sue speranze sul regno di Sicilia, e minacciata la stessa Spagna da
mali più gravi, pure l'animo suo generoso non sapeva accomodarsi al
dispotico volere della quadruplice alleanza, che, senza ascoltar le
ragioni sue, intendeva di dargli la legge, con avere stese nel dì 2
d'agosto dell'anno 1718 le condizioni di una pace universale. Fece
pertanto nel gennaio dell'anno presente proporre dal suo ambasciatore
_marchese Beretti Landi_ agli stati generali altri articoli, secondo
i quali avrebbe accettata la pace proposta. Sì contrarii parvero
questi alle risoluzioni già prese, che in Parigi nel dì 14 d'esso
mese i ministri di Cesare e dei re di Francia, Inghilterra e Sardegna
reclamarono forte, e conchiusero di continuare più ardentemente
che mai le ostilità contro la Spagna, se il re non si arrendeva al
trattato suddetto di Londra. Aveano esse potenze già prescritto tre
mesi di tempo alla cattolica maestà per risolvere; laonde il piissimo
re, desideroso anch'egli di restituir la pace all'Europa, nel dì 16
del suddetto gennaio abbracciò interamente il predetto trattato di
Londra con tutte le sue condizioni; e questa sua real volontà, esposta
nel dì 17 di febbraio all'Haia, riempiè di consolazione tutti gli
amatori della pubblica quiete. Vero è che il re cattolico _Filippo V_
cedette all'_Augusto Carlo VI_ ogni sua pretensione e diritto sopra la
Sicilia, coll'annullare ancora il partito della reversione, in caso
della mancanza di maschi, nell'austriaca famiglia. Parimente vero
è, che cedette al re _Vittorio Amedeo_ il regno della Sardegna; ma
questi regni non li possedeva esso re Cattolico prima della presente
guerra. All'incontro, in favore d'esso monarca fu stabilito, che
venendo a vacare per mancanza di discendenti maschi il gran ducato di
Toscana, e i ducati di Parma e Piacenza, in essi succederebbero i figli
maschi legittimi e naturali della regina _Elisabetta Farnese_, moglie
di sua maestà Cattolica, escludendone solamente chi di essi e loro
discendenti arrivasse ad essere re di Spagna; con patto nondimeno che
tali ducati fossero riconosciuti per feudi imperiali; e che intanto
per maggior sicurezza vi si mandassero presidii di Svizzeri. Parve
a molti cosa strana che i potentati dell'Europa disponessero con
tanto dispotismo degli Stati altrui, e viventi anche i lor principi
naturali, coll'imporre in oltre ad essi il giogo de' suddetti presidii.
Se ne lagnarono, spezialmente il sommo pontefice _Clemente XI_, che
allegava tante ragioni della camera apostolica sopra Parma e Piacenza;
e a questo fine il santo padre, nel febbraio di quest'anno, spedì
alla corte di Vienna monsignore _Alessandro Albani_ suo nipote, con
commissione di difendere i diritti della santa Sede. Pretendeva altresì
il gran duca di Toscana _Cosimo III_, che il dominio fiorentino non
fosse soggetto a leggi feudali dell'imperio, e che a lui stesse ad
eleggere il successore. Gran dibattimento era stato per questo in
Firenze, dove quei ministri pensavano di poter risuscitare il nome
e la libertà dell'antica repubblica. Dichiarò pertanto il gran duca,
che, mancando di vita _don Giovanni Gastone_ gran principe, unico suo
figlio maschio, a lui succederebbe la vedova elettrice palatina _Anna
Maria Luigia_ parimente figlia sua. Spedì anche un ministro a tutte le
corti per reclamare e rappresentar le sue ragioni. Ma dappertutto si
trovarono orecchie sorde, e al gran duca convenne prendere la legge
dagli altri potentati, i quali, con disporre di quegli Stati, si
crederono di esentar l'Italia da altre guerre e disavventure.
In vigore dunque della pace suddetta il cesareo generale _conte di
Mercy_ avea fatto intendere al _marchese di Leede_ generale spagnuolo,
che conveniva disporsi ad evacuar la Sicilia; ma perchè il Leede
si mostrava tuttavia allo scuro del conchiuso trattato, nel dì 28
di aprile il Mercy si mosse contro il campo spagnuolo in vicinanza
di Palermo. Furono presi alcuni piccioli forti, che coprivano le
trincee nemiche; ma essendo in procinto i cesarei nel dì 2 di maggio,
di maggiormente svegliare gli addormentati Spagnuoli, marciando in
ordinanza contra di essi: tanto dal campo loro che dalle mura della
città si cominciò a gridar _Pace, pace_. Pertanto, nel dì 6 di esso
mese fra i due generali, coll'intervento dell'ammiraglio inglese
_Bing_, fu stabilito e sottoscritto l'accordo, cioè pubblicata una
sospension d'armi, e regolato il trasporto delle truppe spagnuole fuori
della Sicilia e Sardegna sulle coste della Catalogna. Dopo di che nei
giorni concertati presero le truppe imperiali il possesso della real
città di Palermo, del Molo e di Castello a Mare fra le incessanti
acclamazioni di quel popolo. Anche le città di Agosta e di Siracusa a
suo tempo furono consegnate agli uffiziali cesarei. Poscia nel dì 22
di giugno cominciarono le milizie spagnuole imbarcate nei legni di loro
nazioni a spiegar le vele verso Barcellona. Circa cinquecento Siciliani
presero anche essi l'imbarco per non soggiacere ad aspri trattamenti o
a funesti processi; e i lor beni furono perciò confiscati, a cagione
del loro operato contro dell'imperadore. Tornò dunque a rifiorire la
quiete in quel regno. Essendo stato spedito in Sardegna il _principe
d'Ottaiano_ di casa Medici, sul principio di agosto prese il possesso
di quell'isola a nome dell'Augusto monarca, con rilasciarla poscia ai
ministri del re _Vittorio Amedeo_, le cui truppe, da che ne furono
ritirate le spagnuole, entrarono in quelle piazze. Venne intanto a
scoppiare in Provenza una calamità che diffuse il terrore per tutta
l'Italia. La poca avvertenza del governo di Marsilia lasciò approdare
al suo porto la peste, secondo il solito portata colà dai paesi
turcheschi. Tanto si andò temporeggiando a confessarla tale, che essa
prese piede, e poi fieramente divampò fra quell'infelice popolo. A
sì disgustoso avviso commossi i principi d'Italia, e massimamente
i litorali del Mediterraneo, vietarono tosto ogni commercio colla
Provenza; e il re di Sardegna più degli altri prese le più rigorose
precauzioni ai confini dei suoi Stati, affinchè il micidial malore
non valicasse i confini dell'Alpi. A lui principalmente si attribuì
l'esserne poi rimasta preservata l'Italia.
Fin l'anno precedente avea _Rinaldo d'Este_ duca di Modena ottenuta
in isposa del _principe Francesco_ suo primogenito madamigella di
Valois _Carlotta Aglae_ figlia di _Filippo_ duca d'Orleans, reggente
di Francia. Sul principio di dicembre fu pubblicato nella real corte
di Versaglies questo matrimonio, dopo di che se ne procurò la dispensa
dal sommo pontefice. Scelto fu il dì 12 di febbraio del presente
anno, giorno penultimo di carnevale, per effettuarla. Solennissima
riuscì la funzione nella real cappella, essendovi intervenuto il _re
Luigi XV_ con tutti i principi e principesse del sangue e colla più
fiorita nobiltà. A nome del principe ereditario di Modena fu essa
principessa sposata da _Luigi duca di Chiartres_ suo fratello, oggidì
duca di Orleans, colla benedizione del _cardinale di Roano_. Siccome
a questa principessa furono accordate le prerogative di figlia di
Francia, e nella di lei persona concorreva il pregio di essere nata
da chi in questi tempi era l'arbitro del regno; così onori insigni
ricevette ella in tutto il viaggio fino a Marsilia, dove non trovò
peranche sentore alcuno di peste. Fu condotta da una squadra di
galee franzesi, comandate dal gran priore suo fratello, sino a San
Pier d'Arena. Non lasciò indietro la magnifica repubblica di Genova
dimostrazione alcuna di stima per onorar lei, e in lei il reggente di
Francia. Ricevette dipoi, nel suo passaggio per lo Stato di Milano,
ogni maggior finezza dal _conte Colloredo_ governatore, cavaliere,
dotato di singolar gentilezza e probità, e per quelli di Piacenza e
Parma dalla _corte Farnese_. Fece finalmente essa principessa nel dì
20 di giugno la sua solenne entrata in Modena con grandiosa solennità,
e per più giorni si continuarono i solazzi e le feste tanto qui che in
Reggio. Nel gennaio dell'anno presente passò il _cardinale Alberoni_
per la Linguadoca e Provenza alla volta del Genovesato; e fu detto
che egli, irritato dall'aspro trattamento a lui fatto nel suo viaggio,
inviasse una lettera al _duca di Orleans_ reggente, in cui si offeriva
di somministrargli i mezzi per perdere interamente e in poco tempo
la Spagna; e che il reggente inviasse questo foglio al re Cattolico.
Verisimilmente inventata fu una tal voce da chi gli voleva bene: che di
questa mercatanzia abbonda il mondo, massimamente in tempo di discordie
e di guerra. Andò egli a prendere riposo in Sestri di Levante; mentre
che ognuno si credea aver da essere Roma il termine de' suoi passi, a
lui fu presentata una lettera dal _cardinale Paolucci_ segretario di
Stato, in cui gli veniva vietato di farsi consecrare vescovo di Malega,
benchè ne avesse ricevuto le bolle, e susseguentemente giunse altro
ordine, che non osasse metter il piè nello Stato ecclesiastico.
Era esacerbato forte l'animo di papa _Clemente XI_ contra di questo
porporato, pretendendo sua santità di essere stata tradita da lui col
consigliare ed incitar la corte di Spagna a muovere l'armi contro
l'imperadore, dappoichè gli era stata data sì espressa parola e
promessa di non toccarlo durante la guerra col Turco. Tanto più si
accendeva al risentimento il pontefice, per annientare i sospetti
corsi contro la sincerità e l'onor suo, quasichè egli fosse con
doppiezza proceduto d'accordo col gabinetto di Spagna per burlare sua
maestà cesarea. Scrisse pertanto premuroso breve al doge di Genova,
incaricandolo di assicurarsi della persona del cardinale Alberoni,
ad effetto di farlo poi trasportare e custodire in castello Santo
Angelo. Si mandarono in fatti le guardie a fermarlo in Sestri; ma sì
gran copia di parziali si era procacciato nell'auge della sua fortuna
in Genova, che da lì a pochi giorni prevalse in quel consiglio la
risoluzione di lasciarlo fuggire; siccome avvenne, avendo poi finto
que' magistrati di farlo cercare dovunque egli non era. Creduto fu
che il cardinale si fosse ritirato presso uno dei liberi vassalli
nelle Langhe, suo gran confidente; e forse fu così, dacchè egli sul
principio scampò da Sestri: ma la verità è, ch'egli si ricoverò negli
Svizzeri. Sdegnossi non poco per questo avvenimento il sommo pontefice
contra dei Genovesi, i quali perciò spedirono uno de' lor nobili a Roma
per placarlo, e per giustificare la lor condotta. Fu dato principio
intanto ad una congregazione di cardinali, a fin di formare un rigoroso
processo contra dell'Alberoni, con pretenderlo reo di sregolati
costumi, di prepotenze usate verso gli ecclesiastici, e di essere
stato autore dell'ultima guerra, con animo di levargli il cappello,
qualora si potessero provare somiglianti reati. Ma non si perdè di
animo il porporato. Scrisse varie sensate lettere (date poi alla
luce, e meritevoli di essere lette) a più di uno di que' cardinali,
mostrando che egli non solamente non avea approvato il disegno della
guerra suddetta, ma di esservisi fortemente opposto. E giacchè egli non
ebbe difficoltà di lasciar correre colle stampe una risposta datagli
dal padre Daubanton confessore del re, nè pure sarà a me disdetto il
ripeterla qui. Cioè esponeva esso cardinale il dolore che proverebbe
il santo padre per vedersi deluso in affare di tanta importanza: al
che il religioso rispose, che egli dovea consolarsi per non avervi
colpa, aggiugnendo di più queste parole: _Non v'inquietate, monsignore,
forse il papa non ne sarà sì disgustato, come voi credete_. Ma il
papa appunto per tali dicerie vieppiù gagliardamente fece proseguire
l'incominciato processo. Avrebbono potuto il re Cattolico ed esso padre
confessore, mettere in chiaro la verità o falsità di quanto asseriva
il porporato in sua discolpa intorno a questi fatti; ma non si sa che
la saviezza di quella real corte volesse entrare in questo imbroglio, e
decidere. Solamente è noto che esso monarca passò a gravi risentimenti
contro la repubblica di Genova, per aver lasciato uscir di gabbia
questo personaggio, il quale intanto attese colla penna sua e de' suoi
avvocati a difendersi, e ad aspettare in segreto asilo la mutazion
dei venti. Le sue avventure in questi dì recavano un gran pascolo alle
pubbliche gazzette e alla curiosità degli sfaccendati politici.
Anno di CRISTO MDCCXXI. Indiz. XIV.
INNOCENZO XIII papa 1.
CARLO VI imperadore 11.
Fin qui avea retto con sommo vigore e plauso la Chiesa di Dio il
pontefice _Clemente XI_, quando piacque a Dio di chiamarlo ad un regno
migliore. Avea egli in tutto il tempo del suo pontificato combattuto
sempre coll'asma e con altri malori di petto e delle gambe, e più volte
avea fatto temere imminente il suo passaggio all'altra vita; ma Iddio
l'avea pur anche preservato al timone della sua nave in tempi tanto
burrascosi per la cristianità. Appena si riaveva egli d'una infermità,
che più ardente che mai tornava agli affari e alle funzioni del suo
ministero non men sacro che politico. Arrivò in fine il perentorio
decreto della sua partenza. Infermatosi, fra due giorni con somma
esemplarità di devozione, in età di settantaun anni e quasi otto mesi,
placidamente terminò il suo vivere nel dì 19 di marzo del presente
anno, correndo la festa di san Giuseppe. Il pontificato suo era
durato venti anni e quasi quattro mesi. Avea egli ne' giorni addietro
ricevuta la consolazione di vedere riaperta in Ispagna la nunziatura, e
ristabilita una buona armonia con quella real corte. Tali e tanti pregi
personali e virtù cospicue s'erano unite in lui, sì riguardevoli e
numerose furono le sue belle azioni, che si accordano i saggi a riporlo
tra i più insigni e rinomati pontefici della Chiesa di Dio. Quanto più
scabrosi erano stati gli affari del governo ecclesiastico e secolare
ne' giorni suoi, tanto più servirono questi a far risplender l'ingegno,
la costanza, la destrezza e la vigilanza sua. Incorrotti e dati alla
pietà erano stati fin dalla puerizia i costumi suoi; maggiormente
illibati si conservarono sotto il triregno. Niuno andò innanzi a lui
nell'affabilità ed amorevolezza. Con istrette misure amò il fratello
e i nipoti, obbligandoli a meritarsi colle fatiche gli onori; e videsi
in fine che più di lui si mostrarono benefici i susseguenti pontefici
verso la casa Albani. Loro ancora insegnò la moderazione, col congedar
da Roma la moglie del fratello, la quale si ricordava troppo di aver
per cognato un pontefice romano. Grande fu la sua profusione verso
dei poveri; più di ducento mila scudi impiegò in lor sollievo. Rinovò
il lodevol uso di san Leone il Grande col comporre e recitare nella
basilica Vaticana, in occasion delle principali solennità, varie
omelie, che saran vivi testimonii anche presso i posteri della sua
sacra eloquenza. Amatore dei letterati, promotore delle lettere e
delle belle arti, accrebbe il lustro alla pittura, alla statuaria e
all'architettura; introdusse in Roma l'arte dei musaici, superiore in
eccellenza agli antichi, e la fabbrica degli arazzi, che gareggia coi
più fini della Fiandra. Arricchì di manuscritti greci e d'altre lingue
orientali la Vaticana; istituì premii per la gioventù studiosa; ornò
d'insigni fabbriche Roma ed altri luoghi dello Stato ecclesiastico.
Che più? fece egli conoscere quanto potea unita una gran mente con una
ottima volontà in un romano pontefice. Il di più delle sue gloriose
azioni si può raccogliere dalla Vita di lui con elegante stile latino
composta e pubblicata dall'abbate Pietro Polidori; giacchè all'assunto
mio non è permesso di dirne di più.
Entrarono in conclave i cardinali elettori, e colà comparve ancora
il _cardinale Alberoni_. Non s'era mai veduta sì piena di gente la
piazza del Vaticano, come quel dì, in cui egli fece la sua entrata nel
conclave. Concorsero poscia nel dì 8 di maggio i voti dei porporati
nella persona del _cardinale Michel Angelo dei Conti_ di nobilissima ed
antichissima famiglia romana, che avea dato alla Chiesa di Dio altri
romani pontefici ne' secoli addietro, il di cui fratello era duca di
Poli, e il nipote duca di Guadagnola. Prese egli il nome d'_Innocenzo
XIII_. Indicibile fu il giubilo di Roma tutta al vedere sul trono
pontifizio collocato un suo concittadino, e non minore fu il plauso
di tutta la cristianità per l'elezione d'un personaggio assai rinomato
per la sua saviezza e pietà, per la pratica degli affari ecclesiastici
e secolari, e per l'inclinazione sua alla beneficenza e clemenza. Nel
dì 18 del suddetto mese con gran solennità nella basilica Vaticana
ricevette la sacra corona, e quindi si applicò con attenzione al
governo, e pubblicò un giubileo. Da che mancò di vita il buon _Clemente
XI_, siccome dicemmo, uscì da' suoi nascondigli il _cardinale Giulio
Alberoni_, secondo le costituzioni anch'egli invitato all'elezione
del futuro pontefice, e non meno a lui che al _cardinale di Noaglies_
fu inviato salvocondotto, affinchè liberamente potessero intervenire
al conclave. Vi andò l'Alberoni; e, terminata la funzione, si fermò
come incognito a Roma, e ricusò d'uscirne, benchè ammonito. Non tardò
il novello pontefice per conto di questo porporato a far conoscere la
sua prudenza congiunta insieme coll'amore della giustizia, con dire ai
cardinali deputati della congregazione per processarlo: che se aveano
pruove tali da poterlo condannare, tirassero innanzi, perchè darebbe
mano al gastigo. Ma che se tali pruove mancassero, ordinava che si
mettesse a riposare quel processo. Così in fatti da lì a qualche tempo
avvenne: laonde l'Alberoni e la sua fortuna in faccia del mondo in fine
nel 1723 risorse.
Diede molto da discorrere in questi tempi un altro personaggio, cioè
l'_abbate Du-Bois_, arcivescovo di Cambrai, primo ministro e favorito
del _duca d'Orleans_ reggente in Francia, che nel dì 16 di luglio
venne promosso al cardinalato. Come per forza fu condotto il santo
padre a conferire la sacra porpora ad uomo tale, perchè i di lui
costumi tutt'altro meritavano che questo sacro distintivo del merito.
Tanta nondimeno fu la pressura del duca reggente per questo suo idolo,
che il buon pontefice, affinchè nei tempi correnti colla ripulsa non
peggiorassero gli affari della religione in Francia, e colla speranza
di ricavarne vantaggi per essa, s'indusse a sacrificare ogni riguardo
all'intercessione ed impegno di sì rispettabil promotore. Chi ebbe a
presentare la berretta cardinalizia a questo nuovo porporato, esegui
l'ordine del santo padre di leggergli il catalogo delle azioni della
sua vita passata, siccome ben note alla santità sua, con poscia dirgli
che il pontefice sperava da lì innanzi un uomo nuovo nella sua persona,
e che il viver suo corrisponderebbe alla dignità e al santo impiego
di vescovo e cardinale. La risposta del Du-Bois fu, che il santo
padre nè pur sapeva tutti i trascorsi di lui, ma che in avvenire tali
sarebbero le operazioni sue, che il mondo s'accorgerebbe d'aver egli
con gli abiti esterni cangiati ancora gl'interni. Come egli mantenesse
la parola, nol so dir io; convien chiederlo agli storici franzesi.
Certo è ch'egli divenne allora primo ministro della corte di Francia,
e che il piissimo pontefice ritenne sempre come una spina nel cuore la
memoria di questa sua forzata risoluzione. Poco per altro godè delle
sue fortune il Du-Bois, perchè la morte venne a terminarle nell'agosto
del 1725. Fece all'incontro il pontefice _Innocenzo XIII_ risplendere
la sua gratitudine verso il defunto papa _Clemente XI_, di cui era
creatura, col conferire la sacra porpora a don _Alessandro Albani_,
fratello del _cardinale Annibale_ camerlengo.
Intanto continuarono i timori dell'Italia per la peste di Marsilia, che
dopo aver fatto strage grande in quella città, secondo il solito, quivi
andò cessando. Ma s'era già estesa per tutta la Provenza, con penetrar
anche nella Linguadoca, e far gran paura a Lione. Le città di Arles,
Tolone, Avignone, Oranges ed altre ne rimasero fieramente afflitte.
Fortuna fu che questo flagello accadesse in tempo esente dalle guerre,
cioè dal passaporto, per cui esso troppo facilmente si diffonde sopra
i vicini; e però tanto la corte di Francia che quella di Torino e la
repubblica di Genova, con gli altri potenti, sì saggi regolamenti di
forza e di precauzione adoperarono, che di questo morbo desolatore non
parteciparono le altre provincie entro e fuori d'Italia. Nel dì 17 di
settembre in Parigi terminò i suoi giorni in età di settantasette anni
_Margherita Luigia_ figlia di _Gastone duca d'Orleans_, cioè di un
fratello di _Luigi XIII_ re di Francia, e gran duchessa di Toscana. Noi
vedemmo questa principessa maritata nel 1661 col gran duca _Cosimo III
de Medici_, poscia per dispareri fra loro insorti ritirata in Francia,
senza voler più rivedere la Toscana. Cessò per la sua morte un'annua
pensione di quaranta mila piastre, che le pagava il gran duca, principe
che in questi tempi combatteva colla vecchiaia, e fece più d'una volta
temer di sua vita. Gran solennità fu in Roma nel dì 15 di novembre nel
possesso preso dal sommo pontefice della chiesa Lateranese. Di questa
suntuosa funzione goderono anche il principe ereditario di Modena
_Francesco d'Este_, e la principessa _Carlotta Aglae di Orleans_ sua
consorte, i quali in quest'anno andarono girando per le città più
cospicue d'Italia. Fu ancora in questi tempi pubblicato il matrimonio
di _madamigella di Monpensier_, sorella di essa principessa di Modena,
con _Luigi principe di Asturias_, primogenito di _Filippo V_ re di
Spagna; siccome ancora gli sponsali dell'infanta primogenita di Spagna
col Cristianissimo re _Luigi XV_. Non avea questa ultima principessa
che circa quattro anni di età, laonde fu conchiuso di mandarla in
Francia, per essere quivi educata, finchè fosse atta al compimento
di questo matrimonio. Nel dì 13 di giugno seguì un trattato di pace e
concordia fra il _re Cattolico_ e _Giorgio I_ re d'Inghilterra, senza
che espressamente fosse ceduto alla corona d'Inghilterra il dominio
dell'isola di Minorica e di Gibilterra. Ma agl'Inglesi bastò che tal
cessione costasse dalla pace di Utrecht, confermata in questo trattato.
Nello stesso giorno ancora si stabilì una lega difensiva fra le
suddette due potenze e quella di Francia.
Anno di CRISTO MDCCXXII. Indiz. XV.
INNOCENZO XIII papa 2.
CARLO VI imperatore 12.
Godevansi in questo tempo i frutti della pace in Italia, e spezialmente
le città maggiori sfoggiavano in divertimenti e solazzi, se non che
durava tuttavia l'apprensione della pestilenza, che andava serpeggiando
per la Provenza e Linguadoca, scemandosi nondimeno di giorno in
giorno il suo corso o per mancanza di essa, o per le buone guardie
fatte dai circonvicini paesi. In Roma e in altre città dai ministri
di Francia e Spagna grandi allegrezze si fecero per li matrimonii del
re Cristianissimo coll'infanta di Spagna, e del principe di Asturias
colla figlia del duca reggente. Fu fatto nel dì 9 di gennaio il cambio
di queste principesse ai confini dei regni nell'isola dei Fagiani; e
l'infanta, tuttochè non per anche moglie, cominciò a godere il titolo
di regina di Francia. Fece poi essa il suo ingresso a Parigi nel dì
primo di marzo con quella ammirabil magnificenza che massimamente
nelle funzioni straordinarie suol praticare quella gran corte. Pensò
in questi tempi il re di Sardegna _Vittorio Amedeo_ di accasare
anch'egli l'unico suo figlio _Carlo Emmanuele_ duca di Savoia, e scelse
per consorte di lui _Anna Cristina_ principessa palatina della linea
de' principi di Sultzbac, figlia di Teodoro conte palatino del Reno,
la quale portò seco in dote, oltre alla bellezza, ogni più amabile
qualità. Seguì in Germania questo illustre sposalizio, e nel mese di
marzo comparve essa principessa in Italia, con ricevere per gli Stati
della repubblica di Venezia e di Milano ogni più magnifico trattamento.
Giunta a Vercelli, ivi trovò il re e la regina di Sardegna, che
l'accolsero con tenerezza. Suntuose allegrezze dipoi decorarono il suo
arrivo a Torino. Vennero nel marzo suddetto a Firenze i principi di
Baviera, cioè _Carlo Alberto_ principe elettorale, il duca _Ferdinando_
e il principe _Teodoro_ a visitar la gran principessa _Violante_ loro
zia, governatrice di Siena; e di là passarono i due primi a Roma, a
Napoli, a Venezia e ad altre città, con ricevere dappertutto singolari
onori, ancorchè secondo l'etichetta viaggiassero incogniti. Diede
fine al suo vivere nel dì 12 di agosto dell'anno presente _Giovanni
Cornaro_ doge di Venezia, a cui nella stessa dignità succedette nel dì
28 di esso mese _Sebastiano Mocenigo_. Suntuoso armamento per terra e
per mare fece in questi tempi la Porta Ottomana; e perchè insorsero
non lievi sospetti nell'isola di Malta che quel turbine avesse da
scaricarsi colà, il gran maestro non ommise diligenza alcuna per aver
ben fortificata e provveduta di tutto il bisognevole quella città
e fortezze. Chiamò colà ancora i cavalieri, ed implorò dal sommo
pontefice un convenevol soccorso. Si videro poi rondare per il mare
di Sicilia alquanti vascelli turcheschi, e questi anche tentarono
di sbarcar gente nell'isola del Gozzo; ma ritrovata quivi buona
guarnigione, il bassà comandante si ridusse a chiedere con minaccie al
gran maestro la restituzione di tutti gli schiavi turchi. Ne ricevette
per risposta, che questa si farebbe, qualora i corsari africani
rendessero gli schiavi cristiani, ch'erano in tanto maggior numero.
Se ne andarono que' Barbari, e cessò tutta l'apprensione. In fatti
non pensava allora il gran signore a Malta, ma bensì alle terribili
rivoluzioni della monarchia persiana, che in questi tempi maggiormente
bolliva per la ribellione del Mireveis. Di esse voleva profittare la
Porta, ed altrettanto meditava di fare il celebre imperadore della
Russia _Pietro Alessiowitz_.
Niun principe cattolico v'era stato che non si fosse compiaciuto
dell'esaltazione del cardinale Conti al trono pontifizio. Più degli
altri se ne rallegrò il _re di Portogallo_, giacchè in addietro non
solamente era egli stato nunzio apostolico a Lisbona, ma anche nel
cardinalato protettore della sua corona in Roma. Poco nondimeno stette
a nascere non piccolo dissapore fra la santa Sede e quel monarca.
Avea il pontefice, in vigore dei suoi saggi riflessi, richiamato
dalla corte di Portogallo _monsignor Bichi_ nunzio apostolico; ma
intestossi quel regnante di non voler permettere che il Bichi se ne
andasse, se prima non veniva decorato della sacra porpora, per non
essere da meno dei tre maggiori potentati della cristianità, dalle
corti de' quali ordinariamente non partono i nunzii senza essere alzati
al grado cardinalizio. Parve al sommo pontefice sì fatta pretensione
poco giusta, nè andò esente da sospetto di qualche reità lo stesso
peraltro innocente nunzio Bichi, quasichè egli contro le costituzioni
apostoliche volesse prevalersi della protezione di quel monarca per
carpire a viva forza un premio che dovea aspettarsi dall'arbitrio
e dalla prudenza del pontefice suo sovrano. Perciò s'imbrogliarono
sempre più le faccende, e il papa, risoluto di conservare la sua
dignità, stette saldo in richiamare il Bichi, avendo già inviato
colà _monsignor Firrao_, il quale presentò il breve della sua
nunziatura, senza prima avvertire se il predecessore lasciava a lui
libero il campo. Costume fu del re di Portogallo, giacchè non poteva
coll'angusta estensione del suo regno uguagliar le principali potenze
della cristianità, di superarle colla magnificenza de' suoi ministri.
Godeva specialmente Roma della profusione de' suoi tesori, sì perchè
l'ambasciator portoghese sfoggiava nelle spese, e sì ancora perchè il
re, invogliatosi di avere nel suo patriarca dell'Indie un ritratto
del sommo pontefice, si procacciava con man liberale ogni dì nuovi
privilegii dalla santa Sede. Ora si avvisò l'ambasciatore portoghese
di far paura al papa, e ito all'udienza, da che vide di non far
breccia nel cuore di sua santità colle pretese ragioni, diede fuoco
all'ultima bomba con dire: _Che se gli era negato quella grazia o
giustizia, avea ordine dal re di partirsi da Roma_. A questa sparata
il saggio pontefice, senza alcun segno di commozione, altra risposta
non diede, se non: _Andate dunque, e ubbidite al vostro padrone_.
Non era fin qui intervenuta una pace ben chiara che sopisse tutte le
controversie vertenti fra l'imperadore e l'Inghilterra dall'un canto,
e il re Cattolico dall'altro. Cioè non avea peranche l'Augusto _Carlo
VI_ autenticamente rinunziato alle sue pretensioni sopra il regno di
Spagna, e nè pure il re _Filippo V_ alle sue sopra i regni di Napoli,
Sicilia, Fiandra e Stato di Milano. Per concordare questi punti si
era convenuto di tenere nel presente anno un congresso in Cambrai; ma
non vi si sapea ridurre il re Cattolico, patendo talvolta i monarchi
troppo ribrezzo a cedere fin le speranze, non che il possesso di
ogni anche menomo Stato: sì forte è l'incanto del Dominamini nel loro
cuore. Faceva in questo mentre gran premura Cesare per ottener dalla
santa Sede l'investitura di Sicilia e di Napoli: al che non si era
saputo indurre papa _Clemente XI_, nè fin qui il regnante _Innocenzo
XIII_, per l'opposizione che vi facea la corte di Spagna. Prevalsero
infine i pareri della sacra corte in favore d'esso Augusto, giacchè
ai diritti di lui s'aggiungeva il rilevante requisito del possesso.
Pertanto nel dì 9 di giugno dell'anno presente, secondo la norma delle
antiche bolle, fu data all'imperadore l'investitura dei regni suddetti:
risoluzione, che quanto piacque alla corte cesarea, altrettanto
probabilmente dispiacque a quella di Spagna.
Anno di CRISTO MDCCXXIII. Indizione I.
INNOCENZO XIII papa 3.
CARLO VI imperatore 13.
Era già pervenuto all'età di ottantun anni e due mesi _Cosimo III de
Medici_ gran duca di Toscana, mercè della sua temperanza, perchè nella
virilità divenuto troppo corpolento, abbracciata poi una vita frugale,
potè condurre sì innanzi la carriera del suo vivere. Ma finalmente
convien pagare il tributo, a cui son tenuti i mortali tutti. Nel dì 31
di ottobre dell'anno presente passò egli a miglior vita, con lasciare
un gran desiderio di sè nei popoli suoi: principe magnifico, principe
glorioso per l'insigne sua pietà, pel savio suo governo, con cui sempre
fece goder la pace ai sudditi in tante pubbliche turbolenze, e procurò
loro ogni vantaggio; siccome ancora per la protezion della giustizia e
delle lettere, e per le altre più riguardevoli doti che si ricercano
a costituire i saggi regnanti. Mirò egli cadente l'illustre sua casa
per gli sterili matrimonii del fu suo fratello principe _Francesco
Maria_, e del già defunto gran principe _Ferdinando_ suo primogenito,
e del vivente _don Giovanni Gastone_ suo secondogenito. Vide ancora
in sua vita esposti i suoi Stati all'arbitrio dei potentati cristiani,
che ne disposero a lor talento, senza alcun riguardo alle alte ragioni
di lui e della repubblica fiorentina, che inclinavano a chiamare
a quella successione il _principe di Ottaiano_, discendente da un
vecchio ramo della casa de Medici. Al duca Cosimo intanto succedette
il suddetto _don Giovanni Gastone_, unico germoglio maschile della
casa de Medici regnante, la cui sterile moglie _Anna Maria Francesca_,
figlia di _Giulio Francesco_ duca di _Sassen Lawemburg_, viveva in
Germania separata dal marito. Mancò parimente di vita in questo anno
a dì 12 di marzo _Anna Cristina di Baviera_ principessa di Sultzbach,
moglie di _Carlo Emmanuele_ duca di Savoia, dopo aver dato alla luce
un principino, che venne poi rapito dalla morte nel dì 11 d'agosto del
1725. Gran duolo che fu per questo nella real corte di Torino, e sopra
i medici si andò a scaricare il turbine, quasi che per aver fatto cavar
sangue al piede della principessa, l'avessero incamminata all'altro
mondo. Arrivò nell'aprile di quest'anno a Roma _monsignor Mezzabarba_,
già spedito negli anni addietro alla Cina con titolo di vicario
apostolico, per esaminare sul fatto i tanto contrastati riti che dai
missionarii si permettevano a quei novelli cristiani. Portò seco alcuni
ricchi regali, inviati da quell'imperadore al santo padre, ed insieme
in una cassa il cadavero del _cardinal di Tournon_, già morto in
Macao. Perchè restò accidentalmente bruciata una nave, su cui venivano
assaissimi arredi e curiosità della Cina, Roma perdè il contento di
vedere tante altre peregrine cose di quel rinomato imperio.
Godevansi per questi tempi in Italia le dolcezze della pace universale,
segretamente nondimeno turbate dal tuttavia ondeggiante conflitto
degl'interessi e delle pretensioni dei potentati. Ad altro non pensava
la corte di Spagna che a spedire in Italia l'_infante don Carlo_,
primogenito del secondo letto del re _Filippo V_, affinchè si trovasse
pronto, in occasion di vacanza, a raccogliere la succession della
Toscana e di Parma e Piacenza, che nei trattati precedenti gli era
stata accordata. Ma perchè non compariva disposto il re Cattolico alle
rinunzie che si esigevano dall'imperador _Carlo VI_, nè al progettato
congresso di Cambrai, per ultimar le differenze, davano mai principio
i plenipotenziarii di Spagna; pericolo vi fu che il suddetto Augusto
spingesse in Italia un'armata per disturbare i disegni del gabinetto
spagnuolo. Medesimamente in gran moto si trovava la corte di Toscana,
siccome quella che non sapea digerire la destinazion di un erede di
quegli Stati fatta dal volere ed interesse altrui, e molto meno il
progetto di metter ivi presidii stranieri durante la vita dei legittimi
sovrani. Non era inferiore l'alterazione della corte pontificia per
l'affare dei ducati di Parma e Piacenza, che, in difetto dei maschi
della casa Farnese, aveano da ricadere alla camera apostolica; e pure
ne aveano disposto i potentati cristiani in favore dei figli della
Cattolica regina di Spagna _Elisabetta Farnese_, con anche dichiararli
feudi imperiali. Non mancò il pontefice _Innocenzo XIII_ di scrivere
più brevi e doglianze alle corti interessate in questa faccenda. Fece
anche fare al congresso di Cambrai per mezzo dell'abbate Rota, auditore
di _monsignor Massei_ nunzio apostolico nella corte di Parigi, una
solenne protesta contro la disegnata investitura di quegli Stati. Ma
è un gran pezzo che la forza regola il mondo; ed è da temere che lo
regolerà anche nell'avvenire. Attendeva in questi tempi il magnifico
pontefice ad arricchir di nuove fabbriche il Quirinale per comodo
della corte, mentre la fabbrica del corpo, infestata da varii incomodi
di salute, andava ogni di più minacciando rovina. Dopo avere il gran
mastro dei cavalieri di Malta fatto di grandi spese per ben guernire
l'isola contro i tentativi dei Turchi, e ottenuta promessa di soccorsi
dal papa e dai re di Spagna e Portogallo, finalmente si avvide che
a tutto altro mirava il gran signore col suo potente armamento. La
Persia lacerata da una terribil ribellione era l'oggetto non men
della Porta Ottomana che di _Pietro_ insigne imperador della Russia,
essendosi sì l'una che l'altro preparati per volgere in lor pro la
strepitosa rivoluzion di quel regno, che in questi tempi era il più
familiar trattenimento dei novellisti d'Italia. Nel dì 2 di dicembre
dell'anno presente da morte improvvisa fu rapito _Filippo duca
d'Orleans_ reggente, e poi ministro del regno di Francia: principe che
in perspicacia di mente e prontezza d'ingegno non ebbe pari. Coll'aver
conservato la vita del re _Luigi XV,_ e fattolo coronare, smontò ogni
calunnia inventata contro la sua fedeltà ed onore. Colse il _duca di
Borbone_ il buon momento, e portata al re la nuova della morte d'esso
duca di Orleans, ottenne di essere preso per primo ministro.
Anno di CRISTO MDCCXXIV. Indizione II.
BENEDETTO XIII papa 1.
CARLO VI imperadore 14.
Grande strepito per Italia fece nell'anno presente l'atto eroico del
Cattolico re _Filippo V_. Questo monarca fin da' suoi primi anni
imbevuto delle massime della più soda pietà, che egli poi sempre
accompagnò colle opere, stanco e sazio delle caduche corone del mondo,
prese la risoluzione di attendere unicamente al conseguimento di quella
corona che non verrà mai meno nel regno beatissimo di Dio. Perciò,
dopo avere scritta a _don Luigi_ principe di Asturias suo primogenito
una sensata ed affettuosissima lettera, in cui espresse i principali
doveri d'un saggio re cristiano, nel dì 16 di gennaio solennemente
gli rinunziò il governo dei regni, dichiarandolo re. Riserbossi il
solo palazzo e castello di Sant'Idelfonso col bosco di Bulsain, e una
pensione annua di cento mila doble per sè e per la regina sua moglie
_Elisabetta Farnese_. Di convenevoli appannaggi provvide gl'infanti
figli, cioè _don Ferdinando, don Carlo e don Filippo_. Grande animo si
esige per far somiglianti sacrifizii, maggiore per non se ne pentire.
Con somma saviezza e plauso continuava il suo pontificato _Innocenzo
XIII_, ed era ben degno di più lunga vita, quando venne Dio a chiamarlo
ad una vita migliore. Infermatosi egli sul principio di marzo, terminò
poi nella sera del dì 7 d'esso mese i suoi giorni con dispiacere
universale, e massimamente del popolo romano. Benchè egli fosse
modestissimo ed umilissimo, pure amava la magnificenza, e niun più di
lui seppe conservare la dignità pontificia. Maestoso nel portamento,
senza mai adirarsi o scomporsi, con poche parole, ma gravi, e sempre
con prudenza, rispondeva e sbrigava gli affari. In lui si mirava un
vero principe romano, ma di quei della stampa vecchia. Resta perciò
tuttavia una vantaggiosa memoria del saggio suo governo; governo bensì
breve, ma pieno di moderazione, e che potè in parte servir di esempio
a' suoi successori.
Aprissi dipoi il sacro conclave, e non pochi furono i dibattimenti e
gl'impegni per provvedere d'un nuovo pastore la greggia di Cristo.
Videsi anche allora come i consigli umani cedono all'occulta
provvidenza che governa il mondo e la Chiesa sua santa; perciocchè
caddero tutti i pretendenti a quella suprema dignità, e andò a
terminare inaspettatamente la concorde elezione in chi non pensava al
triregno, nè punto lo desiderava, anzi fece quanta resistenza potè
per non accettarlo, e sarebbe anche fuggito, se avesse potuto. Fu
questi il cardinale _Vincenzo Maria Orsino_, di una delle più illustri
famiglie romane, che quattro sommi pontefici avea dato nei secoli
addietro alla Chiesa di Dio. Suo nipote era il duca di Gravina. Nato
egli nel febbraio del 1649, conservava tuttavia gran vigore di mente
e di corpo. Nell'ordine dei predicatori aveva egli fatto professione,
ed anche attese a predicare la parola di Dio. In età di ventitrè anni
era stato promosso alla sacra porpora da _Clemente X_. Fu prima vescovo
di Siponto, poi di Cesena, e in questi tempi si trovava arcivescovo
di Benevento. Ciò che mosse i sacri elettori ad esaltare quasi in un
momento questo personaggio, fu il credito della sua sempre incolpata
vita, della sua incomparabil pietà e zelo ecclesiastico, e del suo
sapere: doti singolari, delle quali avea dato di grandi pruove in
addietro nel suo pastoral governo. Convenne chiamare il generale
dei domenicani, riconosciuto sempre da lui per superiore, acciocchè
gli ordinasse in virtù di santa ubbidienza di accettare il papato.
Prese egli il nome di _Benedetto XIII_ in venerazione di _Benedetto
XI_, pontefice di santa vita e dello stesso ordine di San Domenico.
La sua gratitudine verso tutti i cardinali concorsi all'elezione sua
maggiormente attestò le qualità dell'ottimo suo cuore; spezialmente
stese la beneficenza sua verso i due cardinali Albani.
Correano già molti anni che il fisco imperiale si manteneva in
possesso della città di Comacchio e suo distretto. Agitata in Roma
la controversia di chi ne fosse legittimo padrone, o la camera
apostolica o il duca di Modena (la cui nobilissima casa estense da
più secoli riconosceva quella città dalle investiture cesaree, e
non già dalle pontificie), tuttavia restava pendente. Fece il saggio
pontefice _Innocenzo XIII_ ogni sforzo per ricuperarne il possesso,
ben consapevole di che conseguenza sia, in materia massimamente di
Stati, questo vantaggio, ed avea già disposta la corte imperiale a
sì fatta cessione. Ma non potè esso papa godere il frutto dei suoi
maneggi, perchè rapito troppo presto dalla morte. Diede compimento
a questo affare il suo successore _Benedetto XIII_ nel dì 25 di
novembre dell'anno presente, con accordare a sua maestà cesarea le
decime ecclesiastiche per tutti i suoi regni, con rilasciare tutte
le rendite percette, e poscia premiare con un cappello cardinalizio
il figlio del conte di Sinzendorf, primo ministro cesareo, che avea
cooperato non poco all'accordo. Fu dunque conchiusa in Roma fra i
_cardinali Paolucci_ e _Cinfuegos_ plenipotenziarii delle parti la
restituzione del possesso di Comacchio alla santa Sede, con espressa
dichiarazione nondimeno: _Possessionem Comacli a sacra Caesarea
majestate eo dumtaxat pacto dimitti, ut in eamdem Sedes apostolica
restituatur, ut prius, ita scilicet, ut neque eidem Sedi apostolicae
per hanc restitutionem aliquid novi juris tributum, neque Imperio, vel
domui Atestianae quidquam juris sublatum esse censeatur; sed sacrae
Caesareae majestatis, et Imperii, domusque Atestinae jura omnia tam
respectu possessorii, quam petitorii, salva remaneant, neminique ex
hoc actu praejudicium ullum irrogatum intelligatur, usquedum cognitum
fuerit, ad quem Comaclum pertineat_. Fu poi data esecuzione a questo
trattato nel dì 20 di febbraio dell'anno seguente. Se ne rallegrò tutta
Roma; non così la casa d'Este. Correndo il dì 25 di marzo di quest'anno
arrivò al fine di sua vita in Torino madama reale _Maria Giovanna
Batista_ figlia di _Carlo Amedeo_ duca di Nemours e d'Aumale, e madre
del re di Sardegna _Vittorio Amedeo_, in età d'anni ottanta. Non
volle ulteriormente differire quel real sovrano il nuovo accasamento
del duca di Savoia _Carlo Emmanuele_ suo figlio, e gli scelse per
moglie _Polissena Cristina_ figlia di _Ernesto Leopoldo_ langravio di
Assia-Rheinfelds Rotemburgo; e venuto il luglio del presente anno, si
mise essa in viaggio alla volta d'Italia. Portatosi il re Vittorio col
figlio e con tutta la corte in Savoia, accolse, dopo la metà di agosto,
la nuora in Tonon, e colla maggior solennità la introdusse a suo tempo
in Torino.
Videsi intanto un'impensata vicenda delle cose del mondo nella corte
di Spagna. Sorpreso dai vaiuoli il re _Luigi_, dopo aver goduto per
poco più di sette mesi il regno, terminò in età di diecisette anni il
corso della vita, e fu dalle lagrime d'ognuno onorato il suo funerale.
Avrebbe, secondo le costituzioni, dovuto a lui succedere il principe
_don Ferdinando_ suo fratello; ma trovandosi egli in età non peranche
capace di governo, il real consiglio supplicò il re _Filippo V_ di
ripigliar le redini, richiedendo ciò la pubblica necessità. Volle sua
maestà ascoltare anche il parer dei teologi, e trovatolo non conforme
al sentimento del consiglio, restò in grande perplessità. Contuttociò
prevalsero le ragioni che il richiamarono al regno, e però nel dì 6
di settembre pubblicò un decreto, ossia una protesta di riassumere
lo scettro, come re naturale e proprietario, finchè il principe
di Asturias _don Ferdinando_ fosse atto al governo, riserbandosi
nulladimeno la facoltà di continuare nel regno, se così portasse il
pubblico bene; siccome dipoi avvenne, avendo egli governato, finchè
visse, con somma saviezza ed attenzione i suoi regni. Giacchè il
seguente anno era destinato al solenne giubileo di Roma, già intimato
alla cristianità, il santo pontefice _Benedetto XIII_ ne fece con tutta
divozion l'apertura verso il fine di dicembre, cioè nella vigilia del
santo Natale. Pubblicò ancora la risoluzione sua di celebrare nella
domenica in Albis del seguente anno un concilio provinciale nella
basilica Lateranense, con invitarvi i vescovi compresi nella provincia
romana, e tutti i suggetti a dirittura alla santa Sede.
Anno di CRISTO MDCCXXV. Indizione III.
BENEDETTO XIII papa 2.
CARLO VI imperadore 15.
Con gran concorso di pellegrini divoti fu celebrato nel presente
anno in Roma il solenne giubileo, e fra gli altri cospicui personaggi
concorse a partecipar di queste indulgenze la vedova gran principessa
di Toscana _Violante di Baviera_, la quale se ricevette le maggiori
finezze dal sommo pontefice e da tutta quella nobiltà, lasciò anch'ella
ivi un'illustre memoria della sua insigne pietà e liberalità. Grande
occasione fu questo giubileo al santo padre _Benedetto XIII_ di
esercitar pienamente le tante sue virtù, delle quali parleremo andando
innanzi. E siccome egli era indefesso in tutto ciò spezialmente che
riguarda la religione, così nel dì 15 di aprile diede principio nella
basilica Lateranense al concilio provinciale, a cui intervenne gran
copia di cardinali, vescovi ed altri prelati. Vi si fecero bellissimi
regolamenti intorno alla disciplina ecclesiastica, essendo state prima
ben ventilate le materie in varie congregazioni dei più assennati
teologi. Volle il sommo pontefice che i vescovi non sentissero il
peso della lor dimora in Roma, con far somministrar loro le spese
dalla camera apostolica. Nel dì 5 di giugno fu posto fine a quella
sacra assemblea, ammirata e benedetta da tutto il popolo romano, che
da tanti anni indietro non ne avea mai goduta la maestà. In questi
medesimi giorni il Campidoglio romano rinovò un'illustre cerimonia
non più veduta dopo il tempo di Francesco Petrarca. Cioè dal senatore
e dai conservatori del popolo fu con gran solennità conferita la
corona d'alloro al cavalier _Bernardino Perfetti_ Senese, poeta
rinomato pel possesso delle scienze migliori, e massimamente per la
sua impareggiabile facilità ad improvvisare in versi italiani, e versi
pieni di sugo e non di sole frasche. Onorarono quella funzione parecchi
porporati e la suddetta gran principessa di Toscana. Non trascurò
intanto il buon pontefice alcun mezzo per frastornare i disegni
dei potentati sopra Parma e Piacenza; ma con poca fortuna, essendo
improvvisamente scoppiata una pace stabilita in Vienna fra l'imperadore
e il re Cattolico, senza che vi s'interponessero coronati mediatori,
e senza aver cura degl'interessi dei principi alleati. Come questa
nascesse, gioverà saperlo.
S'era fin qui nel congresso di Cambrai fatto un gran cambio di parole
e ragioni fra i ministri delle corone per giugnere ad una vera pace
universale. Ma una remora troppo possente era sempre l'affare di
Minorica e Gibilterra; pretendendone gli Spagnuoli la restituzione,
benchè ne avessero fatta in Utrecht la cessione, e negandola
gl'Inglesi; di modo che apparenza non v'era di sciogliere questo
nodo, per cui tutti gli altri restavano sospesi. Avvenne che il baron
di Ripperda Giovanni Guglielmo, uomo ardito olandese, che, come i
razzi, fece dipoi una luminosa ma assai breve comparsa nel teatro del
mondo, segretamente mosse parola in Vienna di una pace privata fra
l'_imperador Carlo VI_ e il re Cattolico _Filippo V_; e questa non
cadde in terra. Premeva a sua maestà cesarea di mettere fine ad ogni
pretension della Spagna sopra gli Stati di Napoli, Sicilia, Milano
e Fiandra. Più era vogliosa la corte di Spagna di risparmiare una
chiara rinunzia a Gibilterra e Minorica, e di assicurare all'_infante
don Carlo_ la succession della Toscana e di Parma e Piacenza: al che
spezialmente porgeva continui impulsi la regina _Elisabetta Farnese_,
intenta al bene degli infanti suoi figli; e tanto più per udirsi
infestata da molti incomodi la sanità del gran duca _Giovanni Gastone
de Medici_. Posta tale vicendevole disposizione d'animi, non riuscì
difficile lo strignere l'accordo. Fu esso stipulato in Vienna nel dì
30 di aprile, e l'impensata sua pubblicazione sorprese ognuno: tanta
era stata la segretezza del trattato. La sostanza principale di quegli
articoli consisteva nella rinunzia fatta da Cesare a tutti i suoi
diritti sulla corona di Spagna, con ritenerne il solo titolo, sua
vita durante; e a stabilire che essa corona non si avesse mai ad unire
con quella di Francia. All'incontro anche il re Cattolico _Filippo V_
rinunziava in favore dell'augusta casa d'Austria tutte le sue ragioni
sopra Napoli, Sicilia, Stato di Milano e Fiandra, siccome anche
annullava il patto della reversione pel regno di Sicilia. Un altro
importantissimo punto ancora si vide assodato. Nel dì 6 di dicembre
dell'anno precedente avea l'imperadore _Carlo VI_ formata e pubblicata
una prammatica sanzione, per cui, in difetto di maschi, era chiamata
all'intera successione di tutti i suoi regni e Stati l'_arciduchessa
Maria Teresa_ sua primogenita con vincolo di fideicommisso e
maggiorasco: decreto che venne poi accettato e confermato da tutti i
tribunali dei suoi dominii. Ora anche il re Cattolico accettò la stessa
prammatica sanzione, obbligandosi di esserne garante e difensore.
Finalmente fra le parti fu accordato, che venendo a mancare la linea
mascolina del gran duca di Toscana, e del duca di Parma e di Piacenza,
si devolverebbono i loro Stati colla qualità di feudi imperiali
all'infante _don Carlo_ primogenito della regina di Spagna _Elisabetta
Farnese_, restando il porto di Livorno libero sempre, come si trovava
in questi tempi. Seguì parimente una lega e un trattato di commercio
fra i suddetti sovrani. Nel dì 7 di giugno di quest'anno con altri
atti fu confermata la suddetta concordia, accolta precedentemente con
isdegno da chi ne era rimasto escluso; e massimamente perchè Cesare si
obbligò di non opporsi, in caso che la Spagna tentasse di ricuperar
colla forza Minorica e Gibilterra. Quei nobili Spagnuoli che aveano
seguitato l'Augusto Carlo in Germania, e in vigore di questa pace se
ne tornarono in Ispagna a godere i lor beni liberati dalle unghie
del fisco, trovarono pregiudiziale la mutazion del clima; perchè
infermatisi, in men di un anno cessarono di vivere.
Nella primavera dell'anno presente diede la corte di Francia non
poco da discorrere ai politici. Un'infermità sopraggiunta al giovane
re _Luigi XV_ in grande apprensione ed affanno avea tenuto tutti i
sudditi suoi, amantissimi sopra gli altri popoli de' loro monarchi.
Perfettamente si riebbe la maestà sua; ma questo pericolo fece
conoscere al suo ministero la necessità di non differir maggiormente
di procurare al re una consorte che conservasse e propagasse la sua
discendenza. Dimorava in Parigi l'_infanta di Spagna_, a lui destinata
in moglie, che già per tale speranza godeva il titolo di _regina_; ma
questa principessa avea solamente nel dì 31 di marzo compiuto l'anno
settimo dell'età sua, e troppo perciò conveniva aspettare, acciocchè
fosse atta alle funzioni del matrimonio. Fu dunque presa la risoluzione
di rimandarla con tutto decoro in Ispagna; nè si tardò ad eseguirla.
Per atto sì inaspettato restarono talmente amareggiati il re e la
regina di Spagna, che richiamarono tosto da Parigi i lor ministri, e
rimandarono anch'essi in Francia _madama di Beaujolais_, figlia del
fu duca d'Orleans reggente, la quale avea da accoppiarsi in matrimonio
coll'_infante don Carlo_; e questa poi s'unì nel viaggio colla sorella,
vedova del defunto re di Spagna _Luigi_, la qual parimente se ne
tornava a Parigi. Contribuì non poco questa rottura ad accelerar la
pace suddetta fra l'imperadore e il re Cattolico. Fu allora che la
gente curiosa prese ad indovinare qual principessa avrebbe la fortuna
di salire sul trono di Francia; ma niuno vi colpì. Con istupore
d'ognuno s'intese dipoi che il re, o, per dir meglio, il duca di
Borbone primo ministro avea prescelta la _principessa Maria_ figlia di
_Stanislao re di Polonia_, ma di solo nome. Videsi questa principessa,
nel mese di settembre, condotta con gran pompa da Argentina al talamo
reale. Attendendo in questi tempi il pontefice _Benedetto XIII_ non
meno al pastoral governo che all'economia de' suoi Stati, pubblicò
nel dì 15 d'ottobre una utilissima bolla intorno all'annona di Roma
e all'agricoltura di que' paesi. Non così fu applaudita nel giugno di
questo anno la promozione alla sacra porpora da lui fatta di monsignor
_Niccolò Coscia_, prevedendo già i più saggi che questo personaggio,
favorito non poco dall'ottimo pontefice, si sarebbe col tempo abusato
della confidenza e bontà del santo padre, il quale non mai dicendo
_basta_ alla gratitudine sua, volle premiare l'antica servitù di questo
soggetto, e col tempo gli procacciò anche il ricco arcivescovato di
Benevento. S'egli fosse meritevole di tanti favori, ce ne avvedremo
andando innanzi.
Anno di CRISTO MDCCXXVI. Indizione IV.
BENEDETTO XIII papa 3.
CARLO VI imperadore 16.
Da che fu alzato alla dignità pontifizia il cardinale Orsino, uno
spettacolo insolito, che tirava a sè gli occhi d'ognuno, era la sua
maniera di vivere. Non solamente il pontefice nulla avea sminuito
dell'umiltà, virtù la più favorita di _Benedetto XIII_, ma parea
che l'avesse accresciuta. Non sapeva egli accomodarsi a quella
pompa e magnificenza che vien creduta un ingrediente necessario per
maggiormente imprimere ne' popoli il rispetto dovuto a chi è insieme
sommo pontefice e principe grande. Sui principii bramò egli d'uscir di
palazzo senza guardie, e come povero religioso in una chiusa carrozza,
per andare alle frequenti sue visite delle chiese e degli spedali,
oppure al passeggio. Gli convenne accomodarsi al ripiego de' più
saggi, cioè di portarsi alle sue divozioni accompagnato da un semplice
cappellano con poche guardie, recitando egli nel viaggio la corona
ed altre orazioni. Cassò nondimeno, come creduta da lui superflua, la
compagnia delle lancie spezzate. Chi entrava nella camera sua penava a
trovarvi un romano pontefice, perchè non v'erano addobbi o tappezzerie,
ma solamente sedie di paglia ed immagini di carta con un Crocefisso.
Andava talvolta a pranzo nel refettorio de' padri domenicani della
Minerva, come un di essi, altra distinzion non ammettendo di cibo o di
sedia, se non che stava solo ad una delle tavole. Al generale d'essi
religiosi, ch'egli riguardava sempre come suo superiore, non isdegnava
di baciar la mano. Non volle più che gli ecclesiastici, venendo alla
sua udienza, gli s'inginocchiassero davanti. Intervenne talvolta
al coro coi canonici in San Pietro, o pure nel coro dei religiosi;
senz'altra distinzione che di sedere nel primo luogo sotto piccolo
baldacchino.
Lungo sarebbe il registrare i tanti atti dell'umiltà sì radicata in
lui, che sembravano forse eccessi agli occhi di chi era avvezzo a
mirar la maestà e splendidezza de' suoi antecessori, ma non già agli
occhi di Dio. Eminente ancora si facea conoscere in questo pontefice
il suo staccamento dai legami del sangue e dell'interesse. Amava
molto il duca di Gravina suo nipote, e qualche poco anche il di lui
fratello Mondillo; ma troppo abborriva il nepotismo. Niun d'essi
volle egli al palazzo, molto meno gli mise a parte alcuna del governo;
tuttochè, per giudizio de' saggi, meglio fosse stato per la santità
sua il valersi del primo, cioè d'un degno e virtuoso signore, che
di altre persone alzate agli onori, le quali, unicamente curando i
proprii vantaggi, trascurarono affatto l'onore e la gloria del loro
benefattore. Solamente promosse all'arcivescovato di Capoa il nipote
minore; e questo non per suo genio, ma per le tante batterie di chi
favoriva la casa Orsina, e stette più forte contro tante altre usate
per impetrargli il cardinalato. Amantissimo della povertà il santo
padre, non per altro cercava il danaro che per diffonderlo sopra i
poveri, o per esercitar la sua liberalità e gratitudine. Al cattolico
re d'Inghilterra _Giacomo III Stuardo_ accrebbe l'appannaggio, e donò
tutti i magnifici mobili del pontefice suo predecessore, ascendente
al valore di trenta mila scudi. Per far limosine avrebbe venduto, se
avesse potuto, fino i palagi; e intanto egli dedito alle penitenze e ai
digiuni, non volendo che una povera mensa, convertiva in sovvenimento
degl'infermi e bisognosi i regali e le rendite particolari che a lui
provenivano. Faceva egli nel medesimo tempo l'uffizio di vescovo e
parroco, conferendo la cresima e gli ordini al clero, benedicendo
chiese ed altari, assistendo ai divini uffizii e al confessionale,
visitando non solamente i cardinali infermi, ma talvolta ancora povera
gente, e comunicando di sua mano la famiglia del palazzo. Queste erano
le delizie dell'indefesso e piissimo successore di san Pietro, non
lasciando egli perciò di accudire al buon governo politico de' suoi
Stati, e alla difesa ed aumento della religione.
Abitava da gran tempo in Roma il suddetto _re Giacomo_, favorito
dai pontefici ed onorato da ognuno per l'alta qualità del suo
grado. L'aveva Iddio arricchito di due figliuoli, principi di grande
espettazione. Ma erano sopravvenute in addietro dissensioni fra lui
e la regina sua consorte _Clementina Sobieschi_, a cagione delle
quali questa piissima principessa s'era ritirata nel monistero di
Santa Cecilia, pretendendo che il marito avesse da licenziar dalla
sua corte alcune persone per giusti sospetti da essa non approvate.
Si erano interposti i più attivi e manierosi porporati, e principi e
principesse, per la riunione d'essi, ma con sempre inutili sforzi. Lo
stesso pontefice _Benedetto XIII_ non avea mancato d'impiegare i suoi
più caldi uffizii a questo fine; negava anche l'udienza al re, persuaso
che la ragione fosse dal canto della regina. Ora quando la gente
credea rinata fra loro la pace, giacchè era seguito un abboccamento
di questi reali consorti, all'improvviso si vide partir da Roma nel
mese di ottobre il re coi figli, e passar ad abitare in Bologna, dove
prese un palazzo a pigione. Però la compassion di ognuno si rivolse
verso l'afflitta regina sua moglie, e il papa cominciò a negare al re
la rata della pensione a lui accordata. Motivi all'incontro di somma
allegrezza ebbe in questi tempi la real corte di Torino, per aver la
duchessa moglie di _Carlo Emmanuele_ duca di Savoia, e nuora del re
_Vittorio Amedeo_, dato alla luce nel dì 26 di giugno un principe,
che oggidì col nome di _Vittorio Amedeo Maria_, primogenito del re
suo padre, gareggia mercè delle sue nobili qualità coi più illustri
suoi antenati. All'incontro fu in quest'anno la nobilissima città di
Palermo, capitale della Sicilia, un teatro di calamità. Nel principio
della notte nel dì primo di settembre si udì quivi nell'aria un
mormorio terribile e continuo, che durato per un quarto d'ora, cagionò
uno spavento universale, atteso che il cielo era sereno, senza vento e
senza apparenza alcuna di tempo cattivo. Furono anche vedute in aria
due travi di fuoco, che andarono poi a sommergersi in mare. Erano le
quattro ore della notte, quando un orribil tremuoto per lo spazio di
due _Pater noster_ a salti fece traballare tutta la città. Fu scritto,
che la quarta parte d'essa fu rovesciata a terra. File intere di case
e botteghe si videro ridotte ad un mucchio di sassi; assaissime altre
rimasero sommamente danneggiate e minaccianti rovina. Spezialmente
ne patì il palazzo reale, di cui molte parti caddero, talmente che
restò per un tempo inabitabile. La cattedrale ed alcun'altra chiesa
gran danno ne soffrirono; e dalle rovine di quella città furono
tratte ben tre mila persone o morte o ferite. Corse per l'Italia la
relazione di sì funesto spettacolo che metteva orrore in chiunque la
leggeva; ma persone saggie di Palermo a me confessarono, aver la fama
accresciuto di troppo le terribili conseguenze di quel tremuoto, ed
essere stato minore di quel che si diceva, l'eccidio. Intento sempre
lo augusto monarca _Carlo VI_ al bene e vantaggio dei suoi sudditi
d'Italia, procurò in quest'anno, coll'interposizione della Porta
Ottomana la pace e libertà del commercio fra i suoi Stati, e il bey o
dey di Tunisi, e la reggenza di quella città. Gli articoli ne furono
conchiusi nel dì 23 di settembre. Altrettanto ancora ottenne egli dalla
reggenza di Tripoli, in modo che le navi di sua bandiera doveano in
avvenire andar sicure dagl'insulti di quei corsari. Con qual fedeltà
poi essi Barbari, troppo avvezzi al mestiere infame della pirateria,
eseguissero somiglianti trattati, lo sanno i poveri cristiani. Sempre
sarà (non si può tacere) vergogna dei potentati della cristianità sì
cattolici che protestanti, il vedere che in vece di unir le lor forze
per ischiantar, come potrebbono, quei nidi di scellerati corsari,
vanno di tanto in tanto a mendicar da essi con preghiere e regali, per
non dire con tributi, la loro amistà, che poscia alle pruove si trova
sovente inclinare alla perfidia. Tante vite di uomini, tanti milioni
s'impiegano dai cristiani per far guerra fra loro: perchè non volgere
quell'armi contro i nemici del nome cristiano, turbatori continui della
quiete e del commercio del Mediterraneo? Di più non ne dico, perchè so
che parlo al vento.
Anno di CRISTO MDCCXXVII. Indizione V.
BENEDETTO XIII papa 4.
CARLO VI imperadore 17.
Giunse al fine di sua vita il dì 26 di febbraio dell'anno presente
_Francesco Farnese_ duca di Parma e Piacenza, nato nel dì 19 di maggio
del 1678; principe che avea acquistato il credito di rara virtù e
di molta prudenza nel governo dei suoi popoli. Ancorchè, per esser
difettoso di lingua, ammettesse pochi all'udienza sua, pure, non meno
per sè che per via d'onorati ministri, accudì sempre all'amministrazion
della giustizia, e mantenne la quiete nei suoi Stati, avendogli servito
non poco a conservarlo immune dai guai fra i pubblici torbidi la
parzialità e riguardo che aveano per lui le corti d'Europa, a cagione
della generosa regina di Spagna _Elisabetta_ sua nipote _ex fratr_e, e
figlia della duchessa _Dorotea_ sua propria moglie. A lui succedette
nel ducato il principe _Antonio_ suo fratello, nato nel dì 29 di
novembre del 1679. A questo principe (giacchè il fratello duca avea
perduta la speranza di ricavar successione dal matrimonio suo) più
volte s'era progettato di dar moglie, affinchè egli tentasse di tenere
in piedi la vacillante sua nobil casa; ma sempre in fumo si sciolse
ogni suo trattato, per non accordarsi i fratelli nell'appannaggio che
egli pretendeva necessario al suo decoro nella mutazion dello stato.
Così i poco avveduti principi d'Italia, per volere ristretta nella sola
linea regnante la propagazion del loro sangue, e col non procurare che
una linea cadetta possa ammogliandosi supplire i difetti eventuali
della propria, han lasciato venir meno la nobilissima lor prosapia
con danno gravissimo anche de' popoli loro sudditi. Erano assai
cresciuti gli anni addosso al duca Antonio, aveva egli anche ereditata
la grassezza del padre; pure tutti i suoi ministri, e del pari la
corte di Roma, l'affrettarono tosto a scegliersi una consorte abile a
rendere frutti. Fu dunque da lui prescelta la principessa _Enrichetta
d'Este_ figlia terzogenita di _Rinaldo_ duca di Modena, avendo anche
questo principe sacrificato ogni riguardo verso le figlie maggiori per
la premura di veder conservata la riguardevol casa Farnese. Dugento
mila scudi romani furono accordati in dote a questa principessa, e sul
fine di luglio si pubblicò esso matrimonio, con ottenere la necessaria
dispensa da Roma per la troppa stretta parentela. Ognun si credeva che
grande interesse avesse il duca Antonio di unirsi senza perdere tempo
colla disegnata sposa; pure con ammirazione e dolor di tutti si vide
differita questa funzione sino al febbraio del seguente anno.
Al _marchese di Ormea_, ministro di rara abilità di _Vittorio Amedeo_
re di Sardegna, riuscì in quest'anno di superar tutte le difficoltà
che fin qui aveano impedito l'accordo delle differenze vertenti fra
la sua corte e quella di Roma. Il buon pontefice _Benedetto XIII_,
nel cui cuore non allignavano se non pensieri e desideri di pace, non
solamente condiscese a riconoscere per re di Sardegna esso sovrano,
ma eziandio gli accordò non poche grazie e diritti, contrastati in
addietro dai suoi due predecessori. Era poi gran tempo che questo papa
ardeva di voglia di portarsi a Benevento, parte per consacrar ivi una
chiesa fabbricata in onore di San Filippo Neri, alla cui intercessione
si protestava egli debitor della vita, allorchè restò seppellito
sotto le rovine del tremuoto di quella città; e parte per consolare
colla sua presenza il popolo beneventano, per cui egli conservò sempre
un amore che andava anche agli eccessi; e tanto più perchè riteneva
tuttavia quell'arcivescovato. Per quanto si affaticassero i porporati
per attraversare questo suo dispendioso disegno, non vi fu ragione che
potesse distornarlo dalla presa risoluzione. Dopo aver dunque fatto
un decreto, che, in caso di sua morte, il sacro collegio tenesse il
conclave in Roma, nel marzo di quest'anno si mise in viaggio a quella
volta con picciolo accompagnamento di gente, ma con gran copia di
sacri ornamenti e regali per le chiese di Benevento, e gran somma di
danaro per riversarlo in seno dei poveri. Due corsari, informati del
suo viaggio, sbarcarono a Santa Felicita; ma il colpo andò fallito,
e si sfogò poscia il lor furore sopra que' poveri abitanti. Giunse
a Benevento il santo padre nel dì primo di aprile. Gran concorso di
popolo fu a vederlo ed ossequiarlo; e siccome egli di nulla più si
compiaceva, che delle funzioni episcopali, così impiegò ivi il suo
tempo in consecrar chiese ed altari, in predicare, in amministrare
sacramenti, in servire i poveri alla mensa, e in altri piissimi
impieghi del genio suo religioso. Nel dì 12 di maggio fece poi
partenza di colà, e pervenuto a San Germano nel dì 18, quivi con gran
solennità consecrò la chiesa maggiore. Fu in Monte Casino, dove, come
se fosse stato semplice religioso, gareggiò coll'esemplarità e pietà
di que' monaci, assistendo anch'egli al coro della mezza notte. Gran
consolazione si provò in Roma all'arrivo della santità sua in quella
capitale, succeduto nel dì 28 del mese suddetto.
Miravansi intanto gli affari dei potentati cristiani in un segreto
ondeggiamento. Disgustata era la corte di Spagna con quella di Francia
per la principessa rimandata a Madrid. Più grave ancora si conosceva
la discordia sua con quella d'Inghilterra a cagione di Minorica e
Gibilterra. Un altro affare sturbò la buona armonia fra Cesare e
gli Anglolandi; imperciocchè l'interesse, cioè il primo mobile del
gabinetto dei regnanti, avea servito ai consiglieri cesarei per indurre
l'Augusto Carlo VI ad istituire, o pure ad approvare una grandiosa
compagnia di commercio in Ostenda: il qual progetto se fosse andato
innanzi, minacciava un colpo mortale al commercio dell'Inghilterra
ed Olanda. Pretendeano quelle potenze un sì fatto istituto contrario
ai patti delle precedenti leghe, tacciando anche d'ingratitudine sua
maestà cesarea, che aiutata da tanti sforzi di gente e danaro da esse
marittime potenze per ricuperar la Fiandra, si volesse poi valere della
medesima conquista in sommo loro danno e svantaggio. Ma i ministri di
Vienna, siccome partecipi delle rugiade provenienti da Ostenda, teneano
saldo il buon imperadore nel sostegno di quella compagnia. Se n'ebbe
ben egli col tempo a pentire. Per opporsi dunque al proseguimento
di quella compagnia, si formò in Annover nel 1725 una lega fra la
Francia, Inghilterra e Prussia, a cui poscia si accostarono anche gli
Olandesi. S'era all'incontro l'Augusto Carlo maggiormente stretto col
re di Spagna. Aveano in questi tempi gl'inglesi con una squadra dei
lor vascelli sequestrata in Porto Bello la flotta che dovea portare
i tesori in Ispagna. Da tale ostilità commossi gli Spagnuoli, oltre
all'essersi impadroniti del ricchissimo vascello inglese chiamato
principe Federigo, andarono a mettere, nel febbraio di quest'anno,
l'assedio a Gibilterra. Gran vigore mostrarono gli offensori, ma molto
più i difensori; laonde perchè non v'era apparenza di sottomettere
quella piazza, e perchè intanto furono sottoscritti in Parigi alcuni
preliminari di aggiustamento fra i potentati cristiani, al che
spezialmente si erano affaticati i ministri del papa, e più degli altri
_monsignor Grimaldi_ nunzio pontifizio in Vienna, quell'assedio, dopo
alcuni mesi inutilmente spesi, terminò in nulla. Venne intanto nel dì
22 di giugno a mancar di vita, colpito da improvviso accidente verso
Osnabruk nel passare ad Hannover, _Giorgio I_ re della Gran Bretagna,
e a lui succedette in quel regno, concordemente ricevuto da quei
parlamenti, _Giorgio II_ principe di Galles, suo primogenito.
Stava attento ad ogni spirar d'aura in quelle parti il Cattolico
re _Giacomo III Stuardo_; e verisimilmente isperanzito che avesse
in Inghilterra per la morte di quel regnante da succedere qualche
cangiamento in suo favore, all'improvviso si partì da Bologna, e passò
in Lorena, con ridursi poscia ad Avignone. Scandagliati ch'egli ebbe
gli affari dell'Inghilterra, trovò preclusa ogni speranza ai proprii,
e però quivi fermò i suoi passi. Aveva egli lasciati in Bologna i due
principi suoi figli; e giacchè in fine s'era ridotto ad allontanare
dal suo servigio il Lord Eys, e sua moglie, la regina _Clementina
Sobieschi_, consigliata dal papa e dai più saggi porporati, alla metà
del mese di luglio sen venne a quella città, dove abbracciò i figli
con tal tenerezza, che trasse le lagrime dagli occhi di tutti gli
astanti. Fermossi ella di poi in essa città, attendendo continuamente
alle sue divozioni, giacchè per le visite e per li divertimenti non
era fatto il suo cuore. Passava questa santa principessa le giornate
intere in orazioni davanti il santissimo Sacramento. Nel novembre di
questo anno venne in Italia il _principe Clemente_ elettor di Colonia,
fratello dell'_elettor di Baviera_ e della gran principessa di Toscana
_Violante_, con animo di farsi consecrare arcivescovo dal pontefice
_Benedetto XIII_. Per cagion dell'etichetta romana non trovava la
di lui dignità i suoi conti nel portarsi fino a Roma. Lo umilissimo
santo padre, tuttochè dissuaso dai sostenitori del decoro pontifizio,
pure non ebbe difficoltà di passar egli a Viterbo per ivi consecrare
quel principe. Riuscì maestosa la funzione, e corsero suntuosi regali
dall'una e dall'altra parte; ma senza paragone superiori furono quei
dell'elettore, perchè consistenti in sei candellieri d'oro arricchiti
di pietre preziose; in una croce d'oro; in una corona di grosse
perle orientali, i cui _pater noster_ erano di smeraldi incastrati
in oro; in una croce di diamanti di gran valore, e in una cambiale di
ventiquattro mila scudi per le spese del viaggio del santo padre. Altri
presenti toccarono alla famiglia pontifizia. Passò dipoi esso elettore
colla principessa Violante a Napoli, per vedere le rarità di quella
metropoli, e di là venne dipoi ad ammirar le impareggiabili di Roma.
Due padri carmelitani scalzi avea lo stesso pontefice, oppure il suo
predecessore, inviati negli anni addietro alla Cina con ricchi donativi
e lettere all'imperadore di quel vasto imperio. Riportarono essi nel
presente anno due risposte di quel regnante al papa, accompagnate da
una bella lista di donativi, consistenti nelle cose più rare e stimate
di quei paesi.
Con sommo dispiacere intanto udiva il buon pontefice le risoluzioni
prese dall'imperadore di concedere Parma e Piacenza all'_imperador
don Carlo_, come feudi imperiali, in grave pregiudizio de' diritti
della santa Sede, che per più di due secoli avea goduto pubblicamente
il sovrano dominio e possesso di quegli Stati. Intimò pertanto
al nuovo duca _Antonio Farnese_ di prenderne, secondo il solito,
l'investitura dalla Chiesa romana. Ma ritrovossi questo principe
in un duro imbroglio, perchè nello stesso tempo anche da Vienna
gli veniva ordinato di prestare omaggio per esso ducato a Cesare,
da cui si pretendea di dargli l'investitura. Fu poi cagione questo
vicendevole strettoio che il duca non la prese da alcuno. Fece perciò
varie proteste la corte di Roma; e all'incontro più forte che mai
seguitò l'imperadore a sostener quegli Stati, come membri del ducato
di Milano. E perciocchè nell'anno 1720 avea _papa Clemente XI_ fatto
esporre al pubblico due libri contenenti le ragioni della Chiesa
romana sopra Parma e Piacenza, in quest'anno parimente comparve alla
luce un grosso volume, che comprendea le opposte ragioni dell'imperio
sopra quelle città, dove, oltre al vedersi rivangati i principii
del dominio pontifizio nelle medesime, si venne anche a scoprire
che i duchi _Ottavio_ ed _Alessandro Farnesi_ aveano riconosciuto
sopra Piacenza i diritti dell'imperio e del re di Spagna, padrone
allora di Milano. Non bastò al saggio imperadore _Carlo VI_ di aver
procacciala a' suoi sudditi di Napoli, Sicilia e Trieste una spezie
di amicizia o tregua coi corsari di Tripoli e Tunisi. Rinforzò egli
i suoi maneggi per istabilire un simile accordo col dey e reggenza
di Algeri, cioè coi più poderosi e dannosi corsari del Mediterraneo,
valendosi dell'interposizione della porta ottomana amica. Si fecero
coloro tirar ben bene gli orecchi prima di cedere, perchè pretendeano
che l'imperadore facesse anche egli desistere dall'andare in corso
i Maltesi. Se ne scusò Cesare, con dire di non aver padronanza
sopra quell'isola, e molto meno sopra de' cavalieri gerosolimitani.
Finalmente nel dì 8 di marzo dell'anno presente si stipulò in
Costantinopoli l'accordo suddetto, per cui spezialmente gran feste ne
fece la città di Napoli, benchè prevedessero i saggi che poco capitale
potea farsi di una pace con gente perfida e troppo ghiotta di quello
infame mestiere. Cominciarono in fatto a verificarsi nell'anno seguente
queste predizioni.
Ma nel dì 7 di novembre si cangiò in pianto tutta l'allegrezza de'
Napoletani. Perciocchè, dopo avere il Vesuvio gittato per due giorni
delle continue fiumane di bitume infocato, verso la sera del dì
suddetto con orribili tenebre si oscurò il cielo, e dopo un terribile
strepito di tuoni e fulmini, cadde per lo spazio di quattro ore una
sì straordinaria pioggia, che recò gravissimi danni e sconcerti a
quella città e al suo territorio. Quasi non vi fu casa che non restasse
inondata da sì esorbitante copia d'acqua, con lasciar tutte le cantine
e luoghi sotterranei ripieni d'acqua e di fango; e non se ne andò
esente chiesa alcuna. Dalla montagna scendevano furiosi i torrenti, che
atterrarono gran numero di case e botteghe, seco menando gli alberi
divelti dal suolo, e i mobili della povera gente. Gli acquedotti e
canali tutti rimasero rimpiuti di terra. Immenso ancora fu il danno che
ne patì la città d'Aversa colle terre di Giuliano, Piamura, Paretta
ed altre. Se abbondano di delizie quelle contrade, a dure pensioni
ancora son elleno soggette. Gloriosa memoria lasciò in quest'anno
lo zelantissimo pontefice _Benedetto XIII_ con una sua bolla del dì
12 d'agosto, in cui severamente proibì per tutti i suoi Stati il già
introdotto ed affittato lotto di Genova, Napoli e Milano, gran voragine
delle sostanze de' mortali poco saggi e troppo corrivi; e ciò per
avere la Santità sua conosciuti gli enormi disordini che ne provenivano
per le tante superstizioni, frodi, rubamenti, vendite dell'onestà, e
impoverimento delle famiglie. E perchè, ciò non ostante, alcuni, poco
curanti delle pene spirituali e temporali, osarono poscia di continuar
questo giuoco, contra di essi procedè la giustizia, condannandoli al
remo; nè poterono ottenere remissione dal papa, risoluto di voler
liberare i suoi popoli da sanguisuga cotanto maligna. La borsa
pontificia ne patì, ma crebbe la gloria di questo santo pontefice.
Anno di CRISTO MDCCXXVIII. Indiz. VI.
BENEDETTO XIII papa 5.
CARLO VI imperadore 18.
Finalmente nel dì 5 di febbraio dell'anno presente con molta solennità
in Modena seguì lo sposalizio della principessa _Enrichetta d'Este_
con _Antonio Farnese_ duca di Parma, di cui fu mandatario il principe
ereditario di Modena _Francesco_ fratello d'essa. Dopo molti nobili
divertimenti s'inviò la novella duchessa nel dì 7 alla volta di Parma,
dove trovò preparate suntuose feste pel suo ricevimento. Chiarito
ormai il re Cattolico _Giacomo III_ della tranquillità che si godeva
in Inghilterra, e non esservi apparenza che alcun vento propizio si
svegliasse in suo favore, sul principio del gennaio di quest'anno si
restituì a Bologna. Videsi allora la sospirata riunione di lui colla
regina _Clementina_ sua consorte, la cui incomparabil pietà e divozione
non meno stupore, che tenerezza cagionava in tutto quel popolo. E ben
ebbe la città di Bologna motivi di grande allegrezza in questi tempi,
per avere il sommo pontefice _Benedetto XIII_ nel dì 30 di aprile
pubblicato per uno dei cardinali riserbati in petto monsignor _Prospero
Lambertini_ arcivescovo di Teodosia, vescovo d'Ancona, segretario
della congregazion del concilio, e promotor della fede, di nobile ed
antica famiglia bolognese, prelato d'insigne sapere, spezialmente ne'
sacri canoni e nell'erudizione ecclesiastica. Nel qual tempo ancora
fu promosso alla sacra porpora il padre _Vincenzo Lodovico_ Gotti
parimente Bolognese, eletto già patriarca di Gerusalemme, e teologo
rinomato per varii suoi libri dati alla luce. Noi vedremo, andando
innanzi, portato il primo di essi dal raro suo merito alla cattedra di
san Pietro.
Durava tuttavia la spinosa pendenza, fra la corte pontifizia e quella
di Lisbona, per la pretensione mossa da quel re di voler promosso
alla dignità cardinalizia, il nunzio apostolico _Bichi_, prima che
egli si partisse da Lisbona, e nei presenti tempi maggiormente si
vide incalzato il santo padre dai ministri portoghesi su questo
punto. A tante pressure di quel re, stranamente forte in ogni suo
impegno, avrebbe facilmente condisceso il buon pontefice, siccome
quegli che cercava la pace con tutti. Ma costituita sopra questo
affare una congregazion di cardinali, alla testa de' quali era il
cardinal Coradini, uomo di gran petto, fu risoluto di non compiacere
quel monarca, perchè niuno metteva in disputa che il principe possa,
quando e come vuole, richiamare i suoi ministri dalle corti altrui;
nè si dovea permettere un esempio di tanta prepotenza in pregiudizio
dell'avvenire. A tal determinazione il mansueto pontefice si accomodò,
ed attese più che mai a dar nuovi santi alla Chiesa di Dio, e ad
esercitarsi nelle consuete sue azioni pastorali. Ma se n'ebbe forte
a dolere il popolo romano, perchè tanto il _cardinal Pereira_ che
l'ambasciatore di quel re, e i prelati portoghesi, anzi qualsivoglia
persona di quella nazione, ebbero ordine di levarsi da Roma, e da
tutto lo Stato ecclesiastico, e di tornarsene in Portogallo. Il che fu
eseguito, seccandosi con ciò una ricca fontana di oro che scorrea per
tutta Roma. Parve poco questo allo sdegnato re. Comandò che uscisse
dai suoi Stati _monsignor Firrao_, da lui non mai riconosciuto per
nunzio, nè volle lasciar partire _monsignor Bichi_, tuttochè chiamato
coll'intimazion delle censure in caso di disubbidienza, e desideroso di
obbedire. Oltre a ciò, nel mese di luglio vietò a chicchessia dei suoi
sudditi il mettere piede nello Stato ecclesiastico, il cercar dignità
o benefizii dalla santa Sede, il mandare o portar danaro a Roma: con
che restò affatto chiusa la nunziatura e dateria per li suoi Stati.
Finalmente cacciò dal suo regno ogni Italiano suddito del papa, con
proibizione che alcun di essi non entrasse nei suoi territorii. Altro
ripiego non ebbe la corte romana, per tentare un rimedio a questa
turbolenza, che di raccomandarsi all'interposizione del piissimo re
Cattolico _Filippo V_, stante la buona armonia di quella corte colla
portoghese, a cagion del doppio matrimonio stabilito fra loro.
In mezzo nondimeno a sì fatti imbrogli Dio fece godere un'indicibil
consolazione per altra parte al santo pontefice. Siccome uomo di pace,
non avea ommesso uffizio o diligenza alcuna in addietro per vincere
l'animo del _cardinale di Noaglies_ arcivescovo di Parigi, fin qui
pertinace in non volere accettare la bolla _Unigenitus_. Finalmente
cotanto poterono in cuore di quel porporato le amorose esortazioni del
buon pontefice, e il concetto della di lui sanità, e l'aver questo
dichiarato che la dottrina di essa bolla non contrariava a quella
di santo Agostino, che il cardinale s'indusse ad abbracciarla. Per
l'allegrezza di questa nuova, e di una lettera tutta sommessa di quel
porporato, non potè il santo padre contenere le lagrime, e non finì
l'anno ch'egli annunziò nel sacro consistoro questo trionfo della
Chiesa, per cui il Noaglies fu ristabilito in tutti i suoi diritti e
preminenze. Due nobili bolle e molte provvisioni pubblicò nell'anno
presente l'indefesso pontefice pel buon regolamento della giustizia,
affin di troncare il troppo pernicioso allungamento delle liti,
e levare molti altri abusi del foro, degli avvocati, procuratori,
notai ed archivii: regolamenti, i quali sarebbe da desiderare che
si estendessero ad ogni altro paese, e, quel che importa, che si
osservassero; perciocchè ordinariamente non mancano buone leggi, ma
ne manca l'osservanza, e chi abbia zelo per questo. Da molti anni si
trovavano in grande scompiglio i tribunali ecclesiastici della Sicilia
a cagion di quella appellata monarchia, abolita da papa _Clemente
XI_. Facea continue istanze l'imperador Carlo VI che si mettesse fine
a questo litigio; e il santo padre, amantissimo della concordia con
ognuno, vi condiscese con pubblicare nel dì 30 d'agosto una bolla e
concordia, che risecò gli abusi introdotti in quel regno, e prescrisse
la maniera di trattar quivi e definir le cause ecclesiastiche in
avvenire.
Comparvero in questi tempi i potentati Cristiani dell'Europa tutti
vogliosi di stabilire una pace universale. La sola Spagna quella era
che teneva questo gran bene pendente per le sue pretensioni contro
gl'Inglesi, e per alcune difficoltà nell'effettuare quanto era stato
accordato all'_infante don Carlo_, spettante alla successione in
Italia della Toscana e di Parma e Piacenza. Non la sapeva intendere
il gran duca _Giovanni Gastone_, che vivente lui si avesse a mettere
presidio straniero nei suoi dominii, e ricalcitrava forte. Ma da
che furono accordati i preliminari della pace, l'Augusto _Carlo VI_
nel dì 13 d'aprile rilasciò ordini vigorosi, comandando a' popoli
della Toscana di ricevere e riconoscere il suddetto _don Carlo_ per
principe ereditario, e di prestargli quella sommessione ed ubbidienza
che occorreva, senza pregiudizio del vivente gran duca, affinchè,
estinguendosi la linea mascolina dei gran duchi, fosse sicuro il real
principe di prenderne il pieno desiderato possesso, cessando intanto la
disposizione fatta di quegli Stati dal gran duca _Cosimo III_ in favore
della vedova _elettrice palatina_ sua figlia. In vigore dunque di
tali premure si aprì dipoi un congresso dei plenipotenziarii di tutte
le potenze in Soissons, per ismaltire ogni altro punto concernente
la progettata pace, avendo il _cardinale di Fleury_, primo ministro
del re di Francia, desiderato quel luogo vicino a Parigi per teatro
di sì importante affare, a fine di potervi intervenire anch'egli in
persona, e recare più possente influsso alla concordia. Il bello fu
che quei ministri più si lasciavano vedere alle conferenze in Parigi
che in Soissons, per minore incomodo del cardinale, direttor di ogni
risoluzione. Fu in questi tempi dall'imperadore dichiarata Messina
porto franco con sommo giubilo di quegli abitanti. E nel dì 26 d'agosto
diede fine al suo vivere _Anna Maria_ regina di Sardegna, figlia di
_Filippo_ duca _d'Orleans_, cioè del fratello di _Lodovico XIV_ re di
Francia, e moglie del re _Vittorio Amedeo_, in età di cinquantanove
anni. Aveva ella vedute due sue figlie regine di Francia e di Spagna.
Anno di CRISTO MDCCXXIX. Indiz. VII.
BENEDETTO XIII papa 6.
CARLO VI imperadore 19.
L'attenzione di tutta l'Italia, anzi di tutta l'Europa, fu in
quest'anno rivolta al congresso di Soissons, che dovea decidere della
pubblica tranquillità, e stabilir la successione dell'_infante don
Carlo_ nella Toscana e in Parma e Piacenza. Ma si venne scoprendo che
Soissons era una fantasma di congresso, e che il vero laboratorio,
dove si lambiccavano le risoluzioni politiche per la pace, stava nel
gabinetto di Francia, e molto più in quello del re Cattolico. Videsi
quest'ultimo monarca con tutta la sua corte incamminato a Badajos,
dove ai confini del Portogallo si fece cambio delle principesse di
Asturias e del Brasile: nella quale occasione indicibil fu la pompa e
la suntuosità delle feste. Ciò fatto, la corte cattolica, tirandosi
dietro gli ambasciatori ed inviati dei principi, passò a Siviglia,
a Cadice e ad altri luoghi, trattenendosi in quelle parti per tutto
l'anno presente con gravi doglianze della città di Madrid. E intanto,
mentre ognun si aspettava il lieto avviso della pace, altro non si
mirava che preparativi di guerra: sì grandioso era l'armamento di
vascelli spagnuoli e l'accrescimento delle truppe in quel regno,
talmente che da un dì all'altro sembrava imminente un nuovo assedio
di Gibilterra. Non faceva di meno dal canto suo _Giorgio II_ re della
Gran Bretagna, coll'adunare una potente e dispendiosa flotta, non
senza richiami di quella fazione del parlamento che non intendeva le
segrete ruote del ministero, nè qual forza abbia per ottener buona
pace l'essere in istato di far gagliarda guerra. Quasi per tutto
il presente anno s'andarono masticando nei gabinetti le vicendevoli
pretensioni, nè anno mai fu, in cui tante faccende avessero i corrieri,
come nel presente. Andò poscia a terminar questo conflitto di teste
politiche principalmente in gloria e vantaggio della corona di Spagna,
che per lungo tempo diede non solo la corda alle altre potenze, ma
anche in fine la legge alle medesime con ritardare più e più mesi la
distribuzion della flotta delle Indie, felicemente giunta in Ispagna,
in cui tanto interesse aveano i mercatanti d'Italia e di altre nazioni.
Finalmente nel dì 9 di novembre venne sottoscritto in Siviglia un
trattato di pace e lega difensiva fra i re di Francia, Spagna ed
Inghilterra, in cui susseguentemente, nel dì 21 d'esso mese, concorsero
anche le Provincie Unite. Allorchè saltò fuori questa concordia,
inarcarono le ciglia gli sfaccendati politici al vedere che non si
parlava dell'imperadore; e che la Spagna, dianzi collegata con esso,
s'era gettata nel partito delle lega di Hannover. Tanto rumore s'era
fatto dagl'Inglesi affinchè il re Cattolico chiaramente cedesse le
sue ragioni e diritti sopra Minorica e Gibilterra; pure nulla si potè
ottenere di questo: il che nondimeno non ritenne il re d'Inghilterra
dall'abbracciar quell'accordo, giacchè, in vigor della pace d'Utrecht,
tali acquisti erano autorizzati in favor degl'Inglesi, e il re
Cattolico accettava in esso accordo le precedenti paci. Tralasciando
io gli altri punti, solamente dirò, essersi ivi stabilito, che per
assicurare la successione dell'infante don Carlo in Toscana, Parma
e Piacenza, si avessero da introdurre non più Svizzeri, ma sei mila
soldati spagnuoli in Livorno, Porto Ferraio, Parma e Piacenza, con
patto che tali truppe giurassero fedeltà ai regnanti gran duca, e duca
di Parma e Piacenza, e con obbligarsi la Francia e l'Inghilterra di
dar tutta la mano per l'effettuazione di questo articolo, tacitamente
facendo conoscere di voler ciò eseguire anche contro la volontà di
Cesare. Ed ecco il motivo per cui la corte cesarea ricusò d'entrare nel
trattato suddetto di Siviglia, giacchè nelle precedenti capitolazioni
era stabilito che le guarnigioni suddette fossero di Svizzeri, e non
di altra nazione parziale. Probabilmente ancora provò il conte di
Koningsegg, plenipotenziario cesareo in Ispagna, della ripugnanza a
concorrere in quell'accordo, perchè non vide riconosciuti quegli Stati
per feudi imperiali, come portavano i patti. Certamente non si legge
in esso trattato parola che indichi soggezione all'imperial dominio.
Nè si dee tacere che appunto per questo la corte di Roma tentò di
prevalersi di tal congiuntura per far valere le sue ragioni sopra
Parma e Piacenza, senza nondimeno essersi finora osservato ch'ella
abbia guadagnato terreno. Ora il ministero di Vienna restò non poco
amareggiato, perchè il re Cattolico avesse dimenticato così presto
l'obbligata sua fede nel trattato di Vienna del 1725, con alterare
in condizioni così importanti il tenore di essa, e declamava contra
questa sì facile infrazione dei pubblici trattati e giuramenti. Per
conseguente ricusò quella corte di aderire al trattato di Siviglia;
ma non lasciarono per questo i collegati contrarii di Hannover di
far tutte le disposizioni per condurre in Italia don Carlo, ad onta
ancora dell'imperadore; maneggiandosi intanto perchè il gran duca _Gian
Gastone_ ed _Antonio Farnese_ duca di Parma, accettassero di buona
voglia le guarnigioni spagnuole.
Non poterono nè pure in quest'anno i cardinali ritenere il sommo
pontefice _Benedetto XIII_ ch'egli nella primavera non ritornasse a
Benevento, per far ivi le funzioni della settimana santa e di Pasqua.
L'amore d'esso santo padre verso quella città, anzi verso tutti i
Beneventani, passava all'esorbitanza; e tanta copia di quella gente
s'era introdotta in Roma, sempre intenta alla caccia di posti, di
grazie e di benefizii, che lieve non era la mormorazione per questo.
Restituissi dipoi nel dì 10 di giugno la santità sua a Roma ed attese
per tutto il resto dell'anno alle solite funzioni ecclesiastiche
e alle consuete opere di pietà, e a canonizzar santi. Da Bologna
parimente ritornarono a Roma i cattolici re e regina d'Inghilterra in
buon accordo, ed ivi fissarono di nuovo il loro soggiorno. In essa
Roma, in Genova ed altre città, dove si trovavano ministri pubblici
della corte di Francia, suntuose feste si videro solennizzate per la
tanto desiderata e già compiuta nascita di un Delfino, accaduta nel
dì 4 di settembre dell'anno presente: principe che oggidì fiorisce,
e grande espettazione dà ai suoi popoli per la felicità del suo
talento. Si fecero in tal congiuntura quasi dissi pazzie di tripudii ed
allegrezze per tutto quel regno, e fino i più poveri paesi sfoggiarono
in dimostrazioni di giubilo: tanto è l'amore inveterato di que'
popoli verso i loro monarchi. Soprattutto in Roma il _cardinale di
Polignac_ si tirò dietro l'ammirazione d'ognuno per la magnificenza
delle feste e delle invenzioni, colle quali celebrò la nascita di
questo principino. Troppo era portato alla beneficenza e alle grazie
il generoso e disinteressato animo del pontefice _Benedetto XIII_.
Di questa sua nobile, ma talvolta non assai regolata inclinazione
sapeva anche profittare qualche suo ministro, non senza lamenti
degli zelanti che miravano esausto l'erario pontifizio, e accresciuti
gli aggravii alla camera apostolica, in guisa tale che si rendevano
oramai superiori le spese alle rendite annue della medesima. Non era
questo un insolito malore. Anche sotto altri precedenti papi, o per
necessità occorrenti, o per capricci e fabbriche dei regnanti, o per
l'avidità dei non mai contenti nipoti, sovente sbilanciavano i conti
in pregiudizio della medesima camera. Al disordine dei debiti fatti si
rimediava col facile ripiego di crear nuovi luoghi di monti e vacabili:
con che vennero crescendo i tanti milioni di debiti, dei quali anche
oggidì si trova essa camera gravata. Ne' tempi del nepotismo niuno
ardiva di aprir bocca; ma sotto sì umile pontefice animosamente i
ministri camerali vollero nel mese di aprile rappresentar lo stato
delle cose, affinchè dal di lui buon cuore non si aggiugnessero nuove
piaghe alle precedenti. Gli fecero dunque conoscere che prima del
suo pontificato l'entrata annua della camera, per appalti, dogane,
dateria, cancelleria, brevi, spogli ed altre rendite, ascendeva a due
milioni settecento sedici mila e secento cinquanta scudi, dico scudi
2.716,650. Le spese annue, computando i frutti de' monti, vacabili,
presidii, galere, guardie, mantenimento del sacro palazzo, de' nunzii,
provisionati, ec., solevano ascendere a due milioni, quattrocento
trentanove mila e trecentotto scudi, dico scudi 2.439,308, laonde
la camera restava annualmente in avanzo di scudi 277,342. Ma avendo
esso pontefice abolito un aggravio sulla carne e il lotto di Genova,
creati due mila luoghi di monti, accordate non poche esenzioni
e diminuzioni negli appalti (fatti senza le solite solennità),
assegnati o accresciuti salarii ai prefetti delle congregazioni,
legati, tribunali, prelati, ed altre persone, con altre spese che io
tralascio, veniva la camera a spendere più de' tempi addietro scudi
trecento ottantatrè mila e secento ottantasei, dico scudi 383,686; e
però restava in uno sbilancio di circa scudi centoventi mila per anno.
Però si scorgeva la necessità di moderar le spese, e di ordinare un
più fedele maneggio degli effetti camerali, tacitamente insinuando le
trufferie di chi si abusava della facilità del papa; poichè, altrimenti
facendo, conveniva imporre nuove gabelle; dal che era sì alieno il
pietoso cuore del pontefice; o pur si vedrebbe incagliato il pagamento
de' frutti dei monti: il che sarebbe una sorgente d'innumerabili
lamenti e mormorazioni, screditerebbe di troppo la camera, e sommamente
intorbiderebbe il politico commercio. Qual buon effetto producesse
questa rimostranza, converrà chiederlo agl'intendenti romani: io non ne
so dire di più.
Occorse in quest'anno, nel dì 12 di agosto, un terribil fenomeno nel
Ferrarese di là da Po. Dopo le venti ore cominciò ad apparire sopra
la terra di Trecenta ed altre ville contigue il cielo tutto ricoperto
di folte nubi nere e verdi, con alquante striscie come di fuoco in
mezzo ad esse. Dopo la caduta di una gragnuola, due contrarii venti
impetuosissimi si levarono, che spinsero le nuvole a terra, e fecero
come notte, uscendone fuoco che si attaccò a qualche casa e fenile, e
cagionando un fumo denso e rossigno che riempiè di tenebre e di orrore
tutto quel tratto di paese per dodici miglia sino a Castel Guglielmo.
Il principal danno provenne dalla furia impetuosa del vento, che
atterrò in Trecenta circa cento ventotto case colla morte di molte
persone; portò via il tetto e le finestre della parrocchiale; troncò
il campanile di un oratorio, e fece altri lagrimevoli danni. Per la
campagna si videro portati via per aria i tetti di molti fenili, e
fino uomini, carra e buoi, trovati per istrada o al pascolo, alzati
da terra, e furiosamente trasportati ben lungi. Immensa fu la quantità
degli alberi di ogni sorta che rimasero svelti dalle radici, o troncati
all'altezza di un uomo, e spinti fuora del loro sito. Di questa
funestissima e non mai più provata sciagura parteciparono le ville
di Ceneselli, di Massa di sopra e di altri luoghi di que' contorni, i
cui miseri abitanti si crederono giunti alla fine del mondo. Trovossi
in questi tempi il gran duca di Toscana in gravi imbrogli a cagion
del trattato di Siviglia; perchè pulsato dall'una parte dalla Spagna
e dagli alleati di Hannover per ammettere le guarnigioni di don
Carlo nelle sue piazze, e dall'altra battuto da contrarie massime
e pretensioni della corte imperiale. Nel dì 19 di aprile dell'anno
presente per impensato accidente mancò di vita _Antonio Ferdinando
Gonzaga_, duca di Guastalla e principe di Bozzolo, senza prole, e a lui
succedette _Giuseppe Maria_ suo fratello, benchè poco atto al governo.
Anno di CRISTO MDCCXXX. Indiz. VIII.
CLEMENTE XII papa 1.
CARLO VI imperadore 20.
Per tutto quest'anno stette l'Italia in un molesto combattimento fra
timori di guerra e speranze di pace. Non sapea digerire l'Augusto
_Carlo VI_ che, dopo avere la Spagna e tutti gli altri alleati di
Hannover nei solenni precedenti trattati riconosciuto per feudi
imperiali la Toscana, Parma e Piacenza, e stabilita la qualità dei
presidii, avessero poi nel trattato di Siviglia disposto altrimenti
di quegli Stati senza il consenso della cesarea maestà sua. Non già
che gli negasse o intendesse impedire la successione dello _infante
don Carlo_ in quei ducati, ma perchè pretendeva di ammettervelo
nella maniera prescritta concordemente dalla quadruplice alleanza. E
perciocchè crescevano le disposizioni del re Cattolico _Filippo V_ e
delle potenze marittime, per introdurre esso infante in Toscana, si
cominciò a vedere un contrario apparato dalla parte dell'imperadore,
per opporsi a tal disegno. In fatti ecco a poco a poco calare in Italia
circa trenta mila Alemanni, che si stesero per tutto lo Stato di Milano
e di Mantova con aggravio considerabile di que' paesi. Ne fu destinato
generale il _conte di Mercy_. Alcune migliaia d'essi passarono ad
accamparsi nel ducato di Massa e nella Lunigiana, per essere alla
portata di saltare in Toscana, qualora si tentasse lo sbarco delle
truppe spagnuole. Non lasciò indietro diligenza alcuna il gran duca
_Gian Gastone_ per esimere i suoi Stati dall'ingresso dell'armi
straniere; e perchè lo imperadore, con pretendere di non essere più
tenuto ad osservare gl'infranti primieri trattati, fece vigorose
istanze, affinchè esso gran duca prendesse da lui la investitura di
Siena, bisognò accomodarsi, benchè con ripugnanza, a tal pretensione.
A sommossa eziandio della corte di Vienna esso gran duca dichiarò al
ministro di Spagna di non poter acconsentire all'ingresso delle truppe
spagnuole ne' suoi Stati. Non sapevano intendere i politici come il
solo imperadore prendesse a far fronte a tante corone collegale,
massimamente trovandosi egli senza flotte per sostener Napoli e
Sicilia. Ma ossia che la corte di Vienna si facesse forte sul genio del
_cardinale di Fleury_, primo ministro di Francia, inclinato non poco
alla pace; o pure che sperasse col maneggio dei ministri nelle corti,
e colla forza dei suoi guerrieri apparati, di ridurre gli alleati a
condizioni più convenevoli all'imperial sua dignità: certo è ch'esso
Augusto animosamente procedè nel suo impegno; spinse non poche truppe
nei regni ancora di Napoli e Sicilia; e fece quivi e nello Stato di
Milano ogni possibil preparamento di fortificazioni e munizioni per
difesa ed offesa, come se fosse la vigilia di una indispensabil guerra.
Passò nondimeno tutto il presente anno senza che si sguainassero le
spade, ma con batticuore d'ognuno per questa fluttuazione di cose.
Giunse intanto alla meta de' suoi giorni il buon pontefice _Benedetto
XIII_. Il dì 21 di febbraio quello fu che il fece passare ad una vita
migliore nell'anno ottantuno di sua età, dopo un pontificato di cinque
anni, otto mesi e ventitrè giorni. Tali virtù erano concorse nella
persona di questo capo visibile della Chiesa di Dio, che era riguardato
qual santo, e tale si può piamente credere che egli comparisse agli
occhi di Dio. Pari non ebbe la somma sua umiltà, più stimando egli
di esser povero religioso, che tutta la gloria e maestà del romano
pontificato. Nulla cercò egli per li suoi parenti, staccatissimo
troppo dalla carne e dal sangue. Insieme col mirabil disinteresse suo
accoppiava egli non lieve gradimento di donativi, ma unicamente per
esercitare l'ineffabil sua carità verso de' poverelli. Per questi aveva
una singolar tenerezza, e fu veduto anche abbracciarli considerando in
essi quel Dio, di cui egli serbava in terra le veci. Le sue penitenze,
i suoi digiuni, la sua anche eccessiva applicazione alle funzioni
ecclesiastiche, il suo zelo per la religione, e tant'altre belle
doti e virtù, gli fabbricarono una corona che non verrà mai meno. E
perciocchè singolare fu sempre la sua pietà, la sua probità, la sua
rettitudine, si videro anche relazioni di grazie concedute da Dio per
intercession di questo santo pontefice tanto in vita che dopo la sua
morte. Solamente in lui si desiderò quell'accortezza, che è necessaria
al buon governo politico ed economico degli Stati, sì per sapere
scegliere saggi ed incorrotti ministri, e sì per guardarsi dalle frodi
ed insidie de' cattivi. Questo solo mancò alla compiuta gloria del suo
pontificato, essendosi trovati i ministri della sua maggior confidenza
che stranamente si abusarono dell'autorità loro compartita, e con
ingannevoli insinuazioni corruppero non di rado le sante intenzioni
di lui, attendendo non già all'onore dell'innocente santo padre,
ma solamente alla propria utilità, e per vie anche sordidissime. Nè
già è credibile che i buoni disapprovassero la beneficenza di questo
pontefice verso le chiese del regno di Napoli, ch'egli, a norma del
santo pontefice Innocenzo XII, esentò dagli spogli; e molto meno
l'aver egli proibito il lotto di Genova, cioè una gran propina della
borsa pontificia; nè l'aver vietato l'imporre pensioni alle chiese
aventi cure d'anime, tuttochè poi cessassero con lui così lodevoli
costituzioni; e nè pure altre simili sue beneficenze. Quello che non si
potè sofferire, fu l'avere gli avvoltoi beneventani intaccata in varie
biasimevoli maniere la camera apostolica, vendute le grazie e favori,
contro il chiaro divieto delle sacre ordinanze, e defraudata in troppe
occasioni la retta mente del buon pontefice; il quale, benchè talvolta
avvertito dei loro eccessi, tentò bene di provvedervi, ma indarno,
non essendo mancati mai artifizii a que' cattivi strumenti per far
comparire calunnie le vere accuse.
Ora appena si seppe avere il buon pontefice spirata l'anima, che si
sollevò poca plebe contra degli odiati Beneventani, incitata, come fu
creduto, da mano più alta, allorchè vide due familiari del _cardinal
Coscia_ condotti alle pubbliche carceri. Saputosi che lo stesso
porporato, cioè chi maggiormente avea fatta vendemmia sotto il passato
governo con assassinio della giustizia e delle leggi più sacrosante,
s'era ritirato in un palagio, corse colà, e minacciollo d'incendio.
Ebbe maniera il Coscia di salvarsi, e andò a ritirarsi in Caserta
presso di quel principe. Furono trasportate in castello Sant'Angelo
le di lui argenterie, suppellettili e scritture. Accordatogli poscia
un salvocondotto, tornò egli a Roma; e, per timore del popolo,
nascosamente entrò in conclave, dove non gli mancarono attestati dello
sprezzo universale di lui. Non pochi furono i Beneventani che colla
fuga si sottrassero all'ira del popolo e alle ricerche della giustizia.
Si accinse dipoi il sacro collegio a provveder la Chiesa di Dio di
un nuovo pastore. Per più di quattro mesi durò la dissensione e il
combattimento fra que' porporati, e videsi con ammirazione di tutti
che, oltre alla fazione imperiale e a quella dei Franzesi e Spagnuoli,
saltò su ancora la non mai più intesa fazione de' Savoiardi, capo di
cui era il _cardinale Alessandro Albani_. Sarebbe da desiderare che
quivi non altro tenessero davanti agli occhi i sacri elettori, se non
il maggior servigio di Dio e della Chiesa, e che restasse bandito
dal conclave ogni riguardo od interesse particolare. Per cagion di
questo nel maggior auge abbattuti si trovarono i cardinali _Imperiale,
Ruffo, Corradini_ e _Davia_, che pur erano dignissimi del triregno. Si
trovò sulle prime scavalcato per l'opposizione dei cesarei anche il
_cardinale Lorenzo Corsini_, di ricca e riguardevol casa fiorentina;
ma raggruppatosi in fine il negoziato per lui, fu nel dì 12 di luglio
concordemente promosso al sommo pontificato. Pervenuto all'età di
settantanove anni, non lasciava egli di esser robusto di mente e di
corpo; porporato veterano nei pubblici affari, di vita esemplare, e
ben fornito di massime principesche. Prese egli il nome di _Clemente
XII_, in venerazion del gran _Clemente XI_ suo promotore. Nè tardò
egli a far conoscere l'indignazione sua contra del _cardinale Coscia_,
privandolo di voce attiva e passiva, e vietandogli l'intervenire alle
congregazioni. Altri prelati e ministri del precedente pontificato
furono o carcerati o chiamati ai conti, come prevaricatori e rei di
avere tradito un pontefice di tanta integrità, e recato non lieve danno
alla camera apostolica. Deputò egli per questo una congregazione dei
più saggi e zelanti cardinali, con ampia autorità di procedere contra
di sì fatti trasgressori, ad esempio ancora dei posteri. Vietò al
suddetto cardinale di uscire dello Stato ecclesiastico, e gl'interdisse
l'esercizio di tutte le funzioni arcivescovili in Benevento, con
insinuargli eziandio di rinunziar quell'insigne mitra, di cui s'era
egli mostrato sì poco degno. Per questa severità, e per tanto amore
alla giustizia, gran credito sulle prime si acquistò il novello
pontefice, se non che ebbe maniera il Coscia di ottenere la protezion
della corte di Vienna, che col tempo impedì che egli non fosse punito a
misura dei suoi demeriti.
Fra i più illustri principi che si abbia mai avuto la real casa di
Savoia, veniva in questi tempi conceduto il primo luogo a Vittorio
Amedeo re di Sardegna, siccome quegli che, portando unita insieme una
mente maravigliosa con un raro valore e una corrispondente fortuna,
avea cotanto dilatati i confini de' suoi Stati, e portata una corona
e un regno nella sua nobilissima famiglia. S'era questo generoso
principe, pieno sempre di grandi idee, ma regolate da una singolar
prudenza, tutto dato alla pace, a far fiorire il commercio ed ogni
arte nel suo dominio, a fortificar le sue piazze, ad accrescere le
forze militari e gl'ingegneri, e massimamente a fabbricare con grandi
spese la quasi inespugnabil fortezza della Brunetta, e ad abbellire ed
accrescere di abitazioni Torino. Con un corpo di leggi avea prescritto
un saggio regolamento alla buona amministrazione della giustizia ne'
suoi tribunali e a molti punti riguardanti il bene de' sudditi suoi.
Aveva anche ultimamente atteso a far fiorire le lettere col fondare
una insigne università, a cui chiamò de' rinomati professori di tutte
le scienze: nella qual congiuntura con istupore d'ognuno levò le
scuole ai padri della compagnia di Gesù, e agli altri regolari ancora
in tutti i suoi Stati di qua dal mare, per istabilire una connessione
e corrispondenza di studii fra l'università di Torino e le scuole
inferiori con un migliore insegnamento per tutti i suoi Stati d'Italia.
Mentre egli era intento ad altre gloriose azioni, eccolo nel presente
anno determinarne una che ben può dirsi la più eroica e mirabile che
possa fare un regnante. Era questo sempre memorabil sovrano giunto
all'età di sessantaquattro anni, e provava già più d'un incomodo alla
sua sanità per le tante passate applicazioni della mente. Sul principio
di settembre fatto chiamare _Carlo Emmanuele_ principe di Piemonte,
unico suo figlio, a lui spiegò la risoluzione di rinunziargli la
corona e il supremo governo de' suoi Stati; perchè intenzion sua era di
riposare oramai, e di liberarsi da tutti gl'imbarazzi, per prepararsi
posatamente alla grande opera dell'eternità. Restò sorpreso il giovane
figlio a questa proposizione; e per quanto seppe, con gittarsi anche
in ginocchioni, il pregò, quando pure volesse sgravarsi d'un peso,
di cui era più la maestà sua che esso figlio capace, di dichiararlo
solamente luogotenente generale, con ritenere la sovranità e il diritto
di ripigliar le redini, quando trovasse ciò più utile al bisogno de'
sudditi: _No_ (replicò il re), _verisimilmente io potrei talvolta
disapprovare quel che faceste: però o tutto, o nulla. Io non vo'
pensarvi in avvenire_.
Convenne cedere alla paterna determinazione e volontà. E però nel dì
3 del suddetto mese, convocati al palazzo di Rivoli i ministri e molta
nobiltà, dopo aver detto ch'egli si sentiva indebolito dall'età e dalle
cure difficili di tanti anni del suo governo, rinunziava il trono al
principe suo figlio amantissimo, colla soddisfazione di rimettere la
sua autorità in mano di chi era egualmente degno di essa, che atto
ad esercitarla. Aver egli scelto Sciambery per luogo del suo riposo;
e perciò ordinare a tutti, che da lì innanzi ubbidissero al figlio,
come a lor legittimo sovrano. Di questa rinunzia seguirono gli atti
autentici, e nel giorno appresso Vittorio Amedeo non più re, benchè
ognuno continuasse anche da lì innanzi a dargli il titolo di re, andò a
fissare il suo soggiorno nel castello di Sciambery, con quella stessa
ilarità di animo con cui altri saliscono sul trono. Un gran dire fu
per questa novità. Chi immaginò presa tal risoluzione da lui perchè
avesse dianzi contratto degl'impegni con gli alleati di Hannover, e
che, vedendo cresciute cotanto con pericolo suo l'armi di Cesare nello
Stato di Milano, trovasse questa maniera di disimpegnar la sua fede.
Sognarono altri ciò proceduto dall'aver egli sposata nel dì 12 del
precedente agosto la vedova contessa di San Sebastiano della nobil
casa di Cumiana, dama di cinquant'anni, per avere chi affettuosamente
assistesse al governo della sua sanità, e non per altro motivo; ed
affinchè un tal matrimonio non potesse per le precedenze alterar la
buona armonia colla real principessa sua nuora, aver egli deposta
la corona. Tutte immaginazioni arbitrarie ed insussistenti di gente
sfaccendata: quasichè alle supposte difficoltà non avesse saputo un
sovrano di tanta comprensione facilmente trovare ripiego, e ritenere
tuttavia lo scettro in mano. La verità fu, che motivi più alti mossero
quel magnanimo principe a spogliarsi della temporale caduca corona,
per attendere con più agio all'acquisto di un'eterna, e tanto più
perchè certi interni sintomi già facevano apprendere non molto lungo
il resto del suo vivere. Passò dipoi a Torino colla corte il nuovo re
_Carlo Emmanuele_, e ricevette il giuramento di fedeltà da chi dovea
prestarlo. Convien confessarlo: incredibil fu il giubilo o palese o
segreto di que' popoli per tal mutazione di cose, perchè il re Vittorio
Amedeo pareva poco amato da molti, ed era temuto da tutti; laddove il
figlio, principe di somma moderazione e di maniere affatto amabili,
facea sperare un più dolce e non men giusto governo in avvenire.
A questa scena dell'Italia un'altra ancora se ne aggiunse che grande
strepito fece sui principii, e maggiore andando innanzi. Più secoli
erano che la repubblica di Genova signoreggiava la riguardevol isola
e regno della Corsica. Si contavano varie sollevazioni o ribellioni di
quei feroci e vendicativi popoli nei tempi addietro, quetate nondimeno
o dalla prudenza o dalla forza de' medesimi Genovesi. Ma nella
primavera dell'anno presente da piccoli principii nacque una sedizione
in quelle contrade, pretendendo essi popoli d'essere maltrattati dai
governatori della repubblica. Uniti i malcontenti coi capi dei banditi,
andarono ad assediar la Bastia; ma sì buone parole o promesse furono
adoperate, che si ritirarono, con restar nondimeno in armi circa venti
mila persone, le quali maggiormente si accesero alla ribellione, perchè
si avvidero di non corrispondere i fatti alle promesse. Non mancavano
a quegli ammutinati motivi di giuste doglianze, che cadevano nondimeno
la maggior parte contra de' governatori, intenti a far fruttare il loro
ministero alle spese della giustizia e dei sudditi. Pretendevano lesi
i lor privilegii, divenuto tirannico il governo genovese, e sfoderavano
una lista di tanti aggravii finora sofferti, che intendevano di non più
sofferire da indi avanti. Nel consiglio di Genova fu udito il parere
di Girolamo Veneroso, il quale sostenne che a guarir quella piaga si
avessero da adoperar lenitivi, e non ferro e fuoco; e però i saggi,
sapendo quanto quel gentiluomo nel suo savio governo si fosse cattivato
gli animi dei Corsi, giudicarono bene di appoggiare a lui questa cura.
Ma frutto non se ne ricavò, perchè senza saputa sua attrappolato un
capo dei sediziosi, fu privato di vita: il che maggiormente incitò
in quei popoli le fiamme dell'ira. E tanto più perchè prevalse poi
in Genova il partito de' giovani, ai quali parve che l'uso delle armi
e del gastigo con più sicurezza ridurrebbe al dovere i sediziosi. Se
n'ebbero ben a pentire. Circa cinque mila soldati furono dipoi spediti
dai Genovesi in Corsica, creduti bastante rinforzo agli altri presidii
per ismorzare quell'incendio. Nella primavera di quest'anno la piccola
città di Norcia, patria di san Benedetto, situata nell'Umbria, per un
terribil tremuoto restò quasi interamente smantellata e distrutta. A
riserva di due conventi e del palazzo della città, le altre fabbriche
andarono per terra, con restar seppellite sotto le rovine più centinaia
di que' miseri abitanti. Si ridussero i rimasti in vita a vivere nella
campagna, e gravissimo danno ne risentirono anche le terre e i villaggi
circonvicini.
Anno di CRISTO MDCCXXXI. Indizione IX.
CLEMENTE XII papa 2.
CARLO VI imperadore 21.