Qui mia intenzione era di deporre la penna; e l'avrei fatto, se i
consigli di più d'uno non m'avessero spinto a mostrarmi inteso di
quanto ha scritto un moderno giornalista anonimo contra di questi
Annali, cioè contro di me, con una censura, la quale può dubitarsi
che convenga ad onesto scrittore. Certamente tanti e tanti, che han
letto le adirate sue parole senza leggere essi Annali, abbisognano di
qualche lume, per non essere condotti ad un sinistro giudizio da sì
appassionato scrittore. Mi vuol egli dunque processare quasi per troppo
parziale degli antichi imperadori. Ma sappia ch'io non ho mai pensato
a farmi punto di merito nè cogli antichi nè co' moderni Augusti. Il
solo amore della verità, o di quanto io credo verità, quello è che
guida la mia penna; e la verità non può chiamarsi guelfa o ghibellina.
Ho io trovato in troppe storie che, negli antichi secoli non si potea
consecrare l'eletto papa senza il consenso degli imperadori. Avrebbe
desiderato il censore, che io non avessi toccato questa particolarità,
o pur l'avessi chiamata iniquità ed usurpazione. Ho io dato nome
d'_uso_ od _abuso_ a quel rito durato per più secoli, nè a me tocca
dirne di più. Lo stesso san Gregorio il Grande se ne servì per
sottrarsi al pontificato; tanti altri sommi pontefici furono lontani
dal disapprovarlo; e in un concilio, tenuto da uno degli stessi papi,
quest'uso fu appellato _rito canonico_. Doveva il giornalista osservare
che io lodai la libertà da più secoli in qua goduta per la elezione e
consecrazion de' papi, e conoscere ch'io non ho men di lui zelo per la
libertà e per l'onore del pontificato; ma aver egli ben poca grazia in
volere che io assolutamente condanni quello che i papi stessi una volta
non disapprovavano.
Scaldasi poi forte esso anonimo, perchè io dopo il Pagi ed altri
scrittori abbia mostrato che gl'imperadori Carolini e i lor successori
per lungo tempo conservarono l'alto dominio sopra Roma ed altri Stati
della Chiesa Romana, non volendo essere da meno de' precedenti greci
imperadori; che il prefetto posto in Roma da essi Augusti vi durò
sino a' tempi di papa Innocenzo III; che la Romagna, benchè
donata da Pippino alla Chiesa suddetta, e da lei signoreggiata per
molto tempo, fu poi posseduta dai re d'Italia ed imperadori sino a
papa Nicolò III che la ricuperò. Al censore suddetto ben conviene il
provare, se può, che non sussistano sì fatte opinioni. Ma se io non
ho tali cose asserito di mio capriccio, anzi ho prodotto le pruove
di tutto, prese dalla storia e dalle memorie de' vecchi tempi, come
mai pretendere ch'io asconda que' fatti, o chiami usurpazione quello
che tanti papi lasciarono godere agl'imperadori? Ma si va replicando
ch'essi Augusti confermavano di mano in mano la Romagna ai papi. Tutto
sia; e pure non ne restituivano il dominio e possesso; ed Arrigo il
santo imperadore, che tanto operò in favor della Chiesa Romana, non
fece meno dei suoi antecessori. Così nel diploma di Lodovico Pio e
d'altri Augusti noi troviamo donato ad essa Chiesa il ducato di Spoleti
(per tacer altri paesi), e, ciò non ostante, miriamo essi Augusti
tuttavia sovrani e possessori di quegli Stati. Come mai questo? Se
il giornalista si fa lecito di pronunziar sentenza contra di tanti
imperadori, io per me non oso d'imitare l'arditezza sua.
Quel ch'è più strano, si lascia egli scappar dalla penna _che questi
Annali sono uno dei libri più fatali al principato romano_. A questo
epifonema si risponde, che se mai per disavventura si trovasse un
imperadore cotanto perverso che volesse turbare il principato romano,
così giusto, così antico, e confermato dal sigillo di tanti secoli e
dal consenso di tanti Augusti; egli non avrà bisogno di questi Annali,
nè d'altri libri, per far del male. A lui basteranno i consigli
delle sue empie e disordinate passioni. Ma di simili Augusti è da
sperare che niuno mai ne verrà. Chiunque fra' regnanti cristiani sa
cosa sia giustizia, sa eziandio che i dominii e diritti stabiliti da
lunga serie di tempi, e massimamente di più secoli e da una tacita
rinunzia d'ogni pretensione, sono, per così dire, consecrati dalle
leggi del cristianesimo e della prescrizione. Altrimenti tutto sarebbe
confusione, e niuno mai si troverebbe sicuro nelle sue signorie, per
antiche o antichissime che fossero. Mi si perdoni, non abbonda di
giudizio chi arriva a spacciare per _fatali al principato de' papi_
le memorie degli antichi secoli: quasichè, secondo lui, possano aver
credito e valore titoli rancidi, anzi affatto estinti, e schiacciati
sotto il peso d'una sterminata lunghezza di tempo. Ma potrebbero
servir di pretesto ai cattivi. Già si è risposto a questa chiamata. Nè
solamente questo nuovo politico è dietro a nuocere con sentenze tali
al principato romano, ma anche al dominio di tanti altri principi,
pochi essendo quelli che non possano trovar nelle storie de' vecchi
secoli qualche atto o diritto _fatale al suo principato_, per usare
la frase di lui. Ma qual principe saggio, possessore immemorabile
di una ben fondata signoria, si formalizza, o si dee mettere paura,
perchè la storia dei precedenti secoli non s'accordi col suo presente
sistema? La conclusione si è, che il giornalista tacitamente vorrebbe
che si adulterasse o si bruciasse parte della storia, per
levare dagli occhi nostri ogni spauracchio, da lui creduto _fatale al
principato pontifizio_, ma con lasciare intatte le antiquate ragioni
della Chiesa Romana sull'Alpi Cozie, sulla Corsica e Sardegna, su
Mantova ed altri paesi. Secondo lui, allora sarà da lodar la storia che
riferirà tutto quanto è favorevole a Roma, e tacerà tutto quello che
ha ombra di suo pregiudizio. Potrà egli formare una storia tale, ma non
già io.
Seguita un altro processo a me fatto da questo censore. Non ho
io defraudato delle convenevoli lodi (non può egli negarlo) tanti
romani pontefici o santi o buoni, che sono la maggior parte; ma non
ho lasciato di toccare i difetti di pochi altri, spezialmente degli
Avignonesi, disdicevoli, a mio credere, in chi secondo l'intenzione
di Dio dovrebbe essere quanto sublime nel grado, altrettanto eminente
esemplare d'ogni virtù. Se l'ha a male il giornalista, nè può
sofferire, che uno storico ardisca di giudicar delle azioni e del
merito de' gran personaggi; ed è sì accorto, che non bada altrove a
produrre un passo, tutto contrario a queste sue belle pretensioni,
cioè l'autorità del reverendissimo e celebre padre Orsi dell'ordine
de' predicatori, segretario della congregazione dell'Indice, e autore
d'una nobile Storia ecclesiastica, con dire: _Quanto a' giudizii, che
non vuole il signor Fleury che sieno interposti dallo storico sopra le
persone e sopra le loro azioni, oppone il padre Orsi il sentimento di
Dionisio Alicarnasseo, che nella lettera a Pompeo Magno toglie al cielo
con grandissime lodi Teopompo, per aver più liberamente, che tutti
gli altri storici, giudicato degli uomini e delle azioni, delle quali
scrisse la storia_. Ma forse questo giornalista ha inteso di dire a me,
e a chicchessia: Dite quanto mal volete degl'imperadori, re e principi;
ma, per conto de' papi, rispettate ogni lor costume ed azione, e
non osate di parlarne se non in bene. Torno a dire, ch'egli formi
una storia tale, perchè niuno gliel contrasta. Ma chiunque sa che il
principal credito della storia è la verità, e il giudicar, come poco fa
dicemmo, delle operazioni degli uomini, per ispirar nei lettori l'amore
della giustizia e del retto operare, e l'abborrimento a ciò che sa di
vizio: crederà ben meglio fatto e giusto ed utile alla repubblica, che
si dia il suo vero nome a quello ancora che difettoso apparisce ne'
costumi e nelle azioni de' pastori della Chiesa di Dio. La storia ha da
essere una scuola per chi dee loro succedere, a fin d'imparare nelle
lodi de' buoni, e nella disapprovazion de' cattivi, quello ch'essi
han da fare o non fare. E forse che le divine Scritture dell'uno e
dell'altro Testamento non ci han lasciato un chiaro esempio di questo?
Anche ivi noi troviam riprovato ciò che meritava biasimo ne' sacri
ministri; e la stessa libertà comparisce negli Annali dell'immortale
cardinal Baronio, e in altri insigni storici, che sapevano il lor
mestiere, e tenevano per irrefragibile il sentimento di Tacito:
_Praecipuum munus Annalium, ne virtutes sileantur, utque pravis dictis
factisque ex posteritate et infamia metus sit_.
Vegga dunque l'anonimo censore che, in vece di ben servire alla santa
Romana Chiesa, non la discrediti col soverchio suo zelo. Che appunto
in vergogna d'essa ritornerebbe l'esigere che si avesse a nascondere
ed opprimere la verità in parlando de' papi; e il pretendere ch'essi
sieno sempre stati esenti dalle umane passioni; non si sieno mai
abusati della loro autorità; non abbiano mai fatto guerre poco giuste;
non fulminate scomuniche e interdetti senza buone ragioni. Noi possiam
bene ascondere queste macchie a' nemici del cattolicismo: ma non le
sanno forse, o non le sapranno eglino senza di noi? Fresche ne abbiamo
anche le pruove. Meglio è pertanto che onoratamente le riferiamo ancor
noi quali sono, per far loro conoscere che nè pur noi le approviamo:
giacchè negar non possono gli stessi protestanti, che non sono vizii
e difetti della religione e del pontificato gli eccessi e mancamenti
particolari de' sacri pastori. Il divino nostro legislatore ha
ben promessa e manterrà l'infallibilità, la verità de' dogmi e la
sussistenza eterna della Chiesa cattolica, ed ha conceduto privilegii
singolari alla sedia di san Pietro pel mantenimento della fede e
della gerarchia; ma non si è già impegnato ad esentare i suoi vicarii
delle umane infermità; e però non abbiam da maravigliarci, se talora
la storia ce ne fa veder taluno meritevole di biasimo, perchè per
essere papa non si lascia d'essere uomo, e i papi anch'essi umilmente
si accusano delle lor colpe al sacro altare; Per altro, essendo la
cristianità da circa due secoli in qua avvezza a mirar la vita e il
governo esemplare di tanti sommi pontefici, e massimamente degli ultimi
tempi e del regnante _Benedetto XIV_, glorioso pel complesso di tutte
le virtù; niuna savia persona si formalizza, per trovar ne' vecchi
secoli sulla cattedra di San Pietro chi fu di tempra ben differente.
Anzi ringrazia Dio d'essere nato in tempi sì ben regolati per la Chiesa
sua santa, mentre i disordini passati fanno maggiormente risaltare il
buon ordine presente. Poste poi tali premesse, io mi credo disobbligato
dall'entrare in un minuto esame di quanto il giornalista si è studiato
di opporre alla discreta libertà di questi Annali, coerente alle leggi,
colle quali s'ha da reggere la storia, acciocchè sia utile al pubblico.
Ma non si può già lasciar passare, essersi egli lasciato trasportare
dalla eccessiva passione sua tant'oltre, che laddove pretende non
dover io trovar cosa biasimevole in veruno de' papi, poscia, in vece
di sapermene grado, bizzarramente meco s'adira, perchè difendo la fama
d'alcuni d'essi, vivuti nel secolo decimo, dalla troppo acre censura
del cardinal Baronio, volendo che si stia alle asserzioni di lui, e
non già alle fondate ragioni mie in lor favore. Similmente mi vuol
reo, perchè ho toccato i mali effetti del _nepotismo_ de' papi; nè gli
passa per mente, che il santo pontefice Innocenzo XII colla sua celebre
bolla più e meglio di me ha parlato contra di tale abuso; e che il
celebre cardinale Sfondrati con libro apposta ne fece comparire tutta
la deformità. Oltre a ciò, non vorrebbe ch'io, dopo aver
lodata la piena libertà del sacro collegio, ricuperata già tanti secoli
sono, in eleggere e consecrare i papi, avessi desiderato che cessino
le lunghezze de' conclavi, e le private passioni de' sacri elettori
in affare di tanta importanza per la Chiesa di Dio. Nè si ricorda
che l'eminentissimo cardinale Annibale Albani in tale occasione fece
ristampare e spargere per Roma la famosa lettera CLXXX dell'Ammanati
cardinale di Pavia al cardinale di Siena, dove le irregolarità
occorrenti ne' conclavi sono pienamente riprovate.
E che diremo noi delle idee di questo giornalista, allorchè pretende
aver la contessa Matilda donato alla Chiesa Romana Mantova, Parma,
Reggio e Modena? Io nol posso assicurare che non ridano gl'intendenti
delle leggi, all'udir sì fatte pretensioni. Davansi allora le città
del regno d'Italia in governo e feudo. Come poterne disporre senza
la permissione del sovrano? A questo confronto avrebbe anche potuto
Matilda donare il ducato di Toscana, di cui era duchessa. E se ella
avesse donata Ferrara, dove signoreggiò, ad alcuno, pare egli a questo
valentuomo che legittima fosse stata una tal donazione? Bisogna poi
ch'egli non abbia occhi, allorchè scrive ch'io chiamo gli Estensi duchi
della stessa Ferrara fin dall'anno 1097. Lascerò ancora che altri
dica qual nome si convenga a lui colà, dove in dispregio d'illustri
principi osa trattare da spurio don Alfonso d'Este, figlio di Alfonso
I duca di Ferrara, e padre del duca Cesare: cosa non mai sognata, non
che pretesa, dai camerali romani, per essere una evidente menzogna e
calunnia. Questo è un impiegare l'ingegno e il tempo non già in difesa,
ma in obbrobrio della sacra corte di Roma, la quale per altro non potrà
mai approvare chi con disordinate pretensioni, e fin colla calunnia,
prende a combattere per lei.
Che se non per anche fosse questo animoso censore persuaso de' giusti
diritti di chi scrive istorie, io il prego di ascoltare un giudice più
autorevole di me in questa parte; cioè il celebre padre Mabillone,
grande ornamento dell'ordine benedettino. Secondo il solito fu
anch'egli costretto a udire i lamenti e rimbrotti di alcuni a cagion
della veracità da lui parimente praticata nel compilare l'insigne
opera degli Annali Benedettini. Si vide egli obbligato per questo
ad una breve apologia, un pezzo di cui vien riferito dall'autore
della di lui Vita, stampata fra' suoi Analetti. Eccone le parole: _Ut
aequitatis amor prima judicis dos est, sic et rerum anteactarum sincera
et accurata investigatio historici munus esse debet. Judex persona
publica est, ad suum cuique tribuendum constituta. Ejus judicio stant
omnes in rebus, de quibus fert sententiam. Maximi proinde criminis
reum se facit, si pro virili sua parte jus suum unicuique non reddat.
Idem historici munus est, qui et ipse persona publica est, cujus fidei
committitur examen rerum ab antiquis gestarum. Quum enim omnibus non
liceat eas per se investigare; sententiam ejus sequuntur plerique,
quos proinde fallit, nisi aequam ferre conetur. Nec satis est
tamen verum amet et investiget, nisi is insit animi candor, quo ingenue
et aperte dicat, quod verum esse novit. Mentiri si christianis omnibus,
a fortiori religiosam vitam professis nulla unquam ratione licet; longe
minus, quum mendacium exitiate et perniciosum multis evadit. Fieri
vero non potest, quia historici mendacia vertant in perniciem multorum,
qui verbis ejus fidem adhidendo decipiuntur, dum errorem pro veritate
amplectuntur. Non levis proinde ejus culpa est, quae tot alias secum
trahit. Debet ergo, si candidus sit, procut studio partium certa ut
certa, falsa ut falsa, dubia ut dubia tradere, neque dissimulare, quae
utrique parti favere aut adversari possint_. Questi, e non l'anonimo
giornalista, sono stati a me, e saranno anche ad altri, i veri maestri
per tessere una storia, che non paia indegna della pubblica luce.