quella positura ed inazione le due nemiche armate sotto Velletri,
quando si cominciò a scorgere che il principe di Lobcowitz meditava
di decampare, e di ritirarsi alla volta del Tevere, giacchè inviava
innanzi verso Cività Vecchia i suoi malati, e parte delle artiglierie,
munizioni e bagagli. Certamente durante la state non erano cessati
di giugnere nuovi rinforzi di gente al suo campo; ma di gran lunga
sempre maggiore si trovava il numero di coloro che cadevano infermi,
e andavano anche mancando di vita. I caldi di quel paese non si
confacevano colle complessioni tedesche, avvezze ai freddi, e l'aria
delle vicine paludi Pontine stendeva fin colà i perniciosi suoi
influssi, di modo che quanto si trovò in esso ottobre infievolito
lo esercito suo, altrettanto si vide il caso disperato di vincere
la pugna, e di obbligare i Napolispani a retrocedere. Non è già che
restasse esente da gravissimi guai anche l'oste napolispana, stante la
continua diserzione ch'essa patì, maggior di quella degli avversarii,
e la gran quantità de' suoi malati, e la difficoltà di ricevere i
viveri, che bisognava condurre con pericolo ben da lontano, essendosi
spezialmente per qualche tempo trovata in somme angustie per mancanza
di acqua da abbeverar uomini e cavalli. Pure tanta fu la costanza del
re e di tutti i suoi, che sofferirono più tosto ogni disagio, che darla
vinta ai vicini nemici. Pertanto sull'alba del dì primo di novembre il
principe di Lobcowitz levò il campo e in ordine di battaglia s'inviò
verso Ponte Molle, per cui, e per un ponte di barche già formato a
fin di far passare le artiglierie, nel dì seguente ridusse di qua
dal Tevere le genti sue. Perchè da Roma uscirono alcune centinaia
di persone arrolate dal _cardinale Acquaviva_, che infestarono il
loro passaggio, se ne vendicò poscia il principe con dare il sacco
ad alcune innocenti ville. Nello stesso dì primo di novembre anche
l'armata napolispana, trovandosi liberata dai ceppi di tanta durata,
con giubilo inesplicabile si mosse da Velletri per tener dietro ai
nemici, procedendo nondimeno con tanta lentezza, che ben si conobbe
non aver voglia di cimentarsi con loro, siccome quella che contava per
sufficiente vittoria il vederli slontanare da quelle contrade. Nel dì
2 framezzate dal Tevere, i cui ponti erano stati rotti, si fermarono
in faccia le due armate, salutandosi solamente l'una e l'altra con
varie cannonate. Quivi si trovava coll'oste sua il re delle Due Sicilie
_don Carlo_, e sospirando la consolazione di vedere il pontefice
_Benedetto XIV_, e di baciargli il piede, concertò pel dì seguente
l'entrata sua in Roma. Colà portossi la maestà sua, accompagnata dal
_duca di Modena_, dal _conte di Gages_, dal _duca di Castropignano_
e da numerosa altra uffizialità, e fra il rimbombo delle artigliere
di castello Santo Angelo, le quali gran dispetto e mormorazione
cagionarono nel campo tedesco, fu ricevuto con tenero affetto dal santo
padre, e per un'ora continua durò il loro abboccamento.
Confessò dipoi in una delle sue dotte pastorali il buon pontefice,
che fra le altre cose il re gli fece istanza di minorare il soverchio
numero delle feste di precetto (grazia già accordata da sua santità
a varie chiese di Spagna), atteso il detrimento che ne veniva ai
poveri e agli artisti, e ai lavoratori della campagna. Congedatosi
il re da sua Santità, passò dipoi a venerar nella Vaticana basilica
il sepolcro dei santi Apostoli, e a visitar le più rare cose del
vastissimo palazzo pontifizio, dove trovò insigni regali preparatigli
dal santo padre, siccome ancora un lautissimo pranzo per sè e per
tutto il suo gran seguito. Nell'inviarsi fuori di Roma visitò anche
la basilica Lateranense, lasciando da per tutto contrassegni della sua
gran pietà, affabilità e munificenza. Anche il duca di Modena ricevette
dipoi una benignissima e lunga udienza dal pontefice; e laddove il re
s'era incamminato per passare a Velletri e a Gaeta, egli se ne tornò
la sera al campo. Passò dipoi il vittorioso re a Napoli, accolto da
quel gran popolo con incessanti acclamazioni, sigillo della fedeltà ed
amore verso di lui mostrato in sì pericolosa congiuntura. Vedesi data
alla luce la descrizione del rinomato assedio di Velletri, composta
con elegante stile latino dal signor Castruccio Bonamici, uffiziale
militare del suddetto re delle Due Sicilie.
S'andò ritirando l'esercito austriaco su quel di Viterbo, e poscia
su quel di Perugia, inseguito, ma da lungi, dal Napolispano, che,
quantunque superiore di forze, mai non volle e non osò molestarlo.
E perciocchè il conte di Gages, arrivato a Foligno, serrò il
cammino conducente nella Marca; il Lobcowitz, se volle venir di qua
dall'Apennino, altro spediente non ebbe, che di prendere la via del
Furio, per cui passando con grave incomodo delle sue genti, andò
poi a distribuirle a quartieri in Rimino, Pesaro, Cesena, Forlì ed
Urbino. Fu posto il quartier generale in Imola. Vicendevolmente il
conte di Gages ritiratosi da Assisi, Foligno ed altri luoghi, stabilì
il suo quartiere in Viterbo, e mise a riposar la sua armata in que'
contorni, stendendola fin quasi a Cività Vecchia. E tale fu il fine di
questa spedizione pel meditato acquisto di Napoli, che diede occasione
al tribunale dei politici sfaccendati di proferir varie decisioni.
Proruppero i parziali del re delle Due Sicilie in encomii e plausi
per la savia condotta di lui e dei suoi generali, da che avea tenuto
lungi dai suoi confini il potente nemico esercito, e tiratolo nelle
angustie di Valletri, con averlo obbligato a star ivi per tanto tempo
racchiuso. Per lo contrario i ben affetti alla regina di Ungheria si
lasciarono scappar di bocca qualche disapprovazione dell'operato dal
comandante generale austriaco, non sapendo intendere perchè egli avesse
presa la ristrettissima strada di Velletri, e si fosse ostinato io
quella situazione, senza eleggere più tosto, o prima o dappoi, la via
di Sora, od altra per entrare nel regno, dove non era fuor di speranza
qualche mutazione, ed una battaglia potea decidere di tutto. Ma è
troppo avvezza la gente a misurar le lodi e il biasimo delle imprese
dal solo esito loro, quasichè il fine infelice di un'azione faccia
che il saggio non l'abbia con tutta prudenza sul principio intrapresa.
Disgrazia, e non colpa, è ordinariamente l'avvenimento sinistro delle
risoluzioni formate da chi è provveduto di senno. Intanto la misera
città di Velletri respirò dal peso di tanti armati; ma non restò già
esente da altri mali, perchè per gli stenti passati e pel fetore di
tanti cadaveri malamente seppelliti sorse una maligna epidemia in quel
popolo. Spedì il pontefice gente per farne lo spurgo, ed anche aiuto
di pecunia; ma non lasciò per questo di essere ben deplorabile la
lor fortuna. Mentre si facea la guerra fin qui accennata nel levante
dell'Italia, un'altra più fiera, che divampò e si dilatò in questo
medesimo anno nelle parti di ponente trasse a sè gli occhi di tutti.
Avendo finalmente la corte di Spagna ottenuto che il re Cristianissimo
seconderebbe con forze gagliarde i suoi tentativi contro gli stati del
re di Sardegna, si videro in moto alla metà di febbraio gli Spagnuoli,
per tornare dalla Savoia in Provenza. Quivi si accoppiarono poscia
l'infante _don Filippo_ e il _principe di Conty_, supremo comandante
dell'armi franzesi, e per tempo ognun s'avvide, essere le loro mire
dalla parte marittima di Nizza e Villafranca. Contro tanti nemici solo
si trovava il re di Sardegna _Carlo Emmanuele_, a cui fu in questi
tempi dato l'attuai possesso di Piacenza, di Vigevano e dell'altro
paese a lui accordato nella lega di Vormazia; ma nulla perciò egli
sgomentato, si studiò di ben munire di genti e ripari il paese suo
posto al mare.
Prima nondimeno che si desse fiato alle trombe in terra, avvenne una
gran battaglia in mare fra l'ammiraglio inglese _Matteus_ e la flotta
franzese e spagnuola, che s'erano unite in Tolone. Queste ultime la
fama amplificatrice delle cose le faceva ascendere sino a sessanta
vascelli di linea. Erano ben molto meno. Stava il Matteus co' suoi
legni nell'isole di Jeres, attento ai movimenti de' suoi avversarii,
quando, giuntogli l'avviso, nel dì 22 di febbraio, che usciti di
Tolone aveano messo alla vela, passò tosto ad assalire la vanguardia
condotta dalle navi spagnuole. Atrocissimo fu il combattimento verso
capo Cercelli; l'orribile ed incessante strepito di tante artiglierie
sparse il terrore per tutte le coste della Provenza, e corsero infinite
persone sulle alture delle montagne ad essere spettatrici di quella
scena infernale. Per confessione degli stessi nemici, fece maraviglie
di valore l'armata navale di Spagna, comandata dall'_ammiraglio
Navarro_; e tanto più perchè il signor di Court, comandante della
franzese, o non entrò mai veramente in battaglia, o, se v'entrò, poco
tardò a ritirarsi, per non vedere sconciati i suoi legni. Che peraltro
fu creduto che se i Franzesi avessero meglio soddisfatto al loro
dovere, probabilmente potea riuscir quel conflitto con isvantaggio
degl'Inglesi, stante il non essere accorso a tempo in aiuto del Matteus
il vice-ammiraglio Lestok, che fu poi processato per questo. La notte
pose fine a tanto furore; ma nel dì seguente si tornò alle vicendevoli
offese, quando il mare, stato anche nel dì innanzi assai burrascoso,
accresciuta la collera, separò affatto le nemiche armate, spignendole
un fierissimo vento amendue alla volta di Occidente. Perderono gli
Spagnuoli un vascello di sessantasei pezzi di cannone e di novecento
uomini di equipaggio, caduto in man degl'Inglesi sì maltrattato, che,
dopo averne essi estratto il capitano con ducento uomini rimasti in
vita, giudicarono meglio di darlo alle fiamme. Grande fu la copia
dei morti e feriti di essi Spagnuoli: rimasero anche i lor vascelli
talmente sconcertati, che ridotti a Barcellona ed Alicante, non si
sentirono più voglia di tornare in corso. Forse non fu minore il
numero dei morti e feriti dalla parte degli Inglesi, i quali anche per
l'insorta tempesta patirono assaissimo, e si ridussero a Porto Maone. I
soli Franzesi ebbero salve ed illese le lor navi e genti; se con loro
onore, da molti si dubitò. Perchè lo stesso _ammiraglio Matteus_ non
fece di più, fu anch'egli richiamato a Londra, e sottoposto ad un lungo
e rigoroso processo.
Intanto avea il re di Sardegna fatti gagliardi preparamenti di genti
e fortificazioni al fiume Varo, giacchè l'esercito terrestre de'
Gallispani minacciava un'irruzione da quella parte. Alle sboccature
parimente stavano ancorate alquante navi inglesi, per impedire il
passaggio colle loro artiglierie. A nulla servirono quei tanti ripari,
perchè senza difficoltà nel dì 2 di aprile comparve di qua dal Varo
la fanteria spagnuola; al quale avviso i cittadini di Nizza, mercè
della facoltà loro data dal real sovrano, affinchè non rimanessero
esposti a guai maggiori, andarono a presentar le chiavi di quella città
all'_infante don Filippo_. Riposte avea le principali sue speranze il
re sardo nei trincieramenti fatti da' suoi ingegneri a Villafranca e
Montalbano, che certamente parvero inaccessibili, massimamente perchè
alla guardia d'essi vegliavano molte migliaia delle sue migliori
truppe. Ma ossia che intervenisse qualche stratagemma, per cui
l'armata gallispana, ascendente, per quanto fu creduto, a quaranta mila
combattenti, si aprisse senza gran fatica il varco a quel fortissimo
accampamento, con arrivare inaspettatamente addosso al _marchese di
Susa_, e menarlo via prigione; o pure che a forza di furiosi assalti
si superassero tutti gli ostacoli: certo è che nel dì 20 d'aprile
essi Gallispani v'entrarono. Gran resistenza fecero i Savoiardi; più
d'una volta rispinsero le schiere nemiche, e gran sangue fu sparso, e
fatti de' prigionieri dall'una e dall'altra parte. Si sostennero essi
Savoiardi in alcuni siti sino alla notte, in cui il general comandante
_Sinsan_, dopo aver posto presidio nel castello di Villafranca e nel
forte di Montalbano, andò ad imbarcare circa quattro mila de' suoi
colle artiglierie, che potè salvare in molti legni preparati nel
porto di Villafranca, e passò ad Oneglia. Non aspetti alcuno da me
il conto dei morti, feriti e prigioni dell'una e dell'altra parte,
e de' cannoni, bandiere e stendardi presi, perchè so che non amano
di comperar bugie: che di bugie appunto abbondano le relazioni de'
fatti d'armi a misura delle differenti passioni. Poco poi tardarono
Montalbano e il castello di Villafranca a sottomettersi a' Gallispani.
Attese allora il re di Sardegna a ben premunire i passi delle montagne
di Tenda, affinchè lasciassero i nemici il pensiero di penetrar per
quelle parti in Piemonte; e si diede a provveder di tutto l'occorrente
i forti suoi nella valle di Demont e Cuneo, prevedendosi abbastanza
che gli avversarii sarebbono per tentare di nuovo da quella parte una
calata ne' suoi Stati.
Fu nel dì 6 di giugno, che arrivato un grosso distaccamento di
Spagnuoli ad Oneglia, trovò abbandonata quella terra dalle milizie
savoiarde e da buona parte degli abitanti, che si ridussero col più
delle loro sostanze all'alto della montagna. Pensavano intanto i
Gallispani a voli maggiori; e in fatti, avendo ripassato il Varo,
cominciarono dal Colle dell'Agnello e da altri siti, circa il dì 20
di luglio, a calar verso la valle, dove trovarono forti barricate ai
passi, sostenute con vigore per qualche tempo dai Savoiardi, ma poi
abbandonate. S'impadronirono essi Spagnuoli di un ben fortificato
ridotto a Monte Cavallo, e poscia di Castel Delfino; e quindi per la
valle passarono alle vicinanze di Demont. Grandi spese avea fatto il
re di Sardegna per ivi formare una ben regolata fortezza; ma non era
giunto a perfezionarla. Trovavasi egli stesso alla testa della sua
armata in quelle parti, per opporsi agli avanzamenti de' nemici, coi
quali giornalmente accadevano ora favorevoli ora sinistri incontri.
Portò la sventura che una palla infuocata gittata da' Gallispani in
Demont attaccasse il fuoco a quelle fascinate, o pure al magazzino
della miccia, e che si dilatasse l'incendio negli altri. Accorsero
a tal vista i Gallispani, ed ebbero quel forte colla guernigione
prigioniera nel dì 17 d'agosto: dopo di che essendosi ritirato il re
sardo col suo esercito a Saluzzo, eglino passarono nella pianura, e
si diedero a stringere la città e fortezza di Cuneo. Sotto di questa
piazza, mirabilmente difesa dal concorso di due fiumi, avea patito
deliquio altre volte la bravura de' Franzesi, ed era venuta meno la
lor perizia negli assedii: il che commosse la curiosità d'ognuno per
indovinare qual esito avrebbe quell'impresa. Dalla parte sola per cui
si può far forza contra di Cuneo, avea il re di Sardegna fatto ergere
tre fortini o ridotti che coprivano la piazza. Entro v'erano sei
mila, parte Svizzeri e parte Piemontesi, di presidio sotto il comando
del valoroso _barone dì Leutron_, risoluti di far buona difesa. Non
valevano men di loro i cittadini, che, prese animosamente l'armi,
fecero poi di tanto in tanto delle vigorose sortite con danno de'
nemici. Finalmente si videro in armi tutti i popoli di quelle valli
e montagne, ben affezionati al loro sovrano. Colà accorsero ancora
alcune migliaia di Valdesi; e il marchese d'Ormea, sottrattosi in
tal occasione al gabinetto, messosi alla testa delle milizie del
Mondovì col figlio marchese Ferrerio, tutti si diedero ad infestare
i nemici, ad impedire il trasporto de' viveri, foraggi e munizioni al
campo loro, con far sovente de' buoni bottini, e rovesciar le misure
degli assedianti. Giunse intanto da Milano un rinforzo di Varadini,
e il reggimento Clerici col conte _Gian-Luca Pallavicino_ tenente
maresciallo cesareo, comandante di quelle truppe.
Solamente nella notte precedente al dì 13 di settembre aprirono i
Gallispani la trincea sotto di Cuneo, e cominciarono a far giocare le
batterie, e a molestar gravemente la piazza colle bombe; ma se questa
pativa, non patirono meno gli assedianti, perchè spesso assaliti con
somma intrepidezza da que' cittadini e presidiarii. Continuarono poi
gli approcci e le offese sino al dì 30 di settembre, in cui il re
di Sardegna mosse l'esercito suo in ordinanza di battaglia verso le
nemiche trincee. Ossia ch'egli solamente intendesse di avvicinarsi,
e postarsi in maniera da poter incomodare il campo nemico, o pure
che avesse veramente risoluto, siccome animoso signore, di tentare
il soccorso della piazza: la verità si è, che si venne ad un generale
combattimento. Fu detto che un uffiziale ubbriaco portasse l'ordine, ma
ordine non dato dal re, all'ala sinistra di assalire i posti avanzati
degli assedianti, e che, entrata essa in azione, s'impegnò nel fuoco
il restante delle schiere. Dalle ore diecinove sino alla notte durò
l'ostinato conflitto con molto sangue dall'una e dall'altra parte, ma
incomparabilmente più da quella degli assalitori, perchè esposti alle
artiglierie caricate a mitraglia o a cartoccio. Tuttochè per ordine del
re si sonasse la ritirata, la sola notte fece fine all'ire, ed allora
si ricondusse l'esercito sardo ad un sito distante un miglio e mezzo di
là. Fu detto che la cavalleria nemica uscita dai ripari l'inseguisse;
ma lo scuro della notte, e l'aver trovato un bosco di cavalli di
Frisia, impedì loro il progresso. A quanto ascendesse il danno dalla
parte de' Piemontesi, non si potè sapere; se non che conto fu fatto
che circa trecento fossero tra morti e feriti i suoi uffiziali. Da
lì a pochi giorni si scoprì, essere state le mire del re di Sardegna
nel precedente sanguinoso conflitto quelle d'introdurre soccorso in
Cuneo. Ma ciò che allora non gli venne fatto, accadde poi felicemente
nella notte precedente al dì 8 di ottobre, in cui dalla parte del fiume
Stura passò senza ostacoli nella piazza un migliaio de' suoi soldati,
con molti buoi ed altre provvisioni e danaro. Era intanto sminuita non
poco l'armata gallispana per la mortalità e diserzion delle truppe;
di gravi patimenti avea sofferto sì per le dirotte pioggie e per li
torrenti che aveano impedito il trasporto de' viveri e foraggi per
la valle di Demont, come ancora per l'incessante infestazione de'
paesani che faceano continuamente prigioni e prede. Si scorse in fine
ch'essa non era in forze, come si decantava, perchè non potè mai tenere
corpi valevoli ai fiumi, che formassero un'intera circonvallazione
alla piazza. Però dopo circa quaranta giorni di trincea aperta, e
dopo cagionata gran rovina di case in Cuneo, ma senza aver mai fatto
acquisto di alcuna nè pur delle fortificazioni esteriori, nella notte
precedente al dì 22 di ottobre, abbruciato il loro campo, i Gallispani
colla testa bassa e con gran fretta si levarono di sotto a quella
fortezza, incamminandosi alla volta di Demont. Uno sprone ancora ai
lor passi era il timore delle nevi che li cogliessero di qua dall'Alpi
con pericolo di perire uomini e giumenti per mancanza del bisognevole.
Lasciarono indietro più di mille e cinquecento malati; ed inseguiti da
varii distaccamenti di fanti e cavalli, e travagliati dai montanari,
sofferirono altre non lievi perdite e danni. Fermaronsi in Demont
cinque o sei mila Spagnuoli non tanto per coprire la ritirata del
resto dell'esercito e delle artiglierie, quanto ancora per minar le
fortificazioni della fortezza, ben prevedendo di non potersi quivi
mantenere nel verno. Essendosi poi avanzato il general piemontese
Sinsan verso quelle parti con un maggior nerbo di milizie verso la metà
di novembre, gli Spagnuoli se ne andarono, dopo aver fatto saltare
alcune parti di quel forte e la casa del governatore. Arrivarono a
tempo alcuni Savoiardi per salvare ciò che non era peranche saltato in
aria, e s'impadronirono di alquanti pezzi di cannone rimasti indietro:
nel qual mentre gli Spagnuoli come fuggitivi provarono immensi disagi
e perdita di persone a cagion delle nevi, del rigoroso freddo e della
mancanza di vettovaglia. Così restò libera tutta la valle; e il re di
Sardegna, avendo compensata l'infelice perdita delle piazze marittime
colla felicità di quest'altra impresa, pien d'onore si restituì a
Torino.
La corte di Francia dichiarò in questo anno la guerra alla regina
d'Ungheria per la caritativa intenzione, come si diceva, di
costrignerla alla pace coll'_imperador Carlo VII_; e la dichiarò anche
all'Inghilterra, disponendo tutto per invadere la Fiandra, con che
sempre più s'andò dilatando il fuoco divorator della Europa. Per quanti
sforzi facessero i ministri di Vienna e di Londra per tirare in questo
impegno le Provincie Unite, o, vogliam dire gli Olandesi, nulla di
più nè pur ora poterono ottenere se non che l'Olanda contribuirebbe
il suo contingente di venti mila armati a tenor delle leghe. Troppo
loro premeva di conservare la libertà del commercio colla Francia e
Spagna; ed altre segrete ruote ancora concorrevano a muovere que'
popoli più tosto all'amore di una tal quiete e neutralità, che
ad un'aperta guerra. Non tardarono i Franzesi ad impossessarsi di
Coutray, Menin ed altri luoghi. Poscia nel dì 18 di giugno aprirono la
trincea sotto l'importante città d'Ipri, e con più di cento cannoni
e quaranta mortari talmente l'andarono bersagliando, che nel dì 29
d'esso mese v'entrarono, dopo aver conceduto libera l'uscita a quella
guernigione. Erano principalmente animati i Franzesi dalla presenza
dello stesso re Cristianissimo _Luigi XV_, che non guardò a fatiche
in questa campagna. Intanto il principe _Carlo di Lorena_, comandante
dell'esercito austriaco al Reno, altro non istudiava che la maniera
di passar quel fiume, per portare la guerra addosso agli Stati della
Francia. Sul fine di giugno riuscì al generale _Berenklau_ di valicar
esso fiume con dieci mila persone in vicinanza di Magonza, e nel dì
primo di luglio altrettanto fu fatto dallo stesso principe Carlo
col grosso dell'esercito suo, che arditamente poi procedendo mise
piede nell'Alsazia in faccia de' nemici. Gran confusione fu allora in
quella fertile provincia, che cominciò ad essere lacerata in parte
dai Franzesi difensori, e senza paragone più dai feroci Austriaci,
che colle scorrerie, e coll'imporre gravi contribuzioni, seppero ben
prevalersi del loro vantaggio, e tennero nello stesso tempo bloccato
Forte Luigi. Perchè l'armata franzese sul principio d'agosto s'andò
dilatando verso Argentina, non lieve costernazione insorse in quella
stessa sì forte città. Il terribile scompiglio dell'Alsazia cagion fu
che lo stesso re Cristianissimo si movesse con grandi forze dai Paesi
Bassi per accorrere colà; ma caduto infermo in Metz verso la metà di
agosto, fece dubitar di sua vita. Dio il preservò, e a poco a poco
si rimise nello stato primiero di salute. Un teatro di miserie era
intanto divenuta l'Alsazia, e sembrava che l'esercito austriaco in quel
bello ascendente meditasse e sperasse avanzamenti maggiori; quando
giunse la nuova di una metamorfosi che sorprese ognuno; cioè la lega
dell'imperador _Carlo VII_ col re di Prussia _Carlo Federigo III_,
coll'elettor palatino _Carlo di Sultzbac_ e col _lantgravio d'Hassia
Cassel_ contro la regina di Ungheria: lega maneggiata e felicemente
conchiusa dall'industria e pecunia franzese. Stupissi ognuno come esso
Prussiano, dopo una pace di tanto suo vantaggio e sì recente, stabilita
colla regina _Maria Teresa_, di nuovo contra di lei sfoderasse la
spada. Diede egli con un suo manifesto quel colore che potè a questa
sua novità, allegando l'occupazion della Baviera, e l'indebita guerra
fatta da essa regina all'imperio, alla cui difesa come elettore egli
si sentiva obbligato: quasichè questo capo non fosse stato il primo a
muovere contra d'essa regina la guerra; ed esso re prussiano, allorchè
giurò la pace, non sapesse che ardeva quella guerra fra l'imperadore e
la regina. Però la corte di Vienna proruppe in gravi querele contra di
quel re, chiamandolo principe di niuna fede, di niuna religione; e la
regina d'Ungheria corse a Presburgo per commuovere tutta l'Ungheria in
soccorso suo; e non vi corse indarno.
Rimasero per questa inaspettata tempesta sconcertate affatto le misure
del gabinetto austriaco, e fu obbligato il _principe Carlo di Lorena_
di ripassare il Reno coll'esercito suo per correre alla difesa della
Boemia, verso la quale erano già in moto dalla Slesia l'armi del re di
Prussia. Nel dì 23 d'agosto con bella ordinanza imprese esso principe
il passaggio di quel fiume, e felicemente in due giorni ridusse
l'armata all'altra riva. Dai Franzesi, che l'inseguivano, riportò egli
qualche danno, con rimanere uccisi o prigioni molti de' suoi, danno
nondimeno inferiore all'aspettazion della gente, che giudicò non aver
saputo i Franzesi profittar di sì favorevol occasione per nuocergli;
anzi fu creduto che il _maresciallo duca di Noaglies_ per questa
disattenzione fosse richiamato alla corte. Non dovettero certamente
mancare a quel saggio signore delle buone giustificazioni. Il bello poi
fu che l'armata franzese, avendo anch'essa ripassato il Reno, in vece
di tener dietro al principe di Lorena, per frastornare il suo cammino
alla volta della Boemia, rivolse i passi verso la Brisgovia per ansietà
di far sua la fortissima piazza di Friburgo. Intanto giacchè si trovò
la Boemia non preparata a così impetuoso temporale, la regale città
di Praga nel dì 16 di settembre tornò in potere del re prussiano, con
restar prigioniera di guerra la guernigione consistente in circa dieci
mila persone, parte truppe regolate e parte milizie del paese. Anche
la città di Budweis corse la medesima fortuna. Arrivato poi che fu
nella Boemia il poderoso esercito austriaco, più formidabile si rendè,
perchè seco s'unirono venti mila Sassoni, atteso che _Federigo Augusto
III_ re di Polonia ed elettor di Sassonia avea in fine conosciuta la
necessità di far argine alla smisurata avidità del re di Prussia; e vi
s'era anche aggiunto, per quanto fu creduto, un altro impulso, cioè
una ricompensa promossa dalla regina d'Ungheria. Allora cominciarono
a mutar faccia in quelle parti gli affari. Budweis e Tabor tornarono
all'ubbidienza della real sovrana; e la stessa città di Praga fu,
nel dì 25 di novembre, precipitosamente abbandonata dai Prussiani:
nuova che riempiè di giubilo Vienna. Ritirossi poscia il re di Prussia
colle sue forze nella Slesia, dove penetrarono anche gli Austriaci,
unendosi tutti a maggiormente desolare quel prima sì dovizioso paese.
Mentre con tal felicità procedevano l'armi della regina in quelle
parti, seppe l'imperador _Carlo VII_ ben profittare della debolezza in
cui erano restati i presidii austriaci ne' suoi Stati della Baviera,
dacchè il principe di Lorena passò in Boemia. Spinse egli colà la
sua armata sotto il comando del maresciallo _conte di Seckendorf_,
che niuna fatica durò a ricuperar Monaco ed altri luoghi abbandonati
dagli Austriaci; ed esso Augusto dipoi, nel dì 22 d'ottobre, ebbe la
consolazione di rientrar nella sua capitale fra i plausi dell'amante
popolo suo. Fu in questo mentre fatto dall'esercito franzese l'assedio
della città di Friburgo nella Brisgovia: città che parea inespugnabile,
tante erano le sue fortificazioni, oltre all'essere munita di due
castelli; ma non già tale alla perizia e risoluzion dei Franzesi, ai
quali niuna piazza suol fare lunga resistenza, quando non sia soccorsa
da possente armata di fuori. Lo stesso re Cristianissimo colà giunto in
persona non volle riveder Parigi, se prima non vide quell'importante
fortezza sottomessa all'armi sue. La presenza di questo monarca
animava la gente a sacrificar le sue vite, e gran sangue in fatti
costò quell'impresa a' Franzesi. Ma in fine il comandante austriaco
capitolò la resa della città con ritirare nel dì 7 di novembre la
guernigione ne' castelli, i quali poi si arrenderono anch'essi nel dì
25 d'esso mese, restandone prigioni i difensori. Con queste sì varie
vicende ebbe fine l'anno presente; ne' cui ultimi giorni si solennizzò
in Versaglies alla presenza delle maestà Cristianissime il maritaggio
della principessa _Felicita di Este_, figlia primogenita di _Francesco
III_ duca di Modena con _Luigi di Borbon_ duca di Penthievre della
real casa di Francia, grande ammiraglio di quel regno. Merita ancora
d'essere qui riferita una gloriosa azione del regnante pontefice
_Benedetto XIV_. Per bisogni della cristianità (massimamente nel
secolo XVI) essendo stati contratti dalla camera apostolica dei grossi
debiti, avea essa obbligati gli ordini monastici e i canonici regolari
in Italia a pagarne annualmente i frutti: aggravio assai pesante ai
monisteri, che avea anche sminuito non poco il loro splendore. Portato
da un indefesso amore alla beneficenza il santo padre aprì loro il
campo per redimersi da questo peso, con permettere loro di pagare il
capitale d'essi debiti, e di liberarsi dai frutti. Di questa grazia i
più ne profittarono, con decretar anche perenni memorie a così amorevol
benefattore, il quale nello stesso tempo sgravò la camera dai debiti
corrispondenti. Fra gli altri la congregazion cassinense, in attestato
della sua gratitudine, fatta fare in marmo la statua di sua santità, la
collocò nell'atrio della basilica di Monte Casino fra l'altre di molti
pontefici, tutti benemeriti dell'ordine di San Benedetto.
Anno di CRISTO MDCCXLV. Indiz. VIII.
BENEDETTO XIV papa 6.
FRANCESCO I imperadore 1.
Ebbe principio quest'anno colla morte d'uno dei principali attori della
tuttavia durante tragedia. Era soggetto a gravi insulti di podagra e
chiragra l'_imperador Carlo VII_ duca ed elettor di Baviera. Stavasene
egli nella ricuperata città di Monaco, godendo la contentezza di
vedersi rimesso in possesso di buona parte dei suoi Stati; quando più
fieramente che mai assalito nel dì 17 di gennaio da questo malore,
che gli passò al petto, poscia nel dì 20 con somma rassegnazione
passò all'altra vita. Era nato nel dì 6 di agosto del 1697. Principe,
a cui non mancarono già riguardevoli doti, ma mancò la fortuna, che
nè pure s'era mostrata molto propizia al fu duca suo padre. Gli alti
suoi voli ad altro non servirono che al precipizio proprio e de' suoi
sudditi, condotti per cagione di lui ad inesplicabili guai. Accrebbe
certamente decoro a sè stesso e alla casa propria coll'acquisto
dell'imperial corona; ma poco godè egli di questo splendore in vita, nè
potè tramandarlo dopo di sè a' discendenti suoi. Lasciò esso Augusto
tre principesse figlie e un solo figlio, cioè _Massimiliano Giuseppe_
principe elettorale, nato nel dì 28 marzo del 1727, ch'egli prima
di morire dichiarò fuori di minorità. Ora questo principe conobbe
tosto d'essere rimasto erede del principato avito, ma insieme delle
disavventure del padre, perchè tuttavia la principal sua fortezza,
cioè Ingolstat, ed altre minori piazze erano in mano della regina
d'Ungheria. Oltre a ciò, alquanti giorni dopo la morte dell'augusto
padre peggiorarono gl'interessi suoi, perchè l'armata austriaca
s'impadronì d'Amberga e di tutto il Palatinato superiore. Il peggio fu,
che già si allestiva un gran rinforzo di gente, per invadere di nuovo
la capitale della Baviera, o per costringere questo principe a prendere
misure diverse dalle paterne.
Trovavasi il giovinetto elettore in un affannoso labirinto, dall'una
parte spinto dalle esibizioni e promesse del ministero franzese
per continuare nel precedente impiego, e dall'altra combattuto da'
consigli della vedova imperatrice sua madre _Maria Amalia d'Austria_,
dalla corte di Sassonia e dal maresciallo di Seckendorf, che gli
persuadevano per più utile e sicuro ripiego l'accordare gl'interessi
suoi colla regina d'Ungheria. A queste ultime amichevoli insinuazioni
sul principio d'aprile si aggiunse il terrore dell'armi; perciocchè,
entrato l'esercito austriaco con furore nella Baviera, furono obbligati
i Bavaresi e Franzesi ad abbandonare Straubing, Landau, Dingelfingen,
Kelheim, Wilzhoffen, ed altri luoghi dell'elettorato. Gran
costernazione fu in Monaco stesso, e l'elettore se ne partì alla metà
del mese suddetto, chiamato dai Franzesi a Manheim. Ma egli si fermò in
Augusta a stretti colloquii col conte Coloredo, e con altri parziali
della casa d'Austria; e quivi in fine le persuasioni di chi gli
proponeva l'accordo colla regina prevalsero sopra le altre dei ministri
aderenti alla Francia, i quali restarono esclusi dai trattati. Rinunziò
dunque l'elettore alla lega colla Francia; accettò l'armistizio e
la neutralità, con che restassero in poter della regina le fortezze
d'Ingolstat, Scarding, Straubingen e Braunau, sino all'elezion d'un
imperadore; ed antepose la quiete e liberazion presente de' suoi
Stati alle incerte speranze di conseguir molto più coll'andare in
esilio, e continuare sotto la protezion de' Franzesi. Intorno a questa
sua risoluzione e ad altre condizioni di quei preliminari di pace,
sottoscritti in Fussen nel dì 22 d'aprile, varii furono i sentimenti
dei politici: noi li lasceremo masticare le lor sottili riflessioni.
Per sì fatta mutazion di cose furono costrette le truppe franzesi,
palatine ed hassiane a ritirarsi più che in fretta, e con grave lor
danno, dalla Baviera e da' suoi contorni, perchè sempre insultate dalle
milizie austriache.
Frequenti intanto erano i maneggi degli elettori per dare un nuovo
capo all'imperio, e sul principio di giugno fu intimata in Francoforte
la dieta per l'elezione; affinchè essa seguisse con piena libertà,
giudicarono bene i Franzesi di spedire un grosso esercito comandato
dal _principe di Conty_ al Meno nelle vicinanze d'essa città di
Francoforte. Tanta carità de' Franzesi verso i loro interessi non la
sapeano intendere i principi e circoli dell'imperio, e molto meno volle
sofferir questa violenza la corte di Vienna. Trovavasi verso quelle
parti un esercito austriaco, ma non di tal nerbo da poter intimare la
ritirata ai Franzesi. Il saggio maresciallo _conte di Traun_, giacchè
era tornata la quiete nella Baviera, ebbe l'incombenza di provvedere a
questo bisogno, e poscia ebbe anche la gloria di felicemente eseguirne
il progetto. Con un altro gran corpo d'armata prese egli un giro per
le montagne e luoghi disastrosi, e presso il fine di giugno arrivò ad
unirsi coll'altro esercito comandato dal _conte Batthyani_. A questa
armata combinata sul principio di luglio comparve anche il gran duca
di Toscana _Francesco Stefano di Lorena_, e poco si stette a vedere
scomparire dalle rive del Meno e ritirarsi al Reno l'oste franzese.
Restò con ciò liberata la città di Francoforte da quell'intollerabil
aggravio, e tanto più, perchè il gran duca condusse anch'egli
l'esercito suo ad Heidelberga, lasciando in piena libertà i ministri
deputati all'elezione del futuro imperadore. Essendo poi giunto sul
fine di agosto a Francoforte l'_elettore di Magonza_, si continuarono
le conferenze di quella dieta; e giacchè non fu questa volta disdetto
alla regina d'Ungheria il voto della Boemia, l'elettor di Baviera
nell'accordo con essa regina avea impegnato il suo in favore della
medesima: nel dì 13 di settembre, ancorchè mancassero i voti del re
di Prussia e del palatino, seguì le elezioni di _Francesco Stefano_
duca di Lorena, gran duca di Toscana, marito e correggente della
stessa regina _Maria Teresa_, in re dei Romani, che assunse il titolo
d'imperadore eletto. Mossesi da Vienna questa regnante non tanto
per godere anch'essa in persona di veder la coronazione dell'augusto
consorte, e rimesso lo scettro cesareo nella sua potentissima casa,
quanto ancora per convalidare un patto voluto dagli elettori, cioè
ch'essa regina si obbligasse di assistere colle sue forze il nuovo
Augusto in tutte le sue risoluzioni e bisogni. Fece il suo magnifico
ingresso in Francoforte l'_imperadore Francesco I_ nel dì 21 di
settembre, eseguì poi nel dì 4 di ottobre la di lui solenne coronazione
con indicibil festa e concorso d'innumerabil gente. Si aspettava
ognuno che, secondo lo stile, anche alla regina di lui consorte fosse
conferita l'imperial corona. Per più d'un riguardo se ne astenne la
saggia principessa, più di quell'onore a lei premendo il conservare
i proprii diritti, e l'amore de' suoi Ungheri e Boemi, e il poter
sedere da lì innanzi in carrozza al fianco dell'augusto marito. Accettò
nondimeno il titolo d'imperadrice, e non lasciò di far risplendere in
tal congiuntura la mirabil sua magnificenza, essendosi creduto da molti
che ascendesse a qualche milione il prezzo delle gioie e dei regali
da essa distribuiti agli elettori, ministri, generali delle milizie,
soldati, ed altra gente, tanto che ne stupì ognuno. Si restituirono
poscia le imperiali loro maestà a Vienna, e vi fecero il giulivo loro
ingresso nel dì 27 di ottobre.
Continuava intanto la guerra dell'imperadrice suddetta col re di
Prussia, le cui armi occupavano la Slesia. Nel dì 8 del gennaio
dell'anno presente in Varsavia fra la suddetta Augusta regina, il re
d'Inghilterra e il re di Polonia, come elettor di Sassonia, e gli
Olandesi, fu stabilita una lega difensiva, per cui si obbligò esso
elettore di contribuire trenta mila armati per la difesa del regno
d'Ungheria, con promettergli annualmente le potenze marittime cento
cinquanta mila lire sterline, per questo. E giacchè il re prussiano
s'era messo sotto i piedi il precedente trattato di pace, attese
indefessamente la corte di Vienna ad unire un poderoso esercito
contra di lui, lusingandosi di poter profittare di questa rottura,
per ricuperare la sommamente importante provincia della Slesia
dalle mani di chi avea mancato alla fede. Altri conti faceva il re
di Prussia, le cui truppe a maraviglia agguerrite, forti e spedite
nei combattimenti, hanno in questi ultimi tempi conseguito un gran
credito nelle azioni militari. All'apertura della campagna il principe
_Carlo di Lorena_ marciò animosamente coi Sassoni in traccia della
nemica armata. Seguirono varii incontri, finchè nel dì 4 di giugno
prese Striegau e Friedberg, esso principe, forse contro sua voglia,
venne ad una giornata campale con esso re. Toccò una gran rotta agli
Austriaco-Sassoni, non avendo il principe assai per tempo avvertita
la svantaggiosa situazione sua, per cui non potea passare la sua
cavalleria, e la vantaggiosa dell'esercito prussiano. Confessarono i
vinti la perdita di nove mila persone fra uccisi, feriti e prigioni.
Pretesero all'incontro i vincitori prussiani, che de' loro avversari,
quattro mila restassero estinti nel campo, sette mila fossero i
prigioni, fra i quali ducento gli uffiziali, coll'acquisto di sessanta
cannoni, trentasei bandiere ed otto paia di timbali, oltre lo spoglio
del campo. Furono perciò obbligati gli Austriaci e Sassoni a ritirarsi
con grave disagio nella Boemia, per attendere alla difesa, e furono
colà inseguiti dai nemici. Ritirossi poscia nel settembre da essa
Boemia il re di Prussia, e con un manifesto, e coll'avvicinamento
delle sue truppe cominciò a minacciar la Sassonia. L'inseguì in questa
ritirata il principe di Lorena, e nel dì 30 di esso mese a Prausnitz
in Boemia andò coll'esercito suo ad assediarlo. Ebbe anche questa
volta la fortuna contraria, e lasciò in mano dei nemici la vittoria,
con perdita forse di tre mila persone, di trenta pezzi di cannone e di
molte insegne. Ma nè pure il Prussiano potè gloriarsi molto di questa
giornata, perchè anch'egli perdè non solo assai gente, ma anche la
maggior parte del bagaglio proprio e dei suoi uffiziali: stante l'avere
il generale Trench co' suoi Ungheri atteso nel bollore della battaglia
a ciò che più gli premeva, cioè a quel ricco bottino, e a far prigione
chiunque ne aveva la guardia. Fu creduto che se essi Ungheri, senza
perdersi nel saccheggio, avessero secondato il valor degli Austriaci,
con menar anch'essi le mani, ed assalir per fianco i nemici, come era
il concerto, sarebbe andata in isconfitta l'armata prussiana.
Ora essendosi inoltrato il re di Prussia nei confini della Sassonia,
nel dì 23 di novembre si affrettò di prevenir l'unione degli Austriaci
coi Sassoni, e gli riuscì di dare una rotta ad alquanti reggimenti
della Sassonia, colla morte di circa due mila d'essi, e colla
prigionia di altrettanti. Si tirò dietro questa vittoria un terribile
sconvolgimento di cose. Imperciocchè l'elettor sassone re di Polonia
prese le precauzioni di ritirarsi colla real famiglia e co' suoi più
preziosi arredi in Boemia e non finì il mese che le truppe prussiane
entrarono in Mersburg e Lipsia; e il re loro nello stesso tempo con
altro corpo di gente s'impadronì di Gorlitz. Inorridì ognuno all'udir
le smisurate contribuzioni di due milioni e mezzo di fiorini, intimate
al popolo di Lipsia, da compartirsi poi sopra tutto l'elettorato
di Sassonia, con dar tempo di sole poche ore al pagamento. Convenne
contribuire quanto di danaro, gioie ed argenterie si potè unire, in
quel brutto frangente, e dar buone sicurtà mercantili pel residuo.
Anche nel dì 15 di dicembre seguì un altro fatto d'armi fra i Prussiani
e gli Austriaco-Sassoni, colla peggio degli ultimi; dopo di che furono
aperte le porte di Dresda ai re di Prussia. Per cotanta felicità del re
nemico conobbero in fine tanto _Federigo Augusto III_ re di Polonia,
quanto l'imperadrice _Maria Teresa_, la necessità di trattar di pace.
Da Vienna dunque con plenipotenza volò il ministro d'Inghilterra a
trovare _Carlo Federigo III_ re di Prussia, e a maneggiar l'accordo.
Ossia che l'imperadrice della Russia minacciasse il Prussiano, o
pure che altri riguardi movessero esso re: certo è che nel dì 25
di dicembre seguì la pace fra quelle tre potenze, uniformandosi al
precedente trattato di Breslavia, con altri patti, che io tralascio.
Ritiraronsi perciò da lì a non molto l'armi prussiane dalla Sassonia;
e siccome il re elettore se ne tornò al godimento de' suoi Stati,
così l'imperadrice, sbrigata da sì fiero e fortunato avversario potè
attendere con più vigor da lì innanzi a sostenere gli affari suoi in
Italia.
Gran guerra fu eziandio in Fiandra nell'anno presente. Sul fine
d'aprile il valoroso _conte di Sassonia_ maresciallo di Francia con
potente esercito si portò all'assedio di Tournai. V'era dentro un
presidio di nove mila alleati che prometteva gran cose, e certamente
non mancò al suo dovere. Lo stesso re Cristianissmo _Luigi XV_ col
figlio Delfino volle ancora in quest'anno incoraggir quell'impresa
colla presenza sua, e ben molto giovò. Imperciocchè nel dì 11 di maggio
ii giovane _duca di Cumberland_, secondogenito di _Giorgio II_ re
della Gran Bretagna, comandante supremo dell'armata dei collegati in
Fiandra, assistito dal saggio maresciallo _conte di Koningsegg_ (i cui
consigli non furono questa volta attesi) andò con tutte le sue forze ad
assalire i Franzesi a Fontenay. Nove ore durò l'aspro combattimento,
in cui l'esercito collegato superò alcuni trinceramenti, e fece
anche piegare i nemici; ma sopraggiunte le guardie del re, cangiò
aspetto la battaglia, e furono essi alleati costretti a ritirarsi con
disordine ad Ath, con restare i Franzesi padroni del campo, di molte
bandiere, stendardi e cannoni, e con fare circa due mila prigioni.
Che comperassero i Franzesi ben caro questa vittoria, si argomentò
dall'aver essi contato fra morti e feriti quattrocento cinquanta de'
loro uffiziali. Nel dì 23 di maggio la guernigione di Tournay cedè
la città agli assedianti, e si ritirò nella Cittadella, dove, con far
più prodezze, si sostenne sino al dì 20 di giugno. Le furono accordati
patti di buona guerra, a riserva di non potere per tutto il presente
anno militare contro i Franzesi. Era esso presidio ridotto a sei
mila persone. Andò poi rondando l'accorto maresciallo di Sassonia per
alquanti giorni, senza prevedersi dove piombare; quando improvvisamente
spedì un corpo dei suoi, i quali, dopo aver data una rotta a sei
mila Inglesi che marciavano alla volta di Gant, colla scalata
s'impadronirono, nel dì 11 di luglio, della stessa vasta città di Gant,
e nel dì 16 anche del castello. Copiosi magazzini di farine, biada,
biscotto, fieno ed abiti da soldati si trovarono in quella città,
e furono di buon cuore occupati dai Franzesi. Nel dì 21 di luglio
entrarono l'armi galliche anche in possesso di Oudenarde, Grammont,
Alost, e poscia di Dendermonda: dopo di che passarono sotto Ostenda, e
verso la metà d'agosto ne impresero l'assedio e le offese.
Chiunque sapea quanta gente e che smisurato tempo costasse il vincere
quell'importante piazza nelle vecchie guerre di Fiandra, stimava di
mirare anche oggidì le stesse maraviglie di ostinata difesa. Ma non
son più quei tempi, e le circostanze ora sono ben diverse. Il prendere
le piazze anche più forti è divenuto un mestier facile all'ingegno
e valore delle armi franzesi. Ostenda nel dì 23 del suddetto mese
d'agosto con istupore d'ognuno capitolò la resa, e quel presidio
ottenne onorevoli condizioni. Avendo con questa segnalata impresa il re
Cristianissimo coronato la sua campagna, carico di palme se ne tornò
a Parigi e a Versaglies. Anche Neuport, fortezza di gran conseguenza,
nel dì 5 di settembre venne in potere de' Franzesi, ed altrettanto
fece Ath nel dì 8 di ottobre. Un gran dire dappertutto era al mirare
con che favorevol vento procedessero in Fiandra le armate franzesi, e
qual tracollo venisse ivi agl'interessi dell'imperadrice Maria Teresa.
Eppure qui non si fermò l'applicazione del gabinetto di Francia.
Sul principio d'agosto, assistito qualche poco da essi Franzesi, il
cattolico principe di Galles _Carlo Odoardo_, figlio di _Giacomo III
Stuardo_ re d'Inghilterra, già chiamato nel precedente anno in Francia,
ebbe la fortuna di passare sopra una fregata con alcuni suoi aderenti,
e buona copia d'armi e danaro in Iscozia, dove fu accolto con festa da
molti di que' popoli, che non tardarono a sollevarsi, e a riconoscere
per loro signore il di lui padre. Prese tosto tal piede quell'incendio,
che _Giorgio II_ re d'Inghilterra, non tanto per opporsi ai progressi
di questo principe, quanto ancora per sospetti che non si trovasse
qualche rivoluzione nel cuore del regno, richiamò a Londra parte delle
sue truppe esistenti in Fiandra, e fece anche istanza agli Olandesi del
sussidio di sei mila soldati, al quale erano tenuti secondo i patti,
e bisognò inviarli. Contribuì non poco tal avvenimento a facilitar
le conquiste de' Franzesi nei Paesi Bassi. Non mi fermerò io punto
a descrivere quegli avvenimenti, perchè oramai mi chiama l'Italia a
rammentare i suoi.
Fermossi per tutto il verno dell'anno presente col quartier generale
austriaco in Imola il _principe di Lobcowitz_, e si stendevano le sue
truppe per tutta la Romagna. Nello stesso tempo il generale spagnuolo
_conte di Gages_ faceva riposar le sue milizie su quel di Viterbo
e nei contorni, lagnandosi indarno gl'innocenti popoli dello Stato
ecclesiastico di sì fatto aggravio. Diverso nondimeno era il danno
loro inferito da queste armate; perchè gli Austriaci, non contenti
delle naturali, esigevano anche esorbitanti contribuzioni in danaro
dalle legazioni di Bologna, Ferrara e Romagna. Passati i primi giorni
di marzo, giacchè il _conte di Gages_ era stato rinforzato da molti
squadroni spediti dalla Spagna e da un corpo di Napolitani, con essere
in viaggio altre schiere per unirsi con lui, mise in moto l'armata
sua alla volta di Perugia, e quindi per tre diverse strade valicò lo
Apennino; e nel dì 18 cominciarono quelle truppe a comparire a Pesaro.
Credevasi che gli Austriaci postati a Rimino fossero per far testa; ma
non si tardò molto a vedere l'inviamento de' loro spedali alla volta
del Ferrarese, per di là passare a Mantova; e da che i Napolispani
s'inoltrarono verso Fano, il _principe di Lobcowitz_, incendiati i
proprii magazzini, cominciò a battere la ritirata verso Cesena, Forlì e
Faenza. Parea che i Napolispani avessero l'ali; non l'ebbero meno gli
Austriaci; talmente che, arrivato il principe suddetto, nel dì 5 di
aprile, a Bologna coll'armata, non le diede riposo, e fecela marciare
alla volta della Samoggia. Ma da che cominciarono i nemici a comparire
di qua da Bologna, egli postò nel dì 10 di esso mese tutto l'esercito
suo di qua dal Panaro sul Modenese.
Arrivato che fu da Venezia a Bologna anche _Francesco III d'Este_ duca
di Modena, generalissimo dell'armata napolispana, s'inviò questa in
ordinanza di battaglia verso il suddetto Panaro, e nel dì 13 di aprile
nelle vicinanze di Spilamberto lo passò, benchè fosse accorso colà
il _principe di Lobcowitz_ con apparenza di voler dare battaglia. Ma
senza aver fatto alcuna prodezza, si vide la sera tutto l'esercito
austriaco passar lungo le mura di Modena: esercito che servì di
scusa al generale, se altro non cercava che di ritirarsi; perchè
comparve smilzo più d'un poco agli occhi dei molti spettatori. Venne
il Lobcowitz ad accamparsi fra la cittadella di Modena e il fiume
Secchia, mentre i Napolispani andarono a piantare le tende al Montale,
e ne' luoghi circonvicini sino a Formigine, quattro miglia lungi
dalla città. Si figurarono molti che il pensier loro fosse di entrare
in Modena, e già il Lobcowitz avea aggiunto al ponte alto un altro
ponte di barche, per salvarsi di là dal fiume, qualora tentassero i
nemici di assalirlo in quel posto: saggia risoluzione, perchè, passato
di là, non paventava di loro; e quand'eglino avessero in altri siti
superato il fiume, egli se ne sarebbe tornato in sicuro da quest'altra
parte. Ma altri erano i disegni de' Napolispani. Correvano allora i
giorni santi, e vennero quelli ancora di Pasqua: con che divozione li
passassero i Modenesi non sentendo altro che la desolazione del loro
paese per le due vicine armate, facilmente si può immaginare. Ed ecco
che nella notte precedente il dì 22 d'aprile i Gallispani alla sordina
levarono il campo, e per la strada di Gorzana s'avviarono alla volta
delle montagne di San Pellegrino. Una impensata fiera disavventura
arrivò ad esse truppe nel passare per colà in Garfagnana, perchè, colte
da un'improvvisa neve, che principiò a fioccare, e trovandosi senza
foraggi e biade in que' monti, fecero orridi patimenti; seguì non lieve
diserzione di gente, e più di cinquecento cavalli e muli lasciarono
l'ossa su quelle balze. Calati poi nella Garfagnana i Gallispani, sì
improvvisamente arrivarono addosso alla fortezza di Montalfonso, che
quel comandante austriaco, sorpreso senza vettovaglia, si arrendè tosto
col presidio prigioniere di guerra; ed avendo poi fatto altrettanto
quello della Verucola, tornò tutta quella provincia all'ubbidienza
del duca di Modena suo legittimo sovrano. Speravano i Garfagnini un
trattamento da amici dalle truppe spagnuole, e provarono tutto il
contrario. Passò da lì a poco quell'armata sul Lucchese, e stesesi
fino a Massa, dando assai a conoscere ch'essa era per volgersi verso
il Genovesato, a fine di unirsi coll'altra armata de' Gallispani che
si andarono adunando nella riviera occidentale di Genova. Si avvide
per tempo di questo loro disegno il generale austriaco principe di
Lobcowitz; e perciò anch'egli nel dì 23 d'aprile sollecitamente alzò
il campo dai contorni di Modena, e s'avviò alla volta di Reggio,
e di là poi andò a mettere il suo quartiere a Parma, con ispedire
varii distaccamenti in Lunigiana, a fine d'impedire o frastornare il
passaggio de' nemici nel territorio di Genova. In fatti, allorchè
nel dì 9 di maggio si misero i Napolispani a passare la Magra, ne
riportarono una buona percossa: dopo di che arrivarono in fine dopo
tante faticose marcie a prendere riposo nelle vicinanze di Genova.
Si venne a poco a poco da lì innanzi svelando un arcano che avea dato
molto da pensare e da discorrere nei giorni addietro. Molto tempo
era che la repubblica di Genova andava facendo un grande armamento
di nazionali, di Corsi, e di qualunque disertore che capitava in
quelle parti. Chi credea con danaro proprio di essi Genovesi, e chi
colla borsa di Spagna. Tanto gl'Inglesi, padroni per la potente lor
flotta del Mediterraneo, quanto _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna
se ne allarmarono, ed inviarono ministri a chiedere il perchè si
facesse quella massa di gente. Altra risposta non riceverono, se
non che trovandosi da ogni parte attorniati da armate gli Stati di
quella repubblica, il senato per propria difesa e sicurezza avea
messe insieme quell'armi. Ma i saggi, che penetravano nel midollo
delle cose, sospettarono di buon'ora la vera cagione di tal novità.
Non fu sì segreto il trattato di Worms, fatto dal re di Sardegna
colle corti di Londra e di Vienna, che non traspirasse accordato al
medesimo re l'acquisto ancora del Finale, già appellato di Spagna.
Del che si maravigliarono non pochi; perciocchè dallo strumento della
vendita d'esso Finale fatta dall'imperador _Carlo VI_ ai Genovesi non
apparisce alcuna restrizione, se non che quel marchesato restasse feudo
imperiale. Ma il re di Sardegna volle in tal congiuntura che si avesse
riguardo alle antiche pretensioni e ragioni della sua real casa su
quel feudo. Dovettero ben trovarsi imbrogliati i ministri della regina
per accordar questo punto, stante l'evizione promessa dall'Augusto
Carlo nella vendita; e pure convenne accordarlo. Sommamente restarono
irritati per questo i Genovesi contra del re di Sardegna, e non fu
perciò difficile alle corti di Francia, Spagna e Napoli di manipolare
un trattato di aderenza d'essa repubblica all'armi loro, mercè della
promessa di assicurarla del dominio e godimento di quello Stato,
allorchè si tratterebbe di pace. Altri vantaggi ancora le esibirono
a tenor delle conquiste che si meditavano nella presente guerra.
Entrarono pertanto i Genovesi nell'impegno, ed aspettarono a cavarsi la
maschera allorchè gli Spagnuoli si avanzarono verso i loro confini. Di
gran conseguenza fu per li Gallispani l'accrescimento di questi nuovi
alleati, che si dichiararono ausiliarii della Spagna, perchè, oltre
al riguardevol rinforzo delle lor genti, si venne ad aprire una larga
porta pel Genovesato all'armi di essi Gallispani, quando probabilmente
non avrebbono essi potuto trovarne un'altra sì facile per calare in
Lombardia.
Giù nella Savoia era passato colle sue genti in Provenza il reale
infante _don Filippo_, e quivi avea ricevuto un buon sussidio di
altri fanti e cavalli, a lui spediti dal re suo genitore: nel qual
tempo ancora non cessavano di andar giugnendo a Nizza e Villafranca
sciabecchi spagnuoli, portanti artiglierie, attrezzi e munizioni, senza
chiederne passaporto ai nemici Inglesi, i quali sembravano chiudere
gli occhi a que' trasporti, ma verisimilmente non li poteano impedire,
anzi andavano facendo prede di tanto in tanto. Era anche in marcia
un corpo di non so quante migliaia di fanteria e cavalleria franzese,
sotto il comando del maresciallo _marchese di Maillebois_, per venire
ad unirsi con esso infante. Andò poi come potè il meglio l'armata
spagnuola progredendo per le disastrose strade della riviera di Ponente
alla volta di Savona. Fu richiamato in questo tempo alla corte di
Vienna il _principe di Lobcowitz_, per valersi di lui nell'importante
guerra di Boemia. Ora l'esercito austriaco, informato che il corpo
degli Spagnuoli comandato dal _duca di Modena_, e rinforzato da due
mila cavalli e tre mila fanti, staccati dall'armata dell'infante,
si era inoltrato sino alla Bocchetta, dopo la metà di giugno, per
opporsi al loro avanzamento, entrò nel Genovesato, impadronendosi
di Novi. Anche il re di Sardegna, a cui la morte nel dì 29 di maggio
avea tolto il _marchese d'Ormea_, gran cancelliere ed insigne primo
ministro suo, mandò le sue milizie ad accamparsi nei siti per dove
potea l'infante _don Filippo_ tentare il passaggio in Lombardia.
Fermaronsi gli Austriaci in Novi sino al principio di luglio, quando
il _duca di Modena_ unito al _general Gages_ marciò a quella volta
con tutte le forze dell'oste napolispana, e gli obbligò a ritirarsi
a Rivalta, e nelle vicinanze di Tortona. Nello stesso tempo anche
l'infante coll'esercito gallispano, mossosi da Savona, e passato lo
Apennino, arrivò a Spigno, e pel Cairo venne ad impadronirsi della
città di Acqui nel Monferrato, con fare retrocedere i Savoiardi.
Parimente con altro corpo di gente il maresciallo di Maillebois calò
per la valle di Bormida: laonde fu obbligato il general piemontese
Sinsan a ritirarsi da Garessio a Bagnasco, per coprire il forte di
Ceva. Alla metà di luglio, allorchè s'intese in piena marcia l'esercito
napolispano alla volta di Capriata, e il gallispano procedere verso
Alessandria, il _conte di Schulemburgo_, general comandante delle
armi austriache, ridusse le sue truppe (colle quali si unì anche la
maggior parte dei Savoiardi) a Montecastello e a Bassignana, formando
quivi un accampamento sommamente vantaggioso pel sito difeso dal Po e
dal Tanaro, e insieme dalla città di Alessandria, con cui tenea quel
campo una continua comunicazione. Venne circa il dì 23 di luglio ad
unirsi il reale infante coll'esercito comandato dal duca di Modena, e
passarono poi tutti ad accamparsi tra il Bosco e Rivalta, stendendosi
sino a Voghera. Intanto fu data commissione al _marchese Gian Francesco
Brignole_, general comandante delle truppe genovesi, di far l'assedio
del vecchio castello di Serravalle, e si attese alle occorrenti
disposizioni del bisognevole, per imprendere quello di Tortona e della
sua cittadella.
Solamente nel dì 15 d'agosto parte dell'esercito collegato di Spagna
si presentò sotto essa Tortona; e perchè quella città è priva di
fortificazioni, il comandante savoiardo, dopo aver sostenuto per
alquanti giorni il fuoco dei nemici, l'abbandonò, ritirando nella
cittadella, o sia nel castello, il suo presidio. Alzaronsi poscia
batterie di cannoni e mortari per bersagliar quella fortezza, e nel
dì 23 si diede principio alla lor sinfonia. Comune credenza era, che
quel castello farebbe lunga difesa, stante la situazione sua sopra un
monte o colle, per non poter esser battuto, se non da un lato, cioè
dal declivo settentrionale della stessa collina. Ma attaccatosi fuoco
nelle fascinate delle fortificazioni esteriori, quella guernigione nel
dì 3 di settembre capitolò la resa, con obbligarsi di non servire per
un anno contra degli alleati della Spagna. Si era già sul principio
d'agosto renduto Serravalle all'armi collegate, con restar prigioniero
di guerra quel tenue presidio. Cominciarono allora i Genovesi a
raccogliere il frutto della loro aderenza alla Spagna, perchè fu
conceduto ad essi il possesso e governo non solamente di quel castello,
ma anche del marchesato d'Oneglia. Sbrigatosi dall'impedimento di
Tortona il real infante _don Filippo_, fu sollecito a spedire il duca
di Vieville con un grosso distaccamento di cavalleria e fanteria e con
cannoni all'acquisto di Piacenza. In quella città non restava se non il
presidio di circa trecento uomini, avendo conosciuto il re di Sardegna
di non poterla sostenere. Perchè quel comandante ricusò di aprir
le porte, gli Spagnuoli impazienti, avendo recato seco delle scale,
improvvisamente diedero la scalata alle mura verso Po, e vi entrarono
nel dì 5 di settembre. Ritirossi la guernigione nel castello, lasciando
esposta la cittadinanza al pericolo di un sacco. La protezione di
_Elisabetta Farnese_ regina di Spagna, quella fu che li salvò da
questo flagello; ed accorsa la nobiltà, con far portare commestibili
alle truppe, acquetò tosto il romore. Volle il comandante piemontese
del castello, prima di rendersi, l'onore di essere salutato con molte
cannonate, e poscia nel dì 13 di esso mese si rendè a discrezione. Quei
presidiarii, che non erano nè savoiardi, nè tedeschi, ma italiani quasi
tutti, si liberarono dalla prigionia con prendere partito nell'armata
di Spagna. Ciò fatto, nel dì 16 comparve a Parma un distaccamento di
Spagnuoli, che niuna difficoltà trovò ad impadronirsene, giacchè gli
Austriaci ne aveano precedentemente menato via il cannone, e tutti
gli attrezzi e le munizioni da guerra, e il loro presidio ne avea
preso congedo per tempo. Volarono corrieri a Madrid con queste liete
nuove, nè s'ingannò chi credette che la magnanima regina di Spagna
intendesse con particolar giubilo e consolazione il riacquisto del
suo paterno retaggio. Fu preso dal generale marchese di _Castellar_ il
possesso di quella città, e di tutto il dominio già spettante alla casa
Farnese, a nome di essa Cattolica regina; ed egli pubblicò poscia uno
straordinario editto, vietante ogni sorta di giuoco d'azzardo, sotto
pene gravissime: regolamento invidiato, ma non isperato da altre città.
Dopo l'acquisto di Parma fu creduto che di quel passo verrebbono gli
Spagnuoli fino a Modena; e persuasi di ciò gli uffiziali savoiardi,
spedirono via in fretta i loro equipaggi. Ma altro non ne seguì,
meditando gli Spagnuoli imprese di maggior loro vantaggio.
Diede in questi tempi il generale di essi _conte di Gages_ un nuovo
saggio della sua avvedutezza, mostrata in tante altre militari
azioni. Fatto gittare un ponte alla Stella verso Belgioioso, spinse
all'altra riva un corpo di tre mila granatieri con della cavalleria.
Pareano le sue mire volte a Milano: il che fu cagione che dal campo
Austriaco-sardo di Bassignana fossero spediti con diligenza quattro
mila soldati per coprire quella città. Ma il Gages all'improvviso fece
marciare il duca di Vieville con quella gente a Pavia. Soli cinquecento
Schiavoni, parte dei quali anche o malata o convalescente, si trovavano
in quella città di molta estensione: laonde non durarono fatica con una
scalata di Spagnuoli a mettervi dentro il piede nella notte precedente
il dì 22 di settembre, con fare un acquisto di somma importanza
nelle congiunture presenti, stante la situazione di quella città,
che, oltre all'essere di là da Po, ha anche il suo ponte a cavallo
del Ticino. Ottenne quel tenue presidio, ritiratosi nel castello, di
potersene andare, con obbligo di non militare per un anno contra dei
Gallispani e loro alleati. Per non essere ben informati gli Spagnuoli,
perderono allora un bel colpo. Nel castello di Milano erano, secondo
la disattenzione austriaca, smontati quasi tutti i cannoni; poco più
di cento soldati stavano alla sua difesa, e questi senza viveri, che
per cinque o sei giorni. Se colà marciavano a dirittura gli Spagnuoli,
troppo verisimilmente veniva quell'insigne castello in breve alle
lor mani. Nè pur Pizzighettone si trovava allora in migliore arnese.
Ebbero dunque tempo il generale conte Pallavicini e il conte Cristiani
gran cancelliere di provvedere con indicibil diligenza di tutto il
bisognevole quelle due fortezze, sicchè le medesime si risero poi pei
susseguenti attentati nemici. Intanto per mare, non ostante il continuo
girare de' vascelli inglesi, andavano continuamente giugnendo a Genova
parte da Napoli e parte dalla Catalogna nuovi rinforzi di gente, di
artiglierie e munizioni, destinati al campo spagnuolo. La presa di
Pavia cagion fu che il generale austriaco _conte di Schulemburgo_
colle sue truppe ripassasse il Po, per vegliare alla sicurezza di
Milano, restando nondimeno a portata di poter recare soccorso, mercè
di un ponte sul Po, al re di Sardegna, rimasto colle sue milizie
nell'accampamento di Bassignana. Erasi fin qui esso re _Carlo
Emmanuele_ fermato in quel sito, attendendo a sempre più fortificarlo,
e a visitar sovente la città d'Alessandria, a cui pure facea
continuamente accrescere nuove fortificazioni. Ma da gran tempo andava
studiando il conte di Gages col duca di Modena di farlo sloggiare di
là, perchè senza di questo nulla v'era da sperare contro Alessandria,
Valenza ed altri luoghi superiori dietro il Po. Giacchè loro era
riuscito di separare la maggior parte delle milizie austriache dalle
piemontesi, lasciato un convenevol presidio in Pavia, si ridussero di
qua da Po; ed unito lo sforzo de' suoi Napoletani, Franzesi e Genovesi,
nella sera del dì 26 di settembre mossero da Castelnuovo di Tortona
l'esercito per passare il Tanaro, ed assalire i forti trincieramenti,
nei quali dimorava il re di Sardegna colle sue truppe.
Marciava in sei colonne questa potente armata, e nella prima si trovava
lo stesso _Gages_ col _duca di Modena_, a fin di fare in varii siti
un vero o finto assalto. Sullo spuntar dell'aurora del dì 27, dato
il segno della battaglia con tre razzi dalla torre di Piovera, fanti
e cavalli allegramente guadarono il fiume, e da più parti, secondo
il premeditato ordine, piombarono addosso agli argini e fossi del
campo nemico. Aveano essi creduto di andare a un duro combattimento,
e si trovò che, a riserva del primo insulto a quelle trincee, non
vi fu occasion di combattere. Perciocchè il re di Sardegna, appena
scoperto il loro disegno, senza voler avventurare il nerbo delle sue
genti, ordinò la ritirata, a cui gli altri diedero il nome di fuga.
Furono veramente inseguiti i Savoiardi dai carabinieri reali e dalle
guardie del duca di Modena, e da altri corpi di cavalleria spagnuola;
ma cinque reggimenti sardi a cavallo, postati sopra un'altura in
ordinanza, coprirono in maniera la ritirata delle artiglierie e la
lor fanteria, che questa, quantunque sbandata, parte si ridusse a
Valenza, e parte ad Alessandria. Con sommo disordine poscia scamparono
anche quei reggimenti. Al primo romore avea bene il real sovrano di
Sardegna chiesto soccorso al conte di Schulemburgo, che colle sue
truppe stava accampato di là da Po, nè tardò egli punto a muoversi;
due anche de' suoi reggimenti passarono allora in aiuto d'esso re; e
da che videro come in rotta i Savoiardi, arditamente quasi per mezzo
ai nemici si ritirarono a Valenza anch'essi. Ma perciocchè non furono
pigri i Gallispani a marciar verso il ponte sul Po, che manteneva la
comunicazione co' Piemontesi; e presa la testa del medesimo, voltarono
due cannoni ivi trovati contro gli Austriaci: questi, o perchè
trovarono interdetto l'ulteriore passaggio, o perchè conobbero già
finita la festa, diedero il fuoco al ponte medesimo, e se ne tornarono
al loro accampamento. Sicchè andò a terminare questa precipitosa
impresa in poca mortalità di gente, in avere i collegati acquistato
non già più che nove cannoni, due stendardi e il bagaglio di tre
reggimenti. Si fece ascendere il numero de' prigioni savoiardi sin
a due mila, fra i quali trentasette uffiziali, e ad alcune centinaia
di cavalli; parte dei quali feriti nelle groppe. Non mancò in questa
disgrazia al re sardo la lode di aver saputo salvare la maggior parte
delle sue truppe ed artiglierie.
Vollero in questi tempi gl'Inglesi far provare il loro sdegno alla
repubblica di Genova per la sua aderenza alla Spagna. Presentatasi
nel dì 26 di settembre una squadra delle lor navi contro la medesima
città, con alquante palandre, cominciò a gittar delle bombe; ma
conosciuto che queste non arrivavano a terra, e intanto i cannoni del
porto non istavano in ozio, tardarono poco a ritirarsi, senza avere
inferito alcun danno alla città. Passarono essi dipoi al Finale,
e fecero quivi il medesimo giuoco contro quella terra, che loro
corrispose con frequenti spari d'artiglierie: laonde, vedendo di nulla
profittare, anche di là se n'andarono con Dio. Non così avvenne alla
tanto popolata terra, o sia città di San Remo, dove o non seppe o non
potè far difesa quel popolo. Secento bombe e tre mila cannonate delle
navi inglesi fecero un lagrimevol guasto in quelle case, ed immenso
danno recarono a quegl'industriosi abitanti. Andarono intanto gli
Austriaci e Piemontesi ad unirsi in Casale di Monferrato, vegliando
quivi agli andamenti de' Gallispani, i quali, perchè Alessandria
era rimasta in isola, nel dì 6 di ottobre sotto di essa aprirono la
trincea. Sino alla notte precedente al dì 12 si tenne forte in quella
città il _marchese di Carraglio_, general veterano del re di Sardegna,
e si ridusse poi con tutti i suoi nella cittadella, di modo che nel
dì seguente pacificamente entrarono in essa città i Gallispani. Avea
nei tempi addietro il re sardo con immense spese atteso a fornir
quella cittadella di tutte le più accreditate fortificazioni dentro e
fuori; abbondanti munizioni da guerra e provvisioni di vettovaglie vi
erano state poste; grosso era il presidio. Per queste ragioni, e per
essere molto avanzata la stagione, troppo impegno essendo sembrato ai
Gallispani l'imprendere quell'assedio, unicamente si pensò a vincere
colla fame una sì rilevante fortezza. Lasciatala dunque bloccata
con sufficiente numero di truppe, il resto della loro armata passò
all'assedio di Valenza, sotto di cui nel dì 17 d'ottobre diedero
principio alle ostilità. Venne in questi tempi al comando dell'armata
austriaca _Wincislao principe di Lictestein_, di una delle più nobili
e più ricche case della Germania, e personaggio di somma prudenza
e pietà, in cui non si sapea se maggior fosse la generosità, o la
cortesia e l'onoratezza: delle quali virtù avea lasciata gran memoria
nell'ambasceria a Parigi, e in tante altre occasioni. Dacchè furono
inoltrati gli approcci sotto Valenza, e si videro gli assedianti in
procinto di dare l'assalto ad una mezza luna, il comandante d'essa
fortezza _marchese di Balbiano_ ne propose la resa agli aggressori; ma,
ricevuta risposta che si voleva la guernigion prigioniera, egli nella
notte avanti al dì 30 del mese suddetto con tutta segretezza abbandonò
la piazza, lasciando dentro solamente cento uomini nel castello,
oltre a molti malati. Il resto di sua gente, che consisteva in mille e
novecento soldati, in varie barche felicemente si trasportò co' suoi
bagagli di là da Po, con aver anche danneggiato i Gallispani, che,
prevedendo questo colpo, tentarono di frastornare il loro passaggio.
Entrati i vincitori in Valenza vi trovarono circa sessanta cannoni, ma
inchiodati, molti mortari, e buona quantità di munizioni ed attrezzi
militari.
Giacchè il _re di Sardegna_ e il _principe di Lictestein_ s'erano
ritirati da Casale coll'esercito loro di là da Po a Crescentino,
passarono i Gallispani ad essa città di Casale, che aprì loro le
porte nel dì 5 di novembre. Il castello guernito di secento uomini
si mostrò risoluto alla difesa, e però ne fu impreso l'assedio, ma
con somma lentezza, ancorchè colà ridotti si fossero l'_infante don
Filippo_, il _duca di Modena_, il _conte di Gages_ e il _maresciallo
di Maillebois_. Erano cadute esorbitanti pioggie, che fuori dell'usato
durarono sino al fine dell'anno. In quel grasso terreno vicino al Po si
trovarono rotte a dismisura le strade, ed immenso il fango, talmente
che i muli destinati per condurre da Valenza il cannone e le carrette
delle munizioni restavano per istrada, e trovavano la sepoltura in
quegli orridi pantani. Dall'escrescenza ed inondazione del Po fu anche
obbligato il re di Sardegna a ritirare il suo campo verso Trino e
Vercelli. Intanto circa il dì 8 di novembre passarono i Francesi ad
impadronirsi della città d'Asti, il cui castello, fatta resistenza sino
al dì 18, si rendè, restando prigioniere il presidio. In questi tempi,
cioè nel dì 17 d'esso mese, comparve sotto la Bastia capitale della
Corsica una squadra di vascelli inglesi, che, fatta indarno la chiamata
al governator _Mari_ Genovese, si diede a fulminar quella città con
bombe e cannonate, proseguendo sino al dì seguente quell'infernale
persecuzione; e poi, spinta da venti furiosi, passò altrove. Restò sì
smantellata e in tal desolazione la misera città, che il governatore,
informato dell'avvicinamento del colonnello Rivarola con tre mila Corsi
sollevati, giudicò bene di ritirarsi di là: sicchè venne quella piazza
in poter d'essi corsi. Per tal novità gran bisbiglio ed affanno fu in
Genova. Intanto, essendosi continuati gli approcci e le offese sotto
il castello di Casale, quel comandante savoiardo si vide obbligato
alla resa, con restar prigioniera di guerra la guernigione. Volle il
_maresciallo di Maillebois_ il possesso e dominio di quella città a
nome del re Cristianissimo, ed altrettanto avea fatto d'Asti, d'Acqui
e delle altre terre di que' contorni. Sì esorbitanti poi furono le
contribuzioni di danaro e di naturali, imposte dai Franzesi a quel
paese, che svegliarono orrore, non che compassione, in chiunque le udì.
Nell'Astigiano le truppe quivi acquartierate levavano anche i tetti
delle case per far buon fuoco. Passò dipoi l'_infante don Filippo_
e il _duca di Modena_ col meglio delle loro forze a Pavia. Eransi
già impossessati gli Spagnuoli di Mortara, del fertilissimo paese
della Lomellina, e di tutto l'antico territorio pavese, con giubilo
incredibile di que' cittadini, che aveano cotanto deplorato in addietro
un sì fiero smembramento del loro distretto. Aveano in oltre essi
Spagnuoli posto il piede in Vigevano, e meditavano di volgere i passi
alla volta di Reggio e Modena; quando venne loro un assoluto ordine
della corte di Madrid di passare a Milano.
Si sapea che non troverebbono intoppo ai loro passi. Il _duca di
Modena_ era di sentimento che si dovesse tenere unito tutto l'esercito
fra Pavia e Piacenza e non istenderne o sparpagliarne le forze; e
il _conte di Gages_, quantunque disapprovasse quell'impresa, pure
fu forzato ad ubbidire. Marciò dunque esso Gages con un grosso
distaccamento di truppe, e dopo avere ricevuti i deputati di Milano,
che gli andarono incontro ad offerire le chiavi, e a chiedere la
conferma dei lor privilegii, nel dì 16 di dicembre entrò con tutta pace
in quella metropoli, e tosto diede ordine, che si barricassero tutte
le contrade riguardanti quel reale castello. Nel dì 19 del suddetto
dicembre fece anche l'infante _don Filippo_ in compagnia del duca di
Modena l'ingresso in Milano, accolto con festose acclamazioni da quel
popolo, che, quantunque ben affetto all'augusta casa d'Austria, pure
pon potea di meno di non desiderare un principe proprio che stabilisse
quivi la sua residenza. E fu certamente creduto da molti non solo
possibile, ma anche probabile, che in questo germoglio della real casa
di Borbone si avessero a rinovare gli antichi duchi di Milano. Perciò
con illuminazioni ed altre dimostrazioni di giubilo si vide o per amore
o per forza solennizzato l'arrivo di questo real principe in quella
città. Questo passo ne facilitò poi degli altri, cioè l'impadronirsi
che fecero gli Spagnuoli delle città di Lodi e Como. Intanto il
_principe di Lictenstein_ col suo corpo di gente si tratteneva sul
Novarese, stendendosi fino ad Oleggio grande, e ad Arona, e alle rive
del Ticino. Nell'opposta riva di esso fiume il conte di Gages si pose
anch'egli colle sue schiere, per impedire ogni passaggio o tentativo
degli Austriaci. In tal positura di cose terminò l'anno presente:
anno considerabilmente infausto al re di Sardegna, per la perdita di
tanto paese, e per tante altre perniciose incursioni fatte da' suoi
nemici verso Ceva ed altri luoghi, ed anche verso Exiles, dove le sue
truppe ebbero una mala percossa nel dì 11 d'ottobre. E pure qui non
terminarono le disavventure del Piemonte. Nell'anno precedente era
penetrata in quelle contrade la peste bovina, e si calcolò che circa
quaranta mila capi di buoi e vacche vi perissero. Un potente mezzo per
dilatare qualsivoglia pestilenza suol essere la guerra, siccome quella
che rompe ogni argine e misura dell'umana prudenza. Però maggiormente
si dilatò questo micidial malore nell'anno presente pel Monferrato, e
per gli altri Stati del re di Sardegna, e di là passò nei distretti di
Milano e di Lodi, e giunse fino al Piacentino di là da Po, anzi arrivò
a serpeggiare nel di qua d'esso fiume, e in parte del Bresciano, con
terrore del resto della Lombardia. La strage fu indicibile; e chi sa
quai sieno le terribili conseguenze di sì gran flagello, bisogno non ha
da imparare da me in quanta desolazione restassero quei paesi, oppressi
nel medesimo tempo dall'insoffribil peso della guerra. Conto fu fatto
che centoottanta mila capi di essi buoi perissero nello Stato di
Milano. Più riuscì sensibile a que' popoli questo colpo, che la stessa
guerra.
Anno di CRISTO MDCCXLVI. Indizione IX.
BENEDETTO XIV papa 7.
FRANCESCO I imperadore 2.
Nel più bell'ascendente pareano gli affari de' Gallispani in Lombardia
sul principio di quest'anno, trovandosi le armi loro dominanti
nel di qua da Po, a riserva della bloccata Alessandria, ed essendo
venuta la città di Milano con Lodi, Pavia e Como alla lor divozione,
con restare il solo castello di Milano renitente ai loro doveri.
Lusingaronsi allora i Franzesi di poter trarre, coll'apparenza di sì
bel tempo _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna nel loro partilo, o almeno
di staccarlo colla neutralità dalla lega austriaca ed inglese. Da
Parigi e da altre parti volavano nuove che davano per certo e conchiuso
l'accomodamento colla real corte di Torino; nè si può mettere in dubbio
che qualche maneggio, durante il verno, seguisse fra le due corti per
questo. Ma o sia che le esibizioni della Francia non soddisfacessero
al re di Sardegna; o pure, come è più probabile, e protestò dipoi
esso re per mezzo de' suoi ministri alle corti collegate, ch'egli più
pregiasse la fede ne' suoi impegni, che ogni altro proprio vantaggio,
e gli premesse di reprimere la voce sparsa che l'instabilità nelle
leghe passasse per eredità nella real sua casa: certo è che svanirono
in fine quelle voci, e si trovò più che mai il re sardo costante ed
attaccato alla lega primiera, con aver egli fatto tornare indietro
mal soddisfatto il figlio del _maresciallo di Maillebois_, che,
venuto ai confini, portava seco, non dirò la speranza, ma la sicurezza
lusinghevole di veder tosto sottoscritto l'accordo. Stavano intanto i
curiosi aspettando, che s'imprendesse l'assedio formale del castello
di Milano, giacchè il ridurlo col blocco e colla fame sarebbe costato
dei mesi, e intanto potea mutar faccia la fortuna. Ma il cannon grosso
penava assaissimo ad essere trasportato per le strade troppo rotte da
Pavia a Milano, e però di una in altra settimana s'andava differendo
il dar principio a quell'impresa. Intanto, perchè si lasciarono vedere
alcuni armati spagnuoli nel borgo degli Ortolani, o sia porta Comasina,
che è in faccia al castello, le artiglierie d'esso castello gastigarono
gl'innocenti padroni di quelle case con diroccarle. Attendeva il
real infante _don Filippo_ a solazzarsi in questa metropoli con opere
di musica, ed altri divertimenti; il _duca di Modena_ se ne passò a
Venezia per rivedere la sua famiglia, e restituissi poscia nel febbraio
a Milano; e il _generale Gages_ col nerbo maggiore delle truppe
Spagnuole andò a postarsi alle rive del Ticino verso il lago Maggiore,
per impedire qualunque tentativo che potesse fare il _principe di
Lictenstein_, il quale avea piantato il suo campo ad Oleggio ed Arona,
e in altri siti del Novarese, alla riva opposta del fiume suddetto.
Non attendeva già a solazzi in Vienna l'_imperadrice regina_, ma con
attività mirabile, a cui non era molto avvezza in addietro la corte
austriaca imperiale, provvedeva ai bisogni de' suoi in Lombardia. Era
già stata conchiusa e ratificata la pace col re di Prussia. Pertanto,
sbrigata da quel potente nemico essa regina col consorte Augusto, spedì
subito ordine che una mano de' suoi reggimenti marciasse alla volta
d'Italia. Rigoroso era il verno; le nevi e i ghiacci dappertutto;
convenne ubbidire. Gran copia ancora di reclute si mise allora in
viaggio. Cagion fu la suddetta inaspettata pace, e la spedizion
di tanti armati austriaci, a poco a poco nel febbraio arrivati sul
Mantovano, che andasse in fumo ogni disegno degli Spagnuoli (se pure
alcuno mai ve ne fu) di mettere l'assedio al castello di Milano.
E perciocchè s'ingrossavano forte gli Austriaci nel di qua da Po a
Quistello, a San Benedetto, ed altri luoghi, rivolsero essi Spagnuoli
i lor pensieri alla difesa di Piacenza, Parma e Guastalla, nella qual
ultima piazza erano anche entrati. Occuparono anche la città di Reggio,
dove quel comandante Boselli Piacentino s'ingegnò di lasciare un brutto
nome, peggio trattandola che i paesi di conquista. Fu dunque posto
grosso presidio in Guastalla, ed inviata gente con qualche artiglieria
in rinforzo di Parma; nè in questi medesimi tempi cessavano di arrivare
sul Genovesato munizioni e soldatesche spedite dalla Spagna e da
Napoli, passando felicemente per mare, ancorchè girassero di continuo
per quelle acque i vascelli e le galeotte inglesi. Anche per la riviera
di Ponente passarono verso Genova tre reggimenti di cavalleria; ma non
si vedevano già comparire in Italia nuove truppe franzesi.
Diedesi, appena venuto il mese di marzo, principio alle mutazioni
di scena, che andarono poi continuando e crescendo in tutto l'anno
presente nel teatro della guerra d'Italia. Il primo a fare un bel colpo
fu il _re di Sardegna_, i cui movimenti finirono di dissipar le ciarle
del sognato suo accordo colla Francia. Spedito il _barone di Leutron_
con più di dieci mila combattenti, all'improvviso nel dì 5 del mese
suddetto piombò sopra la città di Asti. Circa cinque mila Franzesi con
più di trecento uffiziali si godevano quivi un buon quartiere. Spedì
bensì il tenente generale signor di Montal comandante di quelle truppe,
al Maillebois l'avviso del suo pericolo, insieme con ottanta mila lire
da lui ricavate di contribuzione; ma caduto il messo colla scorta negli
Usseri, cotal disgrazia ragion fu che i Franzesi non fecero difesa che
per tre giorni, e furono obbligati a rendersi prigionieri, con sommo
rammarico del maresciallo, il quale non fu a tempo per soccorrerli,
e rovesciò poi tutta la colpa di quell'infelice avvenimento sul
comandante suddetto. Mentre egli sconcertato non poco si ritirò per
coprire Casale e Valenza, i vincitori Piemontesi, rastrellando in
varii siti altre picciole guernigioni franzesi, s'inoltrarono alla
volta della già languente cittadella d'Alessandria pel sofferto blocco
di tanti mesi, seguitati da un buon convoglio di viveri condotto
dal marchese di Cravenzana. Sminuito per li patimenti quel presidio,
comandato dal valoroso _marchese di Carraglio_, era anche giunto a
combattere colla fame; e già per la mancanza delle vettovaglie si
trovava alla vigilia di darsi per vinto: quando i dieci battaglioni
franzesi esistenti nella città, all'udire avvicinarsi il grosso corpo
de' Piemontesi, giudicarono meglio di abbandonarla, lasciando in quello
spedale qualche centinaio di malati, che rimasero prigioni del re di
Sardegna. Intanto, per conservar la comunicazione con Genova, ritirossi
il Maillebois a Novi. Questi colpi, e l'ingrossarsi continuamente
verso l'Adda e nel Mantovano di qua da Po le milizie austriache, fecero
conoscere all'infante don Filippo che l'ulteriore soggiorno suo e delle
sue truppe in Milano era oramai divenuto pericoloso. Cominciarono
dunque a sfilare verso Pavia i cannoni grossi venuti per l'ideato
assedio del castello di Milano, ed ogni altro apparato militare.
Ciò non ostante, nel dì 15 di marzo, giorno natalizio dell'infante
suddetto, il duca di Modena diede una suntuosa festa a tutta la nobiltà
di Milano. Ma da che s'intese che il general tedesco _Berenclau_
da Pizzighettone con circa dieci mila de' suoi, dopo l'acquisto di
Codogno, s'incamminava verso Lodi, di colà ritiratisi gli Spagnuoli, si
salvarono quasi tutti a Piacenza. Gli altri parimente, che erano a Como
Lecco e Trezzo, ed assediavano il forte di Fuentes, tutti se ne vennero
a Milano. Ma ecco cominciar a comparire alla porta di quella città le
scorrerie degli Usseri. Allora fu che il generale conte di Gages andò
ad insinuare al real infante che tempo era di ricoverarsi a Pavia,
aggiungendo essere venuto quel giorno ch'egli sì chiaramente avea
predetto all'altezza sua reale, prima di muoversi alla volta di Milano.
Era sul far dell'alba del dì 19 di marzo, in cui quel real principe col
duca di Modena e col corpo di sua gente prese commiato da quella nobil
città. Quanto era stato il giubilo nell'entrarvi, altrettanto fu il
rammarico ad abbandonarla. Due ore dopo la loro partenza ripigliarono
gli Austriaci il possesso di Milano, ed ebbero tempo di solennizzare la
festa di san Giuseppe con tutti i segni di allegria, sì per la felice
liberazione della città, che pel nome del primogenito arciduchino.
Non poterono allora i politici contenersi dal biasimare la condotta
degli Spagnuoli, che invece di attendere ad assicurar meglio il di qua
da Po coll'espugnazione della cittadella d'Alessandria, aveano voluto
sì smisuratamente slargar l'ali e prendere tanto paese, senza ben
riflettere se aveano forze da conservarlo. Esercito troppo diviso non
è più esercito. Erano sparpagliati i Gallispani per tutto il di qua da
Po, ed arrivava il dominio d'essi da Asti per Piacenza e Parma fino
a Reggio e Guastalla. Tenevano Pavia, Vigevano e la città di Milano,
ma con un castello forte che minacciava non meno essi che la città.
Occupavano ancora Lodi e le fortezze dell'Adda. Dappertutto conveniva
tener presidii, e però dappertutto mancava una armata; e ciò che parea
accrescimento di potenza, non era che debolezza. Non fu già consiglio
del duca di Modena, nè del generale Gages, che si andasse a far quella
bella scena o sia comparsa in Milano; ma convenne ubbidire al real
infante, o, siccome è più credibile, agli ordini precisi venuti da
Madrid. Troppo spesso sogliono prendere mala piega le imprese, qualora
i gabinetti lontani vogliono regolar le cose, e saperne più di un
general saggio che sul fatto conosce meglio la situazion delle cose, e
secondo le buone o cattive occasioni dee prendere nuove risoluzioni.
Contuttociò si ha da riflettere che non poterono gli Spagnuoli
prevedere l'improvvisa pace dell'imperadrice regina col re prussiano,
nè seppero figurarsi ch'ella nell'aspro rigore del verno avesse da
far volare in Italia sì gran forza di gente: tutti avvenimenti che
sconcertarono le da loro forse ben prese misure. A questi impensati
colpi e vicende gli affari delle guerre e delle leghe son sottoposti.
Anche dalla parte di Levante non tardò la fortuna a dichiararsi per
l'armi austriache. Nel dì 26 di marzo il generale comandante _conte
di Broun_, essendosi mosso dal Mantovano di qua da Po col suo corpo
di armata, diviso in tre colonne, l'una comandata da lui, e le altre
dai generali _Lucchesi_ e _Novati_, s'inviò alla volta di Luzzara e
di Guastalla. Trovavasi in questa città di presidio il maresciallo di
campo _conte Coraffan_, valoroso uffiziale del re di Napoli, col suo
reggimento di Albanesi, consistente in circa mille e cinquecento delle
migliori soldatesche napoletane, ma senza artiglieria, e sprovveduto
anche di altre munizioni da guerra e da bocca. Ricorse egli per tempo
al _marchese di Castellar_, che con alquanti reggimenti era venuto alla
difesa di Parma, rappresentandogli il bisogno e il pericolo. Ordine
andò a lui di ritirarsi a Parma, ma a tempo non arrivò quell'ordine.
Intanto il Castellar con tre mila de' suoi venne a postarsi al ponte
di Sorbolo, per secondare la supposta ritirata del Coraffan. Poco vi
fermò il piede, perchè un grosso distaccamento da lui inviato al ponte
del Baccanello, assalito dal generale unghero Nadasti, fu forzato a
tornarsene con poco piacere a Parma, lasciando indietro molti morti
e prigioni. Piantati intanto alcuni pezzi di grossa artiglieria sotto
Guastalla, non potendosi sostenere quel presidio, si rendè prigioniere
di guerra con gravi lamenti contra del Castellar, quasi che gli avesse
sacrificati al nemico. Cagion furono questi avvenimenti che anche gli
Spagnuoli esistenti in Reggio, abbandonata quella città, si ritirarono
al ponte d'Enza; laonde spedito da Modena il conte Martinenghi di
Barco, colonnello del reggimento savoiardo di Sicilia, con alcune
centinaia de' suoi e con un rinforzo di Varasdini, ripigliò il possesso
di quella città; e poi passò al suddetto ponte, per iscacciarne i
nemici. Quivi fu caldo il conflitto; vi perirono da trecento e più
Austriaco-sardi con alcuni uffiziali; vi restò anche gravemente ferito
lo stesso colonnello; ma in fine si salvarono gli Spagnuoli a Parma,
lasciando libero quel sito ai Savoiardi. La perdita d'essi Spagnuoli in
questi movimenti e piccioli conflitti si fece ascendere a circa quattro
mila persone fra disertati, uccisi e prigioni.
Non istava intanto ozioso dal canto suo il re di Sardegna. Giunto
egli e ricevuto nella città di Casale, fra pochi giorni, cioè nel dì
28 di marzo, col furore delle artiglierie costrinse i pochi Franzesi
esistenti in quel castello a renderlo, col rimaner essi prigioni. Di
colà poi passò all'assedio di Valenza, dove si trovavano di presidio
due battaglioni spagnuoli, ed uno svizzero, truppe del re delle Due
Sicilie. Il fuoco maggiore nondimeno si disponeva verso Parma. L'essere
in concetto i Parmigiani di sospirare più il governo spagnuolo che
quello degli Austriaci, concetto fondato, verisimilmente nell'aver
taluno della matta plebaglia usate alcune insolenze al presidio
tedesco, allorchè abbandonò quella città, e fatta quel popolo gran
festa all'arrivo d'essi Spagnuoli: tale mal animo impresse in cuore
delle milizie austriache, che non si sentivano che minaccie di trattar
quel popolo da ribelle e nemico; e però marciavano quelle truppe alla
volta del Parmigiano, come a nozze, per l'avidità dello sperato, e
fors'anche promesso, bottino. Ma non così l'intese la saggia ed insieme
magnanima imperadrice regina. Conoscendo essa qual deformità sarebbe
il permettere pel reato di alcuni pochi il gastigo e la rovina di
tante migliaia d'innocenti persone; e che in danno anche suo proprio
ridonderebbe il ridurre in miserie una città che era e dovea restar
sua: mandò ordine che si pubblicasse un general perdono in favore de'
Parmigiani; e questo fu stampato in Modena. La disgrazia volle che
alcuni di quegli uffiziali per tre giorni dimenticarono di averlo
in saccoccia e di pubblicarlo; e però entrarono furiosi i Tedeschi
in quel territorio, stendendo le rapine sopra le ville e case che
s'incontravano, ed anche sfogando la rabbia loro contro quadri, specchi
ed altri mobili che non poteano o volevano asportare. Nè pure andò
esente dalle griffe loro il palazzo di villa della vedova duchessa
di Parma Dorotea di Neoburgo, a cui pure dovuto era tanto rispetto,
per essere ella madre della regina di Spagna, e prozia della regnante
imperadrice. Si fece poi fine al flagello, da che niuno potè scusarsi
di non sapere l'accordato perdono, e maggiormente dappoichè arrivò a
quel campo il supremo comandante _principe di Lictenstein_, il quale
con esemplar rigore di gastighi tolse di vita i disubbidienti, e
massimamente i trovati rei di aver saccheggiate le chiese.
Con cinque mila fanti e buon nerbo di cavalleria dimorava alla custodia
di Parma il tenente generale spagnuolo _marchese di Castellar_; ma
prima d'essere quivi ristretto, felicemente avea rimandati di là
dal Taro quasi tutti que' cavalli, giacchè, in caso di blocco o di
assedio, gli sarebbe mancata maniera di sostenerli. Intanto il generale
dell'artiglieria _conte Gian-Luca Pallavicini_ con grossa brigata
di granatieri, cavalli e pedoni andò nel dì 4 d'aprile a prendere
posto intorno a Parma. Fatta fu la chiamata della resa dal general
comandante conte di Broun; la risposta fu, che il Castellar desiderava
d'acquistarsi maggiore stima presso di quell'austriaco generale.
Così fu dato principio al blocco assai largo di Parma; il grosso
dell'armata austriaca passò ad attendarsi alle rive del Taro, mentre
lungo l'opposta riva aveano piantato il loro campo gli Spagnuoli.
Posto fu il quartier generale d'essi coll'infante, col duca di Modena
e col Gages a Castel Guelfo sulla strada maestra, o sia Claudia. Era
già pervenuto da Vigevano sul territorio di Milano il principe di
Lictenstein colla sua armata, da lui saggiamente conservata in addietro
sul Novarese. Ora anch'egli, dopo aver lasciato un corpo di gente a
Binasco, Biagrasso ed altri siti, per reprimere ogni tentativo degli
Spagnuoli, tuttavia signori di Pavia, col resto di sua gente venne nel
dì 11 di aprile all'accampamento del Taro, ed assunse il comando di
tutta l'armata. Aveano nei giorni addietro gli Spagnuoli inviate per Po
a Piacenza le artiglierie, attrezzi, munizioni e magazzini che tenevano
in Pavia, dando abbastanza a conoscere di non voler fare le radici
in quella città. In fatti, da che videro incamminato con tante forze
il Lictenstein alla volta di Parma, abbandonarono, nel dì 5 d'aprile,
quella città, e passarono a rinforzar la loro oste accampata al fiume
suddetto. Così quella città ritornò all'ubbidienza dell'imperadrice
regina.
Posavano in questa maniera le due poderose armate, l'una in faccia
all'altra, separate dal solo Taro; e gli uni miravano i picchetti
dell'altro campo nella riva opposta, ma senza voglia e disposizione di
azzuffarsi insieme. Conto si facea che cadauna ascendesse a trenta mila
combattenti, avendo dovuto gli Austriaci lasciare un altro buon corpo
a Pizzighettone, per assicurarsi da ogni insulto degli Spagnuoli, che
teneano un fortissimo e ben armato ponte sul Po a Piacenza, e grosso
presidio in quella città. I Franzesi col _maresciallo di Maillebois_
tranquillamente riposavano tra Voghera è Novi, a fin dì conservare
il passo a Genova, d'onde continuamente venivano munizioni da bocca e
da guerra, ma non mai vennero que' quaranta nuovi battaglioni che si
decantavano destinati per la Lombardia dal re Cristianissimo. Stava
sul cuore del generale Gages la guarnigione rinchiusa in Parma in
numero di più di sei mila armati, ed esposta al pericolo di rendersi
prigioniera di guerra, giacchè senza il brutto ripiego di tentare
una battaglia non si potea quella città liberare dal blocco, nè v'era
sussistenza di viveri, se non per poco, e le bombe aveano cominciato
a salutarla con gran terrore de' cittadini. Segretamente dunque
concertò egli col marchese di Castellar la maniera di farlo uscire
di gabbia. Nella notte seguente al dì 19 d'aprile gran movimento si
fece nell'armata spagnuola; si appressarono al fiume in più luoghi le
loro schiere in apparenza di volerlo passare, e tentarono anche di
gittare un ponte. Si disposero a ben riceverle anche gli Austriaci,
tutti posti in ordine di battaglia. In questo mentre, cioè in quella
stessa notte, il marchese di Castellar, lasciato poco più di ottocento
uomini, parte anche invalidi, con sessanta uffiziali nel castello,
alla sordina, e senza toccar tamburo, se ne uscì colla sua gente di
Parma, seco menando quattro pezzi di cannone e trenta carra di bagaglio
e munizioni; e dopo avere sorpreso un picciolo corpo di guardia degli
Austriaci, s'incamminò alla volta della montagna, cioè di Guardasone e
Monchierugolo, con disegno di passare per la Lunigiana nel Genovesato,
e di là alla sua armata. Lasciò questa gente la desolazione per
dovunque passò, e non poco ancora ne sofferirono le confinanti terre
del Reggiano. Tardi gli Austriaci, formanti il blocco, si avvidero
di questa inaspettata fuga. Dietro ai fuggitivi fu spedito il tenente
maresciallo _conte Nadasti_ co' suoi Usseri e con un corpo di Croati,
che gl'inseguì per qualche tempo alla coda. Seguirono perciò varie
battagliole; ma in fine il Nadasti fu obbligato a lasciar in pace i
fuggitivi, perchè non poteano i suoi cavalli caracollar per quei monti,
e caddero anche in qualche imboscata con loro danno. Molti di quella
truppa spagnuola, ma di varie nazioni, e probabilmente la metà di essi,
in questa occasione disertarono. Il resto dopo un gran giro arrivò
in fine ad unirsi coll'esercito del real infante, ridotto a poco più
di tre mila persone. Non mancò poi chi censurò il Castellar, perchè,
avendo sotto il suo comando dieci mila soldati, creduti le migliori
truppe dell'esercito spagnuolo, per non essersi ritirato quando
era tempo, ne avea perduta la maggior parte. Pel Reggiano tornarono
indietro molti degli Usseri, e si rifecero sopra i poveri abitanti di
quello che non aveano trovato nel Parmigiano, saccheggiato prima dagli
altri. Per la ritirata improvvisa del Castellar, che niun pensiero
s'era preso della lor salvezza, in grande spavento rimasero i cittadini
di Parma. Passò da lì a non molto la paura, perchè nella seguente
mattina del dì 20 rientrarono pacificamente in quella città i Tedeschi
col generale conte Pallavicini plenipotenziario della Lombardia
austriaca, il quale tosto vi fece pubblicare un general perdono con
rincorare gli afflitti ed intimoriti cittadini. Poco poi si fece
pregare il presidio di quel castello a rendersi prigioniere di guerra,
con ottener solamente di salvare l'equipaggio tanto suo che degli
altri Spagnuoli, rifugiato in quella poco forte fortezza; che questa
appunto era stata la mira del marchese di Castellar. Trovaronsi in
esso castello ventiquattro cannoni, quattro mortari, ed altri militari
attrezzi e munizioni.
Solamente nel dì 19 d'aprile per cagion delle frequenti pioggie
poterono le soldatesche del re di Sardegna aprire la breccia sotto
Valenza. Era diretto quell'assedio dal _principe di Baden Durlach_,
e coperto dal _barone di Leutron_, dichiarato ultimamente generale di
fanteria. Continuarono le offese contro di quella piazza sino al dì 2
di maggio, nel quale dopo avere i Piemontesi presa la strada coperta ed
aperta la breccia, si vide quel presidio obbligato ad esporre bandiera
bianca. V'erano dentro circa mille e cinquecento difensori, ai quali
toccò di restar prigionieri. Dai Franzesi intanto occupata fu la città
di Acqui; ma acquisto che durò ben poco. Avea già ottenuto il _generale
Gages_ l'intento suo di disimbrogliare da Parma il marchese di
Castellar; e nulla a lui giovando il fermarsi più lungamente alle rive
del Taro, dove patì gran diserzione di sua gente, finalmente nel dì
5 di maggio levò il campo, e s'inviò verso il fiume Nura in vicinanza
maggiore a Piacenza, per quivi cominciare un altro giuoco. S'innoltrò
per questo anche l'armata austriaca sino a Borgo San Donnino, con
estendersi poi a poco a poco più oltre, cioè a Firenzuola, e di là sino
alla Nura. Riuscì agli Usseri che inseguivano nella loro ritirata gli
Spagnuoli, di sorprendere in mezzo ai loro corpi tutto il bagaglio del
duca di Modena, per essersi a cagion d'un equivoco, messo in viaggio
senza aspettare l'armata: argenterie, cavalli, muli e carrozze, tutto
andò. Non consiste la gloria de' prodi condottieri d'armate solo in
dar con vantaggio delle battaglie, ma anche nella maestria di ordire
stratagemmi in danno de' nemici. Ben istruito di questo mestiere si
mostrò in più congiunture il generale conte di Gages. Avea egli spediti
innanzi verso Piacenza varii distaccamenti, consistenti in dieci mila
combattenti, col pretesto di scortare il bagaglio; e ordinato che sotto
essa città di Piacenza si preparasse loro uno stabile quartiere; nè se
n'erano accorti gli Austriaci, esistenti di qua da Po. Prima nondimeno
aveano avuto ordine circa cinque mila tra fanteria e cavalleria tedesca
di passare da Pizzighettone a Codogno, e di postarsi quivi per vegliare
agli andamenti degli Spagnuoli; i quali, per avere sul Po a Piacenza un
ben fortificato ponte, avrebbero potuto recare insulti al di là da Po.
Alla testa d'essi v'erano i generali Cavriani e Gross. Contra di questo
corpo di gente erano indirizzate le segrete mene del conte di Gages.
Appena giunto a Piacenza il tenente generale Pignatelli fece vista
di disfare il ponte suddetto: il che servì ad addormentare i nemici.
Poscia rimesso il ponte nella notte del dì 5 di maggio vegnendo il 6,
colla maggior parte de' suddetti Spagnuoli passò alla sordina di là dal
Po. Dopo avere avviluppati e sorpresi i picchetti avanzati de' nemici,
senza che questi potessero recarne avviso alcuno ai lor comandanti,
inaspettato arrivò la mattina seguente addosso a' Tedeschi, esistenti
in Codogno, che allora faceano l'esercizio militare. Come poterono, si
misero questi in difesa con sei cannoni ed alcuni falconetti carichi
a cartoccio, che erano sulla piazza; ma avanzatisi gli Spagnuoli con
baionetta in canna, e impadronitisi di que' bronzi, gli obbligarono a
ritirarsi parte ne' chiostri e parte nelle case e nel palazzo Triulzio,
dove per quattro ore valorosamente si sostennero facendo fuoco. Ma in
fine soperchiati dal maggior numero de' nemici, quei ch'erano restati
in vita per mancanza di munizioni si renderono prigioni. Quasi due mila
furono i prigioni, circa mille e quattrocento i morti e feriti; e il
resto trovò scampo nella fuga. La perdita dalla parte degli Spagnuoli
non si potè sapere. Restarono in loro potere dieci bandiere, due
stendardi, i suddetti cannoni e i bagagli di quelle genti, a riserva
di quello del general Gross, che, nel darsi per vinto, salvò il suo
e quello degli altri uffiziali ch'erano con lui. Se ne tornarono con
tutto comodo i vincitori a Piacenza, nè dimenticarono di condurre
colà quanti grani, foraggi e bestie bovine poterono cogliere nel loro
ritorno.
Erasi postato l'esercito spagnuolo sotto Piacenza, e quivi fortificato
con buoni trincieramenti, guerniti di molta artiglieria. Gran copia
ancora di cannoni si stendeva sulle mura della città. Passata la
spianata, ch'è intorno ad essa città, e sulla strada maestra dalla
parte di levante, stava situato il seminario di San Lazzaro, fabbrica
grandiosa, eretta con grandi spese dal _cardinale Alberoni_, per
quivi educare gratis e istruire i cherici di Piacenza sua patria. In
quel magnifico edifizio furono posti di guardia due mila Spagnuoli,
ed alzate fortificazioni all'intorno. Ma da che l'esercito austriaco
ebbe passata la Nura, ansioso d'accostarsi il più che fosse possibile
a Piacenza, determinò di sloggiare di colà i nemici. Pertanto nel
dì 18 di maggio si avanzarono alla volta d'esso seminario alcuni
battaglioni con artiglierie, e tutta la prima linea dell'armata si
mise in ordine di battaglia per sostenerli, con risoluzione ancora
di venire ad un fatto d'armi, se fossero accorsi gli Spagnuoli, per
maggiormente contrastare quel sito. Ma eglino punto non si mossero; e
però, dopo avere quel presidio mostrato per un pezzo la fronte agli
aggressori, prese il partito di cedere il luogo, con ritirarsi alla
città. Le cannonate contra d'essa fabbrica sparate dagli Austriaci
per impadronirsene, e poi le altre degli Spagnuoli per incomodargli,
dappoichè se ne furono impadroniti, sommamente danneggiarono, anzi
ridussero quasi come uno scheletro quel grande edifizio. Il cardinale,
che costante volle dimorare in Piacenza, senza punto alterarsi o
scomporsi, ne mirò l'eccidio. Con tale acquisto si stese la prima linea
degli Austriaci in vicinanza del seminario suddetto; dalla parte ancora
della collina furono tolte agli Spagnuoli alcune cascine, il castello
di Ussolengo, ed altri siti sino alla Trebbia; sicchè da quella parte
ancora fu ristretta Piacenza. Alzatesi poi a San Lazzaro da' Tedeschi
alcune batterie di cannoni e mortari, cominciarono nel fine del mese
di maggio colle bombe ad infestare la città; così che convenne a quegli
abitanti di evacuare i monisteri e le case dalla parte orientale della
medesima, benchè in fine si riducesse a poco il loro danno per la
troppa lontananza delle batterie e de' mortari nemici. Riuscì ancora
nel dì 4 di giugno agli Austriaci di occupare di là dalla Trebbia
a forza d'armi il castello di Rivalta, con farvi prigionieri circa
cinquecento uomini di fanteria ed alcuni pochi di cavalleria. Anche
Monte Chiaro si arrendè ai medesimi Austriaci.
Certo è che non poco svantaggiosa oramai compariva la situazion degli
Spagnuoli, perchè confinati nell'angustie dei loro trincieramenti
intorno alla città, e colla comunicazione di Genova, divenuta
pericolosa per le scorrerie degli Usseri. Peggiore senza paragone si
scorgeva lo stato di quella cittadinanza, chiusa entro le mura, col
suo territorio e poderi tutti in mano dei nemici, senza speranza di
ricavarne alcun fruito, e colla sicurezza di ritrovar la desolazione
dappertutto. Scarseggiavano essi in oltre di viveri, senza potersene
provvedere, al contrario degli Spagnuoli, che pel ponte del Po
scorrendo di tanto in tanto nel Lodigiano e Pavese, ne riscotevano
contribuzioni, e ne asportavano bestiami ed altre vettovaglie per loro
uso. Ma nè pure dal canto loro aveano di che ridere gli Austriaci,
perchè imbrogliati dalla sagacità del generale conte di Gages, che,
coll'essersi posto a cavallo del Po, frastornava ogni loro progresso,
e gli obbligava a tener divise le loro forze nel di qua e nel di
là. Se avessero voluto ingrossarsi molto sul Piacentino, avrebbero
lasciati troppo esposti alle scorrerie e ai tentativi degli Spagnuoli i
territorii di Lodi, Pavia e Milano. E se infievolivano l'oste di qua,
per soccorrere il di là, si poteano aspettare qualche brutto scherzo
dai nemici, ai quali era facile l'unirsi tutti in Piacenza. Cagion fu
questa divisione che sul principio di giugno liberamente scorse un
grosso distaccamento di Spagnuoli sino a Lodi. Entrato nella città,
ne fece chiudere tosto le porte; volle il pagamento della diaria per
due mesi; occupò tutto il danaro dei dazii e della cassa regia, ed
intimò una contribuzione al pubblico. Poscia preso quanto di sale,
farina, legumi, formaggio e carne porcina si trovò in quelle botteghe
e magazzini, dopo avere ordinato che coll'imposta contribuzione fossero
soddisfatti i particolari, tutto portarono a salvamento in Piacenza.
Mentre in questa inazione dimoravano intorno a Piacenza le due
nemiche armate, nel dì 13 di giugno si cominciò a prevedere qualche
novità, stante l'essersi mosso con tutta la sua gente (erano circa
dodici mila combattenti) il _maresciallo di Maillebois_ alla volta di
Piacenza. Schivò egli nella marcia le truppe del re di Sardegna che
erano in moto contra di lui. Per aver egli abbandonato Novi, ricca
terra de' Genovesi, non trovarono difficoltà i Piemontesi ad entrarvi,
ed imposero tosto a quel popolo una contribuzione di ducento mila
lire di Genova. Si spinsero ancora sotto Serravalle, terra già del
Tortonese, e ceduta dai Gallispani ai Genovesi. Nel dì 14 s'unirono
con gli Spagnuoli in Piacenza le truppe suddette franzesi; colà ancora
erano stati richiamati tutti i distaccamenti inviati di là da Po. Non
mancarono spie che riferirono all'esercito austriaco questi andamenti
dei Gallispani, nè molto studio vi volle per comprendere la lor voglia
di venire ad un fatto d'armi. Il perchè notte e giorno stettero in
armi i Tedeschi, per non essere colti sprovvisti, e fu chiamato da
Firenzuola il supremo comandante _principe di Lictenstein_, che colà
trasferitosi per cercare riposo alla sua indisposizione d'asma, avea
lasciata la direzion dell'armi, al _marchese Antoniotto Botta Adorno_,
cavaliere di Malta, generale di artiglieria, a cui per l'anzianità del
grado conveniva appunto quel comando. Fu anche richiamata al campo
la maggior parte della gente comandata dal generale Roth, che era
a Pizzighettone. Dappoichè nel dì 15 di giugno ebbero preso riposo
le truppe franzesi, e dopo avere il maresciallo di Maillebois, il
duca di Modena e il generale Gages nel consiglio di guerra tenuto
in camera del real infante don Filippo, stabilita la maniera di
procedere al meditato conflitto, sull'imbrunir della sera cominciarono
ad ordinare col maggior possibile silenzio le loro schiere; formando
tre principali colonne, per assalire da tre parti il campo tedesco.
Tale era il loro disegno. L'ala diritta, comandata dal Maillebois coi
Franzesi, rinforzati da alquanti battaglioni e squadroni spagnuoli,
dovea pervenire alla collina, e, dietro ad essa camminando, assalire
alla schiena il nemico accampamento, dove nè buoni trincieramenti, nè
preparamento di artiglierie si ritrovavano. Dovea fare altrettanto
l'ala sinistra, marciando al Po morto per le due vie, l'una maestra
e l'altra più breve, che da Piacenza guidano verso Cremona. Il
centro o sia corpo di battaglia, che era in faccia al seminario di
San Lazzaro sulla via maestra o sia Claudia, dovea tenere a bada ed
occupar l'altre forze degli Austriaci, la prima linea de' quali era
postata in vicinanze d'esso seminario, e la seconda non molto distante
dal fiume Nura. Conto si facea che l'oste austriaca ascendesse a
circa trentacinque o quaranta mila combattenti, e la gallispana a
quarantacinque mila; se non che voce comune correa fra essi Spagnuoli e
Franzesi d'esser eglino superiori di quindici mila persone ai nemici;
talmente che, attesa la decantata presunzione, che i più vincono i
meno, non si può dire con che allegria e coraggio uscissero di Piacenza
e fuori de' lor trincieramenti le truppe gallispane, parendo a ciascuno
di andare non ad un pericoloso cimento, ma ad un sicuro trionfo.
All'oste austriaca non mancarono sicuri avvisi di quanto meditavano i
nemici, e però si trovarono ben preparati a quella fiera danza.
Sulla mezza notte adunque precedente il dì 16 di giugno marciò
segretamente il maresciallo franzese Maillebois colle sue milizie,
e dopo aver occupato Gossolengo, credette di prendere il giro sotto
la collina; ma o perchè mal guidato, o perchè non fossero a lui noti
tutti i posti avanzati de' Tedeschi, andò ad urtare in alcune cascine
guernite dai medesimi, e quivi si cominciò a far fuoco, e a metter
l'all'armi in tutto il campo austriaco. Oltre alla strage di molti
Schiavoni, Usseri ed altri, che erano, o accorsero in quella parte,
fecero prigionieri circa quattrocento uomini, che tosto inviarono alla
città con due piccioli pezzi di cannone presi: il che fece credere in
Piacenza già sbaragliati i nemici. Tutti poi in galleria pel primo buon
successo, marciarono verso la strada di Quartizola, dove il generale
austriaco _conte di Broun_, che comandava l'ala sinistra, gli stava
aspettando con alquanti cannoni d'un ridotto carichi a cartoccio.
Non sì tosto si presentarono sul far del giorno i Franzesi ai
trincieramenti nemici, che furono salutati con lor grave danno da quei
bronzi. Ciò non ostante, a' fianchi e alla schiena assalirono i ridotti
degl'Austriaci, e il conflitto fu caldo, ma senza che essi potessero
superar i gran fossi della circonvallazione. Trovandosi all'incontro
esposti alle palle due o tre de' migliori reggimenti Tedeschi di
cavalleria, ed impazientatisi, chiesero più d'una volta al generale
Lucchesi di poter uscire in aperta campagna contra de' Franzesi.
Bisognò in fine di esaudirli. Stupore fu il vedere come questi
cavalli passarono un alto e largo fosso del canale di San Bonico, e
s'avventarono contro la fanteria franzese. Non aveva quivi seco il
Maillebois che circa cinquecento cavalli, essendo restato addietro
il maggior nerbo della sua cavalleria: del che può essere che fusse
a lui poscia fatto un reato di poco maestria di guerra nella corte di
Francia. Caricata dunque la fanteria franzese dall'urto della nemica
cavalleria, maraviglia non è, se cominciò a piegare e a ritirarsi il
meglio che potè, ma con grave sua perdita e danno. In meno di tre ore
terminò quivi il combattimento, e con ciò rimasta libera l'ala sinistra
degli Austriaci, potè somministrar poscia de' rinforzi alla destra, la
quale nello stesso tempo era stata assalita a' fianchi dagli Spagnuoli
condotti dal generale _conte di Gages_ e da altri lor generali.
Quivi fu il maggior calore delle azioni guerriere, e durò il fiero
combattimento fin quasi alla sera. Aveano essi Spagnuoli con gran
fatica passato il Po morto; dopo di che si scagliarono contro i ridotti
del campo nemico; alcuni ne presero, e s'impadronirono di qualche
batteria; ma vennero anche costretti dalla forza degli avversarii
a retrocedere. Per più volte rinovarono gli assalti e progressi con
far tali maraviglie di valore, spezialmente i soldati valloni, che
confessarono dipoi gli stessi Austriaci di essere stati più volte
sull'orlo di vedere dichiarata la fortuna per gli Spagnuoli. Ma così
forte resistenza fecero, e buon provvedimento diedero da quella parte
i generali _Berenclau_ e _Botta Adorno_, che furono in fine respinti
gli aggressori, e posto fine allo spargimento del sangue. Fu detto
che anche il centro di battaglia de' Gallispani s'inoltrasse verso il
seminario di San Lazzaro, e che ancora se ne impadronisse; ma che dal
conte Gorani fosse bravamente ricuperato quel sito. Altri v'ha che
niegano tal fatto. Bensì è certo che il general comandante _principe
di Lictenstein_ in questo terribil conflitto accudì a tutte le parti,
esponendo sè stesso anche ai maggiori pericoli; e da che gli fu ucciso
sotto un cavallo, allora prese la corazza. Sentimento ancora fu di
alcuni, che se gli Spagnuoli avessero condotta seco la provvision
necessaria di assoni e fascine, per passare i fossi profondi e pieni
d'acqua degli Austriaci, avrebbero probabilmente cantata la vittoria.
Comunque ciò fosse, convien confessare che non giuocarono a giuoco
eguale queste due armate. Tenevano i Tedeschi per tutto il campo loro
delle buone fortificazioni, de' fossi e contraffossi pieni d'acqua, e
dei ridotti ben guerniti di artiglierie. Negli stessi fossi sott'acqua
erano posti cavalli di Frisia, nei quali s'infilzava o imbrogliava
chi si metteva a passarli. Trovaronsi anche le truppe tedesche non
sorprese, ma ben preparate e disposte al combattimento. Il generale
_conte Pallavicini_ comandando la seconda linea, senza che fosse più
frastornato dai nemici, inviava di mano in mano rinforzi a chi ne
abbisognava. Questa vantaggiosa situazion di cose quanto giovò ad
essi, altrettanto pregiudicò agli sforzi de' Gallispani, obbligati ad
andare a petto aperto contro la tempesta dei cannoni e fucili nemici,
e fermati di tanto in tanto da' ridotti e fossi suddetti, per cagion
de' quali poco potè la lor cavalleria far mostra del suo valore.
Però avendo anch'essi provato che non si potea superare quella forte
barriera di uomini, cavalli, artiglierie e fortificazioni, finalmente
tanto essi che i Franzesi se ne tornarono in Piacenza con volto e voce
ben diversa da quella con cui ne erano usciti.
Non si potè mettere in dubbio che la vittoria restasse agli Austriaci,
e fossero giustamente cantati i loro _Te Deum_. Imperciocchè, oltre
all'esser eglino rimasti padroni del campo, guadagnarono qualche pezzo
di cannone, e più di venti fra bandiere e stendardi, e una gravissima
percossa diedero alla nemica armata. Fu creduto che intorno a cinque
mila fossero i morti dalla parte de' Gallispani, più di due mila i
prigionieri sani, e almeno due mila i feriti, che rimasti sul campo
furono anch'essi presi per prigioni, e rilasciati poscia ai nemici
uffiziali. Pretesero altri di gran lunga maggiore la loro perdita.
Spezialmente delle guardie vallone e di Spagna, e di due reggimenti
franzesi, pochi restarono in vita. Chi ancora dal canto di essi
volle disertare, seppe di questa occasione ben prevalersi, e furono
assaissimi. Quanto agli Austriaci, si sa che alcuni loro reggimenti
rimasero come disfatti; ma le relazioni d'essi appena fecero ascendere
il numero de' lor morti, feriti e prigionieri a quattro mila persone.
Sparsero voce all'incontro gli Spagnuoli di aver fatto prigioni in
tale occasione più di mille e cinquecento nemici. Se ne può dubitare.
Certo è che i Franzesi si dolsero degli Spagnuoli, ma questi ancora
molto più si lamentarono de' Franzesi, rovesciando gli uni su gli
altri la colpa della male riuscita impresa. Il più sicuro indizio
nondimeno degli esiti delle battaglie, e de' guadagni e delle perdite,
si suol prendere dai susseguenti fatti. Certo è che i Gallispani,
benchè tanto indeboliti, pure o per necessità, o per far credere che
un lieve incomodo avessero sofferto nella pugna suddetta, più vigorosi
che mai si fecero conoscere poco dipoi. Cioè quasichè nulla temessero,
anzi sprezzassero il campo nemico assediatore di Piacenza, da che
ebbero lasciato un sufficiente corpo di gente alla difesa delle loro
straordinarie fortificazioni, con più di dieci mila combattenti passato
sui loro ponti il Po, si stesero a Codogno, San Colombano ed altri
luoghi del Lodigiano. Un corpo ancora di Franzesi passò il Lambro, per
raccogliere foraggi dal Pavese. Trovossi allora la città di Lodi in
gravissimi affanni, perchè, entrativi gli Spagnuoli, richiesero a quel
popolo quindici mila sacchi di grano, altrettanti di avena o segala, e
sei mila di farina, e tutto nel termine di due giorni. Colà eziandio
comparvero più di tre mila muli per caricar tanto grano, e condurlo
al loro quartier generale di Fombio e a Piacenza: città divenuta in
questi tempi un teatro di miserie. Piene erano tutte le case di feriti;
per le strade abbondavano le braccia e gambe tagliate, e i cadaveri
de' morti; gran fetore dappertutto; e intanto il povero popolo faceva
le crocette per la scarsezza de' viveri. Buona parte de' religiosi
non potendo reggere in tali angustie, e non pochi ancora dei nobili
si ritirarono chi a Milano, chi a Crema, ed altri luoghi. Chiunque
non potè di meno, rimase esposto a molti involontarii digiuni. Nelle
precedenti guerre aveano le città di Piacenza e Parma goduto di molte
esenzioni e privilegii: ecco che secondo le umane vicende sopra di loro
piovvero a dismisura i disastri, ma più senza comparazione sulla prima
che sulla seconda. Fra Piacenza e Genova era in questi tempi interrotta
ogni comunicazione, attesa la permanenza delle soldatesche piemontesi
in Novi.