Prese dopo la morte dell'augusto figlio l'imperadrice _Leonora

Maddalena_ le redini del governo, e con replicate lettere si diede a

tempestare il re _Carlo III_, acciocchè, lasciata la troppo pericolosa,

anzi disperata, impresa della Spagna, venisse alla difesa e al

godimento de' suoi Stati. Trovossi allora il buon principe in un ben

affannoso labirinto; perchè dall'una parte il bisogno dei proprii

Stati e la premura di salire sul trono imperiale non gli permettevano

di fermarsi in Ispagna, e dall'altra non sapeva indursi ad abbandonare

i miseri Barcellonesi e Catalani alla discrezione dell'irato _Filippo

V_. Avea anche sulle spalle un'esorbitante copia di nobiltà spagnuola e

di famiglie rifugiate sotto l'ombra sua per isfuggire i castighi della

pretesa ribellione; e tutti dimandavano pane. Fu preso il ripiego di

lasciar la regina sua sposa in Barcellona per pegno del suo amore, e

per sicurezza degli sforzi ch'era per fare nella lor difesa. Scelta

pertanto una parte dei rifugiati Spagnuoli che seco venissero, nel

settembre s'imbarcò, e felicemente sbarcò alle spiagge di Genova, e

senza perdere tempo s'inviò alla volta di Milano. Alla Cava nel dì

13 d'ottobre fu complimentato da _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia, e

un miglio lungi da Pavia da _Rinaldo_ duca di Modena. Arrivata che fu

la maestà sua a Milano, poco stette a ricevere la lieta nuova che nel

dì 12 del predetto mese, di comune consenso degli elettori, era stato

proclamato imperador de' Romani. Le universali allegrezze dei popoli

d'Italia solennizzarono sì applaudita elezione; il pontefice destinò

il _cardinale Imperiale_ con titolo di legato a latere a riconoscere

in lui non meno la dignità imperiale che il titolo di re Cattolico.

Comparvero ancora a questo fine a Milano pompose ambasciate delle

repubbliche di Venezia, Genova e Lucca. Saputosi poi in Madrid come si

fossero contenuti in tal occasione i principi d'Italia, il re Filippo

ordinò che i loro pubblici rappresentanti sloggiassero da' suoi regni.

Fermossi in Milano l'augusto sovrano sino al dì 30 di novembre, in cui

si mosse alla volta dell'Alemagna. Nel dì 12 fu di nuovo ad inchinarlo

il _duca di Modena_ in San Marino di Bozzolo. Mantova qualche giorno

godè della graziosa presenza di questo monarca; e ai confini dello

Stato veneto gli fecero un soprammodo magnifico accoglimento gli

ambasciatori di quell'inclita repubblica; dopo di che inviatosi egli

a dirittura per la via di Trento e del Tirolo, nel dì 20 giunse ad

Inspruch, dove prese riposo. Fattosi intanto in Francoforte il suntuoso

preparamento per la sua coronazione, questa dipoi si effettuò nel dì

22 di dicembre con solennissima festa. Portò egli al trono imperiale

un complesso di sode e rare virtù, quale non sì facilmente si trova in

altri regnanti, e cominciò da lì innanzi ad essere chiamato _Carlo VI_

Augusto.

Nulla di notabile operarono in questo anno gli alleati in Piemonte,

e da alcuni ne fu attribuita la cagione al trovarsi tuttavia mal

soddisfatto _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia della corte di Vienna,

che con varie scuse gli negava il possesso tante volte promesso del

Vigevanasco. Contuttociò quel sovrano col _maresciallo Daun_ sul

principio di luglio con potente esercito si mosse e valicò i monti,

e passate le valli di Morienna e Tarantasia, calò nella Savoia,

impadronendosi della città di Annicy, Chiambery, ed altre di quella

contrada. S'aspettava il _duca di Bervich_ che questo torrente

s'incamminasse verso il Lionese; e però, dopo aver muniti i passi,

fermò il suo campo sotto il forte di Barreaux. Intenzione del conte di

Daun era di assalire i Franzesi in quel sito; ma insorta dissensione di

pareri, finì tutta la campagna in sole minaccie contra dei Franzesi. E

perchè l'armata non avrebbe potuto sussistere pel verno nella Savoia,

divisa allora dall'Italia per cagion delle nevi, abbandonati di

nuovo que' paesi, se ne tornarono tutti a cercare stanza migliore in

Lombardia. Qualora i Tedeschi avessero tenuto più contento il sovrano

di Savoia, forse in altra guisa sarebbero camminate le faccende in

quelle parti. Erano di molto prosperate in Ispagna l'armi del re

_Filippo V_ col riacquisto della Castiglia e dell'Aragona, e coll'avere

ristretti gli alleati nell'angusto paese della Catalogna. Ebbe egli

ancora il contento nel gennaio di quest'anno di veder superata Girona

dal _duca di Noaglies_, che con venti mila Franzesi ne avea formato

l'assedio. Ma niun'altra impresa degna di osservazione si fece in

quelle parti, se non che il _duca di Vandomo_ nel mese di dicembre

spedì il conte di Muret con grosso corpo di gente sotto Cardona.

S'impossessò questo generale del Borgo, e ritiratasi la guernigion

nel castello, cominciarono le artiglierie a tormentarlo. Vi fu spedito

dallo Staremberg un buon soccorso di gente, che rovesciò le trincee dei

nemici, ed entrati colà cinquecento uomini, fecero prendere al Muret la

risoluzione di ritirarsi. Nè pure in Fiandra alcuno strepitoso fatto

avvenne, altro non essendo riuscito ai collegati che di sottomettere

la forte città di Bauchain, giacchè il _maresciallo di Villars_ non

lasciava ai nemici adito per azzuffarsi seco: cotanto sapea egli l'arte

dei buoni accampamenti, per non venire a battaglia se non quando vi

trovava i suoi conti.

Parea dunque che si cominciasse a raffreddare il bollore di questa

guerra, nè se ne intendeva allora il perchè; ma a poco a poco si venne

poi svelando il mistero. Convien confessarlo: sanno egregiamente i

Franzesi combattere con armi di ferro, ma egualmente ancora valersi

di armi d'oro per espugnare chi alla lor potenza resiste. Già dicemmo

accaduta in Londra non lieve mutazione nel ministero, ed essere toccata

la superiorità al partito dei Toris. La _regina Anna_, che fin qui

tanto ardore avea mostrato contro la real casa di Borbone, cominciò,

per quanto fu creduto, a sentire rialzarsi in suo cuore la non mai

estinta affezione al proprio sangue stuardo, siccome figlia del fu

cattolico re _Giacomo II_. Mossa da compassione verso l'abbattuto

vivente suo fratello _Giacomo III_, re solamente di nome della Gran

Bretagna, concepì dei segreti desiderii ch'egli divenisse tale di

fatto, e fosse anteposto all'elettoral casa di Brunswich, a cui già per

gli atti pubblici del parlamento era stato assicurata la successione

del regno, qualora mancasse la regina medesima. All'avveduta corte

del re Cristianissimo trasparì qualche barlume del presente sistema di

quella di Londra; e il _maresciallo di Tallard_, detenuto prigioniere

nella città di Notingam, fu creduto che suggerisse buoni lumi per

giugnere a guadagnare il cuore d'essa regina. Segretamente dunque il

re _Luigi XIV_ ebbe maniera di far introdurre per mezzo del _milord

Halei_, che poi divenne _conte d'Oxford_, e di qualche altra persona

favorita dalla regina, parole di pace fiancheggiate da rilevanti

vantaggi in favore della nazione inglese. Se riusciva al gabinetto

franzese di staccare quella potenza dalla grande alleanza, ben si

conosceva terminata la memorabil tragedia della guerra presente.

Gustò la regina il dolce di quelle proposizioni, e cominciarono ad

andare innanzi e indietro segrete lettere e risposte per ismaltire le

difficoltà, e stabilire i principali articoli dell'accomodamento. Di

queste mene si avvidero bensì gli Olandesi e la corte di Vienna, e si

studiarono di fermarle; ma senza profitto alcuno. Troppa impressione

aveano fatto nella regina Anna le offerte della Francia, cioè la

cessione di Gibilterra e di Porto Maone all'Inghilterra (punto di gran

rilievo pel commercio di quella nazione), l'Assiento, cioè la vendita

de' Mori per servigio dell'America Spagnuola, che si accorderebbe

per molti anni agl'Inglesi; la demolizione di Dunquerque: una buona

barriera di piazze per sicurezza degli Olandesi; all'imperador _Carlo

VI_ la Fiandra, lo Stato di Milano, Napoli e Sardegna. Già divenuto

come impossibile il cavar dalle mani del re _Filippo V_ la Spagna,

restava questa monarchia divisa dalla franzese: a che dunque consumar

più tanto oro e sangue, se nulla di più si potea ottener colla guerra

di quel che ora si veniva a conseguir colla pace? Passò per questo in

Inghilterra nel gennaio seguente il _principe Eugenio_, nè altro gli

venne fatto che d'indurre la regina a procedere senza fretta e con

gran cautela in sì importante affare. Intanto gli Olandesi si videro

astretti a consentire ad un luogo per dar principio ai congressi, e

fu scelta per questo la città d'Utrecht, dove nel gennaio seguente

avessero da concorrere i plenipotenziarii delle parti interessate.

E tali furono i primi gagliardi passi per restituire la tranquillità

all'afflitta Europa.

Anno di CRISTO MDCCXII. Indizione V.

CLEMENTE XI papa 13.

CARLO VI imperadore 2.

Fin dall'anno precedente era penetrata dall'Ungheria in Italia la

mortalità de' buoi, flagello di cui non v'ha persona che non intenda

le funestissime conseguenze in danno del genere umano. Ma nel presente

così ampiamente si dilatò pel Veronese, Bresciano, Mantovano e Stato

di Milano, che fece un orrido scempio di sì utile, anzi necessario,

genere di animali. Anche il regno di Napoli e lo Stato della Chiesa

soffrì immensi danni per questa micidiale epidemia. Correndo il mese

di settembre, fu detto che in esso regno fossero periti settanta

mila capi di buoi e vacche, e nel solo Cremonese più di quattordici

mila; e il male progrediva a gran passi nelle vicinanze. Nel presente

anno venne a visitar l'Italia _Federigo Augusto_, principe reale di

Polonia ed elettorale di Sassonia, e ricevette in Modena ogni maggior

dimostrazione di stima dal _duca Rinaldo_. Di là passò a Bologna,

dove, abiurato il luteranismo, abbracciò la religione cattolica, che

servì poscia a lui di gradino per salire, dopo la morte del padre,

sul trono della Polonia, in cui ora gloriosamente siede. Restava nelle

Maremme della Toscana Porto Ercole tuttavia ubbidiente al re _Filippo

V_. Passò nella primavera un grosso corpo di cesarei a mettere colà

il campo; e dappoichè fu giunta l'occorrente artiglieria da Napoli,

si cominciò a bersagliare i forti della Stella e di San Filippo.

Ridotti quei presidii a rendersi a descrizione, anche il porto cadde

in loro mano. Nel Piemonte gran freddo si trovò nel duca di Savoia

per le azioni militari, essendo più che mai malcontento quel sovrano

della corte cesarea, che, non ostante l'interposizion premurosa delle

potenze marittime, sempre andò fuggendo l'adempimento delle promesse

fatte di cedergli il Vigevanasco, o di dargli il compenso in altre

terre. Oltre a ciò, nacquero in lui politici riguardi, da che vide sul

tappeto trattati di pace; e non gli era ignoto che in tutte le maniere

la corte d'Inghilterra la voleva. Anzi si crede che in questi tempi

il _conte di Oxford_, tutto intento a sbrancare alcuno de' principi

dalla grande alleanza, coll'inviare a Torino il _conte di Peterboroug_,

s'industriasse di tirar esso duca ad una pace particolare colla vistosa

esibizione (per quanto fu creduto) del regno di Sicilia e restituzione

di tutti i suoi Stati. Non dispiacque a quel sovrano un sì bel regalo,

che seco anche portava il titolo di re; ma conoscendone egli la poca

sussistenza, quando non vi concorresse il consenso di Cesare, il

quale non solo da questo si sarebbe mostrato, ma ancora dalla pace

si mostrava troppo alieno, ravvisò tosto la necessità di star forte

nella lega, finchè si maturassero meglio le cose. Però non volle punto

staccarsi da' collegati, e solamente ricusò di uscire in campagna colle

sue truppe. Vi uscì co' suoi Tedeschi il _maresciallo di Daun_, perchè

il _duca di Bervich_ era calato da Monginevra nella valle di Oulx; ma

altro non fece che difendere i posti in quella contrada.

Intanto sul fine di gennaio nella città olandese di Utrecht s'era

aperto il congresso, a cui intervennero i plenipotenzarii di Francia,

Inghilterra, Olanda e Savoia. Vi comparvero ancora, ma come forzati,

quei dell'imperadore, siccome consapevoli che la corte di Londra

venduta a Versaglies, dopo avere assicurati i proprii vantaggi, più

avrebbe promossi quei della real casa di Borbone che dell'austriaca.

Sulle prime se smisurate apparvero le dimande e pretensioni della

Francia, più alte ancora e vaste si scoprirono quelle degli alleati.

Gli stessi parlamenti d'Inghilterra andavano poco d'accordo colle

segrete voglie della regina, perchè non miravano assicurata la

pubblica tranquillità con tutte le belle esibizioni fatte in loro

pro dal re Cristianissimo. Allora il conte d'Oxford mise in campo due

ripieghi; l'uno che dal re _Luigi XIV_ fosse fatto uscire di Francia

il pretendente, cioè il re _Giacomo III_ Stuardo; e l'altro, che si

provvedesse in maniera tale, che non mai in avvenire si potessero

unir insieme le due monarchie di Francia e Spagna. A questo oggetto fu

proposto che il re _Filippo V_ rinunziasse ogni sua ragione sopra la

Francia in favore de' principi chiamati dopo di lui, e che, mancando

la di lui linea, succedesse ne' regni di Spagna la casa di Savoia,

siccome chiamata ne' testamenti de' precedenti monarchi. Difficile

troppo si trovò quest'ultimo punto, perchè chiaramente dichiarò il

gabinetto di Francia che simili rinunzie non potevano mai togliere

il diritto naturale di successione ai principi e figli chiamati, e

che sarebbono nulle ed invalide: del che si hanno ben da ricordare i

lettori, per quello che poi avvenne, e potrebbe molto più un giorno

avvenire. Contuttociò, per soddisfare al tempo presente, si vollero

sì fatte rinunzie dal re _Filippo V_ e da' principi di Francia per le

loro pretensioni sopra la Spagna, e con inorpellamenti si studiarono

le unite corti di Francia e d'Inghilterra di quetare i rumori de'

parlamenti, e le loro forti istanze perchè in un solo capo non si

avessero mai ad unire le due corone. In ricompensa di questo grande,

ma apparente, sacrifizio, al re Cristianissimo riuscì d'indurre la

_regina Anna_ ad un armistizio delle sue milizie ne' Paesi Bassi, che

per un pezzo si tenne segreto. Troppo abbisognava di questo presentaneo

rimedio agl'interni mali del suo regno quel per altro potentissimo e

sempre intrepido monarca.

Per confessione degli stessi storici franzesi, non ne potea più la

Francia: sì lunga, sì pesante e dispendiosa era stata fin qui una sì

universal guerra, sostenuta quasi tutta colle proprie forze. Esausto si

trovava l'erario, divenuti impotenti i popoli a pagare gl'insoffribili

aggravii. Tanta gente era perita in assedii, battaglie e malattie delle

passate campagne, che restavano senza coltivatori le terre, e mancava

la maniera di reclutar le armate. All'incontro in Fiandra non s'era

fin qui veduto un sì fiorito e poderoso esercito delle nemiche potenze;

piazze più non restavano che impedissero l'ingresso delle lor armi nel

cuor della Francia: di maniera che quel nobilissimo regno si mirava

alla vigilia d'incredibili calamità. A questa infelice situazione dei

pubblici affari si aggiunsero altre lagrimevoli disavventure della

real prosapia, che avrebbero potuto abbattere qualsisia animo, ma non

già quello di _Luigi XIV_, principe sempre invitto. Nei primi mesi del

presente anno infermatasi di vaiuolo o di rosolia _Maria Adelaide_

principessa di Savoia Delfina di Francia, passò a miglior vita nel

dì 12 di febbraio. Per l'assistenza prestata alla dilettissima sua

consorte anche il _Delfino Luigi_, principe di mirabil espettazione,

contrasse la stessa infermità, e nel dì 18 dello stesso mese si sbrigò

da questa vita. Due principi avea prodotto il loro matrimonio; il

primo di essi, già _duca di Bretagna_, e poco fa dichiarato Delfino

aggravato dal medesimo vaiuolo, si vide soccombere alla malignità del

male nel dì 8 di maggio. L'altro principe, cioè _Luigi duca di Angiò_,

soggiacque anch'egli alla medesima influenza, accompagnata da violenta

febbre; pure Dio il donò ai desiderii e alle orazioni de' suoi popoli,

ed oggidì pieno di gloria siede coronato sul trono de' suoi maggiori.

Trovavasi _Carlo duca di Berry_, terzo nipote del re Luigi, sul fiore

de' suoi anni; fu anch'egli rapito dalla morte nel suddetto maggio,

senza lasciar discendenza, benchè accasato con una delle figlie del

_duca d'Orleans_. Tanta folla di sventure domestiche, le quali fecero

straparlare i maligni, quasichè la mano degli uomini avesse cooperato

a sì grave eccidio, si rovesciò sopra quel gran re, che non avea

conosciuto per tanti anni addietro se non la felicità, e gustato il

piacere di conquistar provincie e di far tremare chiunque si opponeva

ai suoi voleri. Sotto la mano di Dio convien poi che si accorgano di

stare anche i più potenti monarchi della terra. Ma quello stesso Dio

che avea ridotta in sì compassionevole stato la Francia, non ne volle

permettere il già vicino suo precipizio. Per essersi vinto il cuore

della regina inglese, da ciò venne la salute di tanti popoli, e si

disposero le cose a dovere per la pace universale.

Venne il mese di giugno. Essendo stato già richiamato in Inghilterra

il celebre capitano _duca di Marlboroug_ (tanto poterono le batterie

del _conte d'Oxford_), fu sostituito al comando dell'armi inglesi

in Fiandra il _duca d'Ormond_, ma con ordini segreti di nulla operar

contro i Franzesi, anzi d'intendersela con loro. Ben se ne avvedevano

i collegati: ciò non ostante, il _principe Eugenio_ nel mese suddetto

animosamente mise l'assedio a Quesnoi, piazza forte, e nel dì 4 di

luglio obbligò alla resa quella guernigione, consistente fra sani

e malati quasi in tremila persone. Ottenne intanto la regina Anna

di ricevere dai Franzesi in ostaggio Dunquerque, e di mettervi suo

presidio, per demolirne poi le fortificazioni. Avuto questo pegno

in mano, allora ordinò al duca d'Ormond di pubblicar l'armistizio

delle truppe inglesi colla Francia: il che fu eseguito con rabbia

inestimabile e querele senza fine de' collegati; e tanto più perchè

l'Ormond andò a mettersi in possesso di Gante e di Bruges. Restava

tuttavia al _principe Eugenio_ un possente esercito, capace di

far qualche bella impresa, e già la meditava egli, nulla atterrito

dall'abbandonamento degl'Inglesi. Mise pertanto l'assedio a Landrecy;

ma il valente _maresciallo di Villars_, le cui forze erano cresciute

collo scemar delle altre, improvvisamente, nel dì 25 di luglio, si

spinse addosso al _conte d'Arbemale_, che staccato dal principe Eugenio

con un picciolo esercito custodiva le linee di Dexain. Alla piena di

tante armi non potè resistere quel generale, andò in rotta tutta la sua

gente; più furono gli estinti nel fiume Schelda, per essersi rotto il

ponte, che i trucidati dal ferro. Dopo questa vittoria parve un fulmine

il Villars; ricuperò Saint Amand, Mortagna, Marchiones ed altri luoghi,

dove trovò ricchissimi magazzini d'artiglieria, munizioni da guerra e

viveri. Ritiratosi dall'assedio di Landrecy il principe Eugenio, col

cui valore solamente in quest'anno la fortuna non andò d'accordo, il

Villars passò all'assedio della vigorosa città di Douai e del forte

della Scarpa. Nel termine di venticinque giorni s'impadronì dell'una e

dell'altro; e contuttochè, per le pioggie dirotte che sopravvennero,

finite si credessero le sue imprese; pure al dispetto della stagione

egli continuò le conquiste col ridurre all'ubbidienza del re

Cristianissimo Quesnoi e Bouchain. Dopo di che carico di palme se ne

tornò a Parigi. Per tali fatti quanto si rialzò il credito dell'armi

franzesi, altrettanto si infievolì quello de' collegati.

Stesesi anche nella Spagna l'armistizio degl'Inglesi, e però il

_maresciallo di Staremberg_ rimasto snervato di forze, non potè tentare

impresa alcuna di considerazione; e tantomeno dappoichè un grosso

corpo di gente, finita la campagna in Piemonte, s'inviò a quella volta

pel Rossiglione, dal _maresciallo di Bervich_, che non fu pigro a

soccorrere Girona, assediata già dai cesarei, introducendovi soccorsi

di gente e di munizioni. Si trovò lo Staremberg con sì poche forze,

perchè abbandonato dagl'Inglesi e Portoghesi, che non potè impedire

gli avanzamenti de' Franzesi sino ai contorni di Barcellona: il che

l'obbligò sempre a ritirarsi ne' luoghi forti, per aspettare miglior

costellazione alle cose sue. Intanto gravissimi erano i dibattimenti

nelle conferenze d'Utrecht per le tante pretensioni dei principi

interessati in questa gran guerra. Tutti chiedevano o restituzioni o

aumento di Stati. Per brighe succedute fra i lacchè dei plenipotenzarii

di Francia e di Olanda insorsero gravi puntigli che accrebbero le

dissensioni e gli sdegni, ed interruppero i congressi. Pure col vento

in poppa continuava la navigazion dei Franzesi, perchè tutto per loro

era il _conte d'Oxford_ con gli altri ministri da lui dipendenti. Ma

ricalcitravano gli Olandesi, e più senza paragone la corte di Vienna a

quanto veniva proposto per giugnere alla pace. Tuttavia i primi, allo

scorgere l'Inghilterra assai disposta a stabilire una pace particolare

colla Francia, cominciarono a parlar più dolce, con ridursi in fine,

siccome vedremo, ad entrar nelle misure prese dalla corte di Londra.

Anno di CRISTO MDCCXIII. Indizione VI.

CLEMENTE XI papa 14.

CARLO VI imperadore 3.

Anno felice fu il presente per la pace che cominciò a spiegare le ali

per molte parti dell'Europa; e se tutta non la pacificò di presente,

dispose almen le cose a veder, dopo qualche tempo, restituita

dappertutto la pubblica tranquillità. Dopo il dibattimento di tante

contrarie pretensioni ed opposizioni, finalmente venne fatto alla corte

di Francia di stabilir la pace coll'Inghilterra, Olanda, re di Prussia

e duca di Savoia. Nel dì 14 di marzo aveano già i plenipotenziarii

inglesi indotte le potenze collegate a convenire nell'armistizio

d'Italia, e nell'evacuazione della Catalogna dell'armi alleate. Fu

anche, nel dì 26 d'esso mese, accordato dal re _Filippo V_ agl'Inglesi

il desiderato privilegio dell'Assiento, e fatta solenne rinunzia dei

diritti spettanti ad esso monarca sulla Francia, colla ratificazione

di tutti gli Stati de' suoi regni. Dopo questi preliminari nel dì 11

di aprile in Utrecht furono sottoscritti i capitoli della pace fra le

corone di Francia e d'Inghilterra; fu riconosciuta la _regina Anna_ per

dominante della Gran Bretagna; convalidata la succession della linea

protestante in quel regno; accordata la demolizion delle fortificazioni

di Dunquerque, ceduta agl'Inglesi l'isola di Terra Nuova nella novella

Francia, con altri luoghi dell'Acadia nell'America Settentrionale.

Altre capitolazioni furono fatte col re di Portogallo, col re di

Prussia, e colle Provincie Unite dell'Olanda; ed altre in fine con

_Vittorio Amedeo_ duca di Savoia. Contenevasi in questa, che la Francia

restituiva ad esso sovrano tutta la Savoia, le valli di Pragelas,

e i forti di Exiles e delle Fenestrelle con altre valli, e castello

Delfino, e il contado di Nizza, con altri regolamenti per li confini

alle sommità delle Alpi. E perciocchè alla corte d'Inghilterra premeva

forte che qualche maggiore ricompensa si desse a questo principe, che

avea messo a repentaglio tutti i suoi Stati per sostenere la causa

comune; tanto si adoperò, che il re Cattolico _Filippo_ s'indusse a

cedergli il regno di Sicilia, e di tal cessione si fece garante anche

il re Cristianissimo. Fu anche stipulato, che venendo a mancare la

linea del re Filippo, la real casa di Savoia succederebbe nei regni

di Spagna; e furono approvati gli acquisti fatti da esso duca nel

Monferrato e Stato di Milano. Nel dì poscia 10 di giugno solennemente

approvò esso re Cattolico in Madrid la cessione del suddetto regno

di Sicilia in favore delle linea della casa di Savoia, conservando

solamente il diritto della riversione di quel regno alla corona di

Spagna, in caso che mancassero tutte le linee suddette. Finalmente,

nel dì 13 di agosto, in Utrecht fu sottoscritta la pace fra sua maestà

Cattolica e il prefato duca di Savoia, con ratificar la cessione della

Sicilia, e la successione della casa di Savoia nei regni di Spagna,

caso mai che mancasse la discendenza del re Filippo V.

In vigore dunque di tali atti il duca _Vittorio Amedeo_ nel dì 22 di

settembre venne solennemente riconosciuto in Torino per re di Sicilia

con varie feste ed allegrie di quella corte e città; e il principe

di Piemonte _Carlo Emmanuele_ prese il titolo di duca di Savoia. Fu

allora messo in disputa dai politici, se di gran vantaggio riuscirebbe

alla real casa di Savoia un sì nobile acquisto. E non v'ha dubbio che

di sommo onore a quel sovrano fu l'avere aggiunto ai suoi titoli il

glorioso di re, non immaginario, come quello di Cipri, ma sostanziale

col dominio d'una isola felicissima per varii conti, e la maggiore del

Mediterraneo, per cui si apriva il campo ad un rilevante commercio

marittimo. Contuttociò ad altri parve che se ne veniva un grande

onore, non corrispondesse la potenza e l'autorità, per essere troppo

staccato quel regno dagli Stati del Piemonte, per l'obbligo di tenervi

continuamente gran guernigione sul timore dei vicini Tedeschi padroni

del regno di Napoli; giacchè non era un mistero che l'Augusto _Carlo

VI_ s'ebbe sommamente a male che fosse a lui tolta la Sicilia per

darla ad altri. Io qui tralascio altre loro riflessioni, per dire che

i principi ben provveduti di saviezza cesserebbero di essere tali, se,

per apprensione delle possibili eventualità, rimanessero di accettar

quei dominii che presenta loro la fortuna. Possono anche dopo un

acquisto succedere più favorevoli emergenti; e quando anche avvenissero

in contrario, ciò che fu fatto sulle prime con prudente riflesso, non

può mai divenire taccia d'imprudenza. Ora il nuovo re di Sicilia pensò

tosto a portarsi in persona a prendere il possesso di quel regno.

Fatti suntuosi preparamenti, passò egli, sul fine di settembre, colla

regina moglie, con tutta la sua corte e con molte truppe a Nizza, e

quivi sulla squadra dell'ammiraglio inglese _Jennings_ imbarcatosi,

nel dì 3 di ottobre indirizzò le vele alla volta di Palermo. Giunto

a quel porto, nel dì 10 ricevette dal _marchese de los Balbases_ la

consegna delle fortezze, e nel dì seguente fra i giulivi suoni delle

campane e gli strepiti delle artiglierie, e fra gli archi trionfali si

portò alla cattedrale, dove fu cantato solenne _Te Deum_. Grandi spese

fece per tal viaggio il re _Vittorio Amedeo_, e tuttochè ricevesse un

riguardevol dono gratuito dai Siciliani, pure l'utile non uguagliò il

danno; e la sua camera e il Piemonte si risentirono per qualche tempo

della felicità del loro sovrano. Seguì poi in Palermo nel dì 21 di

dicembre la solenne inaugurazione del re e della regina. Tre giorni

dopo si fece la lor coronazione dall'arcivescovo di Palermo, assistito

da alcuni vescovi.

Alle paci fin qui accennate desiderava ognuno che si accomodasse anche

l'imperador _Carlo VI_; ma s'era troppo inasprita la corte di Vienna al

vedere come abbandonata sè stessa a' collegati, e camminar con vento

sì prospero i negoziati della Francia e Spagna; tolta ad esso Augusto

la Sicilia; e trovarsi egli forzato ad abbandonare la Catalogna,

senza poter ottenere remissione alcuna per quegl'infelici popoli, che

rimasero poi sacrificati all'ira del re Cattolico _Filippo V_. Perciò

l'Augusto Carlo, senza considerare ad accordo alcuno colle due nemiche

corone, restò solo in ballo, e si diede a studiar i mezzi per non

lasciarsi soperchiare dalla potenza e fortuna dei Franzesi, sperando

pure di ricavar qualche vantaggio per li Catalani suddetti. Giacchè

s'era convenuto ch'egli ritirasse l'armi sue dalla Catalogna, la prima

sua cura fu di mettere in salvo l'imperadrice sua consorte, lasciata

in Barcellona per ostaggio della sua fede ai Catalani. L'ammiraglio

inglese _Jennings_ colla sua squadra di navi andò per condurla in

Italia. Giornata di troppo gravi cordogli e di aspri lamenti fu quella

in cui l'augusta principessa prese congedo da quel povero popolo. Di

grandi speranze, di belle promesse spese ella in tale occasione per

calmare l'affanno e lo sdegno dei cittadini facendo specialmente valere

il restar ivi il _maresciallo di Staremberg_ colle sue truppe, ch'erano

ben poche, e doveano anche fra poco imbarcarsi per venire in Italia.

Nel dì 20 di marzo sciolse le vele da Barcellona la flotta inglese,

e nel dì 2 d'aprile sbarcò l'imperadrice a Genova, dove con superbi

regali e sommo onore fu accolta da quella repubblica. Entrò poscia in

Milano nel dì 10 d'esso mese, e quivi, dopo aver preso riposo fino al

dì 8 del seguente maggio, ripigliò il viaggio alla volta di Mantova,

dove si fermò per tre giorni, e comparve a complimentarla _Rinaldo

d'Este_ duca di Modena. Inviossi dipoi verso Lamagna, ricevuta dai

Veneziani, e dappertutto dove passò, con insigne magnificenza. Nel dì

22 di giugno il _maresciallo di Staremberg_ stabilì una capitolazione

coi commissarii del re Cattolico, per evacuar la Catalogna; e poi

ritirate le sue truppe da Barcellona cominciò ad imbarcarle sopra le

navi inglesi. Gran copia di barche napoletane furono a quest'effetto

spedite colà, e si videro poi giugnere esse milizie a Vado nella

Riviera di Genova nel dì 8 e 16 del mese di luglio, da dove passarono

a ristorarsi nello Stato di Milano. In essi legni venne ancora

gran numero di Spagnuoli, anche delle più illustri case, che tutto

abbandonarono, per non rimanere esposti a mali peggiori, cioè alla

vendetta del fortunato re _Filippo V_. Non si può esprimere in che

trasporti di rabbia e di querele prorompessero i Catalani, al trovarsi

in tal maniera lasciati alla discrezione dello sdegnato monarca.

Andò sì innanzi la lor collera, che presero la disperata risoluzion

di difendersi a tutti i patti, benchè abbandonati da ognuno, contro

la potenza del re Cattolico, e fecero per questo dei mirabili

preparamenti. Molto più ne fece la corte di Madrid, la cui armata

passò in quest'anno a bloccare la stessa città di Barcellona. A me non

occorre dirne di più.

Fra le altre memorabili virtù dell'imperator _Carlo VI_ sempre si

distinse quella della gratitudine. Avea egli pertanto portato seco

dalla Spagna un generoso affetto verso chiunque s'era in quelle parti

dichiarato del suo partito, e dimostrollo poi, finchè visse, verso

chiunque si rifugiò sotto le sue ali in Italia o in Germania, con

sostenere migliaia di Spagnuoli esuli, non ostante il gravissimo

dispendio dell'imperiale e regia camera sua. Pieno di compassione

verso gli abbandonati Catalani, bramava pure di sovvenir loro nella

presente congiuntura, ed abbisognava eziandio di pecunia per sostenere

sè stesso contro le superiori forze del re Cristianissimo, a cui

altro nimico non era restato che il solo imperadore. O progettassero

i suoi ministri, o ne movesse la repubblica di Genova le dimande,

venne egli alla risoluzione di vendere ad essi Genovesi il marchesato

del Finale, già feudo dei marchesi del Carretto, e poi passato in

potere dei re di Spagna. Fu stabilito questo contratto nel dì 20 di

agosto del presente anno, con pagare in varie rate essa repubblica

a sua maestà cesarea un milione e ducento mila pezze, ciascuna di

valore di cinque lire, o sia di cento soldi moneta di Genova; e con

dichiarazione che continuasse quella terra colle sue dipendenze ad

essere feudo imperiale. Non si tardò a darne il possesso ai medesimi

Genovesi con fama che fossero accolti mal volentieri que' nuovi padroni

dai Finalini, e che la real corte di Torino si mostrasse malcontenta

di tal novità. Avrebbe essa ben esibito molto di più per ottenere

uno Stato tale, non grande al certo, ma di rivelante comodo ai suoi

interessi, massimamente dopo l'acquisto della Sicilia. Fu preteso

che l'imperadore si fosse riservato il diritto di ricuperare quel

marchesato, restituendo la somma del danaro ricevuto; ma di questo non

v'ha parola nell'investitura conceduta ad essa repubblica. Gioioso in

questi tempi il re Cristianissimo _Luigi XIV_ per essersi sbrigato da

tanti suoi potenti nemici, rivolse tutti i suoi pensieri ad obbligar

colla forza l'imperadore _Carlo VI_ ad abbracciar la pace, giacchè

egli solo vi avea ripugnato fin qui. Unite dunque le sue forze, spinse

il valoroso _maresciallo di Villars_ addosso alla rinomata fortezza

di Landau nell'Alsazia. Dopo una vigorosa difesa fu costretta quella

piazza, nel dì 22 d'agosto, a rendersi, con restar prigioniera di

guerra la guernigione. Verso la metà di settembre passò il medesimo

maresciallo il Reno, ed imprese l'assedio di Friburgo. Il comandante

di quella piazza nel dì primo di novembre si ritirò ne' castelli,

lasciandola aperta ai Franzesi, che intimarono tosto ai cittadini la

contribuzione d'un milione per esentarsi dal sacco. Nel dì 16 d'ottobre

anche le fortezze si renderono ai Franzesi con tutte le condizioni

più onorevoli. Dopo tali acquisti si posarono l'armi e cominciarono

ad andare innanzi e indietro proposizioni di pace, a cui Cesare non

negò l'orecchio, perchè oramai persuaso di non poter solo sostenere sì

grande impegno.

Benchè gli affari correnti cospirassero a restituire la pubblica

tranquillità all'Europa, e non solamente fossero cessate in Italia

le turbolenze della guerra, ma si assodasse maggiormente la quiete

per l'incamminamento di varii cesarei reggimenti verso la Germania;

pure non mancavano affanni a queste contrade. Dall'Ungheria e Polonia

era passata a Vienna la peste, con istrage non lieve delle persone,

e cominciò sì fatto orrendo malore a stendere le ali per l'Austria,

Baviera ed altre parti della Germania. Attentissima sempre la veneta

repubblica alla sanità dell'Italia, e a tener lungi questo morbo

desolatore, interruppe tosto ogni commercio col Settentrione, e

seco s'unì per li suoi Stati il sommo pontefice. Ma non potè fare

altrettanto lo stato di Milano ed altri principi: il che cagionò un

grave disordine nel commercio per l'Italia. Volle Dio che prima di

quel che si sperava cessasse dipoi questo flagello; laonde cessarono

ancora le prese precauzioni. Ebbe in quest'anno materia di lutto la

corte di Toscana per la morte del gran principe _Ferdinando de Medici_,

figlio del gran duca _Cosimo III_, accaduta nel dì 30 del suddetto mese

d'ottobre, senza lasciar frutti del suo matrimonio colla principessa

_Violante Beatrice_ figlia di _Ferdinando_ elettor di Baviera. Di

maravigliose prerogative d'ingegno era ornato questo principe. Non

fosse egli mai andato molti anni addietro a gustare i divertimenti del

carnevale a Venezia. Fu creduto ch'egli ivi si procacciasse un tarlo

alla sua sanità, da cui finalmente fu condotto alla morte. Trovavasi

sovente infestato il pontefice _Clemente XI_ dagl'insulti dell'asma, e

da altri incomodi di sanità; pure, siccome principe di rara attività,

continuamente accudiva ai negozii, e questi non erano pochi. Passavano

calde liti fra quella sacra corte e il già duca di Savoia ora re

di Sicilia, siccome ancora coi Genovesi e col regno di Napoli, e

massimamente coi reggenti dell'appellata monarchia di Sicilia. Il santo

padre, siccome zelantissimo della immunità ecclesiastica e dei diritti

della santa sede, fulminava monitorii, interdetti e scomuniche: con che

effetto, lo dirà a suo tempo la storia della Chiesa.

Ma le occupazioni dell'indefesso pontefice furono interrotte in questi

tempi per un imbroglio succeduto in Francia. Forse non piacendo al

_cardinale di Noaglies_ arcivescovo di Parigi che il _re Luigi XIV_

avesse preso per suo nuovo confessore un certo religioso, avvertì sua

maestà che questi avea spacciato in un suo libro alcune proposizioni

poco sane in difesa dei riti cinesi. Ne parlò il re al confessore,

il quale rispose, maravigliarsi che il porporato accusasse altrui,

quando egli aveva approvato il libro del padre Quesnel, intitolato

_Il Nuovo Testamento_, ec., in cui si trovava gran copia di sentenze

giansenistiche. Rapportò il re questa risposta al cardinale, ed egli

disse che l'opera del Quesnel era stata corretta, confessando nondimeno

che vi restavano tuttavia dieci o dodici proposizioni meritevoli di

correzione, e che egli col celebre vescovo di Meaux Bossuet era dietro

a prestarvi rimedio. Ciò inteso dal confessore, disse al re: _Come,

dieci o dodici proposizioni di cattivo metallo? ve n'ha più di cento_.

E preso l'impegno di mostrarlo, ricavò da quel libro cento ed una

proposizioni. Furono poi queste spedite a Roma dal re; e dappoichè sua

santità n'ebbe fatto fare un rigoroso esame, le condannò tutte nel dì

10 di settembre del presente anno colla famosa bolla _Unigenitus_,

che poi riuscì seminario d'incredibili dissensioni, appellazioni ed

altri sconcerti nel regno di Francia, intorno ai quali io rimetto il

lettore ai tanti libri pubblicati su questo emergente. Continuò ancora

in quest'anno il male pestilenziale delle bestie bovine, ed assalì

varii altri paesi d'Italia. Penetrò nello Stato ecclesiastico e nella

Calabria, ed entrò anche nel basso Modenese. Non arrivò questo flagello

a cessare, se non nell'anno seguente. Dopo essere dimorato gran tempo

in Italia il principe reale ed elettorale di Sassonia, finalmente verso

la metà d'ottobre si partì da Venezia, dove avea ricevuti tutti gli

onori e divertimenti possibili, inviandosi verso i suoi Stati.

Anno di CRISTO MDCCXIV. Indizione VII.

CLEMENTE XI papa 15.

CARLO VI imperadore 4.

Con tutti i progressi delle sue armi nell'anno precedente non rallentò

il re Cristianissimo _Luigi XIV_ le sue premure, per dar totalmente

la pace alla Europa, col condurre in essa anche l'Augusto _Carlo

VI_. Abbisognava eziandio l'imperatore di troncar questo litigio,

perchè troppo pericoloso scorgeva il voler solo mantener la guerra

con chi s'era potuto sostenere contro tante potenze unite, ed avea

ormai ottenuto l'intento di stabilire il nipote in Ispagna. Comunicò

il re Luigi le sue premure agli elettori di Magonza e Palatino; e

questi mossero la corte di Vienna ad ascoltar le proposizioni della

desiderata scambievole concordia. Fu eletto per luogo del trattato

il palazzo di Rastat, spettante al principe di Baden, e nel dì 26 di

novembre del precedente anno colà comparvero il _principe Eugenio_

per sua maestà cesarea, e il _maresciallo di Villars_ per sua maestà

Cristianissima. Per due mesi frequenti furono le conferenze; e non

trovandosi maniera di accordar le pretensioni, già parea che si avesse

a sciogliere in nulla l'abboccamento, con essersi anche ritirato il

principe Eugenio per preparar le armi; quando finalmente si raggruppò

l'affare, e nel dì 6 di marzo si giunse a segnar gli articoli della

pace, o sia i preliminari della concordia; perciocchè non si poterono

smaltire tutte le differenze, e volle l'imperadore che anche l'imperio

concorresse alla stabilità d'un atto di tanta importanza. Discese

la corte di Francia dall'alto di molte sue pretensioni, perchè ben

conosceva vacillanti gli affari in Londra, essendosi mostrati quei

parlamenti mal soddisfatti della _regina Anna_ e de' suoi ministri, nè

gl'Inglesi ed Olandesi avrebbero in fine sofferto che Cesare restasse

vittima della potenza francese. I principali capitoli d'essa pace di

Rastat consisterono nella restituzione di Friburg, del forte di Kel

e di altri luoghi fatta dalla Francia, che ritenne Argentina, Landau

ed altre piazze, indarno pretese da Cesare. Gli elettori di Baviera e

di Colonia furono restituiti nel possesso dei loro Stati. I regni di

Napoli colle piazze della Toscana e Sardegna, la Fiandra e lo Stato

di Milano, a riserva del ceduto al duca di Savoia, restarono in poter

dell'imperadore. Fu poi scelta la piccola città di Bada, o sia di

Baden, posta negli Svizzeri in vicinanza di Zurigo, per quivi terminar

le altre differenze. A poco si ridusse il risultato di quell'assemblea;

ed avendo l'imperadore ricevuta la plenipotenza dalla dieta di

Ratisbona, non lasciò di conchiudere ivi la pace nel dì 5 di settembre

a nome dell'imperio, colla conferma di quanto era stato stabilito in

Rastat.

Videsi in tale occasione ciò che tante volte si è provato e si

proverà, che chi dei principi minori entra in aderenze coi maggiori

nel bollor delle guerre, lusingato di accrescere la propria fortuna,

si ha da consolare in fine, e contare per gran regalo, se ottiene la

conservazione del proprio; perchè va a rischio anche della perdita

di tutto, attendendo i monarchi al proprio vantaggio, e poca cura

mettendosi degli aderenti. Perdè il _duca di Mantova_ tutti i suoi

Stati. Al _duca di Guastalla_ dovea pervenire il ducato di Mantova:

si trovarono più forti le ragioni di chi n'era entrato in possesso.

Giuste pretensioni promosse ancora il _duca di Lorena_ sul Monferrato.

Con un pezzo di carta, che prometteva l'equivalente, fu pagata la di

lui parte. Il _duca della Mirandola_ vide venduto il suo Stato al duca

di Modena, e sè stesso costretto a rifugiarsi in Ispagna a mendicar

il pane da quella real corte. Fu intimato a _Giacomo III Stuardo_ re

cattolico d'Inghilterra di uscire del regno di Francia; e ricoveratosi

egli nella Lorena, nè pur ivi trovò sicuro asilo, con ridursi in fine

a cercare il riposo fra le braccia del sommo pontefice nella sede

primaria del cattolicismo. Si erano mostrati liberali i Gallispani

verso di _Massimiliano duca ed elettore di Baviera_, ora investendolo

dei Paesi Bassi da loro perduti, ora di Lucemburgo e di altri paesi,

ed ora proponendo di farlo re di Sardegna. In ultimo dovette ringraziar

Dio di aver potuto ricuperare gli aviti suoi Stati, ma desolati, e che

per un pezzo ritennero la memoria degli sfortunati tentativi del loro

sovrano.

A queste metamorfosi finalmente restò soggetta anche la Catalogna, da

cui fu forzato l'Augusto _Carlo VI_ di ritirar le sue armi con suo

ribrezzo e rammarico indicibile per la compassione a que' popoli,

che con tanto vigore e fedeltà aveano sostenuto il partito suo. Già

nell'anno addietro avea spedito il re _Filippo V_ l'esercito suo,

comandato dal _duca di Popoli_, a bloccare la città di Barcellona,

dove trovò que' cittadini molto afforzati di milizia, e risoluti di

spendere piuttosto la vita colle armi in mano, che di tornare sotto

l'offeso monarca, da cui temeano ogni più acerbo trattamento. Furono

memorabili le imprese da lor fatte in propria difesa, e passò il verno

senza veruna speranza che una sì feroce e disperata nazione si avesse

da rimettere all'ubbidienza. Fama fu ch'essi Catalani progettassero

fino di darsi più tosto alle potenze africane, che di tornare sotto

il giogo castigliano. D'uopo anche fu che il re Cattolico _Filippo V

_implorasse l'assistenza dell'avolo re Cristianissimo. Il _maresciallo

di Bervich_, inviato da Parigi a Madrid per condolersi della morte di

_Maria Lodovica_ di Savoia regina, accaduta nel febbraio di questo

anno, ebbe ordine di offerirsi al servigio di sua maestà Cattolica,

che volentieri l'accettò per comandante; e più volentieri ricevette

l'esibizione d'un grosso rinforzo, anzi, per dir meglio, di un

esercito di milizia franzese. Cominciò nel maggio il formale assedio

di Barcellona, e proseguì con calore fino al luglio, in cui, arrivati

i Franzesi, maggiormente crebbe il teatro di quella guerra. Alle

terribili offese con incredibil coraggio corrisponsero i difensori.

Gran sangue costò ogni menomo acquisto di quelle fortificazioni, nè mai

quella cittadinanza trattò di rendersi, se non quando vide sboccati

nella stessa città gli aggressori. Convenne dunque esporre bandiera

bianca; e da che fu promessa l'esenzione dal sacco e la sicurezza della

vita, fu consegnata la città ai voleri del re Cattolico. Qual fosse

il trattamento fatto a quei cittadini e popoli, non occorre che io lo

rammenti. L'isola di Maiorica non per questo volle sottomettersi, e

necessaria fu la forza a soggiogarla. Restarono solamente in dominio

degl'Inglesi Gibilterra e l'isola di Minorica, dove è Porto Maone, con

averne il re Cattolico nel solenne trattato di pace fra la maestà sua e

la _regina Anna_ d'Inghilterra, stipulato nel dì 13 di luglio dell'anno

precedente, sottoscritta la cessione ad essi Inglesi.

Nel dì 28 d'aprile di quest'anno passò all'altra vita _don Vincenzo

Gonzaga_ duca di Guastalla in età di ottant'anni, ed ebbe per

successore il principe _Antonio Ferdinando_ suo primogenito. A gravi

turbolenze rimase esposta _Anna Stuarda_ regina della Gran Bretagna

dopo la conclusione della pace, dichiarandosi mal soddisfatti di lei e

del suo ministero i parlamenti per li passati maneggi, e massimamente

perchè si credette, o si seppe, ch'ella desiderava per suo successore

nel trono il re _Giacomo III_ suo fratello. Cadde perciò in odio e

disprezzo di quella nazione, e seguirono in Londra varii tumulti e

mutazioni; ma venne la morte a liberarla dai guai presenti nel dì 12

d'agosto; e però pacificamente fu riconosciuto per re di quel potente

regno _Giorgio Lodovico_ duca di Brunsvich ed elettore, della cui

nobilissima origine e comune stipite colla casa d'Este ho io assai

parlato nelle Antichità Estensi. Essendo rimasto vedovo _Filippo V_

re di Spagna, pensò egli di passare alle seconde nozze, e pose gli

occhi sopra la principessa _Elisabetta Farnese_, nata nel dì 25 di

ottobre del 1690 da _Odoardo principe_ ereditario di Parma. Oltre a

molte rare prerogative d'animo e d'ingegno, e specialmente di pietà,

portava questa principessa in dote delle forti pretensioni sopra il

ducato di Parma e di Piacenza, ed anche sopra la Toscana, siccome

discendente da _Margherita de Medici_ figlia di _Cosimo II_ gran

duca. Stabilitosi dunque il reale accasamento, per opera spezialmente

dell'_abbate Alberoni_, residente allora in Madrid pel duca zio di

lei, seguì nel dì 16 di settembre in Parma il suntuoso sposalizio

d'essa principessa, avendovi assistito il _cardinale Ulisse Gozzadini_

Bolognese, spedito a questo effetto dal papa _Clemente XI_ con titolo

di legato a latere, e con accompagnamento magnifico di più centinaia

di persone. _Francesco Farnese_ duca di Parma suo zio la sposò a nome

di sua maestà Cattolica. Fu poi condotta la novella regina a Sestri

di Levante; e quivi preso l'imbarco, senza poter sostenere gl'incomodi

del mare sdegnato, fece dipoi la maggior parte del viaggio per terra,

e passò in Ispagna a felicitare quella real prosapia. Giunse a Madrid

solamente sul fine dell'anno, e nel viaggio diede gran motivo di

parlare alla gente, per aver ella animosamente licenziata ed inviata

in Francia la duchessa Orsini, che il re le avea mandato incontro

con titolo di sua dama d'onore. Quali conseguenze portasse poi questo

matrimonio, andando innanzi lo vedremo. Dopo avere _Vittorio Amedeo_

re di Sicilia lasciati in quell'isola molti bellissimi regolamenti

pel governo del nuovo regno, ed accresciute le forze tanto di terra

quanto di mare in esse contrade, e dopo avere restituita la quiete a

quelle terre, dianzi infestate da gran copia di licenziosi banditi,

tornossene colla real consorte in Piemonte nell'ottobre di quest'anno,

e con gran solennità nel dì primo di novembre fece la sua entrata in

Torino. Duravano intanto, anzi ogni giorno maggiormente si accendevano

le controversie fra la santa Sede e quel real sovrano, sostenitore

risoluto dell'appellata monarchia di Sicilia. Nel novembre di questo

anno fece il santo padre pubblicar due formidabili bolle contro i

pretesi diritti di quel tribunale. Cagion fu questa lite che non pochi

Siciliani si ritirassero a Roma con aggravio non lieve della camera

apostolica. Gravissime occupazioni ancora ebbe in questi tempi il sommo

pontefice per li torbidi suscitati in Francia dalla bolla _Unigenitus_,

dei quali a me non appartien di parlare.

Anno di CRISTO MDCCXV. Indiz. VIII.

CLEMENTE XI papa 16.

CARLO VI imperadore 5.

Appena aveva incominciato l'Italia a respirare da tanti disastri,

dopo l'universal pace de' monarchi cristiani, sperando giorni ormai

felici, quando la repubblica veneta mirò da lungi cominciato fin l'anno

addietro un fiero temporale che la minacciava in Levante. Questo era

un gran preparamento di gente e di navi che facea la Porta Ottomana,

con ispargere varii pretesti di disgusto contra di essi Veneziani;

giacchè di questa mercatanzia ne truova sempre nei suoi magazzini

chi ha possanza e voglia di far guerra ad altrui. E tanta più ne

trovò il sultano de' Turchi, perchè principe non v'ha che, dopo avere

suo malgrado perduto qualche Stato, non si senta agitato da interne

convulsioni, cioè da un continuo desio di ricuperarlo, se può. Aveano

nelle precedenti guerre i Musulmani perduto il regno della Morea, e

fattane cessione alla veneta repubblica. Perchè i giannizzeri tuttodì

moveano sedizioni, fu creduto da quel divano che alle loro insolenze

si metterebbe fine coll'impegnarli in qualche guerra; e che coloro

prendessero di mira la suddetta Morea, si vociferava dappertutto.

Questa voce nondimeno tal forza non ebbe da addormentare il cauto gran

maestro di Malta. Diedesi egli perciò a ben premunire quella città ed

isola fortissima, col chiamare colà tutti i cavalieri d'Italia e di

altre nazioni, e con fare ogni necessaria provvisione di munizioni

da bocca e da guerra, affinchè il Turco, che altre volte avea finta

un'impresa, e ne avea poi fatta un'altra, sapesse che si vegliava in

quella parte contro i suoi tentativi. Ora in quell'angustia di tempo

non lasciarono i Veneziani di far tutto l'armamento possibile per

accrescere le lor genti d'armi e le lor forze di mare, e per tutta

la Germania si studiarono di ottener leve di gente, non perdonando a

spesa e diligenza veruna. Anche il pontefice _Clemente XI_, commosso

dal grave pericolo della cristianità, ricorse all'aiuto del cielo;

prescrisse preghiere e orazioni per tutta l'Italia; somministrò

sussidii di danaro ai Veneziani e Maltesi, ed approntò le sue galee,

per accorrere dove fosse maggiore il bisogno. E perchè parimente

veniva minacciata la Polonia, in soccorso di quella inviò dieci

mila scudi d'oro. Una anche delle sue prime cure fu di ricorrere a

tutti i monarchi cattolici, esortandoli colle più efficaci lettere

di concorrere alla difesa de' fedeli contra del tiranno d'Oriente.

Intanto si tirò il sipario, e scoprironsi rivolti i disegni del

sultano Acmet contra dei Veneziani, con aver egli ingiustamente

rotta la tregua stabilita a Carlovitz nel 1699, e per mare e per

terra piombò una formidabile armata di Turchi sul Peloponneso, ossia

sopra la Morea. Videsi allora una ben dolorosa scena, cioè che nello

spazio di un mese la potenza ottomana s'impadronì di tutto quanto

la veneta in più anni con tanto dispendio e fatiche avea in quelle

contrade acquistato. Corinto, Napoli di Romania, Napoli di Malvasia,

Corone, Modone e l'altre piazze di quel regno, tutte caddero in

mano degl'infedeli. Fecero alcune buona difesa; ma sì fieri furono

gli assalti turcheschi, che sopra gli ammontati cadaveri de' suoi

giunsero que' Barbari a superar le fortezze. Altre poi fecero poca

o niuna difesa, e i Greci stessi congiurati si gittarono in braccio

de' Turchi. Provò allora la repubblica veneta quello ch'è accaduto a

tanti altri, cioè che le braccia tradiscono talvolta gli ordini saggi

del capo. Si avvide ella, ma tardi, che alcuni dei suoi ministri nella

Morea non aveano impiegato il pubblico danaro, come doveano, nel tener

completi i presidii e provvedute le piazze del bisognevole. Quel bel

paese, quel felice e caldo clima, non si può dire quanto inclini ai

piaceri e alla corruttela de' costumi. Senza freno viveano quivi molti

degl'Italiani, e di loro si mostravano poco contenti alcuni di que'

popoli. Tutto concorse a far perdere sì presto quel delizioso regno;

la principal cagione però fu l'esorbitante forza de' Musulmani, a

cui non s'era potuto provvedere di alcun valevole ostacolo fin qui.

Non finì quest'anno, che, profittando i Turchi dell'amica fortuna,

s'impadronirono di altri luoghi ed isole nell'Arcipelago. Parimente

i corsari africani, prevalendosi dello scompiglio in cui si trovava

l'Italia colle isole adiacenti, ne infestarono più che mai i lidi, e

condussero in ischiavitù assaissimi cristiani.

In questi medesimi turbati tempi una altra guerra apertamente si faceva

in Sicilia a cagion del tribunale della monarchia. Avendo il sommo

pontefice fulminate le censure contro molti di quegli uffiziali e

contro altri del regno siciliano, e messo l'interdetto a varii luoghi,

il re _Vittorio Amedeo_, risoluto di sostenere gli antichi usi od

abusi che s'erano per più secoli mantenuti dai re suoi antecessori,

ordinò che non si rispettassero gli ordini di Roma. Chi negò di

farlo trovò pronto il gastigo delle prigioni o dell'esilio. Più di

quattrocento ecclesiastici, oltre ad altre persone, o volontariamente

o per forza uscirono di quell'isola, rifugiandosi a Roma. Il pontefice

in sussidio loro impiegò più di sessanta mila scudi; e tuttochè anche

amendue i monarchi di Francia e Spagna con forti uffizii sostenessero

le pretensioni del re Vittorio, pure l'intrepido papa nel gennaio

e febbraio del presente anno pubblicò due altre costituzioni, colle

quali abolì il tribunale suddetto della monarchia di Sicilia: passo che

maggiormente accrebbe gli sconvolgimenti di quel regno, e cagionò non

lieve affanno al novello re di quell'isola, che abbisognava di quiete

per ben assodarsi in quel dominio. Intanto per male di vaiuolo in età

di diecisette anni venne a morte in Torino _Vittorio Amedeo_ duca di

Savoia suo primogenito nel dì 22 di marzo del presente anno, della

qual perdita fu per lungo tempo inconsolabile il re suo padre. Perchè

gli strologhi gli aveano predetta la guarigion del figlio, che non si

effettuò, ne cadde la colpa sopra i medici, che perciò perderono la

grazia del sovrano. Ma Dio gli preservò il secondogenito, cioè _Carlo

Emmanuele_, oggidì re di Sardegna, che gareggia nelle virtù coi più

rinomati principi della reale sua casa. Non era meno affaccendata

in questi tempi la sacra corte di Roma per le opposizioni insorte in

Francia contro la costituzione _Unigenitus_, e per le controversie de'

riti cinesi, proibiti a quei nuovi cristiani. Intorno a questi punti

pubblicò l'indefesso pontefice altre costituzioni, dettate dal suo zelo

per la purità della dottrina cattolica.

Si godeva intanto il re Cristianissimo _Luigi XIV_ il contento

di avere assicurata sul capo del nipote _Filippo V_ la corona di

Spagna, e di avere restituita al suo regno la desiderata pace, quando

venne Dio a chiamarlo all'altra vita. Era egli giunto all'età di

settantasette anni; ne avea regnato settantatrè oltre il costume

dei suoi antecessori. Il dì primo di settembre fu l'ultimo del suo

vivere, ed egli con intrepidezza mirabile, con sentimenti di viva

cristiana pietà e pentimento dei suoi falli lasciò ai suoi discendenti

quelle massime più giuste di governo ch'egli talvolta in sua vita

dimenticò. Nel bollore spezialmente dei suoi anni gli aveano presa

la mano l'incontinenza, lo spirito conquistatorio, senza misurarlo

talvolta colla giustizia, e l'ansietà di far tremare ciascuno coi

fulmini della sua potenza. Ciò non ostante, pregi sì rilevanti si

raunarono in questo monarca per la sua gran mente, per aver nel suo

regno procurata la gloria delle lettere, l'accrescimento delle arti e

l'utilità del traffico, per la magnificenza delle fabbriche, per aver

dilatati ampiamente i confini del suo regno, e sopra tutto protetta la

religione de' suoi maggiori, con espurgare dalla gramigna ugonottica

i suoi Stati, senza far caso della perdita di tanti sudditi, di

tante arti e di tanto oro, in tale occasione asportati, che, secondo

l'estimazione comune, giustamente si meritò il titolo di Grande. A

questo rinomatissimo monarca succedette il pronipote _Luigi XV_, oggidì

glorioso re di Francia, ma in età troppo tenera, e però incapace di

governo, e bisognoso di tutori. Ebbe maniera _Filippo duca d'Orleans_,

nipote _ex fratre_ del re defunto, e primo principe del real sangue,

di far annullare dal parlamento di Parigi il regio testamento, e di

assumere egli la tutela del picciolo re. Trovò questo principe esausto

il regio erario, incolte molte campagne, impoveriti i popoli per le

tante guerre passate, ingrassati non pochi colla mala amministrazione

delle regie finanze; e siccome pochi si potevano uguagliare a lui

nell'elevatezza della mente, si applicò tosto a curare e saldare le

piaghe del regno. Ma intorno a ciò a me non conviene di dirne di più.

Fece nell'ottobre di quest'anno _Giacomo III Stuardo_ re cattolico

della Gran Bretagna un tentativo per rimettersi sul trono della

Scozia, con avere il pontefice somministrati quegli aiuti che potè per

quell'impresa. Convien chinare gli occhi davanti agli occulti disegni

di Dio. Cominciò egli con prosperità, ma terminò con infelicità un sì

importante affare. Dopo essersi dichiarata in favor degl'inglesi la

fortuna in una giornata campale se ne tornò lo sventurato principe in

Francia a deplorar le sciagure di chi s'era dichiarato del suo partito.

Anno di CRISTO MDCCXVI. Indizione IX.

CLEMENTE XI papa 17.

CARLO VI imperadore 6.

In gravissimi timori ed affanni si trovò immersa l'Italia nel presente

anno, che la divina provvidenza fece poi risolvere nel progresso in

feste ed allegrezze. Divenuta più che mai orgogliosa la Porta Ottomana

per le conquiste con tanta facilità fatte nell'anno precedente,

meditava già voli più elevati; e si seppe col tempo che avea formati

disegni fin sopra la stessa Roma, essendosi esibito il perfido marchese

di Langallerie, ribello del re di Francia, di dar mano all'iniqua

impresa. Per farsi scala ai danni dell'Italia, determinò il gran

signore _Acmet_ che l'armi sue passassero nell'isola di Corfù, posta

in faccia alle estremità del regno di Napoli, e sito comodo per

effettuar altre maggiori determinazioni. Quaranta mila tra fanti e

cavalli turcheschi fecero sbarco in quella fortunata, ed allora troppo

infelice isola, ed impresero tosto l'assedio della capitale, secondati

da una sterminata flotta per mare. Aveano anche i Veneziani allestita

una poderosa armata navale, ma scarseggiavano di gente, perchè le

leve per loro fatte in varii luoghi d'Italia ed oltramonti tardavano

a comparire. In questo mentre il pontefice _Clemente XI_, che aveva

già commossi colle più calde preghiere i re di Spagna e Portogallo

al soccorso dei Veneti, ebbe sicuri avvisi che il primo invierebbe

sei vascelli e cinque galee alle sue spese contra del comune nemico;

e il Portoghese fece sciogliere le vele a sei grossi vascelli, e

ad altrettanti minori per unirsi alle vele pontificie. Accrebbe il

pontefice la sua squadra navale di due galee e di quattro vascelli,

coi quali congiunsero ancora i cavalieri di Malta le loro forze, e il

gran duca _Cosimo III_ unì con esse quattro galee, due la repubblica

di Genova. Impose il pontefice una contribuzione al clero d'Italia;

e quanto danaro potè somministrar la camera pontificia e i più

facoltosi cardinali, tutto andò in aiuto de' Veneziani e in soccorso

dell'imperador _Carlo VI_. La speranza appunto maggiore del santo

padre, dopo la protezione e l'aiuto di Dio, era risposta nelle forze

del piissimo Augusto. Certo è che la maestà sua con compassione mirava

il terribile spoglio fatto e vicino a farsi dai Turchi delle provincie

venete; mirava anche minacciato il suo regno di Napoli dai loro

ulteriori progressi; ma non sapea perciò risolversi a sfoderar la spada

contra di loro, per sospetto che la corte di Spagna, prevalendosi della

congiuntura, in veder impegnate l'armi imperiali in Ungheria, facesse

qualche solenne beffa ai suoi Stati d'Italia. Per rimuovere questo

ostacolo si affaccendò non poco il sommo pontefice, ed essendogli

finalmente riuscito di ricavare del re Cattolico un'autentica promessa

di non molestare alcun degli Stati posseduti dall'imperadore durante la

guerra col Turco, sua santità si fece garante mallevadore alla corte di

Vienna della sicurezza dei cesarei dominii in Italia.

Con questa fidanza l'Augusto _Carlo VI_, nel dì 25 di maggio stretta

coi Veneziani una lega difensiva ed offensiva non tardò più a dichiarar

la guerra al sultano. Un fiorito esercito di gente veterana teneva

Cesare tuttavia in piedi, e questo a poco a poco andò sfilando in

Ungheria sino ai confini del dominio turchesco. Il comando dell'armata

fu dato al celebre _principe Eugenio di Savoia_, la cui mente, credito

e perizia militare si contava per un altro esercito. Trovarono i

cristiani un'oste più poderosa di Turchi preparata ai confini, sotto

il comando del primo visire, e non solo ben animata alla resistenza,

ma che s'inoltrò sino a Petervaradino, e baldanzosamente intimò quel

presidio la resa. Furono in quei contorni a vista le due nemiche armate

nel dì 5 d'agosto, festa della Beata Vergine ad Nives; e nel tempo

stesso che in Roma si facea una solenne processione per implorare il

braccio di Dio in favore delle armi cristiane, si venne ad una gran

battaglia. Fama fu che l'esercito turchesco contasse centocinquanta

mila combattenti, fra i quali quaranta mila giannizzeri e trenta mila

spahì. Si azzuffarono dunque nel dì suddetto le due armate nemiche, e

si videro i Turchi con ordinanza non più osservata in addietro e con

immenso vigore essere i primi all'assalto. Sì fiero fu l'urto loro, che

piegarono i reggimenti cesarei, e non mancò apparenza che l'esercito

cristiano fosse vicino ad andare in rotta. Ma sostenuto quel primo

feroce empito, il prode principe Eugenio fece con tal ordine avanzar

le altre schiere, che i nemici, dopo aver fatta una lunga e sanguinosa

resistenza, non potendo più reggere alla bravura degli Alemanni,

diedero a gambe. Insigne e compiuta fu quella vittoria. Restarono i

cristiani padroni del campo, di tutte le tende, di centottanta cannoni

di bronzo, di circa altrettante insegne, della cassa militare e della

segreteria del primo visire. Del ricco bottino non vi fu soldato alcuno

che non partecipasse. Ascese a molte migliaia il numero dei musulmani

estinti, poco fu quello dei prigioni. Dal padiglione d'esso visire, che

per le ferite andò a morire il dì seguente a Carlowitz, il vittorioso

principe Eugenio scrisse tosto e spedì la lietissima nuova all'augusto

monarca, il quale poscia mandò a Roma in dono al sommo pontefice

quattro delle più ricche bandiere prese ai nemici. Non istette gran

tempo a gustarsi del frutto di questa vittoria.

S'erano già inoltrati di molto gli approcci de' Turchi sotto la città

di Corfù, ed aveano essi senza risparmio di sangue superate le più

delle fortificazioni esteriori. Entro stava alla difesa il _conte di

Schulemburg_, primo generale dell'armi venete, che mirabili pruove

diede del suo saper militare, a cui corrispondeva con egual valore

la guarnigione cristiana con disputare a palmo a palmo ogni progresso

dei nemici. Contuttociò assai si prevedeva che a lungo andare non si

potea sostenere una piazza assalita con incredibile sprezzo della morte

dagl'infedeli, e priva di speranza di soccorso. Perciocchè s'era ben

volta a quelle parti l'armata navale combinata de' Veneziani e degli

ausiliarii; ma, per la conoscenza delle forze superiori de' nemici, non

sapevano i più dei generali indursi a battaglia, ed ognuno facea conto

delle sue belle navi. La mano di Dio vi rimediò. Appena giunse agli

assediatori di Corfù l'infausto avviso della grande sconfitta de' suoi

in Ungheria, che entrato in essi un terror panico, come se avessero

alle reni il sì lontano vittorioso esercito, subito presero la fuga.

Lasciarono indietro artiglierie, cavalli, bagagli e munizioni; solo

si pensò a salvare le vite. Gran dire fu, perchè la flotta cristiana

in quel grave scompiglio degli atterriti musulmani non volasse ad

assalirli, giacchè sicura ne parea la vittoria. La verità nondimeno si

è, che si allestirono bensì i collegati per inseguire i fuggitivi, ma

in tempo che, sorta una fiera burrasca, convenne pensar più a difendere

sè stessi dall'ira del mare che ad offendere altrui. Per lo felice

scioglimento di questo assedio non si può dire quanta allegrezza si

diffondesse nel cuore di tutti gl'Italiani ben conoscenti che terribili

conseguenze avrebbe portato seco la perdita di un'isola forte, sì

contigua alle contrade d'Italia. Ricuperarono dipoi i Veneti Butintrò e

Santa Maura.

Qui nulladimeno non terminò il comune giubilo dei fedeli. Erano

passati cento sessanta anni che la città di Temiswar sofferiva

il giogo turchesco, città attorniata da paludi, munita di buone

fortificazioni, custodita da un numeroso presidio. A cagion di quelle

appellate Palanche difficilissimo compariva l'accesso alla piazza.

Pure nulla potè ritenere l'invitto _principe Eugenio_ dall'imprenderne

l'assedio, a cui fu dato principio nel primo dì di settembre. Nel dì

23 si presentò un esercito turchesco per dar soccorso alla piazza;

ma ritrovati ben trincierati gli assedianti, se ne tornò indietro,

sminuito molto di numero. Bisognò impiegare il resto del mese per

disporre tutto a superar la Palanca, cioè il sito paludoso, fortificato

da grossissimi pali, per cui convien passare alla città. Se ne

impadronirono i cristiani nel dì primo di ottobre non senza spargimento

di molto sangue, e si diedero poi a bersagliare la città e il castello,

cinto da doppia fossa piena di acqua. Nel dì 13 di esso mese, perduta

ogni speranza di soccorso, non volle quel presidio differire la resa,

ed ottenne libera l'uscita per sè e per tutti gli abitanti col loro

avere: capitolazione che fu religiosamente osservata, con essersi

provveduto a quel popolo un migliaio di carra per asportar le loro

sostanze. Ne uscirono dodici mila armati, e trovaronsi in quella

piazza cento trentasei pezzi di cannone e dieci mortari, con abbondante

raccolta di munizioni da guerra. Per sì gloriosa campagna Roma e tutta

l'Italia si videro tripudianti di gioia, e dappertutto si tessevano

elogii all'invincibile principe di Savoia, al quale il pontefice nel

dì 8 di novembre fece presentare in Giavarino la spada benedetta in

riconoscenza ed onore del suo incomparabil valore. Coll'acquisto di

Temiswar, a cui tenne dietro quello di Panscova, Vipalanca e Meadia,

tutto quel riguardevol bannato venne in potere di Cesare. Fu in questo,

anno che calò in Italia incognito _Carlo Alberto_ principe elettorale

di Baviera, cioè il medesimo che da qui ad alcuni anni noi vederem poi

conseguire la corona imperiale. Dopo avere nel mese di marzo ricevuto

questo principe in Modena dal duca _Rinaldo di Este_ ogni dimostrazione

di onore, passò a Bologna per visitare la gran duchessa _Violante_ sua

zia, che s'era apposta portata colà. Andò egli poscia a Roma dove il

santo padre colle maggiori finezze lo accolse.

Anno di CRISTO MDCCXVII. Indizione X.

CLEMENTE XI papa 18.

CARLO VI imperadore 7.

Se nell'anno precedente s'era mostrata sì avversa la fortuna all'armi

turchesche, sperò ben nell'anno presente il _sultano Acmet_ di riparare

i danni sofferti; al qual fine impiegò tutto il verno e la primavera

per adunare un potentissimo esercito, a cui da gran tempo non s'era

veduto l'uguale. Dal suo canto anche l'_Augusto Carlo VI_ notabilmente

rinforzò le sue armate in Ungheria, inferiori senza paragone nel

numero, ma superiori in disciplina militare e in coraggio ai nemici.

Minore non fu la vigilanza della _repubblica veneta_, per aumentar le

sue forze di mare. Loro somministrò _papa Clemente XI_ la squadra delle

sue galee con quelle di _Malta_ e del _gran duca_, ed ottenne di nuovo

da _Giovanni re_ di Portogallo undici grossi e ben corredati vascelli.

Anche il re Cattolico _Filippo V_ fece credere d'inviare in soccorso

dei Veneziani sedici suoi vascelli, che poi si scoprirono destinati ad

altra impresa. Tardi giunsero ad unirsi gli ausiliarii colla flotta

veneta, la quale perciò sola fu obbligata a sostener tutto il peso

della guerra, e ciò nonostante s'impadronì della Prevesa, di Vanizza

e d'altri luoghi, già occupati dai Turchi. Nel maggio e poscia nel

luglio vennero essi Veneti alle mani coi nemici, e si combattè con gran

sangue e valore da ambe le parti, senza che la vittoria si dichiarasse

per alcuna di esse. Tanto almeno si guadagnò, che l'orgoglio turchesco

calò, e restò precluso ogni adito agl'infedeli, per far nuove conquiste

contra dei Veneti. Non così avvenne alle felicissime armi cesaree in

Ungheria, guidate dall'impareggiabil generale di questi tempi, cioè dal

_principe Eugenio_ di Savoia. Meditava già il magnanimo eroe l'assedio

di Belgrado, capitale della Servia; però nel dì 15 giugno sollecitata

l'unione e marcia del prode cristiano esercito, per prevenire quello

dei Turchi, felicemente passò il Danubio, e nel dì 19 arrivò ad

accamparsi intorno a quella città, fortissima per la situazione e per

le fortificazioni sue, e che sembrava inespugnabile per l'aggiunta di

un presidio che più ragionevolmente si potea chiamare un esercito.

Si formarono ponti sul Danubio e sul Savo; si fecero le linee di

circonvallazione, e si cominciò a disputar coi nemici tanto nel gran

fiume, dove essi abbondavano di galere e saiche, quanto per terra,

facendo quei di dentro impetuose sortite. Solamente nel dì 23 luglio

cominciarono le artiglierie e i mortari le terribili offese contro

la città; e perciocchè le sue contrade sono strette, e le case mal

fabbricate, il fuoco delle bombe cagionava frequenti gl'incendii.

Ma eccoti giungere lo sterminato esercito de' Musulmani, creduto

ascendere a ducento mila combattenti, sul principio di agosto, e

piantare il suo campo per gran tratto di paese, arrivando dal Danubio

quasi fino al Savo, con occupare, in faccia dell'armata cristiana,

tutto il piano e le colline. Era un bel vedere in lontananza disposte

le innumerabili loro tende rosse e verdi con quantità immensa di gente,

cavalli e carriaggi. In vece che di recar terrore ai cristiani, quello

spettacolo accresceva loro la gioia per la speranza di divenir padroni

di tutto. S'era ben trincierato l'esercito cesareo, e, a riserva delle

scaramuccie giornaliere, niun movimento faceva quello de' Turchi.

Indarno si sperò che per mancanza di foraggi si ritirasse quella

gran moltitudine di cavalli; e intanto le dissenterie cominciarono a

far guerra alle milizie cristiane, talmente che ogni dì le centinaia

si portavano al sepolcro. Di ottanta mila guerrieri alemanni, che

dianzi era l'armata, si vide essa ridotta a sessanta. Fu in questo

tempo che non solo i saccenti in lontananza, ma non poca parte degli

uffiziali dell'oste cesarea, non sapendo intendere i segreti pensieri

del principe Eugenio, o ne condannarono in lor cuore la condotta, o ne

predissero sinistre conseguenze. Miravano essi l'imperiale esercito

in quella inazione, posto fra due fuochi, cioè fra un'armata nemica

in campagna tanto superiore di forze dall'un lato, e dall'altro

una piazza che teneva impegnato un gran corpo di truppe cristiane

nell'assedio. Maniera di vincere Belgrado non appariva; intanto ogni di

più veniva scemando l'esercito cesareo; grande il numero de' malati;

troppo pericoloso il tentare una battaglia contro di oste sì poderosa

e ben trincierata, e con avere alle spalle l'esorbitante guernigion

di Belgrado, che potea mettere in forse ogni tentativo dall'altra

parte. Non erano occulti al generoso principe questi divisamenti, e le

doglianze sotto voce di chi invidiava la sua gloria, o odiava la sua

autorità. Lasciava egli dire, e come gran capitano sapeva le ragioni

di così operare. Spacciavano i Turchi per debolezza il sì lungo ozio

dell'armata cesarea, e si seppe che già meditavano essi di venirla

ad assalire nel suo accampamento, quando all'improvviso si trovò ella

assalita e sorpresa fra i suoi forti trincieramenti.

Il dì 16 di agosto fu destinato dal principe Eugenio, e secondato

da' favori del cielo, per fiaccare le corna all'orgoglio ottomano.

Nel cristiano esercito militavano il principe elettoral di Baviera

_Carlo Alberto_, già ritornato dall'Italia, il principe _Ferdinando_

suo fratello, il principe _Emmanuello di Portogallo_, il _conte di

Charolois_, il _principe di Dombes_ Franzesi, ed altri principi di

Sassonia, di Anhalt, di Holstein e di Wirtemberg. La mattina per

tempo furono in ordinanza tutte le schiere, e si mossero alla volta

del campo infedele. L'essere insorta una folta nebbia, per cui non

veduti pervennero i cristiani fin presso alle nemiche trincee, fu

non ingiustamente attribuito alla protezion del cielo. Attaccossi il

terribil conflitto; per cagion dell'oscurità nè gli uni nè gli altri

intendevano bene ciò che fosse vantaggioso o dannoso; quando tornò il

sereno, e s'avvidero i cesarei che i Turchi usciti da' trincieramenti

aveano tagliata la comunicazione fra le due ale della loro armata;

allora con grande empito si scagliarono i valorosi cristiani contro

di loro; rovesciarono fanti e cavalli; s'impadronirono delle loro

batterie. Ve ne restava una di diciotto pezzi sostenuta da venti mila

giannizzeri e da dieci mila spahì. Tutto cedette alla bravura de'

cesarei; i Turchi non pensarono da lì innanzi che a menar le gambe.

Usciti del campo si tornarono a raggruppare; ma, vedendo disperato il

caso, ripigliarono la fuga. Aveva ordinato il saggio cesareo generale

sotto rigorose pene che niuno attendesse a bottinare, promettendo la

conservazion di tutto ai soldati, da che fosse terminata con sicurezza

l'impresa. Mantenne la parola; e per schivare il disordine, ordinò

che si facesse partitamente il sacco. Vi si trovò il ben di Dio. Spese

incredibili avea fatto il sultano per provveder quella grande armata.

A Cesare restarono cento e trenta cannoni, trenta mortari, tre mila

bombe, con altra gran copia di attrezzi, di munizioni, di stendardi.

Non si seppe, o non curò alcuno di sapere, quanta fosse la perdita de'

nemici. Probabilmente fu molta. Chi scrisse uccisi più di venticinque

mila Turchi e fatta gran copia di prigioni, prestò troppa fede alla

fama, solita ad ingrandire le cose. Solamente sappiamo essere restati

sul campo circa due mila cesarei, e che ascese a più di tre mila il

numero de' feriti. Con questa insigne vittoria spirò entro la città di

Belgrado ogni speranza di soccorso; e però nel dì seguente 17 di agosto

la guernigion turchesca e gli abitanti dimandarono capitolazione. Niuna

difficoltà si trovò ad accordar loro quanto richiesero di onore e di

comodo; e conseguentemente nel dì 22 ne uscirono venticinque e più mila

armati, o capaci di portar le armi, colle lor famiglie e sostanze.

Trovaronsi nella città e castello cento settantacinque cannoni di

bronzo, venticinque di ferro, cinquanta mortari; sopra le fregate

e saiche cento e due cannoni di bronzo, e ottantaquattro di ferro,

oltre ad altri restati nell'isola, senza parlare di altre munizioni da

guerra. Non tardarono i Turchi ad abbandonare Semendria, Ram, Sabatz

ed Orsova, lasciando ancora in que' luoghi non poca artiglieria. Non

mancarono censori, perchè non mancavano invidiosi ed emuli, al glorioso

principe Eugenio, a cagion della battaglia suddetta, quasichè egli

avesse esposto ad evidente pericolo di perdersi tutto il nerbo delle

forze cesaree. Avrebbero detto lo stesso di Alessandro Magno, che con

meno di gente fece tante prodezze. Nè pure il principe di Savoia avea

bisogno d'imparar da costoro il mestier della guerra.

Tanta felicità dell'armi cesaree in Ungheria incredibil consolazione

recò a chiunque ha interesse nella depressione del comune nemico. Ma

questa venne stranamente turbata da un emergente, per cui gran romore

fu per tutta l'Europa. All'abbate _Giulio Alberoni_ piacentino era

tenuta la regina Cattolica _Elisabetta Farnese_ per la sua assunzione a

quel talamo e trono: sì destramente e fortunatamente seppe maneggiarsi

alla corte di Madrid. Compensava questo personaggio la bassezza

de' suoi natali coll'elevazion della mente, piena di grandi idee,

intraprendente, costante nell'esecuzion de' suoi disegni. L'energia del

suo spirito, e più la parzialità della regina lo aveano perciò portato

alla confidenza e al principal maneggio del real gabinetto. A colmarlo

d'onore gli mancava la sola porpora cardinalizia, e per ottenerla

indusse il re Cattolico a rimettere in pristino tutti i diritti della

pontificia dateria, e il commercio fra la santa Sede e la Spagna,

interrotto da molti anni. Fece inoltre sperare al pontefice _Clemente

XI_ un magnifico stuolo di navi spagnuole in soccorso de' Veneti

contra del Turco. In ricompensa di queste belle azioni il santo padre

promosse alla sacra porpora l'Alberoni, benchè nel sacro concistoro

declamasse forte contra di lui il cardinale _Francesco del Giudice_,

troppo disgustato, perchè cacciato per opera di lui dalle Spagne. Sul

principio di quest'anno vennero avvisi che il re Cattolico _Filippo

V_ facea grande armamento, con accrescere le sue forze di terra e di

mare. A qual fine non si sapea. Si fece credere a Roma essere le mire

di quel monarca contra de' Mori, per ricuperare Orano, e far altri

progressi in Africa: con che quella corte ottenne le decime del clero

per tutti i suoi regni. Insospettito nulladimeno il papa di questa

novità, ne fece doglianze; ma assicurato da _Francesco Farnese_ duca

di Parma, e da' cardinali _Acquaviva_ ed _Alberoni_, che niuna novità

si farebbe contra di Cesare, si quetò. Ma che? quando pure s'aspettava

di giorno in giorno dal pontefice, che comparisse la flotta spagnuola

nei mari d'Italia per passare in Levante, essa nell'agosto voltò le

prore alla Sardegna, e si appigliò all'assedio di Cagliari, capitale

di quella isola. Trovaronsi quivi deboli i presidii cesarei, perchè,

affidati i ministri alla parola del papa, niun timore concepivano per

quella parte; però, fattasi poca difesa da quella città, tutto il resto

dell'isola si vide inalberar le insegne del re Filippo.

Qui fu che si scatenarono le lingue di tutti gli zelanti del bene

della cristianità, gridando essere questo un enorme attentato della

corte cattolica contro le promesse fatte al romano pontefice, che

s'era renduto mallevadore di ogni sicurezza per gli Stati austriaci.

E perciocchè esso re Cattolico prese motivo di rompere la guerra

dall'essere stato nei precedenti mesi in Milano fatto prigione

monsignor _Giuseppe Molines_, dichiarato supremo inquisitor di Spagna,

che alla buona, e senza aver cercato alcun passaporto da Roma, era

passato colà, creduto da' ministri cesarei per cervello imbrogliatore;

gridavano i politici essere questo un mendicato pretesto, perchè

tanto prima avea con sì grande armamento la corte di Madrid fatto

conoscere il suo disegno di prevalersi contro l'augusto monarca della

opportunità, mentre l'armi di lui si trovarono impegnate contra del

Turco, nè potere il privato interesse del Molines giustificare la

pubblica rottura, e che si avea a fare ricorso al papa, per rimediare

a quella privata controversia. I più finalmente prorompevano in

indignazioni contra di un re Cattolico, quasichè egli, dimentico della

sua innata pietà, sembrasse essere divenuto collegato col Turco e

fosse dietro a frastornare la prosperità dell'armi cristiane contra del

comune nemico. Andavano poi a finir tutte le esclamazioni addosso al

_cardinale Alberoni_, primo ministro, siccome creduto autore di questo

tradimento fatto alla cristianità e al sommo pontefice. Ma intanto la

Sardegna andò, e la corte di Spagna più che mai s'invogliò di maggiori

progressi. Nel marzo dell'anno presente arrivò a Modena, sotto nome di

cavalier di San Giorgio, il cattolico re inglese _Giacomo III_ Stuardo,

essendogli convenuto ritirarsi fuori del regno di Francia. Dopo avere

ricevuto le maggiori dimostrazioni di stima e di affetto dal _duca

Rinaldo d'Este_ suo zio materno, passò a ricoverarsi negli Stati della

santa Sede, e per albergo suo gli fu assegnata dal sommo pontefice la

città d'Urbino.

Anno di CRISTO MDCCXVIII. Indizione XI.

CLEMENTE XI papa 19.

CARLO VI imperadore 8.

Per le inaspettate novità fatte dal re Cattolico coll'acquisto del

regno di Sardegna, s'era vivamente alterata la corte di Vienna contra

del sommo pontefice, dalla cui parola confortato avea l'Augusto _Carlo

VI_ impugnate l'armi a difesa della cristianità. Anzi traspirava nei

ministri cesarei qualche sospetto, che lo stesso pontefice camminasse

d'accordo con gli Spagnuoli, sì per le decime loro concedute, come

anche per essere nell'anno 1716 venuto improvvisamente da Madrid a Roma

_monsignore Aldrovandi_ Bolognese, nunzio apostolico, quasichè fosse

stato spedito per concertare quanto dipoi era avvenuto in pregiudizio

dell'imperadore. Aggiugnevano, non essere probabile che esso nunzio

ignorasse i disegni di quella corte: e perchè non avvisarne il

gabinetto pontifizio? All'onoratezza del santo padre fu ben sensibile

ed insieme ingiurioso un sì fatto sospetto. Ora non tardarono a

comparire i segni dello sdegno di Cesare contro la sacra corte di Roma.

Al _nunzio apostolico_ di Vienna fu vietato l'accesso alla corte, e il

trattar di negozii con quei ministri. A _monsignor Vicentini_, altro

nunzio in Napoli, dal vicerè fu intimato l'uscire di quella metropoli

e del regno nel termine di ventiquattro ore; si precluse affatto ogni

esercizio di quella nunziatura; e quel che maggiormente allarmò e

riempiè di lamenti Roma, fu, che vennero sequestrate le rendite di

tutti i benefizii che varii cardinali e molti prelati non nazionali,

ed abitanti in Roma, godevano nel regno di Napoli. Nè in questa sola

tempesta si trovava il buon pontefice _Clemente XI_. Anche in Francia

nei tempi presenti una brutta piega aveano preso gli affari della

costituzione _Unigenitus_. Fioccavano da ogni parte le appellazioni ai

futuro concilio, e tutto era permesso a chi non voleva sottomettersi

ai decreti della santa Sede. Oltre a ciò, perchè nel precedente anno

_milord Peterborough_ coll'andare girando per gli Stati della Chiesa,

avea fatto sorgere sospetti di macchinar qualche violenza contra del

cattolico re britannico _Giacomo III Stuardo_, soggiornante in Urbino,

e fu perciò dal _cardinale Origo_ legato di Bologna mandato prigione in

forte Urbano, benchè fosse fra poco liberato, pure la nazione inglese

suscitò per tale affronto di gravi querele contra del santo padre.

Minacciavano essi, se non si dava loro un'adeguata soddisfazione, e

di bombardare Cività Vecchia, e d'inferire altri danni al litorale

ecclesiastico e alla stessa Roma. Anche dalla parte della Spagna

si mosse un'altra burrasca. Avea l'adirato Augusto fatta istanza al

pontefice che si richiamasse di Spagna il _cardinale Alberoni_ a render

conto dei pretesi perniciosi consigli dati al re Cattolico _Filippo V_,

e dell'inganno fatto alla santa Sede nell'anno addietro. Tali forze

non aveva il pontefice per tirar di colà l'Alberoni; e se le avea,

non gli parve spediente di adoperarle nelle presenti congiunture.

Fece nondimeno comparire il suo sdegno contra di lui. Conosceva esso

porporato di avere il vento in poppa, e volea prevalersene. Già avea

conseguito il vescovato di Malega. Poco era questo al suo merito; si

fece nominare dal re Cattolico al ricco arcivescovato di Siviglia;

ma il santo padre stette saldo in negargliene le bolle. Se ne offese

quel monarca; vietò anch'egli ogni commercio colla sua corte al

_nunzio apostolico Aldrovandi_, il quale senza licenza del papa si

ritirò in Italia alla patria sua. Richiamò per mezzo del _cardinale

Acquaviva_ tutti gli Spagnuoli dimoranti in Roma; proibì ai suoi

sudditi il cercare alcun benefizio o pensione dalla Sede apostolica

con esorbitante danno della dateria. Non ci volea meno di _Clemente

XI_, cioè di un piloto di grande animo, e di non minor saviezza, per

navigare in mezzo a tanti scogli e a sì contrarii venti. Ma egli

confidato in Dio non punto si atterriva, e seguitava con vigore

continuo ad applicarsi agli affari con isperar giorni migliori.

Fin l'anno addietro tal costernazione era entrata nel turchesco divano

per la perdita di Belgrado, e per l'apprensione delle vittoriose armi

cesaree, che cominciò il _sultano Acmet_ a muovere parola di pace con

sua maestà cesarea. Il ministro del re _britannico Giorgio_ alla Porta

fu incaricato di trattarne. Vi prestò orecchio l'_imperador Carlo_;

ma suo malgrado, perchè gli stava sul cuore la rottura della guerra

dalla parte degli Spagnuoli, nè si potea credere che alla loro avidità

e fortuna fosse sufficiente preda la Sardegna. Si osservò nondimeno

sul fine dell'anno presente scemato di molto l'ardore dei Turchi per

la progettata pace, o vogliam dire tregua; e non per altro se non per

gli avvisi colà giunti di avere il re Cattolico dato all'armi contro

dell'augusto monarca. Contuttociò da che seppe il sultano il magnifico

preparamento di forze guerriere fatto in quest'anno ancora non meno

da Cesare che dalla Veneta repubblica, per continuare più che mai la

guerra, ripigliarono con calore i negoziati della pace colla mediazione

dei ministri d'Inghilterra e d'Olanda. Per luogo del congresso fu

scelto Passarovitz nella Servia, dove si raunarono i plenipotenziarii

dell'imperadore, della suddetta repubblica e della Porta. Al compimento

di questo negoziato non si potè giungere se non nel dì 27 di giugno,

nel qual giorno furono sottoscritti gli articoli della concordia

di Cesare e dei Veneziani colla Porta Ottomana, consistenti in una

tregua di ventiquattro anni. Restò l'imperadore in possesso di tutte

le conquiste fin qui da lui fatte, cioè della Servia con Belgrado, di

Temisvar, di una particella della Valacchia, con altri vantaggi, che

a me non occorre di rammentare. Ai Veneziani restarono Butintrò, la

Prevesa, Vonizza, Imoschi, le isole di Cerigo, con altri vantaggi, ma

non compensanti in menoma parte la perdita del bel regno della Morea.

Fino ai nostri giorni dura l'indignazione dei cristiani zelanti contra

di chi obbligò l'Augusto _Carlo VI _e la _repubblica veneta_ alla pace

o tregua suddetta. Da gran tempo non s'era veduta più bella apparenza

di dare una forte scossa all'imperio ottomano. Avea Cesare in piedi

una fioritissima armata con un generale incomparabile, colle milizie

tutte incoraggite per le precedenti vittorie; laddove i Turchi erano

spaventati, avviliti e sull'orlo di maggior precipizio.

Fama corse che il _principe Eugenio_ avesse meditato, non già

d'inviarsi alla volta di Costantinopoli, ma d'inoltrarsi per quella

strada, e poi rivolgersi verso Tessalonica, o sia Salonichi, per darsi

mano coi Veneziani, e tagliar fuori un buon pezzo del paese turchesco.

Se ciò è vero, e se questo fosse riuscito, si può disputarne; ma

bensì è fuor di dubbio che dalla mossa dell'armi spagnuole provenne la

necessità di pacificarsi colla Porta, mentre era minacciato d'invasione

tutto il dominio austriaco in Italia. Perchè fu differita per molte

settimane la pubblicazion della pace suddetta, il generale de'

Veneziani _Schulemburg_ si portò all'assedio di Dolcigno, nido infame

di corsari. Nel dì 24 di luglio convenne desistere dalle ostilità,

perchè giunse l'avviso della pace. Ma nel volersi ritirare, i Veneti

furono inseguiti dai Dulcignotti, e bisognò menar ben le mani. Crebbe

in questi tempi la mormorazione contra del _cardinal Alberoni_, perchè

furono pubblicate alcune lettere, che si dissero intercette, scritte al

principe Ragozzi, ribello e nemico di Cesare, affinchè fosse mezzano

a stabilire una lega fra il re Cattolico e il sultano Acmet, di modo

che dalla parte ancora de' Turchi si facesse guerra all'imperador de'

Romani. Chiunque riputava esso porporato di forte stomaco, e portato ad

ogni maggior risoluzione che potesse influire all'ingrandimento della

corona di Spagna, non ebbe difficoltà a tener per certo quel progetto

di alleanza. Ma ad altri parve esso troppo inverisimile, perchè

contrario al pregio della pietà che risplendeva nel cattolico monarca

_Filippo V_, e all'uso lodevole dei gloriosi suoi antecessori, i quali

mai non hanno voluto tregua, non che lega, con un nemico del nome

cristiano.

Intanto proseguiva la corte di Spagna il suo grandioso armamento,

e in Sardegna si facea massa delle genti, artiglierie, munizioni e

navi. Verso qual parte avesse a piombare la preparata tempesta, niun

lo poteva prevedere di certo. Chi credea per li porti della Toscana

posseduti da Cesare, chi per Napoli, e chi per lo Stato di Milano.

Spezialmente si dubitò dell'ultimo, perchè il _re Vittorio Amedeo_

avea fatto venir di Sicilia un grosso convoglio di munizioni e truppe;

campeggiava anche con molta gente ai confini del Milanese; e non era

occulto che passava fra lui e il re Cattolico non lieve intrinsichezza;

s'era anche combinato fra loro un trattato di lega. Ma niun si trovò

più deluso dello stesso re di Sicilia, perchè all'improvviso s'intese

che l'armata navale spagnuola, alzate le ancore, dalla Sardegna era

passata alla Sicilia stessa per insignorirsene. Risvegliossi allora un

gran bisbiglio, gridando i poco parziali della Spagna, vedersi oramai

quanto possa in cuore di alcuni potenti del secolo la smoderata voglia

del conquistare. Non essere gran tempo che con solenne pace e solenni

giuramenti avea la corte di Spagna ceduta la Sicilia al re Vittorio;

nulla avere mancato questo real sovrano ai patti; e pure senza scrupolo

alcuno, e dopo le maggiori dimostrazioni di amicizia, essere procedute

l'armi spagnuole a spogliarlo di quel regno. Se così si opera (andavano

essi dicendo), dove è più la pubblica fede, e chi ha più da credere ai

regnanti? Fece anche questa novità sempre più sparlare del porporato

primo ministro di Spagna, a cui si attribuivano tutti gl'impegni di

quella corte. Tuttavia non mancò essa corte di pubblicare un manifesto,

con cui studiò di dare qualche colore alla presa risoluzione sua, ma

intorno a cui non appartiene a me di proferir giudizio. Ora nel dì

ultimo di giugno pervenuta l'armata spagnuola in faccia di Palermo,

giacchè non v'era luogo alla difesa di quella fedelissima città,

i magistrati ne portarono le chiavi al generale spagnuolo, e con

incessanti acclamazioni di gioia fu quivi proclamato il re _Filippo V_.

Erasi quivi ritirato il conte _Annibale Maffei_ Mirandolese, vicerè di

quel regno, con lasciar presidio nel castello, che fra pochi dì venne

in poter degli Spagnuoli. Rinforzò esso conte colle milizie ricavate da

Palermo, Cattania ed Agosta i presidii di Siracusa, Messina, Trapani e

Melazzo, e fece ricoverare in Malta le galee del suo padrone. Essendo

ritornata in Sardegna la flotta spagnuola per imbarcare il resto

delle milizie, con esse sbarcò dipoi in Sicilia il _marchese di Leede_

Fiammingo, generale di terra del re Cattolico, che poi fece maraviglie

di condotta e valore in quell'impresa. Intanto Cattania col castello fu

presa, e bloccata la città di Messina, dove, dopo essere entrate l'armi

spagnuole, cominciarono le ostilità contra di quei castelli. Fu anche

messo il blocco a Melazzo e a Trapani. In somma pareano disposte tutte

le cose, per vedere in breve tornata tutta la Sicilia sotto la signoria

del re Cattolico; e sarebbe succeduto, se non fossero entrati in iscena

altri potenti a rompere le misure della Spagna.

Non dormiva l'imperador _Carlo VI_, e molto meno i suoi ministri di

Napoli e Milano, i quali dacchè cominciò a scoprirsi il mal animo degli

Spagnuoli, non aveano cessato di far gente e di preparar munizioni per

ben accogliere chi si fosse presentato nemico. S'erano anche mosse

le potenze marittime come garanti della cessione della Sicilia, ed

obbligate a sostener anche l'imperadore negli acquisti suoi. A nome

del re britannico _Giorgio I_ fece lo Stenop suo ministro a Madrid

varie doglianze e proteste, con rappresentare sopra tutto l'obbligo

e la determinazione dell'Inghilterra di difendere i suoi collegati;

al qual fine si preparava una poderosa squadra di vascelli. Più

alto, all'incontro, parlò il _cardinale Alberoni_, e diede assai a

conoscere che poca impressione in lui faceano somiglianti bravate.

Servirono poscia le altrui minaccie a far maggiormente affrettare la

spedizione contro la Sicilia, colla speranza di vederla conquistata

tutta prima che comparissero in quelle parti le vele inglesi. Intanto

il re _Vittorio Amedeo_ si rivolse tutto all'imperadore e alle suddette

potenze marittime. Trattossi in Londra della maniera di mettere fine

a queste turbolenze; e perciocchè si conobbe non aver forza esso

re Vittorio per la difesa della Sicilia, nè l'imperadore si sentiva

voglia, per far piacere a lui, di sposar questo impegno; e massimamente

perchè egli s'era avuto a male che quell'isola, tanto necessaria alla

conservazion del regno di Napoli, fosse a lui tolta, e data a chi

non vi avea sopra ragione alcuna, nel dì 2 d'agosto fu formato in

Londra il piano d'una pace da proporsi al re Cattolico, la quale se

non fosse accettata, tutte quelle potenze s'impegnavano di adoperare

l'esorcismo della forza per farla accettare. In questa risoluzione

concorse ancora il Cristianissimo _re Luigi XV_, o, per dir meglio,

_Filippo duca d'Orleans_ reggente di Francia; giacchè la corte di

Madrid avea già cominciato a sfoderar pretensioni contro la tutela del

piccolo re, e a dichiarare inefficaci e nulle le rinunzie fatte dal

re Filippo ai proprii diritti sulla corona di Francia: cose tutte che

alterarono forte esso duca reggente, e gli altri principi del sangue

reale. Portavano le risoluzioni della proposta concordia, fra l'altre

cose, che la Sicilia si avesse da cedere a sua maestà cesarea, e che,

in ricompensa di tal cessione, si dovesse cedere il regno di Sardegna

al re Vittorio Amedeo: cambio sommamente svantaggioso, a cui quel real

sovrano per un pezzo non seppe accomodarsi, ma che in fine, consigliato

dalla prudenza, la quale si ha da conformare alle condizioni dei tempi,

per non potere di meno, egli approvò. Trattossi quivi parimente della

eventual successione dei ducati di Parma e Piacenza, in mancanza di

eredi legittimi, per un figlio della regina di Spagna _Elisabetta

Farnese_.

Intanto sul principio d'agosto cominciò a comparire nei mari di

Napoli la forte squadra inglese, condotta dall'_ammiraglio Bing_,

che, servendo di scorta a molti legni da trasporto carichi di

milizie alemanne, fece poi vela alla volta di Messina. Cercò bene

l'_ammiraglio Castagnedo_ Spagnuolo d'entrar colle sue navi nel porto

d'essa Messina; ma il gran fuoco fatto dal forte di San Salvatore e

della cittadella non glielo permise, e furono obbligati i suoi legni

a ritirarsi con grave danno. Giunta dipoi la flotta inglese nel molo

di Messina, felicemente sbarcò le truppe, ed allora quelle fortezze,

battute dal marchese di Leede, inalberarono lo stendardo imperiale.

Circa altri dieci mila soldati cesarei marciarono da Napoli verso

Reggio di Calabria, per passare in Sicilia. Andò poscia il Bing in

traccia della nemica armata navale, consistente in ventisei navi

da guerra, sette galee e molti legni da carico, per significare

all'ammiraglio le commissioni della sua corte. La trovò schierata in

ordine di battaglia, nè tardò molto a udire il fischio delle palle dei

lor cannoni, essendo stati gli Spagnuoli i primi a sparare. Si venne

dunque nel dì 15 d'agosto a battaglia, ma battaglia di poco contrasto,

perchè gli Spagnuoli batterono tosto la ritirata. Diedero loro la

caccia gl'Inglesi, s'impadronirono di varii loro vascelli, altri ne

bruciarono, e fecero di molti prigioni: laonde la flotta spagnuola

rimase poco men che disfatta. L'ammiraglio Castagnedo si ritirò a

Cattania a farsi curare le ferite ricevute. Ma queste disgrazie in

mare nulla intiepidirono le azioni del generale spagnuolo _marchese

di Leede_. Ancorchè si fosse accresciuto di molto il presidio della

cittadella di Messina, pure gli convenne rendersi al valore degli

assedianti nel dì 29 di settembre, insieme col forte di San Salvatore:

con che restò tutta Messina in potere degli Spagnuoli, che passarono

dipoi all'assedio di Melazzo. Essendo poi sbarcato un grosso corpo

di Tedeschi in vicinanza di questa piazza, i generali _Caraffa_

e _Veterani_ nel dì 15 d'ottobre tentarono di farne sloggiare gli

Spagnuoli. Sulle prime favorevole fu loro la fortuna, ma non finì

la faccenda che rimasero sbaragliati. I fuggitivi si ritirarono in

Melazzo, che alzò allora la bandiera imperiale. Il nerbo maggiore degli

Alemanni passati in Sicilia si afforzò verso la Scaletta in vicinanza

di Messina. In tale stato restarono gli affari di quell'isola sino

all'anno vegnente.

Era già passato a miglior vita fin dall'anno 1701, nel dì 16 di

settembre, _Giacomo II Stuardo_ re della Gran Bretagna, che già vedemmo

spogliato del suo regno. Nell'anno presente a dì 7 di maggio giunse

ancora al fine de' suoi giorni la regina sua consorte _Maria Beatrice

Eleonora d'Este_ in San Germano nell'Aia, presso a Parigi, principessa

a cui aveano formata una più illustre corona le sue insigni virtù.

Al di lei figlio _Giacomo III_, dimorante in Italia sotto nome del

cavalier di San Giorgio, avea il pontefice _Clemente XI_ procurata in

moglie _Clementina Sobieschi_, figlia del _principe Giacomo_, nato da

_Giovanni III_ re di Polonia. Veniva questa principessa in Italia, ma

restò trattenuta in Inspruch per ordine dell'imperadore, a fine di

far conoscere a _Giorgio I_ re d'Inghilterra ch'egli non approvava

quel matrimonio. Si trovò col tempo il ripiego di lasciarla fuggire

travestita, con aver l'Augusto _Carlo VI_ serrati gli occhi; laonde in

Monte Frascone nell'anno seguente fu accoppiata col suddetto re Giacomo

dopo il suo ritorno dalla Spagna, di cui parleremo fra poco. Superbi

regali fece il santo padre ad amendue, e fatto lor preparare in Roma

un palazzo con ricchi arredi, ed assegnata loro un'annua pensione di

dodici mila scudi, colla lor presenza accrebber poscia il lustro di

Roma.

Anno di CRISTO MDCCXIX. Indizione XII.

CLEMENTE XI papa 20.

CARLO VI imperadore 9.

Videsi in quest'anno uno spettacolo forse non mai veduto, cioè le

principali potenze dell'Europa unite in guerra contro la Spagna; e

la Spagna sola senza sgomentarsi far fronte a tutti. Avea già il re

_Vittorio Amedeo_ nel dì 18 ottobre dell'anno precedente abbracciata

la lega di Cesare, Francia ed Inghilterra, consentendo al cambio

della oramai perduta Sicilia colla Sardegna, che pure stava in mano

del re Cattolico. Però questi potentati cominciarono maggiormente a

disporsi per condurre colla forza la corte di Madrid a quella pace,

che colle amichevoli esortazioni non si potea da essa ottenere. Aveano

essi fatto proporre al re _Filippo V_ le determinazioni prese dalla

quadruplice alleanza per restituire la quiete all'Europa, ma con poca

fortuna a cagion di certe condizioni contrarie ai desiderii e alle

speranze del gabinetto spagnuolo. Ora quasi nel medesimo tempo tanto

il re britannico _Giorgio I_, quanto il Cristianissimo _Luigi XV_, o

sia sotto nome di lui il reggente _duca d'Orleans_, dichiararono la

guerra alla Spagna. Nel dì 9 di gennaio del presente anno fu pubblicata

in Parigi questa dichiarazione, e in Londra nel 28 del precedente

dicembre, il qual giorno all'inglese vien quasi a cadere in quello

della Francia. Sì gli uni che gli altri sovrani imputavano tutti questi

sconcerti al solo _cardinale Alberoni_ primo ministro della corte di

Madrid; e spezialmente di lui si dolse il ministero della corte di

Francia in un manifesto che fu nella stessa occasion divulgato. Ma

se queste potenze vollero per cagione di questo porporato far guerra

alla Spagna, anche il porporato la facea loro nel medesimo tempo, e

nel cuore dei loro regni. Manipolò sollevazioni in Iscozia che presero

fuoco. Oltre al _duca d'Ormond_ esiliato dall'Inghilterra, che si era

ricoverato in Ispagna, chiamò colà anche il cavalier di San Giorgio, o

sia il _re Giacomo III_, il quale nel febbraio del presente anno colla

maggior possibile segretezza si partì da Roma, ed ebbe poi la fortuna

di arrivar sano e salvo a Madrid. Seguirono varie commozioni degli

Scozzesi; e se una crudel tempesta non dissipava una flotta mossa di

Spagna con genti ed armi, forse l'incendio in quelle parti si sarebbe

maggiormente aumentato. Fu cagione questa sciagura che pochi Spagnuoli

pervenissero a sostenere la rivoluzion della Scozia, e che in fine

perduta la speranza di questo colpo, ed affinchè esso cavalier di San

Giorgio non fosse di ostacolo alla pace, si congedò questo principe

dal re Cattolico, e tornossene ben regalato nell'autunno in Italia,

dove, siccome abbiamo detto di sopra, dopo avere sposata la principessa

_Clementina Sobieschi_, passò poi con essa ad abitare in Roma.

L'altra guerra che fece l'intrepido _cardinale Alberoni_ alla Francia,

fu quella di suscitar le pretensioni del re _Filippo V _intorno

alla reggenza di quel regno, durante la minorità del re _Luigi XV_,

sostenendola dovuta a sè come al più prossimo alla successione nel

regno di Francia. Le rinunzie dalla maestà sua fatte si dicevano

invalide e nulle; e non si taceva, che se fosse mancato il piccolo

re, intendeva il re Cattolico di far valere i suoi diritti sopra

la monarchia franzese. Andavano tali stoccate a ferire il cuore di

_Filippo d'Orleans_ duca reggente, e degli altri principi della real

casa, giacchè, secondo la pace di Utrecht, e in vigore de' patti e

delle rinunzie precedenti, la casa d'Orleans aveva acquistato ogni

diritto al regno con esclusione della linea di Spagna. E perciocchè

si venne a scoprire che il principe di Cellamare, ambasciatore del

re Cattolico in Parigi, fabbricava delle mine segrete per muovere

sedizioni e guerra civile in Francia, fu obbligato a sloggiare.

Pubblicossi ancora un biglietto dell'Alberoni, comprovante queste

occulte trame, facendo il duca reggente valer tutto per giustificare

l'intimazion della guerra contro la Spagna, e per far delle amare

querele contra di esso cardinale, trattato da nemico della quiete

dell'Europa, ed oppressore della monarchia di Spagna. Ora nell'aprile

del presente anno cominciò l'esercito franzese verso la Navarra le

ostilità contra degli Spagnuoli; e, dopo aver preso alcuni forti,

mise l'assedio a Fonterabbia, e vi concorsero a sostenerlo per mare

alquanti vascelli inglesi. Fu ben difesa quella piazza fino al dì 16 di

maggio, in cui quel presidio con capitolazione onorevole la consegnò ai

Franzesi. Passò di poi il maresciallo _duca di Bervich_ nel dì 29 del

mese di giugno ad assediare San Sebastiano. Per la gagliarda resistenza

degli Spagnuoli, solamente nel dì 2 di agosto entrarono l'armi franzesi

in quella città, essendosi ritirata la guarnigione nella cittadella,

che poi nel dì 17 con buoni patti si ritirò anche di là. Fu creduto

consiglio del _cardinale Alberoni_ l'aver fatto venire sino a Pamplona

il re Cattolico, per dar calore alle sue armi in quelle parti; ma egli

poscia ne' suoi manifesti più tosto derise questa andata di sua maestà

Cattolica; e in fatti, ad altro essa non servì che per far udire più

presto a quel monarca la nuova delle perdute sue piazze. Quel che è

certo, perchè si temeva che i Franzesi passassero fino alla stessa

Pamplona, quella real corte giudicò miglior partito il ritornarsene,

ed anche in fretta, a Madrid. Fecero poi essi Franzesi dalla parte

del Rossiglione un'invasione nella Catalogna colla presa di alquanti

luoghi. Così passava la guerra di Francia contro gli Spagnuoli; nel

qual tempo ancora si rappresentò in Parigi la strepitosa commedia del

Mississipì, di cui, e degl'imbrogli di _Giovanni Laws_ Scozzese autore

di quelle scene, il qual poi nel 1729 terminò in Venezia i suoi giorni,

a me non conviene di dirne altro. Quivi non finirono le percosse date

in quest'anno alla Spagna. Anche l'armata degl'Inglesi nel dì 10 di

ottobre arrivata al porto della città di Vigo, s'impadronì fra poco

della medesima, e poi della cittadella nel dì 24 di esso mese.

Più aspra guerra intanto si faceva in Sicilia. Proseguivan quivi gli

Spagnuoli il blocco di Melazzo, ed erano pure in quelle vicinanze

i Tedeschi, con patire grave incomodo sì l'una che l'altra parte.

Scarseggiava forte di vettovaglia quella piazza; ma verso il fine

di gennaio varie navi inglesi felicemente approdate a quel porto vi

recarono tanta copia di vettovaglie, che il presidio si rise da lì

innanzi de' nemici. Non cessavano il _conte Daun_, vicerè di Napoli, e

il generoso cavaliere _conte Coloredo_, ultimamente inviato al governo

di Milano per la morte accaduta del _principe di Levenstein_, di

ammassar gente e provvisioni per iscacciar dalla Sicilia gli Spagnuoli.

Circa cinquecento vele nel dì 23 di maggio si mossero da Baia, cariche

di dieci mila combattenti, di cannoni, mortari ed altri militari

attrezzi, e scortate da alcuni vascelli inglesi. Nel dì 28 del seguente

mese questo gran convoglio felicemente sbarcò in Sicilia presso Patti.

A tale avviso il generale spagnuolo _marchese di Leede_ frettolosamente

levò il campo da Melazzo, con lasciare in preda ai nemici alcuni

migliaia di sacchi di farina, ed altre provvisioni, e secento soldati

infermi, e si ritirò verso Francavilla. Impadronironsi frattanto i

cesarei dell'isola di Lipari. Era il _marchese di Leede_ maestro di

guerra, e gareggiava in lui la prudenza col valore; sapea risparmiare

il sangue, far con giudizio i postamenti, e alle occorrenze ben

assalire e meglio difendersi. Se non fossero a lui mancate le forze,

difficilmente gli avrebbono tolta di mano la Sicilia. All'incontro era

arrivato ai comando dell'armi cesaree in quell'isola il generale _conte

di Mercy_, personaggio pien di fuoco guerriero, allievo dell'invitto

_principe Eugenio_, ma non imitatore della sua prudenza. Uso suo fu di

mandare al macello per qualsivoglia sua idea le truppe, e di comperar

tutto a forza di sangue: il che col tempo gli tirò addosso l'odio di

tutto l'esercito. Nel dì 20 di giugno andò questo focoso generale ad

assalire l'oste nemica, guardata alla fronte dal fiume Roselino, e

riparata da un forte trincieramento. Furioso fu l'assalto, ma con sì

gran vigore lo sostennero i valorosi Spagnuoli, che il Mercy, dopo

avere sacrificato almen quattromila de' suoi, fu forzato a retrocedere,

con aver solamente tolto alcuni posti ai nemici. Restò egli stesso

ferito in quella calda azione. Cercarono le relazioni di dar qualche

buon colore a questo suo infelice sforzo, ma fu creduto che in Ispagna

ed altrove con ragione si cantasse il _Te Deum_, come per vera vittoria

riportata dal prode lor generale, benchè ancora dal canto suo non poca

gente vi perisse. Se anche gl'imperiali l'attribuivano a sè stessi,

niuno potè loro impedire un sì fatto gusto. Provossi in questa ed altre

occasioni che non pochi Siciliani bravamente sostenevano il partito

spagnuolo.

Ma quanto andavan calando le forze del re Cattolico in Sicilia,

altrettanto crescevano quelle degl'imperiali per li possenti rinforzi

o passati da Reggio o condotti da Napoli per mare colà. Con questa

superiorità di gente non fu difficile ai cesarei di passare sotto

Messina, avendo prevenuto con una marcia gli Spagnuoli, incamminati

anch'essi a quella volta. Da che ebbero preso castello Gonzaga, e

fu dagli Spagnuoli abbandonato il forte del Faro, la città stessa

nel dì 9 di agosto venne alla loro ubbidienza, essendosi ritirata la

guarnigione nella cittadella. Insoffribil contribuzione fu imposta

a quei cittadini, perchè molti di loro avevano impugnata la spada

in favor degli Spagnuoli. Non tardarono a rendersi i due castelli

di Matagriffone e del Castellaccio; con che restò renitente la sola

cittadella, contra di cui si diede principio alle ostilità. Cagion fu

la presa di Messina che i Siciliani, stati fin qui molto parziali alla

corona di Spagna, presero altro consiglio, e vennero a soggettarsi

all'imperadore; ed intanto il _marchese di Leede_, giacchè conobbe

di non poter dar soccorso all'assediata cittadella, si ritirò infin

verso Agosta. Così gagliarda difesa fece don Luca Spinola col presidio

spagnuolo nella cittadella di Messina, che solamente nel dì 18 di

ottobre giunse ad esporre bandiera bianca, e restò nel dì seguente

convenuto che gli Spagnuoli con tutti gli onori militari ne uscissero

liberi, e nello stesso tempo consegnassero anche il forte di San

Salvatore. Fu allora che il _duca di Monteleone_ Pignatelli, entrato

in Messina, prese per sua maestà cesarea il possesso della carica

di vicerè di Sicilia. Si renderono poscia agl'imperiali le città di

Marsala e di Mazzara con altri luoghi; e già comparivano segnali che

il marchese di Leede pensava ad evacuar la Sicilia, stante l'aver egli

spediti fuori di essa i suoi equipaggi. Aveva appena il _conte di

Gallas_ fatto il suo ingresso in Napoli, come vicerè di quel regno,

che la morte venne a trovarlo, ed ebbe fra poco per successore il

_cardinale di Scrotembach_. Fu in quest'anno che Vittorio Amedeo re

di Sardegna chiamò tutti i suoi vassalli a presentare i titoli dei

loro feudi, e seguirono poi gravi doglianze di molti che ne restarono

spogliati. Perchè tuttavia bollivano in Roma le controversie dei riti

cinesi, nè bastavano a chiarir cose cotanto lontane le scritture

discordi dei contendenti, venne il saggio pontefice _Clemente XI_

in determinazione di spedire colà un nuovo vicario apostolico e

visitatore, per prendere le più accertate informazioni in sì importante

materia. Fu scelto per sì faticoso impegno monsignor _Carlo Ambrosio

Mezzabarba_, nobile pavese, che colla compagnia di molti missionarii

e con superbi regali destinati all'imperador cinese si mise in viaggio

verso quelle tanto remote contrade. Fece anche il santo padre, nel dì

29 di novembre una promozione di dieci egregi personaggi alla sacra

porpora.

Finì il presente anno con una scena, che gran romore fece non

solamente in Ispagna, ma anche per tutta l'Europa. Primo ministro del

re Cattolico _Filippo V _era da qualche anno divenuto il cardinale

_Giulio Alberoni_, e per mano sua passavano tutti gli affari. Convien

fare questa giustizia all'abilità e singolare attività sua, che

il regno di Spagna s'era rimesso in un bel sistema mercè de' suoi

regolamenti, ed era giunto a ricuperar quelle forze e quello splendore

che sotto gli ultimi precedenti re parea ecclissato: tanto avea egli

accudito al buon maneggio delle regie finanze, a rimettere le forze

di terra e di mare, ad istituire la posta per le Indie Occidentali, a

fondare una scuola di gentiluomini per istruirli nella navigazione,

e in ogni affare della marina, e a levare i molti abusi che da gran

tempo tenevano snervata quella potente monarchia. Cose anche più

grandi meditava egli per accrescere la popolazion della Spagna, per

introdurre il traffico, le manifatture e la cultura delle terre in

quelle contrade, e per fare che i tesori delle Indie Occidentali e

le lane preziose di Spagna servissero ad arricchire in vece degli

stranieri i nazionali spagnuoli. Buon principio avea anche dato a tali

idee con profitto del regno. Tutte le mire sue in una parola tendevano

all'esaltazion di quella gran monarchia, e tutto si potea promettere

dalla sua costanza in ciò ch'egli intraprendeva. Ma questo personaggio

in più maniere si era tirata addosso la disavventura di essere mirato

di mal occhio dalle principali potenze dell'Europa sì pel già operato

contra dell'imperatore, della Francia, dell'Inghilterra e del re

di Sardegna, e sì pel sospetto che uomo gravido di sì alte idee non

pregiudicasse maggiormente ai loro interessi in avvenire. Si univano

perciò le premure di tutti questi collegati a detronizzare questo

poderoso e intraprendente ministro, nè altra via trovando, si rivolsero

a _Francesco Farnese_ duca di Parma, zio della _regina Elisabetta_.

Gli esibirono il governo di Milano ed altri vantaggi, se gli dava

l'animo di atterrare l'odiato cardinale. Trovossi che il duca era

anch'egli disgustato di lui, perchè non rispediva mai i suoi corrieri,

ed esigeva che gli affari suoi non arrivassero al re, se prima non

si presentavano a lui, e non ne riceveano la sua approvazione. Non

era similmente ignoto al duca, essere poco soddisfatta del porporato

la regina, per certe imperiose risposte a lei date da esso ministro.

Però animosamente incaricò il marchese Annibale Scotti suo ministro

in Madrid di rappresentare a dirittura al re Cattolico i gravissimi

danni ch'erano vicini a risultare ai suoi regni per cagione di questo

ministro, con dipingerlo per uomo impetuoso, violento e imprudente, che

avea imbarcata la maestà sua in troppo pericolosi impegni, e potea col

tempo far di peggio colla rovina del regno. Essere nelle congiunture

presenti necessaria la pace, e questa non si avrebbe mai, se non

si allontanava un ministro di consigli e pensieri sì turbolenti, e

capace di dar fuoco a tutte le parti del mondo (del che egli stesso si

vantava), senza riflettere alle cattive conseguenze delle troppo ardite

risoluzioni. Di queste e di altre ragioni imbevuto il conte Scotti,

animato ancora da' ministri di Francia e d'Inghilterra, rivelò alla

regina la sua incumbenza; ed essa, siccome principessa di gran senno,

gli ordinò di parlarne al re in ora tale, in cui anch'ella mostrerebbe

di sopraggiugnere, come persona nuova, al colloquio. Così fu fatto; il

ministro diede fuoco alla mina; sopravvenne la regina, che, potendo

molto nel cuore del re, accrebbe il fuoco in maniera, che il re si

diede per vinto, oramai persuaso avere gli smisurati disegni del

cardinal ministro, coll'inimicar tante potenze, esposti a troppo gravi

danni e pericoli non meno i suoi regni che il proprio onore.

Adunque nel dì 5 di dicembre di questo anno dal segretario di Stato don

Michele Duran fu presentato all'Alberoni un ordine scritto di pugno

dello stesso re, con cui gli proibiva d'ingerirsi più negli affari

del governo; e gli veniva ordinato di non presentarsi al palazzo, o in

alcun altro luogo dinanzi alle loro maestà, o ad alcun principe della

casa reale; e di uscire di Madrid fra otto giorni, e dagli Stati del

dominio di sua maestà nel termine di tre settimane. Si espresse anche

il re di essere venuto a tal determinazione spezialmente per levare

un ostacolo ai trattati della pace da cui dipendeva il pubblico bene.

Pertanto nel dì 11 del mese suddetto, ottenuti prima i passaporti dal

re e dagli ambasciadori di Francia e d'Inghilterra, si partì l'Alberoni

da Madrid alla volta dell'Italia, con disegno di passare a Genova. Di

rilevanti scritture e memorie portava egli seco; vi fece riflessione

alquanto tardi il gabinetto di Madrid; fu nondimeno a tempo per ispedir

gente, che della maggior parte il privò. Fu anche occupato in Madrid

molto oro, da lui lasciato a un suo confidente; ma non caddero già

in loro mano quelle grosse somme di danaro, ch'egli da uomo prudente

avea tanto prima inviate ne' banchi d'Italia, per valersene contro le

vicende e i balzi preveduti della fortuna in caso di disgrazia: somme

tali che servirono poscia a lui per vivere con tutto decoro il resto

di sua vita in queste contrade. Salvò ancora qualche carta che servì

alla sua giustificazione. Quanto si rallegrassero per la caduta di sì

abborrito ministro le potenze componenti la quadruplice alleanza, ed

anche molti grandi di Spagna, che prima relegati, furono tosto rimessi

in libertà, non si può abbastanza esprimere. Furono anche fatti per

questo fuochi di gioia in alcuni luoghi di Spagna. Ed allora fu che i

ministri di esse potenze e gli Olandesi mediatori rinforzarono le lor

batterie per indurre il re Cattolico alla pace. Di questa appunto si

trattò per tutto il seguente inverno.

Anno di CRISTO MDCCXX. Indizione XIII.

CLEMENTE XI papa 21.

CARLO VI imperadore 10.

Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 10 / 63 题