la rivoluzione di Genova, sel può pensare ognuno. D'altro non si
parlava in Vienna che dell'enorme tradimento dei Genovesi. Questi
dichiarati spergiuri e mancatori di fede; questi ingrati, da che l'armi
vittoriose dell'imperadrice regina, che avrebbero potuto occupare il
governo di quella repubblica e disarmare il popolo, s'erano contentate
d'una sola contribuzione di danaro, non eccessiva per sì doviziosa
città. Crebbero le rabbiose dicerie, da che si conobbe che cattive
conseguenze ridondarono dipoi sopra l'impresa di Provenza. Riflettendo
alla grave perdita de' magazzini e di tanti bagagli dei cesarei
uffiziali, ma sopra tutto all'onore dell'armi imperiali leso da quel
popolo, maggiormente si esaltava la bile, e si eccitavano i pensieri
e desiderii di vendetta. Poterono allora accorgersi i ministri di
quella gran corte che i buoni uffizii fatti passare da chi è padre
comune de' fedeli, cioè dal regnante pontefice _Benedetto XIV_,
per ottenere la diminuzion dell'imposta contribuzione ai Genovesi,
tendevano bensì al sollievo di quella nazione, ma anche alla gloria
delle loro maestà, e alla maggior sicurezza de' loro interessi. E
certamente se l'imperadrice regina fosse stata informata della trista
situazione a cui i suoi ministri ed uffiziali con tante estorsioni ed
abusi della buona fortuna aveano ridotta quella repubblica, siccome
principessa d'animo grande ed inclinata alla clemenza, si può credere
che avrebbe colla benignità e indulgenza prevenuto quel precipizio di
cose. Ora in Vienna fra gli altri consigli dettati dallo spirito di
vendetta, si appigliò la corte a quello di confiscare tutti i beni,
crediti ed effetti spettanti a qualsivoglia Genovese in tutti gli
Stati dell'austriaca monarchia, ascendenti a milioni e milioni. Si
maravigliavano i saggi al trovare nell'editto pubblicato per questo,
che vi si parlava di ribellione, di delitto di lesa maestà, e che
si usavano altri termini non corrispondenti al diritto naturale e
delle genti. Nei monti di Vienna, di Milano e d'altri luoghi stavano
allibrate immense somme di danaro genovese, per la cui sicurezza era
impegnata la sovrana e pubblica fede, anche in caso di ribellione
e d'ogni altro maggiore pensato o non pensato avvenimento. Come
calpestare sì chiari patti? E come condannare tanti innocenti privati,
e tanti che abitavano fuori del Genovesato, e se ne erano ritirati dopo
quella spezie di cattività? Il fallimento poi de' Genovesi si sarebbe
tirato dietro quello di tante altre nazioni. Perchè verisimilmente
dovettero essere fatti dei forti richiami, e meglio esaminato l'affare,
se ne toccò con mano l'ingiustizia. Smontò dipoi la corte imperiale
da questa pretenzione, e con altro editto solamente pretese che i
frutti e le rendite annue degli effetti de' Genovesi pervenissero al
fisco, non essendo di dovere che servissero per far guerra alla maestà
sua imperiale e regale. Di grandi grida ci furono anche per questo,
pretendendo la gente che si avessero a tenere in deposito; altrimenti
quella corte in altri bisogni farebbe la penitenza della non mantenuta
fede. Nello stesso tempo seriamente si pensò alle maniere militari da
far pentire i Genovesi del loro attentato; e a questo fine s'inviarono
in Italia in gran copia le reclute, e dei nuovi corpi di Croati.
Giacchè il _generale Broun_ sinceramente scrisse alla corte, quanto
difficil impresa sarebbe l'assedio di Genova, in vece sua fu eletto il
generale _conte di Schulemburg_. Spedito intanto dai Genovesi ad essa
corte imperiale il padre Visetti gesuita, siccome ben informato dei
passati avvenimenti, par addurre le discolpe del loro governo, non solo
non fu ammesso, ma venne anche obbligato a tornarsene frettolosamente
in Italia. Durante tuttavia il verno, non volle l'esercito austriaco
marcire nell'ozio. Esso ripigliò la Bocchetta con isloggiarne i
Genovesi. La dimora in quel luogo spelato e freddo costò agli Austriaci
gran perdita di gente. Rallentato poi che fu il verno, calarono varie
partite di Croati al basso verso Genova per bottinare ed inquietare
gli abitanti del paese. Contaronsi allora alcune crudeltà di quella
gente che facevano orrore. Ne restò così irritato il popolo di Genova,
che fece sapere ai comandanti cesarei, che se non mutavano registro,
andrebbono a tagliare a pezzi tutti gli uffiziali di lor nazione
prigionieri.
Sì a Versaglies che a Madrid aveano portate i Genovesi le loro più vive
istanze e preghiere per ottener soccorsi nel gravissimo loro bisogno.
L'obbligo della coscienza e dell'onore esigeva dalle due corone
un'emenda d'avere sì precipitosamente abbandonata al voler dei nemici
quella repubblica. Perorava ancora l'interesse, affinchè sì potente
città non cadesse in mano dell'austriaca potenza; e molto più avea
forza presso de' Franzesi il debito della gratitudine, non potendo essi
non riconoscere dall'animosa risoluzion de' Genovesi l'esenzion delle
catene che s'erano preparate alla Provenza. Però amendue le corti,
e massimamente quella di Francia, promisero protezione e soccorso;
ordini anche andarono per la spedizione di un convoglio di truppe e
munizioni all'afflitta e minacciata città. Precorse intanto colà il
lieto avviso, e la sicurezza dell'impegno preso dalle due corone in suo
favore: nuova che sparse l'allegrezza in tutto quel popolo, e raddoppiò
il coraggio in cuore di ognuno. Allora fu che il governo nobile
cominciò pubblicamente ad intendersi ed affrattellarsi col popolare,
per procedere tutti di buon concerto alla difesa della patria. Erasi
già, all'arrivo del generale Sculemburgo, messa in moto parte delle
soldatesche austriache, cioè Croati, Panduri e Varasdini, con riuscir
loro di occupare varii siti non solamente nelle alture delle montagne,
ma anche nel basso verso Bagnasco, Campo-Morone e Pietra-Lavezzara, con
iscacciare da alcuni postamenti i Genovesi, e con esserne anche essi
vicendevolmente ricacciati. Non potè questo succedere, spezialmente nel
dì 16 di febbraio, senza spargimento di sangue. Si diedero all'incontro
i Genovesi ad accrescere maggiormente le fortificazioni esteriori della
loro città; a disporre le artiglierie per tutti gli occorrenti siti; a
ridurre in moneta le argenterie contribuite ora più di buon cuore da'
cittadini, che ne' giorni addietro. Ottennero in oltre da lì a qualche
tempo licenza da Roma di potersi valere di quelle delle chiese, con
obbligo di restituirne il valore nel termine di alquanti anni, e di
pagarne intanto il frutto annuo in ragione del due per cento. Furono
poscia dalla corte del re Cristianissimo spediti a poco a poco a
quella repubblica un milione e ducento mila franchi; ed in oltre fatto
ad essa un assegno di ducentocinquanta mila per mese: danaro che fu
poi puntualmente pagato. Non si sa che dal cielo di Spagna scendesse
sui Genovesi alcuna di queste rugiade. Succedette intanto l'arrivo
di alquanti ingegneri e cannonieri franzesi; e nella stessa città si
andarono formando assaissime compagnie urbane, ben vestite all'uniforme
e ben armate, parte composte di nobili cadetti, parte di mercatanti
e persone del secondo ordine, e molte più delle varie arti di quella
città, animandosi ciascuno a difendere la patria, e gridando: _O morte,
o libertà_. Cotal fidanza nella protezione della Vergine santissima
era entrata in cuore di ognuno, che si tenevano oramai per invincibili,
attribuendo a miracolo ogni buon successo de' piccioli conflitti che di
mano in mano andavano succedendo contra degli Austriaci, o cacciati, o
uccisi, o fatti prigioni.
Ad accrescere il comune coraggio serviva non poco l'accennato promesso
soccorso delle due corone, e il sapersi che erano già imbarcati sei
mila fanti in Marsilia e Tolone in più di sessanta barche e tartane,
oltre ad altre vele che conducevano provvisioni da bocca e da guerra,
altro non bramando da esse, se non che si abbonacciasse il mare, e
desse loro le ali un vento favorevole. Venuto oramai il tempo propizio,
circa la metà di marzo fecero vela. Rondava per quei mari il vice
ammiraglio Medley con più vascelli e fregate inglesi, aspettando con
divozione i movimenti di quel convoglio, per farne la caccia. E in
fatti, per quanto potè, la fece. Fioccarono più del solito le bugie
intorno all'esito di quella spedizione. All'udir gli uni, buona parte
di que' legni e truppe gallispane era rimasta preda degl'Inglesi;
disperso il restante, parte avea fatto ritorno a Tolone, parte si era
rifugiato in Corsica e a Monaco. Sostenevano gli altri che una fortuna
di mare avea sparpagliati tutti que' navigli; e ciò non ostante,
non esservi stato neppure uno d'essi che non giugnesse a salvamento,
approdando chi a Porto-Fino, chi alla Spezia e Sestri di Levante, e chi
a dirittura a Genova stessa, dove certamente pervenne la Flora, nave da
guerra franzese, la quale sbarcò il signor di Mauriach, comandante di
quelle milizie, e buon numero di uffiziali, granatieri e cannonieri.
Ventilate da' saggi non parziali tanto alterate notizie, fu conchiuso
che circa quattro mila Gallispani per più vie arrivassero a Genova;
più di mille cadessero in man degli Inglesi; e qualche bastimento si
ricoverasse in Monaco, dove fu poi bloccato da essi Inglesi, ma senza
frutto. Con immenso giubilo venne accolto da' Genovesi questo soccorso,
spezialmente perchè caparra d'altri maggiori; e in fatti si intese che
altro convoglio s'allestiva in Tolone e Marsilia, parimente destinato
in loro aiuto. Ma neppure dall'altro canto perdonavano a diligenza
alcuna gli Austriaci, con preparar magazzini, artiglierie grosse e
minori, mortai da bombe, ed altri attrezzi e munizioni da guerra, più
che mai facendo conoscere di voler dare un esemplare gastigo, se veniva
lor fatto, alla stessa città di Genova. Giacchè sì sovente nelle armate
austriache il valore non è accompagnato da tutti que' mezzi de' quali
abbisogna il mestier della guerra: il che poi rende indisciplinate e
di ordinario troppo pesanti le loro milizie ovunque alloggiano: alcune
città del cotanto smunto Stato di Milano (giacchè mancava d'attiraglio
quell'esercito) furono costrette a provvedere cinquecento carrette, con
quattro cavalli e un uomo per ciascuna, per condurre le provvisioni
al destinato campo. Le braccia di migliaia di poveri villani vennero
anch'esse impiegate a rendere carreggiabili le strade della montagna,
affin di condurre per esse le artiglierie. Con tutto questo apparato
nondimeno non poche erano le savie persone credenti che non si
potesse o volesse tentar quell'impresa, come molto pericolosa, per
varii riguardi che non importa riferire. Ed avendo veduto che dopo un
gran consiglio de' primarii uffiziali fu spedito a Vienna il general
Coloredo, molti si avvisarono che altra mira non avessero i suoi
passi che di rappresentare le gravi difficoltà che s'incontrerebbono,
e il rischio di sacrificare ivi al per altro giusto sdegno non
meno l'armata, che la riputazione dell'augusta imperatrice regina.
S'ingannarono, e poco stettero ad avvedersi del falso loro supposto.
All'incontro in Genova si teneva per inevitabile la visita, e colla
visita ogni maggiore asprezza de' Tedeschi. Questo imminente rischio
intanto fu un'efficace predica perchè quella popolata città divenisse
un'altra Ninive, sì per placare l'ira del cielo, come per implorare
l'aiuto del Dio degli eserciti in sì scabrosa contingenza. Cessò
pertanto il vizio; purgò ciascuno le sue coscienze colla penitenza,
ed altro ivi non si vedevano che divote processioni ai santuari. Più
ancora delle missioni de' religiosi possono aver forza le missioni
dell'irreligiosa gente armata, per convertire i popoli a Dio. Venuto
che fu il dì 10 di aprile, il generale _conte di Schulemburg_ (già
scelto per capo e direttore di quell'impresa), dopo aver visitato
i siti e le strade, mise in marcia l'esercito austriaco, il quale
fu figurato ascendente a venti in ventidue mila fanti; giacchè la
cavalleria in quelle sterili montagne non potea concorrere alle fatiche
e all'onore dell'ideato conquisto. Sui primi passi corse rischio
della vita il generale suddetto, perchè, mancati i piedi al cavallo,
gli rotolò addosso con tal percossa, che sputò sangue, e per alquanti
giorni si dubitò, se non di sua vita, almeno d'inabilità a continuare
in quel comando. Gli antichi superstiziosi romani avrebbono preso ciò
per un cattivo augurio. Calò quell'armata, superati alquanti ridotti,
a Langasco, ponte Decimo ed altri siti; e fatti alcuni prigioni,
s'impossessò di varii posti in distanza ove di cinque, ove di quattro
miglia dalla città, ma senza stendersi punto alla parte del Bisagno,
dove sembrano più facili le offese d'essa città. Il quartier generale
fu posto alla Torrazza. Non è improbabile che il consiglio militare
austriaco avesse risoluta quella spedizione in tempo massimamente
che la barriera delle nevi delle Alpi gli assicurava per ora da'
tentativi de' Gallispani in Lombardia, stante la speranza di poter
almeno ridurre quella repubblica a qualche onesto aggiustamento, onde
risarcito restasse l'onore dell'armi dell'augusta regina, con animo
di slargar la mano occorrendo ad ogni possibil sorta d'indulgenza. Fu
infatti spedito nel dì 15 d'aprile a quel governo un uffiziale, che in
voce e in iscritto gli fece intendere, come l'esercito regio-cesareo
era pervenuto in quelle vicinanze per farsi ragione de' delitti e
della fede violata dai medesimi Genovesi, con tanti danni inferiti
alle persone e sostanze dell'esercito dell'imperatrice regina. Che
erano anche in tempo di ravvedersi, e di ricorrere pentiti del loro
errore alla clemenza di sua maestà, nel cui cuore più possanza avea
il desiderio di far grazie che di dispensar gastighi. E di questa
clemenza e de' sentimenti cristiani d'essa imperatrice regina, a
cui troppo dispiacerebbe la rovina d'una delle più belle e floride
città d'Italia, si faceva un pomposo elogio. Ma che? se indugiassero
a pentirsi ed umiliarsi, si procederebbe, da che fossero giunte le
artiglierie, con ogni maggior rigore contro la loro città, persone,
case e campagne, colla giunta di altre più strepitose minaccie di
ferro, fuoco e rovine: le quali come s'accomodassero con quella gran
clemenza e sentimenti cristiani che giustamente si attribuivano alla
maestà sua, non arrivarono alcuni a comprenderlo. La risposta della
repubblica, conceputa con termini della maggior venerazione verso
l'augusta imperatrice regina, portava, che non ad essi s'avea da
imputare la necessità in cui si era trovato il popolo, secondo il gius
naturale e delle genti, di prendere l'armi per sua difesa, e non per
offesa, da che ad altro non pensavano gli austriaci ministri, se non a
ridurlo nell'estrema povertà e schiavitù, senza neppure che i richiami
loro pervenissero alla regina, il solo conoscimento della cui clemenza
avea indotto il governo a volontariamente aprir le porte all'armi sue.
Che pertanto, non riconoscendo in sè delitto, nè motivo di chiedere
perdono, speravano che la somma rettitudine della maestà sua troverebbe
il loro contegno degno di compatimento, e non di risentimento; e che,
altrimenti avvenendo, essi attenderebbono a difendere quella libertà in
cui Dio gli avea fatti nascere, pronti a dar le lor vite più tosto che
cedere a chi la volesse opprimere.
Non vi fu bisogno di microscopio per iscoprir le ragioni onde furono
mossi i Genovesi a sì fatta risposta. Aveano contratto nuovi legami
ed impegni colle corone di Francia e Spagna; senza loro consenso non
poteano onoratamente venire a trattati contrarii. Perduta la protezion
di quelle corti, chi più avrebbe sostenuti i loro interessi in un
congresso di pace? Venendo ora ad un accomodamento, nulla si sarebbe
parlato di Savona e Finale, con privarsi intanto i Genovesi anche
della speranza di ricuperarle colle armi, qualora gli Austriaci fossero
ricacciati in Lombardia dai Gallispani. La fortezza poi della città,
l'ardore e la concordia del popolo alla difesa, e le promesse delle
due corone per una valida assistenza, bastavano bene ad infondere
coraggio in chi naturalmente non ne manca. Quando anche peggiorassero
gli affari, sempre tempo vi resterebbe per una capitolazione. Rinnovò
intanto quel popolo il giuramento di spendere roba e vita per mantenere
la propria libertà, sempre fidandosi nell'intercessione della Vergine
santissima e nella protezione di Dio. Queste riflessioni nondimeno
sufficienti non furono perchè molte famiglie nobili e cittadinesche
non si andassero ritirando da Genova nei mesi precedenti, e molto più
all'avvicinamento di questo temporale, con ricoverarsi chi a Massa,
chi a Lucca, e chi in altre sicure e quiete contrade. Ma spezialmente
dissero addio alla loro città i benestanti di Sarzana. Imperocchè
libera bensì restava a' Genovesi tutta la riviera di Levante, onde
potessero ricavar viveri ed altri naturali, essendo esposta sempre a
pericoli la via del mare per cagion delle navi inglesi, intente a far
delle prede: ma presero gli Austriaci la risoluzione di spogliargli
anche di quel sussidio, con inviare colà due corpi di gente, l'uno
per le montagne di Parma, e l'altro per quelle del Reggiano; e tanto
più, perchè Genova avea da pensare a sè stessa, nè forze le rimanevano
per difendere quella riviera. Conosciuto poscia che per le strade di
Pontremoli e delle Cento-Croci si andava ad urtare nelle montagne
genovesi, dove i popoli erano tutti in armi, giudicarono meglio di
tener solamente la via de' monti reggiani. Fu il _generale Voghtern_
che condusse più di due mila Panduri, e circa cinquecento Usseri a
quella volta; ma gli convenne far alto su quel di Massa di Carrara,
perchè neppur da quelle parti non mancavano ostacoli, ed egli s'era
avviato colà senza cannoni, e, per così dire, col solo bordone.
Da Sarzana erano partiti col loro meglio i cittadini più agiati; e
all'incontro i contadini aveano in essa città asportati i lor mobili.
Fece a questi sapere il comandante genovese della picciola fortezza di
Sarzanello, che quando non si appigliassero al partito di difendersi,
rovescierebbe loro addosso colle sue artiglierie la città. Giacchè
di tanto in tanto andavano arrivando a Genova con varie imbarcazioni
franzesi e spagnuole de' nuovi soccorsi, non trascurò quel governo di
accudire anche alla difesa d'essa Sarzana. Colà spedito un corpo di
truppe regolate, e un numero molto maggiore di paesani armati, rimasero
talmente sconcertati i disegni del suddetto generale Voghtern, che,
a riserva d'un palazzo e di poche case saccheggiate sul Sarzanese,
niun'altra impresa osò di tentare. Stavasene egli a Lavenza ritirato
senza artiglierie, e facendo crocette per mancanza di viveri: laonde
prese la savia risoluzione verso la metà di maggio di ritornarsene in
Lombardia, con passare pel Lucchese e per Castelnuovo di Garfagnana.
Molta fu la moderazione sua in quel viaggio; ma imparò che, per far
de' buoni digiuni tanto di pane che di foraggi, altro non vi vuole
che condur truppe e cavalli per delle montagne senza alcun precedente
preparamento.
Eransi l'armi austriache impadronite dei due monti, cioè di Creto e del
Diamante, da dove con alquanti cannoni e qualche mortaio infestavano
i Genovesi, i quali s'erano ben fortificati e trincierati con buona
copia di artiglierie nel monte chiamato dei due Fratelli: monte che
fu la salute della loro città. Aveano ben essi Austriaci con immense
fatiche dei poveri paesani fatte spianar le strade verso la Bocchetta,
e per la valle di Scrivia, con disegno di condurre per colà le grosse
artiglierie e i mortai, tratti da Alessandria e da altre piazze.
Il primo grosso cannone che passò la Bocchetta, trovando le strade
inferiori tutte guaste dai Genovesi, rotolò giù per un precipizio.
Non aveano muli, non varii attrezzi atti a superar le difficoltà dei
siti montuosi. Tuttavia ne trassero alquanti, mercè de' quali con
bombe e grosse granate infestavano, per quanto poteano, i postamenti
contrarii, dai quali erano corrisposti con eguale, anzi con più fiera
tempesta. Incredibil fu l'allegrezza e consolazione recata nel dì 30 di
aprile ai Genovesi dall'arrivo in quella città del _duca di Bouflers_,
spedito dal re Cristianissimo, per quivi assumere il comando delle sue
truppe, parte venute, e parte preparate a venire in loro soccorso. Era
cavaliere non men cospicuo pel valore, che per la prudenza, affabilità
e cortesia. Un eloquente e ben ornato discorso da lui fatto al doge e
ai collegati per esaltare il coraggio delle passate e presenti loro
risoluzioni, e per assicurarli della più valida protezione del suo
monarca, toccò il cuore a tutto quel maestoso consesso. Conoscendo
poscia gli Austriaci che più gente occorreva per tentare d'accostarsi
alla città di Genova in sito da poterla molestare con bombe ed
altre offese, stante l'immenso giro delle mura nuove, che da lungi
la difendono, e per cagione de' posti avanzati che maggiormente ne
difficultano l'accesso: tanto si adoperarono, che ottennero dal re di
Sardegna un rinforzo di circa cinque o sei mila fanti. Non si aspetti
il lettore ch'io entri a riferire le tante azioni di offesa e difesa
succedute in quel rinomato assedio. Son riserbate queste a qualche
diffusa storia, che senza dubbio sarà composta ed uscirà alla luce.
Solamente dirò che gli sforzi de' Tedeschi furono dalla parte della
Polcevera, senza poter nondimeno penetrare giammai in San Pier d'Arena,
ben presidiato e difeso dai Gallispani. Contuttociò si inoltrarono
essi cotanto verso il basso, che pervennero all'Incoronata, a Sestri
di Piemonte e a Voltri, formando a forza di mine e braccia una strada
sino al mare. Non poche furono le crudeltà commesse in tale occasione.
Non solamente dato fu il sacco a quelle terre (siccome dipoi anche alla
Masone), ma eziandio rimase uccisa qualche donna e fanciullo, e niuna
esenzione provarono i sacri templi. Fecero poi credere che gl'Inglesi
accorsi per mare a quella festa fossero stati gli assassini d'esse
chiese; ma si sa che gli stessi Austriaci portarono a Piacenza calici
e pissidi, e fin gli usciuoli dei tabernacoli, per venderli. Niun si
trovò che volesse comperarne. Il colonnello Franchini fra gli altri
prese spasso in far eunucar un giovane laico cappuccino, e mandollo
con irrisioni a Genova. Restò in vita e guarì il povero religioso; ma
non già il barbaro Franchini, il quale da lì a tre giorni, colto da
un'archibugiata, fu chiamato al tribunale di Dio. Era colui Fiorentino
e disertore dei Genovesi.
Dopo avere i Franzesi ricuperate con gran tempo e fatiche l'isole
di Santo Onorato e di Santa Margherita, finalmente il _cavalier
di Bellisle_ nella notte del dì 2 venendo il dì 3 di giugno, con
quarantatrè battaglioni passato il Varo, sorprese in Nizza, oltre
a molti soldati, alcuni uffiziali tedeschi e piemontesi. Trattò
cortesemente gli ultimi con dichiararli bensì prigionieri di guerra,
ma con rilasciar loro gli equipaggi. Non così indulgente si mostrò
agli Austriaci, perchè informato delle barbarie da essi usate contra
de' Genovesi. Continuarono intanto le bellicose azioni sotto Genova,
e pochi giorni passarono senza qualche scaramuccia o tentativo
degli assedianti e degli assediati. Spezialmente merita d'aver qui
luogo l'operato dagli Austriaci nella notte precedente il giorno
della Pentecoste, allorchè, come dissi, vollero aprirsi una strada
al mare. Col benefizio d'una pioggia arrivarono essi al convento
della Misericordia dei padri riformati sopra la costa di Rivaruolo,
distante da Genova quattro buone miglia. Quivi trovati solamente
sessanta uomini di milizie del paese, quando ve ne dovevano essere
quattrocento, con facilità se ne impadronirono. Pervenuta tal notizia
sul far del giorno in Genova, furono immediatamente chiuse le porte,
affinchè niuno potesse portare al nimico la notizia di quanto s'era
per operare, come altre volte era avvenuto. Fece dunque nel dì 21 di
maggio il _duca di Bouflers_ fare una sortita di più corpi di truppe,
parte regolate e parte paesane, destinate a sloggiare dal convento
suddetto gli Austriaci. Gran fuoco vi fu, e già questi cedevano, quando
sopraggiunti in aiuto secento granatieri piemontesi, costrinsero alla
ritirata i Gallo-Liguri, i quali poi non negarono di aver perduto
trecento venticinque soldati, oltre al signor de la Faye, rinomato
ingegnere franzese, e un capitano di granatieri. Restò anche prigione
dei Piemontesi il signor Francesco Grimaldi colonnello, che, ingannato
dalle loro coccarde, disavvedutamente si trovò in mezzo d'essi. Fecero
i Genovesi ascendere circa ad ottocento la perdita degli Austriaci
fra morti, feriti e prigioni; ma io non mi fo mallevadore di questo.
Tentarono anche gl'Inglesi di far provare a Genova gli effetti della
loro nemistà con mettersi a scagliar bombe dalla parte del mare. Ma
queste non giugnevano mai a terra, perchè troppo lungi erano tenute
le palandre dalla grossa artiglieria disposta sul molo e sul porto:
laonde molto non durò quella scena. Le nuove intanto provenienti da
quella città parlavano di tante centinaia o migliaia di Gallispani
colà o nella riviera di Levante di mano in mano arrivati, che avrebbero
formato un possente esercito, capace di sconcertar tutte le misure de'
Tedeschi. Ma questi furono desiderii, e non fatti. Con tutti nondimeno
i loro sforzi, non poterono mai gli assedianti piantare alcun cannone
o mortaio che molestasse la città, nè occupare pur uno d'essi posti
avanzati, muniti dai Genovesi, come il monte dei due Fratelli, Sperone,
Granarolo, Monte Moro, Tenaglia, la Concezione, San Benigno, oltre
a Belvedere, e alla lunghissima e forte trincea che da questo ultimo
monte si stendeva sino al mare, e inchiudeva Conigliano con profondo
fosso pieno d'acqua. Unanime e ben fornito di coraggio era tutto il
popolo della città per difenderla. Le compagnie de' cadetti nobili,
de' mercatanti e delle varie arti col loro uniforme, anche sfarzoso, e
fin le persone religiose per comando del governo accorrevano per far
le guardie, massimamente al monistero e luoghi dove si custodivano
i tanti uffiziali e soldati prigioni. Di questi ultimi non pochi
presero partito, e insieme coi disertori tedeschi, i quali andavano
sopravvenendo, furono spediti a Napoli. Al pari anche delle milizie
regolate fecero di grandi prodezze in assaissimi luoghi i paesani
genovesi.
S'avvide in fine il _generale Schulemburg_ che maniera non restava di
poter prevalere contro la città dalla parte della Polcevera; e però
tenuto consiglio, fu da tutti conchiuso di volgere le lor forze alla
parte del Levante, cioè alla valle del Bisagno: sito, dove minori
sono le fortificazioni, e più facile potrebbe riuscire di offendere la
città. Pertanto nella notte e mattina del dì 13 di giugno, dopo avere
ordinati alcuni falsi assalti dalla parte della Polcevera, e superati
con perdita di poca gente varii trincieramenti, improvvisamente
calarono gli Austriaci con bell'ordine a quella volta, e venne lor
fatto d'impadronirsi di varii posti, lontani nondimeno circa quattro
miglia da Genova, arrivando sino alla spiaggia di Sturla e del mare,
essendosi ritirati i Genovesi, con cedere alla superiorità delle
forze nemiche. Tentarono essi di penetrare nel colle della Madonna
del Monte e ne furono rispinti con loro danno, siccome ancora dal
colle d'Albaro, dove stavano ben trincierati i Gallo-Liguri. In questi
medesimi giorni i Gallispani, dopo avere in addietro con poca fatica
obbligato alla resa il forte di Monte-Albano, ed impreso l'assedio
del castello di Villafranca, anche di questo si renderono padroni,
con aver fatti prigionieri alquanti battaglioni piemontesi. Passarono
dipoi verso Ventimiglia, dove si trovava il _generale Leutron_ con
venticinque battaglioni, per contrastar loro il passo; ma accortosi
questi che i nemici prendevano la via per la montagna di Saorgio, a
fine di tagliargli la ritirata, prevenne il loro disegno, con lasciar
solamente trecento uomini nel castello di quella città. Fece poscia
quel tenue presidio sì bella difesa, che solamente nel dì 2 di luglio
dopo essere stato rovinato tutto esso castello dalle cannonate e bombe,
si rendè a discrezione prigioniere de' vincitori. Avendo preveduto
per tempo il _duca di Bouflers_ il disegno degli Austriaci di passare
in Bisagno, s'era portato con varii suoi ingegneri alla visita di
quel sito; e trovato che il monte detto di Fasce era a proposito per
impedire il maggiore avvicinamento dei nemici, avea ordinato che mille
e cinquecento lavoratori vi alzassero de' buoni trincieramenti, e
che vi si piantasse una batteria di cannoni, destinando alla guardia
di posto di tanta importanza il valore di settecento Spagnuoli. Da
che furono postati in Bisagno gli Austriaco-Sardi, seguirono varie
sanguinose azioni, dal racconto delle quali mi dispenserò, non essendo
mio istituto di farne il diario, bastandomi di dire che dall'incessante
fuoco de' Genovesi furono obbligati i nemici a rilasciare alcuno degli
occupati posti, e a retrocedere, allorchè tentarono di occuparne degli
altri. Mandò anche ordine il duca di Bouflers che un buon corpo di
Franzesi e Spagnuoli pervenuti dalla Corsica alla Spezia, unito con
secento paesani, si tenesse in vicinanza di Sturla, per impedire a'
nemici lo stendersi ai danni della riviera di Levante.
Le speranze intanto dell'armata austriaca erano riposte nell'arrivo di
grosse artiglierie e mortai, parte de' quali già stava preparata in
Sestri di ponente, condotta da Alessandria, e un'altra dovea venire
da Savona. Non mancarono i vascelli inglesi di accorrere colà per
farne il trasporto; ma allorchè vollero sbarcare que' bronzi a Sturla,
accorsero due galere genovesi, che spingendo avanti un pontone, dove
erano alquante colubrine, talmente molestarono que' vascelli, che
lor convenne ritirarsi in alto, e desistere per allora dallo sbarco.
Seguì poi nella notte fra il dì 24 e 25 di giugno una calda azione.
Perciocchè, calato con grosso corpo di truppe dal monte delle Fasce
il signor Paris Pinelli, per isloggiar da quelle falde gli Austriaci
che si erano postati in due siti, gli riuscì bensì di rovesciar que'
picchetti; ma, accorso un potente rinforzo di Tedeschi, fu obbligata la
sua gente a retrocedere. Essendo restata a lui preclusa la ritirata,
dimandò quartiere; ma que' barbari inumanamente gli troncarono il
capo. Era egli cavaliere di Malta, e da Malta appunto era venuto
apposta per assistere alla difesa della patria. Portata questa nuova
al generale Pinelli suo fratello, che stava alla Scofferra, talmente
si lasciò trasportare dall'eccesso del dolore e della rabbia, che
con una maggior crudeltà volle compensar l'altra, levando di vita due
bassi uffiziali tedeschi, dimoranti prigioni presso di lui. Il corpo
dell'ucciso giovane richiesto agli Austriaci, e portato a Genova,
co' maggiori militari onori fu condotto alla sepoltura. Altro, come
dissi, non restava all'armata austriaca, che di ricevere un buon
treno d'artiglierie, mortai e bombe, lusingandosi che, con alzar buone
batterie, si potrebbero avanzar più oltre, e giugnere almeno a fulminar
parte della città con una tempesta di bombe: il che se mai fosse
avvenuto, parea non improbabile che i Genovesi avessero potuto accudire
a qualche trattato. Ma queste erano lusinghe, trovandosi le loro
armi tre o quattro miglia lontane da Genova, e con più siti avanzati
che coprivano la città, e guerniti di difensori che non conoscevano
paura. Vennero infatti, nonostante l'opposizion de' Genovesi, cannoni
e mortai; furono sbarcati; si alzarono batterie: con che allora gli
assedianti si tennero in pugno la conquista di Genova. Anzi è da
avvertire, che portata da un uffiziale a Vienna la nuova della discesa
in Bisagno, ossia che quell'uffiziale spalancasse la bocca, oppure
che a dismisura si amplificassero le conseguenze di tale azione,
senza saper bene la positura di quegli affari; certo è che nella corte
imperiale sì fattamente prevalse la speranza di quel grande acquisto,
che di giorno in giorno si aspettava l'arrivo de' corrieri apportatori
di sì dolce nuova, e si giunse fino a spedir fuori per qualche
miglio i lacchè, acciocchè, sentito il suono delle liete cornette,
frettolosamente ne riportassero l'avviso alle cesaree loro maestà. Non
tardarono molto a disingannarsi.
Un giuoco, che non si sapeva intendere in questi tempi, era il contegno
dei Franzesi, e molto più degli Spagnuoli, fra i quali compariva una
concordia che insieme potea dirsi discordia. Erano venuti a Mentone
l'infante _don Filippo_ e il _duca di Modena_. Ognun si credea, e per
fermo lo tenevano i Genovesi, che quel corpo di Gallispani, lasciando
bloccato il castello di Ventimiglia, proseguirebbe alla volta di
Savona, anzi si faceva, ma senza fondamento, già pervenuto ad Oneglia:
quando all'improvviso fu veduto retrocedere al Varo. Chi dicea, per
unirsi col corpo maggiore dell'armata, comandata dal _maresciallo di
Bellisle_ e dal _marchese de las Minas_; e chi per prendere la via
dei monti di Tenda, e passar nella valle di Demont, allorchè il nerbo
maggiore degli altri Gallispani fosse penetrato colà. Certo è che
da un turbine erano minacciati gli Stati del re di Sardegna; perchè,
congiunte che fossero l'armi franzesi e spagnuole, trovavansi superiori
di molto quelle forze alle sue. Il perchè sul fine di giugno, o
principio di luglio, fu spedito il giovane marchese d'Ormea al generale
Sculemburg, per rappresentargli l'urgente bisogno che avea il re di
richiamar le sue truppe dall'assedio di Genova, per valersene alla
propria difesa. Gran dire fu nell'armata austriaca per questa novità,
parendo a quegli uffiziali che fosse tolta loro di bocca la conquista
di quella città: cotanto s'erano isperanziti per la venuta delle bombe
e de' mortai. Sparlarono però non poco del re di Sardegna, quasi che
fra lui e i Franzesi passassero intelligenze, quando chiarissimo era
il motivo di rivoler quelle milizie. Trovavasi l'esercito austriaco
assai estenuato tanto per le morti della gente perita nelle moltissime
passate baruffe, quanto per la disertata, e per l'altra mancata di
malattie e di stenti. Perciocchè, nulla trovando essi fra quegli
sterili dirupi, tutto conveniva far passare colà dalla Lombardia pel
vitto, per le munizioni da guerra e foraggi. E tali trasporti non di
rado con varii impedimenti e dilazioni a cagion de' tempi, delle strade
difficoltose e del rompersi le carrette, che interrompevano il corso
delle susseguenti, di maniera che giorno vi fu in cui si penò ad aver
la pagnotta. Gran parte ancora delle tante carrette a quattro cavalli,
provvedute dallo Stato di Milano, andò a male.
A tale stato ridotte le cose, e sminuite le forze per la richiesta
retrocession de' Piemontesi, conobbe il conte di Sculemburg generale
austriaco la necessità di levare il campo; e tanto più, perchè
andavano di tanto in tanto giugnendo per mare a Genova nuove truppe
di Francia, ed alcune di Spagna. Pertanto colla maggior saviezza
possibile nel dì 2 di luglio, giorno della Visitazione della Vergine
santissima, cominciò egli a spedire in Lombardia gli equipaggi,
attrezzi militari, malati e vivandieri. Rimbarcarono gl'Inglesi le
artiglierie; parte dei Piemontesi s'inviò verso Sestri di ponente per
passare in barche alla volta di Savona. Siccome questi movimenti non
si poteano occultare, così cagion furono di voce sparsa per l'Italia,
che gli Austriaci nel dì 4 del suddetto mese di luglio avessero sciolto
l'assedio di Genova. La verità si è, che essi solamente nella notte
scura precedente al dì 6 marciarono alla sordina verso le alture
dei monti, e sospirando si ridussero in Lombardia, prendendo poi
riposo a Gavi, Novi ed altri siti, ancorchè più giorni passassero
prima che avessero abbandonati tutti i dianzi occupati posti. Non
vi fu chi gl'inseguisse o molestasse, perchè bastava ai Genovesi per
un'insigne vittoria l'allontanamento di sì fieri nemici, con restar
essi padroni del campo. S'aggiunse in oltre un fastidioso accidente,
che arenò qualunque risoluzione che si potesse o volesse prendere da
loro in quell'emergente. Pochi dì prima era caduto infermo il _duca
di Bouflers_. Fu creduta sul principio dai medici scarlattina la sua
febbre, ma venne poi scoprendosi che era vaiuolo, e di sì perniciosa
qualità, che nel dì 3 di luglio il fece passare all'altra vita. Non
si può esprimere il cordoglio che provarono per colpo sì funesto i
Genovesi: tanta era la stima e l'amore ch'essi aveano conceputo per
così degno cavaliere, stante la gloriosa forma del suo contegno, e il
mirabil suo zelo per la lor difesa e salute. Il piansero come fosse
mancato un loro padre, e con sontuose esequie diedero l'ultimo addio al
suo corpo, ma non già alla memoria di lui.
Ora, trovandosi il popolo di Genova liberato da quella furiosa
tempesta, chi può dire quai risalti d'allegrezza fossero i suoi?
Erano ben giusti. Le lettere procedenti di là in addietro portavano
sempre che nulla mancava loro di provvisioni da vivere. Vennesi poi
scoprendo, che dopo la calata de' nemici in Bisagno erano stranamente
cresciute le loro angustie, giacchè per terra nulla più riceveano,
e gravi difficoltà s'incontravano a ricavarne per mare, a cagion de'
vascelli inglesi sempre in aguato per far loro del male; e la città si
trovava colma di gente, essendosi colà rifugiate migliaia di contadini,
spogliati tutti d'ogni loro avere. Parimente si seppe essere costata
di molto la lor difesa per tante azioni, dove aveano sacrificate le
lor vite assaissimi Gallispani e nazionali. Ma in fine tutto fu bene
speso. Era risonato, maggiormente risonò per tutta l'Italia, anzi per
tutta l'Europa, il nome de' Genovesi, per aver sì gloriosamente e con
tanto valore ricuperata e sostenuta la loro libertà. Uscì poscia chi
volle de' nobili e del popolo, per visitare i siti già occupati dai
nemici. Trovarono dappertutto, cioè in un circondario di moltissime
miglia, un lacrimevole teatro di miserie ed un orrido deserto. Le tante
migliaia di case, palazzi e giardini per sì gran tratto ne' contorni,
già nobile ornamento di quella magnifica città, spiravano ora solamente
orrore, perchè alcuni incendiati, e gli altri disfatti; le chiese e i
monisteri profanati e spogliati di tutti i sacri vasi e arredi. Per non
far inorridire i lettori, mi astengo io dal riferire le varie maniere
di barbarie praticate in tal congiuntura dai bestiali Croati contro
uomini, donne, fanciulli, preti e frati: il che fu cagione che anche i
paesani genovesi talvolta infierissero contra di loro. Seguirono senza
dubbio tante crudeltà contro il volere della clementissima imperadrice;
ma non è già onore dell'inclinata nazione germanica l'essersi in questa
occasione dimenticata cotanto d'essere seguace di Cristo Signor nostro.
Niun movimento, siccome dissi, fecero per molti giorni i Franzesi e
Genovesi contra de' Tedeschi, a riserva d'un'irruzione fatta da alcune
centinaia di que' montanari ne' feudi imperiali del conte Girolamo
Fieschi in vale di Scrivia, dove diedero il sacco, e poscia il fuoco a
quelle castella e case. Ma saputasi questa enorme ostilità in Genova,
condannò quel governo come masnadieri e ladri coloro che senza autorità
aveano tanto osato contra feudi dell'imperio: laonde cessò da lì
innanzi tale insolenza.
Aveano in questo mentre adunate i Franzesi di molte forze in Delfinato
e Provenza, ma senza che s'intendessero i misteri degli Spagnuoli; i
quali tuttochè stessero in quelle parti, pure niuna voglia mostravano
di concorrere nei disegni degli altri. Erasi il grosso delle milizie
del re di Sardegna accampato parte a Pinerolo e parte a Cuneo, e in
altri luoghi della valle di Demont, con esser anche accorse colà
in aiuto suo non poche truppe austriache: giacchè quest'ultimo si
giudicava il sito più pericoloso ed esposto alla calata de' Franzesi,
restando per altro incerto a qual parte tendessero i loro tentativi, e
il tanto loro andare qua e là rodando per quelle parti. Non lasciò esso
re di guernire di gente anche gli altri passi dell'Alpi, per li quali
si potessero temere i loro insulti. Uno fra gli altri fu quello di
Colle dell'Assietta fra Exiles e le Fenestrelle: posto considerabile,
perchè, superato esso, si passava a dirittura verso di Pinerolo e
Torino. E questo appunto venne scelto dal _cavalier di Bellisle_,
fratello del maresciallo, e luogotenente generale nell'armata di
Francia, per superarlo, giudicando assai facile l'impresa per le
notizie avute che alla guardia di que' trincieramenti non istessero se
non otto battaglioni piemontesi fra truppe regolate e Valdesi. Dicono
ch'egli avesse circa quaranta battaglioni, parte de' quali fu spedita
a prendere varii siti all'intorno, affinchè, se il colpo veniva fatto,
niuno de' Piemontesi potesse colla fuga salvarsi. Stava all'erta il
_conte di Bricherasco_, tenente generale del re di Sardegna, deputato
alla custodia di quell'importante passo, e a tempo gli arrivò un
rinforzo di due o pur tre battaglioni austriaci, comandati dal generale
_conte Colloredo_. Alle ore quindici dunque del dì 19 di luglio vennero
i Franzesi, divisi in tre colonne, all'assalto della Assietta con
alquanti piccioli cannoni (niuno ne aveano i Piemontesi) e cominciarono
parte a salire, parte ad arrampicarsi per quell'erta montagna. Vollero
alcuni sostenere, che nella precedente notte fosse ivi nevicato, onde
stentassero i Franzesi a tenersi ritti, e maneggiarsi nella salita; ma
non fu creduto, perchè poco prudente sarebbe sembrata in circostanza
tale la risoluzione del Bellisle. E pure questa fu verità. Per tre
volte i Franzesi divisi in tre colonne, non ostante il loro grande
disavantaggio, andarono bravamente all'assalto, e sempre furono con
grave loro perdita o uccisi, o feriti, o rotolati al basso. Fremeva,
nè sapeva darsi pace di tanta resistenza e di sì infelice successo,
il cavalier di Bellisle; e però impaziente, a fine di animar la sua
gente ad un nuovo assalto, si mise egli alla testa di tutti, e salito
sino alle barricate nemiche, quivi arditamente piantò una bandiera,
credendo che niuno de' suoi farebbe meno di lui. Quando eccoti un
colpo di fucile, per cui restò ferito, e poscia un colpo di baionetta
che lo stese morto a terra. Il valore e coraggio bella lode è ancora
de' generali di armata, ma non mai la temerità; perchè la conservazion
della lor vita è interesse di tutto l'esercito. Probabilmente non fu
molto lodata l'azione d'esso cavaliere uno dei più rinomati e stimati
guerrieri che si avesse la Francia, la cui perdita fu generalmente
compianta da' suoi. Dopo altri tentativi ebbe fine sul far della
notte il conflitto; ed usciti pochi granatieri piemontesi ed austriaci
inseguirono colle sciable alla mano fin quasi a Sestrieres i fuggitivi
Franzesi. Per sì nobil difesa gran lode conseguirono i due generali
conte di Bricherasco e conte Colloredo, e il cavaliere Alciati maggior
generale, e il conte Martinenghi brigadiere del re di Sardegna. In
fatti fu la vittoria compiuta. Circa secento feriti rimasti sul campo
furono fatti prigioni, e fu creduto che la perdita dei Franzesi tra
morti, feriti e prigionieri ascendesse a cinque mila persone, fra le
quali trecento uffiziali. A poco più di ducento uomini si ristrinse
quella de' Piemontesi ed Austriaci; e però con ragione si solennizzò
quel trionfo con varii _Te Deum_ per gli Stati del re di Sardegna e
in Milano. Fu anche immediatamente celebrato in un elegante poemetto
italiano dal signor Giuseppe Bartoli, pubblico lettore di lingua greca
nell'università di Torino.
Quello poi che più fece maravigliar la gente, fu, che quantunque tale
percossa bastante non fosse ad infievolire le forze de' Gallispani,
pure niun tentativo o movimento fecero da lì innanzi contro le terre
del Piemonte, anzi piuttosto furono invase da' Piemontesi alcune
contrade della Francia, benchè con poco successo. L'accampamento
maggiore del re suddetto, siccome dissi, fu a Cuneo e nella valle
di Demont, dove egli medesimo si portò in persona, perchè quivi
parea sempre da temersi qualche irruzion de' nemici. Attesero in
questi tempi i Genovesi a fortificar varii posti fuor della città,
e spezialmente quello della Madonna del Monte, avendo la sperienza
fatto loro conoscere quai fossero i pericolosi, e quali gli utili e
i necessarii per la loro difesa. Entrata una specie di epidemia fra
i tanti contadini, già rifugiati in essa città a ragion de' terrori,
fatiche e stenti passati, ne condusse non pochi al sepolcro, e gli
stessi cittadini non andarono esenti da molte infermità. Ebbero essi
Genovesi in questi medesimi giorni molte vessazioni alla Bastia in
Corsica; ma io mi dispenso dal riferire que' piccioli avvenimenti.
Nel dì 5 poi di settembre una grossa partita di Gallispani, varcato
l'Apennino, scese in valle di Taro del Parmigiano; vi fece alquanti
Austriaci prigionieri; intimò le contribuzioni a quel borgo ed altre
ville, con asportarne gli ostaggi, e circa mille e cinquecento capi di
bestie tra grosse e minute. Per timore che non calassero anche a Bardi
e Compiano, essendo accorsi due reggimenti tedeschi, cessò tosto quel
turbine. Intanto il re di Sardegna, lungi dal temere che i Gallispani
s'inoltrassero per la riviera di Ponente, fece di nuovo occupare
dalle sue truppe la città di Ventimiglia, ed imprendere dal barone di
Leutron il blocco di quel castello, alla cui difesa era stato posto
un gagliardo presidio. Per molto tempo soprintendente al governo di
Milano e degli altri Stati austriaci di Lombardia era stato il conte
_Gian-Luca Pallavicini_ come plenipotenziario e generale d'artiglieria
dell'augustissima imperadrice, cavaliere disinteressato e magnifico in
tutte le sue azioni. Fu egli chiamato a Vienna per istanze e calunnie
degl'Inglesi, ma, ciò non ostante, promosso al riguardevol posto di
governatore perpetuo del castello di Milano. In luogo suo nel dì 19 di
settembre pervenne ad essa città di Milano il _conte Ferdinando_ di
_Harrach_, dichiarato governatore e capitan generale della Lombardia
Austriaca. Portò qui seco la rinomanza di una sperimentata saviezza,
massimamente negli affari politici, e un complesso di altre belle doti,
che fecero sperare a que' popoli un ottimo governo, e tollerabile la
perdita che avea fatta dell'altro.
Sperava pure la città di Genova dopo tante passate sciagure di godere
l'interna calma; e pure un'altra inaspettata si rovesciò sopra d'essa,
da che fu passata la metà di settembre. Uno strabocchevole temporale
di terra e di mare, con diluvio di pioggia e vento, con fulmini e
gragnuola grossissima, talmente tempestò quella città, che ruppe
un'immensa copia di vetri delle case, rovesciò non pochi camini e
tetti, talmente che parve quivi il dì del finale giudizio. Dominò in
oltre un furioso libeccio sul mare, che allagò parte della città, e
danneggiò gran copia di quelle case, oltre della rovina degli orti e
delle vigne per più miglia. Arrivò verso il fine del mese suddetto a
conoscere quell'afflitto popolo il _duca di Richelieu_, personaggio
di rara attività e di mente vivace, inviato dal re Cristianissimo
a comandar l'armi gallispane nel Genovesato. Ascendevano queste,
per quanto fu creduto, a quindici mila persone. Un corpo di questa
gente venne ad impossessarsi della picciola città di Bobbio, e per la
Trebbia arrivò fin presso a Piacenza. Se quel fiume non fosse stato
gonfio, avrebbe fatto paura alla tenue guernigione di quella città.
Rastrellarono molti bestiami, imposero contribuzioni, presero qualche
nobile piacentino per ostaggio. Ma sollevatisi i villani in numero
di due e più mila, strinsero circa cento trenta di quei masnadieri,
che ristretti in Nibbiano non si vollero arrendere prigioni, se non
ad un corpo di truppe regolate tedesche, le quali gli obbligarono
a restituire tutto il maltolto. Qualche irruzione ancora seguì
nel basso Monferrato, dove essi Gallo-Liguri colsero varii soldati
Austriaco-sardi, fecero bottino di bestiami, e preda di drappi e panni,
che andavano in Piemonte, oltre all'aver esatte alquante contribuzioni.
Fioccarono anche i flagelli sulla bassa Lombardia, perchè la cessata
nel precedente verno epidemia de' buoi ripullulò, e crebbe aspramente
nel Veronese, Vicentino, Bresciano, in qualche sito del Padovano e del
Mantovano di là da Po; e passata nel Ferrarese, quivi diede principio
ad un'orrida strage. In oltre il Po soverchiamente ingrossato di acque
inondò Adria ed Adriano. Anche l'Adige e la Brenta allagarono parte del
Polesine di Rovigo e del Padovano. A tanti guai s'aggiunse di più la
scarsezza del raccolto de' grani in molte provincie.
Godè Roma all'incontro non solo un'invidiabil tranquillità, ma
occasioni eziandio di allegrezze, stante la promozione fatta nel
dì 10 d'aprile dal sommo pontefice _Benedetto XIV_ de' cardinali
nominati dalle corone, e in appresso nel dì 5 di luglio ancora del
duca di Jorch secondogenito del cattolico re d'Inghilterra Giacomo
III. Fu in essa metropoli fabbricata per ordine del re di Portogallo
una cappella di tanta ricchezza e di sì raro lavoro, che riuscì di
ammirazione ad ognuno. Costò circa cinquecento mila scudi romani,
ed imbarcata in questo anno venne trasportata a Lisbona. Maggiori
furono i motivi di giubilo nella real corte di Napoli; perciocchè
quella regina alle tre della notte precedente il dì 14 di giugno
nella villa di Portici diede alla luce un principino, a cui fu posto
nel battesimo il nome di _Filippo Antonio Gennaro_, ec. Questo regalo
fatto da Dio a que' regnanti tanto più si riconobbe prezioso, perchè
il re di Spagna _Ferdinando_ non avea finora veduti frutti del suo
matrimonio; e questo germe novello riguardava non meno il re delle
Due Sicilie che la monarchia di tutta la Spagna. Quali fossero i
risalti di gioia in quella real corte, e nella nobiltà e popolo d'una
metropoli tanto copiosa di gente, non si potrebbe dire abbastanza.
Grandi feste ed allegrezze per più giorni solennizzarono dipoi questo
fortunato avvenimento. Fece il re un dono alla regina di cento mila
ducati, e un accrescimento di altri dodici mila annui all'antecedente
suo appannaggio. Dalla città e regno fatto fu preparamento a fin di
donare a sua maestà un milione per le fasce del nato principino, che
fu intitolato duca di Calabria. Partecipò di tali contentezze anche la
real corte di Madrid, il cui monarca dichiarò infante di Spagna questo
suo real nipote, e fu detto che gli assegnasse anche una pensione annua
di quattrocento mila piastre.
A due sole considerabili imprese si ridusse la guerra fatta nel
presente anno nei Paesi Bassi fra il re Cristianissimo e gli alleati.
V'intervenne in persona lo stesso re, il cui potentissimo esercito
era di gran lunga superiore a quello dei nemici. Nel dì 2 di luglio si
trovarono a vista le due armate fra Mastricht e Tongres. Attaccarono i
Franzesi la zuffa coll'ala sinistra de' collegati, composta d'Inglesi,
Hannoveriani, ed Assiani, i quali fecero una mirabil resistenza nel
villaggio di Laffeld, con farne costare ben caro l'acquisto ad essi
Franzesi. Il valoroso _conte di Sassonia_ maresciallo generale di
Francia, veggendo più volte rispinti i suoi, entrò egli stesso con
altro nerbo di gente nella mischia, e finalmente gli riuscì di far
battere la ritirata ai nemici e d'inseguirli. Intervenne a sì calda
azione il _duca di Cumberland_, secondogenito del re britannico e
generale delle sue armi, e con tale ardore, che corse gran pericolo di
sua vita. Per difenderlo si espose ad ogni maggior cimento il _generale
Ligonier_, comandante dell'armata sotto di lui, con restar per questo
prigioniere dei Franzesi. Poco ebbero parte in questo conflitto
il centro e l'ala dritta d'essi collegati, composta d'Austriaci ed
Olandesi, i quali ultimi nondimeno vi perderono molta gente. Peraltro
ragione ebbero i Franzesi di cantare la vittoria tuttochè comperata
con molto loro sangue, perchè rimasero padroni del campo; fecero mille
secento prigioni; acquistarono trentatre cannoni, quattordici tra
bandiere e stendardi; e colti sul campo circa due mila feriti degli
alleati, li condussero negli spedali franzesi. Fu detto che intorno
a tre mila de' collegati e più di tre mila dei Franzesi vi restassero
estinti. Ritirossi l'armata d'essi alleati di là dalla Mosa, e finchè
il re si fermò in quelle parti, non osò di ripassar quel fiume.
L'altra anche più sonora impresa fu quella dell'assedio d'una piazza
fortissima impreso dai Franzesi; giacchè nella positura delle cose
osso troppo duro forse comparve Mastricht da essi minacciato. Città del
Brabante olandese è Bergh-op-Zoom, considerata per una delle fortezze
inespugnabili, parte per la situazione sua sopra un'altura in vicinanza
del mare, con cui comunica mediante un canale, e a cagion di alcune
paludi che ne rendono difficile l'accesso; e parte per le tante sue
fortificazioni, oltre ad alcuni forti e ridotti sino al mare, da dove
può ricevere soccorsi. Il celebre duca di Parma Alessandro Farnese
nel 1588, il marchese Spinola nel 1622 indarno l'assediarono. Fu poi
da lì innanzi maggiormente fortificata. Niuno di questi riguardi potè
trattenere la bravura franzese dall'imprenderne l'assedio, e dall'aprir
la trincea nella notte del dì 15 venendo il di 16 di luglio. Al _conte
di Lowendhal_ tenente generale del re, uffiziale di distinto valore
e perizia nell'arte militare, fu appoggiata questa impresa. Dopo
l'assedio memorabile della fortissima città di Friburgo, altro non
si vide più difficile e strepitoso di questo. Perciocchè nelle linee
contigue ad esso Bergh-op-Zoom, e fra le paludi e la costa del mare,
si postò il _principe di Hildburghausen_ con circa venti mila soldati,
da dove non potè mai essere rimosso; di modo che durante l'assedio
potè sempre quella fortezza essere di mano in mano soccorsa con
truppe fresche, e provveduta di quante munizioni da bocca e da guerra
andavano occorrendo. Come superare una piazza a cui nulla mancava, e
il cui presidio potea fare sortite frequenti, con sicurezza di essere
d'ogni sua perdita rifatto? Ma niuna di queste difficoltà ritener potè
l'ardire de' Franzesi. Sì dall'una che dall'altra parte si cominciò
a giocare di cannonate, di bombe, di mine; e i lavori d'una settimana
vennero talvolta rovesciati in un'ora. Tanto le offese costarono gran
sangue, ma incomparabilmente più dal canto degli assedianti.
Progredì così lungamente questo assedio, che i Franzesi sfornirono di
polve da fuoco e di altre munizioni tutte le loro piazze circonvicine;
e intanto stavano dappertutto sulle spine i parziali e i novellisti
per l'incertezza dell'esito di sì pertinace assedio. Di grandi
apparenze vi furono che sarebbero in fine costretti i Franzesi a
ritirarsi; ma differentemente si dichiarò la fortuna, perchè ancor
questa appunto intervenne a decidere quella quistione. Erano già fatte
breccie in due bastioni e in una mezzaluna, e queste imperfette,
o certamente non credute praticabili: quando il generale conte di
Lowendhal determinò di venire all'assalto. Ammannite dunque tutte le
occorrenti truppe all'esecuzione di sì pericoloso cimento, sul far
del dì 16 di settembre, dato il segno con lo sparo di tutti i mortai
a bombe, andarono coraggiosamente all'assalto: impresa che non si
suole effettuare senza grave spargimento di sangue. Ma quello non
fu un assalto, fu una sorpresa. Detto fu che i Franzesi per buona
ventura o per tradimento s'introducessero segretamente nella città
per una galleria esistente sotto un bastione, e mal custodita da quei
di dentro. La verità si è, che altro non avendo trovato alla difesa
delle breccie che le guardie ordinarie, con poca perdita e fatica
salirono, ed impadronitisi de' bastioni e di due porte della città,
quindi passarono alla volta della guernigione, la quale raccolta tanto
nella piazza, quanto in varie contrade, fece una vigorosa resistenza,
finchè, veggendosi sopraffatta dagli aggressori, che si andavano
vieppiù ingrossando, e venendo qualche casa incendiata parte d'essa
ebbe maniera di ritirarsi, sempre combattendo, fuori della porta
di Steenbergue. Corse fama che il conte di Lowendhal avesse dati
buoni ordini, e prese le misure, affinchè la misera città rimanesse
esente dal sacco. Checchessia, i volontarii lo cominciarono, e gli
tennero loro dietro, senza risparmiare alcuno di quegli eccessi che
in sì fatti furori sogliono i militari, non più cristiani, non più
uomini, commettere. Si salvarono in questa confusione i principi
d'Assia e d'Anhalt, e il generale Constrom; ma non poca parte di quel
presidio rimase o tagliata a pezzi dagl'infuriati assalitori, o fatta
prigioniera.
Nè qui terminarono le conseguenze di giorno cotanto favorevole a'
Franzesi. Il campo del principe d'Hildburgausen, afforzato nelle linee
presso di Bergh-op-Zoom, all'intendere presa la città, e alla comparsa
de' fuggitivi, altro consiglio non seppe prendere, se non quello di
dar tosto alle gambe, lasciando indietro equipaggi, tende, artiglierie
e fasci di fucili. Tutto andò a ruba, nè vi fu soldato franzese che
non arricchisse. Videsi nondimeno lettera stampata che negava questo
abbandono di bagagli e fucili, a riserva di un reggimento, il quale amò
meglio di mettere in salvo i suoi malati che i suoi equipaggi. Oltre
a ciò, non perdè tempo il conte di Lowendhal a spedire armati, per
intimare la resa ai forti di Rover, Mormont e Pinsen, che non si fecero
molto pregare ad aprir le porte, con restar prigionieri que' presidii.
Trovandosi ancora in quel porto diecisette bastimenti con assai
munizioni da guerra e da bocca, che per la marea contraria non poterono
salvarsi, furono obbligati dalle minaccie de' cannoni ad arrendersi.
Se si ha da credere a' Franzesi, quasi cinque mila soldati tra uccisi
e prigionieri costò quella giornata agli alleati; due sole o tre
centinaia ad essi. Oltre ai semplici soldati, gran copia di uffiziali
rimasero ivi prigioni. Prodigiosa fu la preda ivi trovata, e spettante
al re, cioè più di ducento cinquanta cannoni, la metà de' quali di
grosso calibro, quasi cento mortai, qualche migliaio di fucili, ed
altri militari attrezzi, e magazzini a dismisura abbondanti di polve
da fuoco, di granate, di abiti, di scarpe, panni, ec. Un pezzo poi si
andò disputando per sapere qual destino avesse facilitata cotanto la
caduta di sì forte piazza, in cui nulla si desiderava per resistere
più lungamente, e fors'anche per render vano in fine ogni tentativo
degli assedianti. In fine fu conchiuso, essere ciò proceduto dalla
poco cautela del Constrom, il quale non si figurò che le imperfette
breccie abbisognassero di maggior copia di guardie. Contra di lui
fu poi fulminata sentenza di morte; ma salvollo il riguardo alla sua
rispettabil vecchiaia. La risposta del re Cristianissimo alla lettera
del conte di Lowendhal, recante sì cara nuova, fu di dichiararlo
maresciallo, con vedersi poi in Francia un raro avvenimento, cioè
due stranieri, primarii e gloriosi condottieri delle armate di quella
potentissima corona. Passarono, ciò fatto, le truppe comandate da esso
conte a mettere l'assedio al forte di Lillò, e ad alcuni altri pochi
di minor considerazione, per liberare affatto il corso della Schelda:
nè tardarono a costringere alla resa il Forte-Federigo, e quindi
esso Lillò nel dì 12 d'ottobre, coll'acquisto di quasi cento pezzi
d'artiglieria, e con farvi prigioniera la guarnigione di ottocento
soldati. Gran gioia dovette essere quella di Anversa al veder come
liberato da quei nemici forti il corso del loro fiume.
In Italia ebbero fine le militari imprese con quella di Ventimiglia.
Già si era impadronito d'essa città il generale piemontese _barone di
Leutron_, e da varie settimane teneva strettamente bloccato quel forte
castello. Segreti avvisi pervennero ai generali gallispani, esistenti
in Nizza, che già si trovava in agonia quella fortezza, e se in pochi
dì non giugneva soccorso, il comandante, per mancanza di munizioni e
viveri, dovea rendere la piazza e sè stesso al re di Sardegna. Però la
maggior parte dell'armata gallispana si mise in marcia a quella volta
col maresciallo _duca di Bellisle_, e col generale spagnuolo _marchese
della Mina_. Vollero del pari intervenire a questa scena l'infante _don
Filippo_ e il _duca di Modena_. Erasi a dismisura afforzato con trince
e barricate il barone di Leutron al per altro difficilissimo passo de'
Balzi Rossi di là da Ventimiglia. Non osarono i Franzesi di assalir
per fronte un sito sì ben difeso dalla natura e dall'arte, e in sole
picciole scaramuccie impiegarono due giornate. Ma nella terza, cioè nel
dì 20 di ottobre, ben informato il sopraddetto barone della superiorità
delle forze nemiche, e che essi Gallispani si erano stesi per l'alto
della montagna con intenzione di venirgli alle spalle, benchè forte di
venticinque battaglioni, prese la risoluzione di ritirarsi: il che fu
con buon ordine da lui eseguito. Uscì anche il presidio franzese del
castello, per secondare lo sforzo di chi veniva in soccorso; e però la
città, dove si trovavano o s'erano rifugiati alquanti Piemontesi, tardò
poco ad aprir le porte. Finì questa faccenda colla liberazion di que'
luoghi, e colla prigionia di forse cinquecento Piemontesi. Ritirossi
il Leutron a Dolce-Acqua e alla Bordighera; e rotti i ponti sul fiume,
quivi si trincierò. L'armata gallispana, dopo aver ben provveduto quel
castello di nuova gente, vettovaglie e munizioni da guerra, e lasciato
grosso presidio nella stessa città di Ventimiglia, se ne tornò a
cercar quartiere di verno e riposo, parte in Provenza e Linguadoca, e
parte in Savoia, con passare a Sciambery anche il suddetto infante col
duca di Modena. Circa questi tempi il _duca di Richelieu_ ricuperò il
posto della Bocchetta di Genova, e attese a fortificare i luoghi più
importanti della riviera di Levante, che parevano minacciati da qualche
irruzion de' Tedeschi. Ad altro nondimeno allora non pensavano gli
Austriaci, se non a ristorarsi ne' quartieri presi in Lombardia, dopo
tante fatiche e disagi patiti per quasi due anni senza mai prendere
riposo. E perciocchè nel dì 15 di settembre due coralline genovesi
furono predate dagl'Inglesi sotto il cannone di Viareggio, senza
che quel forte le difendesse, rimase esposta la repubblica di Lucca
a gravi minaccie e pretensioni del suddetto duca di Richelieu. Non
arrivò il pubblico ad intendere come tal pendenza si acconciasse. Negli
ultimi mesi ancora dell'anno presente si videro di nuovo lusingati
i popoli con isperanze di pace, giacchè si stabilì fra i potentati
guerreggianti un congresso da tenersi in Aquisgrana, non parendo più
sicura Bredà, e furono dal re Cristianissimo chiesti i passaporti per
li suoi ministri, e per quei di Genova e del duca di Modena. Si teneva
per fermo che fossero spianati alcuni punti scabrosi nei gabinetti di
Francia e d'Inghilterra, al vedere già preso per mediator della pace il
re di Portogallo, che destinò a quel congresso don Luigi d'Acugna suo
ministro. Ma si giunse al fine dell'anno con restar tuttavia ambidue le
voglie di pace nelle potenze guerreggianti, ed incerto, se il congresso
suddetto fosse o non fosse un'illusione de' poveri popoli. Nè si dee
tacere una strana metamorfosi avvenuta nelle Provincie Unite, dove
pei potenti soffii della corte britannica, e per le parzialità dei
popolari, non solamente fu dichiarato statolder il principe d'Oranges
e di Nassau _Guglielmo_, genero del re d'Inghilterra, ma statolder
perpetuo; nè solamente egli, ma anche la sua discendenza tanto
maschile che femminile. Parve ad alcuni di osservare in tanta novità
il principio di grandi mutazioni per l'avvenire nel governo di quella
repubblica, considerando essi che anche a Giulio Cesare bastò il titolo
di _dittatore perpetuo_; e che avendo in sua mano tulle le armi della
romana repubblica, senza titolo di re, potea fare e faceva da re. Ma i
soli profeti, che sono ispirati da Dio, han giurisdizione sulle tenebre
de' tempi avvenire.
Anno di CRISTO MDCCXLVIII. Indiz. XI.
BENEDETTO XIV papa 9.
FRANCESCO I imperadore 4.
Diede principio all'anno presente una bella apparenza di pace, ma
contrappesata da un'altra di continuazione di guerra. Dalla parte
della Francia non altro s'udiva che magnifici desiderii di rendere il
riposo all'Europa, nè altra voglia facevano comparire le contrarie
potenze: sembrando tutti d'accordo in voler la pace, ma discordi,
perchè voglioso ciascuno di quella sola che fosse vantaggiosa ai suoi
privati interessi, e portasse un equilibrio, bel nome inventato dai
politici di questi ultimi tempi, quale ognun se l'ideava più conforme
o necessario al proprio sistema. Aprissi dunque il nuovo congresso
di ministri in Aquisgrana, come città neutrale del regno germanico.
I popoli, benchè tante volte beffati da queste fantasie di sospirata
pace, pure non lasciavano di lusingarsi, che avesse finalmente,
dopo sì lungo fracasso di tuoni e fulmini, a succedere il sereno. Ma
intanto un brutto vedere faceva l'affaccendarsi a gara i potentati in
preparamenti maggiori di guerra; e quantunque si sapesse che appunto
sforzi tali sogliono rendere più pieghevoli i renitenti alla concordia;
pure motivo non mancava di temere che quest'anno ancora avesse da
riuscire fecondo di rovine e di stragi. Sopra tutto gli Olandesi, che
fin qui incantati dal gran guadagno della loro neutralità e libera
navigazione, e dalle dolci parole della Francia, aveano dato tempo al
re Cristianissimo di stendere le sue conquiste nello stesso Brabante
di loro ragione, e vedevano in aria minaccie di peggio: si diedero,
ma troppo tardi, a mendicar truppe dalla Germania, dagli Svizzeri e
dai paesi del Nort. Trovarono intoppi dappertutto, probabilmente per
li segreti maneggi, o per l'efficacia della pecunia franzese; e però
non si sapevano determinare a dichiarar guerra aperta alla Francia;
e se facevano nell'un dì un passo innanzi, nell'altro ne facevano
due indietro. Aveano essi unitamente col re britannico fatto ricorso
ad _Elisabetta imperadrice della Russia_, per trarre di colà un
possente esercito d'armati, cioè un esorcismo valevole a mettere freno
all'esorbitante potenza franzese, che essi chiamavano troppo avida, e
principale origine o promotrice di tutte le guerre che da gran tempo
sono insorte fra i principi cristiani. Non pareva già credibile che
la corte russiana fosse per condiscendere alla richiesta di trenta o
trentacinque mila de' suoi soldati, pel mantenimento annuo de' quali
si esibivano dalle potenze marittime cento mila lire sterline, stante
l'immenso viaggio che occorreva per condurre tali truppe alle rive del
Reno, o in Olanda. Ma più che il danaro dovette prevalere in cuore di
quella grande imperadrice il riflesso di contribuire alla difesa di
quella de' Romani: giacchè troppo utile o necessaria si è l'amistà ed
unione di queste due monarchie per l'interesse loro comune, e comune
anche della cristianità, a fine di far fronte ne' bisogni alla potenza
turchesca. Si venne dunque a scoprire sul principio di quest'anno,
essere quel negozio conchiuso, e che la Germania avrebbe il gusto o
disgusto di conoscere di vista che razza di milizia fosse quella che
avea dato di sì brutte lezioni alla Svezia, e tanto terrore ai Turchi:
quantunque non pochi speculativi si figurassero dovere riuscir quel
trattato un semplice spauracchio a' Franzesi, non già un vero soccorso
ai collegati avversarii.
Minore non era in questi tempi l'apparato di guerra per l'Italia,
bollendo più che mai lo sdegno dell'imperadrice regina contra
dei Genovesi, quasichè il valor d'essi avesse non poco scemata la
riputazion delle armi austriache. A rinforzare il suo esercito in
Lombardia andavano calando in essa, oltre alle numerose reclute di
gente e di cavalli, anche de' nuovi corpi di truppe. E perciocchè,
secondo il parere dei savii suoi generali, il tornare all'assedio
di Genova sarebbe stato un andare a caccia di un nuovo, anzi maggior
pentimento, per le tante difese accresciute a quella città; rivolte
pareano tutte le mire degli Austriaci a portar la guerra e la
desolazione nella riviera di Levante, e massimamente contro Sarzana
e le terre del golfo della Spezia. Ma non istette in ozio l'attività
del _duca di Richelieu_. Per quanto era possibile, accrebbe egli le
fortificazioni a qualunque luogo capace di difesa in essa riviera, non
risparmiando passi ed occhiate per provvedere a tutto. E perciocchè
temeva che gli Austriaci, valicando l'Apennino, e avendo la mira
sopra Sarzana, potessero impadronirsi di Lavenza, picciola fortezza
del ducato di Massa, tuttochè si trattasse di luogo imperiale, e però
neutrale; meglio stimò di mettervi presidio franzese, e di levare ai
nemici l'uso dell'artiglieria, che ivi si trovava. Col tempo misero
quelle milizie il piede anche in Massa contro il volere della duchessa
reggente, e con grande danno di quegli abitanti, i quali perderono da
lì innanzi il commercio per mare, perchè considerati quai nemici delle
navi inglesi. Fra questo mentre andavano di tanto in tanto giugnendo
a Genova, senza chiedere licenza a quelle navi, alcuni ora grossi,
ora tenui rinforzi di gente franzese, spediti da Nizza, Villafranca e
Monaco; ma non s'udiva già che nella Provenza e Delfinato si facesse
gran massa di soldatesche, nè armamento tale, che fosse capace
di divertire le forze de' Tedeschi, caso che tentassero daddovero
una irruzione nel Genovesato. I principali pensieri dalla corte di
Francia erano rivolti più che mai in questi tempi ai Paesi Bassi, dove
infatti era il gran teatro della guerra: il che teneva in un continuo
batticuore il governo e popolo di Genova. Anche gli aiuti di Spagna
consistevano in sole voci di gran preparamento, e però in sole speranze
e promesse. E intanto il reale infante _don Filippo_ e il _duca di
Modena_, deposti per ora i pensieri marziali, se ne andarono a passare
il verno in sollazzi nella città di Sciambery. Ma poco vi si fermò il
duca, perchè nel furore del verno, e ad onta dei ghiacci e delle nevi,
si portò per gli Svizzeri e Grigioni a Venezia a visitare la sua ducal
famiglia; e di là poi nel marzo si restituì in Savoia.
Scorsero i primi mesi del presente anno senza riguardevoli novità;
giacchè non meritano d'aver luogo in questi brevi Annali alcuni
vicendevoli tentativi fatti da' Gallispani per sorprendere Savona ed
altri luoghi o della riviera di Ponente o delle montagne piemontesi,
ed altri fatti dagli Austriaco-Sardi per tornare ad impadronirsi di
Voltri. Così ne' Paesi Bassi niun'altra considerabile azione seguì,
fuorchè in vicinanza di Berg-op-Zoom, dove conducendo i Franzesi con
buona scorta un gran convoglio di munizioni da bocca e da guerra, dopo
la metà di marzo furono assaliti da un più possente corpo di collegati,
e messi finalmente in rotta con perdita di molta gente e roba. Venuta
la primavera, il general comandante austriaco _conte di Broun_ sempre
più dava a credere di voler portare la guerra verso Sarzana e la
Spezia: al qual fine de' grossi magazzini di biade e fieni si fecero a
Fornovo, Berceto e Borgo Val di Taro. S'inoltrò anche a Varese, terra
del Genovesato, un gran corpo di sua gente. Ma per condurre un'armata
di là dall'Appennino col necessario corteggio di artiglieria, foraggi e
viveri, occorrevano migliaia di muli; e di questi restava anche a farsi
in gran parte la provvisione: disgrazia, che non fu la prima ed unica,
per cui sono ite talvolta in fumo le ben pensate idee ed imprese de'
generali austriaci. A queste difficoltà, che impedivano l'avanzamento
dell'armi tedesche, probabilmente s'aggiunse qualche motivo e riflesso
segretamente comunicato dalla corte cesarea al suddetto conte di
Broun, per cui quantunque egli facesse dipoi varie mostre di portare la
guerra nel cuore del Genovesato, pure non corrisposero mai i fatti alle
minaccie; ed egli arrivò poi a distribuire buona parte dell'esercito
suo nel Parmigiano, Modenese e Reggiano. Dall'altro canto nè pure mai
si videro comparire in Provenza i generali delle due corone alleate,
cioè il _maresciallo di Bellisle_ e il _marchese de la Mina_, nè
s'udì moto alcuno delle lor armi in quelle parti. Anche il duca di
Modena passò nell'aprile a Parigi, di modo che in questo aspetto di
cose sembrava a non pochi di mirare un crepuscolo di vicina pace. Ma
a tali speranze si contrapponeva il movimento delle truppe russiane,
non sembrando verisimile che si avesse da esporre alle fatiche d'un
sì sterminato viaggio quel grosso corpo di gente, qualora si fosse
alla vigilia di qualche concordia. Non s'era fin qui potuto persuadere
a molti di coloro, i quali mettono il loro più gustoso divertimento
nel trafficar novelle di guerre, ed interpretazioni dei segreti de'
gabinetti, che si avessero a muovere daddovero i reggimenti accordati
dalla imperadrice russiana alle potenze marittime; e al più si credeva
che non dovessero se non minacciare la Francia, con istarsene ferme
ai loro confini. Si videro poi entrare nella Polonia, e sempre più
inoltrarsi alla volta del mezzodì, ad onta delle nevi e de' ghiacci.
Fortuna fu per la Francia che il ministro di Olanda spedito alla corte
russiana colle necessarie facoltà per maneggiar quel contratto, non
s'attentò a segnarlo senza l'ordine del novello statolder _principe
Guglielmo di Nassau._ L'andata d'un corriere e il suo ritorno
ritardarono per più di un mese la mossa de' preparati russiani.
Seppero i Franzesi mettere a profitto il ritardo di quella gente; e
conoscendo la lor grande superiorità sopra le forze de' collegati,
parte delle quali era tuttavia troppo lontana, o non peranche ben
reclutata, si affrettarono a far qualche strepitosa impresa. I lor
varii preparamenti, marcie e contramarcie aveano fin qui imbrogliata
la previdenza degli alleati, con obbligarli a tener divise ed impiegate
in varii vigorosi presidii le lor armi, per non sapere sopra qual parte
avessero a volgersi gli sforzi nemici, mentre nello stesso tempo erano
minacciati Lucemburgo, Mastricht, Bredà e la Zelanda. Finalmente si
tirò il sipario nella notte precedente al dì 16 d'aprile, e si vide
investita la fortissima città di Mastricht, città intersecata dalla
Mosa con ponte di comunicazione fra le due rive. Il maresciallo_
di Sassonia_ col nerbo maggiore delle milizie aprì da due lati la
trincea sotto la piazza; e il _maresciallo di Lowendhal_ anch'egli
dalla parte destra del fiume di Wyck diede principio alle offese,
comunicando insieme le due armate franzesi mercè d'uno o più ponti.
Eransi ritirate l'armi de' collegati da que' contorni, così consigliate
dall'inferiorità delle forze; e però non andò molto che cominciarono
a tuonare le copiose batterie di cannoni e mortari contro l'assediata
città. Non mancarono al loro dovere i difensori; ma aveano a far con
gente che da gran tempo aveva imparato a farsi ubbidire dalle più
orgogliose fortezze. Durante lo strepito di queste azioni guerriere,
nel pacifico teatro della città di Aquisgrana adunati i ministri delle
potenze belligeranti, più che mai trattavano di dar fine a tante ire
e discordie. Avea non poco ripugnato la corte di Vienna ad ammettere
a quel congresso i ministri del duca di Modena e della repubblica di
Genova: prevalse poi la giustizia, che assisteva questi due sovrani.
Per lo contrario, non ebbe già effetto la proposta mediazione del re
di Portogallo, e bisogno nè pur ve ne fu. Ordinariamente le paci fra'
monarchi dipendono da certe segrete ruote di qualche poco conosciuto
emissario, e non dall'unione e maestoso consesso de' gran ministri
de' contrarii partiti, che, in apparenza amici, pure più fra loro
combattono per la diversità delle pretensioni, che le opposte armate
in campagna. Anzi frequentemente accade che anche più difficilmente
si accordino fra loro gli stessi collegati, pensando troppo ognuno al
privato proprio interesse, di modo che per lo più non si giugne ad una
pace generale, se non ne precede una particolare, trovandosi sempre
qualche soda o plausibil ragione per mancare ad uno de' patti primarii
delle leghe, cioè di non far pace senza il totale consenso degli
alleati.
Così appunto ora avvenne. Eccoti che si viene all'improvviso a
scoprire che nel dì 30 d'aprile i ministri di Francia, Inghilterra
ed Olanda aveano segnati i preliminari della pace, e ciò senza
saputa, non che senza consenso di que' dell'imperadrice regina e del
re di Sardegna. Tali erano sì fatti preliminari, che formavano una
pace vera fra le tre suddette potenze, lasciando luogo all'altre di
aderirvi il più presto possibile. Portavano i principali punti di
questa concordia: Che si restituirebbero tutte le conquiste fatte
dopo il principio della presente guerra dalle prefate potenze, e, per
conseguente, quanto avea la Francia tolto ne' Paesi Bassi all'_augusta
regina_ e agli _Olandesi_; e si renderebbe capo Breton alla Francia
nell'America settentrionale. Che dalla parte del mare si demolirebbero
le fortificazioni di Dunquerque. Che all'infante _don Filippo_ si
cederebbero i ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, colla reversione
a chi ora li possedeva, caso ch'esso mancasse senza figli, o ottenesse
la corona delle Due Sicilie. Che il _duca di Modena_ sarebbe rimesso
in possesso di tutti i suoi Stati, e che gli si darebbe un compenso di
ciò che non potesse essergli restituito. Che la _repubblica di Genova_
sarebbe ristabilita nel possesso di quanto ella godeva nel 1740. Che
il re di Sardegna rimarrebbe in possesso di tutto quel che possedeva
prima d'esso anno 1740, o avea acquistato per cessione l'anno 1743,
a riserva di Piacenza. Che il ducato di Slesia colla contea di Glatz
sarebbe garantito al _re di Prussia_ da tutte le potenze contraenti.
Che la Spagna confermerebbe _agl'Inglesi_ il trattato dell'Assiento
per alquanti anni, oltre ad alcune segrete promesse di altri vantaggi
e privilegii di commercio per gl'Inglesi nell'America spagnuola. A me
non occorre dirne di più; se non che in vigore di questa concordia
uscì di Mastricht colla più onorevol capitolazione la guernigione
degli alleati; e restò quella città in potere de' Franzesi per
ostaggio, tantochè si effettuasse la vicendevol restituzione degli
Stati a tenore dei preliminari, i quali nel debito tempo si videro
ratificati dalle tre potenze formatrici di quell'accordo. Per conto
del re Cattolico, si può credere che le risoluzioni prese dal re
Cristianissimo per la pace fossero preventivamente comunicate anche
alla maestà sua, stante la buona armonia di quelle due corti. Ma certo
è bensì che senza partecipazione dell'augustissima regina tagliato
fu il corso della presente guerra, mentre ella dalla continuazione
di questa sperava maggiori vantaggi e men pregiudizio ai proprii
affari. Non così l'intesero i potentati, autori di que' preliminari.
Trovavasi tuttavia in un bell'ascendente la fortuna e il valore
dell'armi franzesi; contuttociò conobbe quel gabinetto che tempo era
di contentarsi dei trionfi passati, senza cercarne con troppo pericolo
o troppo costo de' nuovi. Pesante era la carestia de' grani di quel
regno. Dall'Inghilterra, che soleva somministrarne, non si potea
sperare soccorso; meno da Danzica e da altri emporii del Settentrione
o del Mediterraneo, perchè gl'Inglesi erano padroni del mare, e
maggiormente si sarebbe precluso il commercio per quel vasto elemento,
ove fosse accoppiata con gl'Inglesi la forza degli Olandesi. Di gravi
percosse aveano già patito le flotte franzesi, e più ne poteano temere.
Cominciava anche a risentirsi la Francia pel sacrifizio di trecento,
se non più, migliaia d'uomini, consumati dai capricci dell'ambizione;
ogni dì ancora occorrevano nuove leve; nè altronde si potevano fare
che da quel continente. Avrebbe ben fruttato più a quel gran regno
la metà di tanta fiorita gente perduta, se fosse stata inviata a
fondar delle colonie nel Mississipi. Vero è, che la Francia ricavava
abbondanti rugiade dall'erario spagnuolo, e grosse contribuzioni dal
conquistato paese; ma chi non sa qual immensa voragine sia la guerra, e
guerra maneggiata con più centinaia di migliaia d'armati; e con quante
pensioni comperasse la Francia le amicizie di quegli stranieri che
le potevano nuocere? Però le convenne in questi ultimi tempi imporre
esorbitanti e disusate gravezze ai popoli suoi, per le quali si vide
poi che il parlamento di Parigi giunse a far delle delicate doglianze
al suo monarca. Finalmente l'epidemia de' buoi entrata in Francia, e
i trenta mila Russiani, ch'erano in viaggio, aggiunsero un grano alla
bilancia, e la fecero calare. Tali furono i motivi che indussero il
re Cristianissimo a desiderar daddovero la pace, e a conchiuderla,
contando egli per suo vantaggio, anche senza ritener per sè alcuno
degli acquisti, l'avere alquanto indebolita la potenza dell'emula casa
di Austria colla perdita della Slesia, e con lo smantellamento d'alcune
fortezze nella Fiandra e nella Briscovia.
Concorsero del pari a dar mano all'accordo gl'Inglesi, perchè stanchi
di sostenere con sì enorme effusione dei lor tesori in tante parti
l'impegno preso, non per acquistare un palmo di terreno per loro, ma
per impedire che la Francia maggiormente non islargasse l'ali alle
spese de' lor collegati, e per riacquistare qualche vantaggio al
proprio interrotto commercio nell'America. Ottenuto questo colla pace,
più non occorreva cercarlo coll'incredibil dispendio della guerra, la
quale avea accresciuto il debito antecedente di quella nazione, con
farlo giugnere a settanta milioni di lire sterline. Lamentavansi ancora
essi Inglesi, perchè l'augusta imperadrice non mantenesse in campagna
la intera stipulata quota delle truppe, per cui tirava il sussidio
di grosse somme da Londra. Più ancora inclinò a questa concordia la
repubblica delle Provincie Unite, perchè, per difendere l'altrui, aveva
tirato un troppo grave incendio sulla casa propria. Spogliata di gran
parte del suo Brabante mirava colla perdita di Mastricht oramai aperta
la porta alla desolazione del suo paese. Però non trovava ella nei
libri suoi l'obbligo di comperare a sì caro prezzo la indennizzazione
altrui. Aggiugnevano in oltre qualche mal umore nelle viscere de'
suoi medesimi Stati, per cagione di cui si scorgeva troppo utile, se
non anche necessario, il non impegnarsi maggiormente in pericolosi
cimenti di guerra, quando amichevolmente si potea ricuperare il perduto
proprio, e l'antemurale restante delle piazze austriache. Per lo
contrario non si sapeva accomodare l'imperadrice regina alla legge che
venivale data da amici e nemici, duro a lei parendo il rinunziare per
sempre al felice ducato della Slesia e ad alcuni paesi della Lombardia
austriaca. Contuttociò accomodandosi la prudenza del suo gabinetto alla
presente situazione di cose, senza gran ritardo comparve in Aquisgrana
il consenso della maestà sua agli articoli preliminari della pace,
con qualche restrizione nondimeno allo stabilito in essi. Nè pure
tardò ad approvare la suddetta orditura di pace il re di Sardegna;
ed anche il re Cattolico vi spedì l'assenso suo, ma intralciato da
qualche riserva, spettante al commercio preteso dagl'Inglesi nell'Indie
spagnuole. Contuttociò lungamente continuarono in Italia le ostilità
fra gli Austriaci e i difensori del Genovesato. Anzi si vide stampata
e pubblicata nel dì 20 di maggio un'intimazione del generale _conte
di Broun_ ai popoli della riviera di Levante di non commettere atto
alcuno di opposizione all'armi cesaree, perchè così sarebbero ben
trattati, minacciando all'incontro ferro e fuoco a chi si abusava
della clemenza di sua maestà regia imperiale. Continuò anche in mare
la guerra fra gl'Inglesi e i legni genovesi; finchè finalmente vennero
gli ordini dell'armistizio, e si cominciò a vagheggiare come vicina la
sospirata pace, e a sperar non lungi l'adempimento delle già accennate
condizioni. Non sapevano intanto i politici del volgo accordare con sì
belle disposizioni l'osservarsi che l'esercito ausiliario russiano,
continuando il viaggio, mostrava di non aver contezza alcuna che i
raggi della pace spandessero l'allegrezza pel resto d'Europa. In fatti,
dopo di aver valicata la Polonia ed Alta Silesia, si vide alla metà
di giugno comparire la prima colonna di quelle truppe in Moravia.
Vollero le imperiali maestà godere di questo spettacolo, e portatesi
a Brun, dove nobilmente furono accolte e trattate dal cardinale di
Troyer vescovo d'Olmultz, ebbero il piacere di considerare la bella
comparsa di quella gente, tutta ben armata, vestita e disciplinata, e
senza alcun segno dell'antica loro barbarie. Seco veniva una magnifica
cappella co' suoi cantori; e il loro passaggio per tanti paesi non
fu accompagnato da lamenti degli abitanti, perchè pagavano tutto.
Solamente parve che taluno non mirasse di buon occhio la venuta di
que' Settentrionali, per timore che alla nazione russiana potesse
piacer più del proprio il cielo di mezzodì. Si diffuse poi sopra quelle
truppe ed uffiziali la munificenza dell'imperadrice regina. Ma allorchè
comunemente si credeva, che stante l'intavolata ed immancabile pace,
avessero i russiani a ritornarsene all'agghiacciato lor clima, o pure
fermar il piede in Boemia, non senza maraviglia d'ognuno si videro
istradati anche alla volta della Franconia e del Reno. A tal vista si
diedero a strepitare e a parlar alto i Franzesi, e tal forza ebbero le
loro minaccie, che dalla potenze marittime fu spedito ordine a que'
troppo arditi stranieri di retrocedere sin in Boemia: con che cessò
ogni apprensione della loro venuta.
Dappoichè tutti i principi impegnati nella guerra presente si
trovarono assai concordi in approvare ed accettare i preliminari,
cioè il massiccio della futura pace, si ripigliarono i congressi de'
ministri in Aquisgrana, a fin di spianare, per quanto fosse possibile,
le diverse particolari pretensioni de' principi, le quali potessero
difficoltar la conchiusione dell'universal concordia, o lasciar semi
di guerre novelle. Per conto dell'Italia, di gravi doglianze aveano
fatto e faceano i militari alla corte di Vienna, perchè si fosse ceduta
al re di Sardegna tanta parte del contado d'Anghiera colla metà del
lago Maggiore, senza aver considerato che sensibil danno ed angustia
ne provenisse alla stessa città di Milano. Però l'augusta imperadrice
cominciò a pretendere, che siccome più non sussisteva il trattato di
Vormazia per la cessione all'infante don Filippo di Piacenza, così
dovesse anche la maestà sua restare sciolta dall'obbligo di mantenere
al re di Sardegna quanto gli avea ceduto. Pretendeva in oltre più d'un
milione di genovine, di cui erano rimasti debitori i Genovesi. Quanto
all'infante don Filippo, si faceva istanza che col ducato di Guastalla
andassero uniti quello di Sabbioneta, e il principato di Bozzolo,
siccome goduti dagli ultimi duchi d'essa Guastalla. Finalmente il conte
di Monzone, ministro del duca di Modena, richiedeva che fosse rimesso
questo principe in possesso de' contadi d'Arad e di Jeno in Ungheria;
e perchè si trovò che per li bisogni della guerra erano stati venduti,
insisteva per un equivalente di Stati in Lombardia. Restavano poi da
dibattere varie altre pretensioni de' principi fuori d'Italia, che
tralascio, perchè non appartenenti all'assunto mio. Giunsero ancora
al congresso d'Aquisgrana le doglianze de' Corsi contro la repubblica
di Genova; ma parve che niun conto ne facessero que' ministri. Per
ismaltir dunque le materie suddette s'impiegarono cinque mesi e
mezzo dopo la pubblicazion de' preliminari; e finalmente si venne in
Aquisgrana allo strumento decisivo della pace nel dì 18 d'ottobre del
presente anno. Non rapporterò io se non quegli articoli che riguardano
l'Italia; cioè:
2. Dal giorno delle ratificazioni di tutte le parti sarà ciascuno
conservato e rimesso in possesso di tutti i beni, dignità, benefizii
ecclesiastici, onori ch'egli godeva o doveva godere al principio della
guerra, non ostante tutti gli spossessi, le occupazioni e confiscazioni
occasionate per la suddetta guerra.
6. Tutte le restituzioni e cessioni rispettive in Europa saranno
interamente fatte ed eseguite da ambe le parti nello spazio di sei
settimane, e più presto, se si potrà, contando dal giorno del cambio
delle ratificazioni di tutte le parti.
7. I ducati di Parma, Piacenza e Guastalla si daranno all'altezza reale
dello infante don Filippo, e suoi discendenti maschi, col diritto di
riversione a' presenti possessori, se il re di Napoli passasse alla
corona di Spagna, o don Filippo morisse senza figli.
8. Quindici dì dopo le ratificazioni si terrà un congresso a Nizza,
cioè fra i ministri delle parti contrattanti, a fin di spianare e
risolvere tutte le difficoltà restanti all'esecuzione del presente
trattato di pace.
10. Le rendite ordinarie de' beni che debbono essere restituiti o
ceduti, e le imposte fatte in essi paesi pel trattamento e per li
quartieri d'inverno delle truppe, apparterranno alle potenze che ne
sono in possesso, sino al giorno delle ratificazioni, senza che sia
permesso di usare alcuna via d'esecuzioni, purchè si dia cauzione
sufficiente pel pagamento. Dichiarando che i foraggi ed utensili per le
truppe che ivi si truovano, saranno somministrati sino all'evacuazione.
Tutte le potenze promettono e s'impegnano di nulla ripetere, nè di
esigere delle imposte e contribuzioni ch'esse potessero aver poste
sopra i paesi, città e piazze occupate nel corso di questa guerra, e
che non saranno state pagate nel tempo che gli avvenimenti della guerra
gli avranno obbligati ad abbandonare i detti paesi. Questo articolo
spezialmente riguardava la repubblica di Genova, da cui l'imperadrice
regina pretendeva più di un milione, siccome accennammo.
12. La maestà del re di Sardegna resterà in possesso di Vigevano, di
parte del Pavese, e di parte del contado di Anghiera, secondo, che gli
è stato ceduto nel trattato di Vormazia.
13. Il serenissimo duca di Modena, sei settimane dopo il cambio
delle ratificazioni, prenderà possesso di tutti i suoi Stati, beni,
ec. Per quello che mancherà, si pagherà a giusto prezzo; il qual
prezzo, siccome ancora l'equivalente de' feudi ch'egli possedeva in
Ungheria, se non gli fossero restituiti, sarà regolato e stabilito nel
congresso di Nizza. Di maniera che nello stesso tempo e giorno che esso
serenissimo duca di Modena prenderà possesso di tutti i suoi Stati,
egli possa anche entrare in godimento, sia de' suoi feudi in Ungheria,
sia dell'equivalente. Gli sarà parimente fatta giustizia nel detto
termine di sei settimane dopo il cambio delle ratificazioni sopra gli
allodiali della casa di Guastalla.
14. La serenissima repubblica di Genova sarà rimessa in possesso di
tutti i suoi Stati, posseduti da essa prima della presente guerra, come
anche i particolari in possesso di tutti i fondi esistenti nel banco di
Vienna ed altrove.
Finalmente furono confermati i preliminari stabiliti nel dì 30
d'aprile di quest'anno 1748, e garantiti da tutte le potenze gli Stati
restituiti o ceduti. E caso che alcuna potenza rifiutasse di aderire
al suddetto trattato, la Francia, Inghilterra ed Olanda promisero
d'impiegare i mezzi più efficaci per l'esecuzione dei soprascritti
regolamenti.
Avreste creduto, che questa pace avesse sparso una larga pioggia
di giubilo, spezialmente sopra que' popoli che sofferivano il peso
dell'armi straniere; ma per disgrazia si convertì essa pace in
una più sensibil guerra di prima. Detto fu che i ministri della
regina imperadrice e del re di Sardegna avessero fatte gagliarde
istanze, affinchè gli Stati destinati a tornare in mano de' loro
legittimi antichi padroni avessero a goder l'esenzione da ulteriori
contribuzioni. Frutto certamente non se ne vide. Può essere che
si credesse prevveduto abbastanza coll'articolo decimo a questo
bisogno; ma non si avvisavano già i primarii ministri del congresso
di Aquisgrana che i generali degli Spagnuoli avessero un dizionario
in cui le parole di _Foraggi_ ed _Utensili_, espresse nel suddetto
articolo, importassero la facoltà di scorticare i poveri con nuove
contribuzioni, che non aveano però nome di contribuzioni. Fecero
pertanto gl'intendenti Gallispani a chiari conti conoscere ai deputati
di Nizza e Villafranca, a quanto ascendesse il debito loro per la
somministrazion della paglia e fieno, della legna e del lume, ec.
dovuti a ventiquattro battaglioni esistenti in quelle parti (benchè
mancati della metà della gente) e ai tanti generali ed uffiziali, anche
lontani o sognati, di quel corpo di truppe. E perchè quel desolato
paese non potea far que' naturali, convenendo perciò che gl'intendenti
li facessero venire di Francia a caro prezzo, si fece montar molto
più alto la somma del debito, riducendosi in fine a tassarlo tutto per
cento mila lire di Piemonte (cioè per venti mila Filippi) al mese, e
ad intimarne il pagamento; e questo anticipato per li mesi di novembre
e dicembre, con aggiugnere la minaccia dell'esecuzion militare in
caso di ritardo. Restarono di sasso que' deputati, e rappresentarono
l'evidentissima impotenza del paese, già estenuato per sì lunga
guerra, e per tanti passaggi di truppe: ma riscaldatosi nel contrasto
l'intendente spagnuolo, giunse a dire che li farebbe scorticare, e
fatte le lor pelli in fette, le venderebbe a chi se ne volesse servire:
Convenne pagare: io non so il come. Non furono meglio trattati i
popoli della Savoia. Fin l'anno 1745 si vide steso da mano maestra un
loro memoriale al Cattolico monarca Filippo V, in cui essi esponevano
gl'incredibili aggravii posti dall'intendente spagnuolo a quelle
montagne, coll'esigere in danaro il servigio militare delle truppe: con
che venivano obbligati gli abitanti a pagare più di cento mila doble
l'anno; e, ciò nonostante, i soldati si facevano lecito di prender
fieno e legna, senza incontrar questo nei conti: oltre al torre le lor
bestie, e voler carreggi senza fine, e obbligar la gente bene spesso
alle fortificazioni. Queste ed altre avanie, per le quali nulla restava
pel proprio sostentamento a que' poveri popoli, aveano obbligato
gran copia di famiglie ad abbandonare il paese, per cercare il pane
in Francia o altrove. Che quel memoriale non avesse la fortuna di
pervenir sotto gli occhi del re Cattolico, si può ben credere, stante
la somma pietà di quel monarca, che non avrebbe mai permesso un così
duro strazio a popoli battezzati ed innocenti. E pure la miseria d'essi
crebbe dopo la pace di Aquisgrana, perchè anche ad essi l'intendente
spagnuolo intimò di pagare, oltre all'ordinaria contribuzione, cento
mila lire di Piemonte per mese, e queste anticipate per novembre e
dicembre. E perciocchè si giunse al fine dell'anno senza che seguisse
restituzione alcuna degli occupati paesi, fu replicata la medesima dose
di anticipato pagamento anche pel gennaio dell'anno seguente 1749.
Ancora fu che il re di Sardegna, il quale fin qui avea con soave
mano trattato Savona, il Finale e gli altri paesi della genovese
riviera di Ponente a lui sottomessi, irritato da sì aspre estorsioni
fatte a' sudditi suoi, impose a titolo di proservizio, rappresaglia,
retorsione e quieto vivere, a quei paesi l'anticipata contribuzione di
trecento mila lire di Piemonte (sono sessanta mila filippi) e poscia
un'altra di quarantacinque mila lire. Ancorchè gli Stati del duca di
Modena credessero di non dover soggiacere a somiglianti aggravii,
sì per non esser dichiarati paesi di conquista, come ancora perchè
somministravano il contingente di foraggi ed utensili alle soldatesche
ivi esistenti; pure anche ad essi furono intimate due contribuzioni,
ed esatte. Vero è, che tanto la regina imperadrice che il re suddetto
non dimenticarono in tal occasione l'innata lor clemenza e generosità
verso que' popoli; ed anche Piacenza fu quotizzata, ma con molto più
tollerabile aggravio. A cagione di questi disgustosi salassi furono
portate al congresso di Aquisgrana le doglianze e le lagrime degli
afflitti popoli, ed arrivarono anche all'altro già incominciato in
Nizza. Sorde si trovarono le orecchie di chi dovea porgere il rimedio,
perchè andavano d'accordo i generali d'armi in voler risparmiare
ai regnanti il pensiero di premiar tante lor fatiche, con prendere
la ricompensa sui paesi che si aveano ad abbandonare. Erano intanto
venute le ratificazioni della pace d'Aquisgrana dalle corti di Francia,
Inghilterra ed Olanda; poi quelle del re Cattolico, del re di Sardegna,
del duca di Modena e della repubblica di Genova; sicchè fu al debito
tempo aperto il congresso di Nizza, dove intervennero i due generali
gallispani _Bellisle_ e _Las Minas_, e per l'augusto imperadore
il generale _conte Broun_, accompagnato dal conte Gabriello Verri
fiscale generale di Milano, giurisconsulto di gran credito. Similmente
l'imperadore, il re di Sardegna, il duca di Modena e la repubblica
di Genova v'inviarono i lor ministri. Furono dibattute le vicendevoli
pretensioni de' principi per le fortezze, artiglierie, munizioni, ec.
che si doveano restituire. E perchè tuttavia insistevano i ministri
austriaci sul preteso lor credito contra de' Genovesi, pericolo vi
fu, che si sciogliesse senza conclusione alcuna quell'adunanza. Andò
poi così innanzi la copia e l'intralciamento degli affari, che arrivò
il fine dell'anno senza che i popoli gustassero un menomo sapor della
pace; perchè niuno disarmava, e se non si faceva guerra agli uomini, si
faceva ben viva alle borse. In quest'anno nel Ferrarese un grave danno
recò l'epidemia bovina. Anche il Finale di Modena, e qualche luogo
della Romagnuola e del Bolognese parteciparono di questa sciagura.
Anno di CRISTO MDCCXLIX. Indiz. XII.
BENEDETTO XIV papa 10.
FRANCESCO I imperadore 5.
Spuntò il felicissimo presente anno tutto gioviale con corona d'ulivo
in capo, risoluto di dare agli aggravati popoli quella quiete che il
precedente con varie promesse avea fatto sperare. S'era già preparata
la gente a solennizzar con isfogo di giubilo il fine di tanti guai,
perchè nel congresso d'Aquisgrana era stato stabilito che nel dì
4 di gennaio si desse principio all'evacuazione degli occupati
paesi: quand'ecco insorgere una nuova remora all'adempimento della
sospirata pace. Restavano tuttavia indecise nel congresso di Nizza
le soddisfazioni dovute al duca di Modena tanto per gli allodiali
della linea estinta dei duchi di Guastalla, dovuti secondo le leggi
alla serenissima casa d'Este, quanto pei contadi di Arad e di Jeno
in Ungheria, tolti in occasion della presente guerra ad esso duca.
Con tutto il suo buon cuore non trovava l'augusta imperadrice la
maniera di restituirli, perchè gli aveva alienati; e i ministri suoi
non trovavano un equivalente di Stati da darsi a questo principe,
giacchè l'esibizione di pagargli annualmente i frutti corrispondenti
alle rendite non soddisfaceva. Insistevano perciò i ministri
gallispani a tenore degli ordini delle lor corti su questo punto, e
sulla restituzione de' fondi spettanti ai Genovesi; e perchè restò
incagliato l'affare, bastò intoppo tale a fermar tutto l'altro resto
della esecuzion della pace, e a moltiplicar anche per un mese gli
aggravii delle provincie che s'aveano a restituire. Detto fu, che
il re Cristianissimo ricavasse dagli Stati occupati ne' Paesi Bassi
cinquanta mila fiorini per giorno. Se ciò sussiste, nè pur que'
popoli sotto barbieri tali avranno avuto gran voglia di ridere. Il
perchè somma premura avendo la clementissima imperadrice di redimere i
sudditi suoi ed altrui da ulteriori vessazioni, cotanto s'industriò,
che le venne fatto di ricuperare i feudi suddetti da un generoso
comprator d'essi; di render i lor fondi ai particolari genovesi;
e conseguentemente di poter adempire interamente gli articoli del
trattato conchiuso in Aquisgrana. D'essi Stati adunque fu rimesso
in possesso il duca di Modena, siccome ancora gli fu accordato il
possesso degli allodiali di Guastalla. E perciocchè furono ancora
tolte di mezzo le controversie eccitate fra la corte Austriaca e
la repubblica di Genova, niun ostacolo più restò a perfezionare il
grande edifizio della pace universale. Videsi pertanto un regolamento
stabilito in Aquisgrana de' giorni precisi, nei quali a poco poco si
dovea far l'evacuazione di alcune città o piazze de' Paesi Bassi, e
nello stesso tempo di altre dell'Italia. Spezialmente il principio di
febbraio quel fu che diserrò le porte all'allegrezza de' varii paesi.
Quetamente presero le truppe spagnuole il possesso di Parma, Piacenza e
Guastalla a nome del reale infante _don Filippo_ con somma consolazione
di quei cittadini. Altrettanto fecero il re di Sardegna e i Genovesi
degli Stati lor proprii. Nel dì 7 del mese suddetto fu consegnata la
Mirandola alle soldatesche di _Francesco III_ duca di Modena. E nel
dì 11 anche la città e cittadella di Modena, con tutte le altre sue
pertinenze, tornarono a godere i benigni influssi del legittimo loro
sovrano. Convien qui fare giustizia all'augustissima imperadrice regina
_Maria Teresa_, e alla maestà di _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna, che
per sette anni tennero il dominio di questo ducato. Certo è che non
mancarono gravissimi guai e danni, frutti inevitabili della guerra,
a questi Stati, i quali anche contrassero più e più milioni di debiti
pubblici in sì lagrimevole congiuntura. Contuttociò restò qui, e per
lungo tempo resterà memoria della gloriosa moderazione di questi due
clementissimi sovrani, che si tennero lungi da ogni eccesso, finchè qui
esercitarono la lor signoria. Placido e pien di giustizia si provò qui
il governo civile, perchè venne appoggiata l'amministrazione d'essi
Stati al conte Beltrame Cristiani, gran cancelliere della Lombardia
Austriaca, personaggio che per l'elevatezza della mente, per l'attività
nell'operare, e per le massime dell'onoratezza, inclinante tutta al
pubblico bene, ha pochi pari. Suo luogotenente il conte Emmanuele
Amor di Soria, senator di Milano, avveduto ed incorrotto ministro
della giustizia e dell'economia camerale, lasciò anch'egli in queste
parti con onore il suo nome. Assai discreto medesimamente si trovò il
contegno militare, avendo tanto gli ufiziali che le truppe delle lor
maestà osservata una lodevol disciplina, senza estorsioni ed avanie in
danno degli abitanti.
Ma non poterono già altri popoli, per lor disavventura imbrogliati
nella presente guerra, contare un egual trattamento e fortuna. Aveva io
all'anno 1300 fra le glorie de' nostri tempi registrato ancor quella
dalle guerre oggidì fatte con moderazione fra i principi cristiani,
cioè senza infierire contro le innocenti popolazioni, e senza la
desolazione dei conquistati o dei nemici paesi. Debbo io ora con
vivo dispiacere ritrattarmi. Ci ha fatto questa ultima guerra vedere
troppi esempli di barbarie entro e fuori d'Italia, con lasciare la
briglia alla licenza militare, per fare colla rovina della povera
gente vendetta de' pretesi reati de' loro principi. Che i Turchi, che
i Barbari, i quali pare che non conoscano legge alcuna di umanità,
cadano in così brutali eccessi, non è da maravigliarsene; ma che genti
professanti la legge santa del Vangelo, legge maestra della carità,
facciano altrettanto, non si può mai comportare. E non vede chi così
opera, che in vece di gloria egli va cercando l'infamia, la quale senza
dubbio tien dietro alle crudeltà? Ma lasciando queste inutili doglianze
e luttuose memorie, vogliam più tosto i ringraziamenti nostri alla
divina clemenza, che ha fatto in quest'anno cassar l'ire dei regi, e
coll'evacuazion de' paesi che si aveano a restituire, ha ridonata la
tranquillità e l'allegrezza a tanti regni e principati, involti per
sette anni nelle calamità della guerra. Tanto più memorabile dee dirsi
questa pace, perchè non solamente si è diffusa per tutta l'Europa,
ma viene anche accompagnata dall'universale di tutta la terra, non
udendosi in questi tempi alcun'altra guerra di rilievo per le altre
parti del mondo, di modo che non abbiam da invidiare la felicità
de' tempi d'Augusto. Resta solamente nella Corsica il fermento della
ribellione; ma non andrà molto (così è da sperare) che l'interposizione
de' monarchi di Francia e Spagna pacificamente e con oneste condizioni
ridurrà que' popoli all'ubbidienza verso la legittima ed antica
sovranità della repubblica di Genova. Ma oltre ai ringraziamenti da
noi dovuti al supremo Autor di ogni bene, conviene ancora inviare al
suo trono le umili nostre preghiere, acciocchè il gran bene della pace
a noi restituita non sia dono di pochi giorni, e che i potentati di
Europa giungano a sacrificare al riposo de' poveri popoli, i quali dopo
tanta calamità cominciano a respirare, i lor risentimenti, oppur le
suggestioni della non mai quieta ambizione. Regnando la pace in Italia,
che non possiamo noi sperare da che abbiamo principi di sì buon volere
e di tanta rettitudine? A me sia lecito di ricordare qui il nome per
riconoscimento della presente nostra fortuna.
Ha lo Stato della Chiesa romana per suo principe e rettore il sommo
pontefice Benedetto XIV, che per somma pietà, per l'ottimo suo cuore,
per la penetrazion della mente, e per la singolar dottrina può ben
gareggiare co' più rinomati ed illustri successori di san Pietro.
Non ha egli accettato il governo della Chiesa di Dio e del principato
romano, per alcun comodo od utile suo, ma unicamente per far servire
i pensieri e la vigilanza sua al pubblico bene. Eterna memoria del suo
sapere e zelo per la istruzione della Chiesa cattolica saran le varie
insigni opere già da lui date alla luce, ed ultimamente ancora due
tomi del suo Bollario. E perciocchè gl'innocenti popoli suoi per le
peripezie delle ultime guerre hanno partecipato anche essi delle comuni
calamità, si studia l'amorevolissimo padre di ricomporre le da lor
patite slogature: giacchè se chiedeste quali sieno i suoi nipoti, vi si
risponde che tali propriamente sono i sudditi suoi. Roma spezialmente,
che l'ha alzato al trono, quella è che sopra le altre gode i benefici
influssi d'un principe, che non conoscendo cosa sia amor proprio e
de' suoi, quanto a lui viene dal principato, tutto vuol rifondere
in decoro e abbellimento della sua benefattrice città. Testimonianze
perciò delle sue gloriose idee, e monumenti per l'immortalità del suo
nome, sono e saranno un braccio dello spedale di Santo Spirito in essa
Roma: fabbrica di singolar magnificenza e di somma utilità pel bene
dei poveri; lo stradrone che guida da San Giovanni Laterano sino a
Santa Croce in Gerusalemme. Rinnovata entro e fuori con atrio insigne
la stessa basilica di Santa Croce. Assicurata la maravigliosa cupola
di San Pietro dai timori insorti di rovina. Terminata la fontana di
Trevi, che per la grandiosità e vaghezza è l'ammirazion d'ognuno.
Ornata mirabilmente al di dentro, e decorata al di fuori d'una nobil
facciata la chiesa di Santa Maria Maggiore, colla giunta ancora
delle fabbriche adiacenti, e beneficata di molto la chiesa di Santo
Apollinare. Ristaurate ed abbellite le chiese di San Martino in Monte e
di Santa Maria degli Angeli; e rinnovato il triclinio di papa Leone III
nella basilica Lateranense. Ha egli in oltre fabbricato un nicchio col
musaico a canto della scala santa; rinnovato il musaico della basilica
di San Paolo; scoperto il già sotterrato insigne obelisco di campo
Marzo. Sonosi stesi i suoi benefizii anche alla camera apostolica,
estenuata in addietro per varie cagioni, con procacciarle ogni
risparmio e vantaggio, e sopra tutto coll'assegnare alla medesima il
capitale de' vacabili che vengono a vacare: il che aveano dimenticato
di fare tanti suoi antecessori. Vedesi parimente dal nobilissimo
suo genio maggiormente arricchita la galleria delle antichità nel
Campidoglio, ed erettane un'altra egualmente magnifica di pitture e
medaglie; per tacer altri monumenti dell'imcomparabil sua munificenza
verso a Roma, ed anche verso la metropolitana e l'istituto delle
scienze di Bologna patria sua. Roma ne' secoli barbarici, e molto più
durante la dimora de' papi in Avignone, era incredibilmente decaduta
dall'antico suo splendore. Ha circa tre secoli ch'essa va sempre più
ricuperando la sua maestà e bellezza; ma sì fattamente in questo ultimo
mezzo secolo sono in essa cresciuti gli ornamenti, che giustamente
tuttavia le è dovuto il pregio e titolo di regina delle città. E però a
sì glorioso ed amorevol principe, nato solamente per l'altrui bene, chi
non augurerà di cuore vita lunghissima ed ogni maggiore prosperità?
Grande obbligo hanno o al men debbono professare a Dio i regni di
Napoli e Sicilia, perchè loro abbia conceduto nella persona del re don
Carlo, germoglio della real casa di Francia, dominante in Ispagna, un
regnante di somma clemenza, e regnante proprio. Gran regalo in fatti
della divina provvidenza è per essi dopo tanti anni di divorzio il
poter godere della presenza di un reale sovrano, della sua magnifica
corte, e della retta amministrazion della giustizia, senza doverla
cercare oltra monti. Gran consolazione in oltre è il vedere, come
questo monarca col suo consiglio si studii di aumentar le manifatture,
la navigazione, il traffico e la sicurezza de' sudditi suoi. A lui
è anche tenuta la repubblica delle lettere, pel suo desiderio che
maggiormente fioriscano l'arti e le scienze, e per la mirabile scoperta
della città d'Ercolano, tutta ne' vecchi tempi profondamente seppellita
sotterra dai tremuoti e dalle bituminose fiumane del Vesuvio. In
quel luogo noi abbiam pure un insigne teatro dell'antica erudizione.
Finalmente la placidezza del suo governo, la nobil figliolanza a lui
donata dal cielo, e il valore dalla maestà sua mostrato nella difesa
di Velletri e de' regni suoi, son pregi che concorrono a compiere la
gloria di questo monarca e la felicità de' popoli suoi.
Appartiene all'augustissimo imperadore Francesco I il gran ducato
della Toscana, cioè ad un clementissimo e piissimo sovrano. Non può già
essere che quella contrada, per tanti anni retta da savissimi principi
della immortal casa de' Medici, non risenta oggidì qualche convulsione
per la lontananza del principe suo. Contuttociò hanno quei popoli
di che ringraziar Dio, perchè i riguardi dovuti a così gran monarca
gli abbiano preservati da ogni disastro nell'ultima sì perniciosa e
dilatata guerra; e perchè la rettitudine del governo e della giustizia
presente non lasci loro da augurarsi quella de' tempi passati; e perchè
la vigilanza e attività del conte Emmanuele di Richecourt nulla ommette
per sostenere, anzi aumentare l'industria e il commercio della Toscana,
onde per questa via si risarcisca e compensi ciò che si perde pel
mantenimento della corte lontana: pare che la Toscana non abbia molto a
dolersi della presente sua situazione.
Quanto agli Stati della serenissima repubblica di Venezia, le
contingenze dell'ultima lunga guerra non son giunte a turbare il
riposo di quegli abitanti; e quantunque per precauzione prudente e
buona custodia delle sue città e fortezze abbia quel senato in tal
congiuntura fatto buon armamento, pure nulla per questo ha accresciuto
i pubblici aggravii; anzi delle altrui calamità non poco han profittato
gli Stati suoi di Lombardia. Del resto così ben concertate son le
maniere di quel governo, così acconcie le sue antiche leggi, acciocchè
regni in ogni popolazione la tranquillità, la giustizia e il traffico,
che ognuno da gran tempo riconosce per buona madre una repubblica di
tanta saviezza.
Altrettanto a proporzione è da dire della repubblica di Lucca. Ha
cooperato la situazione sua, ma anche l'inveterata prudenza di que'
magistrati, e l'osservanza delle ben pesate lor leggi, a mantenere
il paese immune dalle calamità che in questi ultimi tempi sopra
tanti altri popoli largamente son piovute. Più de' vasti dominii può
essere felice un picciolo, qualora la libertà, la concordia, l'esatta
giustizia, il buon comparto e la discretezza de' tributi, fa che ognuno
possa essere contento nel grado suo.
Ma per conto di gran parte della Lombardia, paese bensì felice, ma
destinato da tanti secoli a provare che pesante flagello sia quel della
guerra, certo è che per la conchiusa pace comincerà essa a respirare,
ma con restar tuttavia languente il corpo suo per lo sconvolgimento
e per le piaghe degli anni addietro. Il serenissimo signor duca di
Modena Francesco III per più anni ha veduto in mano altrui gli Stati
suoi; l'ha sempre accompagnato il coraggio nelle fatiche militari e ne'
disastri. Ha confessato la maggior parte degli uffiziali gallispani,
essere sempre stato giusto il pensare e consigliare di questo principe,
durante la guerra, talmente che se si fosse fatto più conto del parere
del duca di Modena, le cose avrebbero avuto un esito molto migliore.
Finalmente ha egli con tutto suo onore superata la pericolosa tempesta,
e ha dato a' suoi fedelissimi sudditi la contentezza di ripigliar le
redini del suo governo. Ora se si rivolgerà la paterna sua cura, come
è da sperare dalle saggie e rettissime massime sue, e dall'ottimo suo
cuore, alle maniere più proprie per sollevare i suoi popoli da tanti
debiti contratti e da molti aggravii, non già imposti dalla sempre
amorevole serenissima casa d'Este, ma dal malefico influsso delle
guerre passate; ritornerà a fiorire la allegrezza nel dominio suo, e
sarà benedetta quella benefica mano che avrà fatto dimenticare tante
sciagure in addietro sofferte.
Forze maggiori son da dir quelle che in questi ultimi tempi han
provati gli stati di Parma e Piacenza, perchè ivi non poco ha danzato
il furore delle nemiche armate. Tuttavia da che la pace ha ridonato
a que' popoli un principe proprio nella persona del real infante don
Filippo fratello de' potentissimi re di Spagna e di Napoli, ben si dee
sperare che, ritornando colà il sangue della serenissima casa Farnese,
vi ritornerà ancora quella felicità che godevasi quivi sotto gli ultimi
prudenti duchi. Non si può stimare abbastanza il privilegio di aver
principe proprio e presente che faccia circolare il sangue de' sudditi,
e risparmii loro la pena di cercar lungi la giustizia, ed altri
provvedimenti necessarii ad uno Stato.
Per sua legittima signora riconosce il ducato di Milano, oggidì
congiunto con quello di Mantova, l'augustissima imperatrice regina
Maria Teresa d'Austria. Delle comuni disavventure e di un nuovo
smembramento ha esso partecipato nell'ultima guerra. Qual sia per
essere il riposo e sollievo suo nei venturi tempi di pace non si
può peranche comprendere, stante la risoluzion presa dall'imperiale
e real maestà sua di non provar più il rammarico di aver creduto di
avere, e di avere effettivamente pagato un poderoso esercito per sua
difesa in Italia, con averne poi trovata solamente appena la metà al
bisogno. Manifesta cosa è, tanta essere la pietà e l'amore del giusto
in questa generosa regnante, che in sì bel pregio niun altro principe
può vantarsi di andarle innanzi. Nè già mancavano nel consiglio suo
ministri di somma avvedutezza e di ottima morale, per gli avvisi dei
quali si son talvolta veduti fermati in aria i fulmini del suo sdegno,
e ritrattate le risoluzioni, le quali sarebbero tornate in discredito
e disonore della sovrana, che pur tanto è inclinata alla clemenza, nè
altro desidera che il giusto. Ragionevole motivo perciò hanno in Italia
i popoli suoi di sperare che ai tempestosi passati giorni succederà un
bel sereno.
Quanta parte d'Italia sia sottoposta alla real casa di Savoia, ognun lo
sa, ma non tutti sanno quanto abbiano sofferto di guai i suoi Stati di
qua da Po, e che intollerabili miserie si sieno rovesciate sopra quei
della Savoia e di Nizza. Nulladimeno così ben regolato è il governo
di quella real corte, così rette le massime del savio e benignissimo
principe Carlo Emmanuele III re di Sardegna e duca di Savoia, tanto
l'amore verso i sudditi suoi, ch'essi non tarderanno ad asciugar le
lagrime; giacchè non ha egli men cura del proprio che del pubblico
bene.
Resta la serenissima repubblica di Genova, che nelle prossime passate
rivoluzioni si è trovata sbattuta più d'ognuno dai più feroci venti,
con pericolo di far naufragio anche di tutto. Gravissime, non può
negarsi, sono state le perdite sue, deplorabili le sue sciagure; ma
da che a lei è riuscito di salvar la gioia più cara c preziosa della
libertà, e dappoichè nulla s'è scemato de' legittimi suoi dominii:
molto ha di che consolarsi ora e per l'avvenire. E tanto più, perchè il
senno de' suoi magistrati, l'attività, il commercio degl'industriosi
cittadini potranno fra qualche tempo avere risarciti i patiti
danni, restando intanto per tutta l'Europa immortale la gloria della
lor costanza e valore in tante altre congiunture, ma spezialmente
nell'ultima, da essi mostrato.
Per memoria de' posteri non vo' lasciar di aggiugnere, che niuno
dovrebbe mai desiderar di godere, o rallegrarsi di aver goduto un
verno placido, e senza nevi e ghiacci, ne' paesi, dove regolarmente
si pruova questa disgustosa, ma forse utile pensione. Non potea essere
più placido in Lombardia ed in altri paesi il verno dell'anno presente,
perchè privo di nevi e ghiacci, talmente che non se ne potè ammassare
nelle conserve per refrigerio ed uso della vegnente state. Ma che? Sul
fine di marzo venne più d'uno scoppio di neve, che quantunque da lì a
poco si squagliasse, pure ci rubò i primi frutti, danneggiò gli orli
e la foglia dei gelsi, e poco propizia fu ai grani, che già s'erano
mossi. Poco è questo. Nel dì 25 d'aprile per tre giorni nevicò in
Milano, e succederono brine che fecero perdere tutti i frutti. Sul
principio poi di giugno eccoti fuor del solito fioccar folta neve
ne' gioghi dell'Appennino, che si rinforzò e sostenne gran tempo, con
produrre un pungente freddo, dirottissime pioggie ogni dì, e temporali
e gragnuole orribili: onde si videro gonfii e minacciosi tutti i fiumi,
e ne seguirono anche gravi inondazioni, e fiere burrasche in mare.
Nè caldo nè gelo vuol restare in cielo: è proverbio dei contadini
toscani. Spezialmente orribile e dannoso fu il turbine succeduto nella
notte del dì 11 di giugno in una striscia dell'alma città di Roma, e
particolarmente fuori di essa, di cui si è veduta relazione in istampa.