grosso delle sue milizie per isloggiare i Tedeschi da Revere. Non
l'aspettarono essi, e si ridussero di là da Po ad Ostiglia: con che
venne a restar separata la Mirandola dal campo loro. Allora fu che
il giovane _Francesco Pico_ duca di essa Mirandola, accompagnato dal
_principe Giovanni_ suo zio, e da _don Tommaso d'Aquino_ Napoletano,
suo padrigno, e principe di Castiglione, comparve a Modena, con
dichiararsi del partito delle due corone, e con pubblicare un manifesto
contra dei cesarei. Fu bloccata da lì innanzi quella città da'
Franzesi; fu anche, sul fine di luglio, regalata da una buona pioggia
di bombe, ma senza suo gran danno, e senza che se ne sgomentasse
punto il _conte di Koningsegg_ comandante in essa. Pensavano intanto
i troppo indeboliti Tedeschi, ridotti di là dal Po, a mantenere
almeno la comunicazione colla Germania; al qual fine fortificarono
Serravalle, Ponte Molino, e varii posti sotto Legnago negli Stati
della repubblica veneta. Di qua dal Po stavano i Franzesi, cannonando
incessantemente Ostiglia nell'opposta riva. Il gran priore passò
dipoi ad assediar Serravalle. Ma perciocchè non men le sue truppe di
qua dal fiume suddetto e i Tedeschi dall'altra parte si stendevano
sul Ferrarese, diede ciò motivo al sommo pontefice di farne gravi
querele per mezzo del _cardinale Astalli_ legato di Ferrara, intimando
agli uni e agli altri di sloggiare, e nello stesso tempo minacciando
di unir le sue truppe colla parte ubbidiente per iscacciarne la
disubbidiente. Sì questi che quelli si mostrarono pronti ad evacuare
il Ferrarese, e in fatti si ritirarono i Franzesi dalla Stellata,
e gli Alemanni consegnarono Figheruolo agli uffiziali del papa,
con promesse di ritirarsi sul Veneziano. Mentre si allestivano a
partire, nella notte precedente la natività di san Giovanni Batista,
avendo i Franzesi raunata gran copia di barche, o trovate in Po,
o fatte venir dal Panaro, alcune migliaia di essi, imbarcati alle
Quadrelle, quetamente passarono di là dal fiume, ed ottenuto il passo
dalle guardie pontificie, diedero addosso agli Alemanni, i quali, in
vigore dell'accordo fatto se ne stavano assai spensierati e quieti.
Alquanti ne furono uccisi, gli altri colla fuga scamparono; restò il
loro bagaglio in man de' Franzesi. Fu cagion questo colpo ch'eglino
poscia abbandonassero Ostiglia, Serravalle e Ponte Molino, e che il
picciolo loro esercito, valicato l'Adige, andasse a mettersi in salvo
sul Trentino. Proruppe la corte di Vienna in escandescenze per questo
fatto, con pretendere di aver pruove chiare che fosse seguito di
concerto coi ministri del papa, perchè nello stesso tempo era andato
il _conte Paolucci_ generale pontificio ad abboccarsi col gran priore,
e per altre ragioni che non importa riferire. Commosso dalle amare
doglianze di Cesare, il pontefice spedì a Ferrara monsignor _Lorenzo
Corsini_, che fu poi cardinale e papa, acciocchè ne formasse un
processo. Nulla risultò da questo che i pontifizii avessero consentito
o contribuito alla cacciata de' Tedeschi; ma non perciò si potè
levar di capo alla corte cesarea che il papa, assicurato oramai della
fortuna favorevole ai Gallispani, avesse data mano ad essi per cacciare
lungi da' suoi Stati quel molesto pugno di gente. Da che si trovarono
rinforzati gli Alemanni da alquante milizie calate dal Tirolo, dopo
la metà di settembre calarono di nuovo nel Bresciano, fortificandosi
a Gavardo e Salò sul lago di Garda, e in altri luoghi. Poche son
le nazioni e i principi che nelle prosperità sappiano conservar la
moderazione. Cadde allora in pensiero ai Franzesi di parlar alto, e di
obbligar la repubblica veneta ad impedire la calata e la dimora delle
soldatesche alemanne ne' suoi stati. E perciocchè la saviezza veneta,
risoluta di conservare la già presa neutralità, rispose con non minore
coraggio, e vieppiù rinforzò i presidii delle sue piazze, allora il
gran priore per forza entrò in Montechiaro, Calcinato, Carpanedolo,
Desenzano, Sermione ed altri luoghi, e non si guardò di far altre
insolenze e danni a quelle venete contrade, finchè arrivò il verno che
mise freno alle operazioni militari.
Quanto al Piemonte, avea bene il duca _Vittorio Amedeo_, con varie leve
fatte nei suoi Stati e negli Svizzeri, accresciuto di molto l'esercito
suo, ma per la gran copia di Franzesi, venuta per mare al _duca di
Vandomo_, si trovò sempre di troppo inferiore alle forze nemiche.
Sul principio di maggio contò esso Vandomo circa trentasei mila
combattenti nell'oste sua, e però, con isprezzo degli alleati postati
a Trino, passò in faccia di essi il Po, e gli obbligò a ritirarsi con
qualche loro perdita. Poi imprese l'assedio di Vercelli, città che,
quantunque presidiata da sei mila persone, non fece che una misera
difesa; ed ostinatosi il Vandomo a voler prigioniera di guerra quella
guernigione a fine di sempre più tagliar le penne al duca di Savoia,
trovò comandanti ed uffiziali che condiscesero a cedergli la piazza con
sì dura condizione. Ordine emanò ben tosto di spogliar quella città di
ogni fortificazione nel dì 21 di luglio. Calato intanto anche il _duca
della Fogliada_ dal Delfinato con dieci mila combattenti, dopo essersi
impossessato della città di Susa, mise l'assedio a quel castello;
espugnò la Brunetta e il forte di Catinat; e nel dì 12 di luglio
costrinse il presidio del suddetto castello di Susa a rendersi con
patti molto onorevoli. Obbligò dipoi colla forza i Barbetti abitanti
nelle quattro valli ad accettare la neutralità. Andò quindi ad unirsi
sotto la città d'Ivrea col Vandomo, il quale sedici giorni impiegò a
sottomettere quella città. Ritiratosi il comandante nella cittadella,
poscia, nel dì 29 di settembre, dovette cedere, con restar prigioniere
egli e tutti i suoi. Vi restava in quelle parti la città d'Aosta
renitente alla fortuna; ma nè pur essa potè esimersi dall'ubbidire ai
Franzesi insieme col forte di Bard: con che restò precluso al duca
di Savoia il passo per ricevere soccorsi dalla parte della Germania
e degli Svizzeri. E pure qui non finirono le imprese dell'infaticabil
_duca di Vandomo_. Si avvisò egli, al dispetto della contraria stagione
che si appressava, d'imprendere l'assedio di Verrua, fortezza non solo
pel sito, perchè posta sul Po sopra un dirupato sasso ma eziandio per
le fortificazioni aggiunte, creduta quasi inespugnabile; e tanto più
perchè il duca di Savoia unito al maresciallo di Staremberg colla sua
armata stava postato di là dal Po a Crescentino nella riva opposta
del fiume, e mercè di tre ponti manteneva la comunicazione con Verrua.
Oltre a ciò, davanti a Verrua si trovava il posto di Guerbignano ben
trincerato e difeso da cinque mila fra Tedeschi e Piemontesi. Non si
atterrì per tutte queste difficoltà il Vandomo, e alla metà di ottobre
andò a piantare il campo contro di Guerbignano. Intanto perchè sì
fattamente calarono le acque del Po, che si poteano guadare, finse, o
pure determinò egli di voler passare col meglio delle sue genti, ed
assalire il campo di Crescentino. Ne fu avvisato a tempo il duca di
Savoia, che perciò richiamò la maggior parte della gente posta alla
difesa di Guerbignano. Tra la partenza di queste truppe e il fuoco
di molte mine che fecero saltare i trincieramenti di quel posto,
il Vandomo se ne impadronì, e dipoi si diede agli approcci e alle
batterie contro Verrua, continuando pertinacemente l'assedio pel resto
dell'anno; assedio memorabile non men per le incredibili offese degli
uni, che per l'insigne difesa e bravura degli altri.
Era mancata di vita nell'anno precedente _Anna Isabella_ duchessa
di Mantova, moglie di _Ferdinando Carlo Gonzaga_ duca regnante:
principessa che per la somma sua pietà, carità e pazienza meritò
vivendo e morta gli encomii d'ognuno. Volle in quest'anno esso duca
portarsi alla corte di Parigi, dove non gli mancarono onori e carezze
quante ne volle. Ottenne anche il titolo di generalissimo delle
armate in Italia di sua maestà Cristianissima. O il suo desiderio
di lasciar dopo di sè qualche posterità legittima, giacchè di questa
era privo, o le premure dei suoi domestici, e fors'anche della corte
stessa di Francia, lo invaghirono di passare alle seconde nozze. Si
fermarono i suoi voti sopra _Susanna Enrichetta di Lorena_, figlia di
_Carlo duca di Elboeuf_, principessa dotata al pari di beltà che di
saviezza. Tornato poi in Italia, arrivò nel dì 28 d'ottobre al campo
del duca di Vandomo, ricevuto ivi con sommo onore qual generalissimo,
e applaudito dal rimbombo di tutte le artiglierie. Condotta la novella
sua sposa per mare da quattro galee di Francia, corse gran rischio,
perchè malamente salutata da più cannonate di due armatori inglesi
presso Genova. Si celebrò poscia il suo maritaggio in Toscana nel dì
8 di novembre coll'assistenza del principe e principessa di Vaudemont
suoi parenti. Ma il duca, che avea logorata la sua sanità nei passati
disordini, nè pur trasse prole da questa degna principessa. Ora
mentre l'Italia mirava in ben cattiva situazione l'armi cesaree e
savoiarde, con prevalere cotanto le franzesi, cominciò la fortuna a
mutar volto in Germania. Avea l'_elettor di Baviera_ slargate molto
l'ali, con essersi impadronito anche di Ratisbona, Augusta, Passavia
ed altri luoghi, e minacciava conquiste maggiori: quando con segreta
risoluzione fu spedito da _Anna regina d'Inghilterra_ il suo generale
_milord Marlboroug_ con isforzate marcie ad unir le sue forze colle
cesaree, comandate dal _principe Eugenio_ in Germania. Non mancò il re
Cristianissimo d'inviare anch'egli in aiuto del Bavaro il _maresciallo
di Tallard_ con ventidue mila combattenti. Occuparono i due prodi
generali anglocesarei la città di Donavert con un combattimento, in
cui grande fu il macello dei vinti, e forse non minore quello dei
vincitori.
Erano le due armate nemiche forti ciascuna di quasi sessanta mila
persone, e nel dì 13 d'agosto in vicinanza di Hogstedt vennero alle
mani. Da gran tempo non era seguita una sì terribil battaglia; dall'una
parte e dall'altra si combattè con estremo valore e furore; ma in
fine si dichiarò la vittoria in favore degl'imperiali ed Inglesi.
Secondo le relazioni tedesche d'allora, dieci mila Gallo-Bavari
vi perderono la vita, sei mila se ne andarono feriti, e dodici o
quattordici mila rimasero prigioni, la maggior parte colti separati
dall'armata e stretti dal Danubio, che furono forzati a posar le armi.
Fra essi prigionieri si contò il _maresciallo di Tallard_. Il _duca
di Baviera_ e il _maresciallo di Marsin_, colla gente che poterono
salvare, frettolosamente marciarono alla volta della Selva Nera e della
Francia. Anche l'esercito vittorioso lasciò sul campo circa cinque
mila estinti, e a più di sette mila ascese il numero de' feriti. Le
conseguenze di sì gran vittoria furono la liberazion d'Augusta, Ulma
ed altre città della Germania, e l'acquisto di nuovo di quella di
Landau in Alsazia. La Baviera, che dianzi facea tremar Vienna stessa,
venne in potere di Cesare con patti onorevoli per la _elettrice_, che
si ritirò poi a Venezia, essendo passato l'_elettore_ consorte al suo
governo di Fiandra. Al primo avviso di quella sanguinosa battaglia
portato in Italia, si adirarono forte i Franzesi, con chi riferiva
essersi rendute prigioniere tante migliaia de' lor nazionali senza fare
difesa. Si accertarono poi della verità con loro grande rammarico.
Ed ecco la prima amara lezione che riportò delle sue vaste idee il
re Cristianissimo _Luigi XIV_. Fu ancora gran guerra in Portogallo,
dove era giunto il re _Carlo III_ con rinforzi di milizie inglesi ed
olandesi. Andò in campagna lo stesso re _Filippo V_; riportò di molti
vantaggi sopra de' Portoghesi, e se ne tornò glorioso a Madrid; se
non che le sue allegrezze restarono amareggiate dall'avere gl'Inglesi
occupata la città di Gibilterra, posto di somma importanza nello
stretto, ma posto mal custodito dagli Spagnuoli in sì pericolosa
congiuntura. Tentarono essi di ricuperarlo con un vigoroso assedio, che
durò sino all'anno seguente, ma senza poterne snidare di colà i nemici,
che anche oggidì ne conservano il dominio. Seguì parimente una fiera
battaglia circa il fine d'agosto verso Malega fra le flotte franzese ed
anglolanda. Sì gli uni che gli altri solennizzarono dipoi col _Te Deum_
la vittoria, che ognun si attribuì, e niuno veramente riportò. Nel dì
23 di febbraio di quest'anno mancò di vita in Roma il _cardinale Enrico
Noris_ Veronese, ben degno che di lui si faccia menzione in queste
memorie. Militò egli nell'ordine dei frati agostiniani, fu pubblico
lettore in Pisa, e custode della biblioteca Vaticana; poi promosso alla
sacra porpora nel 1695; personaggio che pel sodo ingegno, raro giudizio
e profonda erudizione non ebbe pari in Italia ai tempi suoi, come ne
fanno e faran sempre fede le opere da lui date alla luce.
Anno di CRISTO MDCCV. Indizione XIII.
CLEMENTE XI papa 6.
GIUSEPPE imperadore 1.
Fu questo l'ultimo anno della vita di _Leopoldo Austriaco_ imperadore,
morto nel dì 5 di maggio: monarca, ne' cui elogii si stancarono
giustamente le penne di molti storici. La pietà, retaggio singolare
dell'augusta casa d'Austria, in lui principalmente si vide risplendere,
e del pari la clemenza, la affabilità e la liberalità massimamente
verso dei poveri. Mai non si vide in lui alterigia nelle prospere
cose, non mai abbattimento di spirito nelle avverse. Parea che nelle
disavventure non gli mancasse mai qualche miracolo in saccoccia per
risorgere. Lasciò un gran desiderio di sè, e insieme due figli, l'uno
_Giuseppe_, re da molti anni de' Romani, e _Carlo III_ appellato re
di Spagna, il primo di temperamento focoso, e l'altro di una mirabil
saviezza. A lui succedette il primo con assumere, secondo il rito, il
titolo d'imperador de' Romani, ed accudire al pari, anzi più del padre
defunto, al proseguimento della guerra contro la real casa di Francia.
Pubblicò nel luglio di quest'anno il pontefice _Clemente XI_ una nuova
bolla contra de' giansenisti. Ma sotto il novello imperadore _Giuseppe_
crebbero le amarezze della corte pontificia, di maniera che il _conte
di Lemberg_ ambasciatore cesareo in Roma se ne partì, passando in
Toscana, e fu licenziato da Vienna _monsignore Davia_ Bolognese nunzio
di sua santità. Gran tempo era che il magnanimo pontefice pensava ad
accrescere un nuovo ornamento alla città di Roma coll'erezione della
colonna Antoniana; perciò diede l'ordine che fosse disotterrata. Nel dì
25 di settembre fu questo bel monumento solamente cavato dal terreno
per opera del cavalier Fontana; e gran somma d'oro costò sì nobile
impresa.
In Piemonte continuò ancora gran tempo la forte piazza di Verrua a
sostenersi contro le incessanti offese del campo franzese. Nel dì 26
di dicembre dell'anno precedente un gran guasto fu dato alle trincee
degli assedianti da quel presidio, rinforzato segretamente dal duca
di Savoia da due mila persone, giacchè egli manteneva tuttavia la
comunicazion colla fortezza mediante il ponte di Crescentino: ma
senza comparazione più furono i periti nel campo d'essi Franzesi a
cagion dei gravi patimenti di un assedio ostinatamente sostenuto in
mezzo ai rigori del verno, ancorchè non ommettesse il duca di Vandomo
diligenza alcuna per animarli con profusion di danaro e di alimenti.
Intanto innumerabili furono gli sforzi delle artiglierie, bombe e
fuochi artifiziali contro l'ostinata piazza per li mesi di gennaio e
febbraio. Frequenti erano ancora le mine e i fornelli sì dell'una che
dall'altra parte. Ma perciocchè si conobbe troppo difficile il vincere
questa pugna, finchè il duca Vittorio Amedeo potesse dall'opposta riva
del Po andare rinfrescando quella fortezza di nuovi combattenti, viveri
e munizioni; nel primo dì di marzo il Vandomo improvvisamente spinse
un grosso distaccamento ad occupar l'isola e forte del Po, a cui si
atteneva il ponte nemico; e così tagliò ogni comunicazione con Verrua.
Ritirossi allora il _duca di Savoia_ col _maresciallo di Staremberg_ a
Civasso, lasciando Crescentino in poter de' Franzesi. Si trovò in breve
il valoroso comandante di Verrua obbligato a cedere; ma prima di farlo,
co' fornelli preparati mandò in aria i recinti e bastioni, e poi si
rendè nel dì 10 di marzo a discrezione, rimproverato poscia e insieme
lodato dal Vandorno per sì lunga e gloriosa difesa. Presero dopo tale
acquisto le affaticate milizie franzesi riposo fino al principio di
giugno, ed allora, uscendo in campagna, si mossero con disegno di
assediare Civasso; e di aprirsi con ciò il campo fino a Torino, già
meditando offese contra di quella capitale. Stava accampato in quelle
vicinanze il duca di Savoia con lo Staremberg, e di là diede molte
percosse alle truppe franzesi, ma senza poter impedire l'assedio di
Civasso. Si sostenne questa picciola piazza sino al 29 di luglio, in
cui esso duca alla sordina fece di notte evacuarla, per quanto potè,
di artiglierie e munizioni, e la lasciò in potere del _duca della
Fogliada_, comandante allora di quell'armata franzese, giacchè il _duca
di Vandomo_ avea dovuto accorrere al basso Po contro l'armata cesarea,
siccome diremo.
Di grandi ed incredibili preparamenti fece dipoi esso Fogliada,
passato sino alla Veneria, per mettere l'assedio a Torino; ma perchè
sopraggiunsero ordini dal re Cristianissimo di differire sì grande
impresa all'anno seguente, portò egli la guerra altrove. Avea questo
general franzese molto prima, cioè nel dì 10 di marzo, obbligata a
rendersi la picciola città di Villafranca sulle rive del Mediterraneo.
Lasciato poscia un blocco intorno a quella cittadella, che poi si
arrendè nel dì primo di aprile, andò ad aprir la trincea sotto la
città di Nizza. Se ne impadronirono i Franzesi, ma non vedendo maniera
di forzare quel castello, l'abbandonarono di poi con rovinare le
fortificazioni. Da che queste furono alquanto ristorate dal marchese
di Caraglio governatore, sul principio di novembre comparve colà di
nuovo con forze maggiori il _duca di Berwich_, ed entratovi nel dì 14
di esso mese, si accinse poi a far giocare le batterie contra di quel
castello, il quale non meno pel sito che per le fortificazioni atto era
a far buona resistenza. Aveano, per non so qual ordine male inteso, i
Franzesi ritirata la lor guarnigione da Asti verso la metà d'ottobre.
Vi accorse tosto il maresciallo di Staremberg, e piantò quivi il suo
quartiere. Tanto ardire non piacendo al duca della Fogliada, andò ad
accamparsi in quei contorni; con poca fortuna nondimeno, perchè usciti
gli Alemanni con tal bravura li percossero, che vi restò ucciso il
general franzese _conte d'Imercourt_ con alquante centinaia de' suoi;
laonde fu giudicato miglior consiglio il ritirarsi. Verso la metà
di dicembre la fortezza di Monmegliano in Savoia, vinta non dalla
forza ma da un ostinato blocco d'un anno e mezzo, si trovò in fine
obbligata a capitolare con condizioni onorevoli. Per ordine poi del
re Cristianissimo ne furono smantellate tutte le fortificazioni. Così
andavano moltiplicando le perdite e sciagure addosso al duca di Savoia,
il quale non avea cessato di tempestare la corte di Vienna e le potenze
marittime per ottenere gagliardi soccorsi.
Con occhio certamente di compatimento miravano gli alleati l'infelice
positura di questo sì fedele sovrano; e però fu presa la risoluzione
di rispedire in Italia con forze nuove il _principe Eugenio_, in
cui concorrendo un raro valore e saper militare, e di più la stretta
attinenza di sangue colla real casa di Savoia, si potea perciò da lui
promettere ogni maggiore studio per la causa comune. Ma non gli furono
consegnate forze tali, che potessero per conto alcuno competere colle
franzesi. Ne presentì la venuta il _duca di Vandomo_; e per assicurarsi
che egli non pensasse alla da tanto tempo bloccata Mirandola, ordinò
che il _signor di Lapurà_ tenente generale degli ingegneri alla metà
d'aprile passasse ad aprir la trincea sotto quella fortezza. Benchè
si trovasse fornito di tenue presidio il _conte di Koningsegg_ ivi
comandante cesareo, pur fece una bella difesa sino al dì 10 di maggio,
in cui si arrendè co' suoi prigioniere di guerra. Arrivò in questo
mentre in Italia il prode principe Eugenio; e da che ebbe raunato un
sufficiente corpo d'armata, costeggiando il lago di Garda, giunse a
Salò. Quivi fu egli indarno trattenuto dalla opposta nemica armata,
perchè seppe aprirsi il passo al piano della Lombardia, e far poi molti
prigioni dei nemici. A Cassano sul fiume Adda si trovarono poscia a
fronte le due nemiche armate nel dì 16 di agosto, e vennero a giornata
campale. Erano maestri di guerra i due generali, piene di valoroso
ardire le truppe di amendue, e però ciascuna delle parti menò ben le
mani, ma con lasciare indecisa la vittoria, avendo la notte posto fine
agli sdegni. Si studiò poi ciascuna delle parti, secondo il privilegio
dei guerrieri, di fare ascendere a più migliaia la mortalità de'
nemici, e tanto meno la propria, di modo che si intesero da lì a poco
intonati due contrarii _Te Deum_. Forse maggiore fu la perdita dei
Franzesi, ma certo compensata dell'avere i Tedeschi compianta la morte
di più loro generali, oltre a quella del _principe Giuseppe di Lorena_.
Perchè l'uno e l'altro esercito restò infievolito da sì copioso
salasso, pensò di poi più al riposo che ad ulteriori militari fatiche,
ed altra impresa non succedette pel resto dell'anno in quelle parti.
Anche nell'alto Reno, alla Mosella e al Brabante non mancarono azioni
militari e sanguinose, e fra queste specialmente rimbombò l'avere il
_milord Marlboroug_ forzate, nel dì 19 di luglio, le linee franzesi
del Brabante, con far prigioni circa mille e cinquecento Gallispani,
fra i quali due generali, e con prendere alquanti cannoni, bandiere,
stendardi e qualche parte del bagaglio. Lo strepito nondimeno maggiore
della guerra fu in Ispagna. Qualche picciolo acquisto fecero i
Portoghesi, assistiti dagli Anglolandi. Assediarono anche Badaios; ma
entrato colà un buon soccorso di Spagna, meglio si stimò di lasciare
in pace quella città. All'incontro la potentissima flotta combinata
degl'Inglesi ed Olandesi con gente da sbarco, e collo stesso re _Carlo
III_ in persona si presentò davanti Barcellona. Al nome austriaco in
gran copia concorsero colà i Catalani armati: dal che rinvigoriti gli
Anglolandi formarono, l'assedio di quella città, e ne furono direttori
il _principe di Darmstadt_ e il _milord Peterboroug_. Dopo essersi gli
assedianti impadroniti de' forti del Mongiovì, nella quale impresa quel
valoroso principe lasciò la vita, strinsero maggiormente la città, e
finalmente indussero, sul _principio d'ottobre, il_ vicerè Velasco a
capitolare, con accordargli tutti gli onori militari. Ma andò per terra
la capitolazione, perchè prima di effettuarla si mosse a sedizione il
popolo di Barcellona, e v'entrarono gli Austriaci, accolti con festosi
ed incessanti viva. L'acquisto della capitale fu in breve seguitato da
Lerida, Tarragona, Tortosa, Girona ed altri luoghi della Catalogna.
Tumultuarono parimente i popoli del regno di Valenza, e questa città
con Denia, Gandia ed altre terre alzò le bandiere del re Carlo III. Per
quanti sforzi facessero nell'anno presente gli Spagnuoli per ricuperare
Gibilterra con un pertinace assedio, non furono assistiti dalla
fortuna, perchè padroni del mare gli Anglolandi, colà introdussero
di mano in mano quante forze occorrevano per la difesa. Nel novembre
dell'anno presente avvenne una memorabil rotta del Po sul Mantovano
di qua, che rotti gli argini della Secchia e del Panaro, e seco
unite quelle acque, recò incredibili danni a tutta quella parte del
Mantovano, al Mirandolese, a parte del Modenese, e ad un gran tratto
del Ferrarese sino al mare Adriatico. Arrivarono le acque sino alle
mura di Ferrara, atterrarono un'infinità di case e fenili rurali, colla
morte di gran copia di bestie e di non poche persone.
Anno di CRISTO MDCCVI. Indizione XIV.
CLEMENTE XI papa 7.
GIUSEPPE imperadore 2.
Se mai fu anno alcuno in Italia, anzi in Europa, fecondo di avvenimenti
militari e di strane metamorfosi, certamente è da dire il presente.
Fra i gran pensieri che agitavano la corte di Francia per sostenere la
monarchia spagnuola lacerata o minacciata in tante parti dalle armi
collegate, uno dei principali si scoprì essere quello di ultimar la
distruzione di _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia, principe che colle
sue ardite risoluzioni avea fin qui obbligato il re Cristianissimo
_Luigi XIV_ a mantenere in Italia una guerra che gli costava non
pochi milioni ogni anno. Oppresso questo coraggioso principe, si
credea facile il mettere le sbarre ad ulteriori tentativi della
Germania contra lo Stato di Milano. Già avea per cinquantacinque
giorni il _marchese di Caraglio_ sostenuto il castello di Nizza,
benchè flagellato continuamente da cannoni e mortari del _duca di
Berwich_, quando si vide ridotto all'estremo, e ridotto a capitolarne
la resa con tutti gli onori militari nel dì 4 di gennaio. Fu poscia
condannato quel castello a vedere uguagliate al suolo tutte le sue
fortificazioni. Tanti preparamenti andava in questo mentre facendo
il _duca della Fogliada_, che poco ci voleva a comprendere tendenti
le sue mire all'assedio di Torino. Perciò il saggio duca attese a ben
premunire quella capitale e cittadella di quanto potea occorrere in sì
fiero emergente; e da che vide cominciare le offese, con passaporti
del nemico general franzese spedì a Genova la real sua famiglia, ed
anch'egli si mise poi alla larga per maggior sicurezza, riducendosi
a Cuneo e ad altri luoghi fin qui preservati dalle nemiche violenze.
Ora non sì tosto ebbe il suddetto Fogliada ricevuta nuova gente da
Francia con promessa ancora di maggiori rinforzi, che passata la metà
di maggio accostatosi a Torino, diede principio alla circonvallazione
intorno a quella cittadella, dove il prode _conte Daun_, lasciato dal
duca per governator di Torino insieme col marchese di Caraglio, avea
messo un forte presidio de' suoi Tedeschi. Venuto poscia il giugno,
aprì la trincea sotto quella fortezza, contando dopo l'acquisto di
essa presa anche la città, benchè nè pure ommettesse le offese contro
la città medesima. Orrendo spettacolo era il gran fuoco dì circa
ducento tra cannoni e mortari continuamente impiegati dai Franzesi a
gittar palle, bombe e sassi contro di essa città, e più contro della
cittadella; e un pari trattamento lor faceano i tanti bronzi e fuochi
degli assediati. Nello stesso tempo non lasciò il Fogliada di marciare
con alcune migliaia di fanti e cavalli per voglia di cogliere, se
gli veniva fatto, lo stesso duca di Savoia. Ma egli vigilante, ora
scorrendo in un luogo ed ora in un altro, seppe sempre schermirsi
dai nemici, e dar loro anche qualche percossa, finchè si ritirò nella
valle di Lucerna, dove trovò assai fedeli e arditi alla sua difesa que'
Barbetti. L'essersi perduti in questa diversione i Franzesi, cagion fu
che non progredisse l'assedio di Torino con quel vigore che richiedeva
la positura dei loro affari.
Tornato nella primavera il _principe Eugenio_ sul Trentino, quivi
attese a far massa dei rinforzi a lui promessi, che, secondo il solito
dei Tedeschi, con poca fretta andavano calando dalla Germania. Più
sollecito il _duca di Vandomo_, dappoichè fu ritornato anch'egli da
Parigi, passata la metà di aprile, uscì in campagna con venticinque
mila combattenti (altri han detto molto meno) a motivo di cacciar dal
piano della Lombardia quelle brigate alemanne che vi erano restate,
e di ristringere le loro speranze fra le montagne delle Alpi. Ben
lo previde il principe Eugenio, e per non perdere l'adito in Italia,
ordinò al _generale Reventlau_ di postarsi fra Calcinato e Lonato con
dodici mila tra fanti e cavalli alla Fossa Seriola, che gli avrebbe
servito di antemurale. Furono malamente eseguiti gli ordini suoi,
avendo quel generale trascurato di ben fortificarsi dalla parte di
Lonato. Ora ecco, nel dì 19 d'aprile, sopraggiugnere il Vandomo dalla
parte di Montechiaro, e poi di Calcinato il quale si spinse contro
l'accampamento nemico. Aspro fu il conflitto, ma in fine i meno
cedettero ai più, e gli Alemanni in rotta si ritirarono il meglio che
poterono a Gavardo. Esaltarono i Franzesi questa vittoria, pretendendo
che restassero prigionieri circa tre mila imperiali, ed altrettanti
freddi sul campo; laddove gli altri contavano solamente ottocento gli
estinti, e circa mille e cinquecento i prigioni e feriti. Certo è che
i Franzesi acquistarono alquanti pezzi di cannone, molte baudiere e
stendardi, e fecero bottino del bagaglio e delle provvisioni. Dopo
questa percossa il principe Eugenio, vedendo chiusi i passi del
Bresciano, andò a poco a poco ritirando dalle rive del lago di Garda le
sue truppe, e a suo tempo improvvisamente sboccò di nuovo sul Veronese.
Gravissimi danni avea patito nel precedente anno la repubblica veneta
sul Bresciano, calpestato dalle due nemiche armate; maggiori li provò
nel presente, perchè il Vandomo venne colle maggiori sue forze ad
accamparsi in vicinanza di Verona, e stese le sue genti lungo l'Adige,
per impedirne il passaggio agli imperiali. Con pretesto che dai
Veneziani si prestasse o potesse prestare aiuto alle truppe cesaree,
alzò dei fortini contro la città di Verona, non solamente minacciando
essa, ma fino il senato stesso, se non usciva di neutralità. Spinti da
sì fatte violenze quei saggi signori, accrebbero il loro armamento, e
risposero di buon tuono ai Franzesi, senza mai dipartirsi dalla presa
risoluzione di non voler aderire a partito alcuno. Aveano stretta a
questo fine, nel dì 12 di gennaio, una lega colle città svizzere di
Berna e Zurigo. Intanto con finte marcie andava il principe Eugenio
imbrogliando l'avvedutezza franzese, finchè, nel dì 6 di luglio,
riuscì a un corpo di sua gente di valicar l'Adige alla Pettorazza, e
di afforzarsi nell'opposta riva: il che aprì l'adito al passaggio di
tutta la sua armata, che, per quanto si figurò la gente, ascendeva a
trenta mila persone, benchè la fama la facesse giugnere sino a quaranta
mila. Curiosa cosa fu il vedere come i dianzi sì baldanzosi Franzesi
battessero una frettolosa ritirata senza mai voler mirare il volto
dell'esercito nemico, finchè si ricoverarono di qua e di là dal Po sul
Mantovano.
Fu in questi tempi che il re Cristianissimo, per bisogno di un
eccellente generale in Fiandra, richiamò il duca di Vandomo, e in
luogo suo a comandar l'armi in Italia spedì _Luigi duca d'Orleans_
suo nipote, principe che se non potea competere coll'altro nella
sperienza militare, certo l'uguagliava nei valore, e il superava nella
penetrazione e vivacità della mente. Venuto questo generoso principe
col _maresciallo di Marsin_ a Mantova, dove il Vandomo gli rassegnò
il bastone del comando, passò dipoi a riconoscere i varii siti e tutte
le forze franzesi. Trovò egli con suo rammarico ben diversa la faccia
delle cose da quello che gli era stato supposto, talmente che si
vide forzato a richiamar dal Piemonte alquante brigate per premura di
opporsi all'avanzamento dell'oste nemica, e intanto si andò a postare
a San Benedetto sul Mantovano di qua dal Po. Ma il principe Eugenio, al
cui cuore non permetteva posa alcuna il pericolo dell'assediato Torino,
e l'urgente bisogno del parente duca di Savoia, animosamente proseguiva
il suo viaggio. Nel dì 17 di luglio passò il Po alla Polesella, e
quasi che le sue truppe avessero l'ali, si videro nel dì 19 comparire
sino al Finale di Modena alcuni suoi ussari e cavalli leggieri.
Sul fine del mese valicò l'armata cesarea il Panaro e la Secchia a
San Martino, e giunta sotto Carpi, costrinse cinquecento Franzesi a
rendersi prigionieri, ed ivi prese riposo, finchè colà giungesse tutta
la sua artiglieria. Nel dì 13 d'agosto entrò il principe Eugenio nella
città di Reggio, con farvi prigione quel presidio franzese, e lasciar
ivi tutti i suoi malati con sufficiente guernigione di sani. Altra
gente lasciò egli all'Adige, Po, Panaro ed altri luoghi, per mantener
la comunicazione con lo Stato veneto. Progrediva in questo mentre il
memorabile assedio di Torino, e maraviglie di valore facevano tutto dì
non meno gli aggressori che i difensori. Le artiglierie, le bombe, le
mine giocavano continuamente da ambe le parti, e gran sangue costavano
le sortite che di tanto in tanto si facevano ora dalla città ed ora
dalla cittadella. Pure sollecitando il _duca della Fogliada_ i lavori
e le offese, si vide in fine spalancata un'ampia breccia nelle mura
d'essa cittadella, ed aperto il varco agli ultimi tentativi dell'armi
franzesi. Furono ben fatti nel di dentro non pochi argini e ripari; ma
in fine conveniva confessare ridotta all'agonia quella forte piazza,
perchè di troppo sminuito per le malattie e ferite il presidio, e
consumate oramai quasi tutte le munizioni da guerra. Erano dunque
riposte tutte le speranze nell'avvicinamento del soccorso cesareo,
condotto dal _principe Eugenio_, e nel potersi sostenere tanto ch'egli
giugnesse.
Ora mentre esso principe marciava coll'esercito suo di qua dal Po alla
volta del Parmigiano e Piacentino, il _duca di Orleans_, dopo aver
lasciato un corpo di truppe al _tenente generale Medavì_, affinchè si
opponesse sul Bresciano ai disegni delle truppe assiane che calavano
in Italia, valicò a Guastalla il Po coll'esercito suo, e cominciò
dall'altra parte di quel fiume a costeggiare i nemici, perchè non si
sentiva voglia di affrontarsi con loro, se non avea sicuro il giuoco.
Continuò l'armata cesarea i suoi passi senza mettersi apprensione delle
angustie della Stradella, e di aver da passare per paese guernito di
piazze nemiche. Era già sul fine di agosto, quando il duca di Savoia
tutto pien di giubilo, e scortato da alcune centinaia di cavalli,
giunse a consolar gli occhi suoi colla vista del tanto sospirato
soccorso, e della presenza del principe Eugenio, con cui cominciò a
divisare quanto occorreva nell'imminente bisogno. Ciò che recava loro
non lieve affanno, era la mancanza dei viveri in paese sbrollo per sì
lunga guerra e qualche scarsezza di munizione da guerra. Ma di questo
si prese cura la fortuna, perchè nel dì 5 di settembre venne loro
avviso che dalla valle di Susa calava un grosso convoglio di ottocento
e forse più muli e bestie da soma, che conducevano al campo franzese
polve da fuoco, farine, armi ed altre munizioni, sotto la scorta di
cinquecento cavalli. Non è da chiedere se di buona voglia accorsero
colà i Tedeschi. A riserva di ducento bestie che si salvarono colla
fuga, il resto fu preso in un punto, e poco dopo anche il castello di
Pianezza, in cui furono fatti prigioni da ducento Franzesi, fra' quali
molti uffiziali, con trovarsi ivi anche altra copia di vettovaglie.
Avendo poscia il duca di Savoia unite all'esercito cesareo quelle poche
truppe regolate che gli restavano, e comandata l'occorrente copia
di milizie forensi e di guastatori, fu determinato nel consiglio di
avventurar la battaglia nel dì 17 di settembre. Intanto era giunto il
_duca di Orleans_ ad unirsi col _duca della Fogliada_ sotto Torino.
Tenuto fu un gran consiglio dai generali, per fissar la maniera di
accogliere la visita dell'esercito imperiale. Il sentimento del duca
generalissimo, sostenuto da più ragioni, e da non pochi uffiziali
applaudito, era di abbandonar le trincee, e, uscendo in aperta
campagna, di far giornata campale co' nemici. Di diverso parere
fu il _maresciallo di Marsin_, dato come per aio al duca d'Orleans
insistendo egli che non si avesse in un momento a perdere il frutto
di tante fatiche per ridurre agli estremi la cittadella di Torino;
essere tanta la superiorità delle proprie forze, sì ben muniti e forti
i trinceramenti, che il tentare i Tedeschi di superarli era un cercare
l'inevitabil loro rovina. Ma persistendo il duca d'Orleans nel suo
proponimento, diede fine il Marsin alla disputa con isfoderare un
ordine della corte di non abbandonare le trincee: il che ebbe a far
disperare il duca, che ad alta voce predisse l'esito infelice della
sconsigliata risoluzione; ma convenne ubbidire.
Appena spuntò in cielo l'alba del dì 7 di settembre, che tutto il
cesareo esercito con gran festa, impaziente di combattere, corse
all'armi, e, secondo le disposizioni fatte, s'inviò in ordinanza, ma
senza toccar tamburi o trombe verso i trinceramenti nemici formati fra
la Dora e la Stura. Alti erano gli argini, profonde le fosse, guernite
le linee tutte d'artiglieria e moschetteria, che con terribil fuoco e
furor di palle cominciarono a salutare gli arditi aggressori. Ma a sì
scortese ricevimento s'era preparato il coraggio tedesco. Per due ore
continuò il sanguinoso combattimento, studiandosi gli uni di entrar
nelle trincee, e gli altri di ripulsarli. Fu creduto che circa due
mila imperiali vi perdessero la vita prima di poter superare que' forti
ostacoli. Ma in fine li superarono, e data ne fu la gloria ai Prussiani
condotti dal _principe di Anhalt_, che de' primi sboccarono nella
circonvallazione nemica. Per la troppo lunga estension delle linee era
distribuita, anzi dispersa la milizia de' Gallispani. Però non sì tosto
vi penetrò il grosso corpo dei Prussiani, che si sparse il terrore
e la costernazione per gli altri vicini postamenti. Fecero bensì
vigorosa resistenza alcuni corpi di riserva, o pure riuniti, sì fanti
che cavalli, ma in fine rimasero rovesciati dall'empito de' nemici;
e da che furono da' guastatori spianate molte di quelle barriere, il
resto dell'esercito cesareo entrato potè menar le mani. Allora non
pensarono più i Gallispani che a salvarsi; e chi potè fuggire, fuggì.
Al _duca d'Orleans_ toccarono alcune ferite, dalle quali fu obbligato
a ritirarsi per farsi curare. Il _maresciallo di Marsin_ gravemente
ferito fu preso, ma nel dì seguente morì, risparmiando a sè stesso
il dispiacere di comparire a Parigi colla testa bassa per iscusare
l'infelicità dei suoi consigli. A udire le relazioni de' vincitori,
più di quattro mila e cinquecento furono i Gallispani rimasti uccisi
nel campo; più di sette mila i fatti prigioni, parte nel campo stesso,
e parte alla Montagna e a Chieri, colla guernigion di Civasso, fra
i quali almeno ducento uffiziali. A sì fatta lista si può ben far
qualche detrazione. Certo è che vennero in mano del vittorioso duca
_Vittorio Amedeo_ più di cento cinquanta pezzi di cannone e circa
sessanta mortai. Il doppio si legge nelle relazioni suddette. Oltre
a ciò, un'immensa quantità di bombe, granate, palle, polveri da fuoco
ed altri militari attrezzi, con forse due o più mila tra cavalli, muli
e buoi. Gran bagaglio, molta argenteria e tutte le tende rimasero in
preda dei soldati, e fu detto che fin la cassa di guerra entrasse
nel ricco bottino. Non finì la giornata che il duca di Savoia col
principe Eugenio fece la sua entrata in Torino fra i viva del suo
festeggiante popolo, e a dirittura si portò alla cattedrale a tributare
i suoi ringraziamenti all'Altissimo, dalla cui clemenza e protezione
riconosceva sì memorabil vittoria. Il poco di polve che oramai restava
al conte Daun per difesa di Torino servì a solennizzare quel _Te Deum_
col rimbombo di tutte le artiglierie. E tale fu quella famosa giornata
e vittoria, che tanto più riempiè di stupore l'Europa tutta, non che
l'Italia, perchè non potea l'oste cesarea ascendere a più di trenta
mila persone, e forse nè pur vi arrivava per li tanti malati lasciati
indietro, e per li tanti staccamenti rimasti nel Ferrarese, al Finale
di Modena, a Carpi, Reggio ed altri luoghi, affine di assicurarsi la
ritirata in caso di bisogno. Laddove nell'esercito Gallispano, secondo
la comune credenza, si contavano circa cinquanta mila combattenti,
se non che i Franzesi dopo sì gran percossa ne sminuirono di molto il
numero; e veramente tenevano anche essi qua e là de' presidii, e già
dicemmo che un corpo d'essi stato era spedito in rinforzo al _conte di
Medavì_, di cui ora convien fare menzione.
Era calato in Italia _Federico principe d'Hassia Cassel_ con cinque
mila e secento soldati tra fanti e cavalli di sua nazione, e andò ad
accoppiarsi con altri quattro mila fanti e secento cavalli cesarei
comandali del _generale Vetzel_. Dopo aver egli espugnato Goito sul
Mantovano, passò ad assediare Castiglion delle Stiviere, e, presa la
terra, bersagliava il castello. Ma nel dì 19 di settembre colà giunse
il tenente general franzese _conte di Medavì_ con egual nerbo, e
forse maggiore, di gente, e gli diede battaglia. Se ne andò sconfitto
l'hassiano con perdita di più di due mila persone (i Franzesi dissero
molto più), di alquante bandiere e stendardi, dell'artiglieria grossa
e minuta, delle munizioni e bagaglio. Di questa vittoria avrebbe
saputo prevalersi il Medavì, se non avesse atteso a liberar la
terra di Castiglione, e non gli fosse giunto il funesto avviso della
liberazion di Torino, due giorni prima accaduta. Corso egli colla sua
gente a Milano; il principe di Hassia andò poscia ad unire il resto
delle sue truppe col principe Eugenio, e il generale Vetzel colle sue
venne a formare una specie di blocco alla città di Modena. Non bastò
alla fortuna di mostrar sì favorevole il volto ai collegati in Italia
colla vittoria di Torino; avvenne anche un'altra mirabil contingenza,
che servì a coronare quella gran giornata. Se i Franzesi nella fuga
avessero volte le gambe verso il Monferrato e Stato di Milano, tanti ne
restavano tuttavia di loro, tante piazze da loro dipendenti (giacchè
comandavano agli Stati di Mantova e Modena, a tutto il Milanese e
Monferrato, e quasi a tutto il Piemonte), che potevano lungamente
contrastare ai cesarei il dominio di quegli stati, e forse anche
ristringere il duca di Savoia e il principe Eugenio, sprovveduto di
tutto, ne' contorni di Torino. Ma i fuggitivi Gallispani presero le
strade che guidano in Francia; e sembrando loro di aver sempre alle
reni le sciable tedesche, affrettarono i passi per valicar l'Alpi.
Raccolti ch'ebbe il duca d'Orleans quanti potè de' suoi, tenuto fu
consiglio se si avesse a marciare verso la Francia o verso Milano.
Il passaggio alla volta del Milanese non parve sicuro, giacchè, oltre
alla gran diserzione, si trovavano le truppe col timore in corpo per la
patita disgrazia; più facile dunque il ricoverarsi nel Delfinato, dove
già tanti di essi s'erano incamminati. Così fecero; laonde restò più
libero il campo all'armi collegate per cogliere il frutto dell'insigne
loro vittoria.
Non perdè tempo il duca _Vittorio Amedeo_ col _principe Eugenio_ dopo
la presa di Civasso a ripigliare Ivrea, Trino Verrua, Crescentino,
Asti, Vercelli ed altri luoghi del Piemonte. Entrate le lor truppe
nello Stato di Milano, Novara nel dì 20 di settembre aprì loro le
porte. Erasi ritirato da Milano a Pizzighittone, con poscia passare a
Mantova il _principe di Vaudemont_ governatore; e però i magistrati
veggendo avvicinarsi alla suddetta metropoli di Milano il principe
Eugenio, nel dì 24 di esso mese spedirono i loro deputati ad offerirgli
le chiavi. Vi entrarono poscia gli imperiali; fu cantato solenne _Te
Deum_, e posto il blocco a quel castello, fortissimo bensì di mura
e bastioni, ma mal provveduto di viveri. Lodi, Vigevano, Cassano,
Arona, Trezzo, Lecco, Soncino, Como ed altri luoghi vennero anch'essi
all'ubbidienza di _Carlo III_ re di Spagna. Sollevatosi il popolo
dell'importante città di Pavia, al vedere aperta la trincea dai
Tedeschi sotto la lor città, obbligò quella guernigion gallispana a
capitolar la resa nel principio d'ottobre. Fu dipoi posto l'assedio
a Pizzighittone, a cui intervenne anche il duca di Savoia. Ma a lui
premendo sopra ogni altra cosa l'acquisto d'Alessandria, perchè,
secondo i patti, dovea questa passare in suo dominio col Monferrato,
Mantovano, Valenza e Lomellina, colà inviò il principe Eugenio, e
fece aprir la trincea sotto quella città. Non vi fu però bisogno
di breccia; questa fu fatta ben larga da un magazzino di polve che
era sulle mura della città, a cui o per accidente o per manifattura
di uomini, fu attaccato il fuoco. Per sì orrendo scoppio andarono a
terra moltissime case, e sopra tutto un convento vicino, o pur due, di
religiose, e sotto le rovine rimasero seppellite circa mille persone.
Perciò il general conte _Colmenero_ si trovò forzato a rendere la città
nel dì 21 d'ottobre. Perchè egli poi conseguì l'importante governo
del castello di Milano sua vita natural durante, ebbe origine la fama
ch'egli avesse comperato quel posto col sacrifizio della suddetta città
d'Alessandria, cioè col detestabile incendio di quel magazzino. Poco
prima erano entrati i cesarei nella città di Tortona; e ritiratosi
quel presidio di ducento uomini nella cittadella, perchè si ostinò
nella difesa, un giorno entrativi gli assedianti con un feroce assalto,
li misero tutti a fil di spada. Nel dì 29 di ottobre la guernigion
franzese di Pizzighittone capitolò la resa, e se ne andò a Cremona.
Passarono dipoi il duca _Vittorio Amedeo_ e il _principe Eugenio_,
già dichiarato governator di Milano, sotto Casale di Monferrato. Venne
la città, nel dì 16 di novembre, all'ubbidienza di esso duca, che ne
prese per sè il possesso, e fu riconosciuto per signore del Monferrato
da quella cittadinanza. Nella notte precedente al dì 20 di novembre i
cesarei, che teneano bloccata la città di Modena, assistiti da alcune
migliaia di contadini armati, entrarono in essa, acclamando i nomi
dell'imperadore e del duca _Rinaldo d'Este_; e tosto formarono il
blocco di quella cittadella, siccome ancora di Mont'Alfonso e Sestola,
due altre fortezze d'esso duca di Modena. Fu anche messo da' collegati
l'assedio a Valenza. Qualche altro migliaio di Franzesi, nel perdere
le suddette piazze, restò prigioniere degli Alemanni o del duca di
Savoia. Circa mille e ottocento nel solo Casale vennero in loro potere.
Oggetto di gran meraviglia fu presso gl'Italiani il mirar tanti effetti
di una sola vittoria, e il rapido acquisto fatto in sì poco tempo da'
collegati.
Non furono in quest'anno meno strepitose le scene della guerra in
altri paesi. Uscirono di buon'ora in campagna l'_elettor di Baviera_
e il _maresciallo di Villeroy_, già rimesso in libertà, coll'esercito
franzese in Fiandra. Non dormiva il _duca di Marboroug_ generale della
lega in quelle parti; e poste anch'egli in ordine le sue forze, marciò
contro i nemici, e si trovarono a fronte le due armate presso di
Rameglì nel dì 25 di maggio, cioè nella domenica di Pentecoste. Mentre
i collegati erano dietro a forzar quella terra, si attaccò una fiera
battaglia che durò più di due ore. Finalmente, trovandosi i Franzesi
inferiori nel numero della cavalleria, bisognò che cedessero all'empito
della contraria, e andarono in rotta, inseguiti poi per due altre ore
da' vincitori. Fu creduto che in quel terribile conflitto perdessero
la vita quattro mila Franzesi, ed altrettanti fossero feriti colla
perdita di molte artiglierie, bandiere e stendardi. Più di tre mila con
ducento uffiziali rimasero prigionieri; ma forse il maggior loro danno
provenne dalla smoderata diserzione, di modo che quell'armata restò
per qualche tempo in una somma fiacchezza, e convenne rinforzarla con
truppe tirate dall'Alsazia, ma senza che ella potesse da lì innanzi
arrestare il torrente de' nemici. Anche questa vittoria si tirò dietro
delle straordinarie conseguenze. Lovanio e Brusselles tardarono poco
a riconoscere per loro signore _Carlo III_ re di Spagna. Altrettanto
fecero Bruges, Dam e Odenard. Pareva che la ricca e nobil città
d'Anversa non volesse il giogo, perchè presidiata da dodici battaglioni
gallispani; ma quella cittadinanza e il comandante della cittadella,
ben affetti al nome austriaco, tanto operarono, che nel dì 6 di giugno,
avendo quel presidio ottenuto onorevoli patti, ne fece la consegna
all'armi de' collegati. Fu posto l'assedio ad Ostenda, e in meno di
otto giorni, cioè nel dì 6 di luglio, entrarono in possesso pel re
Carlo III gli Anglolandi, siccome ancora fecero nel dì seguente in
Neoporto, e poscia in Coutrai. La forza fu quella che fece piegare il
collo a Menin, piazza, in cui si trovò gran resistenza. Dendermonda
ed Ath vennero anch'esse alla loro ubbidienza, di modo che anche in
quella parte ebbero un terribile scacco l'armi delle due corone. Nè fu
pur loro più propizia la fortuna in Ispagna. Stava sul cuore del re
_Filippo V_ la perdita della riguardevol città di Barcellona, al cui
esempio s'era ribellata quasi tutta la Catalogna e il regno di Valenza.
Per ricuperarla non perdonò a spesa e diligenza alcuna; raunò un buon
esercito di Spagnuoli; ebbe dal re Cristianissimo avolo suo un poderoso
rinforzo di truppe, condotto dal _duca di Noaglies_. Ciò fatto, siccome
principe generoso, volle in persona intervenire a quell'impresa, per
maggiormente accalorarla. Si mosse da Madrid verso il fine di febbraio,
e giunse sotto Barcellona, al cui assedio fu dato principio. Dentro
vi era lo stesso re _Carlo III_, che, veggendo la città sfornita di
soldatesche, ed aperte tutte le breccie dell'anno precedente, fu in
forse se dovea ritirarsi. Tale nondimeno a lui parve l'asserzione e il
coraggio di quel popolo, che determinò di non abbandonarlo. Mirabili
cose fecero que' cittadini, sì uomini che donne, ed anche i religiosi
claustrali, per preparar ripari, per difendersi sino all'ultimo fiato,
ben consapevoli che colla perdita della città andavano a perdere i
tanti lor privilegii, e correano pericolo le loro stesse vite. Tutti i
loro sforzi non poteano impedire la grandine delle bombe e i frequenti,
anzi continui, tiri delle batterie nemiche: offese che rovesciarono
gran copia di case, e già formavano considerabili breccie nelle mura.
Di peggio vi fu, perchè riuscì agli assedianti d'insignorirsi dei due
forti del Mongiovì, dove perirono quasi tutti quei pochi Inglesi ed
Olandesi ch'erano ivi alla difesa. Si trovò allora agli estremi la
città; e contuttochè i fedeli Catalani mai nè per le morti nè per le
incredibili fatiche si avvilissero, pure fu dai più consigliato il re
Carlo a sottrarsi alla rovina imminente con tentare la fuga per mare,
benchè la flotta franzese tenesse bloccato quel porto. Ma più potè in
lui l'amore conceputo verso i poveri cittadini che il proprio pericolo.
S'egli si ritirava, la città tosto era perduta. Arrivò in fine, nel dì
8 di maggio, il sospirato soccorso della flotta anglolanda, che fece
ritirar la franzese a Tolone, e sbarcò in Barcellona più di cinque
mila combattenti, con inesplicabil gioia di quella cittadinanza. Sì
poderoso aiuto, e il restare aperto il mare ad altri soccorsi, fecero
risolvere il re Filippo V a sciogliere quell'assedio, e a ritirarsi non
già per l'Aragona, ma pel Rossiglione in Francia. Accadde la levata del
campo nella mattina del dì 12 di maggio, in cui seguì uno dei maggiori
ecclissi del sole tre ore prima del mezzo giorno: avvenimento che
notabilmente accrebbe il terrore nell'armata che si ritirava in gran
fretta. Lasciarono gli Spagnuoli nel campo più di cento cannoni con
ventisette mortari, cinque mila barili di polve, due mila bombe, con
gran quantità di altri militari attrezzi, e di munizioni da bocca e
da guerra. Furono poi nella marcia inseguiti, flagellati e svaligiati
da una continua persecuzione de' Micheletti alla coda e ai fianchi.
Passò il re Filippo per Perpignano e per la Navarra, e si restituì
sollecitamente a Madrid.
Ma mentre sotto Barcellona si trovava impegnato esso monarca, il
_milord Gallovay_, che comandava le truppe inglesi nel Portogallo,
benchè poco si accordasse il suo parere con quello dei generali
portoghesi, pure tanto fece, che unitamente passarono sotto Alcantara,
e la presero. Apertasi con ciò la strada fino a Madrid, colà dipoi
s'incamminò il loro esercito, e pervenne al celebratissimo monistero
dell'Escuriale. Non si credè sicuro allora in Madrid il _re Filippo_, e
però, scortato con quattro mila cavalli e cinque mila fanti dal _duca
di Bervic_, si ritirò altrove con tutta la corte. Nel dì 2 di luglio
fu solennemente proclamato nella città di Madrid _Carlo III_ per re
di Spagna. S'egli sollecitava il suo viaggio a quella capitale, e se
l'armata dei collegati avesse senza dimora inseguito il re Filippo,
forse restavano in precipizio gli affari della real casa di Borbone in
quelle parti. Ma il re Carlo, udita la sollevazione d'Aragona in suo
favore, volle passar prima a Saragozza, per ricevere ivi gli omaggi
di quei popoli. Intanto rinforzato il re Filippo dai soccorsi spediti
dal re Cristianissimo, dopo aver fatto ritirar gli alleati inferiori
di forze, rientrò nella scompigliata città di Madrid. Corse dei gravi
pericoli il re Carlo, perchè abbandonato dai Portoghesi; pure ebbe la
fortuna di scampare a Valenza, dove con gran plauso fu ricevuto da quel
popolo. L'odio inveterato che passa fra i Castigliani e Portoghesi,
e il maggiore che professavano i primi contro gli Anglolandi per
la diversità della religione, sommamente giovarono al re Filippo, e
nocquero all'emulo suo. Intanto anche Cartagena ed Alicante, per timor
della flotta possente dei collegati, alzò la bandiera del re Carlo. In
questa confusione restarono nel presente anno le cose della Spagna.
In esso ancora ad una fiera calamità fu sottoposto l'Abbruzzo per un
orribil tremuoto, che nel dì 3 di novembre interamente desolò una gran
quantità di terre colla morte di assaissimi di quegli abitanti, e con
recare gravissimi danni eziandio a molte altre. Di tal disavventura
partecipò anche la Calabria. Parea che in questi tempi un tal flagello
fosse divenuto cosa familiare. Di gravi contribuzioni esigerono i
Tedeschi nel verno dai principi d'Italia; e non esentarono da esse, e
nè pur dai quartieri gli Stati di Parma e Piacenza, ancorchè protetti
dalle bandiere di San Pietro. L'accordo fatto dal duca _Francesco
Farnese_, nel dì 14 di dicembre, di pagare novanta mila doble
agl'imperiali, fu dipoi riprovato dal sommo pontefice, che passò anche
a fulminar censure contra di quei bravi esattori: il che maggiormente
alterò la corte di Vienna contro la romana.
Anno di CRISTO MDCCVII. Indizione XV.
CLEMENTE XI papa 8.
GIUSEPPE imperadore 3.
Per tutto il gennaio di quest'anno era durato il blocco della
cittadella di Modena, quando giunsero artiglierie, colle quali fu
risoluto di farle un più aspro trattamento. Erette le batterie,
cominciarono, nel dì 31 di esso mese, a flagellare le mura, ed era già
formata la breccia. Arrivò improvvisamente in questo tempo da Bologna
lo stesso duca di Modena _Rinaldo d'Este_, che agevolò ai Franzesi
con vantaggiose condizioni la resa della piazza. Nel dì 7 di febbraio
se ne andò quella guernigione con tutti gli onori; e giacchè anche
Mont'Alfonso capitolò nel dì 25 di esso mese, e Sestola nel dì 4 di
marzo, rientrò il duca in possesso di tutti i suoi Stati. Continuò
ancora per questo verno il blocco del castello di Milano, il cui
comandante, perchè le tavole degli uffiziali scarseggiavano di viveri,
obbligò quella città colle minaccie dei cannoni a somministrarne. Non
si può dire quanto restasse dipoi sorpresa la pubblica curiosità,
allorchè si propalò un accordo stipulato in Milano nel dì 13 di
marzo fra i ministri dell'_imperador Giuseppe_ e del _re Carlo III_
suo fratello, e quei del re Cristianissimo _Luigi XIV_, per cui fu
convenuto che i Franzesi evacuerebbono tutta la Lombardia. Ritenevano
essi tuttavia il castello di Milano, Cremona, Mantova, la Mirandola,
Sabbioneta, Valenza e il Finale di Spagna; di tutto fecero cessione
agli Austriaci fratelli: risoluzione che parve strana alle picciole
teste d'alcuni, ma che molto ben convenne alla saviezza del gabinetto
di Francia. È incredibile la spesa che facea il re Cristianissimo per
mantenere la guerra in Italia; senza paragone più gli sarebbe costato
questo impegno, da che le vittoriose armi cesaree e savoiarde gli
aveano o serrati o troppo difficultati i passi in Italia. Troppe città
e piazze si erano perdute. Contuttochè il _conte di Medavì_ conservasse
ancora nel Mantovano circa dodicimila soldati, pure un nulla era questo
al bisogno. Alla Francia sopra tutto premeva di ricuperar le truppe
esistenti in Lombardia, e le migliaia ancora di quelle che erano
restate prigioniere: punto che le fu accordato con tutti i comodi
ed onori militari, affinchè potessero tali milizie passar sicure in
Francia. Sicchè la real casa di Borbone, poco anzi padrona dei ducati
di Milano, di Modena, di Mantova, Guastalla, del Monferrato, del
Finale, di varii luoghi nella Lunigiana, e della maggior parte del
Piemonte, eccola di repente spogliata di tutto, prendere la legge dalla
fortuna, e da chi poc'anzi non avea nè pure un palmo di terreno in
Italia. Per sostenere la sola guerra d'Italia, che poi nulla fruttò,
impiegò il re Cristianissimo più di settanta milioni di luigi d'oro.
Parrà cosa incredibile, ma io la tengo da chi dicea di saperla da
buon luogo. Restarono dunque in man dei Franzesi solamente la Savoia,
Nizza e Villafranca, e la lor gran potenza fu astretta a consegnar
la città di Mantova col suo ducato, e insieme la Mirandola all'armi
di Cesare, lasciando i duchi di quelle città pentiti, ma tardi,
d'aver voluto senza necessità sposare il loro partito. All'incontro
il generoso e insieme fortunato _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia,
dopo essersi trovato in sì pericoloso giuoco alla vigilia di perdere
in una giornata anche la sua capitale, quasi unica tavola del suo
naufragio; all'improvviso ricuperò tutti i suoi stati di Lombardia, e
inoltre dall'_Augusto Giuseppe_ ricevette l'investitura di Casale col
Monferrato Mantovano, e di Alessandria, Valenza, Lomellina, Valsesia
e varii feudi delle Langhe, con glorioso accrescimento alla real sua
casa. Abbandonarono i Franzesi l'Italia, ma ci lasciarono una funesta
eredità dei loro insegnamenti ed esempli, perchè s'introdusse una gran
libertà di commercio fra l'uno e l'altro sesso; e l'amore del giuoco
anche nel sesso femmineo si aumentò, e si diè bando ai riguardi e
rigori dell'età passata.
Essendosi gagliardamente invigorito di truppe il duca di Savoia, si
pensò quale impresa si avesse da eleggere per far guerra alla Francia
in casa sua, giacchè la Francia più non pensava a farla a casa altrui
nelle parti d'Italia. Volevano il duca _Vittorio Amedeo_ e il _principe
Eugenio_ che si portassero l'armi contro il Delfinato e Lionese,
siccome più pratici dei paesi; ma d'uopo fu che si accomodassero alla
risoluta volontà degl'Inglesi, ai quali sembrava più utile ed anche
facile l'acquisto di Tolone, porto di tanta importanza nella Provenza,
perchè sarebbe l'assedio di esso secondato dalla flotta anglolanda.
Sapevano i principi di Savoia quanto male in altre occasioni precedenti
fossero riusciti i conti e i tentativi dell'armi cesaree e savoiarde in
quelle parti; pure loro malgrado consentirono a sì fatta spedizione.
Incredibili fatiche, stenti e spese costò il condurre l'esercito per
l'aspre montagne di Tenda, e per le vicinanze di Nizza e Villafranca
occupate da' Franzesi. Si scarseggiava dappertutto di viveri e di
foraggi; pure, ad onta dei tanti disagi, per li quali mancò nel
cammino molta gente, pervenne l'oste collegata per Cagnes, Frejus,
Arce e Sauliers in vicinanza di Tolone nel dì 26 di luglio. Ma due
giorni prima il vigilante _maresciallo di Tessè_ con marcie sforzate
correndo, avea introdotto in quella città piuttosto un esercito che una
guernigione, e s'era affaccendato in formare ripari e fortificazioni a
tutti i siti. Sicchè fu ben dato principio alle offese contra Tolone,
ma con poca o niuna speranza di buon esito; tanta era la copia dei
difensori. S'impadronirono bensì gli alleati di due forti, spinsero
bombe nella piazza; ma chiariti che si gittava la polve e il tempo; che
ogni dì più s'ingrossava l'esercito del Tessè; che veniva gente fino
di Spagna; che i duchi di Borgogna e Berrì erano in moto per venire
alla testa delle lor milizie; e che la flotta anglolanda più avea da
combattere coi venti che colla terra; finalmente fu preso il partito
di sloggiare e di tornarsene in Italia. Con buon ordine fu eseguita
la ritirata nella notte precedente al dì 22 di agosto; e passato
felicemente il Varo, si restituì l'armata alleata in Italia, minore
di quel ch'era prima, perchè di trentasei mila combattenti appena la
metà si salvò. Ora qui si aprì il campo alle dicerie dei politici, che
sognarono misteri segreti nel duca di Savoia, senza far mente alle vere
cagioni dell'infelice riuscita di quella impresa. Giunti in Piemonte
i collegati, poco stettero in ozio. Restava tuttavia in man de'
Franzesi la città di Susa, corteggiata da alcuni forti, alzati da essi
sulle alture dei monti che attorniano quella valle. S'impadronirono
essi collegati, nel dì 22 di settembre, della città, e nel dì 4 di
ottobre anche della cittadella, con farne prigioniere il presidio.
Presero anche di assalto il forte di Catinat, restando parte di quella
guernigione tagliata a pezzi. Con queste imprese terminò la campagna in
Piemonte.
Comune opinione fu che l'infelice spedizione dell'armi collegate in
Provenza producesse almen questo vantaggio; che la Francia impegnata
alla propria difesa non inviasse soccorso al regno di Napoli,
minacciato dall'_imperador Giuseppe_. A tale acquisto ardentemente
pensava la corte di Vienna, animata spezialmente da segrete relazioni
che i popoli di quel regno, oltre al concetto di essere amanti di
nuovo governo, a braccia aperte aspettavano chi venisse a ristabilir
ivi il dominio austriaco, con iscacciarne la real casa di Borbone. Non
l'intendevano così gli Anglolandi per altri loro riflessi; ma Cesare
stette forte nel suo proponimento, considerando, fra le altre cose,
che parte della sua cavalleria resterebbe oziosa in Piemonte, siccome
avvenne, per non potere esporsi a troppi patimenti nell'aspro passaggio
verso la Provenza. Fu dunque scelto per condottiere d'una picciola
armata, consistente in cinque mila fanti e tre o forse più mila
cavalli (benchè la fama ne accrescesse molto più la dose) il valoroso
_conte Daun_ per marciare alla volta di Napoli; giacchè si giudicavano
bastanti così poche forze a conquistare un regno dove mancavano
difensori, le fortezze erano sprovvedute, e l'amore dei popoli serviva
di sicurezza per un esito favorevole. Nel dì 12 di maggio si mise in
marcia questo distaccamento, passando per Romagna e per la Marca; ad
Ancona ricevette un treno di artiglieria, e verso la metà di giugno per
Tivoli e Palestrina nel dì 24 pervenne ai contini del regno. Avea per
tempo il _duca di Ascalona_ vicerè fatti quei preparamenti che a lui
furono possibili per opporsi a questo temporale. Poche truppe regolate
si trovavano al suo comando; ne arruolò molte di nuove; diede l'armi
al popolo di Napoli, mostrando confidenza in esso; ma in fine modo non
appariva di uscire in campagna, e d'impedire l'ingresso ai nemici nel
regno. Contuttociò _don Tommaso d'Aquino_ principe di Castiglione, _don
Niccola Pignatelli_ duca di Bisaccia, ed altri uffiziali con alcune
migliaia di armati si postarono al Garigliano; ma, al comparire degli
Alemanni, considerando meglio essi che nulla si poteano promettere da
gente collettizia, si ritirarono a Napoli. Perciò senza colpo di spada
vennero in poter dei Tedeschi Capoa ed Aversa; e l'esercito, senza
trovare ostacolo alcuno, si presentò, nel dì 7 di luglio alla città di
Napoli, essendosi ritirato il duca di Ascalona a Gaeta.
Portate dai deputati le chiavi di essa metropoli al _conte di
Martinitz_ dichiarato vicerè, entrò egli colla fanteria nella città
fra le incessanti acclamazioni del popolo la cui sfrenata allegrezza
passò fino a mettere in pezzi la bella statua equestre di bronzo eretta
al re _Filippo V_, e a gittarla in mare. Da li a pochi giorni i tre
castelli di Napoli si arrenderono; la guernigion di Castelnuovo prese
partito fra gli Austriaci. Con gran solennità fu poi preso possesso di
quella gran città a nome del re _Carlo III_. Ritiratosi il principe di
Castiglione verso la Puglia con circa mille cavalli, trovò in quel di
Avellino barricate le strade. Rivoltosi a Salerno, ed inseguito dalla
cavalleria cesarea, quivi fu preso, e la sua squadra parte si sbandò,
parte restò prigioniera. L'esempio di Napoli si tirò dietro il resto
delle città e provincie di quel regno, a riserva dell'Abbruzzo, che
fece qualche resistenza, a cagione del _duca d'Atri_; ma speditovi
il _generale Vetzel_ con truppe, ubbidì ancora quella contrada, se
non che il presidio di Pescara si tenne saldo fino ai primi dì di
settembre. La sola città di Gaeta, dove con circa tre mila soldati si
era rifugiato ed afforzato il duca d'Ascalona, sembrava disposta a fare
una più lunga e vigorosa difesa, giacchè era anch'essa assistita per
mare dalle galee del duca di Tursi. Sotto d'essa andò ad accamparsi
il conte Daun, e disposte le batterie, queste arrivarono in fine a
formare una ben larga breccia nelle mura, di modo che nel dì 30 di
settembre fu risoluto di salire per essa. Ossia che l'Ascalona poco si
intendesse del mestier della guerra, o che troppo confidasse nella più
che mediocre bravura de' suoi guerrieri, e in un argine di ritirata
alzato dietro la breccia, si lasciò sconsigliatamente venire addosso
il torrente. Montarono i cesarei intrepidamente la breccia, e quando
si credeano di aver fatto assai con prender ivi posto, avvedutisi
del disordine dei difensori, seguitarono innanzi, e furiosi entrarono
nell'infelice città. Andò essa tutta a sacco con tutte le conseguenze
di somiglianti spettacoli, essendo solamente restate esenti dal furor
militare le chiese e i conventi. Fu creduto ascendere il bottino a più
di un milione di ducati. Gran macello fu fatto di presidiari. Il mal
accorto duca d'Ascalona, cagione di tanta sciagura, covava sempre la
speranza del suo scampo nelle suddette galee; ma per disavventura erano
esse quel dì ite a caricar vettovaglie, e però gli convenne ritirarsi
colla gente, che potè sottrar alle sciable tedesche, nel castello. Fu
poi obbligato di rendersi a discrezione insieme col _duca di Bisaccia_
e col _principe di Cellamare_, che pubblicamente furono condotti
prigionieri fra gli improperii del popolo, minacciante all'Ascalona
come cosa degna di lui, la forca, pel sangue dei Napoletani da lui
sparso in occasion della congiura, già maneggiata e malamente eseguita
contra del re _Filippo V_. Fu poi richiamato in Germania il _conte di
Martinitz_, e il governo di Napoli restò al _conte Daun_.
Di questo felice passo proseguivano in Italia gli affari del _re
Carlo III_, mentre in Ispagna andavano a precipizio. L'arrivo di
poderosi rinforzi mandati dai Franzesi, e de' ricchi galeoni venuti
dall'America, prestarono al re Filippo il comodo di unire una buona
armata, e di spedirla contro l'emulo Carlo III. Era dall'altra
parte uscito in campagna _milord Gallovai_ colle truppe anglolande e
catalane; e quantunque caldamente fosse stato consigliato dal _conte di
Peterboroug _e da altri ufficiali di tenersi unicamente sulla difesa,
pure, sedotto dai contrarii impetuosi consigli del _generale Stenop_,
ardentemente bramava di venir ad un fatto d'armi, lusingandosi che
nulla potesse resistere al valore de' suoi. Si trovarono in vicinanza
le due nemiche armate nel dì 22 d'aprile, non lungi dalla città
d'Almanza nel regno di Valenza. Voleva il _duca di Bervich_, generale
del re Filippo, differir le operazioni, finchè il _duca d'Orleans_,
spedito da Parigi a Madrid con titolo di generalissimo, arrivasse al
campo, per lasciare a lui l'onore della sperata vittoria; ma non gli
diede il Gallovai tanto di tempo, perchè nel dì 25 d'esso aprile andò
ad attaccare la zuffa. Non erano forse disuguali nel numero le schiere
de' contendenti; pure l'armata de' collegati si trovava inferiore
di cavalleria, e le truppe portoghesi non sapeano che brutto giuoco
fossero le battaglie. Si combattè con gran vigore da ambe le parti, e
gl'Inglesi fecero maraviglie, sostenendo per grande spazio di tempo
il peso del conflitto; ma in fine sbaragliati cederono il campo ai
vincitori Gallispani. Si calcolò che degli alleati restassero ben
cinque mila estinti, oltre ad una copiosa quantità di feriti, e che
i rimasti prigionieri ascendessero al numero di quattro mila. Gran
sangue ancora costò ai Gallispani questa felice giornata, perchè
v'ebbero da quattro mila tra morti e feriti. Ma in mano loro venne
tutta l'artiglieria nemica e il minuto bagaglio con assai bandiere e
stendardi. Lamentaronsi forte gl'Inglesi della vana spedizione fatta
da' cesarei e Piemontesi in Provenza; perchè se le truppe inutilmente
consumate in quella impresa fossero state spedite in Ispagna, come essi
ne facevano istanza, si lusingavano di stabilir ivi senza dubbio il
trono del re Carlo.
Gran tracollo diede questa sconfitta alla fortuna d'esso _re Carlo_.
Imperocchè, giunto al campo il _duca d'Orleans_, non perdè tempo a
ricuperare Valenza ed altri luoghi di quel regno, che provarono il
gastigo della loro affezione al nome austriaco. Lasciato poi il corpo
maggior dell'armata al _duca di Bervich_ e al general Asfeld, affinchè
seguitassero le conquiste nel Valenziano e Murcia, egli con otto
o dieci mila combattenti marciò alla volta dell'Aragona, e trovati
que' popoli atterriti per la rotta d'Almanza, facilmente li ridusse
all'ubbidienza del _re Filippo V_, da cui furono poi privati di tutti
i privilegii, spogliati d'armi, e severamente puniti in altre guise.
A tante contentezze della corte di Madrid si aggiunse, nel dì 25
d'agosto, l'aver la regina _Maria Gabriella di Savoia_ dato alla luce
un figlio maschio, a cui fu posto il nome di Luigi, e dato il titolo di
principe d'Asturias. Fu poi nell'autunno costretta dal duca d'Orleans
l'importante città di Lerida con un vigoroso assedio a rendersi.
Fermossi in quest'anno il _re Carlo III_ in Barcellona, per animare i
suoi Catalani nelle disgrazie, mangiando intanto il pane del dolore;
perciocchè, oltre al non venirgli alcun nuovo soccorso nè dalle potenze
marittime, nè dall'Italia, da ogni parte fioccavano famiglie nobili di
Valenza ed Aragona sue parziali, che a lui si rifugiavano, cercando di
che vivere. In Fiandra e al Reno continuò anche nell'anno presente la
guerra, ma senza che succedessero fatti od imprese, delle quali importi
al lettore che io l'informi.
Anno di CRISTO MDCCVIII. Indizione I.
CLEMENTE XI papa 9.
GIUSEPPE imperadore 4.
Attese in quest'anno il _conte Daun_ vicerè di Napoli a rimettere
sotto il dominio del re _Carlo III_ le piazze spettanti alla Spagna
nelle maremme di Siena. Spedito colà un corpo di truppe, il _generale
Vetzel_ non ebbe a spendere gran tempo e fatica per ridurre alla resa
Santo Stefano ed Orbitello, fortezza pel sito assai riguardevole. Da
lì a non molto venne ai suoi voleri anche la città di Piombino col suo
castello. Ma in Porto Ercole e Portolongone si trovarono difensori
risoluti di custodire in quei porti la signoria di _Filippo V_.
Convenne dunque trasportar colà da Napoli artiglierie e munizioni per
adoperare la forza. Ma verso il principio di novembre il comandante di
Porto Longone, sbarcata gente ad Orbitello, col nembo di molte bombe
fece provare il suo sdegno a quella piazza. Era già stata destinata
in moglie al _re Carlo III_ la principessa _Elisabetta Cristina di
Brunsvich_ della linea di _Wolfembutel_, che a questo fine abbracciò
la religione cattolica. Si mosse di Germania nella primavera del
presente anno questa graziosissima principessa, dichiarata regina di
Spagna, e calò in Italia. Suo condottiere era il _principe di Lorena_
vescovo di Osnabruch. Magnifico ricevimento le fece per li suoi Stati
la veneta repubblica. Nel dì 26 di maggio furono ad inchinarla in
Desenzano _Rinaldo d'Este_ duca di Modena, e il principe don Giovanni
Gastone, spedito dal gran duca _Cosimo de Medici_ suo padre, e poscia
in Brescia _Francesco Farnese_ duca di Parma. Passata essa regina a
Milano, ed ivi accolta con gran pompa e solennità, fu poi a visitar
le deliziose isole Borromee, e nel dì 7 di luglio s'inviò a San Pier
d'Arena, dove imbarcata nella flotta inglese nel dì 15 sciolse le vele
verso Barcellona. Dappoichè la memorabil vittoria degl'imperiali sotto
Torino sconvolse tutte le misure de' Franzesi per conto dell'Italia,
destramente sul principio del precedente anno aveano essi consigliato
_Ferdinando Carlo Gonzaga_ duca di Mantova di passare per sua maggior
sicurezza a Venezia. Elesse più tosto la duchessa sua moglie di
ritirarsi in Francia, che di seguitarlo, e portatasi a Parigi, quivi,
nel dì 19 di dicembre del 1710, mancata di vita, liberò quella corte
dall'obbligo di pagarle un'annua convenevol pensione. Portò seco il
duca a Venezia un'incredibile afflizione, che crebbe poi a dismisura
all'udire caduta in mano dell'imperadore la sua capitale, e al trovarsi
spogliato di tutti i suoi Stati. Nè a mitigar questa piaga serviva
punto la promessa del re Cristianissimo di pagargli ogni anno quattro
cento mila franchi, e di rimetterlo in casa alla pace. Il laceravano
continuamente i rimorsi delle sue sconsigliate risoluzioni, e la
notizia di non esser compatito da alcuno; laonde cominciò a patire
oppressioni di cuore, con pericolo di soffocarsi, allorchè si metteva
a giacere. Ora in Venezia ed ora a Padova cercando rimedii ai mali non
men del corpo che dell'animo, si ridusse in fine agli estremi. Stava
la corte di Vienna con l'occhio aperto al di lui vacillante stato, e
prima ch'egli prendesse congedo dal mondo fulminò contra di lui una
fiera sentenza, dichiarando lui reo di fellonia, e decaduti i suoi
Stati al fisco cesareo. L'ultimo dì della vita di questo infelice
principe fu il dì 5 di luglio dell'anno presente in Padova; e corse
tosto fama che il veleno gli avesse abbreviati i giorni, quasichè in
tanti disordini della sua vita licenziosa in addietro e i succeduti
crepacuori non avessero assai possanza per condurlo al sepolcro in
età di cinquantasette anni. Non lasciò dopo di sè prole legittima;
e quantunque _Vincenzo Gonzaga_ duca di Guastalla facesse più e
più istanze e ricorsi per succedere nel ducato di Mantova, siccome
chiamato nelle investiture, ed anche per patti confermati dal fu
_Augusto Leopoldo_, nè allora nè di poi potè conseguire il suo intento.
Solamente gli venne fatto di riportare il possesso e dominio del
principato di Bozzolo, di Sabbioneta, Ostiano e Pomponesco. Avrebbe
dovuto il popolo di Mantova compiagnere tanta mutazione di cose, e la
perdita de' proprii principi, che seco portava la dolorosa pensione di
divenir provincia, con altre assai gravi conseguenze, che non importa
riferire. E tanto più perchè l'estinto duca trattava amorevolmente e
con discreti tributi i sudditi suoi, e teneva in feste quella allor
ben popolata città. Contuttociò la sfrenata libidine sua, per cui non
era in sicuro l'onor delle donne, e massimamente delle nobili; e i
tanti sgherri ch'egli manteneva per far delle vendette, spezialmente
se gli saltavano in capo ghiribizzi di gelosie, tale impressione
lasciarono, non dirò in tutti, ma nella miglior parte del popolo, che
o non deplorarono, o giudicarono anche fortuna ciò che gli altri Stati
han considerato, e tuttavia considerano, per una delle loro maggiori
sventure. E quivi si provò che un solo principe cattivo fece perdere,
per così dire, la memoria e il desiderio di tanti illustri e saggi
suoi predecessori, che aveano in alto grado nobilitata, arricchita e
renduta celebre dappertutto la città di Mantova. Cento si richieggono
ad edificare, un solo basta a distruggere tutto.
Non poche differenze ancora insorsero fra la corte imperiale e
_Vittorio Amedeo_ duca di Savoia a cagione del Vigevanasco, già
promesso a questo principe nei precedenti patti, ma senza che il
consiglio aulico di Vienna sapesse mai condiscendere a questa cessione.
Indarno si mossero Inglesi e Olandesi a sostenere le di lui ragioni,
vieppiù perchè il duca si mostrava renitente ad uscire in campagna, se
non era soddisfatto. Tante belle parole nondimeno e promesse furono
spese in tale occasione, che il duca nel mese di luglio si mosse
coll'armi sue e collegate. Il _conte di Daun_ fu richiamato da Napoli
al comando delle truppe cesaree in Piemonte, e in suo luogo con titolo
di vicerè passò il _cardinal Vincenzo Grimani_ Veneto a quel governo, e
ne prese il possesso nel dì 4 di luglio. Parevano risoluti gli alleati
di penetrare colle lor forze nel Delfinato, dove il _maresciallo
di Villars_, benchè inferiore di gente, avea prese le possibili
precauzioni per la difesa. Ma le mire del duca di Savoia erano di
torre ai Franzesi quelle fortezze che aprivano loro il passaggio verso
l'Italia. Perciò, dopo essersi avanzata l'armata collegata per quelle
aspre montagne, cioè per la Morienna, per la Tarantasia, per la valle
d'Aosta e pel Monsenisio, minacciando la Savoia, all'improvviso sul
principio di agosto, voltato cammino e faccia, tagliò ai Franzesi
l'ulterior comunicazione coi forti della Perosa, di Exiles e delle
Fenestrelle. Fu nel medesimo tempo impreso l'assedio dei due primi,
ed ambedue nei dì 11 e 12 d'agosto esposero bandiera bianca, restando
prigioniere quelle guernigioni. Di là si passò a strignere le
Fenestrelle, fortezza di maggior nerbo, ma che bersagliata fieramente
dalle nemiche batterie, nel dì 21 del mese suddetto capitolò la resa,
con restare ivi ancora prigioniere di guerra il presidio. Ciò fatto, si
ritirò quell'armata a Pinerolo, e con tali imprese ebbe fine in esse
parti la campagna, non essendosi fatto altro tentativo, sì perchè,
cadendo di buona ora le nevi in quei monti, impediscono i passi alle
operazioni militari, e sì perchè l'armi cesaree erano richiamate in
Italia per un'altra scena, a cui s'era dato principio.
Ancorchè nelle presenti scabrose contingenze con somma prudenza e
da padre comune si fosse governato il pontefice _Clemente XI_, senza
prendere impegno alcuno fra le potenze guerreggianti; pure provò quanto
sia difficile il soddisfare a tutti, e il conservare il credito e
vantaggio della neutralità in mezzo a due contrarii fuochi. Dichiarossi
infatti malsoddisfatta di lui la corte di Vienna, sì per l'affare
di Figheruolo, come dicemmo all'anno 1704, e sì per le scomuniche
fulminate dal santo padre nel dì primo di agosto del precedente anno
contro i ministri cesarei a cagion delle contribuzioni esatte dal
ducato di Parma e Piacenza, come ancora varii altri atti di questo
pontefice, geloso mantenitore dell'immunità ecclesiastica. Ora da
che l'_imperadore Giuseppe_ si vide forte in Italia per l'espulsione
dell'armi delle due corone, non tardò a far provare i suoi risentimenti
alla corte di Roma, ordinando che non passassero a Roma le rendite dei
beni ecclesiastici del regno di Napoli, e risvegliando le pretensioni
già mosse dall'Augusto suo padre, per li feudi e Stati imperiali
dell'Italia. Uno di questi pretendeva il consiglio aulico che fosse la
città di Comacchio, posta sull'Adriatico fra Ravenna e Ferrara, colle
sue ricche valli pescareccie, siccome quella che la casa d'Este fin
dall'anno 1354 riconosceva dal sacro romano imperio per investiture
continuate fino al regnante duca di Modena _Rinaldo_ d'Este; e che
quantunque non compresa nel ducato di Ferrara, pure fu occupata dal
papa _Clemente VIII_ nel 1598, ed era tuttavia detenuta dalla camera
apostolica, non ostante i reclami fatti più volte dai principi estensi.
Similmente eccitò le pretensioni cesaree sopra Parma e Piacenza,
ancorchè per due secoli la Sede apostolica ne fosse in possesso, e ne
desse pubblicamente le investiture alla casa Farnese. Adunque verso
la metà di maggio si fece massa di milizie imperiali sul Ferrarese,
e senza far novità contro la città stessa di Ferrara, passò nel dì
24 di esso mese un corpo di Tedeschi ad impossessarsi della città di
Comacchio. Venne anche ordine da Vienna e da Barcellona al senato di
Milano d'intimare al duca di Parma di prendere fra quindici giorni la
investitura di Parma e Piacenza come feudi imperiali e dipendenze dello
Stato di Milano.
Da tali novità commosso il sommo pontefice, giudicò debito suo di
mettersi in istato di ripulsar colla forza gli attentati degli
Alemanni, e a sì fatta risoluzione lo animarono spezialmente i
ministri di Francia e Spagna, impiegando larghe promesse di soccorsi,
che poi non si videro mai comparire. Però avuto ricorso al tesoro di
castello Sant'Angelo, e trovate altre maniere di accumular pecunia,
si fece in Roma e per gli Stati della Chiesa un armamento di circa
venti mila soldati, dei quali fu dato il comando a _Ferdinando
Marsili_ Bolognese, generale dell'imperadore, e famoso ancora per la
sua singolar letteratura. Passarono queste truppe a guernir i posti
del Ferrarese, Bolognese e Romagna, e seguirono anche ostilità nelle
ville confinanti a Comacchio. Il duca di Modena _Rinaldo_ per sua
precauzione fece anch'egli di molta gente. Ora intenzione della corte
cesarea non era già di far guerra al papa, ma solamente di tirarlo a
qualche convenevole aggiustamento; pure, vedendo sì grande apparato
d'armi, ordinò al _conte Wirico di Daun_, suo primario generale in
Italia, di cercare colle brusche ciò che i suoi ministri in Roma non
poteano ottener col maneggio. Calati dunque varii reggimenti verso
il Ferrarese, il suddetto generale Daun, nel dì 27 d'ottobre, marciò
contro Bondeno, e vi fece prigionieri più di mille soldati pontifizii,
liberò dal blocco Comacchio, e s'impadronì di Cento. Appresso andò
quasi tutto il resto dell'armata imperiale a prendere quartieri di
verno sul Ferrarese e Bolognese, e formò una specie di blocco alla
stessa città di Ferrara e a Forte Urbano. Inoltrossi ancora ad Imola
e Faenza, da dove sloggiarono presto le milizie pontificie, che aveano
dianzi determinato di far quivi piazza d'armi. Intanto anche le penne
cominciarono la guerra, avendo la corte romana pubblicate le ragioni
del suo dominio in Comacchio, alle quali contrappose tosto altre
scritture il duca di Modena, che istruirono il pubblico del diritto
imperiale ed estense sopra quella città. Oltre a questi sì strepitosi
sconcerti, provò papa _Clemente XI_ nel presente anno molti affanni
e cure a cagion de' riti cinesi, da che intese che _monsignore di
Tournon_ da lui inviato per visitatore alla stessa Cina, ed ultimamente
creato cardinale, avea incontrato delle gravissime traversie
nell'esecuzione dell'apostolico suo ministero.
Nel maggio di quest'anno fece il re Cristianissimo _Luigi XIV_ la
spedizione del giovine cattolico re della Gran Bretagna _Giacomo III_
verso la Scozia con poderosa flotta, per suscitare in quelle parti
qualche incendio. Ma sì opportune e gagliarde furono le precauzioni
prese dalla corte di Londra e dagli Olandesi, che lo sventurato
principe fu astretto a ritornarsene a Dunquerque, contento di avere
scampato il grave pericolo, a cui fu esposta insieme colla flotta
la sua real persona. Con grandi forze entrarono dipoi i Franzesi in
campagna nell'anno presente, giacchè i lor desiderii e trattati di
pace coi ministri delle potenze collegate s'erano sciolti in fumo, ed
improvvisamente si fecero padroni di Gante e di Bruges. Al comando
di quell'armata passò lo stesso _duca di Borgogna_ colla direzione
del valoroso _duca di Vandomo_; ed erasi già accampata l'oste
loro presso Odenard, dove si trovò il comandante ben risoluto alla
difesa. Allora fu che gli insigni due generali dell'esercito alleato,
cioè il _principe Eugenio di Savoia, e milord duca di Marlboroug_,
s'affrettarono di venire alle mani co' Franzesi. Nel dì 11 di luglio
attaccarono essi la battaglia con tal maestria e vigore, che ne
riportarono vittoria. La notte sopraggiunta favorì non poco la fuga o
ritirata dei Franzesi. Contuttociò, se si ha da credere alla relazion
de' vincitori, d'essi Franzesi restarono sul campo quattro mila
estinti, laddove, secondo il conto dei vinti, nè pur giunsero a due
mila. S'accordarono bensì le notizie in dire che rimasero prigionieri
sette mila di essi, fra' quali cinquecento uffiziali. Si portò dipoi
il principe Eugenio all'assedio dell'importante città di Lilla,
fortificata al maggior segno dal famoso ingegnere Vauban. Costò gran
sangue l'espugnazion di sì gran fortezza, difesa con sommo valore dal
_maresciallo di Bouflers_; e secondo lo scandaglio degl'intendenti vi
perirono degli offensori circa diciotto mila persone, senza parlar dei
feriti. Nel dì 22 d'ottobre la città si rendè; nel dì 9 di dicembre la
cittadella. In questo mentre, per fare una diversione, _Massimiliano
duca di Baviera_ mise l'assedio a Brusselles; ma accorsi i due generali
de' collegati, il fecero precipitosamente ritirar di là; dopo di che
ricuperarono Gante e Bruges, coronando con sì gloriose imprese la
presente campagna.
Nella Spagna non furono men considerabili gli avvenimenti di guerra.
Arrivò a Barcellona spedito dall'Italia il saggio maresciallo _conte
Guido di Staremberg_ al comando dell'armata del _re Carlo III_ in
Catalogna; ma colà ben tardi andarono capitando i rinforzi di gente
italiana e palatina inviati per mare. Di questa lentezza non lasciò
di profittare il vigilante _duca d'Orleans_ generalissimo dell'armi
delle due corone. Verso il dì 21 di giugno mise l'assedio a Tortosa,
e la costrinse alla resa. Anche nel Valenziano i porti di Denia e
d'Alicante ritornarono per forza all'ubbidienza del _re Filippo V_.
Ma queste perdite furono compensate da altri acquisti. Imperciocchè,
avendo la flotta inglese sbarcato nell'isola di Sardegna verso la metà
d'agosto un grosso corpo di milizie austriache, trovò quei popoli
portati dall'antica affezione verso la casa d'Austria, che non solo
niuna resistenza fecero, ma con festa inalberarono tosto le bandiere
del _re Carlo III_. Il vicerè spagnuolo non tardò a capitolar la resa
di Cagliari, con ottener tutto quanto desiderò di onori militari.
Amoreggiavano da gran tempo anche gl'Inglesi l'isola di Minorica,
per brama di mettere il piede in Maone, porto dei più riguardevoli e
sicuri del Mediterraneo, e di quivi fondare una buona scala al loro
commercio. Nel dì 14 di settembre il generale inglese _Stenop_ sbarcò
in quell'isola più di due mila combattenti, e gli abitanti corsero a
soggettarsi. Nel dì 26 marciò contro il castello e porto di Maone, e
fra due giorni se ne impossessò: perdita che sommamente increbbe al
re Filippo per l'importanza di quel porto, caduto in mano di chi sel
terrebbe caro. Come il Garzoni storico sì accurato metta nel libro
XIII la presa di Minorica nell'anno 1707, se non anche nel precedente,
non l'ho saputo intendere. Intanto nel dì primo d'agosto fece il suo
solenne ingresso in Barcellona la novella sposa del re Carlo III con
gran tripudio e festa dei Catalani.
Anno di CRISTO MDCCIX. Indizione II.
CLEMENTE XI papa 10.
GIUSEPPE imperadore 5.
Il verno di quest'anno fu dei più rigorosi che si sieno mai provati
in Italia, perchè gelò il Po con altri fiumi, e colle carra si
passava francamente per l'alveo suo fortemente agghiacciato. Fin
la lacuna di Venezia si congelò tutta, con grave incomodo di quella
gran città, a cui su pel ghiaccio si dovea portar tutto ciò che con
tanta facilità si portava in altri tempi per barca. Si seccarono
perciò le viti, gli ulivi, le noci ed altri alberi, e nel Genovesato
gli agrumi. Se ne stava, ciò non ostante, tutta l'armata cesarea
dolcemente accampata sul Ferrarese, Bolognese e Romagna, godendo
un buono, cioè un indiscreto quartiere d'inverno alle spese di quei
poveri popoli, benedicendo essi Tedeschi il papa, che non era fin qui
condisceso ad alcuno accomodamento coll'imperadore, e dava campo ad
essi di deliziarsi in quelle ubertose campagne. Erasi portato a Roma
il _marchese di Priè_ plenipotenziario cesareo a fine d'indurre il
pontefice ad eleggere non la pericolosa via delle armi, ma la pacifica
del gabinetto, per venire ad un accordo. Nè pure il re Cristianissimo
trascurò allora di spedir colà il _maresciallo di Tessè_ per fomentare
gli spiriti guerrieri nell'animo di sua santità, e frastornare ogni
concordia con Cesare, spendendo largamente promesse e sicurezze di
poderosi aiuti. Ma questi aiuti erano lontani, erano anche dubbiosi;
e intanto il santo padre avea sulle spalle troppo pesante fardello
dell'armamento proprio, che a lui, forse più di quel che avesse fatto
ad altri, costava una gravissima spesa. Aveva egli anche fatto grosse
rimesse agli Svizzeri e ad Avignone, per tirar da quelle parti un
buon nerbo di gente. Il peggio era che le truppe cesaree, con ridersi
delle truppe papaline, ogni dì più si stendevano per la Romagna, e
minacciavano di voler passare, e non già per divozione, sino a Roma
stessa. Dalla parte ancora del regno di Napoli si accostavano milizie
ai confini dello Stato ecclesiastico. Trovavasi perciò in gravi
angustie il buon pontefice; dall'una parte l'agitava la paura di
maggiori violenze, e l'amore paterno dei minacciati e già aggravati
suoi sudditi; e dall'altra il timore di mancare all'uffizio suo in
cedere alcun dei diritti della santa Sede per gli affari di Parma
e Piacenza e di Comacchio, giacchè anche per le due prime città
era uscito manifesto di Cesare, che le pretendeva quai membri dello
Stato di Milano. S'aggiugneva l'insistere il ministro cesareo che la
santità sua riconoscesse per re di Spagna _Carlo III_; punto di gran
dilicatezza, al cui suono strepitavano forte i ministri delle due
corone Cristianissima e Cattolica. Ma finalmente la paura è una dura
maestra, e il saggio si accomoda ai tempi. E però, dopo avere il santo
padre con pubbliche preghiere implorato lume dai cielo, nel dì 15 di
gennaio del presente anno stabilì l'accordo con Cesare, promettendo
egli di disarmare, e il cesareo ministro di ritirar dagli Stati della
Chiesa le truppe cesaree, e di obbligare il _duca di Modena_ a non
inferire molestia alcuna alle terre della Chiesa. Fu convenuto che in
amichevoli congressi, da tenersi in Roma fra i ministri pontificii e
cesarei, si esaminerebbono le pendenze insorte per gli Stati di Parma,
Piacenza e Comacchio, e similmente le ragioni del duca di Modena sopra
Ferrara, per conchiudere ciò che esigesse la giustizia. Durante il
dibattimento di queste cause fu accordato che l'imperadore restasse in
possesso di Comacchio. Segretamente ancora fu convenuto che sua santità
riconoscerebbe per re Carlo III. Fece quanta resistenza mai potè il
pontefice; pure in fine s'indusse ad un sì abborrito passo.
A questo accomodamento non mancò la lode ed approvazione della gente
più savia, considerato il pericolo di mali incomparabilmente maggiori,
se la santità sua non si arrendeva. Ma non l'intesero così le corti
di Francia e Spagna, pretendenti che il pontefice dovesse sacrificar
tutto, e soffrire l'eccidio dei suoi Stati, più tosto che condiscendere
al regio titolo di Carlo III. Però, quantunque Roma facesse conoscere
che in alcuni tempi erano stati riconosciuti per re due contendenti, e
lo stesso re Cristianissimo avea nello stesso tempo riconosciuto per re
della Gran Bretagna _Giacomo II_ e _Guglielmo III_; pure a nulla giovò.
Vennero ordini che il _maresciallo di Tessè_, l'ambasciatore cattolico
_duca d'Uceda_ e il _marchese di Monteleone_ plenipotenziario del
_re Filippo V_ si partissero da Roma, con premettere una protesta di
nullità dell'atto suddetto. Fu ancora licenziato da Madrid il _nunzio
Zondedari_, vietato agli ecclesiastici il commercio con Roma, e fermato
il corso di tutte le rendite provenienti dalla Spagna alla dateria
apostolica: violento consiglio, di cui durò poscia l'esecuzione per
molti anni appresso. Dirò qui in un fiato che si diede poi principio
nell'anno seguente in Roma ai congressi promessi per le controversie di
sopra accennate di Parma, Piacenza, Comacchio e Ferrara, intervenendovi
il _marchese di Priè_ con gli avvocati di Cesare e del duca di Modena;
ma dopo una ben lunga discussione delle vicendevoli ragioni, non si
venne a decisione alcuna, e restarono le pretensioni nel primiero
vigore, senza che alcuna delle parti cedesse. Si conchiuse bensì,
che chi non ha altre armi che ragioni e carte per torre di mano ai
potenti qualche Stato occupato, altro non è per guadagnare che fumo.
Era venuto sul fine del precedente anno a Venezia _Federigo IV_ re
di Danimarca, principe provveduto di spiriti guerrieri, per godere
di quel delizioso carnevale, e, benchè incognito, ricevette distinti
onori e suntuosi divertimenti da quella sempre magnifica repubblica.
Passò dipoi a Firenze, dove dal gran duca _Cosimo de' Medici_ fu
accolto con cortesissime dimostrazioni di stima, che a taluno parvero
eccessi. Si fermò in quella corte non poco tempo con aggravio d'esso
sovrano, o, per dir meglio, dei sudditi suoi, che furono poi obbligati
ad una contribuzione per le tante spese fatte in quella congiuntura.
Credevasi ch'esso re passerebbe a Roma per godere delle rarità di
quella impareggiabil dominante. Forse non si accordò il ceremoniale;
e venuta anche nuova che si trattava alla gagliarda di pace fra le
potenze guerreggianti, verso il fine d'aprile si mosse di Toscana per
ritornare ne' suoi Stati, e giunto nel dì 25 d'esso mese a Modena,
trovò qui un accoglimento, qual si conveniva alla sua dignità e merito.
Nel dì 6 del seguente maggio cessò di vivere _Luigi Mocenigo_ doge di
Venezia, e fu poi esaltato a quel trono _Giovanni Cornaro_. Già era
perduta la speranza che _Ferdinando de' Medici_, principe ereditario
di Toscana dopo tanti anni di sterile matrimonio arricchisse di prole
la sua casa; il perchè il gran duca suo padre maneggiò e conchiuse
l'accasamento del _cardinale Francesco Maria_ suo proprio fratello con
_Leonora Gonzaga_ figlia di _Vincenzo_ duca di Guastalla. Pertanto,
avendo questo principe rinunziata la sacra porpora, nel principio di
luglio sposò la suddetta principessa, che nel dì 14 d'esso mese arrivò
a Firenze: rimedio procurato ben tardi alla cadente insigne casa de'
Medici, essendo già questo principe pervenuto all'età di cinquant'anni,
e debilitato da qualche incomodo della sua sanità.
Avea nel precedente anno il re Cristianissimo _Luigi XIV_ per mezzo de'
suoi emissarii sparsa cotanto per l'Olanda la sua sincera disposizione
alla pace, che si cominciò a dar orecchio a sì lusinghevol proposta,
e se ne trattò seriamente fra i ministri delle potenze collegate.
Maggiormente si scaldò questa pratica nel verno e nella primavera
dell'anno presente, nè v'era persona che non credesse risoluta la
Francia di volere ad ogni costo la pace. Non si può dire in quanta
miseria si fosse ridotto quel florido regno per sì lunga guerra,
per sì numerosi eserciti mantenuti in tante parti. Restavano incolte
molte campagne per le tante leve di gente; insoffribili gli aggravii;
le milizie per gl'infelici avvenimenti degli anni addietro scorate;
superiori di forze i nemici, e già vicini ad aprirsi il varco nella
Francia stessa. A questi mali si aggiunse una terribil carestia, per
cui fu obbligato il re con immense spese a procurar grani forestieri, e
a sminuir le gravezze: con che sempre più rimase esausto l'erario suo.
Perciò pubblicamente il re Cristianissimo fece istanza per la pace;
se ne trattò all'Haia; e quanto più miravano i plenipotenziarii de'
collegati che i ministri franzesi cedevano alle restituzioni richieste,
tanto più si aumentavano le lor dimande e pretensioni. Ciò che fece
tenere per immancabile la pace, fu l'avere il re spedito all'Haia lo
stesso suo segretario di Stato _marchese di Torsy_, il quale benchè si
contorcesse, pure veniva accordando ogni punto proposto da' collegati.
Si giunse al dì 28 di maggio, in cui furono stesi i preliminari, co'
quali essi intendevano di dar la pace alla Francia. Doveva il _re
Filippo_ cedere al re _Carlo III_ la monarchia, di Spagna; e ricusando,
avea da impegnarsi il _re Luigi XIV_ avolo suo di unirsi con gli
alleati per iscacciarlo di Spagna. Una gran restituzione di piazze
in Fiandra e al Reno e di tutta l'Alsazia era prescritta, con altre
condizioni di gran vantaggio per chiunque avea pretensioni contro la
Francia. Sicchè quei gran politici, a riserva del principe Eugenio,
si tenevano oramai in mano la pace, e pace tanto vantaggiosa; ma poco
tardarono ad accorgersi che questo era stato un tiro di mirabil finezza
della corte di Francia. Se riusciva il tentativo della pace, di cui
veramente abbisognava la corte e nazion franzese, gran bene era questo;
se no, serviva l'aver trattato per guadagnar tempo e premunirsi, e
molto più per muovere i popoli a sostenere il peso della guerra e
delle contribuzioni, e a somministrare aiuti, da che si facea conoscere
nello stesso tempo la gran premura del re per la pace, e la soverchia
ingordigia de' suoi nemici.
Infatti dal re furono rigettati e poi pubblicati quegli stessi
preliminari che commossero a vergogna e sdegno la nazione tutta,
amantissima del re e del proprio decoro; e cagion furono che i grandi
e mercatanti a gara portassero argenti e danari all'erario reale:
con che si provvide all'urgente bisogno. Rimasti all'incontro gli
alleati colle mani piene di mosche, maggiormente s'irritarono contro
la Francia; e giacchè questa unicamente pensava alla difesa, e il
_maresciallo di Villars_ s'era postato in sì buona forma, che non si
potea forzare a battaglia, i due prodi generali _principe Eugenio e
duca di Marlboroug_ spinsero l'esercito all'assedio di Tournai. Dopo
ventun giorni di trincea aperta, nel dì 29 di luglio quella guernigione
cedette la città, ritirandosi nella cittadella, che dopo una terribil
difesa si rendè in fine anch'essa nel dì 3 di settembre. Trovaronsi
poscia a fronte le due nemiche armate. Quantunque il Villars si fosse
ben trincierato, ardevano di voglia i generali de' collegati di far
battaglia campale; ma prima di venire al gran cimento, scrivono alcuni
che il _principe Eugenio_ si abboccò sul campo col _maresciallo di
Bouflers_, per veder pure se i Franzesi inclinavano ad accettare i
già proposti preliminari. Trovò che questi maggiormente restrignevano
le condizioni, detestando spezialmente quella di dovere il re
Cristianissimo unirsi coi nemici contra del nipote _Filippo V_. Però
nel dì 11 di settembre, da che ebbero i collegati disposte le cose
per l'assedio di Mons, diedero all'armi contro l'esercito Franzese
nel luogo di Malpacquet, contuttochè il Villars avesse le sue forze
ben assicurate da due boschi e da molte trincee. Fu questa una delle
più ostinate e sanguinose battaglie che occorressero nella presente
guerra, e durò più di sei ore. Restò veramente il campo con alquanti
cannoni in potere de' collegati, essendosi ritirati per quanto poterono
ordinatamente i Franzesi, ma non lasciò di essere dubbiosa la lor
vittoria. Se i vincitori guadagnarono bandiere e stendardi, altrettanto
fecero anche i Franzesi. Per la mortalità pretesero i Franzesi che la
loro ascendesse a soli otto mila tra morti e feriti; laddove, secondo
la relazion contraria, si vollero estinti de' Franzesi sette mila
con cinquecento uffiziali e dieci mila feriti, fra' quali lo stesso
maresciallo di Villars gravemente colpito da palla di fucile nel
ginocchio. All'incontro fu confessato che almeno sei mila fossero gli
uccisi dell'esercito alleato, e quattordici mila i feriti. Di gente
rimasta prigioniera altro non fu detto se non che la sterminata copia
de' Franzesi lasciati feriti sul campo fu permesso che fosse ritirata
al campo loro, e contata per prigioniera di guerra. Intervenne a quel
terribil conflitto _Giacomo III Stuardo_ re Cattolico d'Inghilterra,
che diede gran pruove di intrepidezza, e ne riportò anche alcune
lievi ferite. Ciò che servì a maggiormente contestare per vincitori
i collegati, fu l'aver eglino immediatamente stretta di assedio la
fortissima città di Mons, con obbligare quel presidio nel dì 20 di
ottobre ad uscirne con tutti gli onori militari.
Poche imprese si fecero nel presente anno in Italia. Era disgustato
_Vittorio Amedeo_ duca di Savoia della corte di Vienna, perchè gli
contrastava il Vigevanasco e alcuni feudi confinanti col Genovesato,
benchè a lui accordati ne' patti. Fecero gagliarde istanze gl'Inglesi
ed Olandesi presso l'_imperador Giuseppe_ in suo favore, e le fecero
indarno. Perciò non volle il duca uscire in campagna. Vi uscì il
_maresciallo di Daun_ co' suoi tedeschi, e passato il Mon-Cenis,
penetrò fino in Savoia, e s'impossessò di Annicy. Ma avendo il _duca di
Bervich_ ben muniti i passaggi, ed accostandosi le nevi, il conte di
Daun giudicò meglio di tornarsene a cercar buoni quartieri in Italia.
Lentamente ancora procederono al Reno gli affari della guerra. In
Ispagna riuscì al maresciallo conte _di Staremberg_ di sottomettere
la città di Belaguer, ma senza far altro progresso. Perchè regnava la
discordia fra i comandanti franzesi e spagnuoli, il re _Filippo V_ si
portò in persona all'armata; e dopo aver composte le differenze, tentò
di venire a battaglia col nemico esercito; ma lo Staremberg, uno de'
più cauti generali del suo tempo, non sentendosi voglia di azzardare
tutto in una giornata, non volle dar questo piacere alla maestà sua.
Nei confini del Portogallo ebbero maggior fortuna gli Spagnuoli, perchè
il _marchese di Bay_ diede una rotta ai Portoghesi, con prendere varii
loro cannoni ed insegne, ed impadronirsi di alcune castella.
Anno di CRISTO MDCCX. Indizione III.
CLEMENTE XI papa 11.
GIUSEPPE imperadore 6.
Ebbe in quest'anno il pontefice _Clemente XI_ varii insulti alla sua
sanità, che fecero dubitar non poco di qualche pericolo di sua vita;
ma appena egli si rimise in migliore stato, che, siccome principe di
grande attività, tornò ad ingolfarsi nell'uno e nell'altro governo,
ben per lui scabroso ne' correnti tempi, sì per cagion de' riti cinesi,
e della persecuzione mossa contro il _cardinale di Tournon_, detenuto
come prigione in Macao, come ancora per la nimicizia dichiarata dal re
Cattolico _Filippo V_ alla corte di Roma a cagion della ricognizione
del _re Carlo III_. Contuttociò qualche calma si godeva non meno in
Roma che nel resto d'Italia, a riserva delle contribuzioni intimate da'
Tedeschi, e di chi sofferì i loro quartieri. Fu anche travagliato da
varii malori di sanità con tutta la sua famiglia_ Vittorio Amedeo_ duca
di Savoia, che gl'impedirono l'uscire in campagna, oltre all'averne
egli poca voglia per le già dette controversie colla corte di Vienna,
ostinata in non voler dare esecuzione al pattuito. Pertanto più
tosto apparenza di guerra, che guerra guerreggiata fu nel Piemonte.
S'incamminò bensì il maresciallo _conte di Daun_ a mezzo luglio verso
la valle di Barcellonetta col forte dell'armata collegata, mostrando
di aver delle mire contra di Ambrun e Guilestre; ma avendo trovato
ai confini il _duca di Bervich_ assistito da un potente esercito, e
apprendendo l'avvicinamento delle nevi a quelle montagne, si ritirò
presto alle pianure del Piemonte: il che diede un gran comodo ai
Franzesi di spignere buona parte delle lor soldatesche ai danni del _re
Carlo III_ in Catalogna, e di riportar due vittorie, siccome diremo.
Era già stato con sentenza del consiglio aulico in Vienna dichiarato
ribello e decaduto da' suoi Stati _Francesco Pico_ duca della
Mirandola; ed avendo l'_imperador Giuseppe_ somma necessità di danaro
per l'urgente bisogno delle sue armate, mise in vendita il ducato
della Mirandola e marchesato della Concordia, dappoichè non potè esso
duca pagar la tassa a lui prescritta per ricuperar quello Stato. Molti
furono i concorrenti a questo incanto o mercato. _Rinaldo d'Este_ duca
di Modena, per timore che gli venisse ai fianchi con quell'acquisto
qualche troppo potente persona, si affacciò anch'egli, e fu preferito
agli altri. Più di ducento mila doble costò a lui quel paese, di cui
poscia, col consenso degli elettori, fu investito nell'anno seguente da
sua maestà cesarea. Ma nel dì 28 di settembre grande afflizione provò
esso duca di Modena per la morte della duchessa _Carlotta Felicita di
Brunsvich_ sua consorte, e sorella della regnante _imperadrice Amalia_.
Avea nel precedente anno il re Cristianissimo _Luigi XIV_, per far
credere alle potenze collegate di voler egli abbandonare gl'interessi
del re _Filippo V_ suo nipote, richiamate di Spagna le sue milizie.
Non atterrito per questo quel generoso monarca, tali misure d'economia
e tali ripieghi prese, che formò un poderoso esercito di nazionali e
Valloni, alla testa di cui sul principio di maggio uscì egli stesso
in campagna, ardendo di voglia di far giornata coll'oste dell'emulo
re _Carlo III_. S'era postato nelle vicinanze di Belaguer l'avveduto
maresciallo di _Staremberg_, finchè gli arrivassero i soccorsi
aspettati dall'Italia. Arrivati questi, anche il re Carlo passò
all'armata, e marciò contra gli Spagnuoli. Presso ad Almenaro, nel
dì 27 di luglio, seguì un caldo fatto d'armi, in cui fu astretto
il re Filippo a battere la ritirata con perdita di varii stendardi
e bandiere e di molto bagaglio. Peggio gli sarebbe avvenuto, se la
notte sopraggiunta non metteva freno ai vincitori. Dopo l'acquisto di
Bolbastro, Huesca ed altri luoghi dell'Aragona, s'inviò il re Carlo
col suo esercito alla volta di Saragozza capitale di quel regno. Nel
dì 20 di agosto si trovarono di nuovo a fronte le nemiche armate in
vicinanza di quella città, e si venne alla seconda battaglia, in cui
rimasero totalmente disfatti gli Spagnuoli con perdere quasi tutta
l'artiglieria, quindici stendardi e più di cinquanta bandiere. La
fama portò che due mila fra gli estinti e feriti fossero quei della
parte austriaca vincitrice, e cinque mila i morti e tre mila i rimasti
prigioni dall'altra parte. Se non furono tanti, certo è almeno che
si trovò sommamente estenuata l'armata del re Filippo, e che dopo
sì felice avvenimento il re Carlo trionfante entrò in Saragozza fra
gl'incessanti plausi di quel popolo. Se egli avesse dipoi seguitato il
saggio parere dello Staremberg, il quale insisteva che si avesse ad
inseguire il fuggitivo re Filippo ritirato a Vagliadolid, forse gran
piega prendevano le sue speranze alla corona di Spagna. Ma prevalse il
sentimento dell'umore gagliardo dell'Inglese _Stenop_, che si avesse
a marciare a Madrid. Occupata la reggia, più facilmente cadrebbe il
resto.
In quella real città si lasciò vedere il re Carlo, ma ricevuto senza
gran segnale di amore in quel popolo, e non venne dal cuore quel poco
giubilo che se ne mostrò. Diede egli con ciò assai tempo al re Filippo
di rinforzarsi di gente, e di provveder la sua armata di un generale
di primo grido, cioè del _duca di Vandomo_, che comparve dopo la metà
di settembre a Vagliadolid col _duca di Noaglies_. Intanto nello
sterile territorio di Madrid mancarono le provvisioni per l'armata
del re Carlo, e nella città alzarono forte la testa i partigiani
del re Filippo. Vennero spediti potenti rinforzi di gente al nipote
dal re Cristianissimo, e all'incontro mai non vennero i Portoghesi
ad unirsi col re Carlo, il quale perciò, all'accostarsi del verno,
determinò di ritirarsi verso la Catalogna. Con sì mal ordine seguì
la ritirata, che il re Filippo, già rientrato in Madrid, si mosse per
assalire gl'Inglesi, che marciavano molto separati dagli Alemanni, e li
raggiunse al grosso borgo di Briguela o sia Brihuega. Dato l'assalto
a quelle miserabili mura, e mancate le munizioni agl'Inglesi, furono
essi costretti a rendersi prigionieri in numero di più di tre mila
collo stesso orgoglioso Stenop. Al romore del pericolo degl'Inglesi
con isforzate marcie era accorso il maresciallo di Staremberg, e
benchè non consapevole della lor disavventura, pure coraggiosamente
arrivato a Villa Viziosa nel dì 20 di dicembre volle attaccar battaglia
coll'esercito gallispano. Il valore dell'una e dell'altra parte fu
incredibile, e la notte sola diede fine al macello, con restare gli
Austriaci padroni del campo e di molte insegne, ma colla perdita
di circa tre mila morti nel conflitto. Maggior fu creduto il numero
degli uccisi dall'altra parte. Nulladimeno diversamente contarono i
Gallispani questa sanguinosa battaglia, con attribuirsene la vittoria,
e fu cantato perciò il _Te Deum_ a Parigi. Ed è la verità che anche gli
Spagnuoli presero molte bandiere, e fecero bottino di molto bagaglio;
e che lo Staremberg, trovando sì infievolito il suo picciol corpo di
gente, e mancante affatto di vettovaglia, fu obbligato a ritirarsi
frettolosamente verso l'Aragona, e a lasciar indietro tutto il
cannone: il che servì non poco a giustificare la relazione contraria.
E perciocchè un'armata di venti mila Franzesi venuta dal Rossiglione
avea impreso l'assedio di Girona in Catalogna, lo Staremberg abbandonò
Saragozza e quanto aveva acquistato nell'Aragonese, e si ritirò a
Barcellona a scrivere compassionevoli lettere a tutti i collegati
per ottenere soccorsi. Ed ecco quante varie scene e vicende vide in
quest'anno la Spagna fra le sanguinose dispute dei due competitori
monarchi.
Aspirava pure il re Cristianissimo alla pace, e non lasciò di
stuzzicar di nuovo gli Olandesi per mezzo del Pettecun, residente
del duca di Holstein all'Haia, adoperato anche nell'anno precedente
per mezzano in così scabroso affare, affinchè dessero orecchio alle
proposizioni, per mettere una volta fine al sangue di tanta gente, e
alla desolazione de' regni. Tuttochè sentissero tuttavia gli alleati
il bruciore di essere stati burlati nell'anno addietro dal gabinetto
di Francia, pure s'indussero ad entrar di nuovo in un congresso,
con destinare a tal fine la città di Gertrudemberga. Gran contrasto
fu ivi; saldo il re Cristianissimo in non voler prendere le armi
contro il re nipote; discordi gli alleati nelle lor pretensioni,
perchè gli Anglolandi consentivano a rilasciare al re _Filippo V_ una
porzione della monarchia spagnuola; laddove il _conte di Zizendorf_
plenipotenziario cesareo negava qualsivoglia smembramento della
medesima. Per più mesi durò la battaglia di quelle teste politiche, e
in fine tutto andò in fascio, senza potersi in guisa alcuna ottenere
nè dagli uni nè dagli altri il loro intento. Giovò nondimeno alla
Francia quest'altro tentativo per seminar gelosie e discordie fra le
potenze nemiche: del che seppe ben ella profittare nel tempo avvenire.
Imputò intanto ciascuna delle parti all'altra la colpa di lasciar
continuare la guerra; e questa in fatti anche nel presente anno fu
ben calda in Fiandra, dove alla primavera fu posto l'assedio dal _duca
di Marlboroug_ alla città di Douai. La difesa di quella piazza fatta
dal tenente generale _conte Albergotti_ fiorentino, accrebbe al sommo
la gloria del suo nome. Indarno tentò il _maresciallo di Villars_
di soccorrerla, e però colla più onorevol capitolazione nel dì 26
di giugno quella città col forte della Scarpa fu ceduta all'armi dei
collegati. Passarono poi questi col campo sotto Bettunes, piazza assai
provveduta di fortificazioni regolari, con trovarvisi alla difesa il
celebre luogotenente generale _Vauban_, che la sostenne sino al dì 29
di agosto, in cui ne seguì la resa. Quindi si presentò l'oste nemica
sotto San Venanzio ed Aire. La prima di queste piazze fece resistenza
solamente dodici giorni; ma l'altra per cinquantotto dì faticò gli
assedianti con grave lor perdita, e in fine il dì 9 di novembre si
lasciò vincere. Nè si dee tacere che in quest'anno succederono notabili
mutazioni di ministri nella corte d'Inghilterra, e gran bollore di
animi si trovò in Londra fra i due contrarii partiti dei Toris e de'
Vigt. In favore de' primi pubblicamente predicò un dottore Sacheverel,
che maggiormente accese il fuoco, gran partigiano dell'appellata Chiesa
anglicana. Queste novità molto poscia influirono a condurre la _regina
Anna_ nei voleri della Francia, siccome vedremo. Essendo mancato di
vita sul fine di settembre il _cardinale Vincenzo Grimani_ Veneto,
vicerè di Napoli, si trovò nelle cedole dell'_Interim_ nominato a
quella illustre carica il _conte Carlo Borromeo_ Milanese, che verso
la metà del seguente mese comparve in quella metropoli, e fu appresso
confermato dal re _Carlo III_ nel possesso di sì nobile impiego.
Anno di CRISTO MDCCXI. Indizione IV.
CLEMENTE XI papa 12.
CARLO VI imperadore 1.
Fece la morte in quest'anno moltiplicar le gramaglie nell'Europa,
perchè nel dì 3 di febbraio rapì dal mondo _Francesco Maria de Medici_,
fratello del gran _duca Cosimo_, e principe da noi veduto cardinale nei
precedenti anni, che non lasciò alcun frutto del suo matrimonio colla
principessa _Leonora Gonzaga di Guastalla_. Poscia nel dì 14 d'aprile
mancò di vita pel vaiuolo _Luigi Delfino_ di Francia, unico figlio del
re _Luigi XIV_, principe degno di più lunga vita: con che il _duca di
Borgogna_ suo primogenito assunse il titolo di Delfino. Ma ciò che più
mise in agitazione i pensieri di tutti i politici interessati e non
interessati nel teatro delle correnti guerre, fu l'immatura morte di
_Giuseppe imperadore_, accaduta nel dì 17 del mese suddetto d'aprile.
Questo monarca, che in vivacità di spirito, in affabilità e in altre
belle doti superò moltissimi dei suoi gloriosi antenati, non avea
ben saputo reggere il suo fuoco, portato ai piaceri; e contuttochè
l'impareggiabile augusta sua consorte _Amalia Guglielmina di Brunsvich_
si studiasse, per quanto potè, di tenerlo in freno, non reggeva
questo freno all'empito delle sue voglie. Mancò veramente anch'egli di
vaiuolo, ma fu creduto che gli strapazzi della sua sanità aiutassero
di molto quel male a levarlo di vita. Niun discendente maschio lasciò
egli dopo di sè, ma solamente due arciduchesse, cioè _Maria Gioseffa_
e _Maria Amalia_, che poi passarono a fecondar le elettorali case di
Baviera e Sassonia. Questo inaspettato colpo delle umane vicende non si
può dire quanto sconcertasse le misure delle potenze collegate contro
la real casa di Borbone; perchè si pensò ben tosto, e si fecero tutti
gli opportuni negoziati per far cadere la corona imperiale in testa
del re _Carlo III_ suo fratello; ma tosto ancora si conobbe che questo
passo verrebbe ad assodar quella di Spagna sul capo del re _Filippo V_.
Nè pure agli stessi collegati, non che alla Francia, compliva il vedere
uniti in una sola persona l'imperio e i regni di Spagna e della casa di
Austria. Però si cominciarono nuove tele, persistendo nondimeno tutti
nella determinazione di continuar più vigorosamente che mai le ostilità
contra dei Franzesi.