XII_. Nulla valsero le forti insinuazioni fatte fare dalla santità sua
al _cardinal Coscia_ di rinunziare l'arcivescovato di Benevento. Egli
con tutta la mala grazia negò questa soddisfazione al santo padre;
e però continuarono i processi contro di lui nella congregazion de'
cardinali appellata _de Nonnullis_. Fu carcerato _monsignor vescovo
di Targa_ di lui fratello, con altri Beneventani, gente mischiata
negli abusi accaduti sotto il precedente governo. Il _cardinal Fini_
venne privato di voce attiva e passiva in ogni congregazione. Fu dipoi
intimata al Coscia la restituzione di ducento mila scudi alla camera
apostolica e alla tesoreria: somma indebitamente da lui percetta.
Questa fu la più sensibile stoccata all'interessato cuore di quel
porporato, e la sordida avidità sua, che l'avea consigliato a fare in
tante illecite maniere quell'ingiusto bottino, gli suggerì ancora il
ripiego per conservarlo. Portato il buon pontefice dalla sua natural
clemenza, non avea voluto mai condiscendere ad assegnare una stanza
in castello Sant'Angelo a questo porporato. Però, trovandosi egli in
libertà, seppe con falsi supposti ottenere dal _cardinale Cinfuegor_
ministro dell'imperadore un passaporto, e poscia se ne fuggì nel dì 31
di marzo, e travestito ora da cavaliere, ora da abbate ed ora da frate,
arrivò felicemente fin presso a Napoli, con implorare la protezione
del vicerè _conte d'Harrach_. Da Vienna, ove fu spedito un corriere,
venne poi la permissione ch'egli potesse dimorare ovunque gli piacesse
nel regno. Svegliossi in cuore del santo padre un vivo risentimento per
questa fuga, presa con dispregio degli ordini e divieti precedenti; e
però nel dì 12 di maggio fu pubblicato un monitorio, con cui al Coscia
s'intimava, che non tornando a Roma entro lo spazio di quel mese,
resterebbe privo di tutti i suoi benefizii: e se continuasse in quella
disubbidienza sino al primo d'agosto, verrebbe degradato dalla dignità
di cardinale. Furono poi nel dì 28 di maggio fulminate le scomuniche,
gl'interdetti ed altre pene contro di lui, che intanto facea volar da
per tutto dei manifesti in sua difesa; pretendendosi indebitamente
aggravato dalla congregazione suddetta. Chiamò poi in suo aiuto una
forte gota, spalleggiata dall'attestato veridico dei medici, acciocchè
gli servisse di scusa, se entro i termini prescritti non compariva
in Roma. Fu in questa occasione che il pontefice spedì ai principi
cattolici copia del processo formato contro del Coscia, dov'erano ben
caratterizzate le sue ribalderie; ma processo che fu poi processato da
molti, perchè dopo l'essersi rilevati tanti capi di reato, e dopo tanti
tuoni, si vide tuttavia la porpora ornare un personaggio che le avea
recato sì gran disonore. Vedrem nondimeno che non mancarono gastighi
alle colpe sue.
Dietro ad altro affare si scaldò medesimamente lo zelo di questo
pontefice. Cioè nel dì 8 di gennaio in una allocuzione fatta ai
cardinali nel concistoro segreto scoprì il santo padre l'intenzion
sua di disapprovare l'accordo già conchiuso fra il suo predecessore
e _Vittorio Amedeo_ re di Sardegna. A molti capi si stendeva quella
concordia, riguardanti l'immunità ecclesiastica, la nomina a varie
chiese e benefizii, e l'esercizio della giurisdizione dei vescovi.
Si aggiungeva la controversia per diversi feudi posti nel Piemonte e
Monferrato, e spezialmente Cortanze, Cortanzone, Cisterna e Montasia,
sopra i quali intendeva il re di esercitare sovranità, laddove il
pontefice pretendeva appartenere ai diritti della santa Sede, come
feudi ecclesiastici. Citati i nobili vassalli di que' luoghi a prestare
il giuramento di fedeltà al re, aveano ubbidito. Roma all'incontro
tali atti dichiarò nulli, e intimò le censure ed altre pene a chi
per essi feudi riconoscesse la regia camera di Torino. In una parola
s'imbrogliò forte l'armonia fra le due corti, e scritture di qua e di
là uscirono, e le controversie durarono sino al principio dell'anno
1742, siccome vedremo. A me non occorre dirne di più; siccome nè pure
di altre rilevanti liti che in questi stessi giorni ebbe la santa Sede
con gli avvocati e col parlamento di Parigi. Ma ciò che maggiormente
tenne in esercizio la vigilanza di esso sommo pontefice in questi
tempi, fu Parma e Piacenza. Quando si sperava che _Antonio Farnese_
duca di quella città avesse dal matrimonio suo da ricavar frutti,
per li quali si mantenesse la principesca sua casa, e restassero
frastornati e delusi i conti già fatti su quei ducati dai primi
potentati dell'Europa: eccoti l'inesorabil morte nel dì 20 di gennaio
del presente anno troncar lo stame di sua vita, ed estinguer insieme
tutta la linea mascolina della casa Farnese, che tanto splendore avea
recato in addietro all'Italia. La perdita sua fu compianta da tutti i
suoi sudditi, perchè già provato principe amorevole, splendido e di
rara bontà; anzi di tale bontà, che se più in lungo avesse condotto
il suo vivere, fu creduto che il suo patrimonio sarebbe ito sossopra,
sì inclinato era egli alle spese e alla beneficenza. Maggiore fu il
duolo, perchè già si prevedeva la gran disavventura di que' paesi, che,
perduto il proprio principe, correano pericolo di diventare provincia.
Nel testamento fatto da esso duca negli ultimi periodi di sua vita,
lasciò erede il ventre pregnante della duchessa _Enrichetta d'Este_ sua
moglie, e, in difetto di figli, l'_infante don Carlo_.
Avea già il _conte Daun_ governator di Milano, all'udire l'infermità
del duca, ammanito un corpo di truppe per introdurlo in Parma e
Piacenza; e però, accaduta che fu la morte di lui, il generale _conte
Carlo Stampa_, come plenipotenziario cesareo in Italia, nel dì 25 del
suddetto gennaio venne a prendere il possesso di quegli Stati _sotto
gli auspicii dell'imperadore a nome del suddetto infante di Spagna_,
senza mettersi fastidio degli stendardi pontifizii, che si videro
inalberati per la città. In tal congiuntura non mancò il pontefice
ai suoi doveri per sostenere i diritti della Chiesa sopra Parma e
Piacenza. Scrisse lettere forti a Vienna, Parigi e Madrid. Perchè la
corte di Vienna sosteneva il cominciato impegno, richiamò da Vienna il
_cardinale Grimaldi_. Fu spedito a Parma il canonico Ringhiera, che
ne prese il possesso colle giuridiche formalità a nome del papa, e
insieme _monsignor Oddi_ commissario apostolico, a cui non restarono
vietati molti atti di padronanza in quella città. Parimente in Roma
si fecero le dovute proteste contro qualsivoglia attentato fatto o
da farsi dall'imperadore e dalla Spagna per conto di que' ducati.
Restavano intanto incagliati gli affari per la pretesa gravidanza della
duchessa Enrichetta. Se ne mostrava sì persuaso chi la desiderava, che
avrebbe per essa scommesso quanto avea di sostanze. Dopo alquanti mesi
visitata quella principessa da medici e mammane, si videro attestati
corroborati dal giuramento che quel monte avea da partorire. Ridevano
all'incontro altri di opposto partito, ancorchè mirassero preparato
il suntuoso letto, dove con tutte le formalità dovea seguire il parto,
con essere anche destinati i ministri che aveano in tal congiuntura da
imparare il mestier delle donne. Ma venuto il settembre, e disingannata
la duchessa, onoratamente essa in fine protestò di non essere gravida.
Stante nondimeno l'incertezza di quell'avvenimento, in Vienna s'erano
fatti non pochi negoziati fra i ministri dell'imperadore, quei del
re Cattolico e quei del re della Gran Bretagna, per istabilire una
buona concordia. Questa in fatti restò conchiusa nel dì 22 di luglio
fra le suddette potenze, con avere l'Augusto _Carlo VI_ non solamente
confermata la successione dell'_infante don Carlo_ nei ducati di
Toscana Parma e Piacenza, ma eziandio condisceso che si potessero
introdurre sei mila Spagnuoli, parte in Livorno e Porto Ferraio, e
parte nelle suddette due città: conformandosi nel resto al trattato
della quadruplice alleanza del dì 2 d'agosto del 1718 e alla pace di
Vienna del dì 7 di giugno del 1725. A questa nuova respirò l'Italia,
stata finora in apprensione di nuove guerre. Fu poi preso dal generale
conte Stampa un'altra volta il possesso formale dei ducati di Parma
e Piacenza a nome del real infante, e nel dì 29 di dicembre esatto
da quei popoli il giuramento di fedeltà e di omaggio. Ma nel giorno
seguente monsignor commissario Oddi per parte del sommo Pontefice fece
una contraria solenne protesta in Parma; e così andavano balleggiando
questi ministri, nel mentre che l'infante don Carlo si preparava
per venire in Italia, anzi s'era già messo in viaggio, e parte delle
milizie spagnuole, pervenuta a Livorno, avea preso quartiere in quella
città. Quanto al gran duca _Gian Gastone de Medici_, e alla vedova
palatina _Anna Maria Luigia_, nel dì 21 di settembre dichiararono di
accettare il trattato di Vienna del dì 22 di luglio dell'anno presente.
Prima ancora di questo tempo, cioè nel dì 25 di luglio, aveano
stabilita una convenzione colla corte di Madrid, in cui fu convenuto
che il reale infante don Carlo non solamente succederebbe negli Stati
di Toscana, ma anche in tutti gli allodiali, mobili, giuspatronati,
ed altri diritti della casa de' Medici. Per tutori d'esso principe,
a cagion della sua minorità furono da Cesare deputati il suddetto
gran duca per la Toscana, e la duchessa vedova _Dorotea Sofia_, avola
materna di lui, per Parma e Piacenza.
Si cominciarono a scorgere di buona ora dei rincrescimenti per l'eletto
soggiorno di Sciambery nel fu re di Sardegna _Vittorio Amedeo_. Non
vedeva egli più chi andasse a corteggiarlo, o a chiedere grazie; e
il piacere di comandare, provato in addietro sopra tanti popoli, si
ristringeva nella sola sua domestica famiglia. Questo abbandonamento,
questa solitudine facevano guerra continua e cagionavano malinconia
ad un principe avvezzo sempre a grandi affari; e a lui parea gran
disgrazia il vedere confinati i suoi vasti pensieri nell'augusto
recinto, cioè in un angolo della Savoia. Aggiungasi che sul principio
di quest'anno egli fu preso da un accidente capitale, per cui gli
rimase sempre qualche sensibile impedimento alla lingua, e gli
sopraggiunse poi anche una qualche confusione d'idee. Andò allora il re
_Carlo Emmanuele_ a vederlo per testimoniargli il suo filiale affetto,
e vi tornò anche nella state colla regina sua moglie. Verso poi la
fine di agosto, attribuendo il re Vittorio il suo poco buono stato
all'aria troppo sottile di Sciambery, volle ritornare in Piemonte, e
andò a piantar la sua corte a Moncalieri in vicinanza di tre miglia
da Torino. Nulla sospettava sulle prime di lui il re Carlo Emmanuele;
ma da che si avvide ch'egli contro il concertato ambiva l'autorità
nel governo, ordinò che si tenessero gli occhi aperti addosso a lui.
E tanto più dovette quella corte allarmarsi, quando fosse vero quanto
allora si disse, cioè avere esso Vittorio Amedeo minacciato che farebbe
anche tagliare il capo ad uno dei primi e più confidenti ministri
del re figlio; e che crebbero poscia i sospetti di qualche meditata
mutazione, da che egli, parlando col conte Del Borgo, gli fece istanza
dell'atto della sua rinunzia, fatto nel precedente anno, che con tutta
sommessione gli fu negato. Aggiugnevano, che da lì a poco tempo egli
scrivesse un biglietto al governatore della cittadella di Torino con
avvisarlo dell'ora in cui egli intendeva di andare a spasso entro
di essa cittadella: o pure, ch'egli effettivamente si portasse in
persona alla porta segreta, per entrarvi, ma con trovar il governatore
che se ne scusò, con dire di non aver ordine dal real sovrano di
riceverlo. Tutti questi fatti contemporaneamente si divulgarono, ma
senza fondamento. La verità si è, che avendo il re Vittorio dopo il
suo ritorno in Piemonte dato segni non equivoci di volere aver parte
all'autorità del governo, il re Carlo Emmanuele fu in caso di far
vegliare sui di lui discorsi; e tanto più da che seppe che il re padre
parlava con diverse persone dell'atto dell'abdicazione, come di un atto
che fosse in sua balìa di rivocare.
In questo tempo essendo assai cresciute le indisposizioni del re
Vittorio, e la di lui mente, anche per l'accidente patito, molto
indebolita, con qualche risalto alle volte di riscaldamento e di
agitazione di spirito, onde venivano poi empiti di collera, si ebbe
luogo a temere qualche novità sconvenevole e pericolosa. Vedeva il re
figlio con ciò esposta ad un grave cimento non solamente la real sua
dignità, ma anche il suo onore medesimo e il bene dello Stato; e però
sperimentati prima in vano più mezzi e spedienti per calmare lo spirito
del padre, e ricondurlo a pensieri più proprii e più convenienti,
chiamò a sè i più saggi ministri di toga e di spada, ed esposto il
presente sistema, con protestarsi nondimeno pronto a sacrificare ogni
sua particolar convenienza, qualora avesse potuto farlo, salva la sua
estimazione, il bene dei sudditi e la quiete degli Stati, richiese il
loro consiglio. Ben pesato ogni riguardo, concorse il parere di ognuno
in credere necessario un rimedio, a fin di evitare tutte le delicate e
disastrose conseguenze che prudentemente si temevano come imminenti; e
però fu concordemente determinato di assicurarsi dalla persona d'esso
re Vittorio. Nella notte adunque del dì 28 di settembre, venendo il dì
29, da vari corpi di truppe che l'uno non sapea dell'altro, si vide
attorniato il castello di Moncalieri, e fu improvvisamente intimato
al re Vittorio Amedeo di entrare in una preparata carrozza. Gli
convenne cedere; e fu condotto nel vasto e delizioso palazzo di Rivoli,
situato in un colle di molto salutevol aria, ma sotto le guardie, con
raccomandare alle medesime di rispondere solamente con un profondo
inchino a quante interrogazioni facesse loro il principe commesso
alla loro custodia. La di lui moglie contessa di San Sebastiano, già
divenuta marchesa di Spigno, nello stesso tempo fu condotta al castello
di Ceva; ma perchè fece istanza il principe di riaverla, non gli
negò il re questa consolazione. Del resto, al signorile trattamento
d'esso principe fu pienamente provveduto; tolta a lui fu la sola
libertà. Chiunque poi conosceva di che buone viscere fosse il re
_Carlo Emmanuele_, e quanta virtù regnasse nell'animo suo, facilmente
comprese che forti e giusti motivi il doveano avere indotto ad un passo
tale con tutta la ripugnanza del suo sempre costante filiale affetto.
Quelle stesse guardie che sul principio il teneano d'occhio, con saggio
consiglio e per suo bene gli furono poste, affinchè osservassero che
la gagliarda passione nol conducesse ad infierire contro sè stesso.
Cessato il bollore, cessò anche la vicinanza d'esse guardie, ed era
data licenza alle persone saggie e discrete di visitarlo e parlargli. E
perciocchè fece istanza di essere rimesso in Moncalieri, perchè l'aria
di Rivoli era troppo sottile, fu ricondotto colà.
Duravano in questi tempi le controversie della sacra corte di Roma
col re di Portogallo cotanto alterato perchè il nunzio apostolico
_monsignor Bichi_ era stato richiamato, senza prima decorarlo colla
porpora cardinalizia. Sostenne il sommo pontefice il decoro della
sua dignità con esigere che il prelato uscisse di Portogallo; e in
fatti egli passò a Madrid, e gran tempo vi si fermò. Venne poscia
in quest'anno a Firenze, e non passò oltre. Finalmente nel dì 24 di
settembre fatta dal santo padre una promozione di cardinali, fu in
essa compreso il Bichi; nè solo il Bichi, ma anche _monsignor Firrao_
succeduto a lui in quella nunziatura: laonde si trattò dipoi con
più facilità di rimettere la buona armonia fra la santa Sede e il re
suddetto. Sempre più andava in questo mentre crescendo la ribellione
dei corsi, e volavano per tutte le corti le loro doglianze per gli
aggravi che pretendeano fatti ad essi dalla repubblica di Genova. A
fine di smorzar questo incendio, ricorsero i Genovesi alla protezione
dell'imperadore _Carlo VI_, e ne ottennero un rinforzo d'otto mila
soldati alemanni, comandati dal generale _Wachtendonck_. Passò la
metà di questa gente in Corsica, e fece tosto sloggiare i sediziosi
dal blocco della Bastia. Ma da che verso la metà d'agosto s'inoltrò
per cacciare da altri siti i Corsi, trovò in due battaglie gente che
non conosceva paura. Perirono in quei combattimenti moltissimi dei
Tedeschi, di maniera che fu necessario il far trasportare colà il
resto dei loro compagni. Seguirono susseguentemente altre zuffe ora
favorevoli ora contrarie ai malcontenti; ma spezialmente un'imboscata
da loro tesa agli Alemanni nel fine di ottobre, nel passare che
facevano a San Pellegrino, costò ben caro ad essi Tedeschi, perchè
furono obbligati a ritirarsi dal campo di battaglia, con perdita di
più di mille persone tra morti e feriti. Nel dì 30 di maggio terminò
la carriera de' suoi giorni _Violante Beatrice di Baviera_, gran
principessa di Toscana, vedova del fu gran principe _Ferdinando de
Medici_. Era essa il ritratto della gentilezza, venerata da ognuno,
e però dalle comuni lagrime si vide onorato il suo funerale. Gran
compassione prima d'allora si svegliò in cuore di tutti per gli orrendi
effetti d'un fierissimo tremuoto, che avendo cominciato nel febbraio
a farsi sentire nel regno di Napoli, infierì poi con varie altre più
violenti scosse, e tenne gran tempo in una costernazione continua le
provincie di Puglia, Terra di Lavoro, Basilicata e Calabria Citeriore,
e in alcuni luoghi lasciò una dolorosa catastrofe di rovine. Più
d'ogni altro ne provò immensi danni la città di Foggia, perchè tutta
fu convertita in un monte di pietre, e più di tre mila persone rimasero
seppellite sotto le diroccate case. Non restò pur uno de' sacri templi
e chiostri in piedi; e frati, monache ed altri abitanti, che ebbero la
fortuna di scampare, andarono raminghi per quelle desolate campagne,
cercando e difficilmente trovando un tozzo di pane per mantenersi
in vita. Si videro in tal congiuntura le acque alzarsi nei pozzi, ed
uscirne con allagar le vigne. Barletta, Bari ed altre città furono a
parte di questo spaventevol flagello; e perchè in Napoli i borghi di
Chiaia e Loreto risentirono non lieve danno, buona parte di popolo,
e massimamente la nobiltà col vicerè si ritirò alla campagna. Ma il
piissimo _cardinale Pignatelli_ arcivescovo non volle muoversi dal suo
palazzo, e attese ad animar la plebe, e ad eccitar la misericordia di
Dio con pubbliche processioni e preghiere.
Anno di CRISTO MDCCXXXII. Indizione X.
CLEMENTE XII papa 3.
CARLO VI imperadore 22.
Quasi morirono di sete in quest'anno i novellisti bramosi di grandi
avvenimenti. Fioriva la pace, che stendendo la serenità sopra tutta
l'Europa, non di altro era feconda che di privati divertimenti ed
allegrezze. Di queste spezialmente abbondò la Toscana; perciocchè
finalmente sciolti tutti i nodi, l'infante di Spagna _don Carlo_ si
mise in viaggio per venire a far la sua comparsa nel teatro d'Italia.
Imbarcossi egli ad Antibo nel dì 23 del precedente dicembre sulle galee
di Spagna, unite con quelle del gran duca; ma appena ebbe salpato, che
si alzò una violenta burrasca che disperse tutta la flotta, e danneggiò
forte non pochi di que' legni. Ad onta nondimeno dell'infuriato,
elemento la capitana di Spagna nel dì 27 approdò a Livorno, e vi sbarcò
l'infante. Magnifico sopra modo fu l'accoglimento fatto a questo real
principe da quella città, che poi solennizzò nei seguenti giorni il suo
arrivo con suntuose macchine di fuochi, conviti, musiche, illuminazioni
ed altre feste. Gareggiò con gli altri l'università degli Ebrei per
attestare anch'essa a questo novello sole il suo giubilo ed ossequio; e
fioccavano dappertutto le relazioni di sì grandiose solennità. Dopo il
riposo di più di due mesi in Livorno passò finalmente questo principe a
Firenze, ove fece il suo splendido ingresso nel dì 9 di marzo, ricevuto
colle maggiori dimostrazioni di stima e di affetto dal gran duca _Gian
Gastone_ e dall'_elettrice vedova_ di lui sorella. In quella capitale
ancora nulla si risparmiò di magnificenza, negli archi trionfali, ne'
fuochi di artifizio, e in altre feste ed allegrie, contento ognuno
di vedere con tanta felicità rifiorire nell'infante la già cadente
schiatta dei principi medicei. Fu egli riconosciuto non solo come
duca di Parma e Piacenza, ma ancora come gran principe e principe
ereditario della Toscana. Avea già nel dì 29 dello scorso dicembre la
duchessa vedova di Parma _Dorotea_, come contutrice, preso il possesso
dei ducati di Parma e Piacenza a nome del medesimo infante dalle mani
del generale _conte Stampa_ plenipotenziario dell'imperadore. Solenne
era stata quella funzione, e i magistrati e deputati delle comunità in
tal congiuntura prestarono ad esso principe il giuramento di fedeltà,
come a vassallo dell'imperadore e del romano imperio. Dopo di che
esso generale consegnò alla duchessa le chiavi della città, e ordinò
tosto alle truppe cesaree di ritirarsi, e di lasciare liberi affatto
quegli Stati al nuovo signore, facendo conoscere a tutti la lealtà
dell'augusto sovrano in eseguire i già stabiliti trattati ed impegni.
Non tralasciò il commissario apostolico monsignor _Jacopo Oddi_ nel
seguente dì 30 di dicembre di pubblicare una grave protesta contro
tutti quegli atti, per preservare nella miglior possibile maniera le
ragioni della santa Sede.
Fermatosi il reale infante a goder le delizie di Firenze sino al
principio di settembre, finalmente determinò di consolare colla sua
sospirata presenza anche i popoli di Parma e Piacenza. Nel dì 6 di esso
mese si mosse egli da Firenze, e nel dì 8 entrò nello Stato di Modena,
e passando fuori di questa città, fu salutato con una salva reale dalle
artiglierie della medesima e della cittadella. Avea il duca _Rinaldo
d'Este_ avuta l'attenzione di fargli innaffiare le strade per tutto il
suo dominio, affin di riguardarlo dagli incomodi della straordinaria
polve di quell'asciutta stagione. Fu egli dipoi a complimentarlo colla
sua corte un miglio lungi da Modena, dove seguirono abbracciamenti ed
ogni maggior finezza di complimenti e di affetto. Nel dì 9 tutta fu
in gala la città di Parma pel festoso ingresso del giovinetto duca;
grande il concorso e lo sfoggio della nobiltà e dei popoli; e nelle
nobili feste che si fecero dipoi, si conobbe quanto tutti applaudissero
all'acquisto di un principe sì inclinato alla pietà e alla clemenza;
e grazioso in tutte le sue maniere, ma con aver portato seco l'altura
del cerimoniale spagnuolo. A tante allegrezze per la venuta in
Italia di questo generoso rampollo della real casa di Spagna, se ne
aggiunse un'altra, riguardante la felicità dell'armi del Cattolico
_re Filippo V_ suo padre. Fra i pensieri di quel monarca il primo ed
incessante era quello di ricuperare, per quanto avesse potuto, tutti
gli antichi dominii spettanti alla monarchia dei suoi predecessori. Una
riguardevole unione ed armamento di vascelli di linea e di legni da
trasporto avea egli fatto nella primavera di quest'anno, e preparati
all'imbarco si trovavano sui lidi parecchi reggimenti di truppe
veterane. Perchè era ignoto qual mira avesse l'allestimento di flotta
sì numerosa nel Mediterraneo, con gelosia ed occhi aperti stavano
i vicerè di Napoli e di Sicilia; e tuttochè l'imperadore venisse
assicurato della costante amicizia d'esso re Cattolico, pure non
cessavano le ombre, e furono perciò ben munite le principali piazze dei
regni suddetti.
Levò finalmente l'ancore quella poderosa flotta, comandata dal
capitano generale _conte di Montemar_, e guidata da prosperi venti,
improvvisamente nel dì 28 di giugno andò ad ammainar le vele davanti
ad Orano nelle coste dell'Africa, piazza lontana cento cinquanta miglia
da Algeri, trecento da Ceuta. Fin dall'anno 1509 dal celebre _cardinale
Ximenes_ tolta fu essa ai Mori, e sottoposta da lì innanzi alla corona
di Spagna, finchè nell'anno 1708, trovandosi involto in tante guerre il
re Cattolico, dopo un assedio di sei mesi gli Algerini ne ritornarono
padroni. Ora, sbarcali che furono felicemente gli Spagnuoli, nel dì 30,
mentre attendevano ad alzare un fortino sulla marina, eccoti piombare
addosso al loro campo più di venti mila Mori, Arabi e Turchi, ed
attaccare una fiera zuffa. Si distinse allora il consueto valore delle
milizie spagnuole; furono con molta strage rispinti quegli infedeli,
e tagliata loro la comunicazione colla fortezza. Nel dì seguente,
mentre in ordine di battaglia si mette in marcia l'esercito cristiano
per disporre l'assedio di quella piazza, con ammirazion di ognuno la
truovano abbandonata; nè essa sola, ma ancora il creduto inespugnabile
castello di Santa Croce, con quattro altri forti all'intorno. Poco
fu il bottino per li soldati, perchè il meglio di quegli abitanti
avea fatto l'ale. In poter nondimeno dei cristiani vennero cento
trentotto cannoni, ottantatrè dei quali erano di bronzo, oltre a molte
munizioni da bocca e da guerra. Per questa gloriosa e felice impresa
dell'armi spagnuole tanto in Roma che in altre parti d'Italia si fecero
molte allegrezze e rendimenti di grazie a Dio. Ma che? non tardarono
molto gli Algerini a tentare il riacquisto di quella piazza, e con
grossissimo esercito vennero ad assediare nello stesso tempo Orano e
il forte di Santa Croce. Governatore di Orano era stato lasciato il
_marchese di Santa Croce Marzenado_, cavaliere di raro valore, maestro
nell'arte della guerra, come anche apparisce dai suoi libri dati alla
luce. Sostenne egli vigorosamente i posti contro gli sforzi de' nemici,
e con suo grave pericolo e somma bravura dei suoi portò soccorso di
viveri e di munizioni al forte suddetto, che si trovava in rischio
di rendersi per la penuria. Ma continuando i Musulmani il lor giuoco,
appena fu sbarcato nel dì 26 di novembre un riguardevole convoglio di
venticinque navi da trasporto con buona scorta partito da Barcellona,
che nel dì seguente il marchese con otto mila combattenti andò ad
assalire i nemici, benchè forti di circa quaranta mila persone. Durò il
sanguinoso combattimento per sei ore; resistenza straordinaria fecero i
Barbari; ma in fine, cedendo alla bravura degli Spagnuoli, si diedero
alla fuga, lasciando il campo e le artiglierie in man dei cristiani.
Insigne e completa fu la vittoria, se non che restò funestata dalla
morte del valoroso marchese di Santa Croce, compianta poscia da ognuno.
Per quanto corse la voce, non si trovò il suo corpo, e un pezzo durò la
speranza ch'ei fosse vivo e prigione; ma in fine certissima comparve la
perdita di lui.
Questo fu l'unico avvenimento dell'anno presente che fece strepito
in Italia. Poichè per conto di Roma, quivi si continuò a formare
il processo del _cardinale Coscia_, ma con gran segreto, quando nei
tempi addietro s'erano sparpagliati dappertutto i suoi reati. Temendo
il Coscia, che passati i termini delle citazioni in contumacia si
scaricasse sopra di lui il terribil decreto della perdita della
porpora, giudicò meglio di tornarsene a Roma per far le sue difese:
al qual fine si condusse da Napoli due avvocati, provveduti di ogni
requisito per istare a fronte de' più forbiti Romani. Prese l'alloggio
nel convento di Santa Prassede, e gli fu intimato sotto rigorose
pene di non uscirne, se non per rispondere alle interrogazioni
della congregazione, le quali durarono per tutto quest'anno senza
mai devenire a decisione alcuna. Mancò nell'anno presente chi nella
vigilia di San Pietro pagasse alla camera apostolica il censo per
li ducati di Parma e Piacenza; perlochè il fiscale della santa Sede
fece pubblica protesta in difesa de' diritti pontifizii. Avea il
buon pontefice _Benedetto XIII_, siccome dicemmo, vietato il lotto di
Genova, perchè sorgente d'infiniti disordini, coll'aver fino imposta
la scomunica ai ricevitori e giocatori. Col gastigo pubblicamente
dato a chi avea trasgredito il bando, niun più osava di gittare con
tanta facilità e sciocchezza il suo danaro, e di esporsi anche al
pericolo di pagar le pene. Non senza maraviglia delle persone si vide
in questi tempi risorto in Roma esso lotto, e cassata la salutevole
di lui costituzione; e tanto più se ne stupì la gente, perchè, tolta
la scomunica contra chi giocasse al lotto di Roma, questa si lasciò
sussistere contro chi dello Stato ecclesiastico giocasse fuori d'esso
Stato al medesimo giuoco. Dovettero aver delle buone ragioni di far
questa mutazione, benchè tanto pregiudiziale al pubblico. Di tal
provento si sa che il pontefice si servì per far limosine e belle
fabbriche in ornamento di Roma. Pubblicò egli in quest'anno una lodevol
costituzione, che toglieva varii abusi del conclave, ne moderava le
spese eccessive, e conteneva altri utili regolamenti. Dopo penosa
malattia di molti giorni passò all'altra vita, nel dì 21 di maggio di
questo anno, _Sebastiano_ (appellato da alcuni Alvise) _Mocenigo_ doge
di Venezia, a cui, nel dì primo di giugno, fu sostituito in quella
dignità _Carlo Ruzzini_, personaggio che nei magistrati e nelle molte
ambascerie avea trattato in addietro i più importanti affari della
repubblica.
Andarono intanto crescendo varii insulti del già re di Sardegna
_Vittorio Amedeo_, che gli annunziavano imminente il fine de' suoi
giorni. Mostrò questo principe qualche desiderio di vedere il re
suo figlio, il quale non avea men premura pel medesimo oggetto. Ma
nel tempo che si stava ponderando se questo abboccamento convenisse,
giunse avviso essere il re _Vittorio_ peggiorato cotanto che già si
trovava agli estremi. Per questo riflesso, e per altri motivi addotti
dalla regina, che in tale stato il suo incontro, lungi dal produrre
alcun buon effetto, avrebbe potuto affrettar la morte all'infermo
padre, e nuocere anche alla sanità del figlio, di già alterata per
così disgustose circostanze, altro non si fece. Il dì 31 di ottobre fu
poi quello che sbrigò da questo mondo esso principe Vittorio Amedeo,
pervenuto già all'età di sessantasei anni e mezzo; ed egli ne prese
il congedo con sentimenti di vera pietà ed eroica costanza. Celebre
sempre durerà nelle storie e nella memoria dei posteri il nome di
questo insigne sovrano, per la somma acutezza e vivacità della mente,
pel suo valore, fortezza e saggia condotta in mezzo alle turbolenze
dell'Europa, e ai pericolosi impegni ai quali egli s'espose, per
l'accrescimento di una corona, e di non pochi altri Stati alla sua
real famiglia e per tante altre gloriose azioni, tali certo, che andò
innanzi ai suoi più rinomati antecessori, ed incredibile fu la stima
che di lui ebbero tutti i potentati di Europa. Nel fervore della sua
gioventù l'incontinenza gli avea tolta la mano; ma da che si fuggì da
lui chi l'avea fatto prevaricare, colla pubblica emendazione purgò gli
scandali passati, e si vedea mischiato col popolo accostarsi alla sacra
mensa. Non mancò mai di custodire la principesca gravità; e pure niun
più di lui si dispensò dalle formalità, con aver egli saputo essere re
e insieme popolare: tanta era la sua disinvoltura. Parvero, è vero,
disastrosi gli ultimi periodi di suo vivere; ma egli se ne servì per
meglio prepararsi a comparire davanti a Dio, e a saldare quaggiù i
conti colla divina giustizia, con portar seco la contentezza di aver
lasciato un figlio capace di ben regnare al pari di lui, un re pieno
di moderazione, di saviezza, di coraggio, e di tante altre belle doti
ornato, che il rendono amabile a tutti i sudditi suoi. Solenni esequie
furono poi fatte al defunto principe, la cui moglie si ritirò in un
convento di religiose a Carignano.
Poco felicemente passavano in questi tempi gli affari de' Genovesi
per l'ostinata ribellione de' Corsi, nulla avendo finora giovato a
mettere in dovere quella feroce gente le migliaia di Tedeschi sotto il
comando del generale _Wachtendonck_. Per le morti e diserzioni si erano
queste sminuite di molto; e però la repubblica, senza atterrirsi per le
esorbitanti spese, nuove preghiere e nuovi tesori impiegò per ottenere
dall'imperador _Carlo VI_ altre forze valevoli a finir quella pugna.
Un altro dunque più poderoso corpo di truppe alemanne, alla cui testa
era il _principe Luigi di Wirtemberg_, trasportato fu in Corsica, ma
con ordini nondimeno segreti del saggio Augusto di vincere non già col
ferro, ma bensì colla dolcezza e colla clemenza quella brava nazione,
giacchè alla corte cesarea doveano sembrare degni di compassione e non
affatto ingiusti i risentimenti e le querele che aveano poste le armi
in mano ad essi popoli. Propose infatti quel principe un'amnistia e
perdono generale ai Corsi, ed insieme un accomodamento, con impegnare
per mallevadore garante della concordia lo stesso Cesare. Allora fu
che i due principali capi dei ribelli, cioè Luigi Giafferi e Andrea
Ciaccaldi, ed altri lor generali entrarono in negoziato col principe e
coi ministri della repubblica, e conseguentemente restò conchiusa la
pace, coll'avere i Corsi conseguito onorevoli condizioni e vantaggi.
Se ne tornarono poscia a poco a poco in Lombardia l'armi cesaree, ed
ognun contava per terminate quelle tragiche scene; quando iti i capi di
essi Corsi per umiliarsi al governo di Genova, furono all'improvviso
cacciati nelle carceri, per disegno formato in Genova (non già
dai vecchi e saggi senatori) di dare in essi un esemplar castigo
a terrore dei posteri. Per questa mancanza di fede non si può dire
quanto restassero amareggiati i Corsi, e quante doglianze ne facesse
in Genova e alla corte cesarea il principe di Wirtemberg. Vennero
perciò pressanti ordini di sua maestà cesarea ai Genovesi di rimettere
in libertà quegli uomini; e tuttochè i ministri della repubblica
adducessero ragioni e pruove, che essi, per aver contravvenuto ai
recenti patti, non meritavano la protezione di sua maestà cesarea,
pure stette saldo l'imperadore in lor favore, di maniera che in
fine, dopo molti mesi di prigionia, ricuperarono la libertà. Cagion
fu questo inaspettato colpo che continuarono come prima, anzi più di
prima, i Corsi a non si fidare dei Genovesi; e ben ebbe a pentirsene
la repubblica, perchè vedremo risorgere la ribellione, che costò dipoi
tanti altri tesori a quella ricca città, e fece spargere tanto sangue
di nuovo ad ambe le parti. Erasi dilatata la pestilenza de' buoi
nell'Alemagna e negli Svizzeri. Passò nell'anno precedente anche negli
Stati della repubblica di Venezia, e si andava arrampicando eziandio
nel Ferrarese e nella Romagna. La divina clemenza le tagliò il corso,
e cessò sì deplorabil flagello. Fiera pensione è quella a cui si
trova soggetto il delizioso regno di Napoli per cagione dei frequenti
tremuoti. Anche nel dì 29 di novembre dell'anno presente, spaventoso
fu quello che si provò nella stessa capitale, dove rimasero fracellate
sotto le rovine delle case alcune centinaia di persone. Poche fabbriche
si contarono che non ricevessero danno, e si fece questo ascendere a
qualche milione di ducati. Peggio avvenne alle provincie di Terra di
Lavoro, e dell'una e dell'altra Calabria. Ariano, Avellino, Apici,
Mirabello e più di trenta villaggi furono per la maggior parte
rovesciati a terra. Videsi una lunga lista di altri luoghi sommamente
partecipi di sì grande sciagura, e de' periti in tale occasione. Da
perniciosi raffreddori fu parimente infestata l'Italia, che portarono
al sepolcro gran copia di persone, anche di alta sfera. Si stese questo
malore contagioso per la Francia, Alemagna ed Inghilterra.
Anno di CRISTO MDCCXXXIII. Indiz. XI.
CLEMENTE XII papa 4.
CARLO VI imperadore 23.
Trovossi nell'anno presente agitata da parecchi imbrogli la sacra corte
di Roma. Parve più volte come ridotta a fine la concordia col re di
Portogallo, ma saltavano sempre in campo nuove pretensioni di quel
monarca; e trovandosi egli inflessibile ne' suoi voleri, bisognava
continuar la battaglia, e il negoziato con lui e col re Cattolico
mediatore. Nè pure fin qui s'era trovato ripiego alle dissensioni colla
corte di Torino; e però sopra quelle pendenze si vide in questi tempi
una guerra di scritture, prodotte dall'una parte e dall'altra. Ma ciò
che più afflisse l'animo del pontefice _Clemente XII_ era la prepotenza
de' Franzesi, i quali nell'anno addietro cominciarono, e continuarono
anche per qualche mese del presente, a bloccare con molti corpi di
milizie il contado d'Avignone: novità che cagionava grave penuria ed
altri danni a quegli abitanti. Il pretesto o motivo di tal violenza
era, perchè in quel contado si rifugiavano alcuni contrabbandieri, e
vi si era vietata l'introduzione di non so quali manifatture franzesi,
ed ivi si fabbricavano tele dipinte e drapperie vietate in Francia:
il che non si volea sofferire; se con giustizia, altri lo deciderà. La
forza e il bisogno indusse _monsignor Buondelmonti_ vicedelegato ad un
aggiustamento; e perchè questo non fu approvato da Roma, continuarono
le calamità in quelle contrade. Altro spinoso affare spuntò in questi
tempi, cioè la pretensione dell'_infante don Carlo_ duca di Parma sopra
il ducato di Castro e Ronciglione, tolti, siccome già vedemmo, da _papa
Innocenzo X_ alla casa Farnese. Per avere esso infante fatto pubblicare
non solo in Parma, ma anche in Castro un decreto che proibiva agli
abitanti d'esso Castro e Ronciglione di riconoscere altro padrone che
lui, non fu lieve l'agitazione della corte pontificia, siccome quella
che non poteva ricorrere in questo bisogno alla Spagna e Francia troppo
interessate in favor dell'infante. Duravano inoltre tuttavia in Parigi
le novità fatte da quegli avvocati e dal parlamento in pregiudizio
dell'autorità del romano pontefice. Finalmente dopo tanti dibattimenti
si venne in quest'anno, a dì 9 di maggio, alla decision della causa
del _cardinale Niccolò Coscia_. A cagion delle sue ruberie, frodi,
estorsioni, falsità di rescritti ed altri abusi del suo ministero, e
della fiducia in lui posta dall'ottimo papa _Benedetto XIII_, restò
egli condannato nella relegazione pel corso di dieci anni in castello
Sant'Angelo, privato di tutti i benefizii e pensioni; incorso nella
scomunica maggiore, da cui non potesse essere assoluto se non dal papa,
eccetto che _in articulo mortis_. Fu obbligato in oltre al pagamento di
cento mila ducati di regno, e alla restituzione di altre somme da lui
indebitamente percette, e tolta al medesimo la voce attiva e passiva
nell'elezione d'un nuovo pontefice. Si vide egli dunque rinchiuso
nel suddetto castello; e, dopo aver promesso di pagare in certo tempo
trenta mila scudi, fece venir lettere di suo fratello, al quale egli
avea acquistato varie terre, e il titolo di duca in regno di Napoli,
asserenti la gran povertà ed impotenza della sua casa a pagare un
soldo. Altro che questo non ci volea per dar meglio a conoscere che
eccellenti personaggi fossero i fratelli Coscia, ai quali nondimeno la
corte cesarea giunse ad accordar la sua protezione con gravi doglianze
della pontificia. Trattossi in Roma nell'anno presente degli omicidi
volontarii, se in avvenire avessero a godere l'asilo nelle chiese.
Stava pure a cuore all'imperadore _Carlo VI_, sì per l'onore de' suoi
ministri, che per la quiete d'Italia, che la pace data dal principe
_Luigi di Wirtemberg_ alla Corsica prendesse buone radici; e perciò nel
dì 16 di marzo con solenne decreto confermò la capitolazione accordata
a que' popoli dalla repubblica di Genova. Ma non passò il settembre che
si trovarono in quell'isola non pochi disapprovatori delle condizioni
della concordia; e sparsesi voce da altri che non era mai da fidarsi
de' Genovesi, da che dopo l'amnistia e i giuramenti aveano messo in
carcere i lor capi, a rimettere i quali in libertà non v'era voluto
meno dell'onnipotenza e costanza dello imperadore; oltre all'aver
dovuto altri de' principali uscir dell'isola, come esiliati dalla lor
patria. Perciò in alcune parti della Corsica, dove più che in altre
durava questo cattivo fermento, risorsero nuovi malcontenti, e si diede
all'armi, con crescere di poi maggiormente la sollevazione, siccome
andremo vedendo. E tanto più si animò quella gente a tumultuare,
senza rispettare l'interposta autorità di Cesare per lo recente
aggiustamento, perchè improvvisamente si trovò involto nell'anno
presente lo stesso augusto monarca in una deplorabil guerra, che niuno
si aspettava in mezzo alla pace poco fa stabilita. Misera è ben la
condizion de' mortali, sottoposta all'ambizione, ai capricci, e a tante
altre passioni dei regnanti, i quali niun ribrezzo pruovano a rendere
infelici i proprii ed altrui paesi, col muovere sì facilmente guerra,
cioè un flagello, di cui chi per sua disavventura è partecipe, sa
quanto ne sia enorme il peso, quanto lagrimevoli gli effetti. Mancò di
vita nel primo dì di febbraio di questo anno _Federigo Augusto_ re di
Polonia ed elettor di Sassonia, con lasciare fra le altre sue gloriose
azioni spezialmente memorabile il suo nome per aver abbracciata la
religione cattolica, e trasmessala nel suo generoso figlio _Federigo
Augusto_ che succedette a lui nell'elettorato. Essendosi trattato
dell'elezione di un nuovo re di Polonia, al Cristianissimo _Luigi XV_
parve questo tempo propizio per rimettere su quel trono il suocero
suo, cioè il principe _Stanislao Leszczinskci_, negli anni addietro
di fatti, ed ora di solo nome re di Polonia. Passò incognito con una
squadra di legni franzesi esso principe in quelle contrade, e la sua
presenza assaissimo giovò per disporre que' magnati all'elezione di
lui. Fu dunque di nuovo, nel dì 12 di settembre, proclamato re col voto
concorde di quasi tutti quei palatini, restando nulladimeno in piedi
una fazione contraria, che altri disegni covava in petto.
All'Augusto _Carlo VI_ non potea piacere che la corona di quel regno
passasse in capo ad un principe attaccato per tanti legami alla
Francia. Altre mire avea parimente Anna imperatrice della Gran Russia;
e però si accordarono di promuovere a quel regno il giovine _Federigo
Augusto_ elettore di Sassonia, figlio del re defunto. Altro non fece
l'imperador de' Romani, che d'inviare ai confini della Polonia, senza
nondimeno entrarvi, nè commettere violenza alcuna, un'armata sotto
colore di proteggere la libertà de' Polacchi nell'elezione del loro
capo. S'era ciò praticato altre volte in simile congiuntura. Ma i
Russiani di fatto con forze gagliarde s'introdussero in quel regno:
il che animò spezialmente i palatini di Lituania a dichiarare re di
Polonia nel dì 5 di ottobre il suddetto elettor di Sassonia, le cui
armi da lì a non molto accorsero anch'esse per sostener quello scettro
in mano del loro sovrano. Ed ecco darsi principio in quei vasti
paesi ad una terribil guerra civile, che si tirò dietro nell'anno
seguente il memorabile assedio di Danzica, dove si era rifugiato
il re _Stanislao_, con essersi egli in fine sottratto felicemente
dalle mani de' suoi avversarii, e con aver lasciato libero il campo
e il trono all'emulo suo, appellato da lì innanzi _Augusto III_ re
di Polonia, anche oggidì gloriosamente regnante. A me non occorre di
dire di più intorno a quelle strepitose scene, perchè a sè mi chiama
l'Italia. Non si sarebbono mai figurato gl'Italiani che del sì lontano
fuoco della Polonia avessero anch'essi a divenir partecipi; e pure
non fu così. Appena vide la corte di Francia contrariati i disegni
suoi in favore del re Stanislao dalle potenze cesarea e russiana, che
ne meditò risentimenti e vendette. Troppo lontana dai tiri dei suoi
cannoni si trovava la Russia; più vicini e confinanti erano gli Stati
dell'Augusto _Carlo VI_, e però fu presa la risoluzione di muover
guerra a lui, tutto che giusto non sembrasse a molti saggi il titolo
di questa rottura, perchè niun atto di violenza aveano esercitato
l'armi di Cesare nelle dissensioni de' Polacchi. A maggiormente
incoraggire i Franzesi, per muover guerra nella congiuntura presente,
servì non poco il sapere che troppo difficilmente sarebbono entrati
in ballo gl'Inglesi ed Olandesi a favore dell'imperadore, siccome
popoli tuttavia segretamente irritati pel tentativo fatto dalla corte
di Vienna negli anni addietro di formare e fomentare la compagnia di
Ostenda in grave lor pregiudizio. Ora, non sì tosto fu subodorato lo
sdegno dalla Francia contro della maestà cesarea che corsero a soffiar
nell'incendio, o pure furono chiamati ad accrescerlo, il re Cattolico
_Filippo V_ e il re di Sardegna _Carlo Emmanuele_. Per quante rinunzie
avesse fatto il primo in favore dell'augusta casa d'Austria dei regni
e Stati di Italia, non si dovea quella corte credere obbligata a
mantenerle. Saltarono anche fuori titoli e pretesti di disgusto contra
Cesare per certe soddisfazioni negate all'_infante don Carlo_ duca di
Parma. Quanto poscia al re di Sardegna, chiamavasi egli indebitamente
gravato dalla corte cesarea, per non aver mai potuto ottenere Vigevano,
città che pure, secondo i patti, gli dovea esser ceduta.
Varii dunque segreti maneggi si andarono facendo, e seguì un
trattato fra la Francia e la Spagna, i cui articoli non si sono
mai ben saputi; e un altro ne conchiuse il re di Sardegna col re
Cristianissimo, anch'esso finora occulto. Il bello fu che la corte di
Vienna placidamente intanto dormiva, nè s'immaginava che il religioso
ed amico _cardinale di Fleury_, primo ministro di Francia, potesse
trovare in suo cuore giusti motivi per rompere i legami della pace.
S'ingrossavano non solamente al Reno, ma anche in Provenza e Delfinato
le milizie franzesi: nulla importava; si credeano tutti movimenti
da burla, per tenere unicamente in esercizio le truppe. Molto meno
diffidava la corte cesarea del re di Sardegna, stante l'amichevol
corrispondenza che passava fra loro, e l'avere anche poco fa esso re
chiesta ed ottenuta dall'imperadore l'investitura dei suoi Stati in
Italia. Vero è che si osservava il re sardo accrescere le sue truppe,
e far altri preparamenti di guerra; ma tutto veniva supposto tendere
alla difesa propria e dello Stato di Milano, caso mai che i Franzesi
pensassero a qualche tentativo contro l'Italia. Tanto maggiormente
si confermarono in questa credenza i ministri cesarei, perchè il re
di Sardegna, trovandosi sprovveduto di grano per li presenti bisogni
suoi e degli aspettati Franzesi, ne ottenne alquante migliaia di
sacchi, e varii arnesi da guerra dal conte Daun governatore di Milano,
persuaso che fosse in servigio dell'imperadore ciò che poco dopo venne
a scoprirsi contra di lui. In questo letargo non era già il _conte
generale Filippi_, ambasciatore dell'augusto monarca a Torino, che
osservava i misteriosi movimenti de' ministri di Francia e Spagna in
quella corte, e la vicinanza all'Italia delle truppe franzesi, e andava
scrivendo a Vienna che questo temporale avea da scoppiare in danno
dello Stato di Milano. Anche il _conte Orazio Guicciardi_, inviato
cesareo in Genova, con lettere sopra lettere informava la sua corte
del poderoso armamento che per mare e per terra faceva nello stesso
tempo il re Cattolico, tenendo per fermo destinate quell'armi a' danni
dell'Italia. Tali avvisi in Vienna passavano per ridicoli spauracchi
di chi non sapea ben pesare le circostanze dei correnti affari. Restò
in fine deluso anche il suddetto generale Filippi; perciocchè un dì
ito a trovare il _marchese d'Ormea_, insigne ed accortissimo ministro
del re di Sardegna, a nome della sua corte gli dimandò conto della
lega fatta dal suo real sovrano coi _re di Francia_ e _di Spagna_,
perchè di questa si aveano buoni avvisi in Vienna. Rispose il marchese,
se avea difficoltà di mettere in carta sì fatta dimanda. No, rispose
l'altro; e la scrisse. Sotto quelle parole aggiunse l'Ormea di proprio
pugno: _Questa lega non è vera_; e si sottoscrisse. Interrogato da lì a
qualche tempo come avesse osato di scrivere così, rispose: Perchè niuna
lega avea contratto il suo re colla _Spagna_, e tale era la verità.
Spedito a Vienna questo biglietto, maggiormente impressionò quei
ministri, che nulla v'era da temere in Italia; e però nè quella corte
nè il governator di Milano presero le precauzioni opportune.
Ora mentre se ne stavano i disattenti Tedeschi in così bella estasi,
verso la metà di ottobre, ecco per cinque diversi cammini calare in
Italia una forte armata di Franzesi sotto il comando del vecchio
_maresciallo di Villars_. Poco si fermò questa in Torino ed altri
luoghi del Piemonte, ed unita colle schiere del re di Sardegna,
dichiarato generalissimo, a gran passi e a dirittura marciò verso lo
Stato di Milano, dove entrò nel dì 26 del mese suddetto. Si credeva
l'imperadore di aver un buon corpo di truppe in quel paese; i ruoli e
le paghe ne facevano ampia fede, ma per disgrazia non corrispondevano
i fatti. Al perchè sorpreso da questo inaspettato nembo il _conte
Daun_ governatore di Milano, frettolosamente provvide di vettovaglia
e di altre cose bisognevoli per una gagliarda difesa il castello di
essa metropoli, ma con mancargli quello che più importava. Solamente
poco più di mille e quattrocento armati vi furono introdotti: presidio
quasi nè pur bastante a guernire in un giorno tutti i siti e le
fortificazioni di quella vasta piazza. Dopo aver egli spedito ottocento
fanti di rinforzo a Novara, immaginandosi che i nemici farebbono alto
prima sotto quella città, si ritirò poscia a Mantova col suo meglio, ed
appresso prese le poste per Vienna, non so se per discolpare sè stesso,
ma certamente per rappresentare all'augusto padrone lo stato delle cose
della Lombardia, stato troppo titubante per le forze tanto superiori
dell'esercito gallo-sardo. Divisosi questo in più corpi, per far più
imprese nello stesso tempo, nel dì 27 d'ottobre vide venirsi incontro
le chiavi della città di Vigevano, e nel dì 31 Pavia aprì anche essa
le porte ai Franzesi, con essersi prima ritirato lo smilzo presidio
dei Tedeschi. Inviossi di poi il re di Sardegna col marchese d'Ormea e
col corpo maggiore delle truppe collegate alla volta di Milano, i cui
deputati, appena ebbe egli passato sopra un ponte il Ticino, comparvero
a presentargli le chiavi, con pregare la maestà sua di confermare i
lor privilegii, e di preservare gli abitanti da ogni violenza. Furono
ricevuti con tutto amore, rimandati con sicurezze di buon trattamento.
Nella notte del dì 3 di novembre precedente alla festa solenne di san
Carlo, con quiete e buona disciplina entrarono i Gallo-Sardi in Milano,
e giuntovi nella mattina seguente anche il generalissimo re di Sardegna
_Carlo Emmanuele_, seco avendo tutta l'uffizialità ed altro grosso
numero di truppe, fu accolto colle maggiori dimostrazioni di onore da
quella nobiltà e popolo. Fermatosi alquanto nel palazzo ducale, passò
dipoi alla metropolitana, dove fu cantato solenne _Te Deum_. Celebrossi
la festa del santo colla medesima tranquillità che nei tempi di pace.
Non tardò il re a far provare la sua beneficenza a que' cittadini, con
levare in tutta o in parte la diaria, cioè il pagamento di tre mila
lire di quella moneta per giorno, e una gabella sopra il sale. Deputato
intanto all'assedio del castello di Milano il tenente generale di
_Coigny_, diede tosto principio ad alzar terra, siccome all'incontro si
dispose a far buona difesa il castellano, cioè il marchese maresciallo
_Annibale Visconti_.
Nel mentre che varie brigate marciarono per bloccare Novara e Tortona,
la città di Lodi, nel dì 7 di novembre, fu occupata dai Franzesi, e
colà portossi anche il re colle forze maggiori dell'armata. Dopo aver
gittato un ponte sull'Adda passò di là, e parte marciò di qua alla
volta di Pizzighettone; nel qual giorno arrivò anche il _maresciallo
di Villars_ con quindici altri mila combattenti e un grosso treno di
artiglieria. Incredibili spese avea fatto in addietro l'imperadore
_Carlo VI_ per formare di esso Pizzighettone una piazza fortissima, e
davano ad intendere gl'ingegneri ch'essa era inespugnabile. Dalla parte
di qua dell'Adda, cioè al mezzo giorno aveano piantato essi ingegneri
un forte guernito di molte militari fortificazioni; ma senza ben
avvertire che, preso questo, serviva esso mirabilmente per offendere
la piazza posta nell'altra riva. Fu dunque risoluto dal Villars di
fare il maggiore sforzo contra del medesimo forte, sotto cui in fatti
nella notte nel dì 17 di novembre, venendo il dì 18, fu aperta la
trincea, e lo stesso si fece nel medesimo tempo dall'altra parte sotto
la piazza per tener divertiti gli assediati. In queste angustie e
disavventure il principal pensiero dei comandanti cesarei era quello
di provvedere e sostenere Mantova, come chiave dell'Italia. Salva
questa, speravano alla primavera forze tali da reprimere il corso de'
vittoriosi Gallo-Sardi. Però non sentirono ribrezzo alcuno a ritirar
da Cremona il presidio, lasciandola esposta ai nemici, che poi se ne
impadronirono nel dì 16 del mese suddetto. Solamente centocinquanta
uomini restarono alla guardia del castello, senza obbligo al sicuro
di difenderlo per lungo tempo, siccome avvenne. Con tal vigore
proseguirono i Franzesi le offese contro il forte di qua dall'Adda,
animati sempre dal re di Sardegna, il quale tre volte ogni dì visitava
gli attacchi e le batterie, che, dopo aver essi a costo di molto sangue
preso il cammin coperto, e formata la breccia, videro gli assediati
nel dì 28 di novembre esporre bandiera bianca. Si stentò ad accordar
le capitolazioni, e due volte fu spedito al _principe di Darmstat_
governatore di Mantova per questo; e perchè premeva forte agli Alemanni
di salvare il presidio di Pizzighettone, giacchè, ostinandosi nella
difesa, sarebbe rimasto prigioniere di guerra, consentirono alla resa
non solamente del forte, ma anche della piazza, con aver ottenuto le
più onorevoli condizioni per la truppa. Sicchè nel dì 8 di dicembre
venne con gran facilità in poter de' Franzesi Pizzighettone, fortezza,
che se fosse stata fornita di maggior nerbo di difensori, avrebbe
potuto durar gran tempo contro gli sforzi nemici. Cento cannoni di
bronzo si trovarono in quelle due fortezze. Attesero dipoi i Franzesi
ad occupar i forti di Trezzo e Lecco, che non fecero difesa. La fece
bensì il forte di Fuentes; ma non v'essendo più che sessanta soldati di
guernigione, e giocando forte le artiglierie nemiche, furono anche essi
costretti a rendersi prigionieri.
Sbrigati da quelle parti il re di Sardegna e il maresciallo di Villars,
accudirono all'assedio del fortissimo castello di Milano. Alla metà
di dicembre cento cannoni e quaranta mortari cominciarono un'infernale
sinfonia, e senza risparmio di sangue si avanzarono le linee verso le
mura. Maravigliosa fu la difesa che ne fece il _maresciallo Visconti_,
considerata la picciolezza del presidio. Fu detto che quattordici
mila cannonate e tre mila bombe s'impiegassero dai Franzesi in quella
impresa, e che più di mille e secento de' lor soldati vi perissero,
oltre ai feriti. Ma in fine convenne cedere, per motivo spezialmente
di salvare ciò che restò illeso di quella guernigione; e nel dì 30
di dicembre vennero sottoscritte le capitolazioni, in vigor delle
quali nel dì 2 di gennaio dell'anno seguente con tutti gli onori della
milizia gli Alemanni lasciarono libero quel castello agli assedianti,
e se ne andarono a rinforzar Mantova. Convien confessarla; parve
collegato il cielo coll'armi gallo-sarde, perchè da gran tempo non
s'era provato un verno sì dolce ed asciutto: il che troppo favorevole
riuscì alle imprese loro. Se altrimenti fosse succeduto, avrebbono i
fanghi e le rotte strade probabilmente o troppo difficultato o forse
anche sturbato affatto l'assedio di Pizzighettone e del castello
di Milano. Ebbe anche a dire il Villars, che qualora avesse potuto
indovinare una stagion sì piacevole, avrebbe cominciato le ostilità
dall'assedio di Mantova. Non passò l'anno presente che anche il
castello di Cremona venne all'ubbidienza de' collegati. Mentre questa
danza si faceva in Lombardia, ecco discendere un altro temporale dalle
parti di Spagna. Erasi collegato il re Cattolico Filippo V colla
Francia, e le condizioni de' lor negoziati si raccolsero solamente
dagli effetti che poi si videro. Potente flotta per mare avea preparato
quel monarca, in cui s'imbarcò gran copia di reggimenti, e nel dì 30
di novembre avendo spiegate le vele, benchè patisse burrasca nel golfo
di Lione, pure arrivò a quello della Spezia sul Genovesato, e quivi
sbarcata la gente, s'inviò la maggior parte di essa alla volta della
Toscana. Più di quattro mila cavalli, spediti per la Linguadoca, da
Antibo furono trasportati anche essi per mare alla riviera di Levante
dei Genovesi.
Scorgeva ognuno minacciato da questo turbine il regno di Napoli.
Inviato il _duca di Castro Pignano_ con un corpo di truppe al forte
dell'Aulla, presidiato dai Tedeschi, nella Lunigiana, per aprirsi la
comunicazione fra la Toscana e il Parmigiano, se ne impadronì egli
nel dì 24 di dicembre, con far prigionieri cento e trenta uomini di
quel presidio. Vennero in questi giorni a visitare il real infante
_don Carlo il maresciallo di Villars_, il _conte di Montemar_, capitan
generale dell'armata spagnuola, e il _duca di Liria_, per concertare
le imprese dell'anno seguente. Calarono anche in Lombardia alcuni
reggimenti spagnuoli, che presero riposo sul Parmigiano. Fu in questi
tempi che esso infante duca di Parma venne dichiarato generalissimo
dell'armata spagnuola in Italia; e perciocchè egli era già pervenuto
all'età di diciotto anni senza poter ottenere dalla corte di Vienna
di essere dispensato dai tutori (questo fu ancora uno de' capi delle
doglianze del re Cattolico), di sua autorità, e seguitando l'esempio di
altri duchi di Parma suoi antecessori, dichiarò sè stesso maggiore, e
prese il governo degli Stati, con ringraziare il gran duca di Toscana
_Gian Gastone_, la _duchessa Darotea_ avola sua, della cura che come
contutori aveano finora preso di lui. Nè in Italia solamente si provò
il peso della guerra nel presente anno. Massa grande di combattenti
avea fatto la Francia in Alsazia, e spedito colà per generale il
_principe di Contì_. Verso la metà di settembre egli passò il Reno, e
mise l'assedio al forte di Kehl, che sul fine di esso mese fu obbligato
alla resa. Siccome a questi improvvisi assalti non era punto preparata
la corte di Vienna, così la fortuna accompagnò dappertutto l'armi
franzesi. Godeva intanto Roma una deliziosa pace; e il pontefice
_Clemente XII_, che, al pari de' suoi antecessori, ambiva lasciar
qualche insigne memoria di sè stesso nella mirabil città di Roma,
prese in quest'anno la risoluzione grandiosa di fabbricar la facciata
della basilica Lateranense. Però sul principio di dicembre con molta
solennità fu posta la prima pietra de' fondamenti di sì magnifico
edifizio. Trovossi sottoposta in quest'anno ad un lagrimevol accidente
la città d'Ancona. Svegliatosi un tempestoso vento nella notte del
lunedì 15 di settembre venendo il martedì, fece inorridir tutti quegli
abitanti, che si figuravano tremuoto in terra e mare. Più legni, che
erano in porto, si ruppero colla morte di molte persone; furono portate
via le tegole delle case e i camini da fuoco, rovinate varie case,
e conventi; sommamente restò danneggiata la gran fabbrica del nuovo
lazzaretto, rovesciata dalla parte del molo, e nella campagna sradicati
alberi, e portati via i fenili. Tutto era pianti ed urli allora in
quella povera città, e scorse questo impetuoso turbine sino a Macerata
e Loreto.
Anno di CRISTO MDCCXXXIV. Indiz. XII.
CLEMENTE XII papa 5.
CARLO VI imperadore 24.
Fu quest'anno un di quelli che in grande abbondanza provvide le
pubbliche gazzette e storie di novità e fatti strepitosi riguardanti
massimamente l'Italia. Da me non ne aspetti il lettore che un
compendioso racconto. Erano in armi contro dell'Augusto _Carlo VI_
Franzesi, Spagnuoli e il re di Sardegna. Fece la Spagna conoscere
al mondo quanta fosse la sua potenza, da che la Francia le avea dato
un re, e re che vegliava ai proprii interessi. Imperciocchè insigne
fu l'armamento per mare, continui i trasporti di gente, di attrezzi
militari e di danaro per terra e per mare, a fine d'imprendere la
conquista dei regni di Napoli e di Sicilia. Maggiori si videro gli
sforzi della Francia per continuare la guerra del Reno e in Lombardia:
e il bello fu che non solamente nelle corti, ma anche nei pubblici
manifesti, facea quel gabinetto rimbombar dappertutto la scrupolosa
intenzione sua in questi sì gagliardi movimenti d'armi, che era non
già (guardi Dio) di acquistare un palmo di terreno, ma bensì di farsi
render ragione da Cesare, per aver egli spalleggiato l'_elettor di
Sassonia_ al conseguimento della corona di Polonia e cooperato alla
depressione del _re Stanislao_. Se mai per sorte con sì belle sparate
si figurasse il gabinetto franzese di gittar polvere negli occhi
agl'Inglesi ed Olandesi, affinchè non istendessero il braccio alla
difesa dell'augusta casa di Austria, non erano sì poco accorte quelle
potenze, che non sapessero il vero significato di sì magnifiche e
disinteressate proteste. Pure non entrarono esse potenze in verun
impegno per sostener Cesare contro tanti nemici, benchè pregate e
sollecitate dalla corte di Vienna: ed unica cagione ne fu lo sdegno,
non peranche cessato, per avere l'augusto monarca, dopo tanti benefizii
a lui compartiti, voluto piantare in detrimento loro la compagnia
d'Ostenda, tuttochè questa fosse poi abolita. Si avvide allora il
buon imperadore quanto l'avessero in addietro tradito i suoi troppo
ingordi consiglieri e ministri; e convenne a lui di far penitenza de'
mali consigli altrui, con portar quasi solo tutto il peso di questa
nuova guerra. Perchè, è ben vero che gli riuscì d'indurre i circoli
dell'imperio a dichiarare la guerra; ma non è ignoto qual capitale si
possa fare di que' soccorsi troppo stentati e non mai concordi. Oltre
di che gli elettori di Baviera, Colonia e palatino non consentirono
a tal dichiarazione, e se ne stettero neutrali; anzi il primo fece
un considerabile armamento con voce di mirare alla propria difesa, ma
armamento tale, che tenne sempre in diffidenza e suggezione la corte
cesarea, e la obbligò a guardare con assai gente i suoi confini,
perchè persuasa che il solo oro della Francia manteneva in piedi la
armata bavarese, ascendente a venticinque e forse più mila persone.
Ora in questo verno attese vigorosamente Cesare a batter la cassa
per resistere ai suoi nemici non meno in Lombardia che al Reno, dove
smisurate forze si andavano raunando da' Franzesi.
In questo mentre le due restanti piazze dello Stato di Milano, cioè
Novara e Tortona, venivano o bloccate o bersagliate dall'armi dei
collegati. Ma nel dì 9 di gennaio fu portata a Milano la nuova che
Novara, comprendendo seco la fortezza d'Arona, avea capitolala la
resa con andarsene liberi que' presidii alla volta di Mantova. Allora
fu che si determinò di convertire in assedio il blocco di Tortona e
del suo castello, che era in credito di fortezza capace di stancare
un esercito. Nel dì 12 del suddetto gennaio al dispetto della fredda
stagione fu aperta la trinciera sotto quella città, da cui essendosi
nel dì 26 ritirato il governatore conte Palfi, lasciò campo ai Franzesi
di impossessarsene nel dì 28. Non corrispose all'aspettazion della
gente il presidio di quel castello, ancorchè fosse composto di due
mila Alemanni; perciocchè appena cominciarono il terribile lor giuoco
sessantadue pezzi di cannone e quattordici mortari da bombe, che quel
comandante dimandò di capitolare, e ne uscì nel dì 9 di febbraio con
tutti gli onori militari. Ad altro, siccome dissi, non pensavano
in questi tempi gli uffiziali cesarei nel brutto frangente di sì
impensata guerra, che di salvar la gente, per poter salvare Mantova.
Tutto intanto andò lo Stato di Milano: dopo di che presero riposo le
affaticate e molto sminuite truppe degli alleati. Arrivò il febbraio,
e nè pure si era veduto calare in Italia corpo alcuno di Tedeschi;
solamente s'intendeva che nel Tirolo, e a Trento e Roveredo, andava
ogni dì crescendo il numero dei combattenti austriaci, e che per
capitan generale della loro armata veniva il maresciallo _conte di
Mercy_. Con sei mila persone arrivò finalmente questo generale sul fine
di quel mese a Mantova per conoscere sul fatto lo stato delle cose,
e poi se ne tornò a Roveredo per affrettare il passaggio dell'altre
incamminate milizie. Ma con esso veterano e valoroso comandante parve,
che si accompagnasse anche la mala fortuna, e seco passasse in Italia.
Fu egli sorpreso da una grave flussione agli occhi, ed altri dissero da
un colpo di apoplessia, per cui di tanto in tanto restava come cieco.
Progettossi in Vienna di richiamarlo; ma perchè sempre se ne sperò
miglioramento, continuò egli nel comando.
Trovandosi troppo vicino a questo incendio _Rinaldo d'Este_ duca di
Modena, cominciò anch'egli a provarne le perniciose conseguenze. Sul
principio dell'anno presente ecco stendersi le truppe spagnuole per
li suoi Stati, e prendere quartiere nelle città di Carpi e Correggio,
nelle terre di San Felice e Finale, e in altri luoghi. Perchè s'erano
precedentemente ritirati dalla Mirandola gli Alemanni, esso duca
di Modena avea tosto bensì guernita quella sua città col proprio
presidio; ma non tardò il duca di _Liria_ generale spagnolo nel dì
15 di gennaio a comparire colà colle sue milizie, con chiedere di
entrarvi; al che non fu fatta resistenza, giacchè promise di lasciar
intatta la sovranità e il governo del duca di Modena, principe risoluto
di mantenere la neutralità in mezzo a queste gare. Si andava intanto
ogni dì più ingrossando sul Mantovano l'armata cesarea, talmente,
che secondo le spampanate dei gazzettieri, si decantava ascendesse
a sessanta e più mila persone, bella gente tutta e vogliosa di menar
le mani. Per impedir loro l'inoltrarsi verso lo Stato di Milano, il
generalissimo re di Sardegna _Carlo Emmanuele_ spedì il nerbo delle
sue truppe a postarsi alle rive del fiume Oglio, e la maggior parte
de' Franzesi venne a custodire le rive del Po nel Mantovano di qua,
stendendosi da Guastalla fino a San Benedetto, a Revere, ed anche
ad una parte del Ferrarese; all'incontro nelle rive di là del Po
si fortificarono i Tedeschi a Governolo, Ostiglia, e nei restanti
luoghi dell'Oglio. Si stettero guatando con occhio bieco per alquante
settimane le due nemiche armate, studiando tutto il dì il generale
conte di Mercy la maniera di passare il Po; e dopo molte finte gli
venne fatto di passarlo, dove e quando men se l'aspettavano i Franzesi.
Nella notte seguente al primo dì di maggio, seco menando barche sopra
della carra, spinse egli sopra alcune d'esse il general di battaglia
_conte di Ligneville_ Lorenese pel Po con una man d'armati alla riva
opposta in faccia alla chiesa di San Giacomo, un miglio in circa
distante da San Benedetto. Arrampicaronsi sugli argini quegli armati,
e vi presero posto; nel qual mentre le sentinelle franzesi sparando
sparsero l'avviso di questa sorpresa. Ma il Mercy, con incredibile
diligenza fatto formare il ponte, non perdè tempo a spingere nuove
truppe di qua, in maniera che quando sopraggiunsero le brigate
franzesi, vedendo esse già passata tutta l'oste cesarea, ad altro non
pensarono che a mettersi in salvo.
Grande infatti fu lo scompiglio dei Franzesi, troppo sparpagliati
dietro alla grande stesa degli argini del Po; laonde, corsa la voce
del passaggio suddetto, ciascun corpo d'essi colla maggior fretta
possibile prese la strada del Parmigiano, lasciando indietro non pochi
viveri, munizioni e parte ancora del bagaglio. Passò questo terrore
al Finale, a San Felice e alla Mirandola, dove erano entrati essi
Franzesi, dappoichè l'aveano abbandonata gli Spagnuoli; e tutte quelle
schiere, unitesi poi con quelle di Guastalla, marciarono alla Sacca,
luogo del Parmigiano sul Po. Formato quivi un ponte per mantener la
comunicazione coll'Oltrepò, con alte fosse e trincee si afforzarono;
e da Parma sino a quel luogo dietro al fiume appellato Parma tirarono
una linea, guernendola di gran gente e cannoni, ed aspettando di vedere
che risoluzion prendessero gli Austriaci. Con buona disciplina, dopo
avere ripigliato il possesso della Mirandola, sen vennero questi sul
territorio di Reggio; impadronironsi anche di Guastalla e Novellara,
e andarono ad alzar le tende nelle ville del Parmigiano. Era ito
frattanto il _general Mercy_ a Padova, per isperanza di riportare da
quegli esculapii la guarigion della sua vista; e senza di lui nulla
si potea intraprendere di grande. Parve agli altri comandanti cesarei
viltà il lasciare tanto in ozio il fiorito loro esercito, e però si
avvisarono di cacciare i Franzesi dalla terra di Colorno. Sul principio
di giugno con un grosso distaccamento si portarono colà; disperata
difesa fece quel presidio; sicchè tutti coloro o perderono la vita o
restarono prigionieri. Ma senza paragone vi spesero gl'imperiali più
sangue, essendovi rimasto ucciso il suddetto troppo ardito generale
di Ligneville con altri uffiziali e molta lor gente. Videsi poi
saccheggiata quella povera terra, senza perdonare nè ai luoghi sacri,
nè alle delizie del palazzo e giardino de' duchi di Parma, le quali
furono ivi per la maggior parte disperse od atterrate. Non riportò
lode il principe _Luigi di Wirtemberg_, comandante allora _pro interim_
dell'armata cesarea, perchè non s'inoltrasse con tutte le forze affine
di stringere i Franzesi a Sacca. A lui bastò di mettere in Colorno due
reggimenti. Ma nel dì 5 di giugno essendosi mosso il valoroso re di
Sardegna con assai brigate sue e dei franzesi a quella volta, seguì
una calda zuffa con vicendevole mortalità di gente; pure si trovarono
obbligati i Tedeschi di abbandonare quel sito, oramai, ma troppo
tardi, pentiti di avere comperato sì caro un acquisto che niun frutto e
solamente molto danno loro produsse.
Da che fu ritornato da Padova il _maresciallo di Mercy_, non v'era
chi non credesse imminente qualche gran fatto d'armi; ma con istupore
d'ognuno egli si ritirò a San Martino del marchese estense a digerire
la bile; e ciò perchè odiato dalla maggior parte degli uffiziali, come
macellaio delle truppe, non avea trovato in essi l'ubbidienza dovuta.
Se andassero bene con questi contrattempi gli affari dell'imperadore,
sel può immaginare ciascuno. Placato in fine dopo molti giorni esso
maresciallo, se ne tornò al campo, ed allora determinò di venire
a giornata coi nemici. Sarebbe stato da desiderare ch'egli in sì
pericoloso cimento fosse stato meglio servito dai suoi occhi, e che
le misure da lui prese fossero state quali convengono ai più accorti
generali di armate. Parve a non pochi mal conceputo disegno l'aver egli
(giacchè troppo difficile era l'assalire il campo contrario nelle linee
ben fortificate del fiume Parma) preso un giro al mezzogiorno della
città di Parma, con intenzione di azzuffarsi all'occidente, dove di
fortificazioni erano privi i Franzesi; ma senza far caso di lasciare
esposto un fianco del suo esercito alle artiglierie della città,
e del potere la guernigione di essa città tagliargli la ritirata,
in caso di disgrazie. Ma egli era portato da una ferma credenza di
sconfiggere i nemici; e il vero è che pensava di trovare i Franzesi
nell'accampamento loro dietro alla Parma, e non già nel sito dove
succedette dipoi il terribil conflitto. All'armata gallo-sarda non si
trovava più il _maresciallo di Villars_, perchè la sua soverchia età
gli avea siffattamente infiacchita la memoria, che ora dato un ordine,
da lì a poco dimentico del primo, ne spediva un altro in contrario.
Laonde, richiamato alla corte, s'inviò nel dì 27 di maggio alla volta
di Torino, dove, sorpreso da malattia, diede fine ai suoi giorni,
ma non già alla gloria di essere stato uno dei più sperti e rinomati
condottieri d'armata dei giorni suoi. Anche il generalissimo _Carlo
Emmanuele_ re di Sardegna avea dato una scorsa a Torino, per visitar la
regina caduta inferma. Ora, essendo restato al comando dell'esercito
gallo-sardo i due marescialli di _Coigny_ e di _Broglio_, o sia che
le spie portassero avviso dei movimenti degl'imperiali, o pure fosse
accidente, mossero eglino il campo, per venire anch'essi al mezzo
giorno, verisimilmente per coprire la città di Parma da ogni attentato.
All'improvviso dunque nella mattina del dì 29 di giugno, festa dei
santi Pietro e Paolo, si scontrarono le due nemiche armate sulla
strada maestra, o vogliam dire via Claudia, stendendosi i Franzesi
dalla città fino per un miglio al luogo detto la Crocetta, ben difesi
dagli alti fossi della medesima strada. Ancorchè si trovasse il Mercy
inferiore di gente, per aver lasciato molti staccamenti indietro alla
custodia dei passi, e tutta la fanteria non fosse peranche giunta, pure
attaccò furiosamente la battaglia con istrage non lieve de' nemici.
Costò anche gran sangue l'espugnazione d'una cassina; ma il peggio
fu ch'egli stesso, col troppo esporsi alle palle degli avversarii,
ne restò sì malamente colto, che sul campo spirò l'ultimo fiato. Non
si sa se il funerale fosse poi accompagnato dalle lagrime di alcuno.
Arrivata la fanteria tutta, crebbe maggiormente il fuoco, le morti
e le ferite da ambe le parti, senza nondimeno che l'una passasse
nei confini dell'altra. A cagione di tanti fossi ed alberi poco o
nulla potè operare la copiosa cavalleria tedesca; e i soli fucili e
i piccioli cannoni da campagna, ma non mai le sciabole e baionette,
fecero l'orribil giuoco. Da molti fu creduto che il principe _Luigi
di Wirtemberg_, rimasto comandante in capo dopo la morte del Mercy,
non sapesse qual regolamento avesse preso il defunto generale, e però
pensasse più alla difesa che all'offesa. Ed altri immaginarono che
se fosse sopravvissuto il Mercy, egli avrebbe riportata vittoria, o
sacrificata la maggior parte delle sue truppe. La conclusione fu, che
questo sanguinoso combattimento durò fino alla notte, la quale pose
fine al vicendevol macello; ed amendue l'armate rimasero nei loro
campi a considerare e compiangere le loro perdite per tanti uffiziali
e soldati o uccisi o feriti, senza sapere qual destino fosse toccato
alla parte contraria. Non aspetti alcuno da me d'intendere a quante
migliaia ascendesse il danno dell'una o dell'altra armata, insegnando
la sperienza che ognuno si studia d'ingrandire il numero dei nemici e
di sminuire il numero dei proprii. Calcolarono alcuni che almen dieci
mila persone tra gli uni e gli altri restassero freddi sul campo. Quel
ch'è certo, ciascuna delle parti nella notte, al trovare tanta copia di
morti e feriti, si credette vinta; e si sa che i comandanti franzesi,
tenuto consiglio, meditavano già di ritirarsi ai confini della Sacca e
a decampare dai contorni di Parma; quando verso la mezza notte giunse
la grata nuova che i Tedeschi, levato il campo, erano in viaggio per
tornarsene verso il Reggiano. Snervati cotanto di gente si trovarono
essi cesarei, e privi di vettovaglie e foraggi, e in vicinanza d'essa
città nemica, che loro fu necessario di retrocedere. Era ferito anche
lo stesso principe di Wirtemberg.
Videsi in questi tempi Parma tutta piena di Gallo-Sardi feriti, e
una processione continua per due giorni sulla via Claudia di feriti
tedeschi, non curati da alcuno, de' quali parte ancora nel viaggio
andava mancando di vita: spettacolo compassionevole ed orrido a chi
contemplava in essi l'umana miseria e i frutti amari dell'ambizion de'
regnanti. Sul fine della battaglia per le poste, e con grave pericolo
di cadere in mano dei cesarei, il re di Sardegna pervenne al campo.
Fu creduto migliore consiglio il non inseguire i fuggitivi nemici, e
nel dì seguente s'inviò buona parte dell'esercito gallo-sardo verso
Guastalla per isloggiarne i Tedeschi. V'era dentro un presidio di mille
e duecento persone, e per disattenzione dei comandanti cesarei niuno
avviso fu loro inviato della succeduta catastrofe; laonde, trovandosi
quella gente sprovveduta d'artiglierie, di munizioni e di viveri, fu
obbligata di rendersi prigioniera. Giunse intanto l'esercito tedesco
a passare il fiume Secchia, dopo aver lasciate funeste memorie di
ruberie per dovunque passò; e a fin di mantenere la comunicazione colla
Mirandola e col Mantovano, si diede tosto ad afforzarsi sugli argini
dello stesso fiume; siccome parimente fecero i Franzesi nella parte
di là, con aver posto il re di Sardegna il quartier generale a San
Benedetto. Avea nella precedente primavera il _maresciallo di Villars_
pensato a stendere la sua giurisdizione anche negli Stati di Modena,
sì per assicurarsi di questa città e della sua cittadella, come anche
per istendere le contribuzioni in questo paese: mestiere favorito dai
monarchi della terra, e praticato tanto più indiscretamente da essi,
quanto più son potenti e ricchi, senza distinguere paesi neutrali ed
innocenti dai nemici. Nel dì 15 d'aprile comparve a Modena il marchese
di Pezè, uffiziale franzese di gran credito ed eloquenza, che fece
la dimanda d'essa cittadella in deposito a nome del re Cattolico.
Per quante esibizioni facesse il _duca Rinaldo_ di sicurezze ch'egli
guarderebbe quella fortezza senza darla ai nemici degli alleati, saldo
stette il Pezè in esigere, e non men di lui il duca in negare sì fatta
cessione. Andossene perciò senza aver nulla guadagnato quell'uffiziale,
e il duca, a cagion di questo, guernì di qualche migliaio di sue
milizie la cittadella predetta. Ma da che dopo la battaglia di Parma si
trovarono sì infievoliti i cesarei, spedì il duca al campo gallo-sardo
l'abbate Domenico Giacobazzi, oggidì consigliere di Stato e segretario
ducale, ben persuaso di non poter più resistere alla tempesta, e
desideroso di salvare quel più che potea nell'imminente naufragio.
Disposte poscia il meglio che fu possibile le cose, nel dì 14 di luglio
si ritirò il duca con tutta la sua famiglia a Bologna. Il principe
ereditario _Francesco_ suo figlio e la principessa consorte s'erano
molto prima portati a Genova, e di là poi col tempo passarono amendue a
Parigi.
Entrarono nel dì 13 i Franzesi in Reggio, e nel dì 20 del mese suddetto
comparve alle porte di Modena il _marchese di Maillebois_, tenente
generale di sua maestà Cristianissima, con buon distaccamento d'armati
che accordò alla città e sue dipendenze un'onesta capitolazione,
restando intatta la giurisdizione, dominio e rendite del duca, con
altri patti in favore del popolo: patti di carta, che non durarono
poi se non pochi giorni. Che intollerabili aggravii, che esorbitanti
contribuzioni imponessero poscia i Franzesi agli Stati suddetti, non
occorre ch'io lo ricordi, dopo averne assai parlato nelle Antichità
Estensi. Divennero in oltre essi Stati il teatro della guerra, tenendo
i Cesarei la Mirandola e tutto il basso Modenese, e i Franzesi Modena,
Reggio, Correggio e Carpi. Il fiume Secchia era quello che dividea
le armate, le quali andarono godendo un dolce ozio sino alla metà di
settembre, ma senza lasciarne godere un briciolo ai poveri abitanti.
Al comando dell'armi imperiali era intanto stato inviato da Vienna il
maresciallo _conte Giuseppe di Koningsegg_, signore di gran senno,
che tosto determinò di svegliare gli addormentati nemici. Trovavasi
in questo tempo attendato a Quistello il maresciallo franzese _conte
di Broglio_ con parte dell'esercito, guardando i passi della Secchia.
Con isforzate marcie e con gran silenzio sull'alba del dì 15 di esso
settembre ecco comparire il nerbo maggiori degli Alemanni, valicar
la poca acqua del fiume, sorprendere i picchetti avanzati, e poi dare
improvvisamente addosso al campo franzese. Non ebbero tempo colti nel
sonno i soldati di prendere l'armi, non che di ordinar le schiere.
Solamente si pensò alle gambe. Fuggì in camicia il maresciallo di
Broglio; e il signore di Caraman suo nipote, colonnello e brigadiere
d'essa armata, essendosi opposto per facilitare al zio la ritirata,
restò con altri uffiziali prigioniero. Andò a sacco tutto il campo,
tende, bagagli, armi, munizioni, e le argenterie de' maggiori
uffiziali. Era molto splendida e copiosa quella del conte di Broglio,
la cui segreteria restò anch'essa in mano dei vincitori. Per questa
disavventura fu da lì innanzi esso maresciallo, benchè personaggio di
gran merito e mente, guardato di mal occhio alla corte di Francia, e
col tempo si vide cadere. Rimasero per tale irruzione tagliati fuori
molti corpi di Franzesi, che si renderono prigioni, altri ne furono
presi a letto nel campo, tal che fu creduto, che tra morti e prigioni,
vi perdessero i Franzesi da tre e forse più mila persone. Maggiore
senza paragone sarebbe stata la perdita loro, se non si fossero
sbandati i Tedeschi dietro al ricco spoglio del campo, e non avessero
trovato, allorchè presero ad inseguire i nemici, varie fosse e canali,
custoditi da qualche truppa franzese, che ritardarono di troppo i lor
passi. Ebbe tempo il re di Sardegna di ritirarsi colla sua gente da San
Benedetto, conducendo seco cannoni e bagaglio, pizzicato nondimeno per
viaggio. Solamente due battaglioni restati in quel monistero con altri
Franzesi capitati colà, dopo avere ottenuti patti onesti, si renderono
agl'imperiali.
Ridotto in fine con gran fretta tutto l'esercito gallo-sardo a
Guastalla fuori di quella città, e fra i due argini del Po e del
Crostolo vecchio, si diede con gran fretta a formare alti e forti
trincieramenti; nel qual tempo furono anche abbandonati Carpi e
Correggio dai presidii franzesi, che si ritirarono al grosso della lor
armata. A quella volta del pari trasse tutto il cesareo esercito, e
poco si stette a vedere un altro spaventevole fatto d'armi. Molto fu
poi disputato se a questo nuovo conflitto si venisse per accidente o
pure per risoluta volontà del _maresciallo di Koningsegg_. Giudicarono
alcuni che, per una scaramuccia insorta fra grosse partite, a poco
a poco andasse crescendo l'impegno, tanto che in fine tutte le due
armate entrarono in ballo. Pretesero altri che il Koningsegg, troppa
fede prestando al principe di Virtemberg, asserente, come cosa certa,
che la cavalleria gallo-sarda era passata oltre Po a cercar foraggi,
determinasse di tentar la fortuna. Persona di credito mi assicurò, non
altra intenzione avere avuto il generale cesareo, che di riconoscere
il campo nemico; ma che, inoltratisi due o tre suoi reggimenti, vennero
alle mani con un corpo di Franzesi: laonde la battaglia divenne a poco
a poco universale. Usciti perciò dei loro trincieramenti i Franzesi
in ordinanza di battaglia, nella mattina del dì 19 di settembre si
azzuffarono i due possenti eserciti; e sulle prime due bei reggimenti
di corazze cesaree, caduti in un'imboscata, rimasero quasi disfatti.
Al primo avviso il re sardo, che si trovava di là dal Po, corse a
rinforzar l'armata colla sua cavalleria, e sempre colla spada alla mano
in compagnia dei due marescialli di Coigny e di Broglio, attese a dar
gli ordini opportuni, trovandosi coraggiosamente in mezzo ai maggiori
pericoli. Giocarono in questo conflitto terribilmente le artiglierie
d'ambe le parti, facendo squarci grandi nelle schiere opposte; le
sciabole e baionette non istettero punto in ozio; e però sanguinosa
oltremodo riuscì la pugna. Parve che il principe _Luigi di Wirtemberg_
andasse cercando la morte: tanto arditamente si spinse egli addosso
ai nemici; e infatti restò ucciso sul campo. Ora piegarono i Franzesi
ed ora i Tedeschi; ma in fine, chiarito il Koningsegg che non si potea
rompere l'oste contraria, prese il partito di far sonare a raccolta, e
di ritirarsi colla migliore ordinanza che fu possibile. Si disse che
i Franzesi l'inseguissero per un tratto di strada, ma non è certo. A
quanto montasse la perdita dell'una e dell'altra parte, resta tuttavia
da sapersi. Indubitata cosa è che vi perì gran gente con molti insigni
uffiziali di prima riga e subalterni, e maggior fu la copia de' feriti,
la quale ascese a migliaia. Si attribuirono i Gallo-Sardi la vittoria,
e non senza ragione, perchè restarono padroni del campo, di quattro
stendardi e di qualche pezzo di cannone e i Savoiardi riportarono
in trionfo un paio di timballi. Ebbe l'avvertenza il maresciallo
cesareo, nello stesso bollore del poco prospero conflitto, di spedir
ordine perchè si formasse o si armasse gagliardamente il ponte di
comunicazione col Mantovano sul Po, e fu ben servito. Nè si dee tacere
che il _marchese di Maillebois_, durante la battaglia suddetta, con tre
mila cavalli di là dal Po corse per sorprendere Borgoforte, ed impedire
la comunicazione del ponte; ma non fu a tempo, anzi ben ricevuto, non
pensò che a tornarsene indietro.
Venne nei seguenti giorni a notizia dei Franzesi altro non trovarsi
nella Mirandola che lo scarso presidio di trecento Alemanni con
poca artiglieria. Parve questo il tempo d'impadronirsene. Scelto
per tale impresa il suddetto tenente generale _Maillebois_, uomo di
grande ardire ed attività, comparve sotto quella piazza con sei mila
combattenti, con otto grossi pezzi d'artiglieria cavati da Modena, e
con altri cannoni; e senza riguardi e cerimonie alzò tosto una batteria
sul cammino coperto. Essendo poi corsa voce che dieci mila Tedeschi
venivano a fargli una visita, con tutti i suoi arnesi fu presto a
ritirarsi. Ma, scopertasi falsa questa voce, egli, più che mai voglioso
e isperanzito di quell'acquisto, tornò sotto alla piazza, e con tutto
vigore rinovò le offese. Fatta la breccia, si preparava già a scendere
nella fossa, quando venne a sapere che il Koningsegg segretamente avea
fatto sfilare alquante migliaia de' suoi a quella volta, e formato
un ponte sul Po a questo effetto; però da saggio comandante nel dì
12 di ottobre sloggiò, e tal fu la fretta, che lasciò indietro tutta
l'artiglieria. Niun'altra considerabile impresa fu fatta nel resto
dell'anno, se non che ostinatosi il conte di Koningsegg di stare colla
sua gente in campagna tra il Po e l'Oglio, gran tormento diede all'oste
gallo-sarda obbligata a gravi patimenti, alloggiando e dormendo i
poveri soldati non più sulla terra, ma sui fanghi e nell'acqua. Non
soffrì il re di Sardegna che più durasse tanto affanno delle milizie, e
decampato che ebbe, le ridusse ai quartieri di verno, ma sì mal concie,
che, entrata fra loro un'epidemia, nei seguenti mesi sbrigò dai guai
del mondo una parte di essi, e non solo essi, ma chiunque dei medici,
chirurghi e cappellani che assisterono ad essi: come pur troppo si
provò nella città di Modena. La ritirata loro aprì il campo ai Cesarei
per passar l'Oglio, ed impadronirsi di Bozzolo, Viadana, Casal Maggiore
ed altri luoghi. E al principe di Sassonia _Hildburgausen_ riuscì con
finti cannoni di legno di far paura al comandante di Sabbioneta, che
non ebbe difficoltà di renderla a patti onorevoli. Con tali imprese
terminò nell'anno presente la campagna in Lombardia.
Ci chiama ora un'altra memorabile scena, parimente spettante a
quest'anno e all'Italia. Siccome accennammo, era già stata presa nel
gabinetto di Spagna la risoluzion di valersi del tempo propizio in
cui si trovavano impegnate l'armi di Cesare al Reno e in Lombardia,
per la conquista dei regni di Napoli e Sicilia. Ognun vedea che le
mire degli Spagnuoli con tanti legni in mare, con tanta cavalleria e
fanteria già pervenuta in Toscana, e che andava ogni dì più crescendo,
tendevano a passar colà. Maggiormente ancora se ne avvide il _conte don
Giulio Visconti_, vicerè allora di Napoli, il quale bensì per tempo
si accinse a far la possibile difesa, con fortificare spezialmente
Gaeta e Capoa, e provvederle di gente e di tutto il bisognevole; ma,
per trovarsi con forze troppo smilze a sì pericoloso cimento, con
replicate lettere facea istanza di soccorsi alla corte di Vienna. Ne
ricevè molte speranze; a riserva nondimeno di alquante reclute e di
altre poche milizie che dal litorale austriaco e dalla Sicilia per mare
andarono capitando colà, si sciolsero tutte in fumo le altre promesse.
Il quartier generale dell'esercito spagnuolo, sotto la direzione del
_conte di Montemar_, nel gennaio di quest'anno era in Siena. A quella
volta si mosse da Parma anche il real _infante don Carlo_; ed essendo
nel dì 5 di febbraio passato in vicinanza di Modena, salutato con salva
reale dalla cittadella, arrivò poi nel dì 10 felicemente a Firenze.
Portò egli seco gli arredi più preziosi dei palazzi Farnesi di Parma
e Piacenza, ben prevedendo che gli si preparava un più magnifico
alloggio in altre parti. Anche il _duca di Liria_, raccolte le truppe
spagnuole ch'erano sparse negli Stati del duca di Modena, e abbandonata
la Mirandola, andò ad unirsi all'esercito sul sanese. Da che sul
fine di febbraio si fu messo alla testa di sì bella e poderosa armata
esso reale infante, tutti si mossero alla volta di Roma, e nel dì 15
passarono sopra un preparato ponte il Tevere. Nello stesso tempo per
mare capitò a Cività vecchia la numerosa flotta di Spagna, ed otto navi
di essa, veleggiando oltre, nel dì 20 s'impossessarono delle isole
di Procida ed Ischia. Furono sparsi per Napoli e pel regno manifesti
che promettevano per parte dell'infante diminuzion di aggravii, e
privilegii e perdono a chi in addietro avea tenuto il partito imperiale
contro la corona di Spagna.
Stavano intanto speculando i satrapi della politica se gli Spagnuoli
troverebbero opposizioni ai confini. Niuna ne trovarono, e però avendo
essi declinata Capoa, e passato il Volturno, giunsero a sant'Angelo di
Rocca Canina. Era stata su questo disputa fra i due generali, _Caraffa_
Italiano e _Traun_ Tedesco. Pretendeva l'uno d'essi, cioè il primo,
che tornasse più il conto a sguernire le piazze di presidii, e raccolta
tutta la gente di armi alemanna, doversi formare un'armata che andasse
a fronte della nemica, per tentare una battaglia. Succedendo questa
felicemente, pareva in salvo il regno. All'incontro, col difendere
i soli luoghi forti, Napoli era perduta; e chi ha la capitale, in
breve ha il resto. Sosteneva per lo contrario il conte Traun il tener
divise le soldatesche nelle fortezze; perchè, venendo i promessi
soccorsi di venti mila armati dalla Germania, Napoli si sarebbe
felicemente ricuperata. Prevalse quest'ultimo sentimento, e fu la
rovina de' cesarei, che niun rinforzo riceverono, e perderono tutto.
Dopo la disgrazia fu chiamato in Vienna il generale Caraffa, fedele
ed onoratissimo signore, imputato di non aver ben servito l'augusto
padrone. Andò egli ma non gli fu permesso di entrare in Vienna, nè di
parlare a sua maestà cesarea. Per altro, portò egli seco le chiare sue
giustificazioni. Fu detto che l'imperadore con sua lettera gli avesse
ordinato di raunar la gente, e di venire ad un fatto d'armi, e che
altra lettera del consiglio di guerra sopraggiunse con ordine tutto
contrario. Avea il conte _don Giulio Visconti_ vicerè preventivamente
inviata a Roma la moglie col meglio dei suoi mobili, e a Gaeta le
scritture più importanti; ed egli stesso dipoi prese la strada di
Avellino e Barletta, per non essere spettatore della inevitabil
rivoluzione di Napoli, che tutta era in iscompiglio, e che scrisse a
Vienna le scuse e discolpe della sua fedeltà, se sprovveduta di chi
la sostenesse, era forzata a cedere ad un principe che si accostava
con esercito sì potente per terra e per mare. Giunto pertanto nel dì 9
d'aprile il reale infante coll'oste sua a Maddalori, lungi quattordici
miglia da Napoli, vennero i deputati ed eletti di quella real città
ad inchinarlo, e a presentargli le chiavi, coprendosi come grandi di
Spagna, secondo il privilegio di quella metropoli. Nel seguente dì 10
fu spedito un distaccamento di tre mila Spagnuoli, che pacificamente
entrarono in Napoli, e l'infante passò alla città d'Aversa, fissando
ivi il suo quartiere, finattantochè si fossero ridotte all'ubbidienza
le fortezze della capitale. Contra di queste, preparati che furono
tutti gli arnesi, si diede principio alle ostilità. Nel dì 25 si
arrendè il castello Sant'Ermo, con restare prigioniera la guernigione
tedesca di secento venti persone. Due giorni prima anche l'altra di
Baia, dopo aver sentite alquante cannonate, si rendè a discrezione.
Consisteva in secento sessanta soldati. Il castello dell'Uovo durò sino
al dì 5 di maggio, in cui quel presidio, esposta bandiera bianca, restò
al pari degli altri prigioniero. Altrettanto fece nel dì 6 d'esso mese
Castel Nuovo.
Dappoichè fu libera dagli Austriaci la città di Napoli, vi fece il suo
solenne ingresso nel dì 10 di maggio l'infante reale _don Carlo_ fra le
incessanti allegrie ed acclamazioni di quel gran popolo. Nobili fuochi
di gioia nelle sere seguenti attestarono la contentezza d'ognuno, ben
prevedendo che questo amabil principe, così ornato di pietà e tanto
inclinato alla clemenza, avea da portar quella corona in capo. In
fatti nel dì 15 d'esso maggio giunse corriere di Spagna col decreto,
in cui il Cattolico monarca _Filippo V_ dichiarava questo suo figlio
re dell'una e dell'altra Sicilia: avviso, che fece raddoppiar le feste
ed allegrezze di un popolo non avvezzo da più di ducento anni ad avere
re proprio. Tutti i saggi riconobbero quale indicibil vantaggio sia
l'aver corte e re o principe proprio. Trovavansi in Bari già adunati
circa sette mila soldati cesarei. Poichè voce si sparse che sei mila
Croati aveano da venire ad unirsi a questa piccola armata, il capitan
generale spagnuolo, cioè il _conte di Montemar_, a fin di prevenire il
loro arrivo, col meglio dell'esercito suo, facendolo marciare a grandi
giornate, corse anch'egli a quelle parti. Nel dì 27 di maggio trovò
egli quella gente in vicinanza di Bitonto in ordine di battaglia, e
tosto attaccò la zuffa con essi. Ma quella non fu zuffa, perchè subito
si disordinarono e diedero alle gambe gl'Italiani, che erano i più, e
furono seguitati dagli Alemanni. La maggior parte restò presa, e gli
altri si salvarono in Bari. Non si potè poi cavar di testa alla gente
che il _principe di Belmonte_ marchese di San Vincenzo, comandante di
quel corpo di truppe, non avesse prima acconciati i suoi affari con gli
Spagnuoli, giacchè da lì a non molto fu osservato ben visto e favorito
da loro. Anche gli abitanti di Lecce, mossa sollevazione, presero
quanti Tedeschi si trovarono in quella contrada. In riconoscenza dei
rilevanti servigi prestati al nuovo re di Napoli, fu il conte di
Montemar dichiarato duca di Bitonto, e comandante de' castelli di
Napoli con pensione annua di cinquanta mila ducati. Impadronironsi
poscia gli Spagnuoli di Brindisi e di Pescara, con restar prigioni di
guerra quei presidii. Ma ciò che più stava loro a cuore, era la città
di Gaeta, piazza di gran polso, e ben provveduta di gente, viveri e
munizioni per la difesa. Nel dì 31 di luglio si portò per mare colà
il giovine re _don Carlo_, ed allora l'esercito aprì la trinciera.
A tale assedio comparve anche _Carlo Odoardo_ principe di Galles,
primogenito del cattolico re _Giacomo III Stuardo_, che fu accolto dal
re di Napoli con dimostrazioni di distinta stima ed amore. Ma quella
forte piazza, con istupore di ognuno, non resistè che pochi giorni
alle batterie nemiche, e nel dì 7 d'agosto la guernigione tedesca
cedette il posto alla spagnuola. Perchè quegli abitanti ricusarono di
venire ad un accordo col generale dell'artiglieria, videro trasportate
a Napoli tutte le lor campane, essendone restate solamente alcune
picciole in due o tre conventi. Bella legge, che è questa, di punir le
innocenti chiese con sì barbaro spoglio! Ciò fatto, si fecero tutte le
disposizioni necessarie per passare alla conquista della Sicilia.
Nel dì 25 d'esso mese d'agosto essendosi imbarcato il capitan generale
conte di Montemar, mise alla vela il gran convoglio, numeroso di circa
trecento tartane, cinque galee, cinque navi da guerra, due palandre, e
molti altri legni minori. In vicinanza di Palermo approdò felicemente
sul fine del mese quella flotta, laonde il senato di quella metropoli,
siccome privo di difensori, non tardò a far colà la sua comparsa,
per attestare l'ossequio di quel popolo alla real famiglia di Spagna.
Addobbi insigni, strepitose acclamazioni solennizzarono nel dì 2 di
settembre l'ingresso in Palermo del suddetto Montemar di già dichiarato
vicerè di Sicilia. Passò egli dipoi col forte dell'armata a Messina,
i cui cittadini aveano già ottenuta licenza di rendersi, giacchè _il
principe di Lobcovitz_ comandante avea ritirati i presidii dai castelli
di Matagriffone, Castellazzo e Taormina, per difendere il solo castello
di Gonzaga e la cittadella. Ma poco stette a rendersi esso castello
di Gonzaga con quattrocento uomini, che rimasero prigionieri; però
tutto lo sforzo degli Spagnuoli si rivolse contro la sola cittadella,
difesa con indicibil valore do quella guernigione. Trapani e Siracusa
furono nello stesso tempo assediate. Altro più non restava nel regno di
Napoli che la città di Capoa, ricusante di sottomettersi all'armi di
Spagna. Entro v'era il general _conte Traun_, che si sostenne sempre
con gran vigore, e sovente si lasciava vedere ai nemici con delle
sortite. Una d'esse fece ben dello strepito, perchè essendosi per le
pioggie ingrossato il fiume Volturno, e rimasti tagliati fuori circa
mille Spagnuoli, perchè senza comunicazione col loro campo; il Traun
uscito con quasi tutta la guernigione, e con dei piccioli cannoni
coperti sopra delle carra, parte ne stese morti sul suolo, altri ne
fece prigionieri. Ma in fine niuna speranza rimanendo di soccorso, e
volendo esso generale salvare il presidio, capitolò la resa di quella
città e castello nel dì 22 d'ottobre, se in termine di sei giorni non
gli veniva aiuto, o non fosse seguito qualche armistizio, con altre
condizioni. Però, venuto il termine, furono scortati questi Alemanni
sino a Manfredonia e Bari, per essere trasportati a Trieste. Ed ecco
tutto il regno di Napoli all'ubbidienza del _re Carlo_, a cui nel
presente anno si videro di tanto in tanto arrivar nuovi rinforzi di
gente, munizioni e danaro. Fra tanti soldati fatti prigionieri nei
regni di Napoli e Sicilia, la maggior parte degli Italiani, ed anche
molti Tedeschi si arrolarono nell'esercito spagnuolo. Ma perciocchè
essi Alemanni, tosto che se la vedevano bella, disertavano, fu preso il
partito d'inviarne una parte degli arrolati e il resto dei prigioni in
Ispagna. Di là poi furono trasportati in Africa nella piazza d'Orano,
dove trovarono un gran fosso da passare, se più veniva lor voglia di
disertare.
Maggiormente si riaccese in questo anno la ribellion de' Corsi, dove
quella brava gente, già impadronitasi di Corte, sul fine di febbraio
diede una rotta al presidio genovese uscito della Bastia, e nel dì 29
di marzo sconfisse un altro corpo d'essi Genovesi. Continuarono poi nel
resto dell'anno le sollevazioni e le azioni militari con varia fortuna
in quell'isola. Roma vide in questi tempi per la protezion di Vienna,
e per lo sborso di trenta mila scudi, alquanto migliorata la condizione
del _cardinal Coscia_, che restò liberato dalle censure già promulgate
contra di lui, ma non già dalla prigionia di castello Sant'Angelo.
Un insigne regalo fece il pontefice _Clemente XII_ al Campidoglio,
con ordinare il trasporto colà della bella raccolta di statue antiche
fatta dal cardinale _Alessandro Albani_, ed acquistata dalla santità
sua col prezzo di sessantasei mila scudi. Ma nel dì 6 maggio si trovò
tutta in conquasso essa città di Roma, per essersi verso il mezzo dì
attaccato il fuoco ad un castello di legnami sulle sponde del Tevere,
dirimpetto al quartiere di Ripetta e alla piazza dell'Oca. Spirava
un gagliardo vento, che di mano in mano andò portando le fiamme agli
altri castelli circonvicini, e ad alcuni pochi magazzini di legna, e
alle case di quasi tutta quell'isola; di maniera che circa quattro mila
persone rimasero senza abitazione, e vi perderono i loro mobili. Per
troncare il corso a sì spaventoso incendio, fu di mestieri trasportar
colà alcuni cannoni da castello Sant'Angelo, che, atterrando varie
case, non permisero al fuoco di maggiormente inoltrare i suoi passi.
Guai se penetrava agli altri magazzini di fieno e di legna. Incredibile
fu il danno, non minore lo spavento. Fece il benefico papa distribuir
tosto due mila scudi a quella povera gente. Nell'anno presente, siccome
vedemmo, provò l'augusta casa d'Austria in Italia tante percosse,
e nè pure in Germania potè esentarsi da altre disavventure per la
troppa superiorità dell'armi franzesi. In questo bisogno di Cesare
l'ormai vecchio principe _Eugenio di Savoia_ ripigliò l'usbergo,
e passò con quelle forze che potè raunare a sostener le linee di
Erlingen. Quand'ecco due possenti eserciti franzesi, l'uno condotto dai
marescialli e duchi di _Bervich_ e _Noaglies_, e l'altro dal marchese
d'_Asfeld_, che quasi il presero in mezzo. Gran lode riportò il
principe per la stessa sua ritirata, fatta da maestro di guerra, perchè
seppe mettere in salvo le artiglierie e bagagli, e mostrando di voler
cimentarsi, saggiamente si ridusse in salvo senza alcun cimento con
tutti i suoi. Fu poi assediata l'importante fortezza di Filisburgo dai
Franzesi, e con sì fatti trincieramenti circonvallata, che, ritornato
il principe con oste poderosa per darle soccorso, altro non potè fare
che essere come spettatore della resa d'essa nei dì 21 di luglio.
Gran gente costò ai Franzesi lo acquisto di quella piazza, e fra gli
altri molti uffiziali vi lasciò la vita il suddetto _duca di Bervich_
della real casa Stuarda, uno dei più grandi e rinomati condottieri
d'armate de' giorni suoi. Una palla di cannone privò la Francia di sì
accreditato generale. Niun'altra considerabile impresa seguì poscia
nell'anno presente in quelle parti, nulla avendo voluto azzardare il
principe Eugenio, a cagion degli infausti successi dell'armi cesaree
in Italia. E tal fine con tante vicende ebbe l'anno presente, in cui
con occhio tranquillo stettero Inglesi ed Olandesi mirando i deliquii
dell'augusta casa d'Austria, quasichè nulla importasse loro il sempre
maggiore ingrandimento della real casa di Borbone. Col tempo se
n'ebbero a pentire.
Anno di CRISTO MDCCXXXV. Indiz. XIII.
CLEMENTE XII papa 6.
CARLO VI imperadore 25.
Gran cordoglio provò in quest'anno _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna,
per avergli la morte rapita, nel dì 15 di gennaio, la real sua
consorte, cioè _Polissena Cristina d'Hassia Rhinfels Rotemburgo_,
principessa amabilissima e dotata di rare virtù, giunta all'anno
ventesimo nono della sua età, con lasciar dopo di sè due principini
e due principesse. Ebbe bisogno il re di tutta la sua virtù per
consolarsi nella perdita di una consorte di merito tanto singolare.
Parimente fu colpito dalla morte in Venezia il dì 5 di gennaio _Carlo
Ruzzini_ in età d'anni ottantuno in circa; e a lui fu sostituito
nella ducal dignità _Luigi Pisani_. A simile funesto colpo soggiacque
nel dì 18 del suddetto gennaio in Roma anche la principessa _Maria
Clementina_ figlia di _Giacomo Sobieschi_, principe reale di Polonia,
e moglie di _Giacomo III Stuardo_ re cattolico della Gran Bretagna,
da lui sposata nel settembre nel 1719 in Montefiascone. Tali furono
le eroiche virtù, e massimamente l'inarrivabil pietà di questa
principessa, che vivente fu da ognuno riguardata qual santa, e meritò
poi che le sue insigni azioni fossero tramandate ai posteri come un
esemplare delle principesse eroine. Arricchì di due figli il real
consorte, cioè di _Carlo Odoardo_ principe di Galles, nato nel dì
31 di dicembre del 1720, e di _Arrigo Benedetto_ duca di Yorch, nato
nel dì 6 di marzo del 1725. Suntuosissimo funerale, qual si conveniva
ad una regina, le fu fatto per ordine del sommo pontefice _Clemente
XII_ nella chiesa de' Santi Apostoli. Portato il cadavero suo nella
basilica Vaticana, disegnò esso santo padre di ergerle un mausoleo
non inferiore a quello della _regina di Svezia Cristina_. Attendeva
in questi tempi il magnanimo pontefice ad accrescere gli ornamenti di
Roma colla gran facciata della basilica lateranense, e con abbellire
in forma sommamente maestosa la fontana di Trevi. Nello stesso tempo
erano occupate le rendite sue in provvedere di un insigne lazzaretto la
città d'Ancona. Eresse parimente un magnifico seminario nella diocesi
di Bisignano, affinchè servisse all'educazione de' giovani greci. Buone
somme ancora di danaro spedì al _cardinale Alberoni_ legato di Ravenna,
affinchè divertisse i due fiumi Ronco e Montone, che minacciavano, per
l'altezza dei loro letti, l'eccidio a quell'antichissima città.
Meraviglie di valore e di prudenza avea fatte fin qui il _principe
di Lobcovitz_ in sostenere l'assediata cittadella di Messina, e
più ne avrebbe fatto, se non gli fossero venuti meno i viveri e le
munizioni. Costretto dunque non dalla forza delle armi, ma dalla
propria penuria, finalmente nel dì 22 di febbraio espose bandiera
bianca, ottenne onorevoli condizioni, e lasciò poi solamente nel
fine di marzo in potere degli Spagnuoli quell'importante fortezza.
Maggior fu la resistenza che fece pel suo vantaggioso sito, e per la
valorosa condotta del generale marchese Roma, la città di Siracusa;
ma bersagliata per mare e per terra da bombe ed artiglierie, nel dì
16 di giugno anch'essa, con patti simili a quei di Messina, si diede
per vinta. Vi restava l'unica fortezza di Trapani, tuttavia difesa
dagli Alemanni. Non passò il dì 21 dello stesso giugno che anch'essa
piegò il collo alle armi vincitrici di Spagna; di maniera che tutta
l'isola e regno della Sicilia restò pacificamente soggetta al giovane
re _don Carlo_. S'era già fin dal mese di febbraio messo in viaggio per
terra questo grazioso regnante alla volta dello Stretto, per passare
colà, e prendere in Palermo, secondo l'antico rituale, la corona delle
Due Sicilie. Arrivato a Messina, vi fece il suo pubblico ingresso
nel dì 9 di marzo, accolto con somma allegrezza da quel popolo. Dopo
molti giorni di riposo, imbarcato pervenne felicemente, nel dì 18 di
maggio, a Palermo. Destinato il dì 3 di luglio, giorno di domenica, per
l'incoronazione di sua maestà, con indicibil magnificenza fu eseguita
quella funzione. Dopo di che, scortato da numerosa flotta, egli se ne
tornò per mare alla sua residenza di Napoli, dove felicemente arrivò
nel dì 12 del suddetto luglio. Per tre giorni furono fatte insigni
feste in quella gran città con bellissime macchine e ricchissime
illuminazioni, facendo a gara ognun per comprovare il suo giubilo al
reale sovrano. Avea molto prima d'ora conosciuto il capitan generale
_duca di Montemar_, che non occorrevano più tante truppe nel regno
di Napoli, e perciò nel febbraio di quest'anno si mosse con alquante
migliaia d'esse, e valicato il Tevere, passò in Toscana. Sua intenzione
era di levare ai tedeschi le fortezze poste nel litorale di essa
Toscana. Nuovi rinforzi gli arrivarono di Spagna; laonde nell'aprile
diede principio alle ostilità contra di Orbitello, e nel dì 16 a
tempestare coll'artiglierie il forte di San Filippo. Perchè cadde
una bomba nel magazzino della polve di questo forte, il presidio ne
capitolò la resa e restò prigioniere, dopo aver sostenuto per ventinove
giorni le offese dei nemici. Altrettanto fece dipoi Porto Ercole.
Perchè premure maggiori chiamavano esso duca di Montemar in Lombardia,
sollecitamente per la via di Fiorenzuola istradò egli le sue milizie
alla volta di Bologna, avendo lasciato solamente un corpo di gente al
blocco di Orbitello, piazza, che si arrendè poscia sul principio del
mese di luglio.
Correva il fine di maggio, quando passò pel Modenese quest'armata
spagnuola, che si faceva ascendere a venti mila persone di varie
nazioni, e s'inviò verso il Mantovano di qua da Po, per cominciar
la campagna unitamente co' Franzesi e Savoiardi. Era già pervenuto a
Milano nel dì 22 di marzo _Adriano Maurizio di Naoglies_, maresciallo
di Francia, in cui gareggiava la felicità della mente colla bontà del
cuore, la generosità colla splendidezza, per comandare all'esercito
franzese. Si tennero varii consigli di guerra fra i generali alleati,
e venuto che fu a Cremona nel dì 10 di maggio _Carlo Emmanuele_ re di
Sardegna, generalissimo dell'esercito, furono regolate le operazioni
che doveano fare nell'anno presente. Passato dipoi il re a Guastalla,
si diede ognuno a fare gli occorrenti preparamenti d'artiglierie,
barche, viveri e munizioni. Ritornato parimente era da Vienna il
maresciallo _conte di Koningsegg_ al comando dell'oste cesarea, e già
arrivati a Mantova alcuni nuovi reggimenti tedeschi e molte reclute.
Contuttociò non si contavano nell'esercito suo se non ventiquattro mila
soldati: laddove quel de' collegati era ascendente a quasi due terzi
di più. Diviso questo in tre corpi che poteano chiamarsi tre poderosi
eserciti, marciò sul fine di maggio verso il Mantovano. Dappoichè il
Noaglies prese Gonzaga, facendo prigione quel presidio, tutte le forze
degli alleati marciarono per passare il Po e il fiume Oglio. Furono i
lor movimenti prevenuti dal Koningsegg, che ritirò da San Benedetto, da
Revere e dagli altri luoghi i presidii, e lasciò agio agli Spagnuoli
di passare nel dì 15 giugno oltre Po ad Ostiglia, che nello stesso
tempo con Governolo restò abbandonata dai Tedeschi. Avendo i Franzesi
valicato il Po a Sacchetta, e il re di Sardegna l'Oglio a Canneto, il
Koningsegg, che non voleva essere tolto in mezzo da queste tre armate,
con lodatissima provvidenza andò rinculando, e dopo aver lasciati
in Mantova sei mila bravi combattenti, e mandati innanzi i bagagli,
i malati, e molti cannoni ed attrezzi, s'inviò verso il Veronese. A
misura che i nemici s'inoltravano, anch'egli proseguiva le sue marcie,
finchè, gittato un ponte sull'Adige a Bussolengo, benchè alquanto
infestato dagli Spagnuoli nella retroguardia, condusse a salvamento
tutta la sua gente sul Trentino, e parte ne fece sfilare verso il
Tirolo.
Altro dunque più non restava in Lombardia ai Tedeschi, se non Mantova
e la Mirandola; e mentre tutti si aspettavano di veder l'assedio
dell'uno e dell'altra, Mantova restò solamente bloccata in gran
lontananza, e il _duca di Montemar_ verso la metà di luglio si
accinse all'espugnazione della Mirandola. Dentro vi era un valoroso
comandante, cioè il barone Stenz, che quantunque si trovasse con
soli novecento soldati in una città e fortezza che ne esigeva tre
mila, pure si preparò ad una gagliarda difesa. Non prima del dì 27
di luglio fu aperta la trinciera sotto questa piazza; e proseguirono
poi le offese col passo delle tartarughe, a cagion di alcuni fortini
alzati all'intorno, che impedivano gli approcci de' nemici. Bombe
ed artiglierie fecero per tutto il seguente agosto grande strepito e
danno, senza però che si sgomentassero punto i difensori; e tuttochè
fosse formata la breccia, e col mezzo di una mina e di un assalto
preso anche uno di quei fortini, pure sarebbe costato molto più tempo
e sangue agli Spagnuoli quell'assedio, se il valoroso comandante
della città non avesse provata la fatalità delle piazze tedesche,
ordinariamente mal provvedute del bisognevole per sostenersi lungo
tempo contro ai nemici. Si era egli ridotto con sole trentasei palle da
cannone, e con tre o quattro barili di polveraccia; già erano consumate
le vettovaglie. Però, dopo aver per più d'un mese fatta una gloriosa
resistenza, nel dì 31 d'agosto, con esporre bandiera bianca, si mostrò
disposto a rendersi. Restò prigioniera di guerra la guarnigione di
secento uomini. Sbrigato da questa faccenda il duca di Montemar, tutto
si diede a sollecitar l'assedio di Mantova, il cui blocco veramente
venne più ristretto. Si stesero i Franzesi dietro la riva del lago di
Garda per impedire che da quella parte non isboccassero i Tedeschi;
giacchè l'armata loro si andava ogni dì più ingrossando nel Trentino
e Tirolo. Ma ancorchè il Montemar facesse venir dalla Toscana gran
copia di artiglierie, di barche sulle carra, e di assaissime munizioni
ed attrezzi, per imprendere una volta l'assedio suddetto di Mantova
(perciocchè, secondo la comune opinione, si credea che quella città
conquistata dovesse restare assegnata agli Spagnuoli), pure non si
vedeva risoluzione alcuna in questo affare dalla parte dei Franzesi,
che aveano in piedi certi segreti negoziati; nè da quella del re di
Sardegna, a cui non potea piacere che gli Spagnuoli dilatassero tanto
l'ali in Lombardia. Tenuto fu un congresso fra il generalissimo di
Savoia, duca di Noaglies, ed esso Montemar nel dì 22 di settembre,
in cui fece il generale spagnuolo delle doglianze per tanto ritardo,
e si seppe ch'egli in quella congiuntura si lagnò col Noaglies, per
aver egli lasciato fuggire da Goito il maresciallo di Koningsegg
senza inseguirlo, come potea; al che rispose il maresciallo franzese:
_Signor conte, signor conte: Goito non è Bitonto; e il Koningsegg non
è il principe di Belmonte_. In somma tutto dì si parlava di assediar
Mantova, e Mantova non si vide mai assediata, benchè molto ristretta
dagli Spagnuoli, facendo solamente de' gran movimenti i collegati
verso il lago di Garda e verso l'Adige per impedire il passo all'armata
cesarea, che cresciuta di forze minacciava di calare di bel nuovo in
Italia.
Sembrava intanto agl'intendenti che tanta indulgenza de' Franzesi
verso Mantova, città di cui le morti e malattie aveano ridotto quasi
a nulla il presidio tedesco, indicasse qualche occulto mistero. E
questo in fatti si venne a svelare nel dì 16 di novembre, perchè il
maresciallo _duca di Noaglies_ spedì al _generale Kevenhuller_, a cui
era appoggiato il comando dell'esercito imperiale, l'avviso d'una
sospension d'armi tra la Francia e l'imperadore. Tale inaspettata
nuova non si può esprimere quanto riempisse non men di stupore che
di consolazione e di allegrezza tutti i popoli che soggiacevano al
peso della presente guerra: cioè di milizie desolatrici de' paesi
dove passano o s'annidano. Onde avesse origine questa vigilia della
sospirata pace, fra qualche tempo si venne poi a sapere. Motivo di
sogghignare sul principio di questa guerra avea dato agl'intendenti
la corte di Francia con quella pubblica sparata di non pretendere
l'acquisto di un palmo di terreno nel muovere l'armi contra l'Augusto
_Carlo VI_, poichè altro non intendeva essa che di riportare una
soddisfazione alle sue giuste querele contro chi avea fatto cader
di capo al re Stanislao la corona della Polonia. Troppo eroica in
vero sarebbe stata così insolita moderazione della corte di Francia
in mezzo alla felicità delle sue armi. La soddisfazione dunque da
lei richiesta fu la seguente. Era stata la Francia costretta nelle
precedenti paci alla restituzion dei ducati di Lorena e Bar; ma non
cessò ella da lì innanzi di amoreggiare quei begli Stati, sì comodi
al non mai abbastanza ingrandito regno franzese. Ora il _cardinale
di Fleury_, primo ministro del re Cristianissimo _Luigi XV_, che per
tutta la presente guerra tenne sempre filo di lettere con un ministro
cesareo in Vienna, o pure con un suo emissario segreto che trattava
col ministro imperiale, sempre spargendo semi di pace, allorchè vide
l'augusto monarca stanco e in qualche disordine gli affari di lui,
propose per ultimar questa guerra la cession dei ducati della Lorena
e di Bar alla Francia, mediante un equivalente da darsi all'altezza
reale di _Francesco Stefano_ duca allora e possessore di quegli Stati.
L'equivalente era il gran ducato di Toscana. Irragionevole non parve
all'augusto monarca la proposizione, e venuto segretamente a Vienna
con plenipotenza il _signor della Baume_, nel dì 3 d'ottobre furono
sottoscritti i preliminari della pace, e portati a Versaglies per la
ratificazione.