Malthus.
Negli altri dipartimenti dell'_Unione_ la rivolta assumeva proporzioni
spaventevoli, ma i rappresentanti governativi adunati in permanenza a
Berlino non si davano la pena di prendere verun provvedimento. Gli
_equilibristi_, inferociti da parziali resistenze, avevano perpetrato in
parecchi comuni le più feroci rappresaglie contro i facoltosi,
abbattendo e incendiando edifizii, violentando persone. Negli ultimi
bollettini del 22 ottobre, il numero delle vittime si faceva ascendere
a due milioni cinquemila e ottocento.
Il Presidente temporario del Consiglio, nel rilevare questa cifra, si
fregò le mani esclamando: «Il nostro sistema di non repressione ha
dato ottimi risultati. Lasciar passare la volontà dei pazzi è il
migliore stratagemma per ricondurre alla ragione le maggioranze. La
violenza e l'eccesso generano mai sempre la reazione. Fra una ventina
di giorni il partito _equilibrista_ sarà schiacciato, nè si udrà più
riparlarne in Europa, nè anche a Manicopoli.
Le previsioni dell'arguto presidente si avverarono. Di là ad un mese,
quel moto rivoluzionario che aveva scompigliato tante proprietà e
distrutte tante vite, era appena ricordato come una sfuriata ridicola
di pochi imbecilli. I nuovi rappresentanti della nazione protestarono
contro gli abberramenti dei loro elettori; e lo stesso Casanova,
l'Acclamato di Milano, il Redentore del popolo, il Messia
dell'uguaglianza universale, nella adunanza del 30 Novembre dichiarava
in pieno Parlamento che i suoi elettori, prendendo sul serio il
programma da lui pubblicato per scroccare un milione di voti, aveano
mostrato di essere una mandra di ciuchi. Un secolo addietro, i
ciarlatani della politica non giudicavano altrimenti il criterio dei
pecoroni che si affidavano alle loro ciance; ma non eran abbastanza
civilizzati per dichiarare alla Camera i loro apprezzamenti.
Mentre il fascio degli _equilibristi_ si andava scomponendo, i
naturalisti guadagnavano aderenti. Nei centri più popolosi e più
illuminati si aprivano nuovi Circoli. I recenti affigliati si
prestavano con fervore da neofiti alla propaganda del principio. Nelle
alte sfere governative, questa diversione dello spirito pubblico verso
una riforma comparativamente retriva, era veduta di buon occhio.
Pel giorno quindici dicembre i _naturalisti_ furono invitati ad un
solenne comizio nella capitale della gioia(35). L'importanza di quel
convegno era rilevata dai giornali coi più strani commenti. Non uno
degli illustri capi del partito sarebbe mancato all'appello; si
trattava di deliberare intorno al modo ed al tempo dell'azione, si
volevano discutere le controversie dei dissidenti, stabilire il _credo_
unico ed universale della prossima rigenerazione europea.
Si parlava di un misterioso personaggio, di un antico profeta e
legislatore che sarebbe uscito prodigiosamente dalla tomba per
affermare nel comizio i principii divini, per dissipare molte erronee
credenze relative agli istinti dell'uomo ed alle leggi dell'universo.
I cronisti meglio informati pretendevano sapere che quell'uomo
straordinario era vissuto cinquant'anni sulla sommità di una montagna
coperta di gelo, orando e meditando; che la parola di Dio era scesa
nel suo spirito; che, infine, le più sublimi rivelazioni erano da
attendersi da lui. L'Albani, recentemente convertito alla fede
_naturalista_ e già iscritto negli ordini superiori del partito non
poteva mancare all'appello. Nel giorno fissato per la solenne
adunanza, egli giunse a Napoli in compagnia del Virey, e all'ora di
mezzodì, indicata per l'apertura del comizio, andò col collega a
prender posto in una galleria del teatro massimo.
Non si è ancora perduta a quest'epoca la consuetudine di adunare il
popolo a discutere di politica nei luoghi ordinariamente destinati
agli spettacoli dell'opera e della commedia; vi è sempre qualche cosa
di teatrale, di spettacoloso e di comico in ogni assembramento di
politicanti; l'ambiente, in ogni caso, risponde al carattere dei
personaggi e consuona coll'enfasi dei discorsi.
La folla si pigiava nella platea; gli uomini del governo, i
rappresentanti della nazione, i primati, le etére, le dame di
capriccio, le Immolate, le mogli emerite prendevan posto nelle sedie
riservate o salivano ad occupare le logge.
Una impazienza febbrile agitava quel pubblico di trentamila persone.
Quando la sfera del grande orologio elettrico sovrastante al palco
scenico toccò il mezzodì, il sipario si alzò rapidamente e gli occhi
della folla furon paghi.
Un applauso fragoroso ma breve salutò i capi della assemblea, assisi
in atteggiamento grave attorno ad un tavolo coperto di nero tappeto.
Il presidente si levò in piedi, diè una scossa al campanello e parlò
nel generale silenzio:
«Io vi ammonisco, o cittadini, che le sorti del nostro partito,
l'avvenire della umanità, il coronamento del benessere pubblico al
quale mirarono sempre i nostri studii e le opere nostre, dipendono dal
presente comizio. Aspettatevi delle grandi sorprese; preparatevi gli
orecchi e la mente a rivelazioni inaudite. Le indiscrezioni della
stampa vi hanno prevenuti, ma ciò che qui vedrete, ciò che udrete fra
pochi istanti, sorpasserà ogni esigenza della vostra aspettativa. Non
è il caso di ripigliare le viete questioni, sulle quali tutti gli
argomenti vennero già esauriti. Oggimai i criterii fondamentali sono
stabiliti; ulteriori ciance a nulla approderebbero. Noi ci troviamo in
presenza di un grande mistero; dobbiamo constatare un fatto nuovo,
quasi inverosimile, ed avvisare al miglior partito che da noi si possa
trarne a benefizio dell'umanità e ad onore dei nostri principii. I
dilettanti di rettorica inutile si tengano per questa volta in
disparte; l'avvenimento che qui vedranno compiersi porgerà ad essi
materia di cicalare per dieci anni.
Ciò detto, il Presidente si volse ad uno dei _volonterosi di cappa
magna_ e gli ordinò di introdurre il Venerando Fabbristol.
L'apparizione del nuovo personaggio fu salutata da triplice
acclamazione.
Il Venerando si avanzò fino al proscenio, sedette sopra il tripode di
onore, e con voce sonora espose la seguente relazione:
--Io mi chiamo Arnaldo Fabbristol; ho fatto da parecchi anni adesione
al vangelo dei _naturalisti_, e, grazie alle circostanze che ora sto per
esporvi, venni dal Consiglio supremo dell'ordine incaricato di una
delle più importanti missioni che ad uomo fosse mai dato di compiere.
«Or fanno cinquant'anni vivea sulla terra un grande scienziato, un
uomo di forte intelletto e di straordinaria energia morale, chiamato
Malthus. Era nipote di un altro filosofo vissuto in epoca avversa ad
ogni lume di verità, un banditore di sapienti teorie mal comprese e
peggio apprezzate da' suoi contemporanei.
«Quelle teorie racchiudevano i germi dei principii indiscutibili che
formano oggi la base della nostra fede politica. Il Malthus che oggi
ricomparisce sulla scena del mondo, avendo raccolta e fatta sua la
splendida eredità di idee lasciate dallo zio, pensò di istituire
un'associazione la quale si incaricasse di diffonderle. Gli apostoli
delle dottrine Malthusiane si prestarono allo scopo con zelo
entusiastico, ma incontrarono un'opposizione accanita e pertinace. I
tempi non erano maturi. La nuova generazione, invasa da un fervido
spiritualismo, chiudeva l'orecchio alle nostre dottrine. Il prete
riformato, poetizzando gli antichi dogmi, avea riconquistata la donna,
questo essere volubile e fantastico, sempre mai allettato dalle
parvenze, sempre facile ad esaltarsi per ogni sentimentalismo
insensato. Tutte le nuove istituzioni, tutte le leggi dello stato si
ispiravano alle tendenze dell'epoca; nei nostri codici si riflessero
tutte le stravaganze e le follie di un popolo abberrato. Correva
l'anno 1932. Il nostro Malthus, che allora toccava appena i
trent'anni, si lasciò prendere dallo scoramento, e disperando di
riuscire ne' suoi alti disegni, un bel giorno, adunati i suoi apostoli
più fedeli, annunziò ad essi il suo proposito di abbandonare la vita.
Sì: quel grand'uomo voleva morire nel fiore dell'età; voleva fuggire
da un mondo che, a suo vedere, non sarebbe mai stato capace di
comprenderlo. Perdoniamo al genio un istante di debolezza; le più alte
intelligenze, le nature più energiche subiscono delle prostrazioni
inesplicabili. Le esortazioni, i conforti, le preghiere degli amici,
nulla valeva a smuovere quello scorato dalla nefasta risoluzione. Se
non che, all'ordine naturale del _cosmos_ era necessaria quella
esistenza. Malthus e il trionfo delle sue _teorie_ non potevano esimersi
dall'entrare e dal compiere la loro parabola ascendente nel moto
provvidenziale di rotazione imposto dalla legge fisica universale.
«Fra gli apostoli del principio che in quel giorno stavano adunati
intorno al Capo, c'era uno scienziato, o, come allora si diceva, un
utopista di zoologia, chiamato Gorini, discendente per linea indiretta
da quell'illustre diseredato che già aveva fatto nel secolo precedente
delle meravigliose scoperte sulla origine del mondo, e riuniti gli
elementi chimici più atti alla pietrificazione dei cadaveri. Al
momento in cui Malthus, nel suo implacabile desiderio di finirla,
colla vita, portava alla bocca una pillola asfissiante, un grido
imperioso risuonò nell'aula: fermate! Malthus guardò fissamente
l'apostolo che si era alzato per accorrere a lui; l'altro con piglio
più assoluto, ripetè l'intimazione: fermate! In quel grido c'era una
potenza irresistibile.--Che hai tu a dire ad un moribondo?--domandò
Malthus, trattenendo la pillola sospesa fra l'indice e il
pollice.--Due logiche e serie parole--rispose il Gorini:--voi volete
morire, perchè avete riconosciuto, come noi riconosciamo, non essere
l'epoca attuale matura alla realizzazione delle nostre sublimi teorie.
Orbene, se qualcuno venisse a proporvi di sostituire alla morte un
lunghissimo sonno, un sonno di dieci, di vent'anni, di mezzo secolo,
persistereste voi ancora nel proposito disperato?--Ho piena fede
nell'avvenire--rispose Malthus;--ma un mezzo secolo dovrà trascorrere
prima che l'umanità riconosca erroneo e rovinoso il principio da cui
oggi è trascinata,--Ebbene!--replicò il Gorini;--dormite per mezzo
secolo, e il vostro risveglio segnerà l'epoca delle nostre vittorie.
Voi mi guardate con stupore, come se le mie parole uscissero dalla
bocca di un pazzo. No! io non sono pazzo, io non posso ingannarmi ne'
miei calcoli; mi tengo sicuro della riuscita. Quello che nella rigida
stagione avviene dei serpenti e d'altri animali soggetti al torpore,
deve necessariamente riprodursi nell'uomo a mezzo di una ben praticata
assiderazione. Nell'uomo assiderato la vitalità può durare parecchi
secoli, fino a quando, per una accidentale combinazione o per effetto
del volere altrui, non venga ad operarsi il disgelo. Volete voi,
illustre pontefice dell'avvenire, sottomettervi alla prova? Io vi ho
additata la via; io metterò a vostra disposizione i miei trovati
scientifici. Voi prescriverete la durata ed il termine del vostro
assopimento. Nel giorno e nell'ora da voi prefissi, i discepoli,
istruiti per tradizione dei vostri voleri, verranno a ridestarvi dal
lungo sonno, e voi potrete, uomo antico e precursore dell'evo felice,
gioire delle mondiali acclamazioni e dirigere l'umanità verso la meta
altissima infino ad oggi inutilmente vagheggiata da voi.
«All'udire tale risposta, Malthus stette un istante silenzioso; ma i
suoi occhi sfavillanti esprimevano soddisfazione ed assenso. I due
scienziati si erano compresi. Di là a quattro ore, il Malthus, il
Gorini e gli apostoli seniori, a mezzo della ferrovia funicolare
Agudio, salivano alle alture nevose del Moncenisio. Inutile che vi
riferisca e descriva di qual maniera si compiesse lassù, per opera
dell'immaginoso zoologo, la prova non mai tentata dell'assideramento
umano. Ciò che importa sapere, ciò che io sono impaziente di
annunziarvi, è che il Malthus, il sapiente Malthus, il divino Malthus,
il nostro legislatore, il nostro profeta, or fanno tre giorni, dopo
mezzo secolo di torpore, si è ridestato alla vita attiva. La volontà
dell'illustre sopito è compiuta. I depositarii della tradizione
Malthusiana, consapevoli di ogni patto, penetrarono, nel giorno e
nell'ora stabilita, dentro la cavità granitica, dove il profeta
dormiva da cinquant'anni in una temperatura di sessanta gradi sotto
zero. Seguendo le istruzioni lasciate dal Gorini, in meno di due ore
quei prudenti operatori ottennero gradatamente il disgelo: il corpo
irrigidito si riscosse, si riapersero gli occhi, la favella si
sciolse... Gli apostoli si gettarono a terra adorando, inneggiando al
redivivo.
--Sospendete, o fratelli, quei plausi; imponete al vostro entusiasmo!
Serbate gli osanna a lui solo. Fra pochi istanti, allo squillar dei
due tocchi pomeridiani, il gran Malthus sarà qui. Egli lo ha promesso,
egli mi ha incaricato di recarvi la buona novella. Sì, fra dieci
minuti... egli sarà in mezzo a noi... Egli avrà preso il mio posto su
questa tribuna per rivelarvi l'ultimo verbo del suo genio divino. Che
se mai...
--Da Manicopoli!--gridò un volonteroso di alto grado, avanzandosi
verso il proscenio e presentando un dispaccio al Presidente del
Comizio.
--Leggete! leggete!--gridarono dal teatro trentamila voci.
Il Presidente sciolse il piego, gettò uno sguardo sulle cifre, e
pallido, con voce tremante, lesse quanto segue:
«Malthus redivivo suicidatosi ignote cause, attendonsi schiarimenti.
«Il seniore SAFFUS».
--Impossibile! assurdo!--urlò il Relatore con accento irritato;
maledetta la Stefani!
--Maledetta la Stefani!--rispose la folla con sdegno.
--Silenzio!... Un secondo telegramma!
Il Presidente si fece innanzi, e lesse:
«Suicidio Malthus avvenuto nel palazzo marchesa Sara Jobart sua antica
amante. Giornali pubblicano lettera autografa. Pare che forti
disinganni spingessero illustre uomo a procacciarsi sonno più duro.
«Seniore KEMPIS».
--Assurdità! assurdità!--si mormorava da ogni parte;--attendiamo una
formale smentita.
Ma ecco, nel mormorio generale, spiccano delle grida più acute; i
_folletti di città_ guizzano tra le panche, saltano sui parapetti dei
palchi, inondano il teatro di giornali.
Di là a pochi minuti, in un tetro silenzio, quelle trentamila persone
adunate pel Comizio leggevano la lettera lasciate da Malthus:
«Correligionarii e fratelli,
«È stato un errore; tanto più illogico e imperdonabile a noi, che,
professando i principii del _naturalismo_, pur nullameno abbiamo tentato
di violentare la natura. Quando io mi sottoposi alla prova
dell'assideramento, mi ero lasciato vincere da un orgoglio insensato.
Ho creduto che la mia esistenza fosse necessaria al bene comune; non
ho riflettuto che l'individuo conta per nulla, che i progressi della
umanità si compiono pel concorso simultaneo di tutte le forze viventi.
È necessario, perchè ognuno mi comprenda, che io esponga la diagnosi
delle mie impressioni. Lo farò sinceramente e colla maggior brevità
possibile. Quando i fratelli, esecutori fedeli del patto tradizionale,
vennero or fanno tre giorni a risvegliarmi dall'assopimento, al mio
primo risveglio io provai un senso di melanconica sorpresa. Mi si
affollarono nella mente le idee colle quali mi ero addormentato mezzo
secolo addietro; mi meravigliai grandemente nel vedere intorno al mio
letto di granito delle figure a me ignote; domandai che fosse avvenuto
dei fratelli i quali la sera innanzi mi avevano aiutato a coricarmi.
«--Avete dormito cinquant'anni,--risposero ad una voce gli astanti.
«--È vero! è vero!--risposi io raccapezzando le confuse
memorie:--infatti... quella sera... i fratelli... gli apostoli... Ma,
voi! voi, chi siete? Perchè quegli altri non sono al mio fianco?
«--Quegli altri--mi risposero--sono morti; e noi, eredi della
tradizione, li abbiamo sostituiti.
«Io guardava con meraviglia e tristezza quei sembianti sconosciuti.
Essi mi parlavano dei grandi progressi sociali avvenuti nel corso di
mezzo secolo, mi annunziavano il prossimo trionfo della riforma
naturalista, mi promettevano ovazioni, glorificazioni, quali nessun
orgoglio umano avrebbe osato sognare. Io li ascoltava attonito, quasi
svogliato. Portai la mano sul petto e ne trassi un medaglione sul
quale era impressa l'effigie di una giovane marchesa da me adorata. Mi
sovvenni che gli antichi fratelli si erano opposti al mio desiderio di
metter a parte quella impareggiabile donna della misteriosa operazione
che doveva per tanti anni tenermi disgiunto da lei. Si voleva che il
segreto della mia assiderazione rimanesse esclusivamente affidato ai
pochi apostoli; temevano che ella, per impeto di dolore e di amore,
potesse tradirci. Con quali palpiti di gioia ribaciai quel ritratto!
«--Orbene!--esclamai;--prima di rientrare nel campo delle agitazioni
politiche, prima di abbandonarmi alle glorificazioni da voi promesse,
io mi debbo a colei che occupava tanto posto nel mio cuore, che forse
mi avrà pianto per morto, che forse non avrà mai cessato di
attendermi. Sapete voi se esista ancora a Parigi quel portento di
bellezza, di grazia e di spirito, che si chiamava la marchesa Sara
Jobard?
«Gli apostoli si scambiarono uno sguardo di sorpresa e per poco non
scoppiarono in una risata. Uno dei seniori, che penava molto a
serbarsi serio, si volse ai fratelli dicendo:
«--È giusto che ogni sua volontà venga da noi soddisfatta; rimanderemo
il Comizio a sabato prossimo, e frattanto accompagneremo a Parigi
l'illustre redivivo, e lo aiuteremo a raccogliere le informazioni che
tanto lo preoccupano.
«Ciò convenuto, uscimmo dalla cava granitica, e ci trovammo dinanzi ad
una carrozza sormontata da un pallone aereostatico.
«--Cos'è questo?--domandai.
«--Una volante di seconda portata, il veicolo che in meno di un'ora ci
condurrà sulla piazza massima di Parigi.
«--E voi pretendereste che io salissi in quel cassone?--esclamai
arretrando;--ma dunque... non vi son più ferrovie?... non vi sono
locomotive elettriche?
«--Tali mezzi di trasporto--rispose il seniore, scambiando cogli altri
apostoli un'occhiata di meraviglia--oggimai fanno esclusivamente il
servizio pei _nullabbienti_.
«--Ebbene! trattatemi pure da nullabbiente,--gridai io--ma in quella
baracca sospesa nell'aria, io, Malthus, vi prometto che non sarò mai
per ficcarci il mio nobile individuo.
«--Con tutto il rispetto che da noi si professa al vostro nobile
individuo--rispose il seniore dopo essersi consultato coi
fratelli,--noi non possiamo dimenticare il mandato perentorio del Gran
Maestro dell'ordine; le ore sono contate, il tempo vuol essere
misurato; vi abbiamo accordato una proroga di tre giorni; ora conviene
affrettarsi.
«E prima che io potessi muovere due passi per discostarmi, quattro
fratelli mi afferrarono pel torso, mi sollevarono, mi immersero nella
cabina della volante.
«Che dirvi di quel viaggio? Non impiegammo che un'ora per tragittare
dal Moncenisio a Parigi, ma quell'ora è bastata a svelarmi l'orrore
della mia situazione. Il linguaggio di quegli apostoli che mi
parlavano dei loro disegni, che mi interrogavano, per prender
consiglio, il più delle volte mi riusciva incomprensibile. Basta
dunque un mezzo secolo a corrompere ogni idioma, ad alterare perfino
le inflessioni della pronunzia? Essi accennavano ad istituzioni,
alludevano ad avvenimenti a me ignoti; nominavano scrittori e
scienziati vissuti nell'ultima metà del secolo; citavano libri usciti
recentemente e già quasi obliati da' contemporanei, e parevano
meravigliati ad ogni tratto della mia ignoranza, d'altronde
naturalissima in chi aveva dormito pel corso di cinquant'anni.
Quand'io ricordava i miei tempi, essi sbadigliavano o sorridevano con
ironia. Dopo avermi quasi idolatrato, erano, in meno di un'ora,
passati dalla adorazione all'indifferenza sprezzante. Arrivando a
Parigi, al momento in cui si scendeva dalla volante, uno dei seniori
disse all'altro sommessamente:
«--Mi pare che l'assideramento abbia imbecillito il Profeta.
«E l'altro:
«--È a credere che egli già fosse imbecille prima di intorpidirsi; a
que' tempi la fama di illustre si acquistava a buon mercato.
«Quanti disinganni mi attendevano a Parigi! Invano io cercava nella
folla dei balovardi qualche sembianza nota. In quella città ch'era
stata il teatro dei miei primi trionfi; in quella vasta metropoli,
dove un tempo ero additato e salutato da tutti, io non vedeva che
sconosciuti, non incontrava che occhiate indifferenti o beffarde. Il
mio modo di parlare, il mio contegno imbarazzato attiravano
l'attenzione e provocavano le risa. Nuovo agli usi della società
moderna, attonito, sbalordito, io somigliava ad uno di quei gaglioffi
montanari, che dopo aver vissuto quarant'anni fra le capre, si trovano
balzati in una splendida capitale, nel faragginoso brulichio della
attività cittadina. Urtava nella gente; mi pareva strana ogni foggia
di vestito; mi arrestava istupidito dinanzi alle statue che
rappresentavano personaggi divenuti famosi negli ultimi tempi. Gli
edifizii recenti, gli spazii aperti dalle demolizioni, i nuovi nomi
delle vie sostituiti agli antichi, mi imbarazzavano siffattamente, che
io mi stringevo colla mano alla zimarra dei colleghi per paura di
smarrirmi. Fui condotto ad un albergo. I fratelli incaricandosi di
andare al palazzo di città per attingere informazioni sul conto della
marchesa, mi lasciarono solo. Allora io trassi dal petto l'effige
della mia Sara, e contemplando, ribaciando mille volte le angeliche
sembianze di quella tanto cara, diedi in uno scoppio di lacrime.--Avrò
io la consolazione di rivederti, o creatura adorata?--E dopo questo,
mi sentii assalito da una tetra melanconia. Le più amare riflessioni
si succedevano nel mio spirito.--Perchè son venuti a ridestarmi? Di
qual modo potrò io riannodare la mia alla esistenza di questa
generazione? Non si vive bene che fra i contemporanei; la gente che
ora mi brulica dattorno rappresenta la mia posterità. Nulla oggimai vi
può essere di comune fra me e costoro. Io non li comprendo; essi
dovranno deridermi. In un mezzo secolo si rinnovano le idee, le
tendenze, le istituzioni. Chi non ha preso parte alla graduale
metamorfosi, non può essere capace di apprezzarla.
«Che diverrò io il giorno in cui mi toccherà presentarmi al Comizio
per dichiarare la mia dottrina? Potrò io dire cosa che già non sia
stata le mille volte ripetuta, con linguaggio più eletto, dai miei
correligionarii? Non ho veduto i miei dieci apostoli sogghignare sotto
i baffi ogni volta che io dirigeva ad essi una domanda? Io era un
dotto, io era un illustre or fanno cinquant'anni, nell'ambiente
formato da me e dai miei contemporanei. Trasferito nel nuovo ambiente,
in una epoca sulla quale è trascorso lo spirito e l'attività di due
generazioni, io debbo necessariamente rappresentare la figura
dell'idiota.--Dio... Che vedo? Due figure umane che volano rasenti ai
tetti del palazzo di faccia! Sta a vedere che è comparsa nel mondo una
specie di uomini alati!
«I fratelli non rientrarono all'albergo quella notte, nè a me diè
l'animo d'uscire. All'indomani, verso le 10 del mattino, li vidi
entrare nella mia stanza e salutarmi con espressione sì beffarda che
fui sul punto di prenderli a schiaffi. Mi annunziarono che la marchesa
Sara era in vita, che abitava un sontuoso palazzo in via dei Lunatici,
ch'essi l'avevano prevenuta della mia prossima visita. Balzai dal
letto: come il cuore mi batteva! Di là a pochi minuti, io saliva le
scale del palazzo indicato; i miei apostoli erano rimasti ad
attendermi in un salotto al piano terreno. Una giovane e bella
cameriera m'introdusse in un gabinetto elegantissimo, mi pregò di
sedere e corse ad avvertire la signora.
«Imaginate con quali ansie io invocava l'amplesso di quella donna, che
già si era data a me coi voluttuosi abbandoni dell'amante! Sventurato!
Io dimenticava di aver dormito mezzo secolo, poichè quel mezzo secolo
per me era stato breve come una notte. Potevo io figurarmi quella
donna altrimenti, che vestita delle sue forme giovanili, della sua
splendida bellezza?
«La porticella del gabinetto si dischiuse. Il fruscio di una veste di
seta mi annunziò che ella entrava.
«--Angelo mio!--gridai gettandomi a terra per abbracciarle la tunica
che sporgeva dai cortinaggi.
«--Tu! il mio caro Eugenietto!--rispose una voce rantolosa da vecchia
decrepita;--qua dunque un bel bacio! Dio! come sei ben conservato!...
Lascia dunque...
«E mentre al mio orecchio ringhiava quella voce da nonna, due labbra
di cartapecora si imposero con violenza alle mie, e mi inchiodarono
sulla lingua un paio di denti posticci... Io balzai in piedi
esterrefatto... Sputai sul pavimento i due corpi eterogenei... e dopo
aver guardato fissamente quella scarna figura di ottuagenaria, mi
lasciai cadere sul divano come tramortito.
«Era dessa--era proprio dessa--la mia Sara--la mia marchesa--quella
che un mezzo secolo addietro mi aveva dato un paradiso di ebbrezze!...
Non riferirò tutto quello che avvenne in appresso fra me e quella
donna. Noi conversammo due buone ore senza mai comprenderci; quello
strano dialogo terminò con una scarica di singhiozzi. Allora la pregai
perchè mi fornisse l'occorrente per scrivere. E mentre io, dopo aver
scritto poche linee, tornava a lei per congedarmi con un supremo e
disperato addio, mi accorsi, all'immobilità del suo corpo, al pallore
del suo volto, alla rigidezza della sua mano, ch'ella era morta di
sincope...
«La cameriera, che entrerà fra poco nel gabinetto, troverà qui due
cadaveri. A lei commetto l'incarico di consegnare ai fratelli il mio
ultimo autografo, perchè venga letto al Comizio. Un uomo, per quanto
nobile e grande, non ha più il diritto di vivere, dacchè il suo
spirito, il suo cuore, la sua esperienza son diventati un anacronismo.
«MALTHUS».
--Che ne dite?--chiese l'Albani al Virey, dopo aver letto.
--Io dico che quell'uomo ha dato, togliendosi la vita, una prova di
gran senno. Il suicidio è una delle manifestazioni più evidenti della
superiorità dell'intelligenza umana. È nullameno deplorabile che la
nostra razza sia tanto percossa dalla infelicità che in molti casi ci
convenga invocare la morte quale unico rimedio alle angosce della
nostra travagliata esistenza.
Il teatro si andava spopolando, e la gente si disperdeva lentamente,
in preda ad una profonda mestizia.
L'Albani, svolgendo il giornale per gettare gli occhi sulla quarta
pagina, nella rubrica dei _Reclami privati_ lesse le seguenti righe a
lui indirizzate:
«In nome della umanità e della religione divina, il Primate Redento
Albani è invitato a recarsi immediatamente a Milano nella casa a lui
ben nota del sottoscritto per ricevere comunicazione di un importante
avvenimento che lo riguarda.
«FRATELLO CONSOLATORE».
--Perchè così turbato?--chiese il Virey al fratello.
--Io parto per Milano--rispose l'Albani;--volete profittare della mia
volante e tenermi compagnia?
--Impossibile. Devo trovarmi a Pietroburgo questa sera per prender
parte ad un _Consulto finale_(36) al letto dello Czarre, gravemente
tormentato dai _calcoli_. Con dolore mi separo dai voi.
--Ci rivedremo?
--Ne dubito. Ho l'anima percossa da sinistri presentimenti. La
lettera dello sfortunato Malthus ha scosso la mia fede... Temo che
ogni sforzo della scienza per migliorare le sorti dell'umanità sia
opera vana. Forse provvederà la... natura.
I due primati si separarano, e ciascuno prese la sua via negli spazii
dell'aria.