlando,
manovrando coi pugni e coi bastoni, dilaniandosi l'un l'altro i
vestimenti e le carni. Le sbarre che difendevano il padiglione caddero
rovesciate ed infrante in quell'impeto erotico di maschio calore.
L'eroina del congresso, sgomentata, diede l'allarme alle compagne; i
cavalli nitrirono scalpitando... Ma... ecco... il ruggito della folla
echeggia più gagliardo e minaccioso. Cos'è avvenuto? Un uomo contuso,
sanguinolento è riuscito a farsi innanzi... ha sorpassato la barriera
frantumata... si è spinto fino al proscenio del padiglione... e salito
sul destriero della vezzosa cavalcatrice... ha stretto al labbro il
profilato piedino ch'ella ha vibrato nell'aria...
Clara Michel dà il segnale della partenza; la comitiva equestre si
slancia a briglia sciolta sullo stradone _sportheno_(34) che conduce
alla capitale dell'Olona...
Il padiglione rimane sgombro.
Di là a pochi minuti, nell'agro circolava la notizia che il fortunato
quanto audace mortale, trascinato in groppa dalla famosa
emancipatrice, era un tal Settimio Crispani, già processato per
bigamia, padre di quattordici figli di ignota dimora.