nei loro trincieramenti sotto Piacenza, minacciando scalate ed altri
tentativi, pure il teatro della guerra parea trasportato di là da Po
sul Lodigiano sino al Lambro e all'Adda. Quivi gli Spagnuoli dall'un
canto e i Franzesi dall'altro faceano alla lunga e alla larga da
padroni coll'esterminio di quei poveri contadini ed abitanti, ai quali
nulla si lasciava di quello che serviva al bisogno del campo e alla
particolare avidità d'ogni soldato. Giugnevano i loro distaccamenti
a Marignano, e fino in vicinanza di Milano e Pavia, mettendo quel
paese tutto in contribuzione. Gran suggezione ancora recavano al
forte della Ghiara, anzi allo stesso Pizzighettone; giacchè aveano
gittato un ponte sull'Adda, e ricavavano da Crema co' loro danari molte
provvisioni, delle quali abbisognavano. Per ovviare a questi andamenti
degli Spagnuoli, furono spediti grossi rinforzi di gente al generale
Roth comandante in Pizzighettone, e si accrebbero le guernigioni di
Cremona e Guastalla. E perciocchè si prevedeva che, a lungo andare,
non avrebbero potuto sussistere i Gallispani in quel ristretto
territorio, senza più potere ricevere nè genti, nè munizioni da guerra
da Genova; corse sospetto che i medesimi potessero tentare di mettersi
in salvo col passare o di qua o di là dell'Adda verso il Cremonese
e Mantovano. Ma queste erano voci del solo volgo. Intanto il _re di
Sardegna_, seriamente pensando ai mezzi più pronti per procedere contro
i Gallispani, venne col nerbo maggiore delle sue forze verso la metà
di luglio alla Trebbia, e fece con tal diligenza gittare un ponte sul
Po a Parpaneso, e passare di là il generale _conte di Sculemburgo_ con
assai milizie, che si potè assicurarne la testa, ed essere in istato di
ripulsare i nemici, se fossero venuti per impedirlo, siccome seguì, ma
senza alcun profitto. Ciò eseguito, nel dì 16 di luglio gli Austriaci
accampati sotto Piacenza, dopo aver fatto spianare i loro ridotti e
batterie, e messe in viaggio tutte le artiglierie, munizioni e bagagli,
levarono il campo, e s'inviarono alla volta della Trebbia, abbandonando
in fine i contorni della misera città di Piacenza. Prima di mettersi
in viaggio, minarono il seminario di San Lazzaro, per farlo saltare
in aria; non ne seguì già il rovesciamento da essi preteso: tuttavia
qualche parte ne rovinò, e se ne risentirono tutte le muraglie maestre,
riducendosi quel grande edifizio ad uno stato compassionevole, benchè
non incurabile. Fermossi l'oste austriaca alla Trebbia, e i generali
_marchese Botta Adorno_, _conte Broun_ e di _Linden_, colla uffizialità
maggiore si portarono ad inchinare il re di Sardegna, il quale assunse
il comando supremo di tutta l'armata. Tennesi poi fra loro un consiglio
generale di guerra, a fine di determinar le ulteriori operazioni della
presente campagna. Per l'allontanamento de' Tedeschi ognun crederebbe
che si slargasse di molto il cuore agl'infelici Piacentini dopo tanti
patimenti sofferti in così lungo assedio. Ma appena poterono eglino
passeggiar liberamente per li contorni, che videro un orrido spettacolo
di miserie, nè trovarono se non motivi di pianto. Per più miglia
all'intorno quelle case che non erano diroccate affatto, minacciavano
almeno rovina; erano fuggiti i più de' contadini; perite le bestie;
si scorgeva immensa la strage degli alberi. E come vivere da lì
innanzi, essendo in buona parte mancato il raccolto presente, e tolta
la speranza di ricavarne nell'anno appresso, non restando maniera di
coltivar le terre? Molto oro, non si può negare, sparsero gli Spagnuoli
per le botteghe di quella città, per provvedersi massimamente di panni
e drapperie; ma il resto del popolo languiva per la povertà e penuria
de' grani. Per sopraccarico venuti i Franzesi, nè potendo ottenere
dagli Spagnuoli frumento o farine, richiesero, sotto pena della vita,
nota fedele di quanto se ne trovava presso dei cittadini; e ne vollero
la metà per loro. Non andarono esenti dalla militar perquisizione nè
pure i monisteri delle monache.
In questa positura erano gli affari della guerra in Lombardia, quando
eccoti portata da corrieri la nuova d'una peripezia che ognun conobbe
d'incredibile importanza per la Francia, e per chiunque avea sposato il
di lei partito. Il Cattolico monarca delle Spagne _Filippo V_ godeva
al certo buona salute; ma per la mente troppo affaticata in addietro
era divenuto, per così dire, una pura macchina. Assisteva a' consigli,
ma più per testimonio che per direttore delle risoluzioni. Queste
dipendevano dal senno de' suoi ministri, e più dai voleri della regina
consorte _Elisabetta Farnese_, i cui principali pensieri tendevano
sempre all'esaltazione de' proprii figli. Da molti anni in qua usava
il re di fare di notte giorno, costume preso allorchè soggiornò in
Siviglia. Nel dopo pranzo adunque del dì 9 di luglio, quando stava per
levarsi di letto, fu sorpreso da un mortale deliquio, alcuni dissero
di apoplessia, ed altri di rottura di vasi, che in sette minuti il
privò di vita. Mancò egli fra le braccia della real consorte in età
di anni sessantadue, sei mesi e giorni venti, essendo inutilmente
accorsi i medici e il confessore. Morto ancora il trovarono i reali
infanti. Lasciò questo monarca fama di valore, per avere ne' tanti
sconcerti passati del regno suo intrepidamente assistito in persona
alle militari imprese; maggiore nondimeno fu il concetto che restò
dell'incomparabile sua pietà e religione, in ogni tempo conservata,
con pari tenore di vita, talmente che fu creduto esente da qualunque
menoma colpa di piena riflessione. Tanto nondimeno i suoi popoli che
i suoi avversarii notarono in lui _peccata Caesaris_, per le tante
guerre non necessarie che impoverirono i suoi sudditi con arricchir
gli stranieri, e per la poca fermezza ne' suoi trattati. Ma son
soggetti anche i buoni regnanti alla disavventura di aver ministri
che sanno dar colore di giustizia ai consigli dell'ambizione, e far
credere la ragione di Stato una legge superiore a quella del Vangelo.
A così glorioso regnante succedette il real principe d'Asturias _don
Ferdinando_, figlio del primo letto, nato nell'anno 1713 a dì 23 di
settembre da _Maria Luisa Gabriella di Savoia_. Avea questo nuovo
monarca fin l'anno 1729 sposata l'infante _donna Maria Maddalena di
Portogallo_; e per quanto appariva agli occhi degli uomini, gareggiava
col padre, se non anche andava innanzi, nella pietà e religione. Gran
saggio diede egli immediatamente dell'animo suo eroico, col confermare
tutte le cariche (anche mutabili) conferite dal re suo genitore, e fin
quelle di chi avea poco curata, anzi disprezzata, la di lui persona
in qualità di principe ereditario. Vie più ancora si diede a conoscere
l'insigne generosità del suo cuore pel gran rispetto e per le finezze
ch'egli usò verso la regina sua matrigna, approvando per allora tutti i
lasciti a lei fatti dal re defunto, e non volendo ch'ella si ritirasse
in altra città, ma soggiornasse in Madrid; al qual fine la provvide
per lei e pel _cardinale infante_ di due magnifici palagi uniti, e di
tutti i convenevoli arredi del lutto. Osservossi eziandio in lui (cosa
ben rara) un tenero amore verso de' suoi reali fratelli, e massimamente
verso dell'infante _don Carlo_ re delle Due Sicilie. Per conto poi
d'essa real matrigna, e per varii assegnamenti fatti dal re defunto, si
presero col tempo delle alquanto diverse risoluzioni.
Arrivata la nuova di questo inaspettato avvenimento in Italia e in
tutti i gabinetti d'Europa, svegliò la gioia in alcuni, il timore in
altri, riflettendo ciascuno che poteano provenire mutazioni di massime,
essendo sopra tutto insorta opinione che questo principe, perchè nato
in Ispagna, tuttochè della real casa di Borbone, sarebbe re spagnuolo,
e non più franzese; e che la Spagna uscirebbe di minorità e tutela,
quasichè in addietro nel gabinetto di Madrid dominasse al pari che in
quello di Versaglies, la corte di Francia. Non passò certamente gran
tempo che gl'Inglesi, con rivolgersi al re di Portogallo, per mezzo
suo cominciarono a far gustare al nuovo re proposizioni di concordia e
pace. Men diligenti non furono al certo i Franzesi a mettere in ordine
le batterie della loro eloquenza, per contenerlo nella già contratta
alleanza: con qual esito, si andò poi a poco a poco scoprendo. Ma in
questi tempi un altro impensato accidente riempiè di duolo la corte
di Francia. Si era già sgravata col parto d'una principessa la moglie
del delfino di Francia _Maria Teresa_, sorella del nuovo monarca
spagnuolo; quando sopraggiunta una febbre micidiale, nel termine di
tre giorni troncò lo stame del di lei vivere nel dì 23 di luglio in età
di poco più di vent'anni. Andava intanto il re di Sardegna insieme co'
generali tedeschi meditando qualche efficace ripiego, per costringere i
Gallispani ad abbandonare la città e l'afflitto territorio di Lodi. Fu
perciò ordinato al generale conte di Broun di passare il Po a Parpaneso
con un grosso corpo d'armati, e di occupare la riva di là del Lambro.
Sul principio d'agosto anche lo stesso re sardo colle maggiori sue
forze passò colà a fine di ristrignere gli Spagnuoli non men da quella
parte che da quella di Pizzighettone. Uniti poscia i Piemontesi ed
Austriaci ebbero forza di passare sull'altra parte del Lambro, e di
piantare due ponti su quel fiume, alla cui sboccatura s'era fortificato
il _maresciallo di Maillebois_, stando a cavallo del medesimo. Furono
cagione tali movimenti che gli Spagnuoli si ritirarono dall'Adda.
Abbandonato anche Lodi, inviarono a Piacenza le loro artiglierie e
munizioni, raccogliendosi tutti a Codogno e Casal Pusterlengo. Precorse
intanto voce che per l'ordine del novello re di Spagna _Ferdinando
VI_ circa sei mila Spagnuoli, già mossi per passare in Italia,
non progredissero nel viaggio, e fosse anche fermata gran somma di
danaro, che s'era messo in cammino a questa volta: tutti preludii di
cangiamento d'idee in quella corte.
Non poteano in fine più lungamente mantenersi nel di là da Po i
Gallispani, troppo inferiori di forze ai loro avversarii, perchè
sempre più veniva meno il foraggio con altre provvisioni, nè adito
restava di procacciarsene senza pericolo. Stavano i curiosi aspettando
di vedere qual via essi eleggerebbono, cioè se quella di ritirarsi
verso Genova, o pure d'inviarsi alla volta di Parma; nè mancavano gli
Austriaco-Sardi di stare attenti a qualunque risoluzione che potesse
prendere la nemica armata; al qual fine il generale _marchese Botta
Adorno_ con più migliaia di Tedeschi s'era postato di qua dalla Trebbia
verso la collina, per accorrere, ove il chiamasse la ritirata de'
Gallispani. Fu anche spedito il conte Gorani con alcune compagnie di
granatieri e di cavalleria al ponte di Parpaneso per vegliare agli
andamenti de' nemici, caso che tentassero di voler passar il Po verso
la bocca del Lambro, e per dar loro anche dell'apprensione. Tennero
intanto i Gallispani consiglio segreto di guerra, per uscire di quelle
strettezze. Fu detto che fossero diversi i sentimenti del consiglio di
guerra, e fra gli altri del Gages e Maillebois, tra' quali passarono
parole assai calde. Proponeva il Gages di ridursi in Piacenza, dove
non mancavano provvisioni per due ed anche per tre settimane, persuaso
che i nemici per mancanza di foraggi non avrebbero potuto fermarsi
di là dalla Trebbia; nè a cagion del puzzo tornare sotto Piacenza:
sicchè sarebbe restato libero il ritirarsi a Tortona. Ma prevalse
in cuore del reale infante il parere del Maillebois, perchè creduto
migliore, o perchè parere franzese. Nella notte dunque precedente al
dì 9 di agosto i Gallispani, lasciate scorrere pel fiume Lambro nel
Po le tante barche da loro adunate, con somma diligenza si diedero
a formar due ponti sopra esso Po, e per tutto quel giorno attesero a
passare di qua coll'intera loro armata, cannoni e bagaglio; e nella
notte e dì seguente, dopo avere rotti i ponti, cominciarono a sfilare
alla volta di Castello San Giovanni. Ma essendo giunto l'avviso della
loro ritirata al suddetto generale marchese Botta, prese egli una
risoluzione non poco ardita, e che fu poi scusata per la felicità del
successo: cioè di portarsi ad assalire i nemici, tuttochè il corpo suo
forse non giugnesse a sedici mila armati; laddove quel de' nemici si
faceva ascendere a ventisette mila, computati quei che nello stesso
dì uscirono di Piacenza. Contro le istruzioni a lui date era prima
passato di qua dal Po pel ponte di Parpaneso il conte Gorani col suo
picciolo distaccamento. Per farsi onore, fu egli il primo a pizzicare
la retroguardia dei Gallispani, che era pervenuta a Rottofreddo in
vicinanza del picciolo fiume Tibone; e all'incontro di mano in mano
che andavano arrivando i battaglioni del generale Botta, entravano
in azione. Fu dunque obbligata la retroguardia suddetta a voltar
faccia, e a tenersi in guardia, colla credenza che ivi fosse tutto il
forte degli Austriaci, cioè senza avvedersi di combattere sulle prime
contra di pochi, che si poteano facilmente avviluppare o mettere in
rotta. Andò perciò sempre più crescendo il fuoco, finchè giunti tutti
i Tedeschi, divenne generale il conflitto. Fu spedito all'infante,
pervenuto già col duca di Modena e col corpo maggiore di sua gente
a Castello San Giovanni, acciocchè inviasse soccorso, siccome fece,
con alcuni reggimenti di cavalleria. Era allora alto il frumentone,
o sia grano turco; coperti da esso combattevano i fucilieri tedeschi.
Giocavano la artiglierie, e massimamente una batteria di quei cannoni
alla prussiana, che presto si caricano, nè occorre rinfrescarli
che dopo molti tiri, posta dagli Austriaci sopra un picciolo colle
caricata a sacchetti. Appena si accostarono alla scoperta le nemiche
schiere, che con orrida gragnuola si trovarono flagellate. Per più
ore durò il sanguinoso cimento; rispinta e più di una volta fu messa
in fuga la fanteria tedesca dalla cavalleria spagnuola; finchè giunto
a quella danza anche il _marchese di Castellar_, che seco conduceva
il presidio di Piacenza, consistente in cinque mila combattenti, gli
Austriaci si ritirarono, tanto che potè l'oste nemica continuare il
viaggio, e giugnere in secreto al suddetto castello di San Giovanni.
Si venne poscia ai conti, e fu creduto che restassero sul campo tra
morti e feriti quasi quattromila Gallispani, e che almeno mille e
ducento fossero i rimasti prigioni, senza contare quei che disertarono;
perciocchè abbondando l'oste spagnuola della ciurma di molte nazioni,
non mai succedeva fatto d'armi o viaggio, che non fuggisse buona copia
di essi. Restò il campo in poter dei Tedeschi con circa nove cannoni, e
undici tra bandiere e stendardi; ma in quel campo si contarono anche di
essi tra estinti e feriti circa quattro mila persone. Vi lasciò la vita
fra gli altri uffiziali il valoroso generale _barone di Berenclau_,
e tra i feriti furono i generali _Pallavicini, conte Serbelloni,
Voghtern, Andlau_ e _Gorani_. Di più non fecero i Gallispani, perchè
loro intenzione era non di decidere della sorte con una battaglia, ma
bensì di mettere in salvo i loro sterminati bagagli, e di ritirarsi. Fu
nondimeno creduto che se il conte di Gages avesse saputa l'inferiorità
delle forze nemiche, potuto avrebbe in quel giorno disfare l'armata
tedesca.
Non sì tosto ebbe fine l'atroce combattimento, che sull'avviso della
secreta partenza del marchese di Castellar da Piacenza un distaccamento
austriaco si presentò sotto quella città, e ne intimò immediatamente la
resa; e perchè non furono pronti i cittadini a spalancar le porte, per
aver dovuto passar di concerto coi Gallispani, ivi rimasti o malati o
feriti, si venne alle minaccie d'ogni più aspro trattamento. Uscirono
in fine i deputati della città, e dopo aver giustificati i motivi del
loro ritardo, fu conchiuso il pacifico ingresso de' Tedeschi nella
medesima sera, con rilasciare libero il bagaglio alla guernigione
gallispana tanto della città che del castello, la quale restò in numero
di ottocento uomini prigioniera di guerra. Vi si trovò dentro più di
cinque mila (altri scrissero fino ad otto mila) tra invalidi, feriti
ed infermi, compresi fra essi quei della precedente battaglia; più
di ottanta pezzi di grosso cannone, oltre ai minori; trenta mortari,
e quantità grande di palle, bombe, tende ed altri militari attrezzi,
con varii magazzini di panni e tele, di grano, riso e fieno entro e
fuori delle mura. Presero gli Austriaci il possesso di quella città;
ed ancorchè nei dì seguenti vi entrassero i ministri, e un corpo di
gente del re di Sardegna che ne ripigliò il civile e militare governo,
pure anch'essi continuarono ivi il loro soggiorno per guardia delle
artiglierie e de' magazzini, finchè si ultimasse la proposta divisione
di tutto, cioè della metà d'essi per ciascuna delle corti. Allora fu
che veramente sotto l'afflitta città di Piacenza ebbe fine il flagello
della guerra militare; ma un'altra vi cominciò non men lagrimevole
della prima. Gli stenti passati, il terrore, ma più di ogni altra
cosa il puzzore e gli aliti malefici di tanti cadaveri di uomini e di
bestie seppelliti (e non sempre colle debite forme) tanto in quella
città che nei contorni, cagionarono una grande epidemia negli uomini:
dura pensione provata tante altre volte dopo i lunghi assedii delle
città. Ne seguì pertanto la mortalità di molta gente, talmente che
in qualche villa non potendo i preti accorrere da per tutto; senza
l'accompagnamento loro si portavano i cadaveri alle chiese.
Era già pervenuta a Voghera l'armata gallispana, ridotta, per quanto
si potè congetturare, a quattordici mila Spagnuoli e sei mila Franzesi,
inseguita sempre e molestata nel viaggio da Usseri e Schiavoni. Giacchè
i Piemontesi non aveano voluto aspettare in Novi l'arrivo di tanti
nemici, e s'era perciò aperta la comunicazione de' Gallispani con
Genova, ed inoltre un corpo di circa otto mila tra Franzesi e Genovesi,
condotto dal _marchese di Mirepoix_, scendendo dalla Bocchetta, era
venuta sino a Gavi, per darsi mano con gli altri: venne dal maresciallo
di Maillebois e dal generale conte di Gages, nel consiglio tenuto
col reale infante e col duca di Modena, fissata l'idea di far alto in
essa Voghera; ed ordinato a questo fine che si facesse per tre giorni
un general foraggio per quelle campagne. Ma ecco improvvisamente
arrivar per mare da Antibo il _marchese della Mina_, o sia _de las
Minas_, spedito per le poste da Madrid, che giunto a Voghera, dopo
aver baciate le mani all'infante _don Filippo_, presentò le regie
patenti, in vigor delle quali, siccome generale più anziano del Gages,
assunse il comando dell'armi spagnuole in Lombardia, subordinato bensì
in apparenza ad esso infante, ma dispotico poi infatti. Ordinò egli
pertanto che tutte le truppe di Spagna si mettessero in viaggio a dì
14 d'agosto alla volta di Genova. Per quanto si opponessero con varie
ragioni i Franzesi, non si mutò parere; laonde anch'essi, scorgendo
rovesciate tutte le già prese misure, per non restar soli indietro, si
videro forzati alla ritirata medesima. Marciava questa armata verso
la Bocchetta, e già scendeva alla volta di Genova, facendosi ognuno
le meraviglie per non sapere intendere come que' generali pensassero
a mantenere migliaia di cavalli fra le angustie e le sterili montagne
di quella capitale: quando in fine si venne a svelar l'intenzione
del generale della Mina, o, per dir meglio, gli ordini segreti a lui
dati dal gabinetto della sua corte, cioè di prender la strada verso
Nizza, e di menar le sue genti fuori d'Italia. Di questa risoluzione,
che fece trasecolare ognuno, si videro in breve gli effetti; perchè
egli, dopo avere spedito per mare tutto quel che potè di artiglierie,
bagagli ed attrezzi, senza ascoltar consigli, senza curar le querele
altrui, cominciò ad inviare parte delle sue truppe per le sommamente
disastrose vie della riviera di Ponente verso la Provenza. L'infante
don Filippo e il duca di Modena, rodendo il freno per così impensata
e disgustosa mutazione di scena, si videro anch'essi forzati dopo
qualche tempo a tener quella medesima via, non sapendo spezialmente il
primo comprendere come s'accordassero con tal novità le proteste del
fratello re Ferdinando, di avere cotanto a cuore i di lui interessi. Fu
allora che non pochi Italiani delle brigate spagnuole non sentendo in
sè voglia di abbandonare il proprio cielo, seppero trovar la maniera di
risparmiare a sè stessi il disagio di quelle marcie sforzate. Il _conte
di Gages_ e il _marchese di Castellar_ s'inviarono innanzi per passare
in Ispagna. Era il Castellar richiamato colà. Al Gages fu lasciato
l'arbitrio di andare o di restar nell'armata; ma anch'egli andò.
Pareva intanto che gli Austriaco-Sardi facessero i ponti d'oro a
quella gente fuggitiva, quasichè non curassero più di pungerla o
di affrettarla, come era seguito a Rottofreddo, e bastasse loro di
vedere sgravata dalle lor armi la Lombardia. Ma tempo vi volle per
ben assicurarsi delle determinazioni de' nemici. Chiarita la ritirata
d'essi alla volta di Genova, allora passato il Po, andarono il
_generale Broun_ e il _principe di Carignano_ con dodici mila armati
ad unirsi a San Giovanni col _generale Botta_. Mossosi poi di là da
Po anche il re di Sardegna, si avanzò sino a Voghera e Rivalta; dove
concorsi tutti i generali, tenuto fu consiglio di guerra, e presa
la risoluzione di procedere avanti contro di Genova. Opponevasi ai
loro passi primieramente Tortona e poi Gavi. Perchè nella prima era
restata una gagliarda guernigione di Spagnuoli e Genovesi, e gran
tempo sarebbe costato l'espugnazion di quella piazza, solamente si
pensò a strignerla con un blocco. A questa impresa furono destinati
alquanti battaglioni, la metà austriaci e la metà savoiardi, che si
postarono sulla collina contro la cittadella; al piano si stese un
corpo di cavalleria. E perciocchè il più della lor gente a cavallo non
occorreva per quell'impresa, e molto meno per la meditata di Genova, fu
inviata a prendere riposo nel Cremonese, Modenese e Guastallese. Nel 19
d'agosto arrivò la vanguardia tedesca col generale Broun a Novi, bella
terra del Genovesato, ma terra troppo bersagliata nelle congiunture
presenti e sottoposta di nuovo ad una contribuzione più rigorosa delle
precedenti. Il castello di Serravalle assalito dagli Austriaco-Sardi, e
perseguitato con due mortari a bombe, non tenne forte che una giornata,
e tornò all'ubbidienza del re di Sardegna. Fattesi poi le necessarie
disposizioni, si prepararono gli Austriaci per inoltrarsi verso Genova,
e nello stesso tempo il suddetto re colla maggior parte delle sue
forze s'inviò verso le valli di Bormida ed Orba, per penetrare nella
riviera genovese di Ponente verso Savona e Finale, a fine d'incomodar
la ritirata de' nemici. Incredibil numero di cavalli perderono gli
Spagnuoli nella precipitosa loro marcia per quelle strade piene di
passi stretti, balze e dirupi. Tuttochè Gavi, vecchia fortezza, fosse
mal provveduta di fortificazioni esteriori, però teneva tal presidio
e treno d'artiglieria, che poteva incomodar di troppo i passaggi degli
Austriaci, e la lor comunicazione colla Lombardia; fu perciò incaricato
il _generale Piccolomini_ di formarne l'assedio; al qual fine da
Alessandria furono spediti cannoni e bombe. Intanto verso il fine
d'agosto s'inoltrò il grosso dell'armata austriaca per Voltaggio alla
volta della Bocchetta, passo fortificato dai Genovesi, e guernito di
alquante compagnie d'essi e di Franzesi. Dopo aver fatto i due generali
Botta e Broun prendere le superiori eminenze del giogo, inviarono
all'assalto di quel sito tre diversi staccamenti di granatieri e
fanti; e, se si ha da prestar fede alle relazioni loro, col sacrifizio
di soli trecento de' loro uomini forzarono i Genovesi a prendere la
fuga coll'abbandono de' cannoni e munizioni che quivi si trovarono.
Pretesero all'incontro i Genovesi di avere sostenuto con vigore, e
renduto vano il primo assalto degli Austriaci, e si preparavano a far
più lunga resistenza, quando furono all'improvviso richiamati dal loro
generale i Franzesi. Non avea mancato in questi tempi il _maresciallo
di Maillebois_ d'incoraggire il governo di Genova, con fargli sapere
l'assistenza delle truppe di suo comando, ed una risoluzione diversa da
quella degli Spagnuoli, che tutti in fine erano marciati verso ponente.
Ma non durò gran tempo la sua promessa, perchè, vago anch'egli di
mettere in salvo sè stesso e tutta la sua gente, la fece sfilare verso
la Francia, lasciando in grave costernazione l'abbandonata infelice
città di Genova. Il tempo fece dipoi conoscere che dalla corte di
Versaglies non dovette essere approvata la di lui condotta, perchè,
richiamato a Parigi, fu posto a sedere, e dato il comando di quella
molto sminuita armata al duca di Bellisle. Se crediamo a' Genovesi
il loro comandante rimasto alla Bocchetta dopo l'abbandonamento de'
Franzesi scrisse tosto al governo, per ricevere ordini più precisi,
esibendosi di poter sostenere quel posto anche per qualche giorno.
L'ordine che venne, fu ch'egli si ritirasse colla sua gente; laonde
non durarono poi gli Austriaci ulteriore fatica per impadronirsene,
con inseguir anche e pizzicare i fuggitivi Genovesi. Liberata da
questo ostacolo l'oste austriaca, non trovò più remora a' suoi passi,
e potè francamente calare buona parte d'essa sino a San Pier d'Arena a
bandiere spiegate, dove nel dì 4 di settembre si vide piantato il suo
quartier generale.
Se battesse il cuore ai cittadini di Genova al trovarsi in così
pericoloso emergente, ben facile e giusto è l'immaginarlo. Fin quando
si vide l'esercito gallispano muovere i passi dalla Lombardia verso
la loro città, ben s'era avveduto quel senato della brutta piega che
prendevano i proprii interessi; e però furono i saggi d'avviso che si
spedissero tosto quattro nobili alle corti di Vienna, Parigi Madrid
e Londra, per quivi cercar le maniere di schivar qualche temuto anzi
preveduto naufragio. Ma guai a quegl'infermi che, presi da micidial
parosismo, aspettano la lor salute da' medici troppo lontani! Il
perchè, peggiorando sempre più i loro affari, que' savii signori,
già convinti d'essere abbandonati da ognuno, ed esposti ai più gravi
pericoli, altra migliore risoluzione in così terribil improvvisata non
seppero prendere, che di trattare d'accordo coi generali della regnante
imperadrice. Non mancavano certamente, se alle apparenze si bada,
forze a quel senato per difendere la città guernita di buone mura,
anzi di doppie mura, di copiosa artiglieria e di grossi magazzini di
grano, ed altri beni quivi lasciati dagli Spagnuoli, e con presidio di
non poche migliaia di truppe regolate. Nè già avea lasciato in quella
strettezza di tempo il governo di distribuir le guardie e milizie
dovunque occorreva, e di disporre le artiglierie ne' siti più proprii
per la difesa della città. Contuttociò battuti dalla parte di terra da'
Tedeschi, angustiati per mare dalle navi inglesi, e perduta la speranza
d'ogni soccorso, che altro potevano aspettar in fine, se non lo
smantellamento delle lor suntuose case e delizie di campagna, ed anche
la propria rovina e schiavitù? Nè pur sapeano essi ciò che si potessero
promettere del numeroso bensì e vivace popolo di quella capitale,
perchè popolo già mal contento, per essergli mancato il guadagno,
e cresciuto lo stento, mentre da tanto tempo, sì dalla banda della
Lombardia, che da quella del mare, veniva difficoltato il trasporto
della legna, carbone, carni e varii altri commestibili; e forse popolo
che declamava contro l'impegno di guerra preso dal consiglio di alcuni
più prepotenti de' nobili. Aggiungasi che fra la dominante nobiltà
ed esso popolo passava bensì in tempo di quiete la corrispondenza
convenevole dell'ubbidienza e del comando, ma non già assai commercio
di amore, stante l'altura con cui trattavano que' signori il minuto
popolo, già degradato dagli antichi onori e privilegii; talmente che
non si potea sperare che alcun d'essi volesse sacrificar le proprie
vite per mantenere in trono tanti principi, che sembravano non curar
molto di farsi amare da' loro sudditi. E se i nemici fossero giunti a
salutar la città colle bombe, potea la poca armonia degli animi far
nascere disegni e desiderii di novità in quella gran popolazione.
Finalmente si trovava la città sì sprovveduta di farine, che la
fame fra pochi dì avrebbe sconcertate tutte le misure. Saggiamente
perciò da quel consiglio fu preso lo spediente di non resistere, e di
comperar più tosto coi meno svantaggiosi patti che fosse possibile la
riconciliazione coll'imperadrice e coi suoi alleati, che di azzardarsi
ad un giuoco in cui poteano perdere tutto.
Eransi già accampate le truppe austriache alle spiaggie del mare,
vagheggiando i movimenti di quello dai più d'essi non prima veduto
elemento. Spezialmente sull'asciutte sponde della Polcevera non pochi
reggimenti d'essi s'erano adagiati; nè sarebbe mai passato per mente
a que' buoni Alemanni che quel picciolo torrente potesse, per così
dire, in un istante cangiarsi in un terribil gigante. Ma nel dì 6 del
suddetto settembre ecco alzarsi per aria un fiero temporale gravido
di fulmini con impetuoso vento e pioggia dirotta, per cui scese sì
gonfia di acque ed orgogliosa essa Polcevera, che trascinò in mare
circa secento persone tra soldati, famigli ed anche alcuni uffiziali,
assaissimi cavalli, muli e bagagli. Guai se questo accidente arrivava
di notte, la terza parte dell'armata periva. Nel giorno stesso dei 4
in cui parte dell'esercito austriaco cominciò a giugnere a San Pier
d'Arena, furono deputati dal consiglio di Genova alcuni senatori
che andassero a riverire il _generale Broun_, condottiere di quel
corpo di gente. Introdotti alla sua udienza, rappresentarono la somma
venerazione della repubblica verso l'augusta imperadrice, mantenuta
anche in questi ultimi tempi, nei quali aveano protestato e tuttavia
protestavano di non aver guerra contro della maestà sua; e che essendo
le di lei milizie entrate nel dominio della repubblica, il governo
inviava ad offrire tutti i più sicuri attestati di amicizia ai di lei
ministri, mettendosi intanto sotto la protezione e in braccio alla
clemenza della cesarea reale maestà sua. Intendeva molto bene il Broun
la lingua italiana; ma non arrivò mai a capire ciò che volesse dire
quella protesta di non aver fatta guerra contro l'augusta sua sovrana.
Pure, senza fermarsi in questo, rispose ai deputati, che stante la
lor premura di godere della cesarea clemenza e protezione, e di non
provare i disordini che potrebbe produrre l'avvicinamento dell'armi
imperiali, egli manderebbe le guardie alle porte della città, affinchè
si prevenisse ogni molestia e sconcerto nel di dentro e al di fuori
d'essa. E perciocchè risposero i deputati, che a ciò ostavano le leggi
fondamentali dello Stato, il generale alterato replicò loro, che non
sapeva di leggi e di statuti, con altre parole brusche, colle quali li
licenziò. Arrivato poi nel giorno appresso il _marchese Botta Adorno_,
primario generale e comandante dell'esercito austriaco, si portarono
a riverirlo i deputati. In lui si trovò più cortesia di parole, ma
insieme ugual premura che fruttasse alla maestà dell'imperadrice la
fortuna presente delle sue armi. Proposero di nuovo que' senatori
la risoluzione della repubblica di mettersi sotto la protezione
d'essa imperadrice, a cui darebbono gli attestati della più riverente
amicizia, con ritirar da Tortona le loro genti; con far cessare le
ostilità del presidio di Gavi; con rimettere tutti i prigionieri, ed
anche i disertori, implorando nondimeno grazia per essi; col congedar
le milizie del paese, e quelle eziandio di fortuna, ritenendo solamente
le consuete per guardia della città, e con esibirsi di somministrare
tutto quanto fosse in lor potere per comodo e servigio dell'armi
austriache, rimettendosi in una totale neutralità per l'avvenire. Le
risposte del generale Botta furono, che darebbe gli ordini, affinchè
l'esercito cesareo reale desistesse da ogni ostilità, ed osservasse
un'esatta disciplina; ma essere necessaria una promessa nella
repubblica di stare agli ordini dell'augustissima imperadrice, dalla
cui clemenza per altro si poteva sperare un buon trattamento: e che,
per sicurezza della lor fede, conveniva dargli in mano una porta della
città; e che intanto si lascierebbe intatta l'autorità del governo, la
libertà e quiete della città. Portate al consiglio queste proposizioni,
furono accettate, e si consegnò al generale Botta la porta di San
Tommaso, sebben poscia egli pretese e volle anche l'altra della
Lanterna.
Nel giorno seguente 6 di settembre portossi personalmente esso marchese
in città per formare una capitolazion provvisionale, la quale sarebbe
poi rimessa all'arbitrio della maestà dell'imperadrice. Ne furono
ben gravose le condizioni; ma giacchè il riccio era entrato in tana,
convenne ricevere le leggi da chi le dava non come contrattante, ma
come vincitore; e furono: Che si consegnassero le porte della città
alle soldatesche dell'imperadrice regina: il che non ebbe poi effetto,
essendosi, come si può credere, tacitamente convenute le parti che
bastassero le due sole già consegnate. Che le truppe regolate, o sia
di fortuna, della repubblica s'intendessero prigioniere di guerra.
Che l'armi tutte della città, e le munizioni da bocca e da guerra
destinate per le milizie, si consegnassero agli uffiziali di sua
maestà. Che lo stesso si intendeva di tutti i bagagli ed effetti
delle truppe gallispane e napoletane, e delle loro persone ancora.
Che il presidio e fortezza di Gavi, se non era per anche renduta, si
rendesse tosto all'armi di essa imperadrice. Che il doge e sei primarii
senatori nel termine di un mese fossero tenuti di passare alla corte
di Vienna, per chiedere perdono dell'errore passato, e per implorare
la cesarea clemenza. Che gli uffiziali e soldati d'essa imperadrice
e de' suoi alleati si mettessero in libertà. Che subito si pagherebbe
la somma di cinquanta mila genovine all'esercito imperiale, a titolo
di rinfresco, e per ottenere il quieto vivere: del resto poi delle
contribuzioni dovea intendersi la repubblica col generale _conte di
Cotech_, autorizzato per tale incumbenza. Che quattro senatori intanto
passerebbero per ostaggi di tal convenzione a Milano. Finalmente che
questo accordo non sortirebbe il suo effetto, finchè non venisse
ratificato dalla corte di Vienna. Tralascio altri meno importanti
articoli. Non si sa che avesse effetto la consegna dell'armi e
munizioni da guerra della città; ma sibbene alle mani dei ministri
austriaci pervennero tutti i magazzini (erano ben molti) spettanti a'
Gallispani; con che quell'esercito, poco prima bisognoso di tutto,
si vide provveduto di tutto; e col ritorno dei disertori, ai quali
fu accordato il perdono, venne aumentato di due mila persone. Non si
tardò a sborsare le cinquanta mila genovine, il ripartimento delle
quali fra gli uffiziali e soldati ebbe l'attestato delle pubbliche
gazzette. Bisogno più non vi fu di trattare e disputare intorno al
resto delle contribuzioni; perciocchè il suddetto conte di Cotech,
commissario generale austriaco, il quale ne sapea più di Bartolo e
Baldo nel suo mestiere, inviò al _doge Brignole_ e senato di Genova una
intimazione scritta di buon inchiostro. In essa esponeva, che essendosi
la repubblica di Genova impegnata in una guerra manifestamente ingiusta
contro la maestà dell'imperadrice regina e de' suoi collegati,
ed aperto il varco a' suoi nemici per invadere gli Stati d'essa
imperadrice e del re di Sardegna; giusta cosa sarebbe stata l'esigere
da essa il rifacimento di tante spese e danni sofferti che ascendevano
a somme inestimabili. Ma che avendo essa repubblica riconosciuto
la mano dell'onnipotente, che l'avea fatta soccombere sotto l'armi
giuste e trionfanti della maestà sua cesarea e reale; ed essendosi
volontariamente offerta di soggiacere agli aggravii che le si doveano
imporre: perciò esso conte di Cotech perentoriamente le facea intendere
di dover pagare alla cassa militare austriaca la somma di _tre milioni
di genovine_ (cioè _nove milioni di fiorini_) in tanti scudi di
argento, e in tre pagamenti: cioè un milione dentro quarantott'ore; un
altro nello spazio di otto giorni; e il terzo nel termine di quindici
giorni: sotto pena di ferro, fuoco e saccheggio, non soddisfacendo
nei termini sopra intimati. Questa fu l'interpretazione che diede il
ministro alla clemenza dell'imperatrice regina, a cui s'era rimessa
quella repubblica.
Aveano gl'infelici Genovesi il coltello alla gola; inutile fu il
reclamare; necessario l'ubbidire. Concorsero dunque le famiglie
più benestanti al pubblico bisogno coll'inviare alla zecca le loro
argenterie; si trasse danaro contante da altri; convenne anche
ricorrere al banco di San Giorgio, depositario del danaro non solo de'
Genovesi, ma di molte altre nazioni; tanto che nel termine di cinque
giorni fu pagato il primo milione. Più tempo vi volle per isborsare
il secondo, non potendo la zecca battere se non partitamente sì
gran copia d'argento. Con parte di quel danaro furono non solamente
soddisfatti di molti mesi trascorsi gli uffiziali austriaci, ma anche
riconosciuto dalla generosità dell'augusta sovrana con proporzionato
regalo il buon servigio de' suoi uffiziali. Parte d'esso tesoro fu
condotto a Milano da riporsi in quel castello. A conto ancora del
pagamento suddetto andò la restituzion delle gioie e di altri arredi
della casa de Medici, impegnati in Genova dal regnante Augusto. Nè si
dee tacere che videsi ancor qui una delle umane vicende. Tanta cura
degl'industriosi Genovesi per raunar ricchezze andò a finire in una sì
trabocchevol tassa di contribuzioni, la quale, tuttochè imposta ad una
città cotanto diviziosa, pure a molti può fare ribrezzo. Non sarebbe ad
una città povera toccato un così indiscreto salasso. E vie più dovette
riuscire sensibile a quella nobil repubblica, perchè accaduto dappoichè
appena ella s'era rimessa dalla lunga febbre maligna della Corsica,
in cui non oso dire quanti milioni essi dicono di avere impiegato, ma
che certamente si può credere costata a lei un'immensità di danaro.
Fama corse che il re di Sardegna si lagnasse, perchè nè pure una
parola si fosse fatta di lui nella capitolazione, e nè pure si fosse
pensato a lui nell'imposta di tanto danaro e nella occupazione di tanti
magazzini. Pari doglianza fu detto che facesse l'ammiraglio inglese.
Ciò che in sì improvvisa e deplorabil rivoluzione dicessero, almen
sotto voce, gli afflitti e battuti Genovesi, non è giunto a mia
notizia. Quel che è certo, entro e fuori d'Italia accompagnata fu la
loro disavventura dal compatimento universale, e fino da chi dianzi
non avea buon cuore per essi. Però dappertutto si scatenarono voci
non men contra degli Spagnuoli che dei Franzesi, detestando i primi,
perchè principalmente da lor venne il precipizio de' Genovesi; e gli
altri, perchè mai non comparvero in Italia nell'anno presente quelle
tante lor truppe che si spacciavano in moto sulle gazzette, e che
avrebbero potuto esentare da sì gran tracollo gl'interessi proprii e
quei de' loro collegati. Aggiugnevano i politici, che quand'anche il
novello re di Spagna avesse preso idee diverse da quelle del padre,
richiedeva nondimeno l'onor della corona che non si sacrificassero
sì obbrobriosamente gli amici ed alleati; e in ogni caso poteva
almeno e doveva il comune esercito procacciare, per mezzo di qualche
capitolazione, condizioni men dure e dannose a chi avea da restare
in abbandono. Finalmente diceano doversi incidere in marmo questo
nuovo esempio, giacchè s'erano dimenticati i vecchi, per ricordo a'
minori potentati del grave pericolo a cui si espongono in collegarsi
co' maggiori; perchè facile è il trovar monarchi tanto applicati
al proprio interesse, che fanno servir gli amici inferiori al loro
vantaggio, con abbandonarli anche alla mala ventura, per risparmiare
a sè stessi l'incomodo di sostenerli. Chi più si figurava di sapere
gli arcani dei gabinetti, spacciò che fra la Spagna, Inghilterra e
Vienna era già conchiuso un segreto accordo, per cui la Spagna dovea
richiamar d'Italia le sue truppe; e gli Inglesi lasciar passare a
Napoli dieci mila Spagnuoli; e l'imperadrice regina fermare a' confini
del Tortonese i passi delle sue truppe: avere i primi soddisfatto
all'impegno, ed aver mancato alla sua parte l'austriaca armata. Di
qua poi essere avvenuto che la Spagna irritata poscia di nuovo s'unì
colla Francia. Tutti sogni di gente sfaccendata. Nè pur tempo vi era
stato per sì fatto maneggio e preteso accordo; e certo l'imperadrice
regina, principessa generosa e d'animo virile, non era capace di
obliar la propria dignità con tradire non solo gli Spagnuoli, ma anche
i mediatori Inglesi, cioè i migliori de' suoi collegati. La comune
credenza pertanto fu, che la Francia non pensò all'abbandono de'
Genovesi; e se il suo maresciallo si lasciò trascinare dall'esempio
degli Spagnuoli, non fu questo approvato dal re Cristianissimo.
Quanto poscia alla corte del re Cattolico, si tenne per fermo, che sui
principii cotanto prevalesse il partito contrario alla vedova _regina
Elisabetta_, che si giugnesse a quella precipitosa risoluzione a cui da
lì a non molto succedette il pentimento, essendo riuscito al gabinetto
di Francia di tener saldo nella lega il re novello di Spagna, ma dopo
essere cotanto peggiorati in Italia i loro affari, e con dover tornare
all'abici, qualora intendessero di calar un'altra volta in Italia. Per
conto poi de' Genovesi poco servì a minorare i loro danni ed affanni
l'altrui compatimento, e il cangiamento di massime nella corte del re
di Spagna. Contuttociò dicevano essi di trovar qualche consolazione in
pensando, che ognuno potea scorgere, non essere le loro disavventure
una conseguenza di qualche loro ambizioso disegno, ma una necessità di
difesa; nè potersi chiamar poco saggio il loro consiglio per l'aderenza
presa con due corone potentissime, le quali sole poteano preservarli
dai minacciati danni: giacchè a nulla aveano servito i tanti loro
ricorsi e richiami alle corti di Vienna, Inghilterra ed Olanda.
Ma lasciamo oramai i Genovesi, per seguitare _Carlo Emmanuele_ re
di Sardegna. Nè pur egli fu pigro a prendere la fortuna pel ciuffo.
Colla maggior diligenza possibile fece egli calar le sue truppe per
l'aspre montagne dell'Apennino sulla riviera di Ponente, a fin di
tagliare la strada, se gli veniva fatto, ai fuggitivi Franzesi; e
fama corse essere mancato poco che l'infante _don Filippo_ e il _duca
di Modena_ non fossero sorpresi nel viaggio. Ma la principal mira
d'esso re erano Savona e il Finale, paesi dietro ai quali s'erano
consumati tanti desiderii de' suoi antenati, e sui quali la real casa
di Savoia manteneva antiche ragioni o pretensioni. Giunsero colà le
sue milizie nel dì 8 di settembre; ed arrivò anche lo stesso re nel
dì seguente a Savona, incontrato dal vescovo e dai magistrati della
città, che andarono a presentargli le chiavi. Colà giunse ancora il
generale Gorani, spedito con alcuni battaglioni austriaci, per darsi
mano a sottomettere il castello assai forte d'essa Savona. Trovavasi
alla difesa di quello un comandante di casa Adorno nobile genovese,
il quale alla chiamata di rendersi diede quella risposta che conveniva
ad un coraggioso e fedele uffiziale; e tanto più perchè fu fatta essa
chiamata per parte del re di Sardegna. Raccontasi che egli dipoi, come
se quella piazza avesse da essere il sepolcro suo, distribuì ai soldati
varii effetti e danari di sua ragione, e nel testamento suo dichiarò
eredi suoi le mogli e i figli di quegli uffiziali che morrebbono nella
difesa: al che egli dipoi si accinse con tutto vigore. Si tardò ben
molto a cominciare le ostilità contra di quel castello, perchè non
poteano volare per le aspre montagne i mortai e l'artiglieria grossa
che occorreva a quell'assedio. Passarono le brigate austriaco-sarde
al Finale, e il forte di quella terra non si fece molto pregare a
capitolar la resa, con restar prigione il presidio, e coll'avere gli
uffiziali ottenuto buon trattamento per loro e per i loro equipaggi.
Giunse colà nel dì 15 di settembre il re di Sardegna; allora fu che,
non potendosi più ritenere l'antico abborrimento di quel popolo al
giogo genovese, scoppiò in segni d'incredibil allegrezza, e con sommo
applauso, ed applauso di cuore accolse il novello sovrano. Proseguì
poscia esso re colle milizie il viaggio, occupando di mano in mano i
posti e le terre che i Franzesi andavano abbandonando, finchè giunse
a Ventimiglia, Villafranca e Montalbano, all'assedio de' quali luoghi
egli fu forzato a dover fermare il piede. Dovunque passarono l'armi
sue vincitrici, segni ne restarono della singolar sua moderazione
e della savia sua maniera di trattare chiunque a lui si arrendeva.
Non la voleva egli contra la borsa di que' popoli; esatta disciplina
osservavano le sue truppe; solamente, per buona precauzione, levò
l'armi al conquistato paese. Impiegò egli in quei viaggi e nella
conquista della riviera di Ponente il resto di settembre e la metà
d'ottobre; nè altro considerabil avvenimento si contò, se non che il
generale austriaco Gorani, nel riconoscere il posto della Turbia, nel
dì 12 d'esso ottobre perdè la vita; i Franzesi nel dì 18 ripassarono
il Varo; il castello di Ventimiglia nel dì 23 si sottomise all'armi de'
Piemontesi.
Intanto la corte di Vienna, considerando il bell'ascendente dell'armi
sue in Lombardia e nel Genovesato, e già cacciati di là da' monti i
nemici tutti, vagheggiava il bel regno di Napoli, come un premio dovuto
al valore e alla buona fortuna dell'armi sue nell'anno presente. Niun
v'era de' ministri che, ricordevole delle tante pensioni e regali
procedenti una volta da quel fruttuoso paese, non inculcasse venuto
ormai il tempo di riacquistar giustamente ciò che s'era sì miseramente
perduto negli anni addietro; avere l'imperadrice oziosi circa dieci
mila cavalli, adagiati nel Modenese, Cremonese, Mantovano ed altri
luoghi. Accresciuti questi da qualche quantità di fanteria, ecco un
esercito capace di conquistare tutto quel regno; trovarsi il re di
Napoli privo di gente, di danaro e di maniera per resistere; col solo
presentarsi colà un esercito austriaco, altro scampo non restare a quel
re, che di fuggirsene in Sicilia; e che la Sicilia stessa, qualora
volessero dar mano gl'Inglesi, facilmente coronerebbe il trionfo
dell'armi imperiali. Forti erano e ben gustate queste ragioni; e non è
da dubitare che la corte cesarea ardesse di voglia di quell'impresa;
al qual fine si videro anche sboccare in Italia alcune migliaia di
fanti Croati e Schiavoni, gente mal in arnese, ma forte di corpo,
reggimentata, e che sa, occorrendo, ben maneggiare i fucili e sciable.
Ma altri furono in que' tempi i disegni dell'Inghilterra, cioè di
quella potenza che avea come dipendenti, per non dire come servi,
i suoi collegati, pel bisogno che tutti aveano delle sue sterline,
cioè d'un danaro onde veniva il moto principale della macchina di
quell'alleanza. Da che la Francia osò, se non di attaccare, almeno di
secondare il fuoco nelle viscere della Gran Bretagna colla sedizion
della Scozia, in cui non si trattava di meno che di detronizzare il
regnante re _Giorgio II_, lo spirito della vendetta, o sia la brama
di rendere la pariglia al re Cristianissimo, fece gran breccia nella
corte britannica. Fu dunque risoluto l'armamento d'una possente flotta,
per portare la desolazione in qualche sito delle coste di Francia; e
in oltre, giacchè più non restavano in Lombardia nemici da combattere,
questo parea il tempo di portare la guerra anche dalla parte d'Italia
nel cuor della Francia, acciocchè ella non si gloriasse di farla sempre
in casa altrui. A questa determinazione ripugnava non poco il gabinetto
imperiale tra per li noti infelici tentativi altre volte fatti o nella
Provenza o nel Delfinato, e perchè si vedeva interrompere l'impresa di
Napoli, dove certo si conosceva il guadagno; laddove poco o nulla v'era
da sperare nella Provenza. Per lo contrario, l'Inghilterra non solo
desiderava, ma comandava una tale spedizione; e per questo fine ancora
mosse il re di Sardegna a contribuir buona parte della sua fanteria.
Tali nondimeno divennero le forze austriache in Italia, tali i nuovi
rinforzi inviati per accrescerle, che si figurò il ministero cesareo di
poter accudire all'una impresa senza pregiudizio dell'altra; nè si può
negare che ben pensati erano i suoi disegni. Ma ordinaria disavventura
delle leghe è l'avere ogni contraente dei particolari interessi e
desiderii che non s'accomodano con quei degli altri. In Londra v'erano
delle segrete intenzioni contrarie a quelle di Vienna. Si voleva
far del male alla Francia, è non già alla Spagna. Sempre fitto il re
d'Inghilterra nella speranza d'una pace particolare col re Cattolico,
fervorosamente maneggiata dall'austriaca regina di Portogallo, e
creduta anche assai verisimile, per essersi scoperte nel novello re di
Spagna delle massime ben diverse da quelle del re fu suo padre: con
ogni riguardo procedeva verso gli Spagnuoli, astenendosi, per quanto
mai poteva, dal recar loro danno, anzi da ogni menomo loro insulto;
nemico in fine di solo nome, ma non già di fatti. Però la conquista
del regno di Napoli, meditata in Vienna, che avrebbe infinitamente
disgustata la corona di Spagna, si trovò ascosamente attraversata
dagl'Inglesi, i quali fecero valere la necessità di entrare in Provenza
colle maggiori forze possibili, per non soggiacere agl'inconvenienti
patiti altre volte in sì fatte spedizioni, ed essere troppo pericoloso
l'indebolir cotanto l'armata di Lombardia, coll'inviarne sì gran parte
in sì lontane e divise contrade; e che costerebbe troppo il mantenere
in tali circostanze quell'acquisto. Queste ed altre ragioni, delle
quali il gabinetto di Vienna intendeva molto bene il perchè, fecero che
l'imperadrice regina forzatamente desse bando ad ogni disegno sul regno
di Napoli; e intanto il re Cattolico con varii convogli per mare spedì
ad esso Napoli alcune migliaia delle sue truppe, le quali ebbero sempre
la fortuna di non essere vedute dagl'Inglesi, nè di incontrarsi nelle
lor navi, le quali pure padroneggiavano per tutto il mare Ligustico e
Toscano.
Fissata dunque la spedizione austriaco-sarda contro la Provenza, per
cui tanto all'imperadrice che al re di Sardegna uno straordinario
aiuto di costa in moneta fu somministrato dall'Inghilterra, esso re
sardo, per disporla ed animarla come generalissimo, passò a Nizza
già abbandonata dai Franzesi. Quivi ricevette egli l'avviso che s'era
renduto alle sue armi Montalbano, e che poco appresso, cioè nel dì 4
di novembre, avea fatto altrettanto il castello di Villafranca. Giunse
anche da lì a poche settimane la lieta nuova che la cittadella di
Tortona era tornata in suo dominio nel dì 25 del mese suddetto, con
aver quella guernigione spagnuola ottenuta ogni onorevol capitolazione;
giacchè anche esso re in tutta questa guerra ogni maggior convenienza
e rispetto osservò sempre verso la corona di Spagna. Intanto sì dalla
parte di Genova che di Lombardia andavano sfilando le soldatesche
destinate per l'invasione della Provenza, facendosi la massa della
gente a Nizza. Scelto per comandante di quell'armata il generale _conte
di Broun_, questi verso la metà di novembre giunse per mare a quella
città, e cominciò a prendere le misure per effettuare il meditato
disegno. Giacchè si calcolava di non trovare nè viveri nè foraggi in
Provenza, l'ammiraglio inglese Medier, chiamato a consiglio, assunse
il carico di condurre dai magazzini di Genova e della Sardegna il
bisognevole, siccome ancora le artiglierie, attrezzi e munizioni
da guerra. Sopraggiunse in questi tempi gagliarda febbre al re di
Sardegna, che grande apprensione ed affanno cagionò in quell'armata, ma
più in cuore dei sudditi suoi, i quali perciò con pubbliche preghiere
implorarono da Dio la conservazione d'una vita sì cara. Dichiarossi
poi nel dì 25 di novembre il vaiuolo, e questo di qualità non maligna,
talchè, passato il convenevol tempo richiesto da sì fatta malattia,
cessò ogni pericolo e timore. A cagione nondimeno della convalescenza
fu conchiuso ch'esso re passerebbe il verno in quella città. Finalmente
sul fine di novembre si trovò raunato l'esercito destinato ai danni
della Provenza, che si fece ascendere a trentacinque mila combattenti
tra fanti e cavalli, cioè due terzi di Austriaci, e l'altro di
Piemontesi comandati dal tenente generale _marchese di Balbiano_;
perciò s'imprese il passaggio del fiume Varo.
Credevasi di trovar quivi forte resistenza dalla parte de' Franzesi;
ma non erano tali le forze di questi da poter punto frastornare i
passi degli Austriaci e Savoiardi. S'erano già separate le milizie
spagnuole dai Franzesi, e misteriosi parevano i loro movimenti, perchè
ora sembrava che volessero prendere il cammino verso la Spagna, ed
ora che pensassero a ritirarsi in Savoia. E veramente a quella volta
tendevano i loro passi, quando arrivò in Tarascon al generale _marchese
della Mina_ un corriere dell'ambasciatore Cattolico esistente in
Parigi, da cui veniva avvertito di tener le truppe di suo comando unite
con quelle di Francia, stante una nuova convenzione stabilita fra le
due corone di Madrid e Versaglies. Servì un tale avviso, perchè il
marchese non progredisse innanzi, per aspettare più accertati ordini
dalla corte del suo sovrano. Non ascendevano dal canto loro i Franzesi
a più di cinque o sei mila persone sotto il comando del _marchese di
Mirepoix_ tenente generale, avendo pagato gli altri il disastroso
ritorno dal Genovesato o con lunghe malattie o colla morte. Vero è
che si trovarono alquanti corpi d'essi Franzesi qua e là postati al
basso e all'alto del Varo, per contrastarne il passo a' nemici; due
fortini ancora o ridotti teneano sulle sponde d'esso fiume; pure tra
le batterie erette di qua dal fiume, che faceano buon giuoco, e pel
cannone di tre vascelli e di altri legni minori inglesi che s'erano
postati all'imboccatura del fiume stesso, animosamente in più colonne
passarono gli Austriaco-Sardi, essendosi precipitosamente ritirati
da tutti que' postamenti i Franzesi. Detto fu che solamente costasse
quel passaggio ottanta persone, le quali ebbero anche la disgrazia di
annegarsi. Fu dipoi formato un sodo ponte sul Varo; e volarono ordini
perchè venissero le grosse artiglierie, per dar principio all'assedio
d'Antibo, mira principale del _generale Broun_, che servirebbe di scala
all'altro di Tolone.
Trovarono gli aggressori in que' contorni abbandonate le case, e
fuggiti col loro meglio i poveri abitanti. Ma per buona ventura vi
restarono le cantine piene di vino, e vino, come ognun sa, sommamente
generoso di quelle colline, onde ne avrebbe quel popolo, secondo
il costume, ricavato un tesoro. Giacchè altro nemico da combattere
non aveano trovato i Tedeschi, gli Svizzeri ed anche gl'Italiani,
sfogarono il loro valore e sdegno contra di quelle botti, e per tre
giorni ognun trionfò di que' cari nemici. Era un bel vedere qua e là
per terra migliaia di soldati che più non sapeano in qual parte del
mondo si fossero: così ben conci erano dal tracannato liquore. Non
sanno più i gran guerrieri del nostro tempo usare stratagemmi, nè
studiano i libri vecchi, per impararne l'arte. Se quattro o cinque
mila Franzesi, col muoversi di notte, avessero colto in quello stato
i lor nemici, voglio dire quegli otri di vino, chi non vede qual
brutto governo ne avrebbero potuto fare? il generale Broun per questo
inaspettato accidente non sapea darsi pace, e vi rimediò come potè.
Gli antichi preparavano buona cena alle truppe nemiche, per farne
poi loro pagare lo scotto nella notte seguente. Tanto nulladimeno
si affrettarono quei bravi bevitori a votar quelle botti, spandendo
anche per le cantine il vino sopravanzato alla loro ingordigia, che ne
fecero poi lunga penitenza, costretti sovente a bere acqua, per non
trovare di meglio. Si stesero dipoi i loro staccamenti alle picciole
città di Vences, Grasse ed altri luoghi, i vescovi delle quali città
impiegarono con somma carità quanto aveano, per esentare i popoli
da un duro trattamento. Trovarono un discreto nemico nel suddetto
generale Broun, il quale portò poscia il suo quartiere generale sino
a Cannes, sulla spiaggia del mare di là da Antibo, con bloccare quel
porto, e dar principio alle ostilità contra del medesimo. Non trovando
quelle soldatesche in alcun luogo opposizione alcuna, s'inoltrarono
fino a Castellana, Draghignano ed altre lontane terre. Altro miglior
partito non seppe trovare il re Cristianissimo, per mettere argine
a questo torrente, che di ordinare la mossa di almen trenta mila
combattenti delle truppe regolate esistenti in Fiandra, giacchè si
conobbe insufficiente medicina a questo malore il formar de' nuovi
reggimenti in Provenza. Uomini di nuova leva son per lo più soldati
di nome, conigli di fatti. Un soccorso tale, che dovea far viaggio di
più centinaia di miglia, per arrivare in Provenza, non frastornava
punto i sonni e i passi dell'armata austriaca e savoiarda; la quale
perciò nel dì 15 di dicembre giunse ad impadronirsi anche della città
di Frejus, con istendere le contribuzioni per tutte quelle contrade. E
perciocchè si trovò che le barche armate dell'isole di Sant'Onorato e
di Santa Margherita infestavano non poco i convogli destinati pel campo
di Cannes, ordinò il Broun che sopra molti legni venuti da Villafranca
s'imbarcassero tre mila soldati, e facessero colà una discesa. Non
indarno questa fu fatta. Capitolarono le picciole guernigioni dei due
forti esistenti in quelle isole, e cederono il campo ai nuovi venuti.
Molto dipoi costò ai Franzesi la ricupera di quei luoghi. Le speranze
intanto di vincere il forte d'Antibo erano riposte nei grossi cannoni e
mortai che si aspettavano da Genova; quando si sconcertarono tutte le
misure per un inaspettato avvenimento, che sarà ben memorabile anche
nei secoli avvenire.
Da che piegarono il collo i rettori di Genova sotto l'armi fortunate
dell'imperadrice regina colla capitolazione che di sopra accennammo,
restò quella nobil città ondeggiante fra mille tetri ed inquieti
pensieri. Le apparenze erano che in quel governo durasse l'antica
libertà e signoria; perchè il doge, il senato e gli altri magistrati
continuavano come prima nell'esercizio delle loro funzioni ed autorità;
tenevano le guardie dei lor proprii soldati (soldati nondimeno
dichiarati prima prigionieri di guerra dei Tedeschi) a Belvedere
e alle porte, a riserva di quelle di San Tommaso e della Lanterna
cedute agli Austriaci. Gli stessi Austriaci pareva che non turbassero
i fatti della città, giacchè non permetteva il Botta che alcuno de'
suoi soldati entrasse in quella senza sua licenza in iscritto. Ma in
fine tutta questa libertà non era diversa da quella degli uccelletti
che legati per un piede si lasciano svolazzare qua e là. Se non
entravano a centinaia e migliaia di Tedeschi in città a farvi da
padrone, poteano ben entrarvi, qualora ne venisse loro il talento;
e non pochi ancora v'entravano, con pagar poscia i viveri meno del
dovere, e con vilipendere ed ingiuriare toccando forte sul vivo i
poveri abitanti. Intanto di circa otto mila Tedeschi non andati in
Provenza, parte acquartierata in San Pier d'Arena teneva in ceppi la
città, e parte stesa per la riviera di Levante s'era impadronita di
Sarzana, della Spezia e di altri luoghi in quelle parti. Nella fortezza
di Gavi, ceduta da' Genovesi, comandava la guernigione austriaca; e
per tutta la riviera di Ponente altro più non restava che inalberasse
le bandiere della repubblica, fuorchè l'assediato castello di Savona,
avendo il re di Sardegna conquistate tutte l'altre terre e città, con
farsi anche giurare fedeltà dai Finalini. Ed allorchè fu per marciare
l'armata in Provenza, credette ben fatto il generale Botta di occupare
all'improvviso il bastione di San Benigno, guernito di gran copia
di bombe e cannoni, che sovrasta alla Lanterna, e domina non men la
città che il borgo di San Pier d'Arena. In tal positura di cose si
scorgeva da ognuno ridotta al verde la potenza e libertà de' Genovesi.
Aggiungasi il guasto de' poderi e delle case, con una man di estorsioni
ed avanie, che più di uno degli uffiziali e soldati austriaci, non mai
sazii di conculcare i vinti, andavano commettendo per tutti i luoghi
dei loro quartieri. Nè da Vienna altra indulgenza finora avea potuto
ottenere l'inviato della repubblica, se non l'esenzione che il doge e
i sei senatori si portassero colà. Pretesero i Tedeschi insussistenti e
vane tutte le suddette accuse. Il peggio era, che dopo avere il senato
smunte le case de più ricchi, intaccato il banco di San Giorgio, e
battute in moneta le argenterie de' benestanti, col giugnere in fine
a pagar anche buona parte del secondo milione di genovine, animato
a questo sforzo dalle molte speranze date che sarebbe condonato il
resto: non istettero molto ad udirsi le richieste anche del terzo;
e queste poi si andarono maggiormente inculcando, corteggiate dalle
minaccie del commissario generale Cotech del saccheggio, e di ogni
altro più aspro trattamento. La mirabil industria d'esso commissario
avea saputo con tanta facilità, cioè con un solo tratto di penna,
trovare il _lapis philosophorum_; si credeva egli che in essa penna
durerebbe per sempre quella virtù. Intanto quel governo, di consenso
del marchese Botta, scelse quattro cavalieri per inviarli a Vienna
a rappresentar l'impotenza d'un ulterior pagamento, sperando pure
migliori influssi dall'imperiale e real clemenza e protezione, in
braccio a cui s'erano gittati. Ma o sia che non venisse mai dalla corte
l'approvazione di tal deputazione, o che venisse in contrario: mai non
si poterono ottenere dal marchese i necessarii passaporti. Se poi s'ha
da credere tutto quanto concordemente asseriscono i Genovesi, giunse
il conte di Cotech ad intimare, oltre al suddetto terzo milione, anche
il pagamento di altre gravi somme per li quartieri del verno e quieto
vivere, e ducento mila fiorini per li magazzini delle truppe genovesi
dichiarate prigioniere di guerra, i quali non vi erano, ma vi dovevano
essere. Allegò il governo l'impossibilità a più contribuire; e perchè
succederono le minaccie, fu risposto che il Cotech prendesse quante
risoluzioni volesse, ma che queste in fine non potrebbero essere che
ingiuste. Non andò molto, che il generale Botta parimente richiese
cannoni e mortari alla repubblica, per inviarli in Provenza; e non
volendoli questa dare di buon grado, egli spedì gente a levarli dai
posti per quel trasporto.
Questo era il deplorabile stato di Genova, cagione che già molti nobili
e ricchi mercatanti aveano cangiato cielo, non sofferendo loro il
cuore di mirare i mali presenti della patria, con paventarne ancora
de' peggiori in avvenire. La troppo disgustosa voce del minacciato
sacco, vera o falsa che fosse, disseminata oramai fra quel numeroso
popolo, di troppo accrebbe il già prodotto fermento di odio, di
rabbia, di disperazione. E tanto più crebbe, perchè, lamentandosi
alcuni dell'aspro trattamento che provavano, scappò detto ad un
uffiziale italiano nelle truppe cesaree, che si meritavano di peggio.
Poi soggiunse: _E vi spoglieremo di tutto, lasciandovi solamente gli
occhi per poter piagnere._ Meriterebbe d'essere cancellato dal ruolo
de' cavalieri d'onore chi nudriva così barbari sentimenti, e si facea
conoscere un tartaro, e non un cristiano. L'infima plebe imparò allora
a lodare lo stato antecedente, perchè altro aspetto non aveva il
presente che quello di sterminio e di schiavitù. Pure, non trovandosi
chi osasse di alzare un dito, in soli segreti lamenti e combriccole
andava a terminare il risentimento di ognuno: quand'ecco una scintilla
va ad attaccare un grande impensato incendio. Era il dì 5 di dicembre,
e strascinavano gli Alemanni un grosso mortaio da bombe, per inviarlo
in Provenza. Sono assaissime strade di Genova vote al disotto, affinchè
passino l'acque scendenti dalle montagne in tempo di pioggie, ed
anche per le cloache. Al troppo peso di quel bronzo, nel passare pel
quartiere di Portoria, si fondò la strada, onde restò incagliato il
trasporto. La curiosità trasse colà non pochi del minuto popolo, che
furono ben tosto sforzati a dar mano per sollevare il mortaio. E perchè
mal volentieri facevano essi quel mestiere, perchè non pagati, e perchè
parea loro cosa dura di faticare in danno della stessa lor patria:
si avvisò uno de' Tedeschi di pagargli col regalo di alcune poche
bastonate. Non sapea costui di che fuoco ed ardire sia impastato il
popolo di Genova; ne fece immantenente la pruova. Il primo a scagliare
contra di lui una buona sassata, fu un ragazzo, con dire prima ai
compagni: _La rompo?_ E all'esempio suo tutti gli altri diedero di
piglio ai sassi, i quali ebbero la virtù di far fuggire i Tedeschi.
Rinvenuti in sè quei soldati, tornarono poscia colle sciable nude per
gastigar quella povera gente; ma ricevuti con più copiosa grandine
di sassi, furono di nuovo obbligati a salvarsi colla fuga. Nulla di
più avvenne in quel giorno. Nella notte quei che erano intervenuti
a quella picciola commedia, andando per le strade, cominciarono a
gridare _all'armi_, ripetendo sovente: _Viva Maria_: con che si raunò
una gran brigata, tutta della feccia più vile della città. Deridevano
gli Austriaci questo schiamazzo, insultandoli con gridare: _Viva Maria
Teresa_. Presentossi poscia al palazzo pubblico la plebe, chiedendo
armi con terribile strepito. Ordinò il governo che si chiudessero le
porte, si raddoppiassero le guardie, si mettessero soldati fuori del
rastrello con baionetta in canna. Nulla potendo ottenere, raddoppiarono
le grida; e intanto sparso il romore per varii quartieri, maggiormente
crebbe la folla de' sollevati, che tornata con più empito la seguente
mattina, giorno 6 di dicembre, al palazzo, continuò a fare istanza
d'armi, e tentò anche di scalar l'alte finestre dell'Armeria, ma con
esserne rispinta. Nè mancò il governo di ragguagliare il _generale
Botta_ di questa novità. Giacchè era fallito questo colpo al popolo,
si voltò alle guardie delle porte e sorprendendole s'impadronì
dell'armi loro; sforzò le porte degli uffiziali militari; entrò in
qualsivoglia bottega di armaiuoli, e quante armi trovò, tutte se le
portò via, senza toccare il resto. Ma non v'era capo, ognun comandava,
nè altro si mirava che confusione. Spediti dal governo alcuni de'
cavalieri più accreditati fra il popolo, impegnarono indarno la loro
eloquenza per frenarli. Andò poi l'infuriata gente alle porte di San
Tommaso, credendosi di atterrire le guardie tedesche con una scarica
di fucili e con altre grida. Chiusero gli Alemanni le porte, e si
risero delle loro bravate. Ma non si rallentò per questo il coraggio
del popolo, che corso a prendere un picciolo cannone, lo presentò a
quelle porte per batterle. Questo fu un farne un regalo agli Alemanni,
i quali, aperte all'improvviso le porte, e spedita fuori una man di
granatieri, nè pur lasciarono tempo di spararlo, e sel portarono via.
Fuori anche d'esse porte sboccò nella città una banda di quindici o
venti uomini di cavalleria tedeschi, che, dopo la scarica delle lor
carabine, colle sciable alla mano corsero per Acquaverde e strada Balbi
fin sulla piazza dell'Annunziata. Di più non vi volle per dissipare
l'indisciplinata gente, che sparpagliata prese sulle prime qua e là la
fuga. Ma attruppatisi poi alcuni di essi, ed uccisi con moschettate
due dei cavalli nemici, fecero ritirare il resto più che di fretta.
Da questo fatto argomentarono molti, che se il generale Botta avesse
inviato delle buone schiere e squadre d'armati nella città, avrebbe
potuto in quel tempo sopire il tumulto, perchè movimento contraddetto
dal governo, nè secondato da persona alcuna di conto.
Servì di scuola agli ammutinati il rischio corso a cagion
dell'irruzione della poca cavalleria nemica per premunirsi; e però
nella seguente notte barricò le principali strade con botti ed altra
copia di legnami, e con replicati fossi. Era cresciuto a dismisura il
popolaccio, e giacchè tutti i palazzi de' nobili si trovavano chiusi e
ben custoditi, nè sito finora s'era trovato per farvi le loro sessioni,
sforzarono il portone dei padri Gesuiti nella strada Balbi, ed
impadronitisi di tutte quelle scuole e congregazioni, quivi piantarono
il loro quartier generale. Fu creato un commissario generale, che
scelse varii luogotenenti, ordinò pattuglie di giorno e di notte,
per ovviare ai disordini, pubblicò editti rigorosi, che ognun dovesse
accorrere alla difesa. In una parola assunse il governo e comando della
città, senza nondimeno perdere il rispetto al doge e senato, se non che
gli ordini del ceto nobile non erano attesi, e il magistrato popolare
voleva essere ubbidito. Pretese dipoi quel popolo, che fosse nulla
la capitolazione fatta dal governo con gli Austriaci, siccome fatta
senza participazione e consenso del secondo e terzo ordine popolare,
che a tenore delle leggi e convenzioni pubbliche si richiedeva. Avea
comandato esso governo nobile che non si sonasse campana a martello,
e intimato ai capitani delle popolatissime vicine valli del Bisagno e
della Polcevera di non prendere l'armi. Se ubbidissero, staremo poco
a vederlo. Intanto il generale marchese Botta avea spediti ordini
pressanti alle milizie tedesche, sparse per le due riviere di Levante
e Ponente, acciocchè accorressero a Genova. Prese eziandio altre
precauzioni per sostenere le porte di San Tommaso, ed occupò varii
postamenti, atti non meno all'offesa che alla difesa. Ma venuto il dì
7 di dicembre, ecco in armi tutto il gran quartiere di San Vincenzo ed
il Bisagno, che si diedero mano con gli altri popolari. Andarono essi
ad impossessarsi di tutte le artiglierie, poste nei lavori esteriori
della città, e di una batteria detta di Santa Chiara. Con questi bronzi
cominciarono a fulminare alcuni posti, dove erano i nemici, con farne
anche prigioni alcuni. Al vedere sì stranamente cresciuto l'impegno,
il generale Botta mandò a dire al governo che acquetasse il tumulto;
e ricevuto per risposta dal palazzo di non aver forza da farlo, si
esibì egli di andare al palazzo per comporre le cose; ma poscia non si
attentò, o lo trattenne il decoro.
Arrivò il giorno 8 di dicembre, giorno solenne spezialmente in Genova
per la festa della Concezione di Maria Vergine, che quel popolo tiene
per sua principal protettrice; ed allora fu che altro nerbo, altro
regolamento prese il fin qui ammutinato minuto popolo della città e
del Bisagno. Imperciocchè, unitosi con loro il secondo ordine dei
mercatanti ed artisti, si cominciò a dar pane, vino e danaro; si
provvidero le occorrenti munizioni ed armi; si stabilì un'ospedale
per li feriti, e si presero altre saggie misure, che accrebbero il
coraggio ad ogni amator della patria. Per la strada Balbi in quel
giorno crebbero le ostilità delle artiglierie dall'una e dall'altra
parte, quando consigliato il popolo a proporre un aggiustamento,
espose un panno bianco. Venuto a parlamento un uffiziale tedesco,
intese le loro proposizioni, consistenti in richiedere che fossero
lasciate libere le porte; riposti al suo sito i cannoni asportati;
cessata ogni ulterior pretensione di danaro, e di qualsivoglia
altra, benchè menoma, esazione, con dare per questo sei uffiziali
in ostaggio. Rapportate furono al generale Botta e al suo consiglio
quelle dimande, l'ultima delle quali mosse ciascuno a sdegno o riso,
considerata la viltà dei proponenti, e la trionfal maestà di chi udiva
tali proposizioni. La risposta fu, che si voleva tempo a rispondere.
Giudicò bene d'interporsi, per veder pure se si poteva amichevolmente
terminar questa pugna, il _principe Doria_, signore ben veduto dagli
Austriaci, e insieme sommamente amato dal popolo per le sue belle
doti e copiose limosine. Concorse anche per istanza e commission
del governo a sì lodevol impresa il padre Visetti, rinomato sacro
oratore della compagnia di Gesù, siccome persona molto stimata dal
marchese generale Botta. Per quanto questi rappresentasse le triste
conseguenze, che potea produrre la durezza de' Tedeschi contra di sì
numeroso, ardito e disperato popolo, essendo egualmente pregiudiciale
agl'interessi e alla gloria dell'imperadrice regina, il danno che
sovrastava all'armata imperiale, e l'eccidio minacciato della città;
non poterono fissare concordia alcuna. Si arrendeva il generale sul
capitolo dell'esazione richiesta sopra il terzo milione, ma troppo
abborriva il rilasciar le porte. Più volte andò il principe innanzi e
indietro, con rapportar le risposte. Trovatosi il popolo risoluto in
voler la libertà delle porte, parve che Il general Botta inchinasse a
soddisfarlo, con trovarsi poi ch'egli intendeva di una porta, e non
di tutte e due quelle di San Tommaso. Pretesero i Genovesi ch'esso
generale tergiversasse o lavorasse di sottigliezze; ma certo egli si
trovava in un mal passo, perchè, in qualunque maniera ch'egli avesse
operato, mal intese sarebbero state le sue risoluzioni. Cioè se con
cedere avesse calmata quella popolar commozione, gli sarebbe stato
attribuito a delitto l'avere sacrificato l'onore dell'armi imperiali e
l'interesse dell'imperadrice regina, condonando il milione promesso,
e restituendo le porte senza licenza della corte. Se poi non cedeva,
volendo più tosto aspettar la rovina che poi seguitò, sarebbe stato
egualmente esposto al biasimo e alla censura il suo contegno. Dopo il
fatto ognun la fa da giudice e spula sentenze; ma per giudicar bene,
convien mettersi nel vero punto delle cose e delle circostanze prima
del fatto.
Continuarono anche nel dì 9 di dicembre i trattati, ma senza frutto,
talmente che il principe Doria, dopo aver battute tante ragioni e
fatiche, se ne lavò le mani, e si ritirò lungi da Genova. Nè miglior
fortuna ebbe l'eloquenza del padre Visetti. E perchè il generale
austriaco andava prendendo tempo alle risoluzioni, spendendo intanto
speranze e buone parole, pretese il popolo genovese ciò fatto ad arte,
tanto che arrivassero al suo campo le truppe richiamate dalle due
riviere. Tutto questo accresceva l'impazienza e i moti dei Genovesi,
per tentare colla forza la sospirata liberazione. Frequenti furono
in tutti que' dì le pioggie; pure nulla poteva ritenerli dal fare
ogni opportuno preparamento per quell'impresa; nè loro mancò qualche
sperto ingegnere che suggerì i mezzi più adattati al bisogno. Si
videro a folla uomini, donne, ragazzi, e massimamente i facchini,
tutti a gara portare chi fascine, chi palle, chi polve da fuoco e
granate, chi formar palizzate e gabbioni, e chi colle sole braccia
strascinar per istrade sommamente erte cannoni, mortai e bombe. Ne
trassero fino alle alture di _Prea_, o sia _Pietra minuta_: il che
parrebbe inverisimile, mirando quel sito. Parimente postò il popolo
varie altre batterie di cannoni in siti che dominavano San Benigno,
in strada Balbi, all'arsenale e altrove, dove maggiormente conveniva
per offendere i nemici. Non mancavano armi, palle e polve ad alcuno.
Mal digeriva il popolo le dilazioni che andava prendendo il generale
suddetto, e tanto più perchè già si sentivano giunti in Bisagno circa
settecento Tedeschi, ed esserne assai più in moto. Gli fu dunque dato
un termine perentorio sino alle ore 16 del di 10 di dicembre. 0 sia che
in quello spazio di tempo non venisse risposta, o che venisse quale
non si voleva; o sia, come pretesero altri, che l'impaziente popolo
la rompesse prima di quell'ora: certo è, ch'esso diede all'armi, da
che si udì sonar campana a martello nella cattedrale di San Lorenzo,
il cui esempio da tutte l'altre campane della città fu immediatamente
imitato. In concordi altissime voci fu intonato il grido di battaglia,
cioè _viva Maria_, il cui santo nome ispirava coraggio nei petti di
ognuno. Cominciarono con gran fracasso le artiglierie a giocare contro
la commenda di San Giovanni, ed atterrato quel campanile con altre
rovine, fu obbligato quel presidio tedesco a rendersi prigioniere. La
batteria superiore di Prea-minuta bersagliava le porte e l'altura de'
Filippini, scagliando anche bombe e granate sulla piazza del principe
Doria fuori della città dove erano schierate alcune centinaia di
cavalleria nemica. Come stesse il cuore ai Tedeschi all'udir tante
grida di quel numeroso infuriato popolo, e insieme il suono ferale di
tante campane della città, di maggiore efficacia che quel dei tamburi,
io nol so dire. La verità si è, che il generale marchese Botta, già
credendo assai giustificata la sua risoluzione in sì brutto frangente,
fece dar segno di tregua; e, cessato il fuoco, mandò pel padre Visetti
a significare al governo che avrebbe ceduto le porte se gliene fosse
fatta la dimanda. Accettò il governo, e fece il decreto di richiederle.
Ma il popolo rispose di non voler più riconoscere per limosina ciò che
non potea mancare alla propria industria e valore.
Ricominciate dunque le offese, più che mai fieramente continuarono,
finchè gli Austriaci forzati abbandonarono la porta ed altri posti
vicini, siccome ancora la porta di Lanterna e il posto di San Benigno.
Colà, subentrati i popolari, cominciarono dal parapetto delle mura
a fare un fuoco continuo sopra i nemici, e caricato a cartocci il
cannone, tolto loro dinanzi, più volte Io spararono, e non mai in
fallo. Andarono a poco a poco rinculando i Tedeschi dalle alture e da
tutti gli occupati posti, ed uniti poi con gli altri, abbandonarono
anche la piazza del principe Doria, ad altro non pensando che a
ritirarsi verso la Bocchetta e Lombardia. Fu scritto, che giunti alla
chiesa de' trinitarii, arrivarono loro addosso i popolari, e trovandoli
disordinati e intenti a fuggire, ne fecero macello. La verità si
è, che niun combattimento vi succedette. Forse non furono più di
venticinque i Tedeschi uccisi, non più di dodici gli uccisi Genovesi;
e a pochissimi si ridusse il numero de' feriti. Andavano gli Alemanni
accompagnati da varie bombe e da molte cannonate della città; ed avendo
que' della Cava ravvisato il general Botta, appuntarono contro di lui
un cannone, la cui palla a canto a lui sventrò il cavallo del cavalier
Castiglioni, e una scheggia di un muro percosso andò a leggiermente
ferire in una guancia lo stesso generale. Ritiraronsi dunque, venuta la
notte, gli Austriaci con gran fretta e disordine verso la Bocchetta:
posto che prudentemente il generale suddetto avea per tempo fatto
preoccupare sull'incertezza di quell'avvenimento. E buon per loro, che
i Polceverini non si mossero per inseguirli o tagliar loro la strada:
ne potea loro succedere gran male. Fu creduto che quella brava gente
non facesse in tal congiuntura insulto ai fuggitivi, perchè ubbidiente
all'ordine del governo di non prendere l'armi. Si figurarono altri che
il generale austriaco regalasse il capitano della Valle, e gli facesse
credere seguito un aggiustamento: il che non sembra verisimile, stante
l'essere appena cessato lo strepito di tante armi e cannoni, quando
si vide per quella lunga salita andarsene frettolosa la piccola armata
tedesca. Eransi rifugiati più di settecento Alemanni in tre palagi di
Albaro; ma quivi bloccati dai Bisagnini, ed infestati da una frequente
moschetteria, e poscia da un cannone tirato da Genova, furono costretti
ad arrendersi, con venire nel dì 14 di dicembre condotti prigioni alla
città. Altri poi ne furono presi in San Pier d'Arena e in altri luoghi,
di modo che conto si fece che più di quattro mila Austriaci rimasero
nelle forze de' Genovesi, e fra loro circa cento cinquanta uffiziali.
Molti dei primi, perchè non si potè mai riscattarli, vennero meno
di malattie e di stento. E perciocchè quegli uffiziali sparlavano,
pretendendosi non obbligati alla parola data, perchè presi da gente
vile e non decorata del cingolo della milizia, e molto più perchè
gli ostaggi dati dai Genovesi furono mandati nel castello di Milano:
vennero in Genova trasportate ad altro monistero le monache dello
Spirito Santo, e nel chiostro d'esse rinserrati e posti a far orazioni
e meditazioni quegli uffiziali sotto buona guardia. Quegli Alemanni che
restarono in quelle focose azioni feriti riceverono nello spedale della
città ogni più caritativo trattamento.
Tale fu il fine della tragedia del dì 10 di dicembre, terminata la
quale, il popolo vincitore nel dì seguente corse a San Pier d'Arena a
raccogliere le spoglie della felice giornata. Vi si trovarono grossi
magazzini di grano, di panni, di armi e di munizioni da guerra.
Quivi ancora venne alle lor mani non lieve numero di Tedeschi feriti
o malati; buona parte de' bagagli non solo dei poco dianzi fuggiti
uffiziali, ma degli altri ancora che erano passati in Provenza. Furono
eziandio sorprese non poche barche nel porto cariche di grano e d'ogni
altra provvisione per l'armata della suddetta Provenza. Parimente
in Bisagno restarono preda di quel popolo gli equipaggi d'altri
Alemanni. In una parola, ascese ben alto il valore del copiosissimo
bottino, ma non giù a quei tanti milioni che la fama decantò: corse
anche voce che fossero presi cinque muli carichi della pecunia dianzi
pagata da' Genovesi; ma questo danaro non vi fu chi lo vedesse. Per
sì fortunati successi tutta era in festa la città; ma non già que'
forestieri, per qualche ragione aderenti agli Austriaci, che non
poteano fuggire, perchè durante questa terribil crisi non ischivarono
di essere svaligiati. Fu anche messa solennemente a sacco dal popolo
la posta di Milano, ultimamente piantata in quella città. Fin dentro
ai monisteri delle monache andò l'avido popolo a ricercare quanto vi
aveano rifugiato i Tedeschi. All'incontro, l'inviato di Francia, a
cui non si farà già torto in credere che soffiasse non poco in questo
fuoco, ed impiegasse anche buona somma di danaro, spedì tosto per mare
due felucche a Tolone o Marsiglia, dando cento doble a cadauno de'
padroni d'esse, e promettendone altre cento a chi di loro il primo
arrivasse colà, per ragguagliare il _maresciallo duca di Bellisle_ di
sì importante metamorfosi di cose. E se non allora, certamente poco
dipoi spedì anche il governo di Genova lettere premurose al generale
medesimo, e delle altre supplichevoli al re Cristianissimo, implorando
soccorsi. Dopo il fatto declamarono forte i Tedeschi, perchè il loro
generale non avesse tolte l'armi a quella città, non avesse occupato
Belvedere e tutte le porte, ed avesse permesso ai ministri di Francia,
Spagna e Napoli il continuar ivi la loro dimora. Ciò sarebbe stato
contro la capitolazione; ma non importa. Così la discorrevano essi.
Altri poi (e con buon fondamento) asseriscono, che se gli Austriaci
avessero saputo trattar bene quel popolo, e promettergli lo sgravio
di alcuni dazi e gabelle, nulla era più facile che il far proclamare
l'augusta imperadrice signora di quella nobil città. Ma, acciecati dal
lieve guadagno presente, nulla pensarono all'avvenire.
Con rapido volo intanto portò la fama per tutta la Riviera di Levante
l'avviso della liberata città; avviso, che siccome riempiè di terrore
le schiere austriache sparse in Sarzana, Chiavari, Spezia ed altri
luoghi, così colmò di allegrezza quegli abitanti. La gente saggia
d'essi paesi, per evitare ogni maggiore inconveniente, quella fu che
amichevolmente persuase a quelle truppe di andarsene con Dio; e se ne
andarono, ma col cuor palpitante, finchè giunsero di qua dall'Apennino.
Loro furono somministrate vetture, e conceduto lo spazio d'otto giorni
pel trasporto de' loro spedali e bagagli. Un gran dire fu per tutta
Europa dell'avere i Genovesi con risoluzione sì coraggiosa spezzati i
loro ceppi; ed anche chi non gli amava, li lodò. Fu poi comunemente
preteso, che se il ministro austriaco con più moderazione fosse
proceduto in questa contingenza, maggior gloria di clemenza sarebbe
provenuta all'imperadrice regina, ed avrebbono le sue armi sfuggito
questo disgustoso rovescio di fortuna. Non si potè cavar di testa
agli Austriaci, e dura tuttavia, anzi durerà sempre in loro la ferma
persuasione che il governo di Genova manipolasse lo scotimento del
giogo, e sotto mano se l'intendesse col popolo; fingendo il contrario
ne' pubblici atti. Non si può negare: molti giorni prima gran bollore
appariva negli abitanti di Genova, e si tenevano varie combriccole:
del che fu anche avvisata la corte di Vienna, senza che nè essa nè
gli uffiziali dell'armata ne facessero alcun conto, per la soverchia
idea delle proprie forze e dell'altrui debolezza. Pure altresì è vero
che in una repubblica, composta di tanti nobili, ciascun de' quali ha
degl'interessi ed affetti particolari, e fra' quali e il popolo non
passa grande intrinsichezza, sembra che non si potesse ordire una tela
di tante fila, senza che in qualche guisa ne traspirasse il concerto.
Non è capace di segreto un popolo; di tutti i moti della medesima
plebe il governo andò sempre ragguagliando il generale austriaco. Si sa
ancora che niuno de' nobili pubblicamente s'unì col popolo, se non dopo
la liberazione della città. Vero è che il governo comunicò al popolo
la risposta data al generale di non poter pagare un soldo di più, e
si fece correr voce di gravi soprastanti malanni; ma non per questo si
mosse mai il governo contro gli Austriaci.
Rimettendo io a migliori giudizii la decisione di questo punto,
dirò solamente quel poco che da persone assennate e ben istruite di
quegli affari ho inteso. Cioè: che i nobili del governo senza mai
tramare rivolta alcuna, sempre onoratamente trattarono col comandante
austriaco. Ma essere altresì vero che non era loro ignoto meditarsi
dal popolo qualche rivoluzione. Questa poi scoppiò prima del tempo,
e per l'accidente di quel mortaio, cioè quando non erano peranche
all'ordine tutte le ruote. Quali poi fossero le conseguenze di quella
strepitosa mutazion di cose, andiamo a vederlo. Avea bensì il _conte
della Rocca_, comandante l'assedio della cittadella di Savona, avanzati
i lavori sotto la medesima; tuttavia non potè mai, se non all'entrar
di dicembre, procedere con braccio forte: tanta difficoltà si provò
a trar colà tutte le artiglierie e gli ordigni di guerra. Solamente
dunque allora cominciò a battere in breccia quella fortezza: quando
eccoti giugnere l'avviso delle novità occorse in Genova, città distante
non più di trenta miglia. Conobbesi ben tosto che penserebbe quella
repubblica al soccorso di Savona; e però ordine fu dato che dal
Mondovì, da Asti e da altri luoghi del Piemonte colà frettolosamente
passassero alcuni battaglioni di truppe regolate e molte migliaia di
miliziotti, per rinforzare quell'assedio, ed accelerare un sì rilevante
conquisto. In fatti non trascurarono i Genovesi di spignere a quella
volta per mare un grosso convoglio di gente e di munizioni da bocca e
da guerra, scortato da tre galere. Inviarono anche per terra un corpo
di forse tre o quattro mila volontarii pagati nondimeno dal pubblico;
ma inviarono tutto indarno. Veleggiavano per quel mare le navi inglesi,
che avrebbero ingoiato il convoglio, forzato perciò a retrocedere;
e per terra esso conte della Rocca con forze molto superiori venne
incontro alle brigate genovesi di terra; laonde queste giudicarono
meglio di riserbare ad altre occasioni la loro bravura. Continuarono
pertanto le ostilità e gli assalti, ne' quali perì qualche centinaio
di Piemontesi, talchè la guernigione del castello di Savona composta
di mille e cento uomini, perduta ogni speranza di soccorso, dovette
nel dì 19 di dicembre rendersi prigioniera e cedere la piazza: colpo
ben sensibile ai Genovesi, sì per la qualità del luogo, dove il porto
da essi interrito se risorgesse, siccome uno dei migliori e più sicuri
porti del Mediterraneo, darebbe un gran tracollo al commercio della
stessa Genova, e sì perchè la real casa di Savoia su quella città,
per cessione fattane dai marchesi del Carretto, ha sempre mantenuto
vive le sue ragioni; e queste, colla giunta del possesso, venivano ad
acquistare un incredibil vigore. Trovossi in quella fortezza gran copia
di cannoni di bronzo.
Non provò già un'egual felicità l'impresa di Provenza. Sì perniciosa
influenza ebbero le novità di Genova sopra i disegni degli
Austriaco-Sardi in quelle contrade, che tutti andarono a voto. Da
Genova aveano da venire i grossi cannoni e i mortai per vincere il
forte d'Antibo, e procedere poscia alle offese di Tolone. Di là ancora
si dovea muovere buona parte delle vettovaglie necessarie al campo,
e delle munizioni da guerra. Ebbe il generale _conte di Broun_ un bel
aspettare: s'era cangiato di troppo il sistema delle cose di Genova.
Sicchè tutte le prodezze di quell'esercito si ridussero a fare degli
inutili giocolini sotto Antibo, e a liberamente passeggiare per quella
parte di Provenza, tanto per esigere contribuzioni, quanto per tirarne
foraggi e viveri da far sussistere l'armata. Era giunta, siccome
dissi, l'ala sinistra d'essi fino a Castellana, luogo comodo per far
contribuire le diocesi di Digne, Sanez e Riez dell'alta Provenza.
Niun ostacolo aveano trovato ai lor passi, giacchè il _marchese di
Mirepoix_, troppo smilzo di truppe, andava saltellando qua e là alla
difesa delle rive de' fiumi, ma senza voglia alcuna di affrontarsi co'
nemici. Arrivò poscia al comando dell'armi franzesi in Provenza il
maresciallo _duca di Bellisle_, ed era in cammino a quella volta il
gran distaccamento d'armati mosso dalla Fiandra, per somministrargli
i mezzi di frenare il corso de' nemici, ed anche per obbligarli alla
ritirata. Corrieri sopra corrieri spediva egli per affrettare il loro
arrivo; ma più l'affrettavano i desiderii e le orazioni a Dio de'
Provenzali, che o provavano di fatto o sentivano accostarsi l'oste
nemica. Intanto il _generale Botta_, tenendo forte la Rocchetta, piantò
il suo quartier generale a Novi, e fu rinforzato di nuova gente; ma
perciocchè da gran tempo andava egli chiedendo alla corte di Vienna la
permissione di passare alla sua patria Pavia, per cagione d'alcuni suoi
abituali incomodi di salute, maggiormente rinforzò le suppliche sue per
ottenere questa licenza, e in fine l'ottenne.
Nè si dee tacere che nel di 15 d'agosto dell'anno presente un colpo
di apoplessia portò all'altra vita _Giuseppe Maria Gonzaga_, duca
di Guastalla, principe a cui furono sì familiari le alienazioni
di mente, che stette sempre in mano della duchessa _Maria Eleonora
di Holstein_ sua moglie, e de' ministri il governo di quel popolo:
popolo ben trattato e felice in tal tempo, e popolo che sommamente
deplorò la perdita di lui. Essendo egli mancato senza prole, terminò
quell'illustre ramo della casa Gonzaga, e restò vacante il ducato di
Guastalla, quello di Sabbioneta e il principato di Bozzolo. Al feudo
della sola Guastalla era chiamato il conte di Paredes spagnuolo della
nobil casa della Cerda, in vigore delle imperiali investiture, siccome
discendente da una Gonzaga di quella linea. Sugli allodiali giuste e
incontrastabili ragioni competevano al duca di Modena. Il bello fu che
l'imperadrice regina fece prendere il possesso di tutti quegli Stati e
beni, quasichè fossero dipendenze dello stato di Milano o del ducato di
Mantova: del che fece querele il consiglio dell'imperadore consorte,
con pretenderli spettanti alla sola giurisdizione sua. Fu intorno a
questi tempi che gli Austriaci usarono una prepotenza, la qual certo
non fece onore nè alla nazione alemanna, nè all'augusta imperadrice,
a cui pure stava cotanto a cuore il pregio della giustizia e della
clemenza. Cioè inviarono nel Ferrarese a fare un'esecuzione militare
sugli allodiali della serenissima casa d'Este, benchè spettanti, in
vigore di donazione paterna, in usufrutto alle principesse _Benedetta_
ed _Amalia_ sorelle del duca di Modena, intimando per essi una grossa
contribuzione di danari e di naturali, fiancheggiata dalle minaccie
di vendere tutte le razze de' cavalli, bestie bovine, grani e foraggi
di quelle tenute. Operarono essi nello Stato di Ferrara con autorità
non minore, come se si trattasse di un paese di conquista, e ciò con
detestabil dispregio della sovranità pontifizia. Per non vedere la
rovina di que' beni, forza fu di accordar loro quanto vollero in gran
somma di danaro. Impiegarono poscia il nunzio pontifizio ed anche
l'inviato del re di Sardegna i lor caldi uffizii presso le loro cesaree
maestà, rappresentando il grave torto fatto ad innocenti principesse,
e l'obbligo di rifondere almeno il denaro indebitamente percetto.
Si ha tuttavia da vedere il frutto delle loro istanze, e lo scarico
dell'imperiale coscienza. Nè fu men grande l'altra prepotenza, con
cui trattarono il ducato di Massa di Carrara, non di altro reo, se
non perchè quella duchessa _Maria Teresa Cibò_, sovrano sola di tale
Stato, era congiunta in matrimonio col _principe ereditario_ di Modena.
Da esso popolo ancora colle minaccie di ogni più fiero trattamento
estorsero una rigorosa contribuzione, tuttochè questa non fosse guerra
d'imperio. In che libri mai (convien pur dirlo) studiano talvolta i
potenti cristiani? Certo non sempre in quei del Vangelo. Ma ho fallato.
Doveva io dir ciò non dei principi, che tutti oggidì son buoni, ma di
que' ministri adulatori e senza religione, che tutto fanno lecito al
principe, per maggiormente guadagnarsi l'affetto e la grazia di lui.
Sullo spirare dell'anno presente gran romore ancora cagionò in Napoli
l'affare della sacra inquisizione. Ognun sa quale avversione abbia
sempre mantenuto e professato quel popolo a sì fatto tribunale. Ma
perciocchè la conservazion della religione esige che vi sia pure chi
abbia facoltà di frenare o gastigare chi nutrisce sentimenti e dottrine
contrarie alla medesima; e questo diritto in Italia è radicato almeno
ne' vescovi, aveano gli arcivescovi di Napoli col tacito consenso dei
piissimi regnanti introdotta una spezie di inquisizione, con avere
carceri apposta, consultori, notai e sigillo proprio, per formare
segreti processi, e catturare i delinquenti. Quivi anche si leggeva
scolpito in marmo il nome del _santo uffizio_. Trovò lo zelantissimo
e dignissimo _cardinale Spinelli_, arcivescovo di quella metropoli
così disposte le cose; ed anch'egli teneva in quelle carceri quattro
delinquenti solenni, processati per materia di fede, da due dei quali
fu anche fatta una semipubblica abiura. Però egli pretese di non aver
fatta novità; ma fu poscia preteso il contrario dalla corte. Ne fece
grave doglianza il popolo, commosso da chi più degli altri mirava di
mal occhio come introdotta sotto altro verso l'inquisizione; laonde
l'eletto d'esso popolo, con rappresentare al re turbate le leggi
del regno, e vilipese le antiche e recenti grazie regali in questo
particolare concedute ai suoi sudditi, ebbe maniera d'indurre il re
a pubblicare un editto, in cui annullò e vietò tutto quell'apparato
di novità, bandì due canonici, ed ordinò che da lì avanti la curia
ecclesiastica procedesse solamente per la via ordinaria, e colla
comunicazion de' processi alla secolare, con altri articoli che non
importa riferire; ma con tali formalità, che si potea tenere come
renduta inutile in questo particolare la giurisdizione episcopale.
Giudicò bene la corte di Roma d'inviare a Napoli il _cardinale Landi_,
arcivescovo di Benevento, personaggio di sperimentata saviezza, per
trattare di qualche temperamento all'editto. Qual esito avesse l'andata
di lui, non si riseppe. Solamente fu detto, che affacciatisi alla
di lui carrozza alcuni di quegli arditi popolari, gli minacciarono
fin la perdita della vita, se non si partiva dalla città. Meritossi
il re per quell'alto dal popolo un regalo di trecento mila ducati
di quella moneta. Vuolsi anche aggiugnere, che durando i mali umori
nella Corsica, nè potendo i Genovesi accudire a quegli interessi,
perchè distratti da più importante impegno, le più forti case di
quell'isola tumultuarono di nuovo, discontente del governo di Genova,
quasichè non mantenesse le promesse de' capitoli stabiliti, e insieme
disingannata che altre potenze non davano che parole: s'impadronirono
della città e del castello di Calvi, della fortezza di San Fiorenzo e
di altri luoghi. Avendo poscia chiamati ad una dieta generale i capi
delle pievi, stabilirono una democrazia e reggenza, che da lì innanzi
governasse il paese. Fu detto che dopo avere il popolo in Genova prese
le redini, e ripigliata la libertà, implorasse l'aiuto dei Corsi, con
promettere loro il godimento di qualsiasi antico privilegio. Ma fatta
questa esposizione a gente che più non si fidava, niun buon effetto
produsse. A tanti guai, che renderono quest'anno di troppo lagrimevole
in Lombardia, si aggiunse il flagello dell'epidemia e mortalità
de' buoi, che fece strage in Piemonte e Milanese, e passò anche nel
Reggiano, Modenese e Carpignano, e toccò alquante ville del Bolognese
e Ferrarese. Povere lasciò molte famiglie, e cessò dipoi nel verno.
E tale fu il corso delle bellicose imprese ed avventure di quest'anno
in Italia; alle quali si vuol aggiugnere, che nel dì 29 di giugno la
santità di _papa Benedetto XIV_ con gran solennità celebrò in Roma
la canonizzazione di cinque santi. Fu anche dal medesimo pontefice,
correndo il mese d'aprile approvato un nuovo ordine religioso,
intitolato la congregazione de' _Cherici Scalzi della passion_ di Gesù
Cristo il cui istituto è di promuovere la divozion de' fedeli verso la
stessa passione con le missioni ed altri pii esercizii.
Quanto alle guerre oltramontane, non potè nè pure il verno trattener
l'armi franzesi da nuovi acquisti. Sul principio di febbraio, al
dispetto de' freddi, delle pioggie e dei fanghi, il prode maresciallo
di Francia _conte di Sassonia_, raunato un esercito di quaranta mila
persone, dopo aver preso alcuni forti, all'improvviso si presentò sotto
la riguardevol città di Brusselles, e senza dimora eresse batterie
e minacciò la scalata. Non passò il di 20 di detto mese, che quella
numerosa guernigione di truppe olandesi rendè la città e sè stessa
prigioniera di guerra. Gran treno d'artiglieria quivi si trovò. Immenso
danno e tristezza cagionò nei dì 25 del seguente marzo a tutta la
Francia un orribile incendio, succeduto (non si seppe se per poca
cautela, o per malizia degli uomini) nel gran magazzino della compagnia
dell'Indie, situato nel porto d'Oriente sulle coste marittime della
Bretagna. A più e più milioni si fece montare il danno recato da quelle
fiamme, tanto alla regia camera, che alla compagnia suddetta. D'altro
in questi tempi non risonavano i caffè che di vicina pace, quando tutti
questi aerei castelli svanirono al vedere che il re Cristianissimo
_Luigi XV_ partitosi da Versaglies nel dì 4 di maggio, entrò in
Brusselles, e poscia in Malines, e mise in un gran moto le divisioni
della sua potentissima armata. Conobbesi allora che guerra e non pace
avea anche nell'anno presente a far gemere la Fiandra e l'Italia. Dove
tendessero le mire de' Franzesi, si fece poi palese ad ognuno nel dì
20 del suddetto mese, essendosi presentato un gran corpo d'essi sotto
la nobil ed importante città d'Anversa; ancorchè fosse preveduto questo
colpo, tuttavia gli alleati, siccome troppo inferiori di forze, dovendo
accudire a molti luoghi non l'aveano rinforzata di sufficiente nerbo
di gente per sostenerla. V'entrarono dunque pacificamente i Franzesi,
e tosto si applicarono a formar l'assedio di quella cittadella,
guernita d'un presidio di due mila persone. Non son più quei tempi che
gli assedii durano mesi ed anni. Ai Franzesi spezialmente, che han
raffinata l'arte di prender le piazze, costa poco tempo il forzarle
a capitolare. In fatti, nel dì ultimo di maggio il comandante della
cittadella suddetta giudicò meglio di cederla agli assedianti, con
ottener delle convenevoli condizioni, ma insieme con lasciare ai
Franzesi anche i forti esistenti lungo la Schelda.
Dopo sì glorioso acquisto se ne tornò il re Cristianissimo a
Versaglies, per assistere al parto della delfina; e il principe di
Conty, a cui fu confidato il supremo comando dell'armi in Fiandra,
imprese nel dì 17 di giugno l'assedio della città di Mons. Incamminossi
intanto verso la Fiandra il principe _Carlo di Lorena_, per assumere
il comando dell'armata collegata, nel mentre che lentamente marciava
dalla Germania un copioso corpo di milizie austriache a rinforzarla.
Ma vi arrivò ben tardi, e non mai giunsero l'armi d'essi alleati
a tal nerbo da poter impedire i progressi delle milizie franzesi.
L'aver dovuto accorrere gl'Inglesi, ed anche gli Olandesi, alla guerra
bollente in Iscozia, sconcertò di troppo le lor misure in Fiandra, ed
agevolò ai Franzesi il buon esito d'ogni loro impresa. In fatti, la
sì forte città di Mons, dopo una vigorosa difesa nel dì 12 di luglio
dovette soccombere alla forza dei Franzesi, e la guernigione di circa
cinque mila collegati non potè esentarsi dal restar prigioniera di
guerra. La medesima fortuna corse dipoi la fortezza di san Ghislain,
al cui presidio nel dì 24 di luglio altra condizione non fu accordata
che quella di Mons. Ciò fatto, passarono i Franzesi all'assedio di
Charleroy, piazza che nel dì 2 d'agosto si trovò costretta a mutar
padrone, con restar prigioni di guerra i suoi difensori. Inutili
erano riusciti fin qui tutti i maneggi fatti dalle cesaree maestà per
far dichiarare guerra dell'imperio la presente, avendo i principi e
le città della Germania, fomentate spezialmente dal re di Prussia,
ricusato di far sua la causa dell'augusta casa d'Austria. Nè la corte
di Francia avea mancato di divertir la dieta Germanica dall'entrare
in verun impegno, con assicurarla che dal canto suo non s'inferirebbe
molestia alcuna alle terre dell'imperio. Questo contegno fece credere
a molti che la nazion germanica coll'ultima mutazion di cose si
fosse alquanto emancipata: il che da altri veniva riprovato, sul
riflesso, che il lasciare la briglia al sempre maggiore ingrandimento
della Francia era un preparar catene col tempo alla Germania stessa.
In fatti, non ostante le lor belle promesse, allorchè i Franzesi
s'avvidero di poter fare un bel colpo, non sentirono scrupolo a rompere
i confini delle terre germaniche, e ad impossessarsi nel dì 21 di
agosto di Huy, appartenente al principato di Liegi, e di fortificarlo,
tuttochè sia da credere che assicurassero il cardinale principe di
nulla voler usurpare del suo dominio. L'occupazione di quel posto
avea per mira di obbligare l'esercito collegato a ripassar la Mosa
per la penuria de' viveri, siccome appunto avvenne. Allora fu che il
maresciallo conte di Sassonia si appigliò a formare l'assedio di Namur,
piazza fortissima, se pur alcuna di forte v'ha contro i Franzesi; e
nel dì 11 di settembre cominciarono a far fuoco le batterie. Non era
molto lungi di là l'esercito de' collegati; ma il maresciallo, che
ben situato copriva l'assedio, non si sentiva voglia di accettare
l'esibizion d'una battaglia. Fino al dì 20 del suddetto mese fece
resistenza la città di Namur, e quella guernigione ne accordò la resa,
per ritirarsi alla difesa del castello, sotto cui fu immediatamente
aperta la trincea. Non andò molto che la breccia fatta consigliò a
que' difensori nel dì 30 del settembre suddetto di prevenire i maggiori
pericoli, con proporre la resa della piazza, ma senza potersi esentare
dal rimaner prigioniera di guerra.
Le apparenze erano, che, terminata sì felice impresa, prenderebbero
riposo l'armi franzesi; e tanto più perchè in questi tempi rondava una
potente flotta inglese, con animo di qualche irruzione sulle coste di
Francia, alla difesa delle quali parea che avesse da accorrere parte
della franzese armata. Così non fu. Il maresciallo _conte di Sassonia_,
dopo avere colla presa di Namur ridotti i Paesi Bassi austriaci in
potere del re Cristianissimo, sentendosi molto superior di forze
all'oste de' collegati, meditava pur qualche altro colpo di mano contra
de' medesimi. Per coprire Liegi dagl'insulti de' Franzesi, s'era in
varii siti ben postata l'armata d'essi alleati fra Mastricht e quella
città. Spedì il maresciallo un forte distaccamento verso lo stesso
Mastricht, affinchè se il _principe Carlo di Lorena_, che in quelle
vicinanze avea fissato il quartiere con grosso corpo di gente, volesse
accorrere in difesa de' suoi, egli potesse assalirlo per fianco.
Ciò fatto nel dì 7 d'ottobre a bandiere spiegate marciò contro l'ala
sinistra de' collegati, comandata dal _principe di Waldech_, generale
degli Olandesi, in vicinanza di Liegi. Per più ore durò il fiero
combattimento. Fu detto che due reggimenti di cavalleria olandese, come
se bruciasse l'erba sotto i loro piedi, si ritirassero dal conflitto.
Certo è che in fine gli alleati, senza potere ricevere soccorso dal
principe di Lorena, piegarono, e ritirandosi, come poterono il meglio,
lasciarono il campo di battaglia ai vincitori Franzesi. Si sparse voce
che quattro mila collegati vi avessero perduta la vita, e che in mano
de' Franzesi restassero molti cannoni, bandiere e stendardi, con grosso
numero di prigionieri tra sani e feriti. Pretesero altri che non più di
mille fossero da quella parte gli estinti; nè si seppe quanto costasse
a' Franzesi la loro vittoria. Passarono poscia i vincitori, divisi in
varie parti, a godere i quartieri del verno.
Altra guerra fu nell'anno presente tra i Franzesi e gl'Inglesi. Riuscì
a questi ultimi di torre agli altri, nell'America settentrionale,
capo Bretone, posto di somma importanza, e riputato dagl'Inglesi
d'incredibil utilità per la pesca di quei contorni. All'incontro i
Franzesi, siccome accennammo nel precedente anno, colla spedizione
del cattolico principe di Galles _Carlo Odoardo Stuardo_, aveano
attaccato il fuoco nella Scozia, e con quella diversione facilitati a
sè i progressi nei Paesi Bassi austriaci. Trovò quel principe fra que'
popoli gran copia di aderenti alla real sua casa, che presero l'armi,
e sparsero il terrore sino nel cuore dell'Inghilterra; perciocchè
venne a lui fatto di dare una rotta alle truppe inglesi a Preston, e
poi nel di 28 di gennaio a Falkirk, di prendere Carlisle, Inverness,
e di fare altre conquiste nei confini della stessa Inghilterra. Per
dubbio che qualche cattivo umore si potesse covare in Londra stessa,
prese il re _Giorgio II_ la precauzione di tenere alla guardia d'essa
città e della real corte un buon sussidio di soldatesche: ed inviò
il suo secondogenito _Guglielmino Augusto duca di Cumberland_ con
gagliarde forze contra del principe Stuardo. Varie furono le vicende
di quella guerra; ma si venne a conoscere che gl'Inglesi non amavano
di mutar regnante, e si mostravano zelanti della conservazion della
real casa di Brunsvich. All'incontro non s'udiva che imbarco di
soccorsi franzesi spediti di tanto in tanto al principe suddetto;
e pur egli, a riserva di alquanti ufficiali irlandesi e di poche
milizie franzesi, non ricevette mai rinforzo alcuno di gente bastante
a continuare la buona fortuna dell'armi sue. Troppe navi inglesi
battevano il mare, e custodivano le coste, per impedire ogni sbarco
di truppe straniere. Andarono finalmente a fare naufragio tutte le
speranze del principe Stuardo in un fatto d'armi accaduto nel dì 27
di aprile presso d'Inverness, dove l'esercito suo rimase disfatto.
Peggiorarono poi da lì innanzi i di lui affari; molti anche della
primaria nobiltà di Scozia ed anche lordi suoi seguaci, caddero in mano
del duca di Cumberland, ed alquanti di loro lasciarono poi la vita
sopra un catafalco in Londra. Le avventure dello sventurato principe
per salvar la sua vita, mentre da tutte le parti si facea la caccia di
sua persona, tali furono dipoi, che di più curiose non ne inventarono
i romanzi. Contuttociò ebbe la fortuna di giugnere felicemente nelle
spiagge di Francia sano e salvo nel mese di ottobre; e passato alla
corte di Versaglies, si vide colle maggiori finezze ed onori accolto,
come principe di gran valore e senno, dal re Cristianissimo _Luigi XV_.
Sbrigati che furono gl'Inglesi da questo fiero temporale, pensarono
anch'essi alla vendetta; e a questo fine allestirono un possente stuolo
di navi con più migliaia di truppe da sbarco. Non era un mistero questo
lor disegno, e però si misero in buona guardia le coste della Francia.
Sul fine appunto del mese di settembre comparve la flotta inglese alle
vicinanze di Porto-Luigi in Bretagna, sperando di mettere a sacco
il porto di Oriente, dove si conservano i magazzini della compagnia
dell'Indie, ricchi di più milioni. Ne era già stato trasportato il
meglio. Sbarcarono gl'Inglesi; fecero del danno alla compagnia; ma
invece di superar quel porto, ne furono rispinti colla perdita di molta
gente, e di alcuni pochi pezzi di cannone. Quattro lor navi ancora,
rapite da vento furioso, andarono a trovar la loro rovina in quegli
scogli. Tornarono essi da lì a non molto a fare un altro sbarco, e non
ebbero miglior fortuna; se non che lasciarono in varii luoghi de' vivi
monumenti della lor rabbia, collo aver dato alle fiamme alcune ville
e conventi di religiosi nella suddetta provincia di Bretagna. Gran
tesoro costò loro quella spedizione, e non ne riportarono che danno e
pentimento.
Anno di CRISTO MDCCXLVII. Indizione X.
BENEDETTO XIV papa 8.
FRANCESCO I imperadore 3.
Furono alquanto lieti i principii dell'anno presente, perchè gli
accorti monarchi fecero vedere in lontananza agli afflitti lor
popoli un'iride di pace come vicina. Imperciocchè si mirò destinata
Bredà in Olanda per luogo del congresso, e spediti plenipotenzarii
per trattarne, e convenire delle condizioni. La gente, credula alle
tante menzogne delle gazzette, si figurava già segretamente accordati
Franzesi, Spagnuoli ed Inglesi nei preliminari; e a momenti aspettava
la dichiarazione di un armistizio, cioè un foriere dello smaltimento
delle minori difficoltà, per istabilire una piena concordia. Ma poco
si stette a conoscere, che tante belle sparate di desiderar la pace
ad altro non sembravano dirette che a rovesciare sulla parte contraria
la colpa di volere continuata la guerra, onde presso i proprii popoli
restasse giustificata la continuazion degli aggravii, e tollerati i
danni procedenti dal maneggio di tante armi. Trovaronsi in effetto
inciampi sul primo gradino. Cioè si misero in testa i Franzesi di non
ammettere al congresso i plenipotenziarii dell'imperadore, perchè non
riconosciuto tale da essi; nè della regina d'Ungheria, per non darle
il titolo a lei dovuto d'imperatrice; nè del re di Sardegna, perchè
non v'era guerra dichiarata contra di lui. Tuttavia non avrebbe tal
pretensione impedito il progresso della pace, se veramente sincera
voglia di pace fosse allignata in cuore di que' potentati; perchè
avrebbero (come in fatti si pretese) potuto i ministri di Francia,
Inghilterra ed Olanda comunicar tutte le proposizioni e negoziati
ai ministri non intervenienti; e convenuto che si fosse dei punti
massicci, ognun poscia avrebbe fatta la sua figura nelle sessioni. Ma
costume è dei monarchi, i quali tuttavia si sentono bene in forze,
di cercar anche la pace per isperanza di guadagnar più con essa che
coll'incerto avvenimento dell'armi. Alte perciò erano le pretensioni di
ciascuna delle parti, e in vece di appressarsi, parve che sempre più si
allontanassero quei gran politici. Ciò che di poi cagionò maraviglia,
fu il vedere che nè pure al signor di Mancanas, plenipotenziario di
Spagna, fu conceduto l'accesso ai congressi, quando le apparenze
portavano, che le corti di Versaglies e Madrid passassero di
concerto, e fosse tornata fra loro una perfetta armonia. Veramente il
cannocchiale degl'Italiani non arrivava in questi tempi a discernere le
mire ed intenzioni arcane del gabinetto di Madrid. Le truppe di quella
corona seguitavano a fermarsi in Aix di Provenza, senza che apparisse
se le medesime si unissero mai daddovero colle franzesi, benchè si
scrivesse che le spalleggiassero, allorchè, siccome diremo, obbligarono
i nemici a retrocedere. Ne fu poi ordinata una non lieve riforma, e
il resto andò a svernare in Linguadoca, con prendere riposo l'infante
_don Filippo_ e il _duca di Modena_ in Mompellieri. Nel medesimo
tempo si attendeva forte in Madrid al risparmio per rimettere, come si
diceva, in migliore stato l'impoverito regno, annullando spezialmente
le tante pensioni concedute dal re defunto; e pur dicevasi, farsi leva
di nuove milizie per ispedirle in Provenza. Fluttuava del pari anche
la repubblica d'Olanda fra due opposti desiderii, cioè quello di non
entrare in guerra dichiarata contro la Francia, minacciante oramai i di
lei confini; e l'altro di mettere una volta freno dopo tante conquiste
agli ulteriori progressi di quella formidabil potenza. La conclusione
intanto fu, che ognun depose per ora il pensier della pace; giacchè
quei soli daddovero la chieggono che son depressi, e non si sentono più
in lena per continuare la guerra.
Passarono il gennaio in Provenza gli Austriaco-Sardi, ma in cattiva
osteria, combattendo più co' disagi che co' Franzesi, i quali andavano
schivando le zuffe, sperando poi di rifarsi allorchè fossero giunte
le numerose brigate di Fiandra. Bisognava che quell'armata aspettasse
la sussistenza sua in maggior parte dal mare, venendo spedite le
provvisioni per uomini, cavalli e muli da Livorno, Villafranca e
Sardegna. Ma il mare è una bestia indiscreta, massimamente in tempo di
verno. Però, tardando alle volte l'arrivo de' viveri, uomini e cavalli
rimanevano in gravi stenti; e giorno vi fu che convenne passarlo senza
pane. Tutto il commestibile costava un occhio non osando i paesani
di portarne, o facendolo pagar carissimo, se ne portavano. Soffiarono
talvolta sì orridi venti, che i soldati sull'alto della montagna nè pur
poteano accendere o tener acceso il fuoco. Trovavansi anche non pochi
di loro senza scarpe e camicie, da che s'erano perduti i magazzini di
Genova. Ora tanti patimenti cagion furono che entrò nell'esercito un
fiero influsso di diserzione, fuggendo chi potea alla volta di Tolone,
dove speravano miglior trattamento. Tanti ne arrivarono colà, che il
comandante della città non volle più ammetterli entro d'essa per saggia
sua precauzione. Caddero altri infermi, e conveniva trasportarli fino a
Nizza, per dar luogo ad essi negli spedali della Riviera. Per quindici
dì que' cavalli e muli non videro fieno o paglia, campando massimamente
con pane e biada, e questa anche scarsa alle volte. Chi spacciò che
furono forzati a cibarsi delle amare foglie degli ulivi, dovette
figurarsi che i cavalli fossero capre. Arrivò la buona gente fino a
credere che que' cavalli per la soverchia fame mangiassero la minuta
ghiaia del lido del mare, senza avvedersi che queste erano iperboli o
finzioni di chi si prende giuoco della stolta credulità altrui. Quel
che è certo, non pochi furono i cavalli e muli che quivi lasciarono le
lor ossa, e gli altri notabilmente patirono, e parte restarono inabili
al mestier della guerra. Intanto a questo gran movimento d'armi non
succedea progresso alcuno di conseguenza. Ridevasi il forte di Antibo
dei Croati lasciati a quel blocco, che non poteano rispondere alle
cannonate, se non con gl'inutili loro fucili. Però fu spediente di
trarre da Savona con licenza del re sardo quanta artiglieria grossa
occorreva per battere quella Rocca; e in quel frattempo le navi inglesi
la travagliarono con gran copia di bombe, le quali recarono qualche
danno alla terra, senza nondimeno intimorir punto i difensori di quel
forte. Giunsero finalmente i grossi cannoni, ma giunsero troppo tardi.
Imperciocchè si cominciò ad ingrossare l'esercito franzese co'
corpi di gente, che dalla Fiandra pervenuti a Lione, senza dilazione
andavano di mano in mano ad unirsi col campo del _maresciallo duca di
Bellisle_. Avea questi raunate alcune migliaia di miliziotti armati; e
da che si trovò rinforzato dalla maggior parte delle truppe regolate,
divisò tosto la maniera di liberar la Provenza dalla straniera
armata. Scarseggiava forte anch'egli di viveri e foraggi, perchè
venne a militare in luoghi dove niun magazzino si trovò preparato, e
difficilmente ancora non si potea preparare per mancanza di giumenti.
Fiera strage anche in que' paesi avea fatto la mortalità de' buoi.
Ebbe nondimeno il contento di udire che le truppe spedite di Fiandra,
ancorchè stanche e malconcie, nulla più sospiravano che di essere a
fronte de' nemici, e chiedevano di venire alle mani. La prima impresa
ch'ei fece, fu di spedire alla sordina un distaccamento d'alquante
brigate de' suoi alla volta di Castellana, dove stava di quartiere
il generale austriaco conte di Neuhaus con dodici o quattordici
battaglioni. Dopo gagliarda difesa toccò a questi di cedere a chi
era superiore di forze, con lasciar quivi alcune centinaia di morti
e prigioni, e si contò fra gli ultimi lo stesso generale ferito
con buon numero d'altri uffiziali. Non gli sarebbe accaduta questa
disavventura se avesse fatto più conto del parere del giovane marchese
d'Ormea che si trovò a quel conflitto. Di meglio non succedette in
alcuni altri luoghi agli Austriaco-Sardi: laonde il generale _conte
di Broun_, all'avviso delle tanto cresciute forze nemiche, fatto
sciogliere l'assedio di Antibo e rimbarcare l'artiglieria, si andò poi
ritirando a Grasse. Quindi, fatte tutte le più savie disposizioni, sul
principio di febbraio cominciò la sua cavalleria a ripassare il Varo,
e fu poi seguitata dalla fanteria, senza che nel passaggio occorresse
sconcerto o danno alcuno notabile, ancorchè non lasciasse qualche corpo
di Franzesi d'insultarli. Penuriavano di tutto, come dissi, anche i
Franzesi in quel desolato paese; e però non poterono operare di più.
Ecco dove andò a terminare la strepitosa invasione della Provenza.
Assaissimi danni recò ben essa a que' poveri abitanti; ma pagarono
caro gli Austriaco-Sardi il gusto dato alla corte di Londra; perchè,
oltre ai non lievi patimenti ivi sofferti, fu creduto che l'esercito
loro tornasse indietro sminuito almeno d'un terzo; e la lor bella
cavalleria per la maggior parte si rovinò, talchè nè pel numero nè per
la qualità si riconosceva più per quella che andò. Restò alla medesima
anche un altro disagio, cioè di dover passare in tempo di verno e
di nevi per le alte montagne di Tenda: sì, se volle venir a cercare
riposo in Lombardia, dove ancora per un gran tratto di via l'accompagnò
la fame a cagion della mancanza de' foraggi. Quanto ai Provenziali,
non lievi furono, ma non indiscrete le contribuzioni loro imposte.
La necessità di scaldarsi, di far bollire la marmitta, cagion fu che
dovunque si fermarono le truppe nemiche restarono condannate tutte le
case a perdere i loro tetti. Non ha per lo più quella bella costiera di
montagne, che si stende dal Varo verso Marsiglia, se non ulivi, fichi e
viti. Ordine andò del generale Broun che si risparmiassero, per quanto
mai fosse possibile, gli ulivi, onde si ricavano olii sì preziosi,
non so ben dire, se per solo motivo di generosa carità, o perchè la
provincia si esibisse di fornirlo in altra maniera di legna. Ben so
che, a riserva d'un mezzo miglio intorno all'accampamento di Cannes,
dove tutte quelle piante andarono a terra, e di qualche altro luogo,
dove non si potè di meno nella ritirata, rimasero intatti gli ulivi; e
che esso conte di Broun riportò in Italia il lodevole concetto di molta
moderazione, pregio che di rado si osserva in generali ed armate che
giungono a danzare in paese nemico. Per questo, e in considerazione
molto più del suo valore e prudenza, venne egli dipoi eletto general
comandante dell'armi cesareo-regie in Italia. Quel che è da stupire,
non ebbe già sì buon mercato la città e territorio di Nizza, tuttochè
dominio del re di Sardegna. Quivi legna da bruciare non si truova, e
v'è portata dalla Sardegna, o si provvede dalla vicina Provenza. Pel
bisogno di tanta gente, che quivi o nella venuta o nel ritorno ebbe a
fermarsi, si portò poco rispetto agli ulivi, cioè alla rendita maggiore
di quegli abitanti: danno incredibile, considerato il corso di tanti
anni che occorre per ripararlo. Prima di questi tempi trovandosi in
Nizza il re di Sardegna bene ristabilito in salute, benchè le montagne
di Tenda fossero assai guernite di neve, pure volle restituirsi alla
sua capitale. Giunse pertanto a Torino nel dì 15 di gennaio, e somma
fu la consolazione e il giubilo di que' cittadini in rivedere il loro
amato e benigno sovrano.