Sogno di una notte di estate.
--Lassù, al paese, dove le figliuole non hanno cessato di portare con
orgoglio i nomi delle loro madri, mi chiamavano Maria. Più tardi,
mutando dimora e condizione, io presi il nome di Glicinia...
--La Glicinia è un pallido fiore--mormorò l'Albani.--Se voi non vi
chiamate Fidelia, come accade ch'io vi vegga inginocchiata davanti al
mio letto?
--È il posto che mi spetta; e non credo che altra persona al mondo
più di me ci avrebbe dritto. Noi donne siamo portate ad amare con
istinto materno coloro ai quali abbiamo dato la vita, e quando una di
queste vite è in pericolo, noi sappiamo che per salvarla nessuna
potenza umana uguaglierebbe la nostra!
--Mia madre è morta!--sospirò l'Albani;--le sue carezze e i suoi baci
mancarono alla mia giovinezza.
--Nè vi resta il sovvenire di altre carezze, di altri baci, più
impetuosi, più ardenti, che in una notte di spasimi atroci, in un'ora
di tremenda agonia vi fecero esclamare: la giustizia degli uomini mi
avea ucciso e l'amore di un angelo mi richiama alla vita?...
L'Albani si rizzò sui guanciali, ma tosto, vinto dalla spossatezza,
piegò il capo su quello della Immolata esclamando: parlami!
--Parlami ancora! la tua voce mi fa bene al cuore.
--Or fanno cinque anni--riprese la donna--al cadere del giorno, io
sedeva con mia madre fuor della casetta tutta coperta di edera e di
glicinie, posta sul declivio di una collina. Il sole tramontava dietro
un padiglione di nuvole ardenti, i cui riflessi di porpora
rischiaravano il villaggio come vampa di Incendio. Si respirava
un'aria di fuoco. Regnava intorno a noi quel silenzio lugubre che
sembra presagire l'uragano. Allo svolto del sentiero che metteva alla
nostra abitazione apparve un viandante affannato. Si appoggiò al
muricciuolo, e scuotendosi la polvere dagli abiti, pareva cercare
collo sguardo una persona a cui chiedere soccorso. Vestiva la tunica
bianca del prete riformato, e sotto il suo largo cappello da
pellegrinaggio si disegnavano i contorni di un bellissimo viso. Mia
madre si alzò. Quel movimento attrasse a noi gli sguardi del Levita,
che tosto si diresse alla nostra volta esclamando una parola di
benedizione.--La volontà di Dio e la saggezza degli uomini--proseguì
egli colla sua voce piena di angelica dolcezza--mi hanno imposto di
accompagnare pel duro calle della espiazione uno sventurato, che
oggimai non ha più il diritto di coabitare coi fratelli. Ma la pietà
di Dio impone dei temperamenti alla giustizia della società, e
l'arbitro di questi temperamenti suoi essere il sacerdote. Ora, ecco
un caso nel quale io posso di tutta coscienza invocare pel mio martire
la tregua dei rigori legali. Il reietto è là... giacente sul
terreno... affranto dalla stanchezza e dalla febbre... L'uragano è
imminente... Io non debbo permettere che quell'infelice muoia sulla
via maledicendo agli uomini ed al cielo. Consentireste voi a dargli
asilo per questa notte? Mia madre ed io ci ricambiammo uno sguardo, e
introducemmo il Levita nel cortiletto. Benedette le case dei nostri
padri!--esclamò il prete;--questi porticati erano una ispirazione
della carità! qui le rondini fabbricavano i loro nidi, e qui dormivano
nella sicurezza i perseguitati e i mendichi. Non volete salire agli
appartamenti superiori?--chiese mia madre al Levita.--No!...
l'infrazione della legge eccederebbe i limiti che mi sono prescritti.
Si stabilì di collocare un pagliericcio al piede della scala. Mia
madre ed io ci affrettammo ad apprestare quel povero letto,
corredandolo di un guanciale e di una coltre. Noi stendemmo fra le
colonne del portico una tenda di riparo: una scranna, un'anfora
d'acqua, un lavacro ed una lampada elettrica completarono il mobilio
di quell'andito terreno, dove la pietà, sposandosi all'infortunio,
doveva in quella notte tramutarsi in un amore infinito.
«Frattanto, il sacerdote era uscito con due famigli per soccorrere il
caduto e sorreggerlo fino alla porta della nostra casa. Il vergine
cuore di una fanciulla ha dei presentimenti divini. Ciò che noi
proviamo all'appressarsi di quel _lui_ ignorato che dovrà essere il sole
della nostra esistenza è qualche cosa che simiglia ad un'aurora. La
nostra anima si rischiara, i nostri sensi tripudiano; noi ci sentiamo
inondate di una beatitudine rivelatrice... Nella attonita fantasia il
mistero prende forma, ed è una forma indeterminata, volubile, che ad
ogni tratto svanisce per ricomporsi, per rassodarsi, per isfuggirci di
nuovo, fino a quando, all'apparire di un essere reale, il cuore non ci
gridi con un sussulto: _eccolo! è lui!_ Ho cercato di esprimere le ansie
della attesa, ma invano tenterei dipingere a parole la emozione che
provai nel vedermi innanzi... quello sventurato. Egli era bello della
tua bellezza; egli era pallido come tu lo sei; egli soffriva come tu
soffri... I due famigli, sorreggendolo, lo accompagnarono fino al
letto. Mi passò accanto, levò gli occhi, e il suo sguardo--poichè la
parola gli era contesa dal _dovere_--esprimeva un ringraziamento
affettuoso.
«I miei occhi non si affissarono che un istante su lui, ma la sua
imagine rimase avvinta al mio cuore per non più dipartirsene. Mia
madre, all'atto di allontanarsi, chiese al Levita se di nulla
abbisognasse. «Troverò il mio posto per riposarmi--riprese quegli, e
accennando al compagno che si appoggiava alla muraglia per
sorreggersi, ci fece comprendere che la nostra presenza cominciava a
divenire importuna. Ci avviammo per salire agli appartamenti
superiori. Io non proffersi parola; le lacrime agglomerate sul cuore
facevano intoppo alla voce. Prima che noi fossimo entrate nelle nostre
stanze, uno scoppio fragoroso di tuono annunziò lo scatenarsi
dell'uragano».
L'Immolata si interruppe. Il tremito convulso onde l'infermo era
assalito lo avvertiva che i dettagli spaventevoli di quella scena
potevano ucciderlo.
La crisi fu passeggiera. Il sembiante dell'Albani si ricompose, una
leggiera tinta di rossore traspirò dalle pallide guance, gli occhi si
animarono di viva luce.
L'Immolata raccolse tra le braccia il bel capo che per un istante si
era scostato da lei, e riprese a parlare di tal guisa:
--Le grandi commozioni della natura non durano a lungo. Di là a pochi
istanti, la tempesta era cessata, e il cielo raggiante di stelle, gli
alberi ed i fiori rinfrescati dalla pioggia si scambiavano un saluto
di luce e di profumi. La notte riprendeva la sua calma solenne, e
tutto il creato pareva gioire. Ciò che non poteva placarsi era il
turbamento, l'agitazione, la febbre del mio povero cuore. Io non mi
era coricata. Durante l'uragano, io non aveva cessato di pregare, di
piangere, di baciare col desiderio della pietà e dell'amore il bel
volto dell'ospite infelice. L'atmosfera della stanzetta mi soffocava.
Apersi la finestra; la dolce frescura e le esalazioni del giardino non
valsero a confortarmi. Sotto la finestra che sovrastava al porticato,
io vedevo al soffio dell'aere agitarsi una tenda. Dei singulti
affannosi giungevano al mio orecchio, e penetrandomi nel cuore,
parevano tradursi in richiami e rimproveri. Sorpassando quel debole
riparo di tela, il mio pensiero penetrava nell'andito lugubre, ove un
bello, un giovane uomo, reietto dalla società, implorava nei tremiti
della febbre quella stilla ravvivatrice che è una parola di perdono e
di amore. E mentre nell'animo mio si dibattevano le esitanze e i
desiderii; mentre i pregiudizii contrastavano a quegli istinti di
pietà e di sacrifizio che fanno santa la donna, io aveva sorpassata la
soglia della stanzetta; ero discesa al piano terreno, ero caduta in
ginocchio presso il giaciglio di un infelice...
--E quegli?--domandò l'Albani con voce animata.
--Sollevò il capo e mi stese le braccia, profferendo la parola del
Cristo morente... «ho sete!»
--Gli sventurati hanno sete di pietà e di amore--interruppe l'Albani.
--Infatti--proseguì l'Immolata--l'acqua che io gli porsi non valse a
dissetarlo...
--Oh! mi sovvengo--riprese l'Albani contemplando con espressione di
viva riconoscenza e di affetto il bel volto della donna; mi sovvengo
di tutto... Eppure, in quella notte gli ardori del mio labbro furono
ammorzati!...
--Ti rammenti di qual maniera?--chiese Glicinia sollevandosi e
affiggendo amorosamente la bocca a quella dell'infermo.--Tu mi
attiravi al tuo petto esclamando: «io ti ringrazio... io ti
benedico... I tuoi baci mi daranno la forza di vivere... e di
soffrire.»
La reminiscenza di una ebbrezza sovrumana, ravvivata dall'aspetto,
dalla voce, dalle ardenti carezze di una donna incomparabilmente
leggiadra, operarono il miracolo.
Ripetendo con voce sussultante le parole della enfatica narratrice,
l'Albani aveva ripreso, colle illusioni del passato, tutta la energia
del suo temperamento giovanile. Quel lungo duetto di amore si chiuse
con una cabaletta che il gusto musicale dell'epoca nostra ci impone di
sopprimere.
L'impeto della passione non poteva durare a lungo nella fibra
estenuata dell'infermo. Quando il Virey e fratello Consolatore
rientrarono poco dopo nella stanza, l'Albani era ricaduto nel letargo;
ma il pallido volto supino ai guanciali pareva tuttavia irradiato di
felicità, e il labbro atteggiato al sorriso rivelava la calma serena
degli organi intelligenti.
Il Primate si accostò al letto. Posò la mano sul cuore dell'infermo, e
guardando fissamente la donna, colla espressione di chi si attende una
risposta affermativa, le chiese a bassa voce: «ha creduto?»
--Ha creduto--rispose l'Immolata.
E la porpora delle guance, lo splendore degli occhi, l'ansia del
petto, prestavano alla pudica parola il più espressivo dei commenti.
--Voi potete ritirarvi--disse il medico all'Immolata;--la vostra
missione è compiuta; dopo il breve letargo, avremo la reazione
febbrile, e in seguito a quella potremo _operare_ sul sangue con
sicurezza di riuscita.
In quel punto entravano nella stanza gli alunni e alcuni subalterni
della villa.
--Ho l'onore di annunziarvi--proseguì il Virey solennemente--che fra
dodici giorni l'illustre Albani avrà ricuperata l'_integrità del suo
essere_, e potrà presentarsi alla Assemblea elettorale del nobile
Dipartimento che intende elevarlo alla carica di Gran Proposto.
L'Immolata esitava ad uscire.
Fratello Consolatore la prese per mano e traendola in disparte:
--Sorella--le disse all'orecchio;--al sacerdote e all'Immolata non è
mai permesso di obliare che la vita è un sacrifizio.
--No! no!--rispose la donna colla vivacità di un fanciullo
contrariato;--noi viviamo di amore, e ogni voto, ogni legge sociale
che si oppone a questo sovrano istinto della natura, è una mostruosità
di cui Dio deve inorridire. Io amo quest'uomo!... Egli mi ha insegnato
i più intensi piaceri e i dolori più tremendi della vita... per lui
divenni madre!...
Il Levita levò gli occhi nel bellissimo volto soffuso di lacrime, e
quello sguardo gli ravvivò nel pensiero mille memorie assopite.
E traendo seco la donna oltre il vestibolo per passare nel giardino:
--Non era dunque--esclamava--un sogno di inferma fantasia ciò che il
mio povero compagno di viaggio ebbe a rivelarmi dopo quella notte
angosciosa che noi passammo a Losanna. Ma voi...? Come avviene che io
debba rivedervi fra le Immolate, dopo che Iddio vi aveva fatta santa
col maggiore de' suoi benefizii, rendendovi madre?...
--Io perdetti mio figlio--rispose la donna con un sospiro.
--Morto?...
--Rapito in età di due mesi.
Fratello Consolatore giunse le mani esclamando:--E Iddio vorrà
permettere che duri eternamente impunita questa tratta misteriosa di
neonati per cui piangono tante madri!... Duemila e cinquecento bimbi
scomparsi dall'Europa in meno di tre anni... e nessun indizio...
nessuna traccia...
--Tacete!...--interruppe la donna rabbrividendo.
--Che è stato?...
--Vedete... quell'uomo?...
--Un orribile uomo!--disse il Levita, guardando verso la cancellata
del giardino.
--Ebbene... quel terribile nano... quel mostro... in un momento di
esaltazione amorosa... mi avrebbe promesso...
--Vi avrebbe promesso?...
--Di restituirmi la mia creatura a patto che io infranga i miei voti,
a patto ch'io mi sacrifichi a lui per tutto il resto de' miei giorni.
Fratello Consolatore alzò gli occhi al cielo e dopo breve silenzio
esclamò con fatidico accento:
--È necessario che il sacrificio si compia; i figli sono la
redenzione dei padri.
Così parlando, il sacerdote e la donna erano giunti alla _porta maestra_
del gran parco.
--Sorella di amore!--ringhiò il nano che stava ad attenderli oltre il
cancello--i _termini della estradizione_ sono spirati--vorrete voi
permettere, o bella fra le belle, che io vi riconduca all'_ovile_ nella
mia gondola?...
L'Immolata si ritrasse con ribrezzo; ma appena il sacerdote le ebbe
mormorato all'orecchio una misteriosa parola, abbandonando il suo
braccio a quello del mostro, ella salì con lui nella gondola e
disparve.