durante il ducato di Bar, e poi quello ancora di Lorena dopo la morte
del vivente gran duca di Toscana, e che il dominio d'essi ducati
s'incorporerebbe poscia colla corona di Francia. Che il duca di Lorena
succederebbe nella Toscana dopo la morte d'esso gran duca _Gian Gastone
de Medici_, e intanto si metterebbero presidii stranieri in quelle
piazze. Fu riserbato ad esso duca Francesco il titolo colle rendite
della Lorena, sinchè divenisse assoluto padrone della Toscana. Che la
Francia garantirebbe la prammatica sanzione dell'imperadore, il quale
riconoscerebbe re delle Due Sicilie l'infante reale _don Carlo_. Che
a _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna Cesare cederebbe due città a sua
elezione nello Stato di Milano, cioè o Novara, o Tortona, o Vigevano,
e all'incontro si restituirebbe all'imperadore il rimanente dello
Stato di Milano. Inoltre, in compenso delle due città da cedersi al
re di Sardegna, si darebbono a sua maestà cesarea quelle di Piacenza
e Parma con gli annessi Stati della casa Farnese. Tralascio gli altri
articoli di quei preliminari, per solamente dire che il suddetto
segreto negoziato cagion fu che in questa campagna nè al Reno, nè in
Lombardia si fecero azioni militari degne di memoria; e che gran tempo
e fatica vi volle per indurre il duca di Lorena alla cessione de'
suoi antichi ducati, e all'abbandono di que' suoi amatissimi popoli.
Acconsentì egli in fine a questo sacrifizio, perchè Cesare già gli
destinava un ingrandimento di gran lunga maggiore, siccome vedremo
fra poco. Per questa impensata concordia, tirato che fu il sipario,
secondo i particolari riguardi, chi si rallegrò e chi si rattristò. Non
ne esultò già il re di Sardegna, perchè comune voce fu che la Francia
nella lega gli avesse promessa la metà dello Stato di Milano, e questo
già prima era stato acquistato. Tuttavia mostrò quel savio regnante con
buona maniera di accomodarsi ai voleri di chi dava la legge, ed elesse
poi in sua parte Novara e Tortona. Ma allorchè giunse a Madrid questa
inaspettata nuova, chi sa dire le gravissime doglianze, nelle quali
proruppe quella real corte contra de' Franzesi? Li trattarono da aperti
mancatori di parola, mentre non solamente niun accrescimento lasciavano
alla Spagna in Lombardia, ma le toglievano anche l'acquistato, cioè
Parma e Piacenza; ed inoltre aveano comperata la Lorena non con altro
prezzo che colla roba altrui, cioè colla Toscana, già ceduta coi
precedenti trattati alla corona di Spagna. Pretendeva all'incontro
il _cardinale di Fleury_ di aver fatte giuste le parti, perchè
restavano all'infante don Carlo i regni di Napoli e Sicilia, i quali
incomparabilmente valevano più dei ducati della Toscana e di Parma
e Piacenza. Imperciocchè, quantunque colle sole lor forze si fossero
gli Spagnuoli impadroniti di quei due regni: pure principalmente se ne
dovea ascrivere l'acquisto agli eserciti di Francia, e a tante spese
fatte dal re Cristianissimo, per tenere impegnate l'armi di Cesare al
Reno e in Lombardia, senza che queste potessero accorrere alla difesa
di Napoli e Sicilia. E se l'imperadore sacrificava le sue ragioni sopra
quei due regni, a lui già ceduti dalla Spagna, e indebitamente poi
ritolti, ragion voleva che in qualche maniera fosse compensato del suo
sacrifizio.
Intorno a ciò lasciamoli noi disputare. Quel ch'è certo restò di sasso
il generale spagnuolo _duca di Montemar_, allorchè intese questa
novità, e tanto più perchè il _duca di Noaglies_ gli fece sapere
che pensasse alla propria sicurezza, giacchè egli avea ordine di non
prestargli assistenza alcuna. Poco in fatti si stette ad udire che i
Tedeschi calavano a furia dalla parte di Padova e Trentino, e quasi
volavano alla volta di Mantova. In sì brutto frangente il Montemar
ad altro non pensò che a salvarsi. Mosse in fretta le sue genti
dall'Adige, lasciando indietro molti viveri e foraggi, e si ridusse
di qua da Po. Ma eccoti giugnere a quello stesso fiume i cesarei; ed
egli allora, dopo aver messi circa settecento uomini nella Mirandola,
e spedito un distaccamento a Parma, tanto più affrettò i passi per
arrivare a Bologna, credendo di trovare ivi un sicuro asilo, per essere
Stato pontifizio. La disgrazia portò che qualche centinaio d'usseri
nel dì 27 di novembre cominciò a comparire in vicinanza di quella
città. Non volle cimentarsi con quella canaglia il generale spagnuolo,
ed animati i suoi a marciare con sollecitudine, prese la strada di
Pianoro e di Scaricalasino, per ridursi in Toscana. Avea egli in quel
dì invitata ad un solenne convito molta nobiltà bolognese dell'uno e
dell'altro sesso: e già si mettevano tutti a tavola, quando gli arrivò
l'avviso che si appressava il nemico. Alzossi egli allora bruscamente,
e immaginando che tutto l'esercito cesareo avesse fatto le ali, preso
congedo da quella nobil brigata, esortandoli a continuare il pranzo. Ma
dal di lui esempio atterriti tutti, con grande scompiglio si ritirarono
dalla città, lasciando che gli Spagnuoli facessero altrettanto verso
la montagna. Furono questi inseguiti alla coda dagli usseri, che per
buon pezzo di cammino andarono predando bagagli e imprigionando chi
poco speditamente dei pedoni menava le gambe. Essendo rimasto fuori
di Bologna lo spedale d'essi Spagnuoli, dove si trovavano circa mille
e cinquecento malati, fu sequestrato. Non si potè poi impedire ai
medesimi usseri l'entrare nella città, e il far ivi prigionieri quanti
Spagnuoli poterono scoprire, che non erano stati a tempo di seguitare
l'improvvisa e frettolosa marcia dell'esercito. Di questa violenza
acremente si dolse il legato pontifizio; ma non per questo essa cessò.
Grande strepito in somma fece questa curiosa metamorfosi di cose, e
il mirare senza colpo di spada i vincitori in pochi dì comparir come
vinti. Pervenuto dunque il duca di Montemar in Toscana, quivi si diede
a fortificare alcuni passi, con inviare nulladimeno parte della sua
gente verso il Sanese, a fine di potersi occorrendo ritirare alla volta
del regno di Napoli.
In tale stato erano le cose d'Italia non restando nemicizia se non
fra Spagnuoli e Tedeschi, quando il _duca di Noaglies_ si mosse per
abboccarsi con esso _duca di Montemar_, e per concertar seco le maniere
più dolci di dar fine, se era possibile, a questa pugna. In passando
da Bologna fece una visita a _Rinaldo di Este_ duca di Modena, che
intrepidamente fin qui avea sofferto l'esilio da' suoi Stati e gli
diede cortesi speranze che goderebbe anch'egli in breve i frutti
dell'intavolata pace. Ancorchè il Montemar non avesse istruzione
alcuna dalla sua corte, pure alla persuasione del saggio Noaglies,
sottoscrisse una sospension d'armi per due mesi fra gli Spagnuoli
e i Tedeschi: risoluzione che fu poi accettata anche dalla corte di
Madrid. Aveano ben preveduto i ministri dell'imperadore e del re di
Francia che gran fatica avrebbe durato il re Cattolico _Filippo V_
ad inghiottire l'amara pillola di una pace manipolata senza di lui
e in danno di lui; ed insieme aveano divisato un potente mezzo per
condurre quel monarca ad approvare i preliminari suddetti, o almeno
a non contrastarne l'esecuzione. Si videro perciò senza complimento
o licenza alcuna improvvisamente inoltrarsi e stendersi circa trenta
mila Alemanni sotto il comando del maresciallo _conte di Kevenhuller_
per gli Stati della Chiesa Romana, cioè pel Ferrarese, Bolognese e
Romagna, con giungere alcuni d'essi fin nella Marca e nell'Umbria,
circondando in tal guisa gran parte della Toscana, per far intendere
agli Spagnuoli, che se negassero di consentir per amore all'accordo,
l'esorcismo della forza ve li potrebbe indurre. Toccò all'innocente
Stato ecclesiastico di pagar tutte le spese di questo bel ripiego,
perchè obbligato a somministrar foraggi, viveri, ed anche rilevanti
contribuzioni di danaro. Intanto rigorosissimi ordini fioccarono da
Roma, che nulla si desse a questi incivili ospiti, e il _cardinale
Mosca_ legato di Ferrara, che si ostinò gran tempo ad eseguirli _ad
literam_, cagion fu di un incredibil danno agl'infelici Ferraresi,
perchè i Tedeschi vivevano a discrezione nelle lor ville. I savii
Bolognesi, all'incontro, e il _cardinale Alberoni_ legato di Ravenna,
che intendeano a dovere le cifre di quelle lettere, non tardarono ad
accordarsi con gli Alemanni, mercè d'un regolamento che minorò non
poco l'aggravio ai loro paesi. Voce corse in questi tempi che il duca
di Montemar, consapevole del poco piacere provato dal re di Sardegna
per la concordia suddetta, facesse penetrare a quel sovrano delle
vantaggiose proposizioni per trarlo ad una lega col re Cattolico,
e che esso re gli rispondesse di avere abbastanza imparato a non
entrare in alleanza con principi che fossero più potenti di lui. Si
può tenere per fermo che i fabbricatori di novelle inventarono ancor
questa, giacchè niun d'essi gode il privilegio di entrar nei gabinetti
dei regnanti; e la corte di Torino nè prima nè poi mostrò di essere
persuasa della massima suddetta. Continuò ancora nell'anno presente
la ribellione de' Corsi; e perchè i ministri della repubblica di
Genova esistenti in Corsica fecero un armistizio con quella gente, fu
disapprovata dal senato la loro risoluzione. Giugnevano di tanto in
tanto rinforzi di munizioni ed armi ai sollevati, che facevano dubitare
che sotto mano qualche gran potenza soffiasse in quel fuoco. Intesesi
parimente che quei popoli pareano determinati di reggersi a repubblica,
ed anche aveano stese le leggi di questo nuovo governo, ma senza
averne dimandata licenza ai Genovesi. Dopo aver papa _Clemente XII_
difficultato, per quanto potè, al reale infante di Spagna _don Luigi_,
a cagion della sua fanciullesca età, l'arcivescovato di Toledo, fu in
fine obbligato ad accordargliene le rendite, e nel dì 19 di dicembre
di questo anno il creò anche cardinale, tornandosi a vedere l'uso od
abuso de' secoli da noi chiamati barbarici. Non potea essere più bella
in quest'anno l'apparenza dei raccolti del grano, quando all'improvviso
sopraggiunse un vento bruciatore, che seccò le non peranche mature
spiche, e insieme le speranze dei mietitori. Perciò al flagello della
guerra si aggiunse quello d'una sì terribil carestia, che non v'era
memoria d'una somigliante a questa. Il peggio fu, che la maggior parte
delle provincie più fertili dell'Italia soggiacquero anch'esse a questo
disastro. Guai se non vi erano grani vecchi in riserbo, che convenne
far venire da lontani paesi con gravi spese: sarebbe venuta meno per le
strade innumerabile povera gente.
Anno di CRISTO MDCCXXXVI. Indiz. XIV.
CLEMENTE XII papa 7.
CARLO VI imperadore 26.
Il primo frutto che si provò della pace conchiusa fra l'imperadore e il
re Cristianissimo, spuntò nell'imperiale città di Vienna. Giacchè Dio
avea dato all'Augusto _Carlo VI_ un figlio maschio, e poi sel ritolse,
pensò esso monarca di provvedere al mantenimento della nobilissima
sua casa coll'unico ripiego che restava, cioè di provvedere di un
degno marito l'arciduchessa _Maria Teresa_ sua figlia primogenita,
già destinata alla successione della monarchia austriaca in difetto
di maschi. Grande era l'affetto d'esso imperadore verso di _Francesco
Stefano_ duca di Lorena, sì per le vantaggiose sue qualità di mente
e di cuore, come ancora pel sangue austriaco che gli circolava nelle
vene. Questo principe fu scelto per marito d'essa arciduchessa. Era
egli in età di ventisette anni, perchè nato nel dì 8 di dicembre
del 1708, e l'arciduchessa era già entrata nell'anno diciottesimo,
siccome nata nel dì 15 di maggio del 1717. Con tutta magnificenza
ed inesplicabile allegria nel dì 12 di febbraio seguì il maritaggio
di questi principi reali colla benedizione di monsignore _Domenico
Passionei_ nunzio apostolico; e continuarono dipoi per molti giorni
le feste e i divertimenti, gareggiando ognuno in applaudire ad un
matrimonio che prometteva ogni maggior felicità a quei popoli, e
dovea far rivivere nei lor discendenti l'augusta casa d'Austria
degna dell'immortalità. Ma la imperial corte ebbe da lì a non
molto tempo motivo di molta tristezza per la perdita che fece del
principe _Francesco Eugenio_ di Savoia, eroe sempre memorabile dei
nostri tempi. Nel dì 21 d'aprile terminò egli i suoi giorni in età
di settantadue anni: principe che per le militari azioni si meritò il
titolo di _invincibile_, e di essere tenuto pel più prode capitano che
si abbia in questo secolo avuto l'Europa; principe, dissi, riguardato
qual padre da tutte le cesaree milizie, sicure che l'andare sotto di
lui ad una battaglia lo stesso era che vincere, o almeno non essere
vinto; principe di somma saviezza, di rara splendidezza, per cui fece
insigni fabbriche, ed impiegò sempre gran copia di artefici di varie
professioni; ed accoppiando colla gravità la cortesia, nello stesso
tempo si conciliava la stima e l'amore di tutti. L'intero catalogo di
tutte le altre sue belle doti e virtù si dee raccogliere dalla funebre
orazione in onor suo composta dal suddetto nunzio, ora cardinale
Passionei, e da più d'una storia di chi prese ad illustrare _ex
professo_ la vita e le gloriose gesta di lui. Quale si conveniva ad un
principe di sì chiaro nome, e cotanto benemerito della casa d'Austria,
fu il funerale che per ordine dell'augusto _Carlo VI_ gli venne fatto
in Vienna.
Era già stabilita la concordia fra i due primi monarchi della
cristianità; contuttociò si penò forte in Italia a provarne gli
effetti. Non sapeva digerire il re Cattolico _Filippo V_ preliminari
che privavano il re di Napoli e Sicilia suo figlio del ducato della
Toscana, e spezialmente di Piacenza e Parma, città predilette della
regina _Elisabetta Farnese_ sua consorte. Conveniva nondimeno cedere,
perchè così desiderava la corte di Francia, e così comandava la forza
dell'armi cesaree, dalle quali si mirava come attorniata la Toscana; ma
di far la cessione ed approvarla non se ne sentiva esso re di Spagna
la voglia. Perciò andarono innanzi e indietro corrieri, e sempre
venivano nuove difficoltà da Madrid; e guerra non era in Italia, ma
continuavano in essa i mali tutti della guerra. Imperciocchè negli
Stati della Chiesa s'erano innicchiati con tante soldatesche i generali
cesarei; nè per quanto si raccomandasse con calde lettere il pontefice
_Clemente XII_ alle corti di Vienna e Parigi, appariva disposizione
alcuna di liberar que' paesi dall'insoffribile lor peso. Nella Toscana
stava saldo l'esercito spagnuolo, siccome ancora negli Stati di Milano
e di Modena si riposavano le armate di Francia e di Sardegna alle
spese degl'infelici popoli, spolpati ormai da tante contribuzioni ed
aggravii. Dal maresciallo _duca di Noaglies_ fu spedito in Toscana il
tenente generale _signor di Lautrec_, personaggio di gran saviezza e
disinvoltura, per concertare col _duca di Montemar_ il ritiro dell'armi
spagnuole da quelle piazze, e da Parma e Piacenza; ma siccome il
Montemar non riceveva dalla sua corte se non ordini imbrogliati e
nulla concludenti, così neppur egli sapeva rispondere alle premure
de' Franzesi, se non con obbliganti parole, scompagnate nondimeno dai
fatti. Venne l'aprile, in cui i Franzesi lasciarono affatto libero
agl'imperiali il ducato di Mantova; e perchè dovettero intervenir
delle minaccie, agli 11 d'esso mese gli Spagnuoli si ritirarono dalla
Mirandola, dopo averne estratte le tante munizioni da lor preparate
pel sospirato assedio di Mantova, lasciandovi entrare quattrocento
Tedeschi colà condotti dal generale _conte di Wactendonk_, il quale
restituì ivi nell'esercizio del dominio il duca di Modena. Conoscendo
del pari essi Spagnuoli che neppur poteano sostenere Parma e Piacenza,
si diedero per tempo ad evacuar quelle due città, asportandone non dirò
tutti i preziosi mobili, arredi, pitture, libreria, e gallerie della
casa Farnese, ma fino i chiodi dei palazzi, non senza lagrime di que'
popoli, che restavano non solamente privi dei propri principi, ma anche
spogliati di tanti ornamenti della lor patria. Oltre a ciò, inviarono
alla volta di Genova tutti i cannoni di loro ragione, e vi unirono
ancora gli altri, ch'erano anticamente delle stesse città, oppure de'
Farnesi. Risaputosi ciò dai Tedeschi, sul fine d'aprile il generale
_conte di Kevenhuller_ spinse in fretta colà il suo reggimento con
trecento usseri, che arrivarono a tempo per fermar quelle artiglierie
e sequestrarle, pretendendole doti delle fortezze di Parma e Piacenza:
intorno a che fu dipoi lunga lite, ma col perderla gli Spagnuoli.
Ora, affinchè non apparisse che il re Cattolico cedesse in guisa alcuna
gli Stati suddetti all'imperadore, o ne approvasse la cessione, i suoi
ministri, assolute che ebbero dal giuramento prestato al reale infante
quelle comunità, prima che arrivassero i Tedeschi, abbandonarono
Parma e Piacenza e gli altri luoghi, dei quali nel dì 3 di maggio, fu
preso il possesso dal _principe di Lobcovitz_ generale cesareo. Avea
fin qui _Rinaldo d'Este_ duca di Modena coraggiosamente sostenuto il
suo volontario esilio in Bologna, nel mentre che gl'innocenti suoi
popoli si trovavano esorbitantemente aggravati dai Franzesi, senza
alcun titolo insignoriti di questi Stati. Non volle più ritardare
il magnanimo re Cristianissimo a questo principe il ritorno nel
suo ducato; e però per ordine del _duca di Noaglies_, nel dì 23 di
maggio, lasciarono i Franzesi libera la città e cittadella di Modena,
e nei giorni seguenti anche Reggio e gli altri luoghi d'esso sovrano.
Pertanto nel dì 24 di esso mese se ne tornò il duca di Modena alla sua
capitale, dove fu accolto con sì strepitose acclamazioni del popolo,
testimoniante dopo tanti guai il giubilo suo in rivedere il principe
proprio, che egli stesso, andato a dirittura al duomo, per pagare
all'Altissimo il tributo dei ringraziamenti, non potè ritenere le
lagrime al riconoscere l'inveterato amore dei sudditi suoi. Intanto
si ridusse addosso all'infelice Stato di Milano tutto il peso delle
milizie franzesi; nè via appariva, che gli Spagnuoli si volessero
snidare dalla Toscana, nè i Tedeschi dagli Stati della Chiesa, essendo
essi pervenuti sino a Macerata e a Foligno. Solamente si osservò che il
_duca di Montemar_ cominciò ad alleggerirsi delle tante sue milizie,
inviandone parte per terra verso il regno di Napoli, e parte per mare
in Catalogna. Similmente, nel mese di luglio, s'incamminarono alla
volta della Germania alcuni de' reggimenti cesarei che opprimevano il
Ferrarese, Bolognese e la Romagna. Ma non per questo mai si vedeva data
l'ultima mano alla pace, per le differenti pretensioni de' principi. Il
_re di Sardegna_, oltre al Novarese e Tortonese, esigeva cinquantasette
feudi nelle Langhe. Nel mese d'agosto venne la commissione di
soddisfarlo; il che fece sciogliere l'incanto; perciocchè nel dì 26
d'esso mese i Gallo-Sardi rilasciarono agl'imperiali il possesso di
Cremona, e nel dì 28 quello di Pizzighettone. Nel dì 7 di settembre,
entrati che furono due reggimenti cesarei nella città di Milano,
finalmente da quel castello si ritirò la guernigion franzese e
piemontese, lasciandolo in potere d'essi imperiali. Già erano stati
consegnati i forti di Lecco, Trezzo e Fuentes e Lodi. Poscia nel
dì 9 entrarono gli Alemanni nelle fortezze d'Arona e Domodoscela, e
finalmente nel dì 11 in Pavia: con che restò evacuato tutto lo Stato
di Milano dalle truppe gallo-sarde. Videsi anche libero lo Stato della
Chiesa dalle milizie alemanne.
Ma per conto della Toscana, benchè gran parte degli Spagnuoli fosse
marciata a levante e ponente, pure niuna apparenza v'era che il
_conte di Montemar_ volesse dimettere Pisa e Livorno. Sulla speranza
di entrare in quella città, o per far paura agli Spagnuoli, inviò il
_generale Kevenhuller_ un corpo di truppe cesaree in Lunigiana e sul
Lucchese. Ad altro questo non servì che ad aggravar quelle contrade,
ed accostandosi il verno fu egli anche obbligato a richiamarle in
Lombardia senza aver messo il piede in Toscana. Duravano tuttavia le
discrepanze della corte di Vienna col re delle Due Sicilie, ed anche
col re Cattolico; perciocchè avea ben l'imperadore inviata la sua
libera cessione de' regni di Napoli e Sicilia, ma il reale infante,
nella cession sua della Toscana, Parma e Piacenza voleva riserbarsi
tutti gli allodiali della casa Medicea e Farnese. Similmente pretendeva
il re Cattolico che, venendo a mancare in Toscana la linea mascolina
del duca di Lorena, dovessero quegli Stati pervenire alla Spagna,
laddove esso duca intendeva di ottenerli liberi, e senza vincolo
alcuno, come erano gli Stati di Lorena da lui ceduti alla Francia. Per
cagione di questi nodi arrivò il fine di dicembre senza che fossero
ammesse nelle piazze della Toscana l'armi cesaree. Riuscì anche
fastidioso al pontefice _Clemente XII_ l'anno presente. La santa Sede,
tanto venerata in addietro, e rispettata da tutti i principi cattolici,
provò un diverso trattamento nei tempi correnti, perchè pareano
congiurate le potenze a far da padrone negli Stati della Chiesa, senza
il dovuto riguardo alla sublime dignità e sovranità pontificia. Già
si è veduto quanti malanni sofferissero senza alcun loro demerito per
tanti mesi dalle truppe cesaree le legazioni di Bologna, Ferrara e
Ravenna, le cui comunità benchè dal benefico papa fossero in sì dura
oppressione sovvenute con gran copia di danaro, pure rimasero estenuate
e cariche di debiti, per l'esorbitante peso di tante contribuzioni.
Da disavventure d'altra sorte non andò esente neppure la stessa Roma.
Quivi si erano postati non pochi ingaggiatori spagnuoli, che senza
saputa, non che senza consenso del vecchio papa, per diritto o per
rovescio arrolavano gente. Chi sa quel mestiere, facilmente concepirà
che non pochi disordini ed avanie occorsero; perchè molti ingannati,
e senza sapere qual impegno prendessero, o per propria balordaggine,
o per altrui malizia, si ritrovarono venduti. Ora i padri deploravano
i figli perduti, ora le mogli i mariti; e scoperto in fine onde
venisse il male, i Trasteverini nel dì 15 di marzo improvvisamente
attruppati in numero di cinque o sei mila persone, corsero alle case
di quegl'ingaggiatori, e, dopo aver liberati a furia gl'ingaggiati,
s'avviarono al palazzo Farnese, dove ruppero tutte le finestre, e
gittarono a terra l'armi dell'_infante don Carlo_. Al primo avviso
di questo disordine comandò tosto il _governator di Roma_ che gli
Svizzeri, le corazze e i birri accorressero al riparo. Furono questi
dalla furia di quella gente rispinti, nè si potè impedire che non
passasse la sbrigliata plebe al palazzo del re Cattolico in piazza di
Spagna, dove uccise un uffiziale, e seguirono altre morti e feriti.
Ma nella domenica delle Palme si riaccese la sedizione, perchè i
Trasteverini coi borghigiani andarono per isforzar le guardie messe
ai ponti. Il più ardito d'essi fu steso morto a terra, perlochè
infuriati i seguaci superarono il passo, e misero in fuga i soldati.
Anche i montigiani da un'altra parte si mossero, e seguirono ferite
di chi per accidente si trovò passar per le strade. Volle Dio che non
poterono giugnere di nuovo al palazzo di Spagna, dove erano preparati
centocinquanta fucilieri e quattro cannoni carichi a cartoccio: gran
male ne seguiva. Per rimediare a questo sconcerto, furono la sera
inviati il _principe di Santa Croce_ fedele Austriaco, e il _marchese
Crescenzi_ uno de' conservatori, a parlamentare coi sollevati, i quali
richiesero la libertà degl'ingaggiati del loro rione, e la liberazion
di alcuni già carcerati per cagion della sollevazione, e il perdono
generale a tutti. Ottennero quanto desideravano; e dappoichè videro
loro mantenuta la parola, andarono poi tutti lieti gridando: _Viva il
papa_. Si pubblicò poscia un rigoroso editto contro gl'ingaggiatori; e
perchè costoro non cessavano di fare il solito giuoco, seguirono alcune
altre contese, delle quali a me non occorre di far menzione.
Un disordine ne tirò dietro un altro. Per la nuova del tentativo fatto
in Roma contra degli Spagnuoli, si fermarono su quel di Velletri circa
tre mila soldati di quella nazione, che erano in viaggio alla volta
di Napoli; e mancando loro i foraggi, si diedero a tagliare i grani
in erba. Per questa cagione nel dì 21 d'aprile si mise in armi tutto
quel popolo, risoluto non solo di vietare il passaggio per la loro
città a quelle milizie, ma di forzarle a partirsi, e si venne alle
brutte. Accorse colà il _cardinal Francesco Barberino_, ma non potè
calmare il tumulto. Per questo in Roma si accrebbe la guernigion dei
soldati. Volarono intanto corrieri a Napoli e a Madrid, e si trattò
in Roma col _cardinale Acquaviva_ delle soddisfazioni richieste per
l'insulto dei Trasteverini. Perchè non furono quali si esigevano, esso
porporato coll'altro di _Belluga_ si ritirò da Roma; fece levar l'armi
di Spagna e di Napoli dai palazzi, e ordinò a tutti i Napoletani e
Spagnuoli di uscire della città nel termine di dieci giorni. Da Napoli
fu fatto uscire il nunzio del papa. Anche in Madrid grave risentimento
fu fatto con obbligar quella corte il nunzio apostolico a marciare
fuori del regno, con chiudere la nunziatura, e proibire ogni ricorso
alla dateria, gastigando in tal maniera l'innocente pontefice per
eccessi non suoi, e ai quali non avevano mancato i suoi ministri di
apprestar quel rimedio che fu possibile. Peggio ancora avvenne. Nel dì
7 di maggio entrate le milizie spagnuole in Velletri, piantarono in più
luoghi le forche, carcerarono gran copia di persone, e commisero poi
mille insolenze e violenze contra di quel popolo, il quale fu forzato
a pagare otto mila scudi per esimersi dal sacco. Una truppa eziandio
di granatieri spagnuoli, passata ad Ostia, incendiò le capanne di que'
salinari, saccheggiò le officine; ed altri intimarono alla città di
Palestrina il pagamento di quindici mila scudi pel gran reato di aver
chiuse le porte ad alcuni pochi Spagnuoli che volevano entrarvi. Altri
affanni ancora provò il papa dalla parte de' Tedeschi, per essere stato
carcerato un uffiziale cesareo; ed altri dalla corte di Francia, il cui
ambasciatore si ritirò da Roma per cagion della nomina di un vescovo
fatta dal re Stanislao, e non accettata dal papa. Bollivano parimente
le note controversie colla corte di Savoia. In somma sembrava che ognun
dei potentati con abuso della sua potenza si facesse lecito d'insultare
il sommo pontefice con tutto il suo retto operare: alle quali offese
egli nondimeno altre armi non oppose che quelle della mansuetudine
e della pazienza. In mezzo nulladimeno a tali burrasche si osservò,
essere stato dichiarato vicerè di Sicilia il principe don _Bortolomeo
Corsini_ nipote di sua santità, personaggio dotato di singolar
saviezza: il che fece maravigliare più d'uno.
Anche la Corsica in questi tempi apprestò alla pubblica curiosità
una commedia, che diede molto da discorrere. Duravano più che mai
le turbolenze in quell'isola con grave dispendio della repubblica di
Genova; quando nell'aprile, condotto da una nave inglese procedente
da Tunisi, colà sbarcò un personaggio incognito, seco conducendo dieci
cannoni e molte provvisioni da guerra, ed anche danaro. Fu accolto dai
sollevati con gran gioia ed onore, e preso per loro capo, anzi nel dì
15 di esso mese fu onorato col titolo di re di Corsica: cosa che non
si può negare, benchè altri dicessero solamente di vicerè, perchè si
pretendea che fosse stato inviato colà da qualche potenza che aspirasse
al dominio di quell'isola. Sul principio non era conosciuto chi fosse
questo sì ardito e fortunato campione, ma si venne poi scoprendo,
e i Genovesi con un lor manifesto il dipinsero coi più neri colori
di uomo senza religione, di un truffatore, di un alchimista, e come
il più infame dei viventi, e pubblicarono ancora contra di lui una
grossa taglia. La verità si è che costui era _Teodoro Antonio barone
di Newoff_, nato suddito del re di Prussia, e di casa nobile, che da
venturiere, dopo aver fatto di molti viaggi per le corti di Europa, ora
in lieta, ora in triste fortuna, avea in fine saputo cogliere nella
rete vari mercatanti affinchè l'assistessero in questa impresa, con
promettere loro mari e monti, assiso che fosse sul maestoso trono della
Corsica. Prese, egli con vigore quel governo, creò conti e marchesi
con gran liberalità; istituì un ordine militare di cavalieri appellati
della Liberazione, e ne aspettava ognuno delle meraviglie. Ma non finì
l'anno che parve finita anche la fortuna di questo comico regnante; e
divulgossi, che dopo aver egli cominciato ad esercitare un'autorità
troppo dispotica, arrivando a punire chi non eseguiva a puntino gli
ordini suoi, la nazion dei Corsi non tardò a convertire l'amore in
odio, e poscia in dispregio, perchè mai non comparivano quei tanti
soccorsi che sulle prime aveva egli promesso. Pertanto, temendo egli
della vita, segretamente imbarcatosi nel dì 12 di novembre, comparve a
Livorno, travestito da frate, ed appena sbarcato prese le poste, senza
sapersi per qual parte. La verità nondimeno fu, non essere stata fuga
la sua, perchè egli, prima di partirsi, nel dì quarto di novembre,
pubblicò un editto, con cui costituì i ministri del governo durante la
sua lontananza. Andò egli per procurar nuovi rinforzi a quella nazione.
Era, siccome dicemmo, restato vedovo _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna,
e volendo passare alle terze nozze, intavolò il nuovo suo matrimonio
colla principessa _Elisabetta Teresa_, sorella di _Francesco Stefano_
duca di Lorena, in cui concorrevano, oltre all'insigne nobiltà, le più
rare doti di animo e di corpo. Era nata nel dì 15 di ottobre del 1711
dal duca _Leopoldo Giuseppe_ e dalla duchessa _Elisabetta Carlotta
d'Orleans_, sorella del già _Filippo, duca di Orleans_ reggente di
Francia. Fu pubblicato in Vienna questo maritaggio, e si andarono
disponendo le parti per effettuarlo colla convenevol magnificenza.
Nell'anno presente la mortalità dei buoi cominciò a serpeggiare pel
Piemonte, Novarese, Lodigiano e Cremonese: il che di sommo danno riuscì
a quelle contrade, e di grande spavento agli altri paesi, che tutti
si misero in guardia per esentarsi da sì terribile eccidio. Provossi
in varie parti del regno di Napoli e dello Stato ecclesiastico stesso
flagello. Risonavano intanto per Italia le prodezze dell'armi russiane
contra de' Turchi, perchè dall'un canto s'impadronirono dell'importante
fortezza d'Azof, e dall'altro penetrarono anche nella Crimea dove
lasciarono una funesta memoria a que' Tartari, assassini in addietro
della Russia e Polonia. Gran gloria per questo venne all'imperadrice
russiana, se non che i progressi suoi cagion furono che la Porta
Ottomana, pacificata con lo scach Nadir, o sia Tamas Kulican, re
della Persia, facesse uno straordinario armamento, e dichiarasse
la guerra contra di lei. Era collegato di essa imperadrice _Anna_
l'Augusto _Carlo VI_, e cominciossi per tempo a scorgere ch'egli era
per impugnare la spada in difesa di lei: al qual fine tutte le milizie
alemanne cavate d'Italia, ed altre della Germania sfilarono verso la
bassa Ungheria ai confini dei Turchi. Non meno il ministro di Francia
che quei delle potenze marittime molto si adoperarono per distorre sua
maestà cesarea da questo impegno; ma non ne ricavarono se non dubbiose
risposte, perchè l'imperadore avea fatto esporre a Costantinopoli varie
doglianze e minaccie ed aspettava se facessero frutto. Era negli anni
addietro nata in Inghilterra una setta appellata dei _Liberi Muratori,_
consistente nell'union di varie persone, e queste ordinariamente
nobili, ricche o di qualche merito particolare, inclinate a solazzarsi
in maniera diversa dal volgo. Con solennità venivano ammessi i nuovi
fratelli a questo istituto, e loro si dava giuramento di non rivelare
i segreti della società. Raunavansi costoro di tanto io tanto in una
casa eletta per loro congresso, chiamata la Loggia, dove passavano il
tempo in lieti ragionamenti e in deliziosi conviti, conditi per lo più
da sinfonie musicali. Verisimilmente aveano essi preso il modello di sì
fatte conversazioni dagli antichi epicurei, i quali, per attestato di
Cicerone e Numenio, con somma giovialità e concordia passavano le ore
in somiglianti ridotti. D'Inghilterra fece passaggio in Francia e in
Germania questo rito, e in Parigi fu creduto che si contassero sedici
Logge, alle quali erano scritti personaggi della primaria nobiltà.
Allorchè si trattò di creare il gran mastro, più brogli si fecero
ivi che in Polonia per l'elezione d'un nuovo re. Si tenne per certo
che anche in alcuna città d'Italia penetrasse e prendesse piede la
medesima novità. Contuttochè protestassero costoro, essere prescritto
dalle loro leggi, di non parlare di religione, nè del pubblico governo
in quelle combriccole, e fosse fuor di dubbio che non vi si ammetteva
il sesso femineo, nè ragionamento di cose oscene, nè vi era sentore
di altra sorta di libidine: nondimeno i sovrani, e molto più i sacri
pastori, stavano in continuo batticuore che sotto il segreto di tali
adunanze, renduto impenetrabile pel preso giuramento, si covasse
qualche magagna, pericolosa e forse pregiudiziale alla pubblica quiete
e ai buoni costumi. Però il pontefice Clemente XII nell'anno presente
stimò suo debito di proibire e di sottoporre alle censure la setta
dei Liberi Muratori. Anche in Francia l'autorità regia s'interpose
per dissipar queste nuvole, che in fatti da lì a non molto tempo si
ridussero in nulla, almeno in quelle parti e in Italia. Fu poi cagione
un tal divieto o rovina che più non credendosi tenuti al segreto i
membri di essa repubblica, dopo il piacere di aver dato lungo tempo la
corda alla pubblica curiosità, rompessero gli argini, e divulgassero
anche con pubblici libri tutto il sistema e rituale di quella novità.
Trovossi, terminare essa in una invenzione di darsi bel tempo con riti
ridicolosi, ma sostenuti con gran gravità; nè altra maggior deformità
vi comparve, se non quella del giuramento del segreto preso sul Vangelo
per occultar così fatte inezie. Ridicola cosa anche fu che in una città
della Germania dall'ignoranza e semplicità venne spacciato e fatto
credere al popolo, autore della medesima setta chi scrive le presenti
memorie.
Anno di CRISTO MDCCXXXVII. Indiz. XV.
CLEMENTE XII papa 8.
CARLO VI imperadore 27.
Alla per fine spuntò nell'anno presente la tanto sospirata iride
di pace in Italia con allegrezza inesplicabile di tutti i popoli;
e quantunque tal serenità non fosse esente da qualche nebbia per le
non mai quiete pretensioni dei potentati, pure, cessando affatto lo
strepito dell'armi in queste parti, giusto motivo ebbe ciascuno di
rallegrarsene. Fin qui ostinatamente erano persistite in Livorno e Pisa
le guernigioni spagnuole, senza voler cedere alle truppe tedesche,
disposte secondo i preliminari a prenderne possesso a nome del _duca
di Lorena_. Fu detto che seguisse in Pontremoli il cambio delle
cessioni fatte da sua maestà cesarea ai regni di Napoli e Sicilia, e
dal re delle Due Sicilie ai ducati di Toscana, Parma e Piacenza. Può
dubitarsene, da che si seppe che il re Cattolico _Filippo V_ non volle
in quest'anno sottoscrivere essi preliminari, ed è certo che _Carlo_ re
di Napoli e Sicilia si riservò certe pretensioni che avrebbero potuto
intorbidar la concordia. Comunque fosse, il generale spagnuolo _duca
di Montemar_ sul principio di quest'anno, giunta che fu a Livorno una
buona quantità di legni, in quelli imbarcò il presidio d'essa città,
ed altre fanterie spagnuole inviò verso le fortezze della maremma di
Siena; dopo di che, senza far cessione alcuna di Livorno, nel dì 9 di
gennaio abbandonò quella città, dove restò la sola guernigione del gran
duca _Gian Gastone_. Lasciarono gli Spagnuoli nella Toscana la memoria
di molti aggravii inferiti a quegli Stati. Pertanto da lì ad alquanti
giorni entrato in Toscana il generale tedesco _Wactendonck_ con
alcuni reggimenti cesarei, prese, a nome del duca di Lorena, possesso
di Livorno, con prestare giuramento di fedeltà al gran duca, le cui
milizie insieme colle tedesche cominciarono a montare la guardia.
Distribuì eziandio alcune di quelle soldatesche in Siena, Pisa e Porto
Ferraio, le quali osservarono miglior disciplina che le precedenti.
Pochi mesi passarono che il presidio spagnuolo di Orbitello,
abbisognando di legna per uso proprio e per le fortificazioni, ne
fece richiesta al gran duca. Perchè risposta non veniva, un grosso
distaccamento d'essi Spagnuoli passò a tagliare sul Sanese circa mille
e secento alberi. Ne furono fatte doglianze, ed avrebbe questa violenza
potuto cagionar delle nuove rotture, se la corte di Vienna, ossia il
duca di Lorena, non si fosse ora trovato nei gravi impegni, dei quali
fra poco parleremo. Colla pazienza si sopì quel disordine.
Intanto, angustiato dal male d'orina e da altri incomodi di corpo il
gran duca _Gian Gastone de' Medici_ si ridusse agli estremi di sua
vita, e nel dì 9 di luglio con segni di molta pietà restò liberato
dai pensieri ed affanni del mondo. Era principe di gran mente, di
somma affabilità e di una volontà tutta inclinata al pubblico bene;
e quantunque la sua poca sanità il tenesse per lo più ristretto in
camera o in letto, pure, valendosi di saggi ed onorati ministri,
mantenne sempre un'esatta giustizia, e in vece di accrescere i pesi ai
suoi sudditi, più tosto cercò di sminuirli. Liberale verso la gente
di merito, protettore delle lettere, e sommamente caritativo verso i
poveri, tal memoria lasciò di sè, che chiunque avea sparlato di lui
vivente, ebbe poi a compiangerlo morto. In lui finì la linea maschile
della insigne regnante casa de' Medici, con disavventura inesplicabile
dell'Italia, che seguitava a perdere i suoi principi naturali; ma
senza paragone riuscì più sensibile ai popoli della Toscana, i quali
indarno s'erano lusingati di poter tornare a repubblica, nè solamente
restarono senza i principi Medicei, che tanta gloria e rispetto aveano
fin qui procacciato a Firenze e alla Toscana, ma venivano a restar
sottoposti ad un sovrano certamente benignissimo e generoso, pure
obbligato da' suoi interessi a fare la residenza sua fuori d'Italia.
Gran fortuna è l'avere i principi proprii. L'averli anche difettosi,
meglio è regolarmente che il non averne alcuno, giacchè lo stesso è che
averli lontani; mentre fuori degli Stati ridotti in provincia volano
le rendite, e dee il popolo soggiacere ai governatori, i quali non
sempre seco portano l'amore a' paesi dove non han da fare le radici.
Dopo la morte di questo principe con tutta quiete il _principe di
Craon_ e gli altri ministri lorenesi presero il possesso della Toscana
a nome di sua altezza reale _Francesco Stefano_ duca di Lorena, genero
dell'imperadore, che fu proclamato gran duca. Profittò ben la Francia
di questo avvenimento, perchè le cessò l'obbligo di pagare ad esso
duca di Lorena quattro milioni e mezzo di Francia, finchè egli fosse
entrato in possesso della Toscana. La vedova elettrice palatina _Anna
Maria Luigia de' Medici_, sorella del defunto gran duca Gian Gastone,
prese anch'ella il possesso dei mobili e allodiali della casa paterna,
ascendenti ad un valsente incredibile, nè solamente degli esistenti
nella Toscana, ma anche in Roma, nello Stato ecclesiastico e in altri
paesi. Tuttavia non tardò a saltar fuori una scintilla, che i saggi
ben previdero potere un dì produrre qualche incendio. Cioè _Carlo_ re
di Napoli e di Sicilia prese lo scorruccio per la morte di esso gran
duca, ed insieme il titolo di ereditario degli allodiali della casa
de Medici, siccome principe già adottato dalla medesima per figlio;
ed altrettanto fece anche il Cattolico re _Filippo V_ suo padre. A tal
pretensione non s'era trovato finora ripiego. Furono fatte per questo
proteste giuridiche tanto in Firenze che in Roma. Alla vedova elettrice
fu esibito molto di autorità nel governo, premendo al novello gran duca
di tenersi amica questa principessa, donna tanto ricca, e di mirabil
talento e saviezza. Ma se ne scusò ella per cagion della sua avanzata
età.
Ebbe compimento in quest'anno il maritaggio di _Carlo Emmanuele_ re
di Sardegna colla principessa _Elisabetta_ sorella del suddetto duca
di Lorena. La funzione fu fatta in Luneville, dove il _principe di
Carignano_ sostenne le veci del re; dopo di che si mise in viaggio
essa novella regina alla volta della Savoia. Nell'ultimo giorno di
marzo pervenne essa a Ponte Beauvoisin sui confini; ed essendosi
giù portato colà il re con tutta la corte, e con accompagnamento
magnifico di guardie e milizie, fu ad incontrarla, conducendola poi
a Sciambery, dove presero per una settimana riposo. Nella sera del
dì 22 di aprile fecero i reali sposi il magnifico loro ingresso in
Torino fra la gran folla dei sudditi e forestieri accorsi a quelle
feste, e fra l'ale della fanteria e cavalleria, mentre intanto le
artiglierie facevano un incessante plauso alle loro maestà. Non
quella sola sera si videro illuminate le strade di Torino, ma anche
nelle seguenti; nè mancarono fuochi artifiziali, ed altri suntuosi
divertimenti, in sì lieta congiuntura. Passava in questi tempi non
lieve disputa fra esso re di Sardegna e la corte di Vienna, giacchè
egli pretendeva la terra di Serravalle per distretto di Tortona;
laddove i cesarei la teneano per dominio staccato da quella città.
Continuavano intanto i maneggi della sacra corte di Roma con quelle
di Madrid, Portogallo, Napoli e Savoia per le controversie vertenti
con esse. Rallegrossi dipoi quella gran città al vedere nel marzo
di quest'anno ritornati colà i _cardinali Acquaviva_ e _Belluga_ con
indizio di sperata riconciliazione. Per trattarne venne a Roma come
mediatore il _cardinale Spinelli_ arcivescovo di Napoli, personaggio di
gran credito e di obbliganti maniere; e vi comparve ancora _monsignor
Galliani_ gran limosiniere del re delle Due Sicilie, per esporre le
pretensioni di quel monarca. Finalmente nel dì 27 di settembre si vide
qualche apparenza di aggiustamento fra la santa Sede e i re di Spagna
e di Napoli: il che recò incredibil consolazione a Roma; quantunque in
questi ultimi tempi non succedesse mai discordia e concordia alcuna, in
cui non iscapitasse sempre la corte pontificia. Non finirono per questo
le pretensioni, nè si riaprirono per anche le nunziature di Madrid e di
Napoli. Contuttociò la Dateria cominciò a far le sue spedizioni. Per
le differenze di Portogallo e di Savoia ripiego alcuno finora non si
trovò.
Aveano i tanti saccheggi fatti dai Tartari della Russia, col condurne
schiavi migliaia di uomini, commossa in fine a risentimento _Anna
imperadrice_ d'essa Russia, non solo contra di quei masnadieri, ma
contra gli stessi Turchi, i quali con tutte le querele e proteste
dei Russiani mai non vollero apportarvi rimedio. Due suoi valenti
generali con due possenti armate nel precedente anno aveano data una
buona lezione a quegl'infedeli; il _Lascì_ col prendere la fortezza
d'Azof, e il _Munich_ con una terribil invasione nella Crimea. Fece per
questo il sultano dei Turchi, già pacifico co' Persiani, un gagliardo
armamento contro i Russiani; e quantunque s'interponesse l'Augusto
_Carlo VI_ per trattar di pace, non ne riportò che belle parole,
insistendo sempre i Turchi nella restituzione d'Azof. Lega difensiva
era fra esso imperadore e la Russia; e però non volendo Cesare lasciar
soperchiare dai musulmani l'imperadrice suddetta, avea spedito ai
confini dell'Ungheria la maggior parte delle sue forze, e dichiarato
generalissimo d'esso _Francesco Stefano duca di Lorena_, divenuto in
questo anno gran duca di Toscana. La direzion dell'armi cesaree fu data
al _generale Seckendorf_, protestante di professione, con doglianza
del sommo pontefice, il quale non mancò di promettere sussidii di
danaro a Cesare per questa guerra. Un bel principio si diede ad essa
colla presa della città di Nissa, per cui furono cantati più _Te
Deum_. Ma non passò molto che si videro andare a precipizio tutti gli
affari dell'imperadore in quelle parti. Comandava il Seckendorf ad una
fioritissima armata, capace di grandi imprese, avendola alcuni fatta
ascendere sino ad ottanta mila valorosi combattenti. Quel generale,
invece di tener unite tante forze e di assediar daddovero la forte
piazza di Widin, o pure di tentar l'acquisto della Bossina, spartì in
varii corpi e distaccamenti l'esercito suo, e niun di essi riportò
se non percosse e disonore, tuttochè i musulmani sulle prime si
trovassero più d'un poco smilzi di forze in quelle parti. Il principe
d'Hildburgausen, inviato con poche migliaia d'armati sotto Banialuca
capitale della Bossina, tutti perdè i suoi attrezzi e gran gente, e
ringraziò la fortuna di essersi potuto salvar colla fuga. Nella Croazia
verso Vaccup, e sotto Widin furono battuti gl'imperiali, e Nissa venne
ricuperata dai Turchi. Si perdè il Seckendorf intorno ad Usitza, cioè
ad una bicocca, e la prese: questa fu l'unica sua prodezza. I Turchi la
ricuperarono poi nell'anno seguente. Andarono lamenti a Vienna; laonde,
richiamato egli alla corte, lasciò il comando al generale _Filippi_;
ed essendo stato posto in carcere, fu contra di lui dato principio ad
un processo. Non istimarono veramente i saggi che questo personaggio
avesse punto mancato alla fede e all'onore. Il suo delitto, secondo
il sentimento d'altri, fu quello di non saper fare il condottier di
armate: mestiere forse il più difficile di tutti; benchè non mancasse
chi l'esentava da questo difetto.
Certamente poi non avea più la corte cesarea un _Carlo_ duca _di
Lorena_, un _principe Eugenio_, nè un maresciallo di _Staremberg_,
nè i _Caprara_, nè i _Veterani_, nè altri simili personaggi di gran
mente e savia condotta, che sapessero dirigere un esercito ai danni
del nemico, e difender alle occorrenze. Per altro facendo conoscere la
sperienza che talvolta le belle armate cesaree combattono col bisogno,
il Seckendorf addusse ancor questo per sua discolpa, certo essendo
che a cagion della mancanza dei viveri per più giorni quell'esercito
si mantenne come potè in vita colle pannocchie del frumentone, ossia
grano turco, maturo in quel paese, o pur con sole prugne trovate
per avventura in que' boschi. Non mancò gente che si figurò essere
mancata la benedizione di Dio all'armi dell'imperadore in questa
guerra, perchè, secondo il trattato di Passarowitz, la tregua di sua
maestà cesarea colla Porta Ottomana durava ancora, nè terminava se
non nell'anno 1742; pretendendo perciò i Turchi che Cesare non fosse
in libertà dopo esso trattato di collegarsi colla Russia a danno
loro, nè gli fosse lecito di romperla contra d'essi. A me non tocca
di entrare in sì fatto esame, e molto meno di stendere le ottuse
mie pupille nei gabinetti della divinità, bastandomi di riferire gli
sfortunati avvenimenti di questa campagna contra degl'infedeli nella
Servia, Bossina, Moldavia, Valacchia ed altri luoghi; e che per le
tante malattie si trovò al finire dell'anno quasi della metà scemata
la dianzi sì possente armata imperiale. Nè si dee tacere che allora
più che mai si sciolsero le lingue e maledizioni de' cristiani contra
del conte di Bonneval Franzese, già uno de' generali dell'imperadore;
il quale, privo per altro di religione, avea abbracciata quella de'
Turchi. Entrato costui al servigio della Porta col nome di bassà
Osmanno, tutto s'era dato ad istruire i Turchi della disciplina
militare dei cristiani: e fu creduto che i documenti suoi influissero
non poco ai fortunati successi delle armi turchesche sì dell'anno
presente che dei due susseguenti. Dicevasi che questo infame rinegato
fosse il braccio dritto del primo visire. Se la fortuna non si fosse
dichiarata in favore dei Turchi (giacchè in questo medesimo tempo in
Nimirow nella Polonia trattavano di pace i plenipotenziarii cesarei,
russiani e turchi), si potea sperare qualche pronta concordia con
vantaggio dell'armi cristiane. Intanto d'altro passo procederono le due
armate dell'imperadrice della Russia contra de' musulmani. Per ciocchè
il generale _conte di Munich_ nel dì 13 di luglio s'impadronì della
riguardevol città di Oczakow situata al mare, con grande mortalità e
prigionia di Turchi, con acquisto di molta artiglieria e di un ricco
bottino. Seppe anche difenderla da essi Turchi, accorsi ad assediarla.
Parimente il generale _Lascì_ tornò di nuovo a fare un'irruzione nella
Crimea, dove incendiò gran copia di que' villaggi, prese un'infinità
di buoi, e lasciò dappertutto memorie del furor militare in vendetta
degl'immensi danni e mali recati per tanti anni addietro da que'
Tartari alla Russia.
Fu il presente anno l'ultimo della vita di _Rinaldo d'Este_ duca di
Modena, che nato nel dì 25 di aprile dell'anno 1655, e creato duca nel
1694, avea con somma saviezza fin qui governato i suoi popoli. Nel
dì 26 di ottobre spirò egli l'anima. Perchè nelle Antichità Estensi
io esposi tutto quel di lodevole, che si osservò in questo principe
(e fu ben molto), io mi dispenso ora dal ripeterlo, bastandomi dire
che per l'elevatezza della mente, per la pietà e pel saper tenere
le redini d'un governo, si meritò il concetto di uno dei più saggi
principi di questi tempi. Lasciò dopo di sè un figlio unico, cioè
_Francesco_ principe ereditario, nato nel dì 2 di luglio del 1698,
e tre principesse, cioè _Benedetta Ernesta, Amalia Gioseffa_ ed
_Enrichetta_ duchessa vedova di Parma. Sul principio delle ultime
turbolenze, nelle quali si trovarono involti anche gli Stati della
casa d'Este, s'era portato il suddetto principe Francesco a Genova
colla principessa sua consorte _Carlotta Aglae_, del real sangue di
Francia, figlia di _Filippo duca di Orleans_, già reggente di quel
regno. Nell'anno 1755 passarono amendue a Parigi per impetrar sollievo
agl'innocenti popoli dei loro ducati dal re Cristianissimo _Luigi
XV_ e per vegliare agli interessi proprii e del duca Rinaldo padre e
suocero. Venuto l'autunno, si portò esso principe a visitar le città
della Fiandra ed Olanda, ricevendo dappertutto distinti onori, e di là
passò in Inghilterra, dove gli furono compartite le maggiori finezze
dal re _Giorgio II_, che in questo principe considerò trasfuso il
sangue di quei gloriosi antenati, dai quali era discesa anche la real
casa di Brunsvich. Finalmente nella primavera dell'anno presente se
ne andò a Vienna per inchinare il glorioso Augusto _Carlo VI_, da cui
e dall'imperadrice vedova _Amalia_ sua zia materna, e da tutta quella
corte, fu graziosamente accolto. Essendosi accesa in questo tempo la
guerra in Ungheria, s'invogliò anche egli di quell'onorato mestiere; e
tenendo compagnia a _Francesco duca di Lorena_ e gran duca di Toscana,
e al principe _Carlo_ di lui fratello, intervenne alle azioni della
sopraddetta sventurata campagna. Nel tornarsene egli a Vienna, intese
la morte del duca Rinaldo suo padre, e, però congedatosi dalle auguste
maestà, s'inviò verso l'Italia, e nel dì 4 di dicembre felicemente
giunse a Modena, ricevuto con giubilo dai suoi sudditi, che, attesa
la di lui molta intelligenza, e spezialmente l'amorevol suo cuore,
concepirono per tempo viva speranza d'ottimo governo, secondo l'uso
de' suoi maggiori, tutti buoni e benefici principi. Aveva egli già
procreati due principi viventi, cioè _Ercole Rinaldo_ suo primogenito,
nato nel dì 22 di novembre nell'anno 1727, ed un altro venuto alla luce
nel dì 29 di settembre del 1736 in Parigi, a cui poscia nel solenne
battesimo fu posto il nome di _Benedetto Filippo Armando_, e viene
oggidì chiamato il principe d'Este; e quattro principesse, cioè _Maria
Teresa Felicita_, _Matilde, Fortunata Maria_ ed _Elisabetta_.
Più che mai continuò in questi tempi la ribellion della Corsica, con
trovarsi bloccate da que' popoli le cinque o sei fortezze che sole
restavano in potere della repubblica di Genova. Correvano tutto dì
voci incerte di quegli affari, negando alcuni e pretendendo altri che
durasse in quell'isola l'autorità del _baron Teodoro_, e che da lui
si riconoscessero i soccorsi che andavano giugnendo a quei sollevati,
con voce ancora ch'egli ritornerebbe in breve al comando. La verità
fu, che esso era passato in Olanda, dove, prevalendo le istanze dei
suoi creditori, per qualche tempo si riposò nelle carceri, e restò
poscia liberato. Tale era la sua attività ed eloquenza, che impegnò
altri mercatanti a concorrere nei suoi disegni, e si dispose a rivedere
la Corsica. Ora i Genovesi, per desiderio di mettere fine a quella
cancrena, s'avvisarono in questi tempi di ricorrere al patrocinio
del re Cristianissimo, affinchè il suo nome e la potenza dell'armi
sue mettesse in dovere quella sì alterata nazione. Penetrato il lor
disegno, non tralasciarono i Corsi di rappresentare a Versaglies
quanti aggravii aveano finora sofferto dal governo de' Genovesi. Ciò
che ne avvenisse, lo vedremo all'anno seguente. Nel presente sul
Piacentino e Lodigiano seguitò l'epidemia de' buoi con terrore di
tutti i vicini. Anche il monte Vesuvio nel dì 19 di maggio si diede
a vomitar fiamme, pietre e bitume, che raffreddato era simile alla
schiuma di ferro. Per dodici miglia fino al mare correndo la fiumana
d'esso bitume, cagionò la rovina di molti villaggi, conventi, chiese e
case. Le città di Adriano, Avellino, Nola, Ottaviano, Palma e Sarno,
e la torre del Greco sommamente patirono, e ne fuggirono tutti gli
abitanti. Alcun luogo vi restò coperto dalla cenere alta (se pure è
credibile) quasi venti palmi. Orazioni pubbliche si fecero per questo
in Napoli, città che si trovò ben piena di spavento, ma altro incomodo
non soffrì che quello della caduta cenere. Merita anche memoria per
istruzione de' posteri una delle pazzie di questi tempi, cioè il già
introdotto lotto di Genova, che si dilatò in Milano, Venezia, Napoli,
Firenze, Roma ed altri paesi. Dissi pazzia, non già dei principi, che
con questa invenzione mostravano la loro industria in saper cavare
dalle genti senza lancetta il sangue, ma dei popoli che, per l'avidità
di conseguire un gran premio, s'impoverivano, dando una volontaria
contribuzione agli accorti regnanti, con iscorgersi in fine che
di pochi era il vantaggio, la perdita d'infiniti. Nella sola Roma
danarosa, in cui sul principio ebbe gran voga esso lotto, e si faceano
più estrazioni in un anno, si calcolò che in ciascuno de' primi anni
si giocasse un milione di scudi romani. Per lo più nè pur la metà
ritornava in borsa de' giocatori. Il gran guadagno restava parte ai
conduttori del gioco e parte al sommo pontefice, che di questo danaro
si serviva per continuar le magnifiche fabbriche da lui intraprese.
Anno di CRISTO MDCCXXXVIII. Indiz. I.
CLEMENTE XII papa 9.
CARLO VI imperadore 28.
Cominciavano a pesar gli anni addosso al pontefice _Clemente XII_.
Era anche caduto infermo di maniera, che più d'una volta si dubitò di
sua vita, ed alcuni porporati aveano già dato principio ai segreti lor
maneggi: il che risaputo dal papa, cagion fu di qualche risentimento.
Questi avvisi della mortalità, e il desiderio del santo padre di
lasciare la sedia apostolica in pace con tutte le potenze cattoliche,
il rendè più sollecito ad accordarsi colle corti di Spagna e di
Portogallo. Nel dì 20 del precedente dicembre aveva egli promosso alla
porpora monsignor _Tommaso Almeida_ patriarca di Lisbona; servì questo
passo a placare in buona parte, se non in tutto, l'animo di _Giovanni
V_ re portoghese, principe inflessibile in ogni sua pretensione e
dimanda; il che fece aprir la Dateria per quel regno, e in Lisbona fu
splendidamente accolto il nunzio pontifizio. Altrettanto avvenne in
Ispagna. Per le differenze colla corte di Napoli, tuttochè reclamassero
i ministri cesarei, pure sua santità nel maggio condiscese ad accordare
le investiture delle Due Sicilie all'infante reale _don Carlo di
Borbone_. Insorse in questi tempi un imbroglio fra esso pontefice e
la reggenza del ducato di Toscana, a cagion di Carpegna, Scavolino
e Montefeltro, Stati pretesi per ragioni antiche dalla repubblica
fiorentina, essendo in fatti passate le milizie lorenesi a prenderne
il possesso. Messosi l'affare in disputa, perchè la corte di Vienna
abbisognava in questi tempi dei soccorsi del papa per la guerra
turchesca, si venne poi smorzando la lite, e restò libera quella
contrada dall'armi del gran duca. Era già gran tempo che si trattava
dell'accasamento del suddetto re delle due Sicilie; e perciocchè
ragioni politiche non permisero che a lui fosse accordata in moglie la
seconda arciduchessa figlia del regnante Augusto, restò poi conchiuso
il suo maritaggio colla real principessa _Maria Amalia_ figlia di
_Federigo Augusto_ re di Polonia ed elettor di Sassonia, appena
giunta all'età di quattordici anni. Nel dì 19 di maggio a nome d'esso
re fu sposata essa principessa dal fratello _Federigo Cristiano_,
principe reale ed elettorale, e nel dì 24 d'esso mese, accompagnata
dal medesimo, imprese il suo viaggio alla volta d'Italia. Con corte
numerosa venne sino a Palma Nuova, confine dello Stato veneto, _don
Gaetano Boncompagno_ duca di Sora, scelto dal re per maggiordomo
maggiore della novella regina, e direttore del suo viaggio per Italia:
principe per le sue virtù meritevole d'ogni maggiore impiego. Nel
dì 29 del mese suddetto arrivata ai confini della repubblica essa
principessa, ivi trovò il veneto ambasciatore colle guardie destinate
alla maestà sua, e le si presentò parimente il duca di Sora con tutta
la corte a lei destinata.
Fu allora che propriamente s'avvide questa graziosa principessa di
essere regina: sì magnifico e splendido fu l'accoglimento fattole per
dovunque passò dalla veneta generosità. Invogliatasi all'improvviso
di dare un'occhiata alla mirabil città di Venezia, dopo avere per
altra via incamminato il suo gran seguito ed equipaggio a Padova,
essa nel dì 2 di giugno imbarcatasi col real fratello, col duca di
Sora, e con pochi altri cavalieri e dame, fu condotta pel canale della
Giudecca in faccia alla piazza di San Marco, e fatto un giro pel canal
grande fra il rimbombo delle artiglierie andò vedendo e ammirando i
superbi palazzi e le altre grandiose fabbriche di quella dominante.
Finalmente alle due ore della notte seguente fece l'ingresso nella
città di Padova, dove spezialmente trovò un trattamento reale. Colà
s'era portato _Francesco III d'Este_ duca di Modena colle principesse
_Benedetta ed Amalia_ sorelle sue, per inchinare la regina loro
cugina, da cui poscia riceverono ogni maggior finezza d'amore e
di stima. Ai confini del Ferrarese si presentò alla maestà sua il
_cardinale Mosca_ spedito dal sommo pontefice con titolo di legato a
latere a complimentarla e servirla sino a Ferrara, dove con solenne
apparato di quella città entrò, partendone poi nel dì 6 di giugno.
Per tutto lo Stato ecclesiastico trovò gara fra le città in farle
onore, siccome anch'ella dappertutto lasciò belle memorie della sua
rara gentilezza e liberalità. Passò dipoi per Loreto, e nel dì 19
del suddetto mese arrivò a Portello, cioè ai confini del regno. Quivi
trovò il re consorte, che la introdusse in un vasto real padiglione,
coi vicendevoli complimenti ed abbracciamenti. Nel dì 22 d'esso
giugno fecero le loro maestà l'entrata in Napoli fra le giulive
acclamazioni di quell'immenso popolo, fra gli archi trionfali e fra le
stupende macchine ed illuminazioni, che furono poi coronate da altre
suntuosissime feste, continuate nei seguenti giorni. Poco fu questo
in paragone del dì 2 di luglio in cui seguì il solenne ingresso dei
regi sposi in essa città di Napoli, la quale da tanti anni disavvezza
dal vedere i suoi regnanti, in questa occasione diede uno spettacolo
d'indicibile magnificenza ed allegrezza, dalla cui maggior descrizione
io mi dispenso. Allora fu che il re _don Carlo_ istituì l'ordine dei
cavalieri di San Gennaro, e di esso decorò i principali baroni di
Napoli e Sicilia, e alcuni grandi spagnuoli.
Con tutti i maneggi finora fatti fra l'imperador _Carlo VI_ e il
Cristianissimo re _Luigi XV_ non s'era peranche giunto a stabilire un
trattato definitivo di pace. A questo si diede l'ultima mano in Vienna
nel dì 18 di novembre fra i suddetti due monarchi, e fu sottoscritto
dai plenipotenziarii non solo d'essi, ma anche da quei del re Cattolico
_Filippo V_, di _don Carlo_ re delle Due Sicilie, e del re di Sardegna
_Carlo Emmanuele_. Rimasero con poca mutazione confermati i precedenti
trattati di pace, e la Francia nominatamente accettò e promise di
garantire la prammatica sanzione formata dall'Augusto regnante. Vi
fu regolato tutto quello che apparteneva in Italia alla cessione dei
regni di Napoli e Sicilia, e delle piazze marittime della Toscana
pel suddetto real infante; e di Parma e Piacenza per l'imperadore;
e di Tortona e Novara e delle Langhe pel re di Sardegna. Qual fosse
il giubilo di tutta l'Italia all'avviso di questa concordia, non
si può abbastanza esprimere, lusingandosi ognuno di godere per gran
tempo i frutti e le delizie della tanto desiderata pace, che ora mai
sembrava con uno stabile chiodo fissata. Non si godeva già in questi
tempi un egual sereno nell'imperial corte di Vienna, perchè anche
nell'anno presente niuna felicità, anzi parecchi disastri provarono
in Ungheria l'armi cesaree. Quantunque ancora in quest'anno passasse
al comando di quell'esercito il _duca di Lorena_, con aver seco per
principal direttore di azioni militari il saggio e valoroso _conte
di Koningsegg_; pure ebbero essi a fronte il gran visire con forze di
lunga mano superiori alle cristiane. Le frequenti scorrerie turchesche
per la Servia e un possente armamento di saiche nel Danubio portarono
il terrore sino alla città di Belgrado, da dove si ritirarono in gran
copia i benestanti. Per l'Ungheria superiore di là dal real fiume
marciò il Koningsegg, e nel dì 3 di luglio a Cornia venne alle mani con
un corpo di venti e più mila musulmani, e lo sconfisse. Questa vittoria
agevolò la presa del forte di Meadia nel dì 9 d'esso mese, dove fu
accordata buona capitolazione al presidio turchesco.
Già s'incamminava l'oste cesarea al soccorso d'Orsova assediata dai
nemici, quando giunse la lieta nuova ch'essi a precipizio s'erano
dati alla fuga, lasciando nel campo tende, bagagli, munizioni ed
artiglierie. Tanto più allora inanimati i cristiani pensavano già di
continuare il viaggio a quella volta; ma eccoti avviso che il visire
avea trasmesso un rinforzo di venti mila uomini ai ritiratisi da
Orsova. Non si osservò allora la consueta intrepidezza de' coraggiosi
Alemanni; nè più si pensò ad Orsova. Accortisi gl'infedeli delle lor
disposizioni, s'inoltrarono sino a Meadia, dove seguì un sanguinoso
conflitto. I due reggimenti Vasquez e Marulli, composti d'Italiani,
fecero delle maraviglie di coraggio con vergogna de' Tedeschi, i quali
pure sono in credito di tanta fortezza. Ritiraronsi i cristiani con
permettere a' Turchi di ricuperare i forti d'essa Meadia. Posto di
nuovo l'assedio da essi infedeli ad Orsova, fu quella piazza costretta
alla resa con grave pregiudizio della vicina città di Belgrado, sotto
alla quale andò ad accamparsi il maresciallo di Koningsegg. Si contò
per regalo della fortuna che i Turchi non facessero maggiori progressi;
e sebben anche Semendria e Vilapanca furono sottomesse, pure poco
appresso si videro abbandonate da essi. Non avea il Koningsegg più
di quaranta mila guerrieri, laddove il gran visire ne conduceva cento
venti mila. Ma in altri tempi trenta a quaranta mila Alemanni bastavano
a far delle grandi prodezze contro le grosse armate degli Ottomani.
O fosse dunque che l'iniquo bassà Bonneval avesse ben addottrinate le
milizie turchesche, o altra cagione: certo è che questa campagna riuscì
non men deplorabile della precedente per li cristiani, e convenne
alzare il guardo al trono del Dio degli eserciti, i cui giusti giudizii
son coperti di troppe tenebre. Nè i Russi ebbero miglior mercato.
Furono costretti di far saltare tutte le fortificazioni di Oczokow,
e a ritirarsene. Presero bensì nella Crimea la fortezza di Precope,
ma poi, dopo averne demolite le fortificazioni e spianate le linee, e
recati gravissimi danni a quelle contrade, se ne tornarono indietro.
Fu da essi tentato il passaggio del Niester, ma senza poter ottener
l'intento. Comparve in questi tempi alla corte di Costantinopoli, e
vi fu ricevuto con distinto onore, Giuseppe figlio del fu principe di
Ragotzki, il quale, dimentico delle grazie a lui compartite in addietro
dal clementissimo Augusto, se ne fuggì alla Porta, per ravvivar le sue
pretensioni sopra la Transilvania; e fece credere al gran signore di
avere in quella provincia e in Ungheria un'infinità di seguaci.
Nè pure in quest'anno si seppe cosa credere degli affari della Corsica,
perchè tuttodì a buon mercato si spacciavano bugie. Esaltavano alcuni
la gran copia di soccorsi dati ai Corsi non meno di gente, che di
munizioni, artiglierie ed armi: soccorsi, dico, i quali si diceano
inviati colà dal baron Teodoro, e che altri attribuiva ad una potenza,
la quale segretamente tenesse mano a quella ribellione, additando con
ciò la corte di Spagna o pure di Napoli. Negavano altri queste nuove,
e sosteneano ecclissata affatto la fortuna dell'efimero re Teodoro. Sul
principio dell'anno fu sparsa voce che questo venturiere da Orano fosse
di nuovo sbarcato in Corsica; e si vedevano progetti lodevolissimi
pubblicati sotto suo nome, per far fiorire il commercio di quell'isola
coll'erezion di varie saline, con attendere alle miniere, con fabbricar
cannoni e mulini da polve da fuoco, e con incoraggiar l'agricoltura
e la pesca. Ma non si verificò il di lui arrivo. Fu bensì vero che
nel dì 5 di febbraio sbarcarono alla Bastia, capitale di quel regno,
tre mila uomini di truppe franzesi, sotto il comando del conte di
Boissieux. Aveano i Genovesi implorato il patrocinio della Francia
in questo loro troppo lungo e dispendioso disastro; se pure non fu la
corte di Francia, che attenta ad ogni foglia che si muova in Europa,
per sospetto che gli Spagnuoli un dì non si prevalessero di quella
sollevazione per impadronirsi della Corsica, esibì alla repubblica
le sue forze per terminar quella pugna. Certo è, che colà furono
trasportate le suddette milizie, non già con animo d'infierire contro
quella valorosa nazione, a cui non mancavano delle buone ragioni,
ma per istudiar la via di pacificarla coll'esibizione di oneste
condizioni. Infatti se ne trattò; si rimisero i Corsi riverentemente
alla giustizia e saviezza del re Cristianissimo; diedero anche degli
ostaggi; e per questo si fece pausa alle ostilità, ma senza che
seguisse accordo alcuno.
Venuto il settembre, si tornò a spacciare come avvenimento indubitato
che il baron Teodoro con tre vascelli di bandiera straniera era nel dì
13 di esso mese giunto in Corsica a Porto Vecchio, con fare intendere
ai sollevati la provvision delle artiglierie, armi e munizioni da
lui condotte su quei navigli; e che perciò di nuovo si fosse fatta
un'unione universale de' Corsi, per mantenergli l'ubbidienza. Si vide
anche la lista di tutto il suo carico, e fu assicurato che nel dì 16
del suddetto settembre scese a terra fra i viva di un gran concorso
di popolo; ma che poscia nel dì 15 d'ottobre s'era ritirato a Porto
Longone, o pure in Sardegna; e ciò perchè furono intimoriti i Corsi
da una lettera circolare del general franzese, che minacciava loro
l'indignazione del re Cristianissimo, se più ubbidivano al barone
suddetto. Aggiunsero, ch'egli era dipoi approdato a Napoli, dove,
d'ordine della corte, fu catturato, e in appresso fatto uscire
del regno. Non so io dire se vere o finte fossero tutte queste
particolarità. Se un giorno qualche fedele e ben informato scrittore
ci darà la storia di tante scene di quella tragedia, può sperarsi
che rimarrà allora dilucidato il vero dalle molte ciarle sparse per
l'Europa di quello emergente; tale certamente, che facea dello strepito
dappertutto. Fermossi per alcuni mesi il principe real di Polonia e
Sassonia _Federigo Cristiano_ in Napoli, godendo le delizie di quella
gran città, corte e territorio, ma infastidito alquanto per la rigorosa
etichetta spagnuola, che non gli permetteva nè pur di trovarsi a tavola
colla regina sorella. Dopo aver questo principe lasciato in quella
corte e città illustri memorie della sua magnificenza e gentilezza,
arrivò a Roma nel dì 18 di novembre, e prese alloggio nel palazzo del
_cardinale Annibale Albani_ camerlengo. Potè allora quella gran città
conoscere in lui una rara pietà, costumi angelici, pregio di tutta la
real numerosa figliolanza del re di Polonia (e perciò grande onore del
cattolicismo), siccome ancora l'avvenenza del suo volto, e molto più
le altre belle doti dell'animo suo. Altro alla perfezione di questo
principe non mancava, se non robustezza maggiore nelle gambe. Nulla
aveano servito a lui per questo i bagni d'Ischia. I divertimenti di
questo generoso principe erano il commercio dei letterati, e la visita
di tutte le chiese, antichità, gallerie e cose più rare di Roma.
Anno di CRISTO MDCCXXXIX. Indiz. II.
CLEMENTE XII papa 10.
CARLO VI imperadore 29.
Sul principio di quest'anno furono rivolti gli occhi dei curiosi
alla comparsa in Italia di _Francesco duca di Lorena_ e gran duca di
Toscana, il quale, coll'arciduchessa _Maria Teresa_ sua consorte, e
col _principe Carlo di Lorena_ suo fratello, e con corte ed equipaggio
splendido nel dì 28 del precedente dicembre era giunto ai confini del
veneto dominio, dove gli fu fatto un solenne e magnifico accoglimento,
per parte della repubblica. Desideravano questi principi di consolare
colla graziosa lor presenza i nuovi sudditi della Toscana, e insieme
di riconoscere in che consistesse il cambio da essi fatto della
Lorena. Ma perciocchè in questi tempi s'era forte dilatata la peste
per l'Ungheria, Croazia ed altre provincie, che tutte aveano libero
commercio coll'Austria ed altri paesi sottoposti in Germania a sua
maestà imperiale; la veneta repubblica avea severamente bandite
tutte quelle contrade, nè permetteva commercio di chi procedeva
dalla Germania per venire in Italia, impiegando quel rigore che in
altri tempi è stato l'antemurale della salute sua e delle provincie
italiane. Grande stima ed ossequio professava il saggio senato veneto a
quegl'illustri principi, ma più eziandio gli stava a cuore la pubblica
sicurezza in tempi tanto pericolosi. Però non altrimenti accordò
loro il passaggio per li suoi Stati, che colla condizione di fare una
discreta contumacia. Loro perciò fu assegnato sul Veronese il palazzo
del conte Michele Burri, dove per qualche giorno si riposarono. Ma
perchè s'infastidirono in breve di quella nobil prigione, fece il gran
duca istanza a Venezia, affinchè gli si abbreviassero i giorni della
contumacia; e non venendo risposte concludenti, impazientatasi quella
nobilissima brigata, nel dì 11 di gennaio prese da sè stessa la licenza
di andarsene, e passò a Mantova. Nel dì 14 arrivarono questi generosi
principi a Modena, accolti colle maggiori dimostrazioni di stima e di
onore dal duca _Francesco III_, e dalle principesse sue sorelle, e qui
si fermarono godendo dei divertimenti loro preparati sino al dì 17, in
cui si mossero alla volta di Bologna, e di là continuarono il viaggio
sino a Firenze. Il dì 20 di gennaio fu quello in cui fecero il solenne
loro ingresso in essa città fra la gran calca del popolo e della
copiosa foresteria, fra le incessanti acclamazioni di que' sudditi,
che con archi trionfali, insigni illuminazioni ed apparati maestosi,
e col giuoco ancora del calcio, espressero il loro giubilo verso
dominanti pieni di tanta clemenza e gentilezza. Poscia nel dì primo di
marzo si portarono a Pisa, e di là a Livorno, nelle quali due città
ebbero motivo di ammirare i nobilissimi spettacoli e divertimenti,
spezialmente nell'ultima preparati a gara ed eseguiti in loro onore dai
Toscani, Inglesi, Franzesi, Olandesi, Giudei ed altre nazioni. Videro
anche Siena, portando poscia con loro un alto concetto di sì belle,
deliziose e grandiose città, simili alle quali certamente non le potea
mostrare il per altro riguardevole ducato della Lorena.
Dopo aver dato buon sesto agli affari economici e militari della
Toscana, la gran duchessa _Maria Teresa_ sul fine di aprile, desiderosa
di veder Milano, si mise in viaggio, e nel dì 10 arrivò a Reggio,
dove, in occasion della fiera, si trovava la corte estense; ed ivi non
solo godè, ma anche ammirò una delle più splendide e singolari opere
in musica che si facessero allora in Italia: tanta era l'abilità dei
cantanti e le vaghezza delle scene. Avea preso il gran duca _Francesco_
suo consorte la risoluzione di passar per mare a Genova, e di là
trasferirsi a Torino, a fin di visitare la _regina di Sardegna_ sua
sorella. Ma ito per imbarcarsi a Livorno, trovò cotanto in collera il
mare, che, mutato pensiero, e prese le poste per terra, all'improvviso
raggiunse in Reggio la real sua consorte. Se ne andarono poscia nel
primo dì di maggio alla volta di Milano; ma il gran duca col _principe
Carlo_ da Piacenza s'inviò verso Torino, dove giunto nel dì 3 ricevette
ogni maggior finezza da quella magnifica corte. Comparvero poi anche
questi due principi nel dì 6 a Milano, e dopo qualche giorno se ne
tornarono tutti in Lamagna, avendo lasciato dappertutto viva memoria
della somma lor benignità ed amabili costumi. Andava in questi tempi
sempre più il pontefice _Clemente XII_ sentendo il peso degli anni, di
modo che si trovava bene spesso per la debolezza confinato in letto, e
sopra tutto perdè l'uso della vista. Contuttociò, continuando il vigor
della sua mente, non tralasciava punto di accudire non meno al secolare
che all'ecclesiastico governo. Anche in letto teneva concistoro, ed
ascoltava le varie congregazioni. Dopo parecchi mesi di soggiorno in
Roma, finalmente se ne partì il real principe di Sassonia _Federigo_,
portando seco la gloria d'una singolar pietà, e di avere esercitata
sì gran liberalità e cortesia verso grandi e piccioli, che di lui
durerà in quelle parti una ben lunga memoria. Venuto per la Toscana,
giunse nel dì 21 di novembre a Modena, dove si fermò per tre giorni
a godere delle cose più rare di questa corte, e dipoi passò a Milano,
con animo di quindi portarsi a Venezia per li divertimenti del seguente
carnovale.
Sul fine del precedente anno e nei primi mesi del presente corsero
di nuovo false voci che il baron Teodoro fosse sbarcato in Corsica,
e vi si trattenesse incognito; e la curiosità d'ognuno era attenta ad
osservare qual frutto producessero i maneggi del conte di Boissieux,
comandante delle truppe franzesi in quell'isola, per pacificare i
sollevati. Pareano disposti i Corsi ad abbracciar l'accordo esibito
loro con alcune vantaggiose condizioni; ma una sola non ne sapeano
digerire, cioè quella di dover consegnare tutte le loro armi; perchè,
non fidandosi dei Genovesi, troppo duro e pericoloso sembrava ad essi
il privarsi di que' mezzi che soli poteano far eseguire la proposta
capitolazione, caso mai che a questa si mancasse. Ricalcitrando
dunque essi a sì fatta concordia, si mise in testa il Boissieux di
parlare d'altro tenore, ed inviò un distaccamento di truppe al borgo
di Biguglia, per costringere colla forza quegli abitanti a ricevere
la legge. Era il dì 13 di dicembre del 1738: si venne alle mani, e
vi restarono uccisi e prigioni non pochi Franzesi, che talun fece
ascendere a centinaia, il che fu creduto una falsa esagerazione.
Questo fatto dall'un canto riaccese il fuoco de' Corsi, e dall'altro
eccitò lo sdegno della corte di Francia contra d'essi, perchè il re,
udito l'affare, giudicò essere questo non più impegno de' Genovesi,
ma della sua corona. Perciò diede ordine che passasse colà con buon
rinforzo di truppe il _marchese di Maillebois_ tenente generale
atto a farsi ubbidire; poichè in quanto al _conte di Boissieux_,
egli per infermità lasciò in questi tempi la vita nella Bastia.
Intanto le gazzette spacciavano a più non posso nuove, cioè che il
baron Teodoro si trovava in Corsica; che a _don Filippo_ infante di
Spagna era destinato il dominio di quell'isola, e tanto più perchè
s'intese stabilito il matrimonio di questo principe con madama _Luigia
Elisabetta di Francia_, primogenita del re Cristianissimo _Luigi XV_,
matrimonio, dissi, che fu poi compiuto e solennizzato in Versaglies nel
dì 26 d'agosto dell'anno presente. Teodoro dovea essere vicerè d'esso
infante, sua vita natural durante. Sogni tutti della sfaccendata gente
erano questi, nè in quelle regie corti apparve mai pensiero di voler
pregiudicare ai diritti della repubblica di Genova.
La verità si è, che il marchese di Maillebois sbarcò in Corsica
con delle nuove truppe; e siccome personaggio di grande attività,
pubblicò tosto un proclama, ordinando a tutti i Corsi di deporre
l'armi, e di rimettersi alla clemenza di sua maestà Cristianissima,
in pena di essere trattati da ribelli. Perchè i sollevati risposero
con un manifesto, modesto sì, ma che finiva in dire: _Melius est mori
in bello, quam videre mala gentis nostrae;_ quel comandante spedì
in Provenza ad imbarcare altre milizie. Ora da che si vide in buon
arnese, venuto il mese di giugno, uscì in campagna con tutte le sue
forze. Il terrore marciava avanti di lui; e però non tardarono gli
abitanti delle pievi d'Aregno, Pino, Sant'Andrea, Lavatoggio, ed altre
ch'io tralascio, a rendersi ai di lui voleri. Anzi i principali capi
dei sollevati andarono a trattare con esso Maillebois, protestandosi
pronti di sottomettersi agli ordini venerati del re Cristianissimo,
con isperanza che sua maestà si degnerebbe di proteggerli, e di rendere
loro buona giustizia. Pertanto non finì l'anno presente, che tutti quei
popoli, a riserva di pochi ostinati, depositate in mano de' Franzesi
le loro armi, accettarono il perdono, e si mostrarono ubbidienti,
invasati intanto da una dolce lusinga di non dover più tornare sotto
i Genovesi, ma che tutto quel mercato fosse per dar loro un principe
della real casa di Borbone. Tale era anche la comune immaginazione
degli speculatori dei gabinetti principeschi. Nè faceano caso essi
dall'osservare che, per consiglio del Maillebois, i primarii capi della
ribellione uscivano di Corsica, e si ricoveravano in Toscana, Napoli
e Stato ecclesiastico. Intanto i Franzesi si ridussero a' quartieri
d'inverno, e la maggior parte d'essi provò fiere malattie, e allo
incontro il Maillebois senza misericordia facea impiccar tutti coloro
che fossero colti con armi da fuoco, o continuassero nella sedizione.
Sente ribrezzo la penna mia, ora che io sono per accennare la
lagrimevol campagna fatta dall'armi cristiane nella Servia ed Ungheria
nell'anno presente. Nulla avea ommesso l'_imperador Carlo VI_ per
formare un'armata capace di ricuperar la gloria perduta nei due
precedenti anni, e di reprimere gli sforzi degli orgogliosi Ottomani,
i quali per li passati prosperosi avvenimenti aveano alzata forte la
testa, e si rideano di chi loro parlava di pace. Non mancò il pontefice
_Clemente XII_ di spedirgli un dono di cento mila scudi, e il duca di
Modena _Francesco III_, gl'inviò due battaglioni di ottocento uomini
l'uno. Un gran corpo di valorose milizie bavaresi e sassone, ed altre
di altri principi della Germania, erano marciate per tempo alla volta
di Belgrado. I più discreti calcolavano quell'esercito almeno di
sessanta mila combattenti; e si sa qual bravura alligni in petto alla
nazion tedesca. Trattossi di scegliere il supremo comandante di sì
fiorita armata, e fu proposto il maresciallo _conte Oliviero Wallis_,
come creduto il migliore degli altri, anche per testimonianza del fu
maresciallo di Staremberg. Fama corse che a tal elezione ripugnasse
l'ottimo e giudizioso augusto monarca, per le relazioni più volte a
lui date, che questo generale fosse uomo impetuoso e bestiale, e che
avesse il segreto di farsi poco amare dagli altri, del che aveva egli
lasciato anche in Italia e in Sicilia più d'una memoria. Ma il buon
imperadore, siccome quegli che ordinariamente giudicava meglio degli
altri, ma poi si arrendeva al parere dei più, credendo che a tante
teste avesse da cedere il sentimento di un solo, si lasciò indurre a
concedere al Wallis il supremo comando dell'armi in questa campagna.
Andò esso generale a mettersi alla testa di quell'esercito, e trovò che
il gran visire veniva con un'armata ascendente a sessanta mila Turchi,
ma che andava ogni dì più crescendo per altri rinforzi di gente che
sopravvenivano.
Trovavasi il Wallis col grosso dell'esercito suo a Zwerbrusck, quattro
leghe distante da Belgrado, quando intese che un corpo di Turchi era
ito a postarsi nel vantaggioso posto di Crotska, tre leghe lungi dal
suo campo; e tosto lo sconsigliato generale, dopo aver tirato nel
suo parere il consiglio di guerra, prese la risoluzione di andarli ad
assalire nel dì 22 di luglio, festa di santa Maria Maddalena, voglioso
di scacciarli da quel posto, prima che vi si trincierassero. Dissi
sconsigliato, perchè prestata troppa fede alla sola relazione di una
spia doppia, non cercò prima di chiarirsi, se si trovasse in Crotska
non già un distaccamento, ma bensì tutta l'armata dei musulmani col
gran visire, e già in parte trincierata; e perchè avea bensì ordinato
al generale Neuperg di passare il Danubio, e di venire ad unirsi seco
col suo corpo consistente in circa quindici mila soldati; ma poi senza
volerlo aspettare a cagion dell'emulazione che era fra loro, attaccò
la mischia. Quel che è più, perchè volle assalire i nemici ben postati
fra i boschi, e con istrade sì strette ed intralciate, che non si potè
formare se non una lieve linea, e questa esposta alla moschetteria de'
nemici, i quali la battevano per fianco, allorchè volle inoltrarsi o
retrocedere. Oltre a ciò, marciò innanzi il Wallis con soli quattordici
reggimenti di cavalleria e diciotto compagnie di granatieri, senza
esser secondato dalla fanteria, che tardi poscia arrivò. Che ne
avvenne dunque? restò quasi interamente disfatto dai Turchi quel corpo.
Sopraggiunta la fanteria per sostenere la ritirata di chi era restato
in vita, si trovò anch'essa impegnata nel sanguinoso combattimento.
Male passò anche per questi; ed ostinatosi il maresciallo nella
speranza di rompere i nemici, allorchè giunse il Neuperg colle sue
milizie, continuò la battaglia sino alla notte, che pose fine al
macello. Quanta gente perdessero i Turchi, non si potè sapere: fu
creduto che molta. Ma seppesi bene, che l'armata cesarea vi ricevette
una terribil percossa, perdè il campo della battaglia, e restò sì
estenuata e confusa, che nel dì seguente si ritirò di là dal Danubio,
lasciando Belgrado esposto all'assedio, a cui tosto si accinsero i
Turchi. Voce comune fu che almeno sei mila fossero i Tedeschi uccisi,
e forse altrettanti i feriti. Che maggiore nondimeno fosse la perdita,
si potè arguire da quanto poscia avvenne. Videsi allora che differenza
passi, fra un saggio ed accorto generale ed un altro di tempra diversa,
che non sa temporeggiare occorrendo, nè conosce qual sia il tempo,
e quale il sito per assalire i nemici. Il _principe Eugenio_, benchè
posto fra Belgrado, città allora de' Turchi, e fra la poderosa oste
d'essi Musulmani, quando conobbe il tempo, riportò un'insigne vittoria.
Il Wallis, tuttochè avesse alle spalle Belgrado ubbidiente a lui, e
potesse fermarsi nelle linee d'esso principe Eugenio, e schivare il
pericoloso cimento; pure, senza essere forzato, volò a cercare la
rovina, non men dell'esercito cesareo, che della propria riputazione;
e si sa che, in vedere sì gran flagello, esclamò: _Non ci sarà una
palla anche per me?_ Che in questa battaglia stesse a' fianchi del
gran visire l'infame conte di Bonneval, fu comunemente creduto; è a lui
attribuito l'uso delle baionette nella fanteria turchesca, e alle sue
lezioni l'avere con tant'ordine e bravura combattuto quei Barbari.
Pure qui non finì la catena delle disavventure. Strinsero tosto i
Turchi la città di Belgrado, e cominciarono col cannone e colle bombe
a tempestarla. Ossia che il _marchese di Villanuova_ ambasciatore del
re di Francia, spedito da Costantinopoli al gran visire col giornaliero
assegno di cento cinquanta piastre fattogli dal gran signore, movesse
tosto parola di pace, o che in altra maniera procedesse l'affare;
fuor di dubbio è ch'egli ne fu mediatore. Andò il conte di Neuperg nel
campo turchesco a trattarne; non ebbe la libertà di uscir quando volle;
ma giacchè avea plenipotenza dal Wallis, strinse in pochi giorni la
concordia, cedendo agli Ottomani la Servia tutta con Belgrado, le cui
fortificazioni si avessero a demolire; ed in oltre ad essi rilasciando
Orsova e la Valacchia imperiale. Appresso si vide l'inaspettata
scena, che senza aspettare risposta e ratificazione alcuna dalla
corte cesarea, fu ben tosto consegnata agl'infedeli una porta di
Belgrado. Persone trovatesi in quella brutta danza sostenevano, non
essere rimasto sì sfasciato l'esercito cesareo, che non avesse potuto
impedire un sì gran precipizio di cose; e che quella pace fu un
imbroglio straordinario, di cui non s'intesero giammai i misteri, ma si
provarono ben le triste conseguenze. A rendere maggiormente deplorabile
la presente catastrofe di cose, si aggiugne, che il felice esercito
dell'imperatrice russiana di circa ottanta mila persone, comandato dal
generale _conte di Munich_, passato per Polonia, valicò il Niester;
diede nel dì 28 di agosto una memorabil rotta ai Turchi e Tartari,
si impadronì della rinomata fortezza di Coczim; entrò vittorioso nel
dì 14 di settembre in Jassi capitale della Moldavia, di modo che sì
quella provincia, come la Valacchia, restavano sottratte al giogo de'
Turchi. Un poco di tempo che avesse aspettato il Vallis, si trovava
astretto il gran visire ad accorrere contro i vincitori Russiani; ed
unendosi allora l'armi cesaree colle russiane, poteano sperare maggiori
progressi contro il comune nemico. Cagion fu la tregua stipulata fra
Cesare e la Porta che l'ambasciator franzese marchese di Villanuova,
nel dì 18 di settembre, inducesse anche il plenipotenziario della
Russia alla pace, con restar Azof smantellato affatto, e restituito
tutto l'occupato ai Turchi in Europa. Portato che fu a Vienna l'avviso
di sì gran nembo di sciagure, non si può dire quanto se ne affliggesse
l'augusto _Carlo VI_, sì per la scemata riputazion delle sue armi,
come per la perdita di sì importante piazza, e per la maniera di questo
avvenimento. Diede anche nelle smanie tutto il popolo di Vienna contra
del Wallis e del Neuperg, talmente che la vita loro non sarebbe stata
in salvo, se fossero capitati allora colà. Proruppero eziandio in voci
ingiuriose contro il _marchese di Villanuova_, ambasciatore di Francia,
come di ministro venduto alla Porta, quasichè egli in tale occasione
avesse assassinati gli affari dell'imperadore; per le quali dicerie
si risentì non poco l'altro ambasciator franzese di Vienna. Delle
azioni ancora dei suddetti due generali sì altamente rimase disgustato
l'imperial ministero, che spedì subito ordine in Ungheria pel loro
arresto, e che fosse formato il processo de' lor mancamenti. Anzi
pubblicò essa corte un manifesto, dove espose tutte le disubbidienze e
la mala condotta d'amendue, la quale avea necessitato l'augusto monarca
ad accettare una sì vergognosa tregua, giacchè la troppo affrettata
consegna di Belgrado troncava il passo ad ogni altra risoluzione. Non
si può già senza sdegno rammentar così dolorosa tragedia; se non che
debito nostro è di chinare il capo davanti agli occulti giudizii di
Dio.
Picciolo Stato in Italia è San Marino, situato dieci miglia lungi
da Rimini fra gli Stati della Chiesa e della Toscana. Consiste esso
in un borgo con forte rocca, situato sopra la sommità d'un monte,
con cinque o sei castella o comunità da esso dipendenti; ma ornato
d'una invidiabil prerogativa, perchè quel popolo, indipendente
da ogni principe, si governa a repubblica sotto la protezion del
romano pontefice, il quale nondimeno vi conserva qualche diritto di
sovranità. Diede nell'anno presente questa repubblica un buon pascolo
ai novellisti per un'impensata mutazione ivi succeduta. Era tuttavia
legato di Ravenna il _cardinale Giulio Alberoni_. Rappresentò egli a
Roma, trovarsi malcontenti que' popoli della propria libertà, perchè il
governo era caduto in oligarchia, cioè che venivano essi tiranneggiati
da alcuni pochi prepotenti, e però sospirar essi di suggettarsi al
soave e ben regolato governo della Chiesa romana, ed averne molti di
loro fatte replicate istanze al medesimo cardinale. Le saggie risposte
della sacra corte furono, che esso porporato sussistendo l'oppressione
e il desiderio suddetto dei Sanmarinesi, si portasse ai confini del
loro paese, e quivi aspettasse coloro che volontariamente venissero
ad implorar la sua protezione; e qualora la maggiore e più sana parte
del popolo di San Marino si trovasse volonterosa di passare sotto
l'immediato dominio della santa Sede, ne stendesse un atto autentico,
e andasse a prenderne il possesso, con facoltà di regolar ivi il
governo, e di confermar lutti i lor privilegii a quella gente. Bastò
questo al cardinale, perchè senza tante cerimonie, e senza fermarsi
alle formalità dei confini, si portasse improvvisamente a San Marino,
dove chiamò ancora ducento soldati riminesi e tutta la sbirraglia
della Romagna, e si fece dare il possesso della rocca, che si trovò
sprovveduta di tutto. Poscia nel dì 25 di ottobre ad una messa solenne
chiamò i pubblici rappresentanti del borgo, ossia della città e delle
altre comunità a prestare il giuramento di fedeltà alla santa Sede. I
più giurarono, ma molti ancora pubblicamente ricusarono di farlo, ed
altri se n'erano fuggiti, per non acconsentire a questo sacrifizio.
Ciò non ostante, prese il cardinale giuridicamente il possesso, vi
pose un governatore, e diede buone regole pel governo in avvenire. Ma
poco stettero a giugnere al santo padre i richiami e le querele dei
Sanmarinesi, con rappresentare alla santità sua essere proceduta quella
dedizione non dalla libera elezione del popolo, ma parte dalle lusinghe
e parte delle minaccie, in una parola dalla prepotenza e violenza
del cardinale, che gli avea sorpresi con genti armate, ed avea fatto
carcerar varie persone, e saccheggiar quattro o cinque dei renitenti
alla dedizione, con pretendere ancora nata la persecuzione del legato
da alcune sue private passioni ed impegni.
Nell'animo giusto del pontefice e dei più saggi ed accreditati
cardinali fece grande impressione questo discorso e doglianza; e tanto
più perchè il legato Alberoni non aveva eseguiti gli ordini a lui
prescritti nelle lettere del _cardinale Firrao_ segretario di Stato, nè
si conformavano colla verità molte cose da lui rappresentate al papa,
come con sua lettera esso segretario di Stato significò al medesimo
Alberoni nel dì 14 di novembre. Perciò il santo padre, alieno da ogni
prepotenza e da ogni anche menoma ombra di usurpazione, non approvò
l'operato fin qui. Tuttavia perchè non pochi dei Sanmarinesi veramente
di cuore bramavano di sottoporsi alla santa Sede, deputò commissario
apostolico monsignor _Enrico Enriquez_, governatore di Macerata,
personaggio cospicuo pel sapere, per la prudenza e per la sua nota
integrità (che oggidì nunzio pontifizio nella real corte di Spagna,
va accrescendo il capitale del suo merito), con ordine di portarsi a
San Marino, di prendere i voti liberi di quella gente, e di annullar
gli atti precedenti, qualora si trovassero contrarii alla retta
intenzione della santità sua, e di prescrivere poscia per bene di esso
popolo un saggio regolamento, a fine di esentarlo spezialmente dalla
soperchieria di chi in ogni governo, senza essere principe, tende a dar
legge a tutti gli altri. Intanto i Sammarinesi, da che fu partito il
_cardinale Alberoni_, pubblicarono un manifesto, dove si vide esposto
come ingiusto e violento tutto il procedere di questo porporato, la
cui penna non istette in ozio, e procurò di ribattere le ragioni e i
lamenti di quel popolo. Grande strepito faceano parimente in questi
tempi per l'Italia, anzi per l'universo, le mirabili azioni dello
_scach Nadir_, ossia di _Tamas Kulickan_ sofì della Persia, che, non
contento di avere ricuperata la provincia di Candahar, e prese le altre
di Cabul e Lahor, portò l'armi vittoriose sino al cuore del vastissimo
imperio del gran Mogol, o sia dell'Indostan, con dare una terribile
sconfitta agl'Indiani nel dì 22 di febbraio, con occupare la stessa
capitale di Delhi, ed impadronirsi, oltre ad altre ricchezze, del
famoso gioiellato trono di quel monarca, cioè d'un principe avvilito
qual Sardanapalo nella voragine dei piaceri. Ma se è vero che sulla
buona fede portatosi a lui lo stesso Mogol, fosse ritenuto prigione, e
che esso Kulichan facesse in Delhi un macello di ducento mila persone,
questo rinomato eroe, questo novello Tamerlano, denigrò di troppo con
tal tradimento e con tanta crudeltà la propria gloria.
Anno di CRISTO MDCCXL. Indizione III.
BENEDETTO XIV papa 1.
CARLO VI imperadore 30.
Esercitò in quest'anno la morte la sua potenza sopra alcune delle
più riguardevoli principesche teste della cristianità. Il primo a
farne la pruova fu il sommo pontefice _Clemente XII_, già pervenuto
all'età d'anni ottantotto. Pel peso di tanti anni s'era da molto tempo
infievolita la sua sanità, gli occhi più non gli servivano, e costretto
a vivere per lo più io letto, quivi impiegava il residuo delle forze
della mente e del suo buon volere nella continuazion del governo,
aiutato in ciò dal _cardinale Corsini_ suo nipote, e dal gottoso
_cardinale Firrao_ segretario di Stato. Ebbe egli il tempo di ricevere
le informazioni spedite da _monsignor Enriquez_ commissario apostolico
intorno agli affari di San Marino; dalle quali risultava, che avendo
esso prelato esplorata la libera intenzione del consiglio di quella
città e del clero, e dei capi della comunità, la maggior parte si era
trovata costante nel desiderio dell'antica sua libertà. Il perchè egli,
secondo la facoltà a lui data, avea rimesso quei popoli in possesso
di tutti i lor privilegii, cassando gli atti del _cardinale Alberoni_.
Coronò il buon pontefice il fine del suo governo col confermare quella
determinazione, ricevuta in appresso con gran plauso dentro e fuori
d'Italia da ognuno; ma non già da esso cardinale Alberoni, il quale
formò tosto, ma pubblicò poi dopo qualche anno, un manifesto in difesa
propria, di cui sommamente si dolse la corte di Roma, per aver agli
intaccato il ministero, e messe in luce senza licenza lettere a lui
scritte dal segretario di Stato. Ora il decrepito pontefice nel dì 6
di febbraio passò a miglior vita, dopo avere governata la Chiesa di
Dio nove anni e mezzo con lode di molta prudenza, zelo e giustizia,
glorioso per aver ornata Roma di magnifici edifizii; eretto uno spedale
per li fanciulli esposti, fabbricato l'insigne palazzo della Consulta,
arricchito il campidoglio di una impareggiabile copia di rare statue
e d'altre antichità, e la biblioteca Vaticana di preziosi manuscritti
orientali, portati in Italia da monsignor Assemani primo custode della
medesima, e per aver procurato a Ravenna e ad Ancona molti comodi ed
ornamenti. Non si sa che la già ricchissima casa sua profittasse con
arti improprie, nè con esorbitanza della di lui fortuna, avendo il
pontefice anche in ciò fatto comparire la moderazione sua, e schivato
ogni eccesso del nepotismo.
Nel dì 18 di febbraio si richiusero nel conclave i sacri elettori, e
cominciarono i lor maneggi colle consuete discrepanze delle fazioni.
Abbondavano certamente in quell'insigne adunanza personaggi degnissimi
del triregno; pure con istupore d'ognuno non si venne per mesi e
mesi ad accordo alcuno, talmente che durò la lor prigionia per sei
mesi continui: dilazione di cui da gran tempo non si era veduta la
simile. Sa Iddio, quando vuole, sconcertar le misure e gl'imbrogli
degli uomini, e chiaramente in questa congiuntura gli sconcertò,
perchè alzò al pontificato chi n'era sommamente meritevole, ma non
era stato proposto in addietro, nè punto aspirava a sì gran dignità.
Andavano a vele gonfie la fazione corsina e i cardinali franzesi
e spagnuoli in favore del _cardinal Pompeo Aldrovandi_ Bolognese,
persona che in acutezza e prontezza di mente, e nella scienza degli
arcani della politica avea niuno o pochi pari. Tuttavia al _cardinal
Annibale Albani_ Camerlengo, capo della fazione dagli zelanti, parve
che a questo degno soggetto mancasse alcuna delle doti che si esigono
in chi ha da essere insieme principe grande, e, quel che più importa,
ottimo pontefice. Però seppe egli così ben intralciar le cose, che non
si giunse mai ai voti sufficienti per l'elezione dell'Aldrovandi, il
quale, da che vide preclusa a sè stesso la strada per salire più alto,
generosamente si adoperò perchè l'elezione cadesse in uno degli altri
due ben degni porporati della patria sua, cioè nei cardinali _Vicenzo
Lodovico Gotti_ e _Prospero Lambertini_. Improvvisamente adunque, come
eccitati dalla voce di Dio, nel dì 16 d'agosto inclinarono gli animi
concordi del sacro collegio nella persona d'esso cardinale Lambertini,
che era ben lontano dai desiderii di questo peso ed onore, e nel dì
susseguente ne fecero la solenne elezione, poi canonizzata dal plauso
universale di chiunque conosceva il singolar merito personale di lui.
Prese egli il nome di _Benedetto XIV_, per venerazione al santo
pontefice da cui era stato decorato della sacra porpora. Era egli
nato in Bologna di casa antichissima e senatoria nel dì 31 di marzo
del 1675 e però giunto all'età di sessantacinque anni. Dopo aver
fatti i principali suoi studi in Roma, ed esercitate con gran lode
varie cariche nella prelatura, fu nel 1728 dichiarato cardinale
da papa _Benedetto XIII_, poscia promosso al vescovato d'Ancona, e
finalmente creato arcivescovo di Bologna. Dovendo il romano pontefice
essere maestro nella Chiesa di Dio, non si potea scegliere a sì
alto ministero persona più propria di lui per la sua gran perizia
de' canoni e dell'erudizione ecclesiastica, di cui già avea dato
illustri pruove con quattro tomi _De servorum Dei beatificatione_,
e _De Sanctorum canonizatione_, e colle _Istruzioni_ sue pastorali
intorno alle feste della Chiesa e al sacrifizio della Messa, e con
un'altra utilissima _Raccolta di decisioni ed editti_ spettanti alla
disciplina ecclesiastica, dai quali si raccoglie quanto ampia sia la
sua letteratura e ardente il suo zelo, talmente che da più secoli
non era stata provveduta la Chiesa di Dio di un pontefice sì dotto
e pratico del pastorale governo. A questi pregi si aggiugneva quello
dei suoi costumi, fin dalla sua prima età incorrotti, la delicatezza
della coscienza, ed una costante professione e pratica della vera
pietà. Miravasi anche in lui una rara vivacità di spirito; e quantunque
egli fosse impastato di un nitro che facilmente prendeva fuoco, pure
questo fuoco non durava che momenti, perchè tosto smorzato dalla sua
imperante virtù. Ora il novello pontefice nella sera dello stesso dì
16 di agosto pubblicamente passò alla visita della basilica Vaticana,
per quivi venerare il santissimo Sacramento, e fare orazione alla
sacra tomba dei principi degli Apostoli. Fu quivi che l'immenso popolo,
accorso a vedere il sospirato pastore, attestò con vive acclamazioni
il suo giubilo. Seguì poi nel dì 25 d'esso mese la funzion solenne
della sua coronazione; dopo di che si applicò egli vigorosamente al
governo, avendo scelto per segretario di stato il _cardinale Valenti
Gonzaga_, prodatario il _cardinale Aldrovandi_, prefetto dell'indice
il _cardinale Querini_ vescovo di Brescia, segretario dei memoriali
_monsignor Giuseppe Livizzani_, e confermato segretario dei brevi il
_cardinale Passionei_.
Mancò eziandio di vita nel dì 31 di maggio _Federigo Guglielmo_ re di
Prussia, a cui succedette il primogenito, cioè _Federigo III_, principe
di spiriti sommamente guerrieri, del che poco staremo a vederne
gli effetti. Similmente terminò i suoi giorni nella notte del dì 28
di ottobre _Anna Ivvanovva_ imperadrice della gran Russia gloriosa
per le sue imprese contra dei Tartari e de' Turchi, dichiarando suo
successore il fanciullo _principe Giovanni_, nato dalla _principessa
Anna_ sua nipote, e dal principe _Antonio Ulrico di Brunsvich_ e
Luneburgo. Ma fra le morti che sommamente interessarono l'Italia
anzi l'Europa tutta, quella fu dell'_Imperadore Carlo VI_. Era egli
pervenuto alla età di cinquantacinque anni e pochi giorni, età florida,
accompagnata da una competente sanità. Desiderava ognuno e sperava,
che Dio lungamente lasciasse in vita quest'ottimo Augusto, perchè
mancante in lui la discendenza maschile della gloriosissima casa
d'Austria, che per più di quattro secoli con tanta lode avea governato
l'imperio romano, ben si prevedeva, che la non mai quieta nè sazia
ambizione dei potentati avrebbe aperta la porta a un seminario di
liti e di guai. Prognosticavasi ancora, che poco sarebbe rispettata la
prammatica sanzione, da lui saggiamente stabilita, e creduta antidoto
valevole a risparmiare i temuti mali. Ma altrimenti dispose la divina
Provvidenza, i cui occulti giudizi tanto più son da adorare, quanto
meno ne intendiamo le cifre. Sorpreso questo monarca nel dì 15 di
ottobre da dolori nelle viscere, da gagliardo vomito e da febbre, andò
in pochi dì peggiorando, e però, dopo aver data con tenerezza alle
figlie arciduchesse la paterna benedizione, e presi con somma divozione
i Sacramenti della Chiesa, coraggiosamente incontrò la separazione
dalla vita presente, accaduta nella notte precedente al dì 20 del mese
suddetto. Era desiderabile che un'egual costanza d'animo per altro
conto si fosse trovata in questo insigne Augusto; giacchè non si dee
tacere quello che il padre Agostino da Lugano cappuccino, rinomato
fra i sacri oratori, ed ora vescovo di Como, confessò nella funebre
orazione del monarca medesimo. Cioè, che portatoci _monsignor Paolucci_
nunzio apostolico, oggidì cardinale, a complimentare la maestà sua
cesarea nel di lui giorno natalizio, e ad augurarle lunga serie d'anni,
il buon imperadore gli rispose, questo essere l'ultimo della sua vita.
Interrogato del perchè, replicò di non poter sopravvivere alla gran
perdita fatta di Belgrado, antemurale della cristianità. Passò dunque
ad un miglior paese _Carlo VI_ imperador de' Romani, a tessere il cui
grandioso elogio non ebbero nè han bisogno alcuno le penne di chieder
aiuto dall'adulazione: tanta era la sua pietà, capitale ereditario
dell'augusta sua casa, tanta la saviezza, per cui non trascorse mai
in quelle debolezze alle quali è sottoposto chi più siede in alto,
tanta la clemenza e bontà dell'animo suo, che solamente si rallegrava
in far grazie, e in beneficar le persone degne, e in sovvenire ai
poveri, e solamente ripugnanza provava ai gastighi. Non m'inoltrerò
io maggiormente nelle sue vere lodi, e chiuderò in una parola il suo
ritratto, con dire ch'egli fu esemplare de' principi savii e buoni;
e se cosa alcuna in lui non si approvò, fu qualche eccesso della
stessa sua bontà, costume quasi trasfuso in lui per eredità dai suoi
benignissimi antenati.
Lasciò egli erede universale di tutti i suoi regni e Stati
l'arciduchessa _Maria Teresa_ primogenita sua, moglie di _Francesco
Stefano_ duca di Lorena e gran duca di Toscana: principessa, che
siccome per la beltà potea competere colle più belle del suo sesso,
così per l'elevatezza della mente, per la saviezza dei suoi consigli,
ed anche per forza generosa di petto, gareggiava coi primi dell'altro
sesso. Tosto fu ella riconosciuta dai sudditi per regina d'Ungheria
e Boemia, ed erede di tutti gli Stati e dominii dell'inclita casa
d'Austria. Diede ella principio in graziose maniere al suo governo
col rimettere in libertà i generali Seckendorf, Wallis e Neuperg,
e coll'isminuire d'alquanti aggravii i suoi popoli. Dichiarò ancora
correggente dell'austriaca monarchia il granduca suo consorte, colle
quali azioni, e con altre tutte lodevoli, confermò nei sudditi suoi la
speranza di provare come rinato nella figlia l'impareggiabile Augusto
_Carlo VI_. Ma che? poco durò questo bel sereno. Nel dì 3 di novembre
fu pubblicata in Monaco da _Carlo Alberto elettore di Baviera_ una
protesta preservatrice delle sue ragioni sopra gli Stati della casa
di Austria; nè egli volle riconoscere per regina ed erede di essi
Stati la gran duchessa suddetta. Si fondavano le pretensioni d'esso
elettore sopra il testamento di _Ferdinando I_ imperadore, in cui,
secondo la copia esistente in Monaco, si leggeva che la primogenita
dello stesso Augusto succederebbe nei due regni d'Ungheria e Boemia,
_caso che non vi fossero eredi maschi dei tre fratelli_ della medesima.
Da essa primogenita, cioè da _Anna d'Austria_, discendeva l'elettore
stesso. Perchè egli sempre ricusò di approvare la prammatica sanzione,
si studiò l'imperador Carlo VI vivente, per mezzo della corte di
Francia, di calmare sì fatta pretensione, con far conoscere difettosa
quella copia di testamento, tuttochè autenticata da un recente notaio,
perchè nell'originale di esso testamento non si leggeva quella parola
_maschi_, ma solamente _in caso che più non vi fossero legittimi eredi
dei tre suoi fratelli_, o simili parole tedesche, le quali atterravano
tutto l'edifizio formato dalla corte di Baviera. Essendo poi passato
all'altra vita esso Augusto, la regina, a fin di chiarire l'elettore
e il pubblico tutto di questa verità, pregò i ministri di tutti i
sovrani che si trovavano in Vienna, e massimamente quel di Baviera, di
raunarsi un dì in casa del vicecancelliere conte di Sintzendorf, per
esaminare il protocollo ed originale del sopraenunziato testamento.
Tutti l'ebbero sotto gli occhi, ed, attentamente osservandolo,
trovarono tale essere l'espressione del testatore Ferdinando augusto,
quale si sosteneva in Vienna. E perciocchè il ministro bavarese, non
contento di aver come gli altri ben considerata la verità di quelle
parole, portò anch'esso protocollo ad una finestra, per osservar
meglio contro la luce, se alcuna raschiatura o frode avesse alterato
il primario carattere, nè vi trovò alterazione alcuna: non potè
ritenersi il vicecancelliere dalla collera e dal prorompere contra di
lui in risentimenti per tanta diffidenza. Ma che questo ripiego nulla
servisse a distorre l'elettore dal proposito suo, non andrà molto che
ce ne accorgeremo; giacchè fondava egli la pretension sua anche sopra
il contratto di matrimonio della suddetta _Anna d'Austria_ col duca
Alberto di Baviera, e sopra altre parole del testamento stesso di
Ferdinando I Augusto. Un'altra pretensione parimente moveva la corte
di Baviera, e questa assai fondata e plausibile: cioè un credito di
alcuni milioni a lei dovuti, fin quando l'armi bavaresi concorsero
a liberar la Boemia dall'usurpatore palatino del Reno; per li quali
era stata promessa un'adeguata ricompensa. Restava tuttavia attesa
questa partita, nè gli Austriaci erano mai giunti a darne la piena
soddisfazione.
Videsi intanto la Francia, siccome garante della prammatica sanzione,
abbondare delle più dolci espressioni di amicizia verso la nuova
regina d'Ungheria, benchè stentasse molto a riconoscerla per tale.
Ma nello stesso tempo facea preparamento di milizie e d'armi, ed
altrettanto facevano dal canto loro gli Spagnuoli e il re delle Due
Sicilie. Ciò che poi sorprese ognuno, fu il vedere _Federico III_ re
novello di Prussia, nel mentre che professava un gagliardo attaccamento
agl'interessi della regina _Maria Teresa_, entrare improvvisamente,
prima che terminasse l'anno, colle sue armi nella Slesia, cominciando
egli prima il ballo, e dando principio a quelle rivoluzioni che già
si conoscevano inevitabili, perchè desiderava e sperava più d'uno di
profittare del deliquio patito dall'augusta casa d'Austria. Di questo
mi riserbo io di parlare all'anno seguente. Gli affari della Corsica
in quest'anno somministrarono motivi di molte speculazioni ai curiosi.
All'udire i Franzesi, tutta l'isola era già sottomessa agli ordini
loro; ma non appariva pure un barlume che ne fosse rilasciato il
possesso e dominio intero alla repubblica di Genova, nè che i Franzesi
pensassero a ritirarsene; anzi aspettavano essi un rinforzo di nuove
truppe, perchè le malattie aveano di troppo estenuate le lor forze.
All'incontro si trovavano dei corpi di malcontenti tuttavia sollevati;
e chiaramente si scorgeva che la sola forza riteneva gli altri
sottomessi in dovere, prevedendosi che dalla partenza dei Franzesi
altro non si poteva aspettare che il risorgimento dei segreti mali
umori in quella nazion feroce. Fra i ministri dell'imperadore e del re
cristianissimo in Parigi tenute furono varie conferenze per rimettere
la tranquillità nella Corsica, ma non se ne videro mai gli effetti.
Intanto da quell'isola prese commiato il barone di Prost, nipote del fu
re Teodoro, che fin qui s'era, con gran pericolo di cadere in man de'
Franzesi, trattenuto fra i sollevati nelle montagne. La sua partenza
rinvigorì non poco le speranze de' Genovesi.
Dopo essersi più mesi fermato in Venezia il real principe di Polonia
_Federigo_, e dopo aver goduto degl'insigni divertimenti a lui dati da
quella magnifica repubblica in più funzioni, finalmente nel fine di
maggio prese la via della Germania per ritornarsene in Sassonia, con
lasciare anche a quella dominante gloriose memorie della sua gentilezza
e munificenza. Fu in questi tempi che la real corte di Napoli, tutta
intesa a rimettere e far fiorire il commercio in quel regno, si avvisò
di permettere agli ebrei, già cacciati ai tempi di Carlo V Augusto, il
ritorno colà, e di poter fissar ivi l'abitazione. A questo fine furono
loro conceduti amplissimi privilegii ed esenzioni, tali nondimeno
che cagionarono stupore, anzi ribrezzo ne' cristiani, perchè fu loro
accordato di non portar segno alcuno, di abitar dovunque volessero, di
usar bastone e spada, e di poter acquistare stabili e insino feudi, con
gravissime pene a chi li molestasse. Però da varie parti dell'Europa
cominciarono a comparir colà uomini d'essa nazione, vantandosi di
volere e poter essi supplire ciò che i Napoletani potrebbono fare,
ma pare che non sappiano fare da sè stessi. Se quella corte vide ed
accettò volentieri questi baldanzosi forestieri, di altro umore fu
bene il popolo, e massimamente gli ecclesiastici di quella sì popolata
città, che non si poteano astenere dal declamare contro di essi anche
pubblicamente. Il padre Pepe gesuita, uomo di molta santità, e in gran
concetto presso la corte stessa, non rifiutò mai di detestare dal
pulpito l'introduzione di questa gente. Giunse anche un cappuccino
a tanta arditezza di dire al re, che la maestà sua non avrebbe mai
successione maschile finchè non licenziasse gl'introdotti ebrei. Ma col
tempo si vide cessare, e per altro mezzo, questo ondeggiamento. Cioè
tali segreti insulti andò facendo quello scapestrato popolo all'odiata
nazione giudaica, che niun di costoro osava di aprir pubbliche
botteghe. Giunse la plebe fino a minacciar loro un totale esterminio,
se per avventura non succedeva la consueta liquefazione del sangue di
san Gennaro, perchè questo creduto gran male si sarebbe attribuito al
demerito di ospiti tali, segreti odiatori del cristianesimo. In somma
tanto crebbe col tempo il timore nei medesimi giudei, che a poco a poco
andarono sfumando da Napoli; e se alcuna ve ne resta, è perchè poco
ha da perdere, e sa sottrarsi alla conoscenza del popolo. Riuscì per
lo contrario di molta soddisfazione ai regnicoli un trattato di pace e
navigazione stabilito in Costantinopoli dal _re don Carlo_ colla Porta
Ottomana nel dì 7 di aprile per mezzo del cavalier Finocchietti suo
plenipotenziario, per cui si aprì la libertà del commercio fra i Turchi
e i regni di Napoli e Sicilia, e cessò ogni ostilità fra essi, con
isperanza ancora che il gran signore impegnerebbe in un trattato simile
le reggenze di Algeri, Tunisi e Tripoli. Di sè, e non del sovrano,
attento al bene dei suoi popoli, si ebbe a dolere chi non profittò
di così bella apertura ai guadagni. Fu poi dichiarato ambasciatore il
principe di Francavilla, per passare alla Porta, con superbi regali da
presentarsi al gran signore.
Anno di CRISTO MDCCXLI. Indizione IV.
BENEDETTO XIV papa 2.
Vacante l'imperio.
Alle speranze concepute dalla corte e dal popolo romano intorno al
novello pontefice _Benedetto XIV_ si videro ben presto corrispondere i
fatti. Trovossi che seco su quell'augusto trono era passata la consueta
sua giovialità, affabilità e cortesia, e il costante abborrimento alla
sostenutezza ed al fasto. Molto più si scoprì aver egli accettata
quella pubblica dignità, non già per vantaggio proprio o della sua
nobil casa, ma unicamente per procurare il ben della Chiesa, per
giovare alla camera apostolica, e, per quanto fosse possibile, al
pubblico tutto. Pochi poterono uguagliarsi a questo buon pontefice
nel disinteresse e nella liberalità. Ciò che a lui perveniva o di
rendite proprie, o di regali, gli usciva tosto dalle mani. I poveri
spezialmente participavano di queste rugiade, e saccheggiavano il suo
privato erario. Un solo nipote _ex fratre_ aveva egli, cioè _don Egano
Lambertini_ senator bolognese. Gli ordinò di non venire a Roma, se
non quando l'avesse chiamato, e poi sempre si dimenticò di chiamarlo.
Anzi, all'osservare tanta sua munificenza verso degli altri, solamente
ristretta verso d'esso suo nipote, parve a non pochi che l'animo suo,
per troppo abborrire gli eccessi degli antichi nepotismi, cadesse poi
nel contrario eccesso, ossia difetto. Per varii bisogni o inconvenienti
de' tempi passati trovò egli la camera apostolica aggravata da una gran
somma di milioni di scudi, e dei frutti corrispondenti, e di molte
spese superflue. Impossibile conobbe la cura di sì gran male: pure
si applicò per quanto potè a procacciarne il sollievo, cominciando
da sè stesso, col riformare la propria tavola, e il proprio vestire e
trattamento, e non ammettendo se non il puramente necessario. Giacchè
era mancato di vita, durante il conclave, il _cardinale Ottoboni_,
conferì esso pontefice la carica di vicecancelliere al _cardinale
Rufo_, che generosamente rilasciò in benefizio della camera la maggior
parte del soldo annesso alla medesima. Sì pingue era in addietro
la paga delle milizie pontifizie, che ogni semplice soldato potea
dirsi pagato da uffiziale, e così a proporzion gli uffiziali stessi.
Dal santo padre fu riformato il salario non men degli uni che degli
altri; e de' soldati ne risparmiò cinquecento, non già cassandoli
senza misericordia, ma ordinando che, mancando essi di vita, non si
reclutassero. Trovò anche maniera di liberar la camera apostolica da
varie pensioni addossate alla medesima dai pontefici troppo liberali
della roba altrui. In una parola, tanto si adoperò, ch'essa camera
ripigliò gran vigore, e dove in addietro sbilanciava nelle spese,
cominciò a sperar degli avanzi.
Maggior premura ancora ebbe il vigilantissimo pontefice per la
riforma della prelatura e del clero, facendo sapere ad ognuno che
non promoverebbe agli uffizii ed impieghi, se non chi sel meritasse
coll'attestato della vita ben costumata e conveniente a persone
ecclesiastiche, e coll'applicazione agli studii. A questo fine furono
poscia dalla santità sua istituite quattro diverse accademie, nelle
quali spezialmente si esercitassero i prelati esistenti in Roma
in compagnia dei più cospicui letterati di quella gran metropoli,
dovendosi trattare de' canoni e concilii, della storia ecclesiastica,
della storia ed erudizione romana, e dei riti sacri della Chiesa.
Propose inoltre il santo padre di riformare il lusso massimamente
della nobiltà romana, sì per esentare le illustri case da dispendii,
talvolta superiori alle rendite loro, con far debiti, al pagamento dei
quali si trovava poi o molta difficoltà, o pure impotenza; come ancora
per ritener nello Stato il tanto danaro che n'esce, per soddisfar le
pazze voglie della moda. Si tennero su questo varie conferenze, e si
videro saggi progetti proposti dai conservatori della città. Ma chi lo
crederebbe? tanti ostacoli, tante riflessioni in contrario scapparono
fuori, sopra tutto per opera di chi profitta della balordaggine
degl'Italiani, che sì bel disegno rimase arenato. Istituì ancora una
congregazione di cinque porporati, per esaminar la vita e i costumi
dei destinati alla dignità episcopale. Di questo passo procedeva lo
zelantissimo pontefice _Benedetto XIV_, con accrescere il suo merito
presso Dio e presso gli uomini. Inviò egli in tanto col carattere di
nunzio straordinario alla dieta dell'elezione del nuovo imperadore
_monsignor Doria_, figlio del principe Doria, dichiarato arcivescovo
di Calcedonia, che con suntuoso equipaggio s'incamminò alla volta della
Germania.