le perniciose conseguenze della morte del buon imperador _Carlo
VI_. Sul fine dell'anno precedente il giovine _Federigo III_ re di
Prussia, senza far precedere dimanda o sfida alcuna, con venticinque
mila soldati e buon treno d'artiglieria era corso ad impadronirsi
d'alcuni luoghi della Slesia austriaca, non già, dicea egli, per alcuna
mala intenzione sua contro la corte di Vienna, nè per inquietare
l'imperio, ma solamente per sostenere i suoi diritti sopra alcuni
ducati e territorii di quella provincia, la più ricca e fruttuosa
che si avesse in Germania l'augusta casa di Austria. Susseguentemente
dipoi pubblicò un manifesto, in cui dedusse i fondamenti di quelle sue
pretensioni, dichiarando nullo un trattato di concordia, conchiuso
nel 1686 fra la corte di Vienna e quelle di Brandenburgo. Intanto
perchè non si aspettava nella Slesia una sì fatta tempesta, nè vi
si trovava preparamento alcuno per resistere, nel dì 3 di gennaio
dell'anno presente non fu difficile al Prussiano di entrare in
Breslavia, capitale di quella provincia, e di occupare altri luoghi
nè pur pretesi nel suo manifesto; dopo di che ridusse le sue milizie
al riposo. Ancorchè per questo inaspettato colpo si trovasse più di
un poco confusa la corte di Vienna, pure adunato che ebbe un corpo
di circa venti mila veterani soldati, lo spinse in Islesia sotto il
comando del maresciallo _conte di Neuperg_, con ordine di tentare una
battaglia. S'inoltrò questo generale sino a Millovitz in poca distanza
da Brieg, ed ivi incontratosi col grosso dell'armata prussiana, nel
dì 10 d'aprile dell'anno presente venne con essa alle mani. Sei ore
continue durò l'atroce combattimento, in cui riuscì alla cavalleria
austriaca di rovesciar la prussiana, e si vide anche più d'una volta
piegar l'ala sinistra d'essi Prussiani; ma in fine trovandosi di
lunga mano superiori le forze nemiche, e in maggior copia le loro
artiglierie, che fecero di brutti squarci nelle schiere austriache, fu
obbligato il Neuperg a ritirarsi, e a lasciare il campo di battaglia
ai Prussiani, che riportarono bensì vittoria, ma a costo di moltissimo
loro sangue. V'era in persona lo stesso re di Prussia, che diede
gran segni d'intrepidezza e di bel regolamento nei movimenti delle
sue armi. Dopo di che nel dì 4 di maggio egli s'impadronì di Brieg,
una delle più belle città della Slesia. Succederono poscia varii
negoziati per l'amichevole via di qualche aggiustamento; e se fossero
stati ben accolti per tempo i consigli dell'Inghilterra ed Olanda,
avrebbe probabilmente la regina, col sacrifizio di una parte della
Slesia, potuto conservar l'altra, ed acquetar le pretensioni del re
prussiano. Ma siccome principessa di gran coraggio, e troppo renitente
ad acconsentire che restasse vulnerata la prammatica sanzione, più
tosto volle esporsi a perdere tutta quella bella provincia, che
spontaneamente cederne una porzione. Inesplicabil allegrezza intanto
avea provato la corte di Vienna per un arciduchino, partorito dalla
suddetta regina nel dì 15 di marzo, cui furono posti i nomi di
_Giuseppe Benedetto_. Per questo dono del cielo solenni feste furono
fatte.
Intanto ecco alzarsi dalla parte di ponente un più nero e minaccioso
temporale. Già _Carlo Alberto_ elettor di Baviera avea in pronto
un esercito di circa trenta mila combattenti, e sul fine d'agosto
improvvisamente andò ad impossessarsi dell'importante città di
Passavia, con promettere di non intorbidar quivi il dominio civile del
_cardinale di Lamberg_ vescovo esemplarissimo, e principe benignissimo
di quella città. Ma un nulla fu questo. Fin qui, non ostante il
grande apparato di guerra che si faceva in Francia, non altro s'udiva
che intenzioni di quella corte di sostenere la prammatica sanzione,
di cui essa non dimenticava di essere garante. Ma verso la metà
d'agosto ecco con tre corpi, o, per dir meglio, con tre eserciti i
Franzesi, valicato il Reno, entrar nelle terre dell'imperio, con far
correre voce, per mezzo de' suoi ministri nelle corti, che questo sì
gagliardo movimento d'armi non era per distorsi dagl'impegni della
garanzia suddetta, ma bensì a solo oggetto di assicurar la quiete
della Germania, e la libera elezione di un imperadore. Queste ed
altre simili proteste del gabinetto di Francia non si sapeano digerire
dagl'intendenti in Germania, i quali gridavano essere vergognosa cosa
lo spaccio di esse, quando chiaramente ognuno scorgea, che le armate
franzesi unicamente tendevano a dar la legge al corpo germanico, e a
forzare chiunque s'opponesse alla promozione dell'elettor di Baviera
alla corona imperiale, e ad unirsi con esso principe contro la regina
d'Ungheria. Imperciocchè, diceano essi, non è più un mistero il dirsi
nella corte di Francia, essere venuto il tempo di abbassare una volta
la casa d'Austria, quella casa che fin qui avea fatto il possibile
argine al maggiore accrescimento della non mai sazia potenza franzese.
E però doversi trasportare lo scettro cesareo in altro principe che
per la debolezza delle sue forze non osasse nè potesse contrastare ai
voleri della Francia; e che per isnervare l'austriaca regina, d'uopo
era spogliarla del regno della Boemia, dappoichè il re di Prussia avea
fatto lo stesso della Slesia. A questo fine si vide non solamente
posto in dubbio, ma anche negato alla regina il voto della Boemia
nell'elezione del futuro imperadore, senza che valessero le ragioni e
proteste della medesima. Favorevoli ancora ai disegni della Francia si
trovarono gli elettori palatino e di Colonia; nè molto stette lo stesso
_Federigo Augusto_ re di Polonia, ed elettor di Sassonia, a prendere
l'armi e ad unirsi coi Bavaresi e Franzesi contro la regina. Dal re
Cristianissimo fu dichiarato general comandante delle sue milizie
l'elettor di Baviera, con protestare che queste non altro erano che
ausiliare d'esso elettore, per sostenere i legittimi diritti della di
lui casa; giacchè non negava la corte di Francia di aver ben accettata
e garantita la prammatica sanzione austriaca, ma aggiugneva che questo
s'avea da intendere senza pregiudizio delle ragioni altrui. Dicevano
alcuni, non saper, nè pur la gente dozzinale, capire queste raffinate
precisioni del gabinetto franzese; perchè le parea che l'aver giurato
di mantener l'unione degli Stati della casa d'Austria lo stesso fosse
che promettere di non impegnar l'armi per discioglierla, nè passar
differenza fra chi si obbliga di non uccidere uno, e poi presta il
pugnale o porge in altra maniera aiuto ad un altro per levargli la
vita. Gridavano perciò, bandita la buona fede da quel gabinetto, e
a nulla più servire le pubbliche paci, quando con tanta facilità si
faceano nascere apparenti ragioni e scuse di romperle. Per quello ch'io
ho inteso da buona parte, ripugnò forte il cardinale di Fleury primo
ministro allo imbarco della Francia in questa guerra, perchè assai
conosceva le leggi dell'onore e del giusto; ma da un tale fanatismo
fu preso allora tutto il consiglio del re cristianissimo, che gridando
ognuno all'armi per così favorevol occasione di deprimere l'emula casa
d'Austria, e insieme il romano imperio, forzato fu esso cardinale di
cedere alla piena, e di cominciar questa nuova tragedia.
Ora da che si trovò l'elettor di Baviera rinforzato da venti, altri
dissero trenta mila Franzesi, più non indugiò ad entrare sul fine di
settembre nell'Austria con impadronirsi di Lintz, Eens, Steir ed altri
luoghi, dove si fece prestare omaggio da que' popoli. Avea proposto
il duca di Bellisle nel consiglio di Versaglies che si mandasse in
Baviera una potente armata, con cui s'andasse a dirittura a Vienna; ma
il cardinale di Fleury non l'intese così, e mandò poco. Tale nondimeno
per questo fu la costernazione nella città di Vienna, che ognuno a
momenti s'aspettava d'essere ivi stretto da un assedio, e ne uscì gran
copia di benestanti col meglio dei loro effetti. Da molto tempo si
tratteneva la regina col gran duca consorte in Presburgo, dove avea
ricevuta la corona del regno d'Ungheria. Cagion fu il movimento dei
Gallo-Bavari ch'essa immantenente facesse portar colà da Vienna il
tenero arciduchino, co' più preziosi mobili della corte, archivii e
biblioteca imperiale. Con un sì patetico discorso rappresentò poscia
ai magnati ungheri il bisogno de' loro soccorsi, e la fidanza sua
nel lor appoggio e fedeltà, che trasse le lagrime dagli occhi di
ognuno, e tutti giurarono la di lei difesa; e detto fatto, raunarono
un esercito di trenta mila armati, con promessa di più rilevanti
aiuti. Costò nondimeno ben caro ad essa regnante l'acquisto della
corona ungarica, e dell'affetto di que' popoli, perchè le convenne
comperarlo coll'accordar loro varii privilegii e la libertà di
coscienza, non senza grave discapito della religione cattolica in
quelle parti. Mirabili fortificazioni intanto si fecero in Vienna;
copiose provvisioni e munizioni vi s'introdussero; ed oltre ad un forte
presidio di truppe regolate, prese l'armi tutta quella cittadinanza,
risoluta di spendere le vite in difesa della patria e dell'amatissima
loro regnante. Ma o sia che l'elettor bavaro riflettesse alle troppe
difficoltà di superare una sì forte e ben guernita città, al che
gran tempo e fatica si esigerebbe, o più tosto ch'egli pensasse non
all'Austria, ma al regno della Boemia, dove spezialmente terminavano
i desiderii e le speranze sue: certo è ch'egli dopo la metà d'ottobre
s'inviò a quella volta colla maggior parte delle sue truppe e delle
franzesi, che andavano sempre più crescendo. Trovavasi allora la
Boemia sprovveduta affatto di forze per resistere a questo torrente.
Contuttociò non mancò il principe di Lobkowitz di raccogliere
quelle poche truppe che potè, ed avendole unite con un distaccamento
inviatogli dal conte di Neuperg, si applicò alla difesa della sola
città di Praga, dove formò dei magazzini superiori anche al bisogno
suo.
Di cento e due altre città (che così quivi si chiamano anche i borghi
e le terre grosse di quel regno) poche altre vi erano capaci di far
buona resistenza. Verso la metà di novembre comparve la possente
armata gallo-bavara sotto Praga, e fatta inutilmente la chiamata al
comandante maresciallo di campo Oglivi, si dispose alle ostilità.
Non mancavano ragioni e pretensioni al re di Polonia ed elettor di
Sassonia _Federigo Augusto III_ nell'eredità della casa d'Austria; e
giacchè vide Prussiani e Bavaresi tutti rivolti a prenderne chi una
parte e chi un'altra, non volle più stare a segno; ed accordatosi
coll'elettor di Baviera, entrò anche egli nella danza, e spedì molti
reggimenti suoi e un grosso treno d'artiglieria all'assedio di Praga.
Di vastissimo giro, come ognun sa, è quella città, perchè composta di
tre città. A ben difenderla si richiedeva un'armata intera, e questa
mancava; perchè era ben giunto il gran duca _Francesco_ col principe
_Carlo di Lorena_ suo fratello a Tabor, menando seco un buon esercito,
ma non tale da potersi cimentare col troppo superiore de' nemici.
Servì piuttosto l'avvicinamento di essi Austriaci per affrettar le
operazioni degli alleati. Infatti nella notte del dì 25 venendo il
dì 26 di novembre, ordinò l'elettor bavero un assalto generale a
Praga; i Sassoni spezialmente si segnalarono in quella sanguinosa
azione. Presa fu la città, ma così buon ordine avea dato l'elettore,
ch'essa restò esente dal sacco. Ben tre mila furono i prigionieri.
Dopo l'acquisto della capitale si fece l'elettor bavaro proclamare
re di Boemia nel dì 9 di dicembre, e citò gli Stati di quel regno a
prestargli l'omaggio. Convien confessarlo: tra perchè non pochi erano
quivi mal soddisfatti del passato governo, e, secondo la vana speranza
dei popoli, si lusingavano molti altri di mutare in meglio il loro
stato col cangiamento del principe, e tanto più perchè non dimenticò
l'elettore di spendere largamente le carezze e le speranze a quella
gente; apertamente, ma i più in lor cuore, accettarono con gioia questo
novello sovrano. Per la caduta di Praga si ritirò ben in fretta il
gran duca coll'esercito cesareo alla volta della Moravia; ma anche colà
passarono i Prussiani, e riuscì loro d'impadronirsi d'Olmutz, capitale
d'essa provincia.
Mentre era la regina d'Ungheria attorniata e lacerata da tanti nemici
in Germania, un altro minaccioso nembo si preparava contro di lei in
Italia. Avea bensì il Cattolico re _Filippo V_ accettata la prammatica
sanzione austriaca; pure, appena tolto fu di vita l'imperador _Carlo
VI_ che si diede fuoco nella corte di Spagna a forti pretensioni non
sopra qualche parte della monarchia austriaca, ma sopra di tutta.
Era, come ognun sa, l'Augusto _Carlo V_ padrone anche di tutti gli
Stati austriaci della Germania e dei Paesi Bassi. Ne fece egli una
cessione a _Ferdinando I_ suo fratello, ma si pretendeva, che mancando
la discendenza maschile d'esso Ferdinando, tutti gli Stati dovessero
tornare alla linea austriaca di Spagna. Su questi fondamenti, che a
me non tocca di esaminare, il re Cattolico, siccome discendente per
via di femmine dal suddetto _Carlo V_, aspirava al dominio dello Stato
di Milano, e di Parma e Piacenza, giacchè non era da pensare agli
Stati della Germania, troppo lontani e in parte afferrati da altri
pretensori. Vero è che parve a quel monarca posta in obblio la solenne
rinunzia da lui fatta nel trattato di Londra dell'anno 1718 a tutti gli
Stati d'Italia e Fiandra posseduti dall'imperadore; ma per mala sorte,
torto o ragione che s'abbiano i principi, ordinariamente le loro liti
non ammettono o non truovano alcun tribunale che le decida, fuorchè
quello dell'armi. Diedesi dunque la Spagna a formare un possente
armamento, e ordinò all'infante _don Carlo_ re delle Due Sicilie di
fare altrettanto. Ecco pertanto cominciar a giugnere verso la metà
di novembre ad Orbitello, e agli altri porti di Toscana spettanti ad
esso re don Carlo, varii imbarchi di truppe, munizioni ed artiglierie
provenienti da Barcellona e da Napoli. Parimenti ad esso Orbitello
arrivò, nel dì 9 di dicembre, il _duca di Montemar_, destinato generale
dell'armi di Spagna in Italia; e da che nel regno di Napoli fu fatta
una massa di circa dodici mila soldati, fu chiesto alla corte di Roma
il passaggio per gli Stati della Chiesa. Gran gelosia ed apprensione
diedero alla Toscana sì fatti movimenti; e come se si aspettasse
a momenti un'invasione da quella parte, si presero le possibili
precauzioni per la difesa di Livorno ed altri luoghi. Ma perciocchè
premeva alla Francia che non fosse inquietata la Toscana, siccome
paese permutato nella Lorena, e guarentito dal re Cristianissimo, ben
prevedendo essa, che l'acquisto d'essa Lorena rimarrebbe esposto a
pretensioni, qualora fosse occupato da altri il ducato di Toscana;
perciò fu sotto mano fatto intendere al gran duca, duca di Lorena,
che non temesse sconcerti a quegli Stati; e questa promessa si vide
religiosamente mantenuta dipoi dalla corte di Francia. Per conseguente
le speranze de' Napolispani si rivolsero tutte agli Stati della
Lombardia.
Non istava intanto in ozio la corte di Vienna, cercando chi la
salvasse dal naufragio di sì gran tempesta. Fu spedito in Olanda e
a Londra il principe _Wenceslao_ di _Lictenstein_, per promuovere
quelle potenze in aiuto suo, con far valere i tanti motivi di non
lasciar crescere di soverchio la già sì aumentata possanza della real
casa di Borbone, e di non permettere l'abbassamento dell'augusta casa
d'Austria dalla cui conservazione e forza principalmente dipendeva la
libertà e la salute della Germania, e delle stesse potenze marittime.
Trovossi nel re _Giorgio II_ e nei parlamenti d'Inghilterra tutta
la più desiderabil disposizione di sostenere, secondo gli obblighi
precedenti, la prammatica sanzione, e d'imprendere la guerra
contra de' Franzesi, distruttori della medesima. Non furono così
favorevoli le risposte degli Olandesi; perchè troppo rincresceva a
quella nazione di rinunziare ai rilevanti profitti del commercio,
finora mantenuto con Franzesi e Spagnuoli. Fu anche creduto che non
mancassero in quelle provincie dei pensionarii della Francia; ed
altro perciò non si potè ottenere, se non che le provincie unite
puntualmente soddisfarebbono agli obblighi e patti della loro lega,
col somministrare venti mila combattenti in soccorso della regina,
venendo il caso della guerra. Quanto all'Italia, cominciò per tempo
la corte di Vienna i suoi negoziati con _Carlo Emmanuele_ re di
Sardegna, siccome sovrano potente, e più degli altri interessato nei
tentativi che il re di Spagna e delle Due Sicilie meditavano di fare
in essa Italia. Perciocchè per conto della _repubblica di Venezia_
ben presto si scoprì che, secondo le saggie sue massime, faceva ella
bensì un considerabil aumento di truppe nelle sue città di terra
ferma, ma coll'unico disegno di tenersi neutrale; giacchè forze non
le mancavano per far rispettare la sua indifferenza e neutralità.
Avea sulle prime il re di Sardegna fatto indagare i sentimenti della
corte di Madrid in riguardo alla persona e forze sue nella presente
rottura. La ritrovò così persuasa della propria potenza, che non si
credea nè bisognosa dell'aiuto altrui per conquistare lo Stato di
Milano, nè assai apprensiva dell'opposizione che potesse farle il
re sardo, forse perchè s'immaginava col mezzo degli amici franzesi
di ritenerlo dall'imprendere un contrario impegno. Solamente dunque
gli esibì un tenue briciolo dello Stato di Milano, con promessa di
ricompensarlo a misura del suo soccorso, e della felicità de' meditati
progressi. Queste ed altre ambigue risposte congiunte alla conoscenza
del pericolo, a cui si resterebbe esposta la real casa di Savoia
quando cadesse in mano degli Spagnuoli lo Stato di Milano, cagion
furono ch'esso re di Sardegna prendesse altro cammino. Rifletteva egli
che il re Cattolico avea bensì nel trattato del dì 13 d'agosto del
1715 approvata la cessione fatta dall'imperadore al duca _Vittorio
Amedeo_ suo padre del Monferrato, Alessandrino ed altre porzioni del
Milanese, ed in oltre ceduto nelle forme più obbliganti il regno di
Sicilia al medesimo duca; e pure da lì a non molto tentò di spogliarlo
d'esso regno; potersi perciò temere un pari trattamento per gli Stati
della Lombardia passati in dominio della casa di Savoia. Applicossi
dunque il re _Carlo Emmanuele_ a maneggiare gli affari suoi colla
regina d'Ungheria e col re britannico, e a fortificar le piazze, e
ad accrescere le sue genti d'armi, e per avere in pronto una possente
armata al bisogno, barcheggiando intanto, finchè venisse il tempo di
stringere qualche partito.
Durante l'anno presente il pontefice _Benedetto XIV_, il cui cuore
non ad altro inclinava che alla pace con tutti i potentati cattolici,
siccome padre amantissimo d'ognuno, determinò di mettere fine alle
differenze insorte sotto i suoi predecessori, e durate per lo spazio
di trenta anni fra la santa Sede e le corone di Spagna, Portogallo, Due
Sicilie e Sardegna. S'erano già smaltite sotto il precedente pontefice
molte delle principali difficoltà, nè altro mancava che la conchiusion
degli accordi. Al di lui buon volere e saviezza non fu difficile il dar
l'ultima mano a questi trattati sì nel presente che nel susseguente
anno; così che tornò la buona armonia con tutti, e le nunziature si
riaprirono, e la dateria riassunse le sue spedizioni. Intenta eziandio
la santità sua al sollievo della povera gente, nel marzo di quest'anno
introdusse l'uso della carta bollata per li contratti e scritture che
si avessero a produrre in giudizio, siccome aggravio ridondante sopra
i soli benestanti, con isgravare nel medesimo tempo il popolo da varii
altri imposti sopra l'olio, sete crude, buoi ed altri animali. Ma
perciocchè non mancarono persone, le quali, contro la retta intenzione
di lui ampliando questo aggravio della carta bollata, ne convertivano
buona parte in lor pro con gravi lamenti del pubblico, il santo padre,
provveduto di buona mente per non lasciarsi ingannare dai ministri,
coraggiosamente abolì esso aggravio, e ne riportò somma lode da tutti.
Nel dì 17 di giugno dell'anno presente diede fine al suo vivere il
doge di Venezia _Luigi Pisani_, stimatissimo per le sublimi e rare
sue doti. Fu poi sostituito in essa dignità nel dì 30 del suddetto
mese, il cavaliere e procuratore _Pietro Grimani_, personaggio di gran
saviezza, chiarissimo per le sue cospicue ambasciarie, e veterano nei
maneggi e nelle cariche di quella saggia repubblica. Infierì parimente
la morte contra una giovine principessa degna di lunghissima vita.
Questa fu _Elisabetta Teresa_ sorella di _Francesco_ duca di Lorena,
e regnante gran duca di Toscana, e moglie di _Carlo Emmanuele_ re
di Sardegna. Era essa giunta all'età di ventinove anni, mesi otto e
giorni diciotto. Avea nel dì 21 del sopraddetto giugno dato alla luce
un principino, appellato poi duca di Chablais con somma consolazione
di quella corte. Ma si convertirono fra poco le allegrezze in pianti,
perchè sorpresa essa regina dalla febbre migliarina, pericolosa per
le partorienti, nel dì 3 di luglio rendè l'anima al suo creatore.
Non si può assai esprimere quanta grazia avesse questa principessa
per farsi amare non solo dal real consorte, ma da tutti, nè quanta
fosse la sua pietà e carità verso de' poveri. La maggior parte del suo
appannaggio s'impiegava in limosine, e, mancandole talvolta il danaro,
ella impiegava alcuna delle sue gioie: del che informato il re, le
riscuoteva, e graziosamente gliele facea riportare. In somma universale
fu il cordoglio per questa perdita, e dolce memoria restò di tante sue
virtù; siccome ancora restarono due principi e una principessa, frutti
viventi del suo matrimonio.
Da gran tempo era stabilito l'accasamento del principe ereditario di
Modena _Ercole Rinaldo d'Este_, figlio del regnante duca _Francesco
III_, colla principessa _Maria Teresa Cibò_, che per la morte di _don
Alderano_ duca di Massa e di Carrara suo padre era divenuta signora di
quel ducato. Per la non ancor abile età del principe si era differita
fin qui l'esecuzione di questo maritaggio; ma finalmente se gli diede
compimento nel settembre dell'anno presente; sicchè sul fine d'esso
mese fu condotta essa principessa con suntuoso accompagnamento da _don
Carlo Filiberto d'Este_, marchese di San Martino, e principe del sacro
romano imperio, alla volta di Sassuolo, dove si trovava il duca e la
duchessa _Carlotta Aglae d'Orleans_, i quali andarono ad incontrarla
a Gorzano, e solennizzarono dipoi con molte feste la sua venuta.
Stavano intanto i curiosi aspettando di vedere, dopo tante dicerie
e lunari, qual esito o destino fossero per avere gli affari della
Corsica, tuttavia fluttuante, e non mai pacificata. Perchè le truppe
Franzesi aveano quivi preso sì lungo riposo, sognarono i novellisti
che la repubblica di Genova fosse in trattato di vendere quell'isola
alla Francia, o di permutarla con qualche altro Stato, o di darla
all'infante di Spagna _don Filippo_ genero del re Cristianissimo.
La vanità di sì fatte immaginazioni in fine si scopri. Non terminò
l'anno presente che la corte di Francia, entrata in impegni di maggior
conseguenza, richiamò il _marchese di Maillebois_ colle sue truppe
in Provenza; laonde la Corsica, accorrendo ogni dì nuovi banditi, e
sciolta dal rispetto e timore de' Franzesi, tornò a poco a poco al
solito giuoco della ribellione, con isdegno e pentimento de' Genovesi,
che tanto aveano speso in procurar de' medici a quella cancrena. Con
tali successi arrivò il fine dell'anno presente; anno, che con tanti
preparamenti di guerra prometteva calamità di lunga mano maggiori al
seguente; ed anno, in cui, oltre alle rivoluzioni dell'Austria, Boemia
e Slesia, altre se ne videro nella Gran Russia, alla quale ancora fu
dichiarata la guerra dagli Svezzesi collegati colla Porta Ottomana; ma
con tornare essa guerra solamente in isvantaggio della Svezia medesima,
non assistita poi dai Turchi, nè capace di far fronte alle superiori
forze della Russia.
Anno di CRISTO MDCCXLII. Indizione V.
BENEDETTO XIV papa 3.
CARLO VII imperadore 1.
Più d'un anno correva che restava vacante il seggio imperiale, non
tanto per li diversi interessi ed inclinazioni degli elettori, quanto
per la disputa insorta intorno al voto della Boemia, il quale veniva
contrastato o negato da chi o per amore o per forza seguitava le
istruzioni della Francia, per essere caduto quel regno in donna, cioè
nella regina d'Ungheria _Maria Teresa d'Austria_. Ma da che _Carlo
Alberto_ duca ed elettor di Baviera si fu impadronito di Praga capitale
d'essa Boemia, e nel dì 19 del precedente dicembre si fece prestare
omaggio dai deputati ecclesiastici e secolari delle città boeme,
forzate fin qui alla sua ubbidienza: si procedè finalmente nella città
di Francoforte all'elezione di un nuovo imperadore nel dì 24 di gennaio
dell'anno presente. Concorsero i voti degli elettori nella persona del
suddetto elettore di Baviera, che da lì innanzi fu intitolato _Carlo
VII Augusto_. Contro di tale elezione la regina d'Ungheria non lasciò
di far le occorrenti proteste. Comparve poscia in quella città il
novello imperadore nel dì 31 del mese suddetto, accolto con incredibil
magnificenza, e nel dì 12 di febbraio seguì la suntuosa funzione
dell'incoronamento suo. Susseguentemente nel dì 8 di marzo con gran
solennità fu coronata imperadrice de' Romani l'Augusta _Maria Amalia_
d'Austria consorte del nuovo imperadore. Non si potea vedere in più
bell'auge l'elettoral casa di Baviera, giunta dopo più secoli a riavere
il diadema imperiale, divenuta padrona del regno di Boemia e di parte
dell'Austria, ed assistita dalla potentissima corte di Francia. O prima
d'ora, o in queste circostanze, si trovò in tal costernazione la corte
austriaca per sentirsi sola e abbandonata in questa gran tempesta, e
dopo aver perduto tanto, in pericolo ancora di perdere molto più, se
non anche tutto, che nel suo consiglio persona vi fu che stimò bene
di persuader la pace anche col sacrifizio della Boemia. Fu questa una
stoccata al cuore della regina. Altro consigliere poi si fabbricò un
buon luogo nella grazia della maestà sua per l'avvenire coll'animare
il di lei coraggio, e conchiudere che si avea a fare ogni possibil
resistenza, confidando nella protezione di Dio per la buona causa, e
col mostrare a quali vicende sia sottoposta la fortuna anche de' più
potenti. In fatti si allestì un buon armamento, si uscì in campagna, e
molto non tardò a venir calando cotanta felicità del Bavaro Augusto.
Imperocchè avendo la regina ammanite molte forze coi vecchi suoi
reggimenti, e colla giunta di gran gente accorsa dall'Ungheria: sul
principio del presente anno il gran duca _Francesco_ suo consorte col
general comandante conte di _Kevenuller_, governatore di Vienna, dopo
avere ricuperato le città di Stair ed Eens, andò a mettere l'assedio
alla città di Lintz. Nello stesso tempo s'impadronirono gli Austriaci
di Scarding, e nel dì 16 o pure 17 di gennaio diedero una rotta ad un
grosso corpo di Bavaresi condotto sotto quella piazza dal maresciallo
bavarese _conte Terringh_. La città di Lintz, benchè fornita d'un
presidio consistente in più di sette mila Gallo-Bavari, pure nel dì
23 dello stesso mese si arrendè con patti onorevoli, essendo restata
libera la guarnigione, ma con patto di non prendere per un anno l'armi
contro la regina d'Ungheria: patto che fu poi per alcune ragioni
mal osservato. Ciò fatto, furiosamente entrarono gli Austriaci nella
Baviera. Braunau e Passavia furono costrette ad arrendersi: il terrore
si stese fino a Monaco capitale d'essa Baviera, la quale, mancando
di fortificazioni e di gente che la potesse sostenere, nel dì 13 di
febbraio con condizioni molto oneste venne in potere degli Austriaci.
Ed ecco quasi, a riserva d'Ingolstad e di Straubinga, la Baviera
sottomessa alla regina d'Ungheria, ed esposta alla desolazione portata
dall'armi vincitrici, cioè i poveri popoli condannati a far penitenza
degli alti disegni del loro sovrano. Mancò intanto di vita in Vienna
l'augusta imperadrice _Amalia Guglielmina_ di Brunsvich, vedova
dell'imperador Giuseppe. Il dì 10 di aprile fu quello che la condusse
a godere in cielo il premio dell'insigne sua saviezza e pietà, di
cui anche resta in essa città un perenne monumento nel religiosissimo
monistero delle salesiane da essa fondato e dotato, e la di lei Vita
data alla luce per decoro della cattolica religione.
Cominciarono in questi tempi ad udirsi in armi Ungheri, Panduri,
Tolpasci, Anacchi, Ulani, Valacchi, Licani, Croati, Varasdini ed altri
nomi strani, gente di terribile aspetto, con abiti barbarici ed armi
diverse, parte di loro mal disciplinata, atte nondimeno tutte a menar
le mani, e spezialmente professanti una gran divozione al bottino.
Parve in tal occasione che nei tempi passati non avesse conosciuto
l'augusta casa d'Austria di posseder tante miniere d'armati, essendosi
ella per lo più servita delle sole valorose milizie tedesche, e di
qualche reggimento di Usseri e Croati. Seppe ben la saggia regina
d'Ungheria prevalersi di tutte le forze de' suoi vasti Stati; e con
che vantaggio, lo vedremo andando innanzi. Continuò di poi la guerra
non meno in Boemia che in Baviera fra i Gallo-Bavari e gli Austriaci,
nel qual tempo ancora proseguirono le ostilità fra questi ultimi e il
re di Prussia nella Slesia. Dacchè l'esercito della regina d'Ungheria
si trovò sommamente ingrossato sotto il comando del principe _Carlo
di Lorena_, assistito dal maresciallo _conte di Koningsegg_ e dal
_principe di Lictenstein_, i Prussiani giudicarono meglio di ritirarsi
da Olmutz con tal fretta, che lasciarono indietro gran quantità di
viveri e molti cannoni: con che ritornò tutta la Moravia all'ubbidienza
della legittima sua sovrana. Trovaronsi poi a fronte nel dì 17 di
maggio le due nemiche armate austriaca e prussiana; e il principe di
Lorena, che ardeva di voglia di azzardare una battaglia, soddisfece al
suo appetito nel luogo di Czaglau. Alla cavalleria austriaca riuscì
di far piegare la prussiana; ma perchè si perdè a saccheggiare un
villaggio, rimasta la fanteria sprovveduta di chi la sostenesse contro
le forze maggiori prussiane, bisognò battere la ritirata, e lasciare
il campo in potere de' nemici. Secondo il solito, tanto l'una che
l'altra parte cantò maggiori i vantaggi. A udire gli Austriaci, vennero
quattordici stendardi, due bandiere e mille prigionieri in loro mani, e
la cavalleria nemica restò disfatta. Gli altri all'incontro vantarono
presi quattordici cannoni con alcuni stendardi, e fecero ascendere la
mortalità e diserzion degli Austriaci a molte migliaia. Da lì innanzi
si cominciò ad osservare una inazione fra quelle due armate, finchè si
venne a scoprire il mistero; e fu perchè nel dì 11 di giugno riuscì al
_lord Indfort_, ministro del britannico re _Giorgio II_, di stabilir la
pace fra la regina d'Ungheria e il re di Prussia, a cui restò ceduta la
maggior parte della grande e ricca provincia della Slesia; essendosi
ridotta a questo sacrifizio la regina per li consigli della corte
d'Inghilterra, e per la brama di sbrigarsi da sì potente nemico. Questo
accordo, conchiuso in Breslavia, siccome sconcertò non poco la corte
di Francia e del bavaro imperadore _Carlo VII_, così servì ad essa
regina per risorgere ad accudir con più vigore alla resistenza contro
gli altri suoi poderosi avversarii. Per questa privata pace, che riuscì
cotanto fruttuosa a _Federigo_ re di Prussia, anche _Federigo Augusto_
re di Polonia ed elettor di Sassonia saviamente prese la risoluzione di
pacificarsi colla stessa regina: al che non trovò difficoltà veruna.
Sbrigate in questa maniera da quel duro impegno l'armi austriache, si
rivolsero alla Boemia, e andarono in cerca de' Franzesi. Trovavansi in
quelle parti con grandi forze i _marescialli di Bellisle e di Broglio_.
Essendo nondimeno superiori quelle della regina, furono astretti a
cedere varii luoghi, e finalmente si ridussero alla difesa della vasta
città di Praga. Colà in fatti comparve il principe _Carlo di Lorena_
sul principio di luglio col maresciallo _conte di Koningsegg_, e
con un'armata di più di sessanta mila combattenti. Circa venti mila
erano i Franzesi, parte postati nella città, e parte di fuori sotto
il cannone della piazza; ma apparenza di soccorso non v'era, nè si
fidavano que' generali della copiosa cittadinanza, in cui cuore era
già risorto l'affetto verso la casa d'Austria, massimamente dopo aver
provato quei nuovi ospiti, secondo il solito, troppo pesanti. Desiderò
il Bellisle di abboccarsi o col principe di Lorena o col Koningsegg, e
fu compiaciuto da quest'ultimo. Si sciolse la lor conferenza in fumo,
perchè avrebbono i Franzesi lasciata Praga, purchè se ne potessero
andar tutti liberi coi loro bagagli, laddove pretese il maresciallo
austriaco di volerli prigionieri di guerra. Se tanta durezza fosse
poi lodata, nol so dire. Certo è che i Franzesi, stimolati dal punto
d'onore, si sostennero per più mesi, ed avvennero accidenti, per
li quali fu convertito l'assedio in blocco. Ne uscì coi figli il
maresciallo di Broglio, e felicemente si salvò. Tornati poscia gli
Austriaci a stringere quella città, prese il maresciallo di Bellisle
così ben le sue misure, che nel dì 17 di dicembre con circa dieci mila
uomini, bagaglio e cannoni da campagna se ne ritirò, e, guadagnate
due marcie, pervenne in salvo ad Egra, benchè pizzicato per tutto il
viaggio dagli Usseri e Croati. Perdè egli in quella ritirata almeno tre
mila persone o uccise, o disertate, o morte di freddo, e quasi tutta
l'artiglieria, i bagagli e fino i proprii equipaggi. Ciò non ostante,
se gli Austriaci vollero mettere il piede in Praga, furono obbligati ad
accordare una capitolazione onorevole allo smilzo presidio rimasto in
essa città; accordando in fine ciò che sul principio avrebbero potuto
con loro vantaggio concedere, e che avrebbe risparmiato un gran sangue
sparso sotto la città medesima.
Non provarono già un'egual prosperità nella Baviera l'armi della regina
di Ungheria. L'assedio e bombardamento della città di Straubinga nel
mese di aprile a nulla giovò per forzare alla resa quella fortezza.
Perchè si sapea che i Franzesi comandanti dal _conte d'Arcourt_
venivano con ischiere numerose ad unirsi col generale bavarese
_conte di Seckendorf_, e giunse a Monaco una falsa voce che già si
appressavano a quella città: il _generale Stens_ nel dì 28 del mese
suddetto precipitosamente si ritirò da essa città di Monaco colla
guernigione austriaca di quattro mila persone, lasciandovi un solo
picciolo corpo di gente. Allora i cittadini si misero in armi, e i
villani inseguirono e molestarono non poco la ritirata d'essi. Scoperta
poi la falsità della voce, ed irritati gli Austriaci, ad altro non
pensarono, che a rientrare in essa città. Vi trovarono quel popolo
risoluto alla difesa, e fu misericordia di Dio che non venissero
all'assalto, perchè a questo avrebbe tenuto dietro uno spaventevole
sacco. Accordò il _maresciallo di Kevenhuller_, nel dì 6 di maggio,
una nuova capitolazione a quegli abitanti, gli affari dei quali
nondimeno molto peggiorarono da lì innanzi, finchè sul principio di
ottobre giunse la loro redenzione. Avea il Seckendorf ricuperata la
città di Landshut, dopo di che s'incamminò alla volta di Monaco. Qui
non l'aspettarono gli Austriaci, perchè molto inferiori di forze ai
Gallo-Bavari, e ne asportarono quanto mai poterono con danno gravissimo
di quell'infelice popolo, il quale diede in trasporti di allegrezza
al vedere nel dì 7 del mese suddetto rientrare in quella città le
milizie dell'augusto loro duca ed imperadore _Carlo VII_; ripigliarono
poscia i Bavaresi Borgausen e Braunau; laonde tutta la Baviera tornò,
prima che terminasse l'anno, all'ubbidienza del suo sovrano. Fu poi
condotto in Baviera un poderoso rinforzo di truppe dal _maresciallo di
Broglio_, e continuarono le ostilità, ma senza alcun'altra impresa di
grado. Intanto quello sfortunato paese era il teatro delle calamità,
perchè divorato da amici e nemici. Fu anche superiore alla credenza il
numero de' Franzesi o morti di malattie, o uccisi, o fatti prigionieri
nella Boemia e Baviera. Facevansi in questi tempi dei grandi maneggi
in Inghilterra ed Olanda, per muovere quelle potenze alla difesa della
regina d'Ungheria. La mutazion del ministero in Londra cagion fu che
il re britannico e quella potente nazione si disponessero ad entrare
in ballo, tanto più perchè si sentivano irritati dal vedere la somma
franchezza de' Franzesi in rimettere contro i patti le fortificazioni
di Dunquerque. Perciò si cominciarono i preparamenti della guerra
in Fiandra per l'anno seguente; ma non si potè altro ottener dagli
Olandesi, se non che darebbono il loro contingente di venti mila
soldati, a cui erano tenuti in vigor delle leghe precedenti. Non men di
loro, anzi più vigorosamente, si misero in arnese anche i Franzesi per
far buon giuoco in quelle parti.
Vegniamo oramai all'Italia, condannata anch'essa a sofferire i
perniciosi influssi delle gare ambiziose dei regnanti. Da che fu
fatta gran massa di Spagnuoli ad Orbitello, e nelle altre piazze dei
presidii, sotto il comando del _duca di Montemar_, si mise questa
in marcia, ed entrata in febbraio nello Stato ecclesiastico, andò
a prendere riposo in Foligno, e con lentezza mirabile arrivò poi
finalmente fino a Pesaro. A quella volta ancora s'inviarono dipoi le
milizie napoletane, spedite dal re delle Due Sicilie, per unirsi con
quelle del re suo padre. Ne era generale il _duca di Castropignano_.
Intanto sul Genovesato andarono sbarcando altre milizie procedenti
dalla Spagna, e maggior numero ancora se ne aspettava. Per quanto si
seppe, le idee della corte del re Cattolico erano che il primo più
possente corpo di gente venisse alla volta di Bologna, e l'altro dal
Genovesato verso Parma. Grande armamento in questi tempi avea fatto
anche _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna, ma senza penetrarsi qual
risoluzione fosse egli per prendere, se non che i più prevedevano che
anderebbono le sue forze unite con quelle della regina d'Ungheria, sì
perchè così portavano gli interessi suoi, non piacendogli la vicinanza
degli Spagnuoli, come ancora perchè potea sperar maggior ricompensa
da essa regina. Recò maraviglia ad alcuni l'aver questo real sovrano
pubblicati due manifesti, nel quali erano riportate le sue pretensioni
sopra lo Stato di Milano, siccome discendente dall'_infanta Caterina_
figliuola di _Filippo II_ re di Spagna. E pure passava questo sovrano
di concerto in ciò colla corte di Vienna, con cui finalmente si venne a
scoprire ch'egli avea stabilito nel dì primo di febbraio un _trattato
provvisionale_ per difendere la Lombardia dall'occupazione delle armi
straniere. In tale trattato comparve la rara avvedutezza del marchese
d'Ormea suo primo ministro, perchè restò esso re di Sardegna colle
mani sciolte, cioè in libertà di ritirarsi quando a lui piacesse,
colla sola intimazione di un mese innanzi, dall'alleanza della regina.
Animato si trovò egli spezialmente a tale impegno dalla sicurezza
datagli del _cardinale di Fleury_ primo ministro di Francia che il
re Cristianissimo _Luigi XV_ non intendeva di spalleggiar l'armi del
re Cattolico _Filippo V_ per conto dell'Italia. Svelaronsi solamente
nei mese di marzo questi arcani; e il re Sardo, da che ebbe ritirato
dalla Savoia gli archivii e tutto ciò che era di maggiore rilievo,
cominciò a far marciare parte delle sue truppe alla volta di Piacenza.
Verso la metà del medesimo mese anche il maresciallo _Otto Ferdinando
conte di Traun_ governatore di Milano spedì a Modena a rappresentare
al duca _Francesco III d'Este_ la necessità in cui il mettevano i
movimenti dei nemici Spagnuoli, di avanzarsi con vari reggimenti nei
principati di Correggio e Carpi. La licenza non si potè negare a chi se
la potea prendere anche senza richiederla. Perciò vennero a postarsi
gli Austriaci in quelle parti, tirando un cordone verso la Secchia, e
penetrando anche nel Reggiano.
Trovossi in un grave labirinto in questi tempi il duca di Modena,
giacchè si miravano due nemiche armate venir l'una da levante e
l'altra da ponente con tutte le apparenze che egli e i suoi Stati
rimarrebbono esposti a deplorabili traversie, e forse diverrebbero il
teatro della guerra, perchè ognun brama di far, se può mai, questa
danza in casa altrui; e più rispetto si porterebbe agli Stati della
Chiesa che ai suoi. Ognun sa, in casi di tanta angustia, quanto sia
pericoloso il partito della neutralità per chi ha poche forze, giacchè,
senza farsi merito nè coll'una nè coll'altra parte de' contendenti,
si soggiace alla disgrazia d'essere divorato da amendue; e a peggio
ancora, se avviene che l'un degli eserciti prevalga, troppo facilmente
suscitandosi sospetti e ragioni per prevalersi in suo pro degli Stati
e delle piazze altrui. Persuaso dunque esso duca che col tenersi
neutrale non si facea punto merito con alcun di essi, e verisimilmente
gli avrebbe avuti nemici tutti e due, si appigliò alla risoluzione
di abbracciare uno d'essi partiti. L'ossequio ed affetto ch'egli
professava all'augusta casa d'Austria e al gran duca di Toscana il
consigliavano ad unirsi con loro, ma troppo pericoloso era per un
vassallo dell'imperio di prendere l'armi contra dell'imperadore _Carlo
VII_ nemico delle suddette potenze, e l'aderire alla regina d'Ungheria,
la quale, invece d'inviar nuove genti alla difesa dell'Italia, avea
richiamata di là dai monti una parte di quelle che qui si trovavano,
ed avea inoltre confessato ad un suo ministro venuto in Italia di
non potersi impiegare a sostener questi Stati; e tanto anche fece
intender al papa e ai Veneziani per loro governo. Manteneva il duca
buona corrispondenza colla corte di Torino; ma questa il più che potè
gli tenne occulto il trattato di lega conchiuso con quella di Vienna.
Oltre a ciò, nè pur comportavano gl'interessi della propria casa al
duca d'aver per nemici l'imperadore e la Spagna, stante l'essersi
scoperto che la casa di Baviera nudriva delle pretensioni sopra la
Mirandola e suo ducato, e il sapersi che _don Francesco Pico_, già
duca d'essa Mirandola, protetto dagli Spagnuoli ne conservava delle
altre, e che sopra la contea di Novellara e sopra il ducato di Massa
s'erano svegliate liti, mal fondate senza dubbio, ma che nel tribunale
cesareo, se fosse stato nemico, avrebbono forse avuto buona fortuna. Il
perchè, mosso il duca di Modena da tali riflessioni, cercò più tosto di
aderire alla parte de' più possenti potentati della cristianità, cioè
dell'imperadore e dei re di Francia e Spagna. Avea egli per sua difesa
in armi un bel reggimento di Svizzeri, e un altro d'Italiani, ch'era
intervenuto alla battaglia di Crostka nella Servia, in tutto tre mila
soldati. In oltre avea quattro mila dei suoi miliziotti reggimentali,
disciplinati, ben vestiti ed armati, e circa quattrocento cavalli
fra corazze e dragoni: sussidio non lieve, uniti che fossero ad una
giusta armata, oltre alla cittadella di Modena e alla fortezza della
Mirandola.
Fu ben accolta in Madrid la proposizione del duca di entrar seco
in lega; ma mentre si andava maneggiando in tanta lontananza questo
affare, non si sa come, ne trapelò l'orditura ai ministri della regina
d'Ungheria, o pure del re di Sardegna. Verso il fine di marzo erasi
avanzato, siccome dicemmo, esso re sardo fino a Piacenza, facendo
intanto sfilare le sue truppe alla volta di Parma, ed ivi avea tenuto
consiglio di guerra col maresciallo _conte di Traun_ governator di
Milano; giacchè l'armata napolispana si era inoltrata sino a Rimini.
Si venne ancora intendendo che il grosso corpo di Spagnuoli sbarcato
in più volte sul Genovesato, senza più pensare a far irruzione dalla
parte del Parmigiano, s'era come amico incamminato per la Toscana
a fine di accoppiarsi coll'altro maggiore de' duchi di _Montemar_
e _Castropignano_. Non senza maraviglia delle persone fece quella
gente un gran giro. Se fosse calata pel Giogo a Bologna, e colà fosse
pervenuto il Montemar, nulla era più facile che il passar fino sul
Parmigiano, e il prevalersi poi delle buone disposizioni del duca di
Modena ed unirsi seco. Essendo giunto a Parma nel dì 30 d'aprile il
re di Sardegna, portossi parimente esso duca di Modena nel dì 2 di
maggio con tutta la corte al delizioso suo palazzo di Rivalta, tre
miglia lungi da Reggio. Colà fu ad abboccarsi seco nel dì 6 di esso
mese il _marchese d'Ormea_, primo ministro del re di Sardegna, che
tosto sfoderò una copia informe del trattato preteso intavolato dal
duca colla corte di Spagna. Onoratamente confessò il duca di aver
fatto dei maneggi a Madrid, ma che nulla s'era conchiuso, nè sapea se
si conchiuderebbe: e questa era la verità. Calde istanze fece l'Ormea
per indurlo alla neutralità; ma perchè il duca ben previde che,
accordando questo primo punto, passerebbe la pretensione a richiedere
in pegno una almeno delle sue piazze per sicurezza di sua fede, non
volle consentire, e prese tempo a pensarvi. Per molti giorni poscia
s'andò disputando, essendo passato il duca a Sassuolo con tutta la
famiglia: nel qual mentre il _duca di Montemar_, che per più settimane
s'era fermato coll'esercito suo in Forlì a divertirsi con una opera
in musica, finalmente si mosse alla volta di Bologna. Fama correa che
i Napolispani ascendessero a quarantacinque mila persone: erano ben
molto meno, ancorchè il Montemar avesse ricevuto il poderoso rinforzo
di fanti e cavalli, passati amichevolmente per la Toscana. Parea questa
nondimeno un'armata da far gran fatti, se non che la diserzione, da
cui non va esente alcuno degli eserciti, si trovò stupenda in essa,
fuggendo spezialmente quegli Alemanni che furono presi nell'apparente
battaglia di Bitonto, e in altre azioni, allorchè fu conquistato il
regno di Napoli dall'infante _don Carlo_. Giorno non v'era, in cui
qualche centinaio d'essi Napolispani non disertasse, attribuendone
alcuni la cagione all'aver lasciata cotanto in ozio quella gente, ed
altri all'aspro trattamento degli uffiziali, giacchè non si può credere
per difetto di paghe, perchè, se ne scarseggiavano gli uffiziali, al
semplice soldato non mancava mai l'occorrente soldo.
Dopo la metà di maggio comparvero sul Bolognese le truppe napolispane,
e a poco a poco vennero nel dì 20 a postarsi alla Samoggia, e nel dì
29 si stesero fino a Castelfranco. Certa cosa è, che se il Montemar si
fosse inoltrato di buon'ora sino al Panaro, siccome allora superiore di
forze, avrebbe potuto occupar quei siti, e stendersi a coprir Modena,
e a passar anche verso Parma, stante l'avere sul principio dell'anno
per mezzo del _conte senatore Zambeccari_ chiesto ed ottenuto dal duca
di Modena il passaggio. Parve dunque ch'egli non peraltro fosse venuto
in quelle vicinanze, se non per burlare esso duca di Modena, il quale
intanto si andava schermendo dal prendere risoluzione alcuna sulla
speranza che lo stesso Montemar passasse a difendere i suoi Stati:
del che non gli mancarono delle lusinghevoli promesse dalla parte del
medesimo generale spagnuolo. Diede agio questa inazion de' Napolispani
al maresciallo _conte di Traun_ di ben postarsi alle rive inferiori
del Panaro con dodici mila Tedeschi, e similmente a _Carlo Emmanuele_
re di Sardegna, passato nel dì 19 di maggio sotto le mura di Modena,
di andare anch'egli a fortificarsi alle rive superiori d'esso fiume.
Di giorno in giorno s'ingrossarono le sue milizie sino a venti mila
persone, giacchè gli era convenuto lasciare un'altra parte delle sue
truppe alla guardia di Nizza e Villafranca, e ai varii confini del
Piemonte, per opporsi ai disegni d'un'altra armata di Spagnuoli che
si andava formando in Provenza contro i suoi Stati, e che dovea esser
comandata dall'infante _don Filippo_, già pervenuto ad Antibo. Nel dì
17 di maggio presero pacificamente i Savoiardi il possesso della città
di Reggio, da cui precedentemente avea il duca dì Modena ritirate le
truppe regolate. Durava intanto una spezie, ma assai dubbiosa, di calma
fra esso duca, dimorante in Sassuolo, e gli Austriaco-Sardi, aspettando
questi che giungessero al loro campo cannoni, mortari e bombe, per
poter parlare dipoi con altro linguaggio. Non avea il duca fin qui
conchiuso accordo alcuno colla corte di Spagna, e neppure ricavato
da essa un menomo danaro per fare quell'armamento, come ne dubitavano
gli Austriaco-Sardi; pure non sapea indursi a cedere volontariamente
le fortezze di Modena e della Mirandola, richieste dagli alleati;
perchè quanto si trovò egli sempre deluso dal _duca di Montemar_,
largo promettitore di ciò che non osava intraprendere, altrettanto
abborriva di non comparire alla corte di Spagna qual principe di doppio
cuore, perchè quivi si sarebbe infallibilmente creduto un concerto co'
collegati la forza che gli avesse fatto cedere quelle piazze.
Prese egli dunque il partito di abbandonar tutto alla discrezione di
chi gli era addosso coll'armi, e dopo aver messi quattro mila uomini
di presidio nella cittadella di Modena, e tre mila in quella della
Mirandola, nel dì 6 di giugno colla duchessa consorte e colle due
principesse sorelle, lasciati i figli colla nuora in Sassuolo, che
poi col tempo si riunirono con lui, prese la via del Ferrarese, e andò
a ritirarsi a Crespino, e di là passò poi al Cataio degli Obizzi sul
Padovano, e finalmente si ridusse a Venezia, portando seco il coraggio,
costante compagno delle sue traversie. Perchè aveva egli lasciato ogni
potere ad una giunta di suoi cavalieri e ministri in Modena, furono
spediti deputati al re di Sardegna, e dopo avere ottenuta la promessa
d'ogni miglior trattamento, nel dì 8 di giugno aprirono le porte della
città a circa mille e cinquecento Savoiardi, che ne presero quietamente
il possesso, con provar da lì innanzi quanta fosse la moderazione e
clemenza del re di Sardegna, quanta la rettitudine de' suoi ministri,
e la disciplina de' suoi soldati. Comandante in Modena fu destinato
il _conte commendatore Cumiana_, cavaliere che non lasciava andarsi
innanzi alcuno nella prudenza, e sapea l'arte di farsi amare e stimare
da ognuno. Nel dì 12 di giugno fu dato principio alle ostilità contro
la cittadella di Modena, alzando terra dalla parte del mezzodì fuori
della città i Savoiardi, e i Tedeschi da quella di settentrione. Perchè
gli assediati fecero una vigorosa sortita, necessario fu il rinforzare
il campo con molta gente. Erette due diverse batterie di mortari, nel
dì seguente cominciarono a tempestare essa cittadella con bombe di dì
e di notte, e seguitò questo flagello sin per tutto il dì 27. Non avea
il _duca Francesco_ avuto tempo di provvedere essa cittadella di case
matte e di ripari contro le bombe; e però in breve si trovò sconcertata
la maggior parte di que' casamenti, non restando luogo alcuno di riposo
e sicurezza alla guarnigione. Essendosi nel dì 28 alzate anche due
batterie di cannoni contra d'essa fortezza, il _cavaliere del Nero_
Genovese, e comandante della medesima, nel giorno appresso capitolò la
resa, restando prigioniere di guerra il presidio. Uscì poi nel dì 5 di
luglio un editto del re sardo, in cui dichiarò non essere intenzione
della regina d'Ungheria nè sua, pendente la dimora delle loro truppe
negli Stati di Modena, e durante l'assenza del duca, di attribuirsi
verun gius di permanente sovranità e dominio in essi Stati, ma quella
sola autorità che in sì fatta situazion di cose veniva dal diritto
della guerra e dalla comune loro difesa permessa. Furono occupate tutte
le rendite ducali, e tolte l'armi a tutti gli abitanti tanto della
città che forensi.
Mentre si facea questa terribil sinfonia sotto la cittadella di Modena,
si stava più d'uno aspettando qualche prodezza del generale spagnuolo
_duca di Montemar_, che colle sue genti era postato a Castelfranco,
siccome quegli che era decantato per conquistatore di regni. Ma per
disavventura non fece egli mai movimento alcuno per attaccare gli
Austriaco-Sardi al Panaro, tuttochè sparsi in una linea di molte
miglia su quelle rive, e benchè dalla parte di Spilamberto e Vignola
non avesse argini quel fiume. Crebbe anche maggiormente lo stupore
negl'intendenti, perchè almen quattro mila combattenti alleati erano
impegnati nelle trincee sotto la cittadella, e nella sera quattro
altri mila venivano dal Panaro a rilevar questi altri; laonde il campo
d'essi restava alleggerito d'otto mila persone. E pure con tutta pace
stette il Montemar contando le bombe e cannonate de' nemici, sparate
non contra di lui, e spettatore tranquillo delle sventure del duca
di Modena; di modo che alcuni giunsero a sospettare intelligenza del
medesimo col re di Sardegna, o che un segreto ordine del _cardinale
di Fleury_ avesse posto freno alla sua bravura (tutte insussistenti
immaginazioni); ed altri in fine si fecero a credere ch'egli fosse
solamente un valoroso generale, allorchè avea che fare con gente
incapace di resistere, o avesse accordo con lui di non resistere.
Crebbero molto più le maraviglie, perchè nella notte del dì 18 di
giugno esso Montemar levò il campo da Castelfranco, ed inviandosi con
tutti i suoi a San Giovanni e a Cento, mandò i malati ne' borghi di
Ferrara. Poteva impadronirsi del Finale, dove falso è che si trovassero
fortificati i nemici, come egli poscia volle far credere. Giunto bensì
al Bondeno nella notte del 26 di giugno, e quivi posto e fortificato
un ponte sul Panaro, spedì di qua dieci o dodici mila de' suoi. Non vi
era persona che non si aspettasse ch'egli imprendesse la difesa della
Mirandola, e che anzi v'entrasse, giacchè il cavalier Martinoni ivi
comandante gli avea richiesto soccorso, e l'avea invitato a venire.
Ma nulla di questo avvenne, senza che mai s'intendesse perchè egli
facesse quella scena di marciar colà e di passare il Panaro, per poi
nulla operare. Vi fu anche di più. All'avviso della di lui marcia, il
re di Sardegna e il conte di Traun spedirono la maggior parte della
lor cavalleria al Finale, per vegliare a' di lui andamenti. Trovavasi
questo corpo di gente senza fanteria e senza artiglierie; e pure
con tutte le forze dell'esercito suo il Montemar in tanta vicinanza
non pensò mai a molestarlo, non che a sorprenderlo: condotta che
maggiormente eccitò le dicerie contro il di lui onore.
Con tutto suo comodo s'era intanto trattenuta in riposo a Modena
l'armata austriaco-sarda senza apprensione alcuna del Montemar quando
nel dì 9 di luglio si mise in viaggio alla volta della Mirandola;
dove giunta, diede principio nel dì 13 agli approcci, ben corrisposta
dalle artiglierie della città. Ma da che anche le batterie dei cannoni
e de' mortari cominciarono a fulminar quella piazza, e seguì in essa
l'incendio di molte case; la guernigione, già chiarita che niun pensava
a soccorrerla, nel dì 22 del mese suddetto dimandò di capitolare;
restando prigioniera, finchè il duca di Modena si inducesse a cedere
le fortezze di Montalfonso, di Sestola e della Veruccola agli alleati,
con promessa di restituirle alla pace; e queste poi furono cedute.
Pertanto con breve peripezia si vide spogliato di tutti i suoi Stati
il duca di Modena, il quale, in mezzo a sì pericolosi imbrogli, provò
tante contrarie fatalità, che niun potrebbe immaginarsele, ma ch'egli
coraggiosamente sopportò. Videsi appresso destinato amministrator
generale d'essi Stati per le due corone il _conte Beltrame Cristiani_,
il quale tante pruove diede dipoi della sua onoratezza, attività e
prudenza, che, sapendo accoppiar insieme il buon servigio de' suoi
sovrani coll'amorevolezza verso de' popoli, meritò poi di essere creato
gran cancelliere della Lombardia austriaca, e di riportar le lodi di
ognuno, dovunque si stese la sua autorità. Fin qui era stato il _duca
di Montemar_ placido osservatore del destino della Mirandola, come se a
lui nulla importassero i progressi de' suoi nemici. Certamente non fu
di sua gloria l'essersi portato al Bondeno; ed aver passato il Panaro
solamente per mirare anche la caduta d'essa fortezza sotto gli occhi
suoi. Da più persone ben informate si sosteneva che lo esercito suo,
non ostante la diserzione sofferta, numerava tuttavia circa trenta mila
combattenti, ed erano in viaggio quattro mila Napoletani per unirsi con
lui. Si strignevano nelle spalle gli uffiziali dell'armata stessa di
lui al mirar tanta inazione, con tali forze e sì buona situazione. Ora
appena seppe egli la resa di essa fortezza, che finalmente determinò
di fare un premeditato bel colpo: colpo nondimeno, che parve a molti
poco onorevole al nome spagnuolo. Cioè prese la marcia coll'esercito
suo verso il Ferrarese e Ravennate con fretta tale, che non minore
si osserva in chi è rimasto sconfitto, lasciando indietro carriaggi
e munizioni non poche. Ma non furono pigri gli Austriaco-Sardi a
muoversi anch'essi, e venuti per castello San Giovanni a Bologna, si
avviarono per la strada maestra nella Romagna, sperando di raggiugnere
i fuggitivi Napolispani. Questi per buona ventura aveano avuto gambe
migliori, e, pervenuti nel dì 31 di luglio a Rimino, quivi si diedero a
fare un gran guasto, cioè a fortificarsi con trincieramenti, spianate
e tagli di alberi in grave desolazione di quel popolo. Pareva oramai
inevitabile qualche gran fatto d'armi in quelle strettezze, essendo
pervenuti colà anche gli alleati, vogliosi di far pruova dell'armi
loro; quando nel dì 10 di agosto il generale di Montemar fece ben
mostra di aspettar con piè fermo i nemici, anzi di voler venire
a battaglia, ma allo improvviso decampò anche di là, ritirandosi
sollecitamente a Pesaro e Fano, dove precedentemente erano state
premesse le artiglierie e bagagli.
Chiunque nelle precedenti guerre avea mirato il _principe Eugenio_ con
soli trenta mila armati tenersi forte contro l'esercito gallispano,
quasi il doppio numeroso di gente, al vedere la tanto diversa
condotta di quest'altro generale, non sapea trattenersi dallo stupore
o dalla censura. E non è già che fossero sì infievolite le di lui
forze, giacchè la maggior diserzione fu in quella sua precipitosa
ritirata, e ciò non ostante egli stesso si vantò poscia, in tempo che
i Napoletani s'erano separati da lui, di aver lasciata al conte di
Gages suo successore un'armata di diciotto mila combattenti, atti ad
ogni maggiore impresa, ma che tali per disgrazia non erano stati in
addietro. Strana cosa fu ch'egli allegasse per motivo di quest'altra
ritirata ciò che, siccome diremo, avvenne in Napoli solamente nel
dì 19 d'esso mese. Andò egli dunque, dopo varie frettolose marcie, a
intanarsi nella valle di Spoleti, dove gli sembrò di essere sicuro,
stante l'avviso che i collegati aveano risoluto di lasciarlo in pace.
Tenuto in fatti consiglio dal re di Sardegna e dal maresciallo conte
di Traun, prevalse il parere del primo di non passare di là di Rimino,
e di non più inseguire chi combattea con le sole gambe. In oltre pel
singolare rispetto ed affetto ch'esso re sardo professava al sommo
pontefice _Benedetto XIV_, gli premeva di non maggiormente essere
d'aggravio agli Stati della Chiesa: motivo che l'avea trattenuto in
addietro dal passare colà dal Modenese. Quel nondimeno che vie più
preponderava nell'animo suo, era il bisogno dei proprii Stati, che
il richiamava colà per guardarsi dalle minaccie di un altro esercito
spagnuolo. Sicchè da lì a non molto si videro ritornare al Panaro
su quel di Modena le schiere e squadre austriaco-sarde. Nel dì 31
d'agosto arrivò a Reggio il re di Sardegna, e vi si fermò fino al
dì 6 di settembre, in cui venutegli nuove disgustose di Piemonte,
sollecitamente s'inviò alla volta di Torino, dove sfilava intanto
la maggior parte delle sue milizie. Lasciò pochi suoi reggimenti nel
Modenese sotto il comando del _conte d'Aspremont_, il quale unitamente
col conte Traun s'andò fortificando in varii siti di qua dal Panaro, e
massimamente a Buonporto.
In questi medesimi tempi accadde una novità in Napoli, per cui gran
romore e tumulto fu in quella capitale. Nel dì 19 d'agosto comparvero
a vista di quel porto sei navi da guerra inglesi di sessanta cannoni,
quattro fregate, un brulotto e tre galeotte da bombe. Corse a furia il
popolo ad osservare quella squadra, e la corte, entrata in apprensione,
spedì nel giorno seguente il consolo inglese al comandante di essi
legni, per esplorare la di lui intenzione. La risposta fu, che se
il re non cessava di assistere i nemici della regina, egli teneva
ordine di devastare quella città colle bombe; e che lasciava tempo di
due ore a sua maestà per risolvere. Indi, cavato fuori l'orologio,
cominciò a contarne i momenti. Niuno mai in addietro avea pensato a
provvedere il porto e la spiaggia di Napoli di ripari per somigliante
minaccia; e nè pur si trovava nel castello del porto provvisione di
polvere da fuoco. Però, senza perdersi in molte discussioni, quella
corte nel breve suddetto spazio di tempo accettò la neutralità, e
spedì lettere mostrate al comandante inglese, colle quali richiamava
il _duca di Castropignano_ colle sue truppe nel regno. Ciò ottenuto,
senza commettere alcuna ostilità, fece vela la squadra inglese verso
ponente. Il pericolo presente servì appresso di ammaestramento per
alzare fortini e bastioni muniti di artiglierie, di maniera da non
paventar da lì innanzi chi tentasse di accostarsi con palandre e
galeotte per salutar colle bombe quella metropoli. Restò poi eseguito
l'ordine regio, e le milizie napoletane staccatesi dalle spagnuole
tornarono ai quartieri nelle loro contrade: con che si ridusse
l'esercito spagnuolo, siccome dicemmo, a circa diciotto mila persone,
che poi prese quartiere parte in Perugia e parte in Assisi e Folignano.
Fu in questo medesimo tempo, che la corte di Spagna, avvedutasi un
poco troppo tardi di avere raccomandata la fortuna e l'onore delle
sue armi ad un generale che sì male corrispondeva alle sue speranze,
richiamò in Ispagna il _duca di Montemar_, e, adirata contra di lui,
comandò che non si avvicinasse alla corte per venti leghe. Fece questo
passo svanire le immaginazioni dei suoi parziali, persuasi in addietro
ch'egli tenesse ordini di non azzardar battaglia e di salvar la gente,
facendola solamente ben menar le gambe per ischivar gl'impegni. Andò
egli, e durò non poco la sua disgrazia alla corte. Ma perchè egli
non mancava di amici e di merito per altre sue belle doti, col tempo
fu rimesso in grazia. Videsi un manifesto suo, con cui si studiò
di giustificar le azioni sue in questa campagna; ma nulla sarebbe
più facile che il far conoscere l'insussistenza delle sue scuse, e
massimamente se uscissero alla luce i biglietti da lui scritti al duca
di Modena e alla Mirandola in queste emergenze. Restò dunque al comando
dell'esercito spagnuolo il tenente generale _don Giovanni di Gages_
Fiammingo, che pel valore, per l'avvedutezza, e per la scienza militare
potea servire di maestro agli altri. Nel dì 14 di settembre, in cui
s'inviò il Montemar verso la Spagna, il Gages in tre colonne mosse
l'esercito suo alla volta di Fano, siccome consapevole del rilevante
smembramento dell'armata austriaco-sarda; e alla metà di ottobre arrivò
a postar le sue genti alla Certosa di Bologna, e in quelle vicinanze,
con alzare trincieramenti ed altri ripari da difesa. Accorsero anche
gli Austriaco-Sardi alle rive del Panaro, e misero alquanti armati in
Vignola e Spilamberto. Si stettero poi sino al fine dell'anno guatando
da lontano le due armate, e il maresciallo di Traun mise il suo
quartier generale a Carpi.
Un'altra guerra intanto ebbe il re di Sardegna, per cui fu obbligato a
restituirsi in Piemonte. Fu comunemente creduto ch'esso real sovrano
non avesse tralasciato, sì nel principio che nel proseguimento di
questa guerra, di far varie proposizioni di partaggio della Lombardia
alla corte di Spagna per mezzo del _cardinale di Fleury_, che sempre si
mostrò ben affetto verso di lui. Tali progetti riguardavano egualmente
i vantaggi della real casa di Savoia e dell'infante _don Filippo_,
a cui si cercava un riguardevole stabilimento in essa Lombardia,
e massimamente in Parma e Piacenza, città predilette della regina
_Elisabetta Farnese_ sua madre. Fu del pari creduto che la corte del
re Cattolico non aderisse a cedere parte delle meditate conquiste,
perchè avida di tutto, ed assai persuasa di poter colle sue forze
conseguir tutto. Quali poi fossero i sinceri desiderii della corte di
Francia nelle dispute di questi due pretendenti non si potè penetrare,
se non che fu giudicato da molti ch'essa acconsentisse bensì a qualche
acquisto in Lombardia pel suddetto infante don Filippo, ma non già
sì pingue che alterasse l'equilibrio dell'Italia, e potesse un dì
nuocere alla Francia stessa, ben prevedendosi che non durerebbe per
sempre la buona armonia fra quella corte e quella di Spagna. L'aver
dunque la Spagna dato a conoscer il genio troppo vasto, fece immaginare
agl'interpreti de' gabinetti che perciò il cardinale niun soccorso
di gente volesse somministrarle contra del re di Sardegna, tuttochè
esso porporato ricavasse dall'erario spagnuolo grossissime mensuali
somme di danaro, per divertire la regina d'Ungheria dalla difesa degli
Stati d'Italia. Si oppose ancora, per quanto potè, esso cardinale alla
venuta in Provenza dall'_infante don Filippo_, tuttochè genero del
re Cristianissimo _Luigi XV_; ma non potè impedire che la regina di
Spagna non l'inviasse colà di buon'ora ad aspettar l'unione d'un corpo
di truppe, ascendente a più di quindici mila Spagnuoli, che parte per
mare, parte per terra andò arrivando ad Antibo e ad altri luoghi della
Provenza. Più tentativi fece questa armata nel luglio ed agosto, ora
per passare il Varo, ora per penetrare nella valle di Demont; ma sì
buoni ripari avea fatto il re di Sardegna, e sì possenti guardie avea
messo nel contado di Nizza, che indarno si provarono gli Spagnuoli
di passare colà; e tanto più vana riuscì ogni loro speranza, perchè
l'ammiraglio inglese Matteus con poderosa flotta si trovava in que'
mari e contorni, per sostenere le milizie savoiarde. Nella stessa
maniera andarono in fumo le lor minaccie contro la valle di Demont, e
in altre sboccature verso l'Italia. O sia che le trovate resistenze
facessero cangiar disegno, o pure che le vere mire fin da principio
non fossero verso quelle parti; in fine sul principio di settembre
l'esercito spagnuolo comandato dall'infante, che sotto di sè avea il
generale _conte di Glimes_, governatore della Catalogna, entrò nella
Savoia, e nel dì 10 d'esso mese s'impadronì della capitale, cioè di
Sciambery con citare i popoli a rendergli omaggio, e con intimar gravi
contribuzioni.
L'avviso di tale invasione quel fu che sollecitò _Carlo Emmanuele_ re
di Sardegna a rendersi in Piemonte, e ad affrettare il ritorno colà di
buona parte delle sue truppe, dimorate per tanto tempo sul Modenese.
Appena ebbe egli unite le convenevoli forze, che nel suo consiglio
espose la risoluzione da lui formata di snidar dalla Savoia i nemici. I
più de' suoi uffiziali arringarono in contrario, adducendo la mancanza
de' magazzini e foraggi in quella provincia, e il pericolo delle nevi
per quelle alte montagne. Ma l'animoso sovrano ebbe una ragion più
possente dell'altre, cioè il suo coraggio e la sua volontà; e perciò
verso la metà d'ottobre marciò l'esercito suo per più parti alla volta
della Savoia. Non si sentì voglia l'infante don Filippo di aspettarli,
perchè non arrivava il nerbo della sua gente a quindici mila persone.
Ritirossi pertanto in sacrato, cioè sotto il forte di Barreau nel
territorio di Francia, lasciando abbandonata tutta la Savoia al suo
sovrano. Pervenne il re sino a Monmegliano, e quivi il rispetto da lui
professato al re Cristianissimo e agli Stati della Francia fermò il
corso ai passi delle sue truppe, e ad ogni altra impresa. Ciò fatto,
attese egli a riordinar le cose di quel ducato, a mettere in armi tutti
que' sudditi, somministrando loro fucili, giacchè erano stati disarmati
dagli Spagnuoli; e a rinforzar varii siti e forti, per opporsi ad
ulteriori tentativi de' nemici. Venne il dicembre, e venne anche
rinforzato il campo spagnuolo da un buon corpo di truppe, con prenderne
il comando il _marchese de la Mina_, giacchè _il conte di Glimes_ era
stato richiamato in Ispagna. Allorchè gli Spagnuoli si videro assai
forti, rientrarono nella Savoia, e si ritrovarono le nemiche armate
alla vigilia d'un fatto di armi. Forse non l'avrebbe schivato il re di
Sardegna; ma chiarito che, quando anche la vittoria si fosse dichiarata
per lui, non poteano le milizie sue sussistere nel verno in un paese
sprovveduto affatto di grani e di foraggio, determinò più tosto di
ricondursi in Piemonte sul fine dell'anno. S'avverò allora quanto gli
aveano predetto i suoi uffiziali, cioè, che l'Alpi dividenti l'Italia
dalla Savoia gli farebbono guerra. S'erano in fatti caricate di nevi; e
pur convenne passarle, ma con gravissimi disagi, e con perdita di molta
gente perseguitata dai nemici, e di varii attrezzi ed artiglierie, e
vie più di cavalli, muli e carriaggi; laonde, se fu molta la gloria di
avere scacciati i nemici dalla Savoia, restò essa ben contrappesata
dal molto danno di quella o forzata o volontaria ritirata. Solamente
nel dì 3 del seguente gennaio arrivò il re a Torino col principe di
Carignano; e intanto gli Spagnuoli tornarono in pieno possesso della
Savoia, senza che que' popoli facessero risistenza alcuna; mostrando la
sperienza che per quanto i sudditi amino il loro principe, pure anche
più di esso amano sè stessi. Soggiacque nell'anno presente la città di
Livorno ad una deplorabil calamità, per avere il tremuoto, verso la
metà di febbraio, cominciato a scuotere le case di quegli abitanti.
Altre simili scosse si fecero poscia udire sul fine d'esso mese con
tale indiscretezza, che varie chiese ne patirono rovina, e moltissime
case ne rimasero sì desolate, o colle mura sì smosse, che i padroni di
esse salvatisi nella campagna o nelle navi, più non si attentavano a
riabitarle. Fu in quest'anno che il sommo pontefice _Benedetto XIV_,
tuttochè non poco agitato e distratto per l'aggravio inferito ai suoi
Stati da tante milizie straniere che quivi, come in casa propria,
giravano o fissavano anche il lor soggiorno; pure, intento sempre al
pastoral governo, pubblicò, nel mese di agosto, una risentita bolla
contra di chi non ubbidiva ai decreti della santa Sede intorno a
certi riti cinesi già vietati, e ciò non ostante permessi da alcuni
missionarii a que' novelli cristiani. Tali pene intimò, e tali ripieghi
prescrisse, che si potè promettere da lì innanzi un'esatta osservanza
delle costituzioni apostoliche.
Anno di CRISTO MDCCXLIII. Indiz. VI.
BENEDETTO XIV papa 4.
CARLO VII imperadore 2.
Toccò al territorio di Modena di aprire in quest'anno il teatro
delle azioni militari con una non lieve battaglia. Sapea il _conte
di Gages_ che gli Austriaci e Sardi restavano divisi in più corpi e
luoghi; e che i principali posti da loro guerniti di gente erano il
Finale e Buonporto, amendue sul Panaro; e però pensò alla maniera di
sorprendere uno de' loro quartieri. Poco dopo il principio di febbraio,
affinchè non si penetrasse il suo disegno, finse un considerabil
furto a lui fatto, e nascosto il ladro in Bologna. Pertanto fece
istanza al cardinale legato che si chiudessero le porte della città,
e si lasciasse entrar gente, ma non uscirne alcuno. Fermossi egli
nella stessa città con alquanti uffiziali, affaccendati in traccia
del preteso ladro. Sull'alba del seguente dì 2 di febbraio s'inviò la
picciola armata sua alla volta di San Giovanni e di Crevalcuore, e nel
dì seguente, passato il Panaro fra Solara e Camposanto, quivi stabilì
e assicurò un ponte. Nulla di ciò ch'egli sperava gli venne fatto;
perchè la notte stessa, in cui da Bologna si mosse l'esercito suo,
persona nobile parziale della regina d'Ungheria mandò giù dalle mura di
quella città lettera di avviso di quanto manipolavano gli Spagnuoli a
chi frettolosamente la portò a Carpi al maresciallo _conte di Traun_.
Furono perciò a tempo spediti gli ordini alle truppe esistenti nel
Finale di ritirarsi, ed altri ne andarono a Parma ed altri siti, dove
si trovavano milizie austriaco-sarde. Raunate che furono tutte, il
maresciallo, unitosi col _conte di Aspremont_ generale delle savoiarde,
nel dopo pranzo del dì 8 del suddetto febbraio andò in traccia del
Gages, che ritiratosi a Camposanto, e coperto dall'un canto dalle rive
del Panaro, dall'altro s'era afforzato nella parrocchiale e in varie
case di quel contorno. Correva allora un freddo atrocissimo, e al bel
sereno erano stati per più notti i poveri soldati in armi e in guardia.
Venne il tempo di menar le mani, e si attaccò la sanguinosa zuffa, che,
per essere allora il plenilunio, durò sino alle tre ore della notte, in
cui gli Spagnuoli, dopo avere spogliati i suoi morti e mandati innanzi
i feriti, si ritirarono di là dal Panaro, e ruppero il ponte, poscia
sollecitamente si restituirono al loro campo sotto Bologna; giacchè il
maresciallo di Traun non giudicò bene di permettere ad altri, che agli
Usseri, d'inseguirli di là dal fiume; e forse non potè di più, perchè
senza ponte. Secondo il solito delle battaglie che restano indecise,
ciascuna delle parti si attribuì la vittoria, e non mancò ragione, sì
agli uni che agli altri, di cantare il _Te Deum_.
Certo è che gli Austriaco-Sardi rimasero padroni del campo di
battaglia, e costrinsero gli avversarii a ritirarsi, e che il
maresciallo di Traun, benchè malconcio dalla gotta, fece meraviglie
di sua persona, e che gli furono uccisi sotto due cavalli, e tutta
anche la notte stette a cavallo d'un altro. Del pari è certo che gli
Spagnuoli, o per inavvertenza, o per non potere inviare l'avviso, o
pure per coprire la loro ritirata, lasciarono indietro in una cassina
un battaglione di Guadalaxara, che fece bella difesa, ma in fine
fu obbligato a rendersi prigioniere di guerra. Consisteva in più
di trecento soldati, e circa ventotto uffiziali con tre bandiere,
oltre a quasi cento altri prigioni. Gli effetti poi mostrarono che la
peggio era toccata agli Spagnuoli. Contuttociò è fuor di dubbio che
il generale _conte di Gages_ si trovava inferiore di forze, per aver
dovuto lasciare circa due mila persone di là dal fiume a custodire la
testa del ponte, per sospetto che i nemici spedissero genti a quella
volta. Nulladimeno sul principio riuscì alla cavalleria spagnuola di
rovesciar la cavalleria tedesca dell'ala sinistra, e di metterla in
fuga; e se il duca di Atrisco, in vece di perdersi ad inseguirla verso
la Mirandola, fosse ritornato più presto al campo contro la nemica
fanteria, comune sentimento fu che l'armata austriaco-sarda rimaneva
disfatta. Otto furono gli stendardi e due i timbali presi dagli
Spagnuoli. Ebbero prigionieri il governatore di Modena _commendatore
Cumiana_, e i tenenti generali _conte Ciceri e Peisber_, che furono
rilasciati sulla parola, l'ultimo dei quali sopravvisse poco alle
sue ferite. Presero oltre ventidue altri uffiziali e circa ducento
soldati. Quanto ai morti e feriti, ognuna delle parti esagerò il danno
dei nemici, facendosi ascendere sino a quattro mila, ed anche più,
con poscia sminuire il proprio. Fu nondimeno creduto che restasse
molto indebolita l'armata spagnuola, e che, abbondando essa di
uffiziali molto più che quella degli alleati, più ancora ne perissero
o restassero feriti; e che se non furono maggiori i vantaggi riportati
da essa, forse ne fu maggiore la gloria, perchè fin la sua ritirata
meritò plauso, siccome fatta con tal ordine e segretezza, che non se
ne avvidero i nemici, se non allorchè mirarono attaccate le fiamme al
ponte sul Panaro. Secondo i conti degli Austriaco-Sardi, non arrivò a
due mila il numero dei loro morti, feriti e rimasti prigioni. Nè si dee
tacere che il _conte d'Aspremont_, savio e valoroso comandante generale
delle milizie savoiarde, talmente si chiamò offeso per una lettera a
lui mostrata, in cui si prediceva che le truppe del re di Sardegna,
venendo un conflitto, si unirebbono con gli Spagnuoli, che non guardò
misure nell'esporsi ai pericoli. Per una palla che il colpì nelle reni
e passò alle parti inferiori, fu portato a Modena, dove, dopo essere
stato per più giorni fra i confini della vita e della morte, finalmente
nel dì 27 di febbraio pagò il tributo della natura, compianto non poco
per le sue degne qualità. Funesta memoria della battaglia di Camposanto
restò in quella villa e nelle circonvicine, perchè nel dì seguente,
dappoichè gli Austriaco-Sardi si videro liberi dagli Spagnuoli, vollero
compensarsi del bottino che non aveano potuto fare addosso i nemici,
con dare il sacco agl'innocenti abitanti di esse ville. Per questa
crudeltà fu detto che mostrasse gran dispiacere il maresciallo di
Traun, cavaliere di buone viscere, contro il cui volere certamente
questo avvenne; ma senza potere scusare la poca precauzione sua in
prevedere ed impedire gli eccessi della militare avidità. Avvisato
nondimeno del disordine, spedì tosto guardie alle chiese, e, il meglio
che potè, provvide al resto.
Erasi ben ritirato dopo la battaglia suddetta il conte di Gages ne'
trincieramenti suoi presso Bologna, e gli aveva anche accresciuti,
facendo vista di voler quivi, come prima, fissare la permanenza
sua. Non andò molto che si conobbe quanto gli fosse costato quel
combattimento, essendosi ridotta l'armata sua, per quanto fu creduto,
a poco più di otto o dieci mila persone. Sperava egli dei rinforzi
da Napoli; ma, per quante premure ed ordini venissero dalla corte di
Madrid che pure sembrava dispotica nelle Due Sicilie, il ministero
del re _don Carlo_, atteso l'impegno di neutralità concordata
con gl'Inglesi, e il timore della lor flotta signoreggiante nel
Mediterraneo, sempre ricusò d'inviar soccorsi al Gages, a riserva
di qualche partita che sotto mano trapelava colà. All'incontro dalla
Germania era calata gente ad ingrossare l'esercito austriaco, e già
il maresciallo di Traun avea spedito sul Bolognese e Ferrarese circa
dodici mila armati, che minacciavano di passare anche in Romagna per
impedire agli Spagnuoli il trasporto de' viveri e foraggi da quella
provincia. Pertanto il timore di restar troppo angustiato fece prendere
al Gages la risoluzione di mandare innanzi l'artiglierie e i malati,
ed egli poi nel dì 26 di marzo, levato il campo, marciò alla volta
di Rimino, e quivi si fece forte col favore di quella vantaggiosa
situazione. Da che _Francesco III d'Este_ duca di Modena si portò a
Venezia, dopo l'occupazion de' suoi Stati, colla duchessa e figli,
s'era ivi sempre trattenuto sulla speranza che i maneggi suoi o la
fortuna dell'armi facessero tornare il sereno ai proprii affari.
Nulla di questo avvenne; ma la generosa corte di Spagna non volle già
abbandonato un principe, non per altro abbattuto, se non per l'aderenza
sua alla corona spagnuola, e per non aver voluto accordarsi co' nemici
d'essa. Gli conferì dunque il Cattolico _re Filippo V_ la carica di
generalissimo delle sue armi in Italia, con salario convenevole ad
un pari suo. Giudicò anche bene la duchessa sua consorte _Carlotta
Aglae d'Orleans_ di passare a Parigi colla _principessa Felicita_
sua primogenita, per implorare il patrocinio del re Cristianissimo
_Luigi XV_ nel naufragio della sua casa. Nel dì 4 di maggio arrivò
questa principessa a Rimino, accolta dall'esercito spagnuolo con
ogni dimostrazione di stima, e passata per la Toscana al golfo della
Specia, e quindi a Genova, colle galere di quella repubblica fu poi
trasportata in Francia, giacchè l'ammiraglio Matteus le fece rispondere
che una principessa della sua nascita e del suo grado non avea bisogno
di passaporto, e si recherebbe a sommo onore di poterla servire egli
stesso. Alla stessa città di Rimino pervenne nel dì 9 d'esso mese
anche il duca di Modena, incontrato dal generale Gages e da tutta
l'uffizialità, e quivi fra il rimbombo delle artiglierie prese il
possesso della carica sua. Intanto il _maresciallo di Traun_ richiamò
a quartieri sul Modenese l'esercito austriaco; e se i curiosi, che non
sapeano intendere perch'egli non marciasse a Rimino per isloggiare di
là gli Spagnuoli, ne avessero chiesta la ragione a lui, siccome general
prudente, loro l'avrebbe saputa rendere.
Nel luglio di quest'anno arrivarono al porto di Genova quattordici
saiche catalane, maiorchine, cariche d'artiglierie e munizioni di
guerra, destinate per Orbitello, da inviarsi poscia al campo spagnuolo.
Trovossi per questo in grave impegno il senato genovese, perchè
l'ammiraglio britannico, dopo avere inviati alcuni vascelli a bloccar
quelle saiche, fece protestare ai Genovesi, che se permettessero lo
sbarco di que' bronzi, s'intenderebbe rotta con loro ogni neutralità.
Indarno reclamarono essi che nel porto loro era libero ad ognuno
l'accesso. Dopo molte dispute convenne capitolare, e fu concordato
che quei cannoni e munizioni si condurrebbono a Bonifazio in Corsica,
ed ivi si custodirebbono sino alla pace. In essa Corsica mostravano
tuttavia gran renitenza quei popoli a rimettersi sotto il dominio
della repubblica di Genova. Non vi si parlava più del barone di Newoff,
re di pochi giorni, quando costui sopra una nave inglese di sessanta
cannoni nel febbraio di quest'anno giunse a Livorno, e passò dipoi alla
Corsica. Verso la spiaggia di Balagna chiamò egli alcuni dei deputati
di quelle comunità, per intendere i lor sentimenti, con fare delle
belle sparate di soccorsi e d'intelligenza con dei potentati. Ma avendo
quella gente assai conosciuto, queste essere parole e non fatti, il
mandarono in santa pace, ricusando un re venuto a sfamarsi alle spese
loro, e non già ad aiutarli. Tornossene questo venturiere in Olanda ed
Inghilterra a cercar migliore fortuna, nè più si parlò di lui. Avea fin
qui _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna mantenuta buona corrispondenza
colla corte di Francia, mostrandosi sempre disposto a ritirar le
sue armi dalla difesa della regina d'Ungheria, e ad abbracciar la
neutralità, o a far altri passi, giacchè nel trattato provvisionale
s'era riserbata la facoltà di poter rinunziare dalla presa alleanza,
qualora la corte di Spagna gli facesse godere qualche rilevante
vantaggio. Era il cardinale _Andrea Ercole di Fleury_, primo ministro
di Francia, il mediatore di questo affare. Ma venne a morte quel
degno porporato nel dì 29 di gennaio dell'anno presente, e, secondo le
vicende dei mondo, l'alta riputazione da lui guadagnata in vita per le
sue dolci maniere, per la prudenza nel governo, e per molte altre sue
belle doti e virtù, calò non poco dopo la sua morte. Attribuirono alla
di lui condotta i Franzesi tutte le calamità loro avvenute in Boemia e
Baviera; e lagnaronsi di lui per non avere in tempo di pace alleggerito
abbastanza il regno di aggravii; aggiugnendo in oltre ch'egli sapeva
accumulare, ma non poscia spendere a tempo per far riuscire i disegni
utili alla monarchia franzese; e ch'egli avea tenuto fin qui in un
letargo il re Cristianissimo, senza lasciargli far uso del suo spirito,
pieno di generosità e capace d'ogni bella impresa.
Ossia che la corte di Spagna non consentisse mai a partito che
proponesse il re di Sardegna, o che questi si servisse delle esibizioni
della Spagna per fare miglior mercato con altri; certo è ch'egli
nello stesso tempo fu in negoziato colle corti di Vienna e di Londra.
Poco profittava egli colla prima. Più condiscendente provò egli il
re britannico _Giorgio II_, con rappresentargli che non conveniva
ai proprii interessi il continuare in questa guerra senza sicurezza
di qualche frutto e ricompensa; aver egli perduto le rendite della
Savoia; restar esposti a maggiori pericoli tutti i suoi Stati; ed
essere enormi le spese ch'egli facea, e perchè? per salvare la regina,
i cui Stati nulla finora aveano patito. Adoperossi dunque il re
inglese per indurre la corte di Vienna ad un trattato che fermasse il
re di Sardegna nell'unione colla casa d'Austria, mercè di un adeguato
compenso alle perdite e spese ch'egli avea fatte ed era per fare.
Non sapea il ministero di Vienna arrendersi; ma giacchè la corte
di Torino facea giocare il non occulto suo maneggio colle corti di
Francia e di Madrid, e si ebbe paura che fra loro seguisse qualche
accordo, a cui avrebbe tenuto dietro la perdita di tutto lo Stato di
Milano, perciò finalmente condiscese la regina ad assicurarsi di quel
reale sovrano. Adunque nel dì 13 di settembre nella città di Worms,
ossia Vormazia, restò conchiuso un trattato di lega fra la regina
d'Ungheria, i re d'Inghilterra e di Sardegna, e ciò in tempo che si
credea e si spacciava come sicura l'alleanza di esso re sardo colle
corti di Francia e Spagna. Ancorchè questo trattato di Worms non
fosse pubblicato, pure ne trapelarono alcune particolarità, ed altre
vennero alla luce per gli effetti che ne seguirono appresso. Cioè fu
accordato nel nono articolo di cedere al re di Sardegna il Vigevanasco,
e tutto il territorio posto alla riva occidentale del lago maggiore,
abbracciando Arona e tutta la riva meridionale del Ticino, che scorre
sino alle porte di Pavia, e la città di Piacenza col suo territorio di
qua dal Po sino al fiume Nura, restando alla regina il Piacentino di
là da Po e quello ch'è di qua dalla Nura. Fu detto che nel consiglio
del re di Sardegna alcun fosse di parere che non si avesse a prendere
il possesso di tali acquisti se non finita la guerra, e che prevalesse
il parere di chi consigliava l'anteporre il certo presente all'incerto
futuro.
Per questo trattato parve che la corte di Francia restasse non poco
irritata contra del re sardo, e certamente dopo esser ella stata
fin qui renitente a dar braccio all'armi spagnuole per far conquiste
in Italia, si vide all'improvviso cangiare registro, con accordare
all'infante _don Filippo_ alquante migliaia delle sue truppe. Ora
perchè il re di Sardegna avea sì ben guerniti e fortificati i passi che
dalla Savoia conducono in Piemonte, oltre alle fortezze che assicurano
quel varco, determinarono gli Spagnuoli di tentare qualche altro
passaggio; e lasciati in Savoia circa quattro mila soldati di presidio,
passarono a Brianzone verso la valle di Castel Delfino. Conosciuti
i lor disegni, sul fine di settembre unì il re sardo l'esercito suo
nel marchesato di Saluzzo, e postosi alla testa d'esso, marciò per
opporsi ai tentativi de' nemici. Calarono i Gallispani ne' primi giorni
d'ottobre pel colle dell'Angello, per San Veran e per altri siti, e
quantunque s'impadronissero del villaggio e forte di Pont, pure ebbero
sempre a fronte i Savoiardi, che in più d'un luogo li rispinsero, e
diedero lor delle busse. Pertanto da che si avvidero essere troppo
pericoloso, se non impossibile, l'inoltrarsi, e tanto più perchè
cominciò a fioccar la neve in quelle montagne, batterono nel dì 9 del
suddetto mese la ritirata, passando di nuovo nel territorio di Francia,
ma con grave loro disagio, e con lasciare indietro dodici cannoni da
campagna, che vennero in potere dei Savoiardi, e colla perdita di molta
gente, la quale o non volle o non potè, per cagion della neve, tener
loro dietro, oltre la perdita di alcune centinaia di muli e di una
parte del bagaglio. Tornossene indietro anche il re _Carlo Emmanuele_
coll'esercito suo, il quale non andò esente da molti patimenti per
l'orridezza della stagione, seco nondimeno riportando la gloria di aver
bravamente respinti i nemici. Furono cantati _Te Deum_ non solamente in
Torino, ma anche in Modena, per così felice impresa. Perchè la regina
d'Ungheria ebbe bisogno d'uno sperto generale in Germania, richiamò
colà il maresciallo _conte di Traun_ governatore di Milano. Lasciò egli
in queste parti grata memoria del suo discreto ed onorato procedere,
della sua moderazione ad affabilità, del suo disinteresse e di molta
carità verso i poveri, siccome ancora della disciplina ch'egli fece
osservare alle milizie sue, sempre acquartierate in Carpi, Correggio
e luoghi circonvicini. Nel dì 12 di settembre arrivò a rilevarlo
il principe _Cristiano di Lobkowitz_, dichiarato capitan generale e
governatore dello Stato di Milano. Era preceduta una sinistra voce
che in compagnia di lui venisse la fierezza e la barbarie; la smentì
egli ben tosto, fattosi conoscere signore di buona legge e di molta
amorevolezza in queste parti. A lui non poco debbono gli Stati di
Modena, perchè, regolandosi con massime diverse da quelle del Traun,
deliberò di liberarle dal peso delle austriache milizie, per passare
a Rimino, con disegno di cacciar di là gli Spagnuoli, i quali, senza
rischio alcuno teneano viva nel cuore d'Italia la guerra.
In fatti sul principio d'ottobre si mosse esso principe a quella volta
con tutte le sue forze. A riserva di alquanti cannoni e di molte
munizioni, che spedite dalla Spagna erano in viaggio, sbarcate già
in vicinanza di Cività Vecchia (pel quale sbarco fecero gl'Inglesi
doglianze e minaccie al sommo pontefice), niun rinforzo di gente era
mai giunto al campo spagnuolo. Però il _duca di Modena_ e il _conte
Gages_, attesa l'inferiorità delle forze, non vollero aspettar la
visita degli Austriaci, e, passati alla Cattolica, andarono poi a
far alto a Pesaro, nella qual città si afforzarono, stendendo la lor
gente sino a Fano e Sinigaglia. Formarono ancora varii trincieramenti
al fiume Foglia con varie batterie di cannoni. Fermossi il principe
di Lobcowitz a Forlì, e parte della sua gente si portò a Rimino,
città ben perseguitata dalle disgrazie in questi tempi. Perchè la sua
cavalleria in quelle strette campagne non potea operare, parve ch'egli
non pensasse a maggiori progressi. Seguirono dunque delle scaramuccie
solamente fra i Micheletti e gli Usseri; e perciocchè questi ultimi
con varie schiere di Croati e Schiavoni in numero di circa quattro
mila persone s'erano postati alla Cattolica, il duca di Modena con uno
staccamento de' suoi combattenti per una parte, il general Gages per
un'altra, e il generale conte Mariani per mare in varie barche, nei
primi giorni di novembre s'inviarono con isperanza di sorprenderli.
Ma un temporale in mare spinse le barche a Sinigaglia, e il Gages
sbagliò la strada; laonde il solo duca co' suoi arrivò colà, e indarno
aspettò i compagni. Avvisati intanto gli Austriaci del disegno degli
Spagnuoli, con gran fretta si salvarono a Rimino, inseguiti poi per
molto di strada dai Micheletti. Fermaronsi poi pel restante dell'anno
in que' postamenti le due nemiche armate, per aspettare stagion più
propria per le azioni militari. Ebbero anche apprensione gli Austriaci
dell'accidente che segue.
Grande strepito, maggior timore cagionò in quest'anno per l'Italia e
per tutti i litorali del Mediterraneo ed Adriatico la peste, ch'era
entrata ed aveva preso piede in Messina. Colà approdò nel dì 20 di
marzo un pinco genovese vegnente da Missolongi di Levante, e carico
di lana e frumento. Esibì il padrone d'esso una patente falsificata,
come s'egli procedesse da Brindisi. Gli fu prescritta la contumacia di
molti giorni, nel qual tempo egli morì, e fu occultamente trafugata
qualche mercatanzia nella città. Insorto poi sospetto che in quel
pinco si annidasse la peste fu esso con tutto il suo carico dato alle
fiamme. Ma già il malore era penetrato nella città; e cominciò a mancar
di vita chi avea commerciato con que' traditori. Secondo il pessimo
costume de' popoli, che troppo abborrimento pruovano a confessarsi
assaliti da questo orribil male, si andarono lusingando i Messinesi
che per tutt'altro fossero avvenute quelle morti, e però non vi posero
quel gagliardo riparo che occorreva in sì brutto frangente, essendosi
permesse processioni ed unione del popolo nelle chiese, cioè il
veicolo più proprio per dilatare il male. Ora appena ebbe sentore del
sospetto di peste in quella città don _Bartolomeo Corsini_ vicerè di
Sicilia, che ne dimandò informazioni, e si trovarono i più de' medici
messinesi, che attestarono, quella non essere vera peste, ma un male
epidemico, ancorchè comparissero abbastanza i buboni; se con lode
o vitupero dell'arte loro, non occorre ch'io lo dica. Ma il saggio
vicerè non fidandosi di quella relazione, inviò tre medici di Palermo
alla visita di quegl'infermi, e tutti allora conchiusero, trattarsi
di quella vera pestilenza che spopola le città. Fu dunque sul fine di
maggio dato all'armi, ristretta Messina con un cordone di milizie; e
perchè il male era passato di qua dallo Stretto, ed aveva infetta la
città di Reggio, ed alcuni altri luoghi della Calabria, la corte di
Napoli anch'essa prese di buone precauzioni per preservare il resto
del regno. Bandi rigorosissimi uscirono per tutta l'Italia, e si arrivò
ne' littorali del Mediterraneo a tanta crudeltà di non voler concedere
menomo sbarco a molti poveri Messinesi che s'erano salvati in barche
per mare, quasichè non si potesse assegnar loro qualche sito da far
la contumacia, senza lasciarli morir di fame. Non vorrebbono in simil
caso essere trattati così quegl'inumani. Gran parte poi del popolo di
Messina in poco più di tre mesi perì; nè solo di peste, ma anche di
fame, essendosi trovata la città sprovveduta di grano; e quantunque
fossero loro spediti di tanto in tanto dei soccorsi per ordine del re
e del vicerè di Sicilia, pure non bastarono al bisogno. Tal discordia
poi passa fra due relazioni, che or ora accennerò, intorno al ruolo
degli estinti di quella città e contado, che meglio ho creduto di non
attenermi ad alcuna di esse.
Maraviglia fu, che essendo in campagna le armate, cioè gente che
non vuol legge, si salvasse l'Italia da questo eccidio. Anche per
l'anno seguente si continuarono i rigori delle guardie e contumacie,
cosicchè terminò in fine col male anche la paura. Se tali diligenze
avessero usate i nostri maggiori, non avrebbe in altri tempi fatta
cotanta strage con dilatarsi la peste. Nè pure in avvenire passerà
dai paesi de' Turchi esso male, o passando non si dilaterà, ogni qual
volta si osservino le buone regole inventate per preservarsi. Questa
funestissima tragedia, o sia l'esatta relazione della peste suddetta,
si truova data alle stampe in Palermo dal canonico don Francesco
Testa, con tutti gli editti in tal congiuntura emanati. Un'altra assai
curiosa e molto utile relazione di quella tragedia in versi sdruccioli
ho io avuto sotto gli occhi, fatta dall'abbate Enea Melani religioso
gerosolimitano, che di tutto era ben informato. Fu essa stampata in
Venezia nel 1747. Oltre a ciò, si patì in quest'anno l'influsso dei
raffreddori per gli Stati della Chiesa, di Venezia e Toscana, che
trassero al sepolcro molte migliaia di persone. Mancò parimenti di
vita _Maria Anna Luisa de' Medici_, figlia di Cosimo III gran duca
di Toscana, e vedova di _Gian-Guglielmo elettor palatino_, a cui non
avea data prole: principessa di gran pietà e saviezza. Era nata nel dì
11 di agosto del 1667. Fatti molti riguardevoli legati, lasciò erede
degli stabili, mobili e gioie della sua casa il duca di Lorena, cioè
_Francesco Stefano_, già divenuto gran duca di Toscana. Le proteste
fatte contra di tal disposizione dal re delle Due Sicilie _don Carlo_
non ebbero certamente la forza che seco portò il possesso. Giunse
ben a tempo questa ricca eredità al gran duca, per valersi dei molti
preziosi arredi, argenti e gioie in aiuto della regina d'Ungheria
sua consorte, lagnandosi indarno in lor cuore i Fiorentini, al vedere
trasportati altrove i tesori ed ornamenti della loro città. Nel dì 9 di
settembre fece il sommo pontefice _Benedetto XIV_ la tanto sospirata
promozione di ventisette cardinali, persone tutte di merito, tre dei
quali si riservò in petto. Quanto alla Germania, dove più che in altri
paesi fu bollente la guerra, appena spuntò la primavera, che la regina
d'Ungheria, dopo avere spedita una potente armata contro la Baviera,
passò col gran duca consorte e correggente in Boemia, e nel dì 12 di
maggio solennemente ricevette in Praga la corona di quel regno. Nel
dì 9 d'esso mese all'armata austriaca, comandata dal principe _Carlo
di Lorena _e dal _maresciallo di Kevenhuller_, venne fatto di dare
una rotta ai Gallo-Bavari, postati alle rive del fiume Inn, con fare
molti prigionieri, e coll'acquisto di quattro cannoni e di varii
stendardi. Dopo di che il vittorioso esercito si spinse addosso alla
città di Dingelfing, che, abbandonata dai Franzesi, non si sa, se per
aver essi posto il fuoco ai magazzini, o pure per barbarie dei Croati,
restò quasi preda delle fiamme. Anche la città di Landau venne in loro
potere, e fu attribuito un simile incendio di essa ai Franzesi, che
le diedero anche il sacco prima d'andarsene. Ritiraronsi in fretta
parimente da Deckendorf e da Landsut. Perchè parea ch'essi Franzesi
facessero peggio degli stessi nemici, non si può dire quanto odio
concepirono contra di loro i Bavaresi. Arrivavano già le scorrerie de'
nemici in vicinanza di Monaco, e però l'_imperador Carlo VII_, che nel
dì 17 di aprile era tornato in quella sua capitale, non trovandosi
ivi sicuro, nel dì 8 di giugno per la seconda volta se ne ritirò,
riducendosi coll'imperiale famiglia ad Augusta. Altrettanto andava
facendo il maresciallo franzese _conte di Broglio_, il quale si ridusse
in salvo sotto il cannone d'Ingolstat, e poscia si staccò anche di là
all'approssimarsi degli Austriaci, ed abbandonò fino Donawert. Nel dì 9
del mese suddetto rientrarono essi Austriaci in Monaco, e in poco tempo
si renderono padroni di quasi tutta la Baviera e dell'alto Palatino,
con acquisto di gran copia di artiglierie; laonde l'imperadore si
ridusse poscia in Francoforte. Furono poi cagione questi rovesci di
fortuna che il gabinetto del re Cristianissimo giudicasse a proposito
di far proporre alla regina d'Ungheria delle proposizioni di pace.
Pareano queste assai discrete, perchè si facea contentare la corte di
Baviera di un ritaglio della monarchia Austriaca, per quanto fu detto,
cioè nella Briscovia; e il re di Prussia di una porzione della Slesia.
Ma il buon vento che allora correa in favor della regina, e gonfiava
le vele di speranze maggiori, ed essendo di pochi il sapersi moderare
nella prospera fortuna, non le lasciò accettare la proposta concordia,
allegando essa sempre di non poter permettere che si sciogliesse
il vincolo della prammatica sanzione, assodato coll'approvazione e
giuramento di tante potenze. Se n'ebbe forse a pentire col tempo.
Nel presente anno e nel dì 27 di giugno seguì una sanguinosa battaglia
a Dettingen fra l'esercito franzese, guidato dal maresciallo _duca di
Noaglies_, e l'inglese ed annoveriano, in cui si trovava lo stesso
re della Gran Bretagna _Giorgio II_. Amendue le parti gareggiarono
in ispacciar maggiori riportati vantaggi, giacchè non fu conflitto
decisivo. Certo è che gli Inglesi rimasero padroni del campo di
battaglia, e contarono non pochi stendardi e bandiere prese. Vennero
intanto sottomesse degli Austriaci la fortezza di Braunau in Baviera,
e Friedberg e Reichental, i presidii dei quali luoghi si renderono
prigionieri di guerra. Nel dì 20 di luglio la fortezza di Straubingen
con capitolazioni oneste si rendè al tenente maresciallo austriaco
_barone di Berenclau_. Sostenne la città di Egra, unicamente restata
in Boemia in poter de' Franzesi, un lunghissimo assedio; ma finalmente
nel dì 8 di settembre quel presidio si diede per vinto e prigioniere
dell'armi della regina d'Ungheria: con che la Boemia interamente tornò
alla quiete primiera. Grande materia di discorsi fu in questo anno
il veder tutti i Franzesi ritirarsi precipitosamente dalla Baviera
verso il Reno, e valicarlo con passare in Alsazia. Parve che quella
sì valorosa nazione, allorchè troppo si allontana da' confini del suo
regno, o non conservi la consueta sua bravura, o non sia accompagnata
dalla fortuna. Trasse anche al Reno l'esercito del principe Carlo:
esercito di gran possa; eseguirono poi varii tentativi per passarlo,
con altre azioni, dal racconto delle quali io mi dispenso. Solamente
come punto di grande importanza merita menzione la resa della città e
fortezza d'Ingolstad, accaduta dopo pochi giorni di assedio nel dì 9 di
settembre, agli Austriaci: piazza la più considerabile della Baviera.
Si conobbe nondimeno che v'intervenne qualche segreto concerto,
perchè non altro fu permesso alla regina d'Ungheria, che di estrarne
le artiglierie, gli attrezzi e le munizioni da guerra. Colà si era
ricoverato il meglio dell'imperador bavarese, e a tutto fu portato
sommo rispetto. Cento settantacinque furono i cannoni, trentaotto i
mortari, che asportati di colà andarono a reclutare i magazzini della
regina d'Ungheria, la cui gloria crebbe di molto nell'anno presente.
Trattarono in questi tempi i Genovesi con tal serietà e dolcezza gli
affari della Corsica, esibendo a que' popoli ragionevoli condizioni di
vantaggio e sicurezza, che riuscì loro in fine di smorzare un incendio
di sì lunga durata, e che era loro costato parecchi milioni.
Anno di CRISTO MDCCXLIV. Indiz. VII.
BENEDETTO XIV papa 5.
CARLO VII imperadore 3.
Per tutto il verno del presente anno andarono calando dalla Germania
copiose reclute, ed anche alcuni reggimenti che passavano ad ingrossare
l'armata del principe Lobcowitz, acquartierata a Cesena, Forlì e
Rimino, conoscendosi abbastanza altro non meditarsi che di procedere
innanzi per cacciar gli Spagnuoli da Pesaro e dagli altri luoghi da
loro occupati. All'incontro, in tale stato era l'armata spagnuola, che
quand'anche la forza non la facesse sloggiare, sarebbe essa obbligata
a ritirarsi a cagion della mancanza dei foraggi per terra; e perchè
giravano per que' lidi alcuni legni inglesi che ne impedivano il
trasporto per mare. Inviarono gli Spagnuoli varii distaccamenti pel
ducato d'Urbino, o per cautelarsi dall'essere assaliti da quella parte,
o per far credere di voler eglino assalire. Ma finalmente il principe
di Lobcowitz sul principio di marzo diede la marcia al poderoso suo
esercito, risoluto di venire a battaglia, se gli Spagnuoli intendevano
di aspettarlo di piè fermo. Nol vollero già essi aspettare, per ordine,
come diceano, venuto da Madrid; però sul fare del giorno del dì 6
senza suono di trombe o tamburi, e con restar sempre chiuse le porte
di Pesaro, si avviarono alla volta di Sinigaglia. Non mantenne il
conte di Gages la promessa fatta al vescovo di Fano di non disfare il
ponte sul Metauro. Alle più valorose truppe e alle guardie del duca
di Modena fu lasciato l'onore della retroguardia. Nel dì 9 arrivò
ad infestarli un grosso corpo d'Usseri e Croati, guidati dal conte
Soro, co' quali convenne venire alle mani, e durò questa persecuzione
anche nei dì seguenti, con danno di amendue le parti. Mentre andava
innanzi il nerbo dell'armata, la retroguardia, che avea preso riposo
a Loreto, nel dì 15 d'esso marzo sotto le mura di quella città si vide
assalita da cinque mila Austriaci, e il conflitto durò per dieci ore,
con ritirarsi in fine il distaccamento austriaco. Nel proseguire il
viaggio a Recanati gli Spagnuoli furono salutati dal cannone di due
navi inglesi, che uccisero il maresciallo di campo Brieschi, comandante
delle guardie vallone, con due altri uffiziali. Nel dì 16 fu di nuovo
assalita la retroguardia suddetta, e si combattè sino alle vent'ore
con vicendevole mortalità. Finalmente nel dì 18 due ore avanti giorno
l'esercito spagnuolo, lasciati molti fuochi nel campo, s'istradò verso
il fiume Tronto, confine del regno di Napoli, e nel mezzo giorno sopra
un preparato ponte di barche cominciò a passarlo, e da quella riva
non si mossero il duca di Modena e il conte di Gages, se non dopo
averli veduti tutti in salvo. Andarono poi essi a prendere riposo per
quattro giorni a Giulia Nuova, e poscia furono ripartite le truppe in
varii quartieri, ma dopo aver patita una grave diserzione nel viaggio.
Stavano esse in Pescara, Atri, Chieti, Città della Penna e Città di
Sant'Angelo; nel qual tempo anche gli Austriaci si accantonarono
fra Recanati, Macerata, Fermo, Ascoli e Tolentino. Se il principe
di Lobcowitz avesse trovata ne' suoi subordinati generali maggiore
ubbidienza ed amore, di peggio sarebbe avvenuto alla precipitosa
ritirata del campo nemico.
All'osservare questa brutta apparenza di cose, non tardò l'infante _don
Carlo_ re delle Due Sicilie, nel dì 25 di marzo, a muoversi da Napoli,
ed accorrere in persona anch'egli nelle vicinanze dell'Abbruzzo con
quindici mila de' suoi combattenti, unendosi con gli Spagnuoli, non
già con animo di rinunziare alla neutralità, ma solamente di guardare
il suo regno dagl'insulti de' nemici, caso che questi fossero i primi
a fare delle ostilità. La regina sua consorte per maggior sicurezza fu
inviata a Gaeta, non ostante le preghiere in contrario della appellata
fedelissima città di Napoli. Non si può negare: giudicò il _principe di
Lobcowitz_ non difficile la conquista del regno di Napoli. Conduceva
egli una poderosa armata, a cui di tanto in tanto arrivavano nuovi
rinforzi di gente e di munizioni. Nel regno stesso non mancavano dei
ben affetti all'augusta casa d'Austria, che segretamente faceano sperar
delle rivoluzioni alla corte di Vienna. Però venne l'ordine ad esso
principe d'inoltrarsi. Nel fine d'aprile un corpo d'Austriaci, valicato
il Tronto, penetrò nell'Abbruzzo, e trovò gente che l'accolse di buon
cuore. Ma il Lobcowitz, sul riflesso che, facendo anche progressi da
quella parte, restavano da superar le montagne, e che tuttavia egli si
troverebbe lontano dal cuore e centro del regno, determinò più tosto
di prendere un cammino più facile per le vicinanze di Roma e di Monte
Rotondo: cammino appunto eletto dagli altri conquistatori del regno di
Napoli. Levato dunque il campo da Macerata e dai circonvicini luoghi,
si avviò, verso la metà di maggio, a quella volta. Per lo contrario
l'infante re, appena ebbe penetrato il di lui disegno, che retrocesse a
San Germano, e alle sue forze s'andarono ad unire quelle dell'esercito
spagnuolo. Ne solamente pensò alla difesa dei proprii confini, ma
eziandio, giacchè stimava che l'avessero i nemici disobbligato dalla
promessa neutralità coi tentativi fatti nell'Abruzzo, spinse alcuni
grossi distaccamenti nello Stato ecclesiastico a Ceperano, Frosinone e
Vico Varo, sino a giugnere co' suoi picchetti al Tevere. Nel dì 24 del
mese suddetto, giunto a Roma il principe Lobcowitz, ebbe una benigna
udienza dal papa, e chiamò poi quella giornata dì di trionfo, stante il
gran plauso e i viva sonori di quella plebe. Ben regalato se ne andò a
Monte Rotondo; di là poi passò a Frascati, Morino, Castel Gandolfo ed
Albano. Intanto, entrata anche tutta l'armata napolispana nello Stato
ecclesiastico, si divise in tre corpi, postandosi il re ad Anagni con
uno, il duca di Modena con un altro a Valmonte, e il generale di Gages
a Monte Fortino. Tutti finalmente si ridussero a Velletri; giacchè
si scoprì invogliato l'esercito austriaco di penetrare per colà nel
regno di Napoli. Non si potea dar pace il pontefice _Benedetto XIV_
al mirare divenuti teatro della guerra i paesi della Chiesa con tanto
aggravio e desolazione de' sudditi suoi. L'unica speranza di vedere in
breve terminato questo flagello era riposta in una giornata campale
che decidesse della fortuna dell'armi. Ma non faceano gli Spagnuoli
di questi conti, bastando loro di tenere a bada gli avversarii, tanto
che non mettessero piede nel regno; perchè ben prevedevano che questo
sarebbe stato un vincerli senza battaglia. Sul principio di giugno
arrivati gli Austriaci al monte della Faiola, ed occupato quel sito che
dominava il convento de' cappuccini di Velletri, quivi cominciarono ad
alzar batterie, per incomodare i Napolispani esistenti nella città,
i quali tenevano aperto alle spalle il commercio col regno, da cui
continuamente ricevevano le bisognevoli provvisioni. A Nemi era il
quartier generale del Lobcowitz. Perchè in questi tempi era restata
poca gente alla custodia dell'Abbruzzo, riuscì al colonnello austriaco
conte Soro con un distaccamento di truppe di entrare nelle città
dell'Aquila, di Teramo e Penna. Si ebbero bene a pentire col tempo
quegli sconsigliati abitanti di avere accolti quei nuovi ospiti con
tanta festa, e di aver prese anche, se pur fu vero, l'armi in loro
favore. Videsi poi sparso per varii luoghi del regno un manifesto
della regina d'Ungheria, contenente le ragioni di aver mossa quella
guerra, coll'animare i popoli alla ribellione. In esso furono toccati
certi tasti che dispiacquero alla sacra corte di Roma; ed essendosene
ella doluta, protestò poi la regina di non aver avuta parte in esso
manifesto.
Stavano dunque a fronte, separate da una valle profonda, le due nemiche
armate, cercando cadauna di ben fortificare i suoi posti, e di occupar
quelli de' nemici. Specialmente nella Faiola e in Monte Spino si
afforzarono gli Austriaci e i Napolispani nel monte dei Cappuccini.
Fioccavano le cannonate dall'una parte e dall'altra. Ma nella notte
antecedente al dì 17 di giugno, avendo il conte di Gages da alcuni
disertori ricavato nome della guardia, ed appresa la situazion degli
Austriaci alla Faiola, sito onde era forte incomodata la regia armata,
con grosso corpo di gente si portò all'assalto di quel posto medesimo,
e se ne impadronì, con far prigioni, oltre agli uccisi, il generale
di battaglia baron Pestaluzzi, il colonnello e tenente colonnello
del reggimento Pallavicini, ed altri uffiziali con ducento sessanta
soldati; e gli servì poi quel sito per inquietar frequentemente
gli Austriaci nel loro campo. Fu cagione questa positura di cose,
cotanto penosa al territorio romano, che il pontefice _Benedetto
XIV_ per sicurezza e quiete di Roma chiamasse colà alcune migliaia
dei miliziotti di varie sue città. Durò poi la vicendevole sinfonia
delle cannonate e bombe sotto Velletri, con poco danno dell'una e
dell'altra parte, sino al dì 10 di agosto; quando il principe di
Lobcowitz, animato dalle notizie prese da un villano di Nemi e da
alcuni disertori, determinò di tentare una strepitosa impresa. Il
disegno suo era d'impadronirsi di Velletri, e di sorprendere ivi il
re delle Due Sicilie, il duca di Modena ed altri primarii uffiziali
della nemica armata. Nella notte adunque precedente al dì 11 del
mese suddetto fece marciare alla sordina due corpi di gente, l'uno di
quattro mila soldati e l'altro di due mila, per diverse vie. Il primo
era comandato ai tenenti generali Braun e Linden, e dai generali di
battaglia Novati e Dolon; e questi fecero un giro verso la sinistra
dell'accampamento napolispano, ed arrivati sul far del giorno al
sito dove erano postati i tre reggimenti di cavalleria della regina,
Sagunto e Borbon, con alcune brigate di fanteria, le quali, quantunque
prive di trinceramenti, non si aspettavano una visita sì fatta, e
tranquillamente dormivano; diedero loro addosso, con attaccar nello
stesso tempo il fuoco alle tende. Molti vi restarono uccisi, altri
rimasero prigionieri; chi ebbe buone gambe, e fu a tempo, si salvò.
Agli abbandonati cavalli furono tagliati i garretti, e per conseguente
tolta la maniera di più servire e vivere. La sola brigata de' valorosi
Irlandesi fece testa, finchè potè; ma sopraffatta dalle forze maggiori,
dopo grave danno, cercò di salvarsi in Velletri. Dietro ai fuggitivi
per quella medesima porta entrarono gli Austriaci nella città, e si
diedero ad incendiar varie case per accrescere il terrore. Presero
l'armi i poveri Velletrani, per difendere ognuno le abitazioni proprie,
ed alquanti vi lasciarono la vita. Avvisato per tempo il re di questa
sorpresa, balzò dal letto, e vestito in fretta si ritirò al posto dei
Cappuccini, ed era solamente in apprensione pel duca di Modena e per
l'ambasciatore di Francia. Ma anche il duca di Modena e l'ambasciatore
ebbero alcuni momenti favorevoli per tener dietro a sua maestà fra le
archibugiate de' nemici. Entrò il general Novali nel palazzo del duca;
furono presi e condotti via tutti i suoi cavalli. Dubbio non ci è, che
se gli Austriaci avessero atteso a perseguitare i Napolispani; e se
fosse giunto a tempo l'altro corpo di gente che dovea raggiugnerli,
restava la città di Velletri in loro potere. Ma, secondo il solito, più
vogliosi i soldati di bottinare che di combattere, si perderono attorno
agli equipaggi degli uffiziali e alle sostanze de' cittadini, con far
veramente un buon bottino, spezialmente dove abitava l'ambasciatore
di Francia, e i duchi di Castropignano e di Atrisco. Ciò diede campo
ad essi Napolispani di rincorarsi e di accorrere alla difesa; e
particolarmente con furore s'inoltrarono le guardie vallone per la
lunga strada di Velletri contra de' nemici. Sorpresero il general
Novati, che s'era perduto a scartabellare le scritture del duca di
Modena, e custodiva le di lui argenterie, che verisimilmente doveano
essere il premio delle sue fatiche, e il fecero prigione. Sopravvenuto
poi un rinforzo del conte di Gages, talmente furono incalzati gli
Austriaci, che chi non rimase o ucciso o prigione, fu forzato a
salvarsi fuori di Velletri, e di lasciar libera la città.
Mentre si facea questa sanguinosa danza in Velletri, il principe di
Lobcowitz con altri nove mila soldati dovea portarsi all'assalto dei
posti della collina fortificati da' nemici. Tardò troppo. Tuttavia gli
riuscì di occupar qualche sito del monte Artemisio. Ma così incessante
fu il fuoco degli Spagnuoli, che quanti si avanzavano, rotolavano
uccisi al fondo della valle, di maniera che dopo un ostinato conflitto
di alcune ore furono forzati anche quegli Austriaci a battere la
ritirata e ad abbandonare gli occupati posti. Terminata la scena,
ognuna delle parti esaltò a dismisura la perdita dell'altra. I più
saggi crederono che tra i morti e prigioni di Napolispani vi restassero
almen due mila persone, fra le quali di prigionieri si contarono circa
ottanta uffiziali, e fra gli altri il general conte Mariani, sorpreso
colla gotta in letto. Vi perderono anche, chi disse nove, e chi dodici
bandiere della brigata d'Irlanda. Dalla banda degli Austriaci rimasero
prigionieri, oltre al generale Novati, diciotto altri uffiziali, e
molti soldati colti in Velletri; e quantunque spacciassero di aver
lasciati morti sul campo solamente circa cinquecento uomini, pure gli
altri fecero ascendere la loro perdita a più di due mila persone.
La verità si è, che se mancò la felicità, non mancò già la gloria
di questo tentativo al principe di Lobcowitz, perchè in simili casi
nè si possono prevedere tutti gli accidenti, nè a tutto provvedere.
Ma certo è altresì che maggior fu la gloria de' Napolispani, i quali
in sì terribil improvvisata, e con tanto avanzamento de' nemici, non
solamente si seppero sostenere, ma anche rovesciarono valorosamente le
loro schiere, superando una tempesta che fece grande strepito entro e
fuori d'Italia. Dopo questo fallo, restate le due armate nei consueti
loro posti, continuarono a salutarsi coi reciproci spari di artiglierie
senza vantaggio degli uni e degli altri. Attese intanto l'infante
re _don Carlo_ a rimontare la sua cavalleria: al che concorsero
tutti i vassalli del regno di Napoli, ed anche quei di Sicilia.
Varii distaccamenti spediti dal re in Abbruzzo ne fecero in questi
tempi sloggiare il colonnello Soro coi suoi partitanti, e tornare
all'ubbidienza della maestà sua le già occupate città. Il rigore
usato contra di quegli abitanti dal comandante napoletano, fu detto
che venisse detestato dalla corte stessa, e tanto più da chi senza
parzialità pesava le azioni degli uomini.