Mi trovava io allora in Milano, e mi convenne udire la terribil

sinfonia di quel popolo contro il nome, casa e persona di quel sovrano,

trattando lui da traditore, e come reo di nera ingratitudine, che si

fosse servito di tanto sangue e tesoro degli alleati per accomodare i

soli suoi interessi, con altre villanie che io tralascio. Ma d'altro

parere si trovavano le persone assennate, considerando che egli, dopo

aver liberato lo Stato di Milano dalla dura spina di Casale, ora,

stante la cession di Pinerolo e la ricupera dei suoi stati, serrava in

buona parte la porta dell'Italia ai Franzesi: con che si scioglievano

i ceppi non meno suoi che del medesimo Stato di Milano. Se in quel

bollare di passioni non riconobbe la gente questo benefizio, poco

stette ad avvedersene; e tanto più perchè, era incerto se, proseguendo

la guerra, si fosse potuto ottenere tanto vantaggio. Certamente tutti

i principi d'Italia fecero plauso alla animosa risoluzione del duca

Vittorio Amedeo, non già che piacesse loro il vedere quasi chiuso in

avvenire il passo in Italia all'armi franzesi per tutti i loro bisogni

(e dico quasi, perciocchè restarono ai Franzesi le Fenestrelle, che

essi poi fortificarono), ma perchè si veniva a smorzare un incendio che

li avea malamente scottati tutti per l'insoffribile ed ingiusta avidità

e violenza de' Tedeschi in succiare il sangue degli infelici popoli.

Continuava intanto con vigore l'assedio di Valenza, e già quella piazza

si accostava all'agonia, quando il _conte di Mansfeld_ plenipotenziario

dell'imperadore, e il _marchese di Leganes_ governator di Milano, per

evitar mali maggiori, si diedero per vinti, ed accettarono l'esibita

neutralità. In Vigevano nel dì 7 di ottobre fu stabilito l'accordo

con obbligarsi Tedeschi e Franzesi di evacuare quanto prima l'Italia.

Ma perciocchè ai Tedeschi troppo disgustoso riusciva il dire addio

ad un paese, dove aveano trovato alle spese altrui tante dolcezze, e

gridavano per le paghe ritardate, e inoltre per l'avanzata stagione

non si voleano muovere: altro ripiego non si trovò che di promettere

loro ben più di trecento mila doble, compartendo questo aggravio sopra

i principi d'Italia, cioè settantacinque mila doble al gran duca di

Toscana, al duca di Mantova quaranta mila, altrettante al duca di

Modena, trentasei mila al duca di Parma, quaranta mila ai Genovesi; al

Monferrato venticinque mila, ai Lucchesi trenta mila; a Massa quindici

mila, al principe Doria sei mila, a Guastalla cinque mila, e il resto

agli altri minori vassalli dell'imperio. Doveansi immediatamente pagare

cento mila doble, e l'altre ducento mila e più, con respiro e in certe

rate. Tutto fu puntualmente pagato e con piacere per questa volta,

lusingandosi i principi e popoli di dover da lì innanzi respirare,

e non soggiacere alle inudite estorsioni delle milizie imperiali.

Lo stesso pontefice (tanto gli premeva l'uscita di Italia di quella

nazione) non isdegnò di pagare quaranta mila scudi per accelerarne i

passi. Di mala voglia, siccome dicemmo, abbandonarono i Tedeschi la

Lombardia. Si dee ora aggiungere un'altra ragione, cioè, perchè tenendo

l'occhio alla monarchia di Spagna, di cui si prevedeva vicina la

vacanza per la poca sanità del _re Carlo II_, già aveano fatti i conti

di piantare la picca nello Stato di Milano, e di assicurarsene per ogni

occorrenza. Ma non andò loro propizia la fortuna, e bisognò tornarsene

in Germania, carichi nondimeno di preda e di danari. Un impulso anche

alla Francia di terminar questa guerra fu lo stesso motivo della

sospirata succession del regno di Spagna. Furono poi smantellate le

fortificazioni di Pinerolo e degli altri forti, restituito tutto al

duca di Savoia, e tornò la quiete in Italia.

Era venuto per ambasciatore di Cesare a Roma _Giorgio Adamo conte di

Martinitz_. Non si sa bene se per l'alterigia sua propria, o pure

perchè la corte di Vienna facesse la disgustata col papa a cagione

dei non continuati sussidi per la guerra contra del Turco, egli in

questo anno cercò di far nascere del torbido in quella sacra corte.

Contro il costume e rituale de' tempi andati pretese esso Martinitz di

non voler cedere la mano al governatore di Roma nella processione del

Corpo del Signore; laonde per ischivar gl'impegni, ordinò il pontefice

che il governatore per quella volta si astenesse dall'intervenire

alla funzione. Fecesi la processione, in cui lo stesso santo padre

portava il Venerabile; e l'ambasciatore all'improvviso si spinse fra

i cardinali diaconi, pretendendo di andar con loro del pari. Grande

imbroglio e non lieve scandalo si suscitò per questo, e cagionò

che la procession si fermasse, e durasse per quattro ore, con grave

incomodo del papa, mentre facea gran caldo. A queste sconsigliate

bizzarrie del cesareo ministro seppe per qualche tempo mettere freno

la prudenza del romano pontefice; laonde non seguì per ora altro

maggior inconveniente, se non che quel ministro continuò con molto

orgoglio, sino a rendersi intollerabile al mansueto pontefice in grave

pregiudizio del cesareo monarca. _Rinaldo d'Este_ già cardinale, poi

divenuto duca di Modena, avea nel precedente anno conchiuso il suo

matrimonio colla principessa _Carlotta Felicita di Brunsvich_, figlia

di _Gian-Federigo_ duca cattolico di _Hannover_, e di _Benedetta

Enrichetta di Baviera_, palatina del Reno. Nel dì 28 di novembre

d'esso anno seguì lo sposalizio di questa principessa con pompa nel

palazzo ducale di Hannover, secondo i riti della santa Chiesa romana:

con che si vennero a riunire le due linee degli Estensi d'Italia e di

Germania, procedenti dal comune stipite, cioè dal _marchese Azzo II_,

e divise circa l'anno 1070 come il celebre Leibnizio allora dimostrò,

ed anche io con documenti chiarissimi provai poscia nelle Antichità

Estensi. Accompagnata questa principessa dalla duchessa sua madre, e

da un gran treno di famiglia e di calessi, ricevette nel Tirolo per

parte dell'imperadore distinti onori, e più magnifici ancora per lo

Stato veneto dalla consueta splendidezza di quella repubblica. Fece

dipoi il suo ingresso in Mantova, accolta con somma solennità e varietà

di divertimenti dal duca _Ferdinando Carlo_. Condotta finalmente pel

Panaro da gran copia di superbissimi bucentori sino a Bomporto, nel

dì 7 di febbraio entrò in Modena con quella grandiosità di seguito,

di apparati e di solazzi ch'io brevemente accennai nelle suddette

Antichità Estensi. Un rigoroso editto fu pubblicato in quest'anno dal

santo pontefice _Innocenzo XII_, con cui si proibiva a tutti i sudditi

il giocare e far giocare ai lotti di Genova, Milano e Napoli, giacchè

si toccavano con mano i gravi danni provenienti da queste invenzioni

dell'umana malizia per succiare il sangue de' malaccorti mortali.

Anno di CRISTO MDCXCVII. Indiz. V.

INNOCENZO XII papa 7.

LEOPOLDO imperadore 40.

Godevasi oramai la serenità della pace in Italia, per esserne partite

le milizie alemanne, ed avere il duca di Savoia e il governator di

Milano disarmato, con ritener solamente le truppe necessarie per

le guarnigioni delle piazze. Avea anche la Francia puntualmente

data esecuzione a quanto s'era stabilito col duca di Savoia, la cui

primogenita condotta in Francia, e sposata col duca di Borgogna, seco

per due ore stette in letto alla presenza di molti testimoni, ma con

riserbare a tempo più proprio la consumazione del matrimonio. Era

intanto il pontefice _Innocenzo XII_ intento a fabbriche ed imprese

che tornassero a servigio di Dio e in benefizio de' sudditi suoi. A

questo fine nel mese d'aprile niuno il potè trattenere che con lieve

accompagnamento non passasse a Nettuno, bramoso pure di provvedere

Roma e lo Stato ecclesiastico di un buon porto nel Mediterraneo, e

di far divenire questo anche porto franco. Nettuno, o per dir meglio

Anzio vicino a Nettuno, gli era stato rappresentato per più comodo

a Roma, e di miglior aria che Cività Vecchia. Dappertutto ricevette

superbi regali da' baroni romani, e più degli altri ne profittarono i

poveri. Diede egli ordine che non già a Nettuno, ma al vicino Anzio

si fabbricasse il porto, ed assegnò ad opera tale delle rilevanti

somme, e massimamente per fabbricarvi un forte capace di ripulsare le

insolenze de' corsari di Barberia. Ma mentre il santo padre era tutto

occupato a promuovere i vantaggi de' suoi Stati, venne a gravemente

turbarlo un passo ardito ed offensivo fatto dalla corte di Vienna e

dal suo ministro. Cioè fu dal conte di Martinitz ambasciatore cesareo,

nel dì 9 di giugno, pubblicato ed affisso al suo palazzo in Roma un

editto, dato nel dì 29 d'aprile in Vienna dall'_imperador Leopoldo_, in

cui supponendosi molti feudi imperiali in Italia usurpati, ed altri,

dei quali da lungo tempo i possessori non aveano presa l'investitura,

s'intimava a tutti l'esibire i documenti per legittimare i lor

possessi, e di prenderne o rinnovarne l'infeudazione nel termine di tre

mesi. Altamente ferito restò l'animo del buon pontefice e di tutta la

sacra corte per questa novità, non solo perchè lesiva della sovranità

pontificia, ma perchè assai si scorgeano le segrete intenzioni di

Cesare di eccitar nuove turbolenze in Italia, ed anche nello Stato

pontificio. Però il santo padre, oltre all'aver con altro editto,

dato fuori dal _cardinale Altieri_ camerlengo nel dì 17 dello stesso

giugno, dichiarato nullo l'editto cesareo ed intimate pene a chi

vi si sottoponesse, nello stesso tempo fece passar le sue doglianze

all'_Augusto Leopoldo_ per sì grave attentato. Le ragioni addotte dal

nunzio _Santa croce_, la disapprovazione di quella novità mostrata

dal re Cattolico e dal duca di Savoia, in tempo massimamente che si

trattava la pace universale, cagion furono che Cesare desistesse per

allora dal mosso impegno, e facesse delle rispettose scuse al sommo

pontefice. Nondimeno anche nell'anno seguente durarono le scintille di

questo incendio.

Un gran moto si diede in fatti il re di Francia _Luigi XIV_ nell'anno

presente per condurre alla pace le potenze alleate contra di lui; e

benchè sì potente monarca, e fin qui gran conquistatore, da accorto

come era, fu egli stesso che corse dietro ai nemici con ingorde

esibizioni di lasciar buona parte delle prede fatte. Troppo gli stava

a cuore l'affare della già cadente monarchia di Spagna, ch'egli forte

amoreggiava. Guadagnò segretamente prima degli altri _Guglielmo

principe di Oranges_, con offerirsi pronto a riconoscerlo per re

della Gran-Bretagna, e ad abbandonar la protezione del detronizzato

_re Giacomo Stuardo_. Però si aprì il congresso in Olanda presso al

castello di Riswich, e quivi i plenipotenziarii dei sovrani colla

mediazione di _Carlo XI_, e poi di _Carlo XII_, regi di Svezia, diedero

principio al duello delle lor pretensioni; e intanto il re di Francia

continuava le sue conquiste in Catalogna e in America. Finalmente

la concordia seguì, essendosi sottoscritta, nel dì 20 di settembre,

la pace, prima coll'_Olanda_, poi con _Guglielmo III_ re della

Gran-Bretagna, e con _Carlo II_ re delle Spagne. Restarono tuttavia

renitenti i plenipotenziarii imperiali; ma dacchè videro restar solo

in ballo l'augusto loro padrone, giudicarono meglio d'abbracciar

anch'essi la desiderata quiete, e nel dì 30 di ottobre sottoscrissero

i capitoli della pace. Ampia fu la restituzion di città, fortezze e

paesi, che fece in tale occasione il re Cristianissimo alla _Spagna_,

all'_imperadore_, al duca _Leopoldo di Lorena_, al _palatino del

Reno_ e ad altri principi. Venne ivi eziandio ratificato in favore del

duca di Savoia il trattato di Vigevano dell'anno precedente. Nominò

poscia il re Luigi per compresi in questa pace i principi d'Italia, e

spezialmente il romano pontefice, il cui ministro per l'opposizione dei

protestanti non avea potuto intervenire a quella pace.

Pacificati in questa maniera fra loro i principi cristiani, restava

tuttavia nel suo fervore la guerra dell'imperadore e de' Veneziani

contra del Turco; e questa nel presente anno fu assistita dalla mano

di Dio. Giacchè l'_elettor di Sassonia_ si trovava tutto applicato

a conseguir la vacante corona di Polonia, al qual fine, abiurato il

luteranismo, avea fatta professione della religion cattolica romana; e

il _principe di Baden_, a cagione della poca sanità, si era ritirato

ai suoi stati, e il _maresciallo Caprara_ Bolognese per l'avanzata

suo età si scusava di non poter sostenere il comando delle armi in

Ungheria; l'_Augusto Leopoldo_, come si può presumere, ispirato da

Dio, scelse per supremo comandante di quella sua armata il principe

_Eugenio Francesco di Savoia_, nato nell'anno 1665 a dì 18 di ottobre

da _Eugenio Maurizio di Savoia_, conte di Soissons. Più di un saggio

di sua prudenza e valore avea dato questo principe nell'ultima guerra

d'Italia, comandando le armi cesaree; ma il suo nome non era forse

conosciuto finora alla Porta Ottomana, ancorchè avesse già militato

dianzi nella stessa Ungheria. Colà si portò egli, affrettato dal

grandioso preparamento d'armi, di munizioni e di flotta nel Danubio,

fatti dal sultano _Mustafà II_, che, gonfio di speranze per le

favorevoli campagne dei due precedenti anni, volle anche nel presente

condurre in persona il poderoso esercito suo, promettendosi nuovi

allori, e ridendosi degli avvisi che si trattava la pace della Francia

coi potentati della cristianità. Nel dì 27 di luglio arrivò al campo

cesareo il principe Eugenio, e colle truppe venute dalla Transilvania

trovò dipendente da' suoi cenni un esercito di circa quarantacinquemila

Alemanni, gente veterana, che conosceva ben le ferite, ma non la paura.

Inoltratosi poi il Gran signore col suo, si appigliò al consiglio del

Tekely d'imprendere l'assedio di Peter-Waradino, e dopo avere occupato

Titul, s'inviò a quella volta. Gli conveniva prima impadronirsi di

Seghedino: e a questo fine formato un ponte sul Tibisco, lo passò.

Avvertito dalle spie il principe Eugenio, marciò coi principi di

_Commercy_ e di _Vaudemont_, e col conte _Guido di Staremberg_, e con

tutte le sue forze, per impedir gli ulteriori progressi al nemico; e

nel dì 11 di settembre pervenne a Zenta, terra sul Tibisco, trovandola

incendiata dai Turchi. Si era trincierato alla testa del suo ponte

l'esercito musulmano, quando il Gran signore, avvertito essere l'oste

cristiana più forte di quel che gli era stato supposto, determinò di

ripassare il Tibisco; e infatti nel dì e notte precedente lo ripassò

egli con alcune migliaia di fanti e cavalli, lasciando di qua il

rimanente dell'armata che dovea seguitarli.

Non restavano più che tre ore e mezza di giorno quando l'avveduto

principe di Savoia, scoperta la situazion dei nemici, coraggiosamente

spinse i suoi all'assalto de' trincieramenti; e superato il primo,

poscia il secondo, entrò la sua gente con furia nel campo nemico.

Allora immensa fu la strage degl'impauriti infedeli, che tentarono

colla fuga pel ponte di sottrarsi alle sciable tedesche; ma imbarazzato

il ponte dalla folla e da quei che cadevano, loro chiuse in breve il

varco. Però incalzati da' vincitori, altro scampo non restò ad essi

che di gittarsi nel fiume, nelle cui acque trovarono ciò che temeano

d'incontrare in terra. Più relazioni portarono che dei Turchi tra

uccisi ed annegati più di venti mila perderono ivi la vita. Altri

scrissero fino a trenta mila, e fra questi il primo Visire, l'Agà

dei giannizzeri, e dicisette bassà. Furono presi settantadue pezzi

di cannone, sei mila carrette di munizioni da bocca e da guerra,

ottantasei tra bandiere e cornette; e gran bottino fecero i soldati,

dappoichè tornarono indietro dall'inseguire i fuggitivi nemici,

giacchè solamente allora fu data dal saggio capitano ad essi licenza

di raccogliere le spoglie. Il sultano colla testa bassa, e con alcune

poche compagnie di cavalli, spronando forte se ne tornò a Belgrado

assai disingannato della bravura e fortuna de' suoi. Una vittoria sì

segnalata non s'era riportata fin qui sopra i Turchi, e il più mirabil

fu, che non costò ai cristiani che mille morti ed altrettanti feriti.

Voltò poscia il principe Eugenio le armi vittoriose addosso alla

Bossina, e prese Dobay, Maglay ed altre castella. La mercantile città

del Serraio, abbandonata da' Turchi, fu messa a sacco ed incendiata;

ma non si potè prendere il castello. Anche il generale _conte Rabutin_

sottomise a forza d'armi Vilpanca e Ponzova, e un gran tratto di paese

saccheggiato rallegrò di nuovo le cristiane milizie. Quanto salisse in

alto per sì gloriosa campagna il nome del _principe Eugenio_ ognun sel

può immaginare.

L'armi venete in Levante, assistite anche in quest'anno dalle galee

del papa e di Malta, altro non fecero che tentar di combattere senza

mai potere ridurre le turchesche ad accettar daddovero la disfida.

In tre siti e in tre diversi tempi venne la veneta flotta contro

l'ottomana, e furono anche principiate le offese, ma senza considerabil

vantaggio delle parti; e si vide l'astuto _capitan bassà Mezzomorto_

sempre cedere il campo a' cristiani e ritirarsi. Giubilò in questo

anno il vecchio papa _Innocenzo XII_, sì per la pace universale

conchiusa in Riswich, come ancora per l'insigne vittoria riportata

in Ungheria contra de' Turchi. Per terzo motivo di allegrezza si

aggiunse l'avere _Federigo Augusto_ elettor di Sassonia professata

pubblicamente la religion cattolica; il che servì a lui di scala per

salire sul trono della Polonia. Solenne ringraziamento a Dio fu fatto

in Roma per la vittoria suddetta, e diede questa motivo al pontefice

di ammettere alla sua udienza il _conte di Martinitz_, che per le sue

disobbliganti maniere e per le violenze passate n'era da gran tempo

escluso. Attento il santo padre a tutto ciò che riguardava l'aumento

della fede cattolica, assegnò nell'anno presente un fondo considerabile

per le missioni della Etiopia, giacente nel cuor dell'Africa, giacchè

gli erano state date speranze di rimettere di nuovo la concordia di

quei cristiani scismatici colla Chiesa romana. Intenzione sommamente

lodevole, per essere quei paesi di smisurata estensione, ben popolati

e forniti da Dio di molti beni, e poco nella credenza lontani dal

cattolicismo; ma intenzione fin qui priva di effetto, parte per

l'odio conceputo da quei popoli contro gli Europei, e parte perchè

le conquiste fatte da' Turchi rendono troppo difficile oggidì e

pericoloso l'accesso a quelle contrade. Liberò anche il papa i suoi

popoli da alcune imposte, spezialmente sopra il grano; acquistò con

danaro la città d'Albano per la camera apostolica; e da' cardinali

zelanti si lasciò indurre a comperare il teatro di Tordinona, per

impedir le recite delle commedie. Pensando il _gran duca Cosimo III de

Medici_ di provvedere al matrimonio finora sterile del gran principe

_Ferdinando_ suo figlio, conchiuse in quest'anno il maritaggio di

_Anna Maria Francesca_ figlia di _Giulio Francesco_ ultimo duca di

_Sassen-Lavemburg_, che portava gran dote, col principe _Gian-Gastone_

suo secondogenito. Seguì tale sposalizio nel dì 2 di luglio, e questo

principe passò ad abitare dipoi con poca felicità in Germania. Nè

si dee tacere, che circa questi tempi _Pietro Alessiovitz_ czaro di

Moscovia, ossia della Russia, principe di mirabil comprensione, e di

straordinarie massime, prese a viaggiare incognito, ma cognito quando

voleva, per imparar le arti europee, e spezialmente quelle della

marinaresca. Comparve come uno dei suoi ambasciatori in Prussia, in

Olanda, in Inghilterra e a Vienna. Sua mente era eziandio di visitare

l'inclita città di Venezia; ma mentre vi si disponeva, gli convenne

tornarsene in fretta alle sue contrade, chiamato dalle sedizioni contra

di lui macchinate da que' popoli barbari, instabili, e non per anche

ridotti alla civiltà ch'ora si mira in quelle parti.

Anno di CRISTO MDCXCVIII. Indizione VI.

INNOCENZO XII papa 8.

LEOPOLDO imperadore 41.

Dopo la memorabil vittoria riportata dall'armi imperiali a Zenta

colla fuga dello stesso Gran signore _Mustafà II_, ognun si aspettava

maggiori progressi di Cesare in Ungheria; tanta era la costernazione

de' Turchi e la lor debolezza. Tempo ancora più favorevole di questo

non potea darsi, dacchè l'_Augusto Leopoldo_, sbrigato dalle guerre

colla Francia, si trovava in istato di operar con braccio forte contro

il comune nemico, e a ciò l'animavano i Veneziani, e lo zelantissimo

pontefice prometteva gagliardi soccorsi in danaro. Ma in Vienna si

macinavano altre idee, stante la vacillante sanità di _Carlo II_ re

di Spagna, colla cui morte, appresa sempre per vicina, verrebbe a

vacare quella gran monarchia per difetto di prole. A tal successione

aspirava l'imperadore per l'_arciduca Carlo_ suo secondogenito, sì

perchè retaggio dell'augusta casa d'Austria, e sì perchè la linea

austriaca di Germania era chiamata a quei regni da' testamenti dei

precedenti re dell'altra linea di Spagna. L'Inghilterra e l'Olanda,

siccome interessate anche esse nella preveduta mutazion di cose, non

cessavano d'ispirare a Cesare la necessità di prepararsi a questo

grande avvenimento, acciocchè l'oramai troppo possente corona di

Francia non ne profittasse. Quindi nacque nell'Augusto monarca il

desiderio di pacificarsi colla Porta; e però la corte di Inghilterra,

che s'era esibita di trattarne, spedì ordini premurosi al _milord

Paget_ suo ambasciatore a Costantinopoli, di farne l'apertura col

primo _visire Cussein_, da cui fu ben ricevuta sì fatta proposizione.

Il piano di questa pace o tregua si riduceva ad un punto solo, cioè

che tanto l'imperadore, Veneziani, Moscoviti e Polacchi, quanto i

Turchi, restassero possessori di tutto quanto aveano conquistato negli

anni addietro. Se ne mostrò pago il divano, e per conseguente furono

eletti i plenipotenziarii di tutte le potenze, e scelto per luogo del

congresso Carlowitz posto fra Salankement e Peter-Waradino, dove si

cominciarono colla mediazione degl'Inglesi e Olandesi a spianare le

difficoltà occorrenti che consistevano in determinare i confini, e in

pretendere la demolizione d'alcuni forti e piazze. Si andò per tutto

quest'anno combattendo fra i plenipotenziarii, nè si potè smaltire

tutto sino al gennaio dell'anno seguente, che pose fine alle lor

contese, e sigillò, siccome diremo, la tregua fra loro. Intanto sì i

Veneziani che Cesare continuarono, più in apparenza che in sostanza, la

guerra anche nell'anno presente. Per quanto potè si studiò il capitan

generale _Delfino_ di tirare a battaglia il Mezzomorto bassà comandante

della flotta turchesca, ma costui cauto andò sempre schivando il

cimento, se non che nel dì 21 di settembre si attaccarono l'armate

nemiche. E pure il Musulmano seppe a tempo battere la ritirata e

sottrarsi al periglio. Altro dipoi non operarono i Veneziani, che

bruciare il paese nemico per terra, ed esigere contribuzioni colle

scorrerie di mare in varie contrade de' Turchi.

Intanto nei gabinetti segretamente si lavorava per prevenire un

nuovo sconvolgimento di cose, qualora mancasse di vita _Carlo II_

re di Spagna. Massimamente ne trattò con gli Inglesi ed Olandesi il

ministro di Francia; e all'Haia, nel dì 11 d'ottobre fu sottoscritto

un trattato di partaggio della monarchia di Spagna, rapportato dal

Lunig, dal Du-Mont e da altri; per cui, venendo il caso suddetto, al

_principe elettorale_ figlio di _Massimiliano elettor di Baviera_

e dell'_arciduchessa Antonia_, cioè di una figlia dell'_imperator

Leopoldo_, e di _Margherita Teresa_ sorella del regnante suddetto re

Carlo, fu assegnata la successione dei regni di Spagna, siccome più

prossimo dei discendenti dal _re Filippo IV_, eccettuati alcuni pezzi

di essa monarchia. A _Luigi Delfino_ primogenito del re Cristianissimo

per le ragioni della regina sua madre e dell'avola, amendue spagnuole,

furono riservati i regni di Napoli e Sicilia, colle fortezze poste

nella maremma di Siena, il marchesato del Finale, e la provincia di

Guipuscoa colle piazze di San Sebastiano e Fonterabia. Similmente

all'_arciduca Carlo_ secondogenito dell'imperadore, in compenso

delle pretensioni delle auguste due linee, avea da toccare il ducato

di Milano. In caso poi che mancasse prima del tempo il principe

elettoral di Baviera, fu dichiarato a parte, che l'elettore suo padre

succederebbe nella suddetta monarchia, colle riserve sopra espresse.

Il gran concetto in cui è il gabinetto di Francia di superar tutti gli

altri in accortezza, fece credere alla gente sensata, che il _re Luigi

XIV_ contuttociò tendesse ad assorbire l'intera monarchia di Spagna

per uno dei suoi nipoti, e che non ad altro fine acconsentisse a quello

spartimento, che per tirar dalla sua con questo spauracchio i ministri

della corte di Spagna, conosciuti troppo abborrenti da ogni divisione

dei lor dominii. E certamente ben seppero i Franzesi far giocare

questa carta in Ispagna, dove in questo mentre il lor ambasciatore

non lasciava indietro diligenza e dolcezza alcuna, per guadagnarsi il

cuore di chiunque era più potente presso al re Carlo e alla regina sua

moglie. All'incontro il _conte di Harrach_, ambasciatore cesareo alla

corte di Madrid, non sapea trovar la carta del navigare, e commise vari

passi falsi ed errori, de' quali è da vedere il primo tomo della storia

di Europa del marchese Francesco Ottieri: libro saggiamente composto, e

pure sì indegnamente trattato, per aver solamente detto quell'autore,

che nell'elezione di _Augusto re di Polonia_, l'abate di _Polignac_,

poscia cardinale, non aprì ben gli occhi in tal occasione. Era stato

richiamato in Ispagna il _marchese di Leganes_, e destinato al governo

di Milano _Carlo principe di Vandemont_ della casa di Lorena, il cui

figlio militava nelle truppe dell'imperadore. Giunse questo principe

a Milano colla principessa sua moglie nel dì 24 di maggio, e cominciò

un trattamento superiore a quello de' suoi predecessori. Fra le altre

sue pompe uscendo egli per la città, era tirato il suo cocchio da

otto maestosi cavalli. Si applicò egli tosto a liberar lo stato dagli

assassini, che in gran copia infestavano le strade e gli abitanti.

Nel giugno dell'anno presente fu presa da gran costernazione la città

di Napoli per l'orribile strepito che faceva il monte Vesuvio. Vomitò

esso da lì a poco sì sterminata quantità di cenere, che scurò l'aria,

e coprì i tetti e le piazze di quella città all'altezza di un piede.

Quindi sfogò la sua collera con una gran pioggia di sassi, e con

cinque fiumane di fuoco, composte dì materie bituminose a guisa di

ferro fuso. Da questi torrenti, che scesero alla Torre del Greco in

mare, non solo restò ridotto come un deserto quel luogo, ma i contorni

ancora colle deliziose vigne e palazzi andarono tutti in rovina. Più

di seimila persone, avendo prima presa la fuga, si rifugiarono in

Napoli, e furono ben accolte e alimentate dalla singolar pietà del

_cardinal Cantelmo_ arcivescovo. Un altro non men grave flagello toccò

nel dì 20 di giugno alla cittadella di Torino. Svegliatosi per aria un

gran temporale sul far del giorno, da un fulmine figlio della terra

o delle nuvole, venne attaccato il fuoco al magazzino della polve,

coperto in maniera da potere resistere alle bombe: disavventura, a cui

sono soggetti i ricettacoli di molta polve da fuoco. Sì orribile fu

lo scoppio, che rovesciò tutte le fabbriche di essa cittadella colla

morte di dodici ufiziali e di quattrocento soldati, oltre ai feriti.

Si scossero tutte le case della città; ogni finestra e gran copia di

mobili andò in pezzi, s'aprirono le porte delle chiese, e si credettero

gli abitanti di essere al fine dei lor giorni. Il danno recato dalla

violenza di questo accidente si fece ascendere a tre milioni di lire;

e maggiore incomparabilmente sarebbe stato, se il fuoco del magazzino

non avesse volto verso la campagna lo scagliamento delle pietre. Per

segnali dell'ira di Dio e per preludi di maggiori sciagure furono presi

questi sì funesti avvenimenti. E certamente era ben seguita la pace,

ma già si scorgea non doversene sperare se non breve la durata, stando

ognuno in apprensione di maggiori sconvolgimenti in Europa, a cagion

della monarchia di Spagna vicina a restar vedova. E già la Francia e il

duca di Savoia _Vittorio Amedeo_ faceano grandi armamenti, per essere

pronti alle rivoluzioni, che non poteano mancare, mancando di vita il

_re Carlo II_. Nel dì 2 di luglio di questo anno a _Rinaldo d'Este_

duca di Modena nacque il suo primogenito _Francesco Maria_, oggidì

duca, con somma consolazione dei popoli suoi. Era vacato in Roma per la

morte del _cardinal Paluzzo Altieri_ il riguardevol posto di camerlengo

della santa romana Chiesa, posto in addietro venale e di gran lucro.

Con sua bolla pubblicata nel dì 24 d'agosto il pontefice _Innocenzo

XII_ soppresse e vietò per l'avvenire la venalità di questa carica, con

applicar buona parte de' frutti d'essa all'ospizio dei poveri, o alla

stessa camera apostolica.

Anno di CRISTO MDCXCIX. Indiz. VII.

INNOCENZO XII papa 9.

LEOPOLDO imperadore 42.

Nel dì 26 di gennaio dell'anno presente fu finalmente stabilita in

Carlowitz una tregua di venticinque anni fra l'_Imperadore Leopoldo_

e il sultano de' Turchi _Mustafà II_, siccome ancora la pace fra

i Polacchi e lo stesso Gran-signore. Perchè insorsero controversie

fra i ministri della Porta, e _Carlo Ruzini_ plenipotenziario della

repubblica di Venezia, mentre questi differiva l'acconsentire ad

alcuni punti, i plenipotenziarii cesareo e polacco, e i mediatori

inglese ed olandese, stipularono essi la concordia fra essa repubblica

e il sultano nella forma che si potè ottenere, con gloria nondimeno

e vantaggio del nome veneto. Il maneggio di questa concordia, per

quel che riguarda i Veneziani, vien descritto nella Storia Veneta del

senatore Pietro Garzoni, e in quella del pubblico lettore di Padova

Giovanni Graziani, e presso il Du-Mont se ne legge la dichiarazione

o strumento, senza che fosse specificato a quanto tempo si dovesse

stendere la tregua con essi: il che solamente dopo alquanti mesi

restò conchiuso, dopo essere stato il senato in un gran batticuore a

cagion di tanta dilazione. Per questo accordo restarono i Veneziani

in possesso e dominio del regno della Morea, colle isole d'Egina e

di Santa Maura, di Castelnuovo e Risano, e delle fortezze di Knin,

Sing, Citelut, e Gabella nella Dalmazia, con altre particolarità ch'io

tralascio. Fu poi ratificata questa tregua dal senato di Venezia nel

dì 7 di febbraio, siccome ancora furono destinati da tutte le potenze i

commessarii per regolare e determinare i confini coll'imperio ottomano:

cosa che portò seco gran tempo, somme applicazioni e dispute, prima che

se ne vedesse il fine. Di grandi allegrezze si fecero in Venezia per sì

glorioso fine di sì lunga guerra, e del pari in Vienna, essendo restato

Cesare padrone dell'Ungheria e Transilvania a riserva di Temiswar;

siccome ancora in Polonia, per essere tornato quel regno in possesso

dell'importante fortezza di Gaminietz. Avea preventivamente anche il

czaro _Pietro Alessiovitz_ conchiusa coi Turchi una tregua di due anni,

che poi con altro atto, nel 1702, fu prorogata a trent'anni.

Non solamente era riuscito a _Massimiliano elettor di Baviera_ e

governator della Fiandra, di far concorrere il re Cristianissimo

_Luigi XIV_ e le potenze marittime nell'esaltazione del figlio suo

_Ferdinando_ alla corona di Spagna; ma eziandio con gravissime spese

e regali avea in guisa guadagnati i ministri della corte di Madrid,

che lo stesso _re Carlo II_ giunse a dichiararlo erede dei suoi regni

nel suo testamento: la qual nuova portata a Vienna avea servito a

conchiudere con precipizio la suddetta pace o tregua di Carlowitz.

Dovea anche esso principe elettorale fra pochi mesi passare a Madrid,

per essere allevato in quella corte all'uso spagnuolo in espettazione

di tanta fortuna. Ma chi non sa a quali vicende e peripezie sieno

sottoposti i gran disegni e le imprese dei mortali? Dacchè si seppe

la destinazion di questo principe fanciullo al trono di Spagna, non

passarono tre mesi, che eccoti venir la morte a rapirlo nel dì 5 di

febbraio dall'anno presente: colpo che trafisse d'inestimabil dolore

il cuore dell'elettor suo padre; e tanto più, perchè non mancò gente

maligna, che seminò sospetti di veleno, cioè quella calunnia che si

è da noi trovata sì facile, allorchè i principi soggiacciono ad una

morte immatura. Restarono perciò sconcertate tutte le misure prese dal

re Cattolico dall'una parte, e dalla Francia, Inghilterra ed Olanda

dall'altra, di modo che si videro necessitate queste tre potenze

a ricorrere ad altro ripiego, e si cominciò di nuovo nelle corti a

trattar della maniera di conservare la tranquillità nell'inevitabil

deliquio della monarchia spagnuola. Ma intorno a ciò quei potentati non

arrivarono ad accordarsi insieme, se non nell'anno susseguente, siccome

vedremo. Da gran tempo pensava l'_augusto Leopoldo_ di provvedere di

una degna consorte _Giuseppe re dei Romani_ suo primogenito. Fu in

qualche predicamento _Leonora Luigia Gonzaga_ principessa di Guastalla;

ma le determinazioni della corte cesarea terminarono nella principessa

_Amalia Guglielmina di Brunsvich_, figlia del fu duca di Hannover

_Gian-Federigo_, e sorella di _Carlotta Felicita_ duchessa di Modena.

Abitava questa principessa nei tempi presenti in essa corte di Modena

colla duchessa sua madre _Benedetta Enrichetta_ di Baviera, nata

palatina del Reno. Qui appunto, nel dì 15 di gennaio di quest'anno

seguì lo sposalizio di questa principessa con indicibil pompa e

solennità. Videsi allora piena di nobiltà straniera, di ambasciatori

e d'inviati la città e corte di Modena, e fra gli altri vi comparve in

persona con insigne corteggio il cardinale _Francesco Maria de Medici_,

e poscia il cardinale _Jacopo Boncompagno_, arcivescovo di Bologna, con

titolo di legato apostolico, e con suntuosissima corte, a complimentare

la novella regina. Le splendide feste in tal occasione fatte dal

duca _Rinaldo_, e il viaggio della stessa regina alla volta della

Germania, coi grandiosi trattamenti che ella ricevette da _Ferdinando

Carlo Gonzaga_ duca di Mantova, e dalla splendidissima _repubblica

di Venezia_, perchè io gli ho abbastanza accennati nelle Antichità

Estensi, mi dispenso ora dal rammemorarli.

Non fu minor la consolazione e gioia della corte di Torino in questi

tempi per la nascita del primogenito principe di Piemonte, succeduta

sul principio di maggio, che con grandi allegrezze venne dipoi

solennizzata. Gli fu posto il nome del padre, cioè di _Vittorio

Amedeo_. Era nell'età sua giovanile principe di grande aspettazione;

ma nel dì 22 di marzo del 1715, fu poi rapito dalla morte con immenso

cordoglio del padre e di tutti i sudditi suoi. Di grandi faccende

avea avuto la sacra corte di Roma negli anni addietro per le forti

premure del _re Luigi XIV_, acciocchè fosse esaminato il libro delle

Massime dei Santi, già pubblicato dal celebre _monsignor di Fenelon_

arcivescovo di Cambrai. Molte congregazioni di cardinali e teologi

furono tenute per questo affare in Roma, e un esatto esame ne fu fatto.

Finalmente nel dì 12 di marzo pubblicò il santo padre una bolla, in

cui furono condennate ventitrè proposizioni di esso libro, riguardanti

la vita interiore. Gran lode riportò quel dottissimo prelato, per

avere con tutta umiltà e sommessione accettato il giudizio della santa

Sede, e ritrattate sul pulpito le stesse sue sentenze. Dopo questo

dibattimento poco stette a venire in campo un'altra controversia di

maggiore e più strepitosa conseguenza, cioè quella dei riti cinesi

praticati dai neofiti cristiani nel vasto imperio della Cina, e pretesi

idolatrici da una parte di quei missionarii. Acri e lunghe dispute

furono per questo, ma non giunse papa _Innocenzo XII_ a deciderlo,

e ne restò la cura al suo successore, siccome diremo. Avea risoluto

la vedova regina di Polonia Maria Casimira de la Grange, già moglie

del re _Giovanni Sobieschi_, e figlia del _cardinale di Arquien_, ad

imitazione di _Cristina_ già regina di Svezia, di venire a terminare

il resto de' suoi giorni nell'alma città di Roma. Arrivò essa colà nel

dì 24 di marzo, e prese il suo alloggio nel palazzo del principe _don

Livio Odescalchi_ duca di Sirmio Bracciano. Distinti onori furono a lei

compartiti dal pontefice e da tutta quella sacra corte. In questi tempi

esso santo padre, sempre ansioso di nuove belle imprese in profitto de'

popoli suoi, concepì il grandioso disegno di seccar le Paludi Pontine;

e fece anche i preparamenti per eseguirlo. Ma a lui tanto di vita non

rimase da poter compiere sì gloriosa risoluzione. Si applicò eziandio

alla correzione di quegli ecclesiastici che in Roma non viveano colla

dovuta regolarità di costumi, e ne fece far esatte ricerche, e volle

lista di chiunque era creduto bisognoso d'emenda. Questo solo bastò,

perchè la maggior parte di queste persone prendesse miglior sesto,

senza aspettar da più efficaci persuasioni la riforma del vivere.

Finalmente rinnovò ed ampliò una rigorosa bolla contro il ricevere

pagamenti e regali per le giustizie e grazie della sedia apostolica,

sotto pena delle più gravi censure e di altri gastighi. Continuavano

intanto le amarezze di sua santità contra del _conte di Martinitz_,

perchè questi, oltre alla pretension de' feudi, teneva imprigionato nel

suo palazzo un uomo, sospettato reo di aver voluto assassinare la balia

di una sua figlia: esempio di prepotenza da non tollerarsi da chi era

padrone in Roma. S'era interposto, per troncar queste pendenze, Rinaldo

duca di Modena con sì buona maniera, che il Martinitz avea inviato il

prigione a Modena. Ma questo ripiego non soddisfece al papa, perchè

non veniva soddisfatto al suo diritto sopra la giustizia; e però si

negava l'udienza a quel ministro. Fu egli poi richiamato a Vienna,

e nel gennaio seguente giunse a Roma il _conte di Mansfeld_ nuovo

ambasciatore cesareo, e il suo antecessore se ne andò senza aver potuto

ottenere udienza. Similmente in questi tempi il pontefice raccoglieva

gente armata, inviandola ai confini del Ferrarese. Altrettanto faceva

il duca di _Medina Celi_ vicerè nel regno di Napoli, conoscendo

d'essere l'Europa alla vigilia di qualche strepitoso sconcerto per chi

dovea succedere nella monarchia di Spagna.

Anno di CRISTO MDCC. Indizione VIII.

CLEMENTE XI papa 1.

LEOPOLDO imperadore 43.

Voleva _Rinaldo d'Este_ duca di Modena con solennità magnifica

celebrare il battesimo del principe _Francesco Maria_ suo primogenito,

nato nel precedente anno, ed ottenne che l'_imperador Leopoldo_ il

tenesse al sacro fonte, e che fosse destinato a sostener le veci di sua

maestà cesarea _Francesco Farnese_ duca di Parma, il quale a questo

fine si portò a Modena colla duchessa _Dorotea_ sua consorte nel dì

16 di febbraio. Con più di cento carrozze a sei cavalli, e fra alcune

migliaia di soldati schierati per le strade, e al rimbombo di tutte

l'artiglierie della città e cittadella, furono accolti questi principi,

e trovarono nella città la notte cangiata in giorno; sì grande era

l'illuminazione dappertutto. Seguì nel dì 18 la funzion del battesimo

con somma magnificenza, e nei giorni seguenti si variarono le feste e

le allegrie, che rimasero poi coronate nel dì 22 da un suntuosissimo

carosello, che riempiè di maraviglia e diletto tutti gli spettatori

e la gran nobiltà forestiera concorsavi. Al qual fine s'era formato

nel piazzale del palazzo ducale un vasto ed altissimo anfiteatro

di legno, capace di molte migliaia di persone. Di simili grandiosi

spettacoli niuno ne ha più veduto l'Italia. Di più non ne dico, per

averne detto quel che occorre nelle Antichità Estensi. Diede fine nel

dì 5 di luglio al suo vivere _Silvestro Valiero_ doge di Venezia, a

cui in quella dignità fu sostituito il senatore _Luigi Mocenigo_. Era

già pervenuto all'età di ottantacinque o pure ottantasei anni _papa

Innocenzo XI_I, e spezialmente nell'anno antecedente per varii incomodi

di sanità avea fatto dubitar di sua vita. Tuttavia si riebbe alquanto

dalla debolezza sofferta, ma non potè contener le lagrime per non aver

potuto avere il contento d'aprir egli in persona nella vigilia del

santo Natale il giubbileo di quest'anno, che fu poi celebrato con gran

concorso e divozione dai pellegrini e popoli accorsi dalle varie parti

della cristianità a conseguir le indulgenze di Roma. Tuttochè poca

bonaccia godesse il santo padre da lì innanzi, pure continuò indefesso

le applicazioni al governo, e tenne varii concistori, e provò anche

consolazione in vedere _Cosimo III de Medici_, gran duca di Toscana che

con esemplar divozione incognito sotto nome di conte di Pitigliano si

portò nel mese di maggio a visitar le basiliche romane. Ricevette il

papa questo piissimo principe con paterna tenerezza, il creò canonico

di San Pietro, gli compartì ogni possibil onore, e fra gli altri regali

gli concedette l'antica sedia di santo Stefano I papa e martire, che

passò ad arricchire la cattedrale di Pisa. Non s'ingannarono i politici

che s'immaginarono unito alla divozione del gran duca qualche interesse

riguardante il sistema d'Italia, minacciato da disastri per la sempre

titubante vita del re cattolico _Carlo II_. Infatti fu progettata

una lega fra il papa, i Veneziani, il duca di Savoia, il gran duca di

Mantova e il duca di Parma, per conservar la quiete dell'Italia. Al

duca di Modena non ne venne fatta parola sulla considerazione d'esser

egli cognato del re de' Romani. Ma non andò innanzi un tale trattato, o

per le consuete difficoltà di accordar questi leuti, o perchè si volea

prima scorgere in che disposizione fossero le corone, o fosse perchè

venne intanto a mancare di vita il sommo pontefice.

Con più calore intanto si maneggiavano questi affari dai ministri

di Francia, Inghilterra ed Olanda, per trovare un valevole antidoto

ai mali che soprastavano all'Europa. Tante furono le arti e tanti i

mezzi adoperati dal gabinetto di Francia, che gli riuscì di guadagnare

_Guglielmo_ re d'Inghilterra, con introdurre lui e le Provincie Unite

ad un altro partaggio della monarchia spagnuola. Fu questo sottoscritto

in Londra nel dì 15, e all'Haia nel dì 25 di marzo, e stabilito che a

_Luigi_ Delfino di Francia si darebbono i regni di Napoli e Sicilia coi

porti spettanti alla Spagna nel littorale della Toscana, il marchesato

del Finale, la provincia di Guipuscoa coi luoghi di qua dai Pirenei,

e in oltre i ducati di Lorena e Bar; in compenso dei quali si darebbe

al duca di Lorena il ducato di Milano. In tutti poi gli altri regni di

Spagna colle Indie e colla Fiandra avea da succedere l'_arciduca Carlo_

secondogenito dell'imperador _Leopoldo_. Si provvedeva ancora a varii

casi possibili ch'io lascio andare. Fece il tempo conoscere quanto

fina fosse la politica del re cristianissimo _Luigi XIV_; perciocchè

se a tal divisione acconsentivano Cesare e il re Cattolico, già si

facea un accrescimento notabile alla potenza franzese; e quand'anche

dissentissero da questo accordo Cesare e il re Cattolico, la forza de'

contraenti ne assicurava l'acquisto al Delfino. Ma il bello fu che in

questo mentre la corte di Francia era dietro a procacciarsi l'intera

monarchia di Spagna, e si studiava di non cederne un palmo ad altri,

poco scrupolo mettendosi se con ciò restava beffato chi si credeva

assicurato dalla convenzione suddetta. Conosceva essa, per le relazioni

del _marchese di Harcourt ambasciatore_ a Madrid, non potersi dare al

ministero e ai popoli di Spagna un colpo più sensitivo della division

della monarchia; e volendo gli Spagnuoli evitarla, altro ripiego non

restava loro che di gittarsi in braccio ai Franzesi, con prendere

dalla real casa di Francia un re successore. Risaputosi infatti a

Madrid il pattuito spartimento, fecero i ministri di Spagna le più alte

doglianze di un sì violento procedere a tutte le corti, e massimamente

con tali invettive in Inghilterra, che il re Guglielmo venne ad aperta

rottura. Acremente ancora se ne dolsero a Parigi, ma quella corte con

piacevoli maniere mostrò fatti quei passi per le gagliarde ragioni che

competevano al Delfino sopra tutto il dominio spagnuolo.

Intanto l'Harcourt in Madrid colla dolcezza, colla liberalità e con

altre arti più secrete si studiava di tirar nel suo partito i più

potenti o confidenti presso il re Cattolico. Chiamata colà anche la

moglie, seppe questa insinuarsi nella grazia della _regina Marianna_,

a cui si facea vedere un palazzo incantato in lontananza, cioè il

suo maritaggio col vedovo Delfino, allorchè ella restasse vedova.

Ma perciocchè il _re Carlo II_ tenea saldo il suo buon cuore verso

l'augusta casa di Austria di Germania, e le sue mire andavano sempre a

finire nell'_arciduca Carlo_, per quante mine e trame si adoperassero,

niuna pareva oramai bastante a fargli mutar consiglio. Venne il colpo

maestro, per quanto fu creduto, da Roma. Imperciocchè gl'industriosi

Franzesi, rivoltisi a quella parte, rappresentarono al pontefice

_Innocenzo XII_ in maniere patetiche cosa si potesse aspettare dalla

casa di Austria germanica, se questa entrava in possesso di Napoli

e Sicilia, e dello Stato di Milano con ricordare le avanie praticate

nell'ultima guerra dagli imperiali coi popoli d'Italia, e le violenze

usate in Roma dal conte di Martinitz. Tornar più il conto agl'Italiani

che questi Stati coll'intera monarchia passassero in uno dei nipoti

del re Cristianissimo, che niun diritto porterebbe seco per inquietare

i principi italiani. Tanto in somma dissero, che il pontefice piegò

nei lor sentimenti, e tanto più, perchè considerò questo essere il

meglio dei medesimi Spagnuoli, i quali potrebbero conservare uniti i

lor dominii, e liberarsi in avvenire dalle vessazioni della Francia,

che gli avea ridotti in addietro a dei brutti passi. È dunque stato

preteso che dalla corte di Roma fosse dipoi insinuato al cardinale

_Lodovico Emmanuele Portocarrero_, arcivescovo di Toledo, d'impiegare i

suoi migliori uffizii in favore della real corte di Francia; ed essendo

avvenute mutazioni nella corte di Madrid, ed anche sollevazioni in quel

popolo, e poscia una malattia al re Cattolico, che fu creduta l'ultima,

e poi non fu; il porporato ebbe apertura per parlare confidentemente

al re, e di proporgli, non già sfacciatamente, un nipote del re

Cristianissimo, ma destramente le ragioni della casa di Francia, perchè

non mancavano dotti teologi che sostenevano invalide le rinunzie fatte

dalle infante spagnuole passate a marito a Parigi, e che si poteva

schivare la troppo odiata unione delle due corone in una sola persona.

Attonito rimase il re _Carlo II_ a queste proposizioni; e di una in

altra parola passando, si lasciò persuadere che sarebbe stato ben

fatto l'udire intorno a ciò il venerabil parere della Sede apostolica.

Saggi cardinali e dottissimi legisti per ordine del papa esaminarono

il punto; e ponderate le ragioni, e massimamente le circostanze del

caso, giudicarono assai fondata la pretensione dei Franzesi. Di più

non vi volle perchè il Portocarrero sapesse a tempo e luogo quetar la

coscienza del re Cattolico, il quale fin qui si era creduto obbligato

a preferire la linea austriaca di Germania; e tanto più al cardinal

suddetto riuscì facile, quanto che i ministri e grandi di Spagna per

la maggior parte o erano guadagnati, o aveano sacrificata l'antica

antipatia della lor nazione contro la franzese all'utilità o necessità

presente della monarchia, sperando essi di mantenere in tal guisa

l'unione dei regni, e di avere in avvenire non più nemica, ma amica e

collegata la Francia.

Pertanto nel dì 2 d'ottobre spiegò il re Cattolico l'ultima sua

volontà, e la sottoscrisse, in cui dichiarò erede _Filippo duca

d'Angiò_, secondogenito del Delfino di Francia; a lui sostituendo in

caso di mancanza il _duca di Berry_ terzogenito, e a questo l'_arciduca

Carlo d'Austria_ e dopo queste linee il _duca di Savoia_. Stavano

intanto addormentate le potenze marittime dall'accordo del partaggio

stabilito col re Cristianissimo; e per conto dell'imperadore, egli

si teneva in pugno la succession della Spagna pel figlio arciduca,

affidato da quanto andava scrivendo il re Cattolico, non solo al _duca

Moles_ suo ministro in Vienna, ma allo stesso Augusto, della costante

sua predilezione verso gli Austriaci di Germania. Mancò poscia di vita

il re _Carlo II_ nel dì primo di novembre dell'anno presente: principe

di ottima volontà e di rara pietà, ma sfortunato nel maneggio dell'armi

e ne' matrimonii, e che per la debolezza della sua complessione lasciò

per lo più in luogo suo regnare i ministri. Volarono tosto i corrieri,

e si conobbe allora chi con maggiore accortezza avesse saputo vincere

il pallio e deludere amici e nemici in sì grave pendenza. Nel consiglio

del re di Francia non mancarono dispute, se si avesse da accettare il

testamento suddetto, pretendendo alcuni, anche dei più saggi, che più

vantaggiosa riuscirebbe alla corona di Francia la division concordata

colle potenze marittime, perchè fruttava un accrescimento notabile

di Stati alla Francia: laddove, col dare alla Spagna un re, nulla si

acquistava, nè si toglieva l'apprensione di avere un dì lo stesso re

padron della monarchia spagnuola, o pure i suoi discendenti per emuli e

nemici, come prima della franzese. Pure prevalse il sentimento e volere

del re _Luigi XIV_, preponderando in suo cuore la gloria di vedere

il sangue suo sul trono della Spagna, e con ciò depressa di molto la

potenza dell'augusta casa d'Austria. Perciò nel dì 16 di novembre,

_Filippo duca d'Angiò_, riconosciuto per re di Spagna in Parigi, e

susseguentemente anche in Madrid nel dì 24 d'esso mese, s'inviò nel

dì 4 di dicembre con suntuoso accompagnamento alla volta di Spagna,

e giunse pacificamente a mettersi in possesso non solamente di quei

regni, ma eziandio della Fiandra, del regno di Napoli e Sicilia, e

del ducato di Milano, non essendosi trovata persona che osasse di

ripugnare agli ordini del re novello. Era già stato guadagnato il

_principe di Vaudemont_, governatore di Milano; e quali amarezze

covasse contra dell'imperadore l'elettor di Baviera _Massimiliano_,

s'è abbastanza accennato di sopra. Storditi all'incontro rimasero

l'Augusto _Leopoldo_, il re d'Inghilterra _Guglielmo_ e la repubblica

d'_Olanda_, per un avvenimento sì contrario alle loro idee e desiderii,

e massimamente si esaltò la bile degl'Inglesi ed Olandesi, per vedersi

così sonoramente burlati dalle arti de' Franzesi; e quantunque il re

Cristianissimo adducesse varie ragioni per giustificar la sua condotta,

niuno potè distornarli dal pensare ad una guerra che con tanto studio

aveano fin qui studiato di schivare. Nulla di più aggiugnerò intorno a

questo strepitoso affare, di cui diffusamente han trattato fra i nostri

Italiani il senatore Garzoni, il marchese Ottieri e il padre Giacomo

Sanvitali della compagnia di Gesù nelle loro Storie.

Si vide in quest'anno una cometa, e i visionarii, in testa de' quali

hanno gran forza le volgari opinioni, si figurarono tosto che questa

micidiale cifra del cielo predicesse la morte di qualche gran principe,

e finivano in credere minacciata la vita o del re di Spagna _Carlo II_,

o del sommo pontefice _Innocenzo XII_: predizion poco difficile d'un

di loro o di amendue, giacchè il re era quasi sempre infermiccio, e

il papa decrepito. Infermossi più gravemente del solito nel settembre

di quest'anno il santo padre, e gli convenne soccombere al peso degli

anni e del male. Merita ben questo glorioso pastore della Chiesa

di Dio che il suo nome e governo sia in benedizione presso tutti i

secoli avvenire: sì nobili, sì lodevoli furono tutte le azioni sue.

Miravasi in lui un animo da imperadore romano, non già per pensare

ai vantaggi proprii o de' suoi, perchè s'è veduto aver egli tolto

con eroica munificenza la venalità delle cariche, e quanto egli

abborrisse il nepotismo, e quai freni vi mettesse; ma solamente per

procacciar sollievo e profitto agli amati suoi popoli. Specialmente

avea egli in cuore i poverelli, i quali usava chiamare i suoi nipoti.

Ad essi destinò il palazzo Lateranense colla giunta d'una vigna da

lui comperata per loro servigio. Concepì in oltre la magnifica idea di

ridurre in un ospizio, e di far lavorare tutti i fanciulli ed invalidi

questuanti: al qual fine fabbricò anche un vasto edifizio a San Michele

di Ripa, che venne poi ampliato dal suo successore, e dotollo di molte

rendite. Questo sì animoso istituto di ristrignere i poveri oziosi e

di sovvenir loro di limosine, senza che le abbiano essi a cercare con

tanta molestia del pubblico, si dilatò per alcune altre città d'Italia,

benchè col tempo simili provvisioni, a guisa degli argini posti ad

impetuosi torrenti, non si possano sostenere. Per utile parimente dello

Stato ecclesiastico avea formato il disegno, e già fatte di gravi

spese, a fin di stabilire un porto franco a Cività Vecchia, dove, a

riserva de' Turchi, potessero approdar tutte le nazioni. Ma nol compiè

per le tante ruote segrete che seppe muovere _Cosimo III_ gran duca di

Toscana, al cui porto di Livorno dall'altro sarebbe venuto un troppo

grave discapito. Rialzò e fortificò il porto d'Anzio presso Nettuno,

e in Roma il palazzo di monte Citorio, magnifico edifizio a cagion

degli aggiunti uffizii pei giudici e notai che prima stavano dispersi

in varie abitazioni della città. Fabbricò eziandio la dogana di terra,

e quella di Ripa Grande. Insomma questo immortal pontefice, forte nel

sostener la dignità della santa Sede, pieno di mansuetudine e d'umiltà,

e ricco di meriti, fu chiamato da Dio a ricevere il premio delle sue

incomparabili virtù nel dì 27 di settembre, compianto e desiderato da

tutti, e onorato col glorioso titolo di padre de' poveri.

Entrati i cardinali nel conclave, diedero principio ai lor congressi,

e alle consuete fazioni, per provvedere la Chiesa di un novello

pontefice, desiderosi nello stesso tempo di accordare col maggior bene

del cristianesimo anche i proprii interessi. Non mancavano porporati

degnissimi del sommo sacerdozio; e pure continuava la discordia fra

loro, quando giunse il corriere colla nuova del defunto re Cattolico.

Si scosse vivamente a questo suono l'animo di chiunque componeva quella

sacra assemblea; e di tale occasione appunto si servì il _cardinale

Radulovic_ da Chieti per rappresentare la necessità di eleggere

senza maggior dimora un piloto atto a ben reggere la navicella di

Pietro, giacchè si preparava una fiera tempesta a tutta l'Europa,

e massimamente all'Italia; e dovea la santa Sede studiarsi a tutta

possa di divertire, se fosse possibile, il temporal minaccioso; e non

potendo, almeno vegliare, perchè non ne patisse detrimento la fede

cattolica. Commossi da questo dire i padri, non tardarono a convenire

coi loro voti in chi punto non desiderava, e molto meno aspettava il

sommo pontificato. Questo fu il cardinale _Gian-Francesco Albani_

da Urbino, alla cui elezione quantunque si opponesse l'età di soli

cinquantun anni, sempre mal veduta dai cardinali vecchi, e in oltre la

moltiplicità dei parenti; pure niun di questi riflessi potè frastornare

il disegno di quei porporati, perchè troppo bel complesso di doti

e virtù concorreva in questo soggetto, sì per l'integrità de' suoi

costumi e per l'elevatezza della sua mente, come per la letteratura,

per la pratica degli affari, e per l'affabilità e cortesia con cui

avea sempre saputo comperarsi la stima e l'amore d'ognuno. Spiegata

a lui l'intenzione de' sacri elettori, proruppe egli in iscuse della

sua inabilità, in lagrime; e in una non affettata ripugnanza a questo

peso, come presago dei travagli che poi gli accaddero; e insistendo

perciò che in tempi sì pericolosi e scabrosi si dovea provveder la

Chiesa di Dio di più sperto e forte rettore. Che parlasse di cuore, i

fatti lo dimostrarono, avendo egli combattuto per tre giorni a prestar

l'assenso: il che non fa chi aspira al triregno per timore che nella

dilazione si cangi pensiero. Nè arrivò ad accettare, se prima non fu

convinto dai teologi, i quali sostennero, lui tenuto ad accomodarsi

alla voce di Dio, espressa nel consenso degli elettori, e se prima

non fu certificato non essere contraria alla esaltazione sua la corte

di Francia. A questo fine convenne aspettar le risposte del _principe

di Monaco_ ambasciatore del re Cristianissimo, che s'era ritirato da

Roma su quel di Siena, perchè i cardinali capi d'ordine non aveano

voluto lasciar impunita una prepotenza usata dal principe Guido Vaini,

pretendente franchigia nel suo palazzo, per essere stato onorato

dell'insigne ordine dello Spirito Santo. Restò dunque concordemente

eletto in sommo pontefice il cardinale Albani nel dì 23 di novembre,

festa di san Clemente papa e martire, da cui prese egli motivo di

assumere il nome di _Clemente XI_. Straordinario fu il giubilo in

Roma per sì fatta elezione, perchè allevato l'Albani in quella città,

ed amato da ognuno, prometteva un glorioso pontificato; e ognuno si

figurava di avere a partecipar delle rugiade della sua beneficenza.

Anno di CRISTO MDCCI. Indizione IX.

CLEMENTE XI papa 2.

LEOPOLDO imperadore 44.

Non sì tosto fu assiso sulla cattedra di San Pietro _Clemente XI_,

che diede a conoscere quanto saggiamente avessero operato i sacri

elettori in confidare a lui il governo della Chiesa di Dio e dello

Stato ecclesiastico. Mirava già egli in aria il fiero temporale che

minacciava l'Europa, e siccome padre comune mise immediatamente in moto

tutto il suo zelo e la singolar sua eloquenza per esortar i potentati

cristiani ad ascoltar trattati di pace prima di venire alle armi. A

questo oggetto spedì brevi caldissimi, fece parlare i suoi ministri

alle corti, esibì la mediazione sua, e quella eziandio della repubblica

veneta. Predicò egli a' sordi; e tuttochè l'imperadore inclinasse a

dar orecchio a proposizioni d'accordo, non si trovò già la medesima

disposizione in chi possedeva tutto, e nè pure un briciolo ne volea

rilasciare ad altri. Grande istanza fecero i ministri del nuovo re

di Spagna _Filippo V_, secondati da quei del re Cristianissimo _Luigi

XIV_, per ottenere l'investitura dei regni di Napoli e Sicilia, siccome

feudi della santa romana Chiesa. Fu messo in consulta co' più saggi

dei cardinali questo scabroso punto; e perciocchè una pari richiesta

veniva fatta dall'imperadore _Leopoldo_, a tenore delle sue pretensioni

e ragioni: il santo padre, per non pregiudicare al diritto di alcuna

delle parti, sospese il giudizio suo; e per quante doglianze e minaccie

impiegassero Franzesi e Spagnuoli, non si lasciò punto smuovere dal

proponimento suo. Diedero intanto principio gl'imperiali alla battaglia

con dei manifesti, ne' quali esposero le ragioni dell'augusta famiglia

sopra i regni di Spagna, allegando i testamenti di que' monarchi in

favore degli Austriaci di Germania, e le solenni rinunzie fatte dalle

due infante _Anna_ e _Maria Teresa_, regine di Francia. Fu a questi

dall'altra parte risposto, aver da prevalere agli altri testamenti

l'ultima volontà del regnante re _Carlo II_, nè doversi attendere

le rinunzie suddette; non potendo le madri privar del loro gius i

figliuoli: pretensione che strana sembrò a molti, non potendosi più

fidare in avvenire d'atti somiglianti, e restando con ciò illusorii i

patti e i giuramenti. Ma non s'è forse mai veduto che le carte decidano

le liti de' principi, se non allorchè loro mancano forze ed armi per

sostenere le pretensioni loro, giuste od ingiuste che sieno. Però ad

altro non si pensò che a far guerra, come già ognun prevedeva; e la

prima scena di questa terribil tragedia toccò alla povera Lombardia.

Per gli uffizii della corte cesarea era già stato appoggiato il governo

della Fiandra a _Massimiliano_ elettor di _Baviera_, sulla speranza

di trovare in lui un buon appoggio nelle imminenti contingenze. Fece

il tempo vedere ch'egli più pensava a sostener le ragioni del figlio

suo che le altrui; e rapitogli poi dalla morte questo suo germe,

crebbero sempre più le amarezze sue contro la corte di Vienna, la

quale non ebbe maniera di torgli quel governo, perchè più numerose

erano le di lui milizie in Fiandra che le spagnuole. Misero tosto i

Francesi un amichevole assedio a questo principe, e con obbligarsi

di pagargli annualmente gran somma di danaro, e con promesse di

dilatare i suoi dominii in Germania, il trassero nel loro partito; e

si convenne che, movendosi le armi, egli sarebbe dei primi in Baviera

a far delle conquiste. Ciò fatto, ebbero maniera le truppe franzesi

d'entrar quetamente nelle piazze di Fiandra, ove gli Olandesi tenevano

guernigione, con licenziarne le loro truppe. Rivolse nello stesso tempo

il gabinetto di Francia le sue batterie a _Vittorio Amedeo_ duca di

Savoia, per guadagnarlo. Ben conosceva questo avveduto principe che,

caduto lo Stato di Milano in mano della real casa di Borbone, restavano

gli Stati suoi in ceppi, ed esposti a troppi pericoli per l'unione

o fratellanza delle due monarchie. Ma sicuro dall'una parte che non

gli sarebbe accordata la neutralità, e dall'altra, che ricalcitrando

verrebbe egli ad essere la prima vittima del furore franzese, giacchè

il re Cristianissimo s'era potentemente armato, e l'Augusto _Leopoldo_

avea trovato all'incontro assai smilze le sue truppe, e troppo tardi

sarebbero giunti in Italia i suoi soccorsi: però con volto tutto

contento contrasse alleanza colle corone di Francia e Spagna; e si

convenne che il re Cattolico _Filippo V_ prenderebbe in moglie la

principessa _Maria Lodovica Gabriella_ sua secondogenita; ch'egli

sarebbe generalissimo dell'armi gallispane in Italia; somministrerebbe

otto mila fanti e due mila e cinquecento cavalli; e ne riceverebbe

pel mantenimento mensualmente cinquanta mila scudi, oltre ad uno

straordinario aiuto di costa per mettersi decorosamente in arnese.

Qui non si fermarono gl'industriosi Franzesi. Spedito a Venezia il

_cardinale d'Etrè_, gli diedero commissione di trarre in lega ancor

quella repubblica; ma più di lui ne sapea quel saggio senato, risoluto

di mantenere in questi imbrogli la neutralità: partito pericoloso per

chi è debile, ma non già per chi ha la forza da poterla sostenere,

quali appunto erano i Veneziani. Fornirono essi le lor città di

copiose soldatesche, lasciando poi che gli altri si rompessero il

capo. Non così avvenne a _Ferdinando Carlo Gonzaga_ duca di Mantova,

che si trovava a' suoi divertimenti in Venezia. Oltre all'avere il

cardinal suddetto guadagnati i di lui ministri con quei mezzi che hanno

grande efficacia nei cuori venali, tanto seppe dire al duca, facendo

valere ora le minaccie, ora gli allettamenti di promesse ingorde, che

non seppe resistere; e massimamente perchè in suo cuore conservava

un segreto rancore contra di Cesare per cagion di Guastalla, a lui

tolta con Luzzara e Reggiuolo, e perchè sempre abbisognava di danaro,

secondo lo stile degli altri scialacquatori pari suoi. Per dar colore

a questa sua risoluzione inviò a Roma il marchese Beretti suo potente

consigliere, acciocchè pregasse il pontefice di voler mettere presidio

papalino in Mantova, affine di non cederla ad alcuno. E a ciò essendo

condisceso il santo padre, poco si stette poi a scoprire essere seguito

accordo fra lui e i Franzesi ed essere una mascherata quella del suo

inviato a Roma; il perchè fu questi licenziato con poco suo piacere

da quella sacra corte. Comunemente venne detestata questa viltà del

duca, essendo Mantova città che anche fornita di soli miliziotti si

potea difendere, oltre al potersi credere che i Franzesi non sarebbono

giunti ad insultarlo, se avesse resistito. Ne fece ben egli dipoi

un'aspra penitenza. In vigore del suddetto concordato, sul principio di

aprile, circa quindici mila Franzesi, ch'erano già calati in Italia,

si presentarono sotto il comando del conte di Tessè alle porte di

Mantova, minacciando, secondo il concerto, di voler entrare colla forza

in quella forte città; e però il duca, mostrando timore di qualche

gran male, cortesemente ricevette quegli ospiti novelli, e gridò poi

dappertutto (senza però che alcuno glielo credesse) che gli era stata

usata violenza.

Verso il principio della primavera cominciarono a calare in Italia

le truppe franzesi a fin di difendere lo Stato di Milano; giunse

anche a Torino nel dì 4 di aprile il maresciallo di _Catinat_, con

dimostrazioni di gran giubilo accolto da quel real sovrano che il

trattò da padre, e più volte gli disse di voler imparare sotto di lui

il mestier della guerra, e a guadagnar battaglie. Nacque appunto nel

dì 27 del mese suddetto al duca il suo secondogenito, a cui fu posto

il nome di _Carlo Emmanuele_, oggidì re di Sardegna e duca di Savoia.

Accresciuta poi l'armata franzese da altre milizie che sopravvennero,

e decantata secondo il solito dalla politica guerriera più numerosa

di quel ch'era, il Catinat sul principio di maggio passò con essa sul

veronese, e andò a postarsi all'Adige, armando tutte quelle rive per

impedire il passo ai Tedeschi, i quali si credeva che tenterebbono

il passo stretto della Chiusa. Erano in questo mentre calati dalla

Germania quanti cavalli e fanti potè in fretta raunare la corte

cesarea, e se ne facea la massa a Trento. Al comando di questa armata

fu spedito il principe _Eugenio di Savoia_, non senza maraviglia della

gente, che non sapeva intendere come un principe di quella real casa

imbrandisse la spada contro lo stesso duca di Savoia generalissimo de'

Gallispagni. Seco venivano il _principe di Commercy_ e il principe

_Carlo Tommaso di Vaudemont_ (tuttochè il di lui padre al servigio

della Spagna governasse lo Stato di Milano) e il conte _Guido di

Staremberg_. Allorchè fu all'ordine un competente corpo d'armata,

il principe Eugenio, prima che maggiormente s'ingrossasse l'esercito

nemico (già più poderoso del suo) con truppe nuove procedenti dalla

Francia, e con quelle del duca di Savoia, si mise in marcia per

isboccar nelle pianure d'Italia. Trovò impossibile il cammino della

Chiusa, e presi tutti i passi superiori dell'Adige. Se i Tedeschi non

hanno ali, dicevano allora i Franzesi, certo per terra non passeranno.

Ma il principe a forza di copiosi guastatori si aprì una strada per le

montagne del Veronese e Vicentino, e all'improvviso comparve al piano

con qualche pezzo d'artiglieria. Per un argine insuperabile era tenuto

il grossissimo fiume dell'Adige; e pure il generale Palfi, nel dì 16 di

giugno, ebbe la maniera di passarlo di sotto a Legnago. Il che fatto,

i Franzesi a poco a poco si andarono ritirando, e gli altri avanzando.

Nel dì 9 di luglio seguì sul veronese a Carpi un fatto caldo, e di là

sloggiati con molta perdita i Gallispani, furono in fine costretti

a ridursi di là dal Mincio, dove si accinsero a ben custodir quelle

rive. Perchè in rinforzo loro colle sue genti arrivò Vittorio Amedeo

duca di Savoia, ed erano ben forniti di gente e cannoni gl'argini di

esso fiume, allora sì che parve piantato il non plus ultra ai passi

dell'armata alemanna. Ma il principe Eugenio, nulla spaventato nè

dalla superiorità delle forze nemiche, nè dalle gravi difficoltà dei

siti, nel dì 28 di luglio animosamente formato un ponte sul Mincio,

lo valicò colla sua armata, non avendo il Catinat voluto aderire al

sentimento del duca di Savoia, di opporsi, perchè credea più sicuro il

giuoco, allorchè fosse arrivato un gran corpo di gente a lui spedito

di Francia. Prese questo maresciallo il partito di postarsi di là dal

fiume Oglio, lasciando campo al principe Eugenio d'impadronirsi di

Castiglion delle Stiviere, di Solferino e di Castel Giuffrè nel dì 5

d'agosto: con che le sue truppe cominciarono a godere delle fertili

campagne del Bresciano, e a mettere in contribuzione lo Stato di

Mantova con alte grida di quel duca, che cominciò a provar gli amari

frutti delle sue sconsigliate rivoluzioni. Trovaronsi in questi tempi

molto aggravati dalle nemiche armate i territorii della repubblica

veneta. Ma essa nè per minaccie, nè per lusinghe si volle mai dipartire

dalla neutralità saggiamente presa, tenendo guernite di grosse

guernigioni le sue città, che per ciò furono sempre rispettate.

Era, non può negarsi, il _maresciallo di Catinat_, maestro veterano

di guerra, non men provveduto di valore che di prudenza; ma dacchè

si cominciò a scorgere che più anche di lui sapea questo mestiere

il principe Eugenio, tuttochè non pervenuto ancora all'età di

quarant'anni, giudicò il re Cristianissimo col suo consiglio che agli

affari d'Italia, i quali prendeano brutta piega, occorreva un medico

di maggior polso e fortuna. Fu perciò risoluto di spedir in Lombardia

il maresciallo _duca di Villeroy_, con dargli il supremo comando

dell'armata, senza pregiudizio degli onori dovuti al duca di Savoia

generalissimo. Nuove truppe ancora, oltre le già inviate, si misero

in cammino, affinchè la maggior copia dei combattenti, aggiunta alla

consueta bravura franzese, con più felicità potesse promettersi le

vittorie. Nel dì 22 d'agosto giunse il Villeroy al campo gallispano,

menando seco il _marchese di Villars_, il _conte Albergotti_ Italiano,

tenenti generali, ed altri uffiziali, accolto colla maggiore stima dal

duca di Savoia e da tutta l'ufficialità. Le prime sue parole furono

di chiedere, dov'era quella canaglia di Tedeschi, perchè bisognava

cacciarli di Italia: parole che fecero strignere nelle spalle chiunque

l'udì. Per li sopraggiunti rinforzi si tenne l'esercito suo superiore

quasi del doppio a quel de' Tedeschi: laonde il principe Eugenio ebbe

bisogno di tutto il suo ingegno per trovar maniera di resistere a sì

grosso torrente; e siccome egli era mirabile in divisare e prendere

i buoni postamenti, così andò ad impossessarsi della terra di Chiari

nel Bresciano, non senza proteste e doglianze del comandante veneto;

e quivi si trincierò, facendosi specialmente forte dietro alcune

cassine e mulini. Ardeva di voglia il Villeroy di venire alle mani col

nemico, perchè si teneva in pugno il trionfo; e però valicato l'Oglio

a Rudiano, a bandiere spiegate andò in traccia dell'armata tedesca,

con risoluzion di assalirla. Era il dì primo di settembre, in cui

arrivato a Chiari ordinò la presa di quel luogo, sulla credenza che ivi

fosse una semplice guernigione, e non già tutta l'oste nemica. Ma vi

trovò più di quel che pensava, cioè cannoni e gente che non si sentiva

voglia di cedere. Lasciarono i Tedeschi ben accostare gli assalitori,

e poi cominciarono un orrido fuoco; e per quanti sforzi facessero i

Franzesi, sacrificarono ben sul campo di battaglia le lor vite, ma o

non poterono forzar quei ripari, o appena ne forzarono alcuno, che indi

a poco fu ripigliato dai coraggiosi cesarei. Tanta resistenza fece in

fine prendere al Villeroy il partito di battere la ritirata col miglior

ordine possibile, riportando seco un buon documento di un più moderato

concetto di sè medesimo, e il dispiacere di aver data occasion di dire

ch'egli era venuto per la posta in Italia, per aver la gloria da farsi

battere. Tre mila persone si credette che costasse a' Franzesi quella

azione tra morti e feriti, e pochissimi dalla parte degl'imperiali.

_Vittorio Amedeo_ duca di Savoia in quel combattimento si segnalò

nello sprezzo di tutti i pericoli; e o fosse una cannonata, come a me

raccontò persona bene informata, o pur colpo di fucile, corse rischio

della vita sua. E fu in questa occasione ch'egli si affezionò agli

strologhi perchè un d'essi avea dagli Svizzeri due mesi prima scritto

ad un confidente di esso principe che nel dì primo di settembre

sua altezza reale correrebbe un gran pericolo. Per quanto false da

lì innanzi egli trovasse le sue predizioni, non perdè mai più la

stima di quell'arte vana ed ingannatrice. Accostandosi il verno,

richiamò esso sovrano le sue milizie in Piemonte; e il Villeroy

veggendo ostinati a tener la campagna i Tedeschi, giudicò meglio di

ritirarsi egli il primo, e di ripartire a' quartieri massimamente sul

Cremonese la maggior parte delle soldatesche sue; con che ebbero agio

i Cesarei d'impadronirsi di Borgoforte, di Guastalla, d'Ostiglia e

di Ponte-Molino e d'altri luoghi. Aveano già saputo col mezzo delle

minaccie i Gallispani mettere il piede sui principii di quest'anno

entro la fortezza della Mirandola. Seppe così ben concertare anche

il _principe Eugenio_ colla _principessa Brigida Pico_ le maniere di

cacciarli, che quella città vi ricevette presidio cesareo. A cavallo

del Po spezialmente se ne stavano le milizie imperiali, invigorite

ultimamente da nuovi soccorsi calati dalla Germania; s'impossessarono

ancora di Canneto e di Marcaria; e giacchè, a riserva del castello di

Goito e di Viadana non restavano più Franzesi sul Mantovano, diede

principio esso principe Eugenio ad un blocco lontano intorno alla

stessa città di Mantova, fornita d'un vigoroso presidio di Franzesi.

Essendo oramai i cesarei in possesso di tutto il Mantovano, non s'ha

da chiedere se facessero buon trattamento a que' poveri popoli; e

tanto più perchè il loro duca era stato dichiarato ribello del romano

imperio.

E fin qui la sola Lombardia avea sostenuto il peso della guerra, quando

nel dì 25 di settembre scoppiò un turbine anche nella città di Napoli.

Non mancavano in quella gran metropoli dei divoti del nome austriaco sì

nella nobiltà che nel popolo. Negli eserciti dell'imperadore _Leopoldo_

e del re _Carlo II_ molti di quei nobili, militando in addietro,

aveano pel loro valore conseguito dei gradi ed onori distinti. Questa

fazione, valutando non poco l'essersi finora negata dal sommo pontefice

l'investitura di quel regno al prelodato _re Filippo_, teneva per

lecito l'aderire all'augusta casa d'Austria, e macchinava sollevazioni,

senza nulla atterrirsi per le frequenti prigionie che faceva il vicerè

_duca di Medina Celi_ dei chiamati inconfidenti. Dimorava in questi

tempi il _cardinal Grimani_ veneto in Roma, accurato ministro della

corte cesarea, e andava scandagliando i cuori di quei Napoletani, nei

quali prevaleva l'amore verso del sangue austriaco, e che già aveano

attaccati cartelli per le piazze di Napoli colle parole usate giù dal

giudaismo, e riferite nel Vangelo: _Non habemus regem, nisi Caesarem_.

Quando a lui parve assai disposta la mina, per la sicurezza che avea

di molti congiurati, e sperandone molti più allorchè le si appiccasse

il fuoco, spedì travestito a Napoli di barone di Sassinet segretario

dell'ambasciata cesarea. Costui nel giorno suddetto, presa in mano

una bandiera imperiale, uscì in pubblico, ed unitasi a lui gran copia

di quei lazzari, cominciò a gridare: _Viva l'imperadore_. Crebbero a

migliaia i sollevati, e s'impadronirono della chiesa di San Lorenzo,

della torre di Santa Chiara e di altri posti. Lor condottiere fu don

Carlo di Sangro nobile napoletano e uffiziale nelle truppe cesaree. Era

stato fatto credere al buon _imperadore Leopoldo_, tale essere l'amore

degl'Italiani, e massimamente nel regno di Napoli e Stato di Milano,

che bastava alzare un dito, perchè tutti i popoli si sollevassero

in favor suo. Ma questi non erano più i tempi dei Ghibellini, quando

agguerriti i popoli d'Italia, e agitati dall'interno fermento delle

fazioni, troppo facilmente tumultuavano e spendevano la vita per

soddisfare alle loro passioni. Si trovavano ora i popoli inviliti;

talun d'essi oppresso dai principi allevati nella quiete, e alieni da

azzardare quanto aveano in tentativi pericolosi.

Alzatosi dunque il romore, la maggior parte della nobiltà napoletana

corse ad esibirsi in difesa del vicerè, e non tardò lo stesso eletto

del popolo con ischiere numerose di quei popolari ad assicurarlo della

sua e lor fedeltà. Il perchè uscite le guernigioni spagnuole in armi,

ed unite con quattrocento di quei nobili e più migliaia del popolo, non

durarono gran fatica a dissipare i sollevati, a riacquistare i luoghi

occupati, e a far prigione il barone di Sassinet e don Carlo di Sangro

con altri nobili che non ebbero la fortuna di salvarsi colla fuga.

Ad alcuni segretamente nelle carceri tolta fu la vita; pubblicamente

mozzo il capo al Sangro; rasato il palazzo di Telesa di casa Grimaldi;

e il Sassinet venne poi da lì a qualche tempo condotto in Francia.

Calmossi tosto quella mal ordita sollevazione; e per maggior sicurezza

di quella città, vi furono per terra e per mare spediti dal re

Cristianissimo abbondanti rinforzi di milizie e di munizioni; e il

_duca d'Ascalona_ passò dal governo della Sicilia a quello di Napoli.

Intanto non cessava la corte cesarea di perorar la sua causa in quelle

delle amiche potenze, mettendo davanti agli occhi d'ognuna qual rovina

si potea aspettare dall'oramai sterminata possanza della real casa di

Borbone, per essersi ella piantata sul trono della Spagna. Di queste

lezioni non aveano gran bisogno gl'Inglesi ed Olandesi per conoscere

il gran pericolo a cui anch'essi rimanevano esposti; ed aggiuntovi il

dispetto di essere stati beffati dal re Cristianissimo colle precedenti

capitolazioni, non fu in fine difficile il trarli ad una lega difensiva

ed offensiva contro la Francia. Fu questa sottoscritta all'Haia nel dì

7 di settembre dai ministri di _Cesare_, di _Guglielmo_ re della Gran

Bretagna, e dall'_Olanda_; laonde ognuno si diede a preparar gli arnesi

per uscir con vigore in campagna nell'anno appresso. Ma nè pur dormiva

il re Cristianissimo, e di mirabili preparamenti fece anche egli per

ricevere i già preveduti nemici. Nel settembre di quest'anno seguì in

Torino lo sposalizio della principessa _Maria Luigia_, secondogenita

del duca di Savoia, col re di Spagna _Filippo V_; ed ella appresso si

mise in viaggio per andare ad imbarcarsi a Nizza e passare di là in

Ispagna.

Anno di CRISTO MDCCII. Indizione X.

CLEMENTE XI papa 3.

LEOPOLDO imperadore 45.

Mentre lo zelante pontefice _Clemente XI_ non rallentava le sue

premure per introdurre pensieri di pace fra i principi guerreggianti,

e prevenire con ciò l'incendio che andava a farsi maggiore in Europa,

non godeva egli quiete in casa propria, perchè combattuto da' ministri

d'esse potenze, pretendendolo cadaun di essi troppo parziale dell'altra

parte. Spezialmente si scaldava su questo punto la corte cesarea.

Non s'era già ella doluta perchè il santo padre avesse spedito il

_cardinale Archinto_ arcivescovo di Milano con titolo di legato a

latere a complimentare la novella regina di Spagna; ma fece ben di

gravi doglianze, perchè in Roma venisse pubblicata sentenza contro il

_marchese del Vasto_, principe aderente alla corona imperiale, per

aver egli preteso che il _cardinale di Gianson_ avesse voluto farlo

assassinate. Unironsi a questi in appresso altri più gravi lamenti per

le dimostrazioni fatte dal papa al re _Filippo V_. Prevalse in Madrid

e Parigi, benchè non senza contraddizione di molti, il sentimento di

chi consigliava quel giovane monarca di venire alla testa dell'esercito

gallispano in Italia, non tanto per dar calore alle azioni della

campagna ventura e conciliarsi il credito del valore, quanto ancora

per confermare in fede i popoli titubanti colla sua amabil presenza,

e coll'aspetto della sua singolar pietà, saviezza e genio inclinato

alla generosità e clemenza. Finchè fosse in ordine la possente sua

armata in Lombardia, verso la quale erano in moto molte migliaia

di combattenti spedite da Francia e Spagna, fu creduto bene ch'egli

passasse a Napoli a farsi conoscere per quel principe che era, degno

dell'ossequio ed amore di ognuno. Arrivò questo grazioso monarca per

mare a quella metropoli nel dì 16 di aprile, cioè nel giorno solenne di

Pasqua, accolto con sontuosissimi apparati e segni di gioia da quella

copiosa nobiltà e popolo. Se egli si mostrò ben contento ed ammirato

della bella situazione, grandezza e magnificenza di quella real città e

de' suoi abitatori, non fu men contenta di lui quella cittadinanza, o,

per meglio dire, il regno tutto, per le tante grazie che gli compartì

il benefico suo cuore, di modo che in lontananza mal veduto da molti,

si partì poi di colà amato ed adorato quasi da tutti. Gli spedì in tal

congiuntura il papa Clemente il _cardinale Cario Barberini_, ornato del

carattere di legato a latere, ad attestargli il suo paterno affetto, e

a presentargli dei superbi regali, preziosi per la materia e più per la

divozione. Questa spedizione, tuttochè approvata come indispensabile

dai saggi, e che non perciò portava seco l'investitura dei regni

di Napoli e Sicilia, pure cotanto spiacque al _conte di Lamberg_

ambasciatore di Cesare, che col marchese del Vasto si allontanò da

Roma. Bolliva intanto nella sacra corte la gran controversia dei riti

cinesi; e perchè sulle troppo contrarie relazioni venute di colà non si

poteano ben chiarire i fatti, determinò il prudente pontefice d'inviar

fino alla Cina un personaggio non parziale, e per la sua dottrina

cospicuo, che sul fatto osservasse ciò che esigesse correzione, con

facoltà di rimediare a tutto. A questo importante affare di religione

fu prescelto monsignor _Tommaso di Tournon_ Piemontese, che con

titolo di vicario apostolico, portando seco molti regali da presentare

all'imperador cinese, imprese quello sterminato viaggio per mare, ed

egregiamente poi soddisfece all'assunto suo. Fu ancora in quest'anno

a dì 17 di febbraio terminata dal santo padre con una sentenza la lite

lungamente stata fra la _duchessa di Orleans_ e l'_elettore palatino_,

già da gran tempo compromessa nella santità sua.

Non fu bastante il rigore del verno nell'anno presente a frenar le

operazioni militari del _principe Eugenio_. Fin qui _Rinaldo d'Este_

duca di Modena avea goduta la quiete nei suoi Stati, risoluto di non

prendere impegno in mezzo alle terribili dissensioni altrui. Ma troppo

facilmente vengono falliti i conti ai principi deboli, che in mezzo

alla rivalità di potenti eserciti si lusingano di potere salvarsi

colla neutralità. Aveva egli ben munito Brescello, fortezza di somma

importanza, perchè situata sul Po, guernita di settanta pezzi di

cannone di bronzo, di copiose munizioni da bocca e da guerra, e di

un competente presidio. A nulla aveano servito fin qui le istanze del

_cardinale d'Etrè_, nè dei generali cesarei per levargliela dalle mani;

ma avvenne che il tenente general franzese _conte Albergotti_ lasciossi

vedere in quei contorni, ed abboccatosi ancora col comandante della

piazza, tentò, ma inutilmente, la di lui fede con grandiose esibizioni.

Risaputosi ciò dai Tedeschi acquartierati nella vicina Guastalla, e

nata in loro diffidenza, si servirono di questo pretesto per obbligare

il duca a consegnar loro quella fortezza. In quelle vicinanze adunque

fece il _principe Eugenio_ unire un corpo di circa dodici mila soldati,

e nello stesso tempo spedì a Modena il conte Sormanni a chiedere in

deposito la piazza suddetta. Nel dì 4 di gennaio seguì l'intimazione,

fiancheggiata da minaccie, in caso di ripugnanza; laonde il duca non

senza pubbliche proteste contro sì fatta violenza s'indusse a cederla.

Crederono dipoi i Franzesi ciò seguito di concerto, o al men si

prevalsero di questa apparente ragione per procedere ostilmente contro

il medesimo duca. Ottenuto Brescello, si stesero sul Parmigiano l'armi

cesaree, e nella stessa maniera pretesero di obbligare _Francesco

Farnese_ duca di Parma ad ammettere guernigione imperiale nelle sue

città. Ma quel principe con allegare che i suoi Stati erano feudi

della Chiesa, e di non poterne disporre senza l'assenso del papa,

di cui aveva inalberato lo stendardo, seppe e potè difendersi sotto

quell'ombra; anzi, per assicurarsi meglio dalle violenze in avvenire,

trasse poi le truppe pontifizie a guernir di presidio le suddette

sue città. Ma questo non impedì che le soldatesche imperiali non

occupassero da lì innanzi Borgo S. Donnino, Busseto, Corte Maggiore,

Rocca Bianca ed altri luoghi di quel ducato.

Grande strepito fece in questi tempi un impensato gran tentativo ideato

dall'indefesso _principe Eugenio_ per sorprendere la città di Cremona,

tuttochè allora provveduta di parecchi reggimenti franzesi, e colla

presenza del maresciallo _duca di Villeroy_, che aveva quivi stabilito

il suo quartiere. Teneva esso principe intelligenza secreta in quella

città col proposto di Santa Maria Nuova, spasimato fautore dell'augusta

casa d'Austria, la cui chiesa ed abitazione confinava colle mura della

città. Sotto la di lui casa passando un condotto che sboccava nella

fossa, gli fece lo sconsigliato prete conoscere che si poteva di notte

introdurre gente, ed avventurare un bel colpo. Non cadde in terra la

proposizione, e il principe prese tutte le sue misure per accostarsi

quetamente alla città nella notte antecedente al dì primo di febbraio

con alquante migliaia de' suoi combattenti. Per la chiavica suddetta

s'introdussero in Cremona alcune centinaia di granatieri e di bravi

uffiziali con guastatori, che trovati i Franzesi immersi nel sonno,

ebbero tempo di forzare ed aprire due porte, per le quali entrò il

grosso degli altri Alemanni. Svegliata la guarnigion franzese, diede

di piglio all'armi, e si attaccò una confusa crudel battaglia. Uscito

di casa il _maresciallo di Villeroy_ per conoscere che romor fosse

quello, andò a cader nelle mani de' Tedeschi, e fu poi mandato prigione

fuori della città con altri uffiziali. Non posso io entrare nella

descrizione di quel fiero attentato, e basterammi di dire che seguì un

gran macello di gente dall'una e dall'altra parte perchè si menavano

le mani con baionette e sciable. In fine soppraffatti i Tedeschi dai

Franzesi, e massimamente dalla bravura degl'Irlandesi, furono obbligati

a ritirarsi il meglio che poterono. Con loro salvatosi il prete, passò

poi in Germania, dove trovò buon ricovero. A questa disavventura degli

Austriaci sopra tutto influì il non aver potuto il giovine principe

_Tommaso di Vaudemont_, come era il concerto, giugnere a tempo pel

Parmigiano al Po, e valicarlo; e questo a cagion delle strade rotte e

dei fossi che vi ebbero a passare, oltre all'aver anche trovato rotto

il ponte dai Franzesi, pel quale pensava di transitare il fiume. Fu

creduto che la parte cesarea vi perdesse più di settecento uccisi, e

più di quattrocento rimasti prigioni, fra i quali il baron di Mercy; e

che più di mille fra morti e feriti furono i Franzesi, oltre a rimasti

cinquecento prigionieri, fra i quali il luogotenente generale _marchese

di Crenant_ con altri non pochi uffiziali, e lo stesso _maresciallo

di Villeroy_. Gloriosa si riputò l'impresa per gli assalitori, ma più

gloriosa certamente riuscì per li difensori.

Andossi poi sempre più di giorno in giorno ingrossando l'esercito

gallispano, sicchè si fece poi ascendere sino a circa cinquanta mila

armati, laddove l'oste nemica appena arrivava alla metà, non essendo

mai calate di Germania le desiderate reclute, perchè si attendeva alla

guerra mossa in altre parti. Al comando dell'armi gallispane fu spedito

da Parigi il _duca di Vandomo Luigi Giuseppe_, principe dei più esperti

nel magistero militare, in cui gran nome s'era già procacciato. Arrivò

egli in Italia dopo la metà di febbraio, e da che vide l'esercito suo

rinforzato dalle tante milizie venete di Francia, uscì in campagna nel

mese di maggio, con intenzione spezialmente di liberare la città di

Mantova, oramai ridotta a molti bisogni e strettezze pel lungo blocco

de' Tedeschi. Ritirò il _principe Eugenio_ da varii siti le genti sue,

e poi con alto e lungo trincieramento si fortificò dalla banda del

serraglio in faccia a quella città. Entrò il Vandomo in Mantova con

quanta gente volle, e ricuperò colla forza Castiglion delle Stiviere;

e già s'aspettava ognuno ch'egli con tanta superiorità di forze non

volesse sofferire in sì gran vicinanza a Mantova i nemici. Ma passò il

giugno senza azione alcuna di riflesso, perchè a superare il postamento

degli Alemanni si potea rischiar molto. Il vero motivo nondimeno

di quella inazione fu l'avere il re Cattolico scritto da Napoli al

Vandomo, che portasse bensì a Mantova il soccorso, ma che non tentasse

altra maggiore impresa sino all'arrivo suo. Cioè riserbava questo

monarca a sè tutte le palme e gli allori che si aveano da raccogliere

dalla presente campagna. Nel dì 2 di giugno imbarcatosi il re _Filippo

V_, fece la sua partenza da Napoli, e nel passar da Livorno fu visitato

e superbamente regalato dal gran duca _Cosimo III de Medici_, dal gran

principe _Ferdinando_ e dalla gran principessa _Violante_ di _Baviera_

sua zia. Andò a sbarcare al Finale, e venuto ad Acqui nel Monferrato,

ebbe la visita di _Vittorio Amedeo_ suocero suo, e nel dì 18 con gran

pompa fece la sua entrata in Milano. In questo mentre il principe

Eugenio attese a fortificar Borgoforte, e a formare di qua e di là

dal Po un ben munito accampamento. E da che intese che il re Cattolico

marciava pel territorio di Parma alla volta del Reggiano col maggior

nerbo della sua armata, inviò il generale marchese _Annibale Visconti_

con tre reggimenti di corazze a postarsi a Santa Vittoria, sito

vantaggioso, perchè circondato da canali e dal fiume Crostolo. Se ne

stavano questi Alemanni con gran pace in quel luogo, con poca guardia,

senza spie, coi cavalli dissellati al pascolo, credendo che i Franzesi

tuttavia si deliziassero nel Parmigiano: quand'ecco nel dopo pranzo

del dì 26 di luglio si videro comparire addosso il _conte Francesco

Albergotti_ tenente generale dei Franzesi, o pure lo stesso _duca di

Vandomo_ con quattro mila cavalli e due mila fanti. La confusione loro

fu eccessiva; fecero essi quella difesa che poterono in tale improvvisa

e cattiva disposizione; ma in fine convenne loro voltar le spalle, e

lasciare alla balìa dei vincitori il bagaglio, quattordici stendardi,

due paia di timbali e cento cavalli. Trecento furono i morti,

altrettanti i prigioni, e il re Filippo sopraggiunto ebbe il piacere di

mirare il fine di quella mischia.

Non avendo più alcun ritegno i Franzesi, dieci mila d'essi nel dì 29

di luglio si presentarono sotto la città di Reggio, e non trovarono

gran difficoltà ad impadronirsene; avvenimento che fece intendere a

_Rinaldo d'Este_ duca di Modena qual animo covassero contra di lui i

re di Francia e di Spagna. Però nel giorno seguente con tutta la sua

corte s'inviò alla volta di Bologna, lasciando il popolo di Modena in

somma costernazione. Giunse nel primo dì d'agosto sotto questa città

il conte Albergotti con un grosso corpo di cavalleria e fanteria, che

dimandò la cittadella a nome del re Cattolico. La consulta lasciata

dal duca, con facoltà di operare ciò che credesse più a proposito

in sì scabrose congiunture, con assai onorevole capitolazione si

sottomise alla forza dell'armi. Lo stesso avvenne a Carpi, Correggio

e al rimanente degli Stati del duca, eccettuata la Garfagnana di là

dall'Apennino che ricusò di ubbidire. L'aspetto di questi progressi

dell'esercito franzese quel fu che in fine obbligò il principe Eugenio

a ritirar le sue truppe dal Serraglio di Mantova, e a lasciar libera

quella città, per accudire al di qua dal Po, dove alla testa sul

Correggiesco s'era accampato il re Cattolico colla sua grande armata,

che venne in questi tempi accresciuta da buona parte delle truppe,

colle quali il vecchio _principe di Vaudemont_ dianzi campeggiava in

difesa di Mantova. Essendosi presa la risoluzione dai Gallispani di

marciare alla volta di Borgoforte, per qui venire a giornata campale,

si mosse la loro armata nella notte precedente al dì 15 di agosto alla

sordina, e s'inviò alla volta di Luzzara, dove si trovò un comandante

tedesco che, all'intimazion della resa, non rispose se non col fuoco

de' fucili. Camminavano i Franzesi spensieratamente coll'immaginazione

in capo di trovare il principe Eugenio sepolto ne' trincieramenti

di Borgoforte; quando all'improvviso si accorsero che il coraggioso

principe, marciando per gli argini del Po, veniva a trovarli, e diede

infatti principio ad un fiero combattimento, sulle cui prime mosse

perdè la vita il generale cesareo _principe di Commercy_. Era già

suonata la ventun'ora, quando si diede fiato alle trombe, e si accese

il terribil conflitto. Durò questo fino alla notte con gran bravura,

con molta mortalità dell'una e dell'altra parte, e restò indecisa la

vittoria, benchè ognun dal suo canto facesse dipoi intonare solenni _Te

Deum_, ed amplificasse la perdita de' nemici, e sminuisse la propria:

il che fa ritener me dal riferire il numero dei morti e feriti. Quel

ch'è certo, a niun d'essi restò per allora il campo della battaglia,

e non lieve preda fecero i cesarei. Per altro in quella notte stettero

quiete in vicinanza le due armate, e credevasi che, fatto il giorno, si

azzufferebbono di nuovo, e che, o gli uni o gli altri volessero veder

la decisione delle loro contese. Attese il duca di Vandomo, essendo

alquanto rinculato, ad assicurare il suo campo dall'invasion del

nemico con buoni argini e trincieramenti, e con formare un ponte sul

Po per mantener la comunicazione col Cremonese. Gli era restata alle

spalle Guastalla, e ne fece l'assedio; e forzato, dopo nove giorni di

trincea aperta, il _general Solari_ a renderla nel dì 9 di settembre,

mise in possesso di quella città _Ferdinando Carlo Gonzaga_ duca

di Mantova. Cinse ancora di stretto blocco la fortezza di Brescello

del duca di Modena. In questi tempi furono veduti novecento cavalli

usseri e tedeschi, condotti dall'Eberzeni, Paolo Diak e marchese Davia

bolognese, passare pel Reggiano fin sul Pavese, esigendo contribuzioni

dappertutto. Entrarono poi fin dentro Milano, e vi gridarono: _Viva

l'imperadore_; e salvi poi pel Mantovano si ridussero al loro campo.

Stettero dipoi nei divisati postamenti l'una in faccia all'altra

l'armate nemiche, facendosi solamente guerra colle cannonate e con

qualche scaramuccia, finchè venne il verno, con grande onore del

principe Eugenio, il quale con tanta inferiorità di forze seppe sì

lungamente tenere a bada nemici cotanto poderosi. L'ultimo trofeo

che riportò in questa campagna il giovine re _Filippo V_, fu, siccome

dicemmo, la presa di Guastalla. Dopo di che pensò a ritornarsene in

Ispagna, chiamato colà dai bisogni ed istanze de' suoi regni. Fermossi

in Milano alcune settimane, da dove, nel dì 6 di novembre, si mosse

alla volta di Genova, ricevuto ivi con incredibile splendidezza da

quella nobiltà e popolo; e di là fece poi vela verso la Catalogna.

Accostandosi il verno, ricuperò l'armata delle due corone Borgoforte,

e prese i quartieri in Mantova, e la maggior parte in Modena, Reggio,

Carpi, Bomporto ed altri luoghi dello Stato di Modena. Il principe

Eugenio, dopo avere distribuiti i suoi nelle terre e ville del basso

Modenese contigue alla Mirandola, e nel Mantovano di qua dal Po, con

ritenere un ponte sul Po ad Ostiglia, s'inviò alla corte di Vienna, per

rappresentar lo stato delle cose e il bisogno di gagliardi soccorsi.

Dopo lo spaventoso tremuoto dell'anno 1688 si erano riparate le

rovine della città di Benevento; ma nell'aprile ancora di quest'anno

si rinnovò nella stessa un quasi pari disastro. Sollevatosi quivi

un temporale sì fiero, che sembrava voler diroccare la terra da'

fondamenti, cagion fu che gli abitanti scappassero fuori dell'abitato.

Succedette poscia un terribile scotimento, che rovesciò buona parte

della città bassa, e il palazzo dell'arcivescovo e la cattedrale.

Ducento cinquanta persone rimasero sfracellate sotto le rovine. Anche

le città d'Ariano, Grotta, Mirabella, Apice ed altre di que' contorni

ebbero di che piagnere, perchè quasi interamente distrutte. Altre non

men funeste scene di guerra si videro nell'anno presente in Germania,

Fiandra ed altri paesi bagnati dal Reno, giacchè l'imperadore e

le potenze marittime aprirono anch'esse il teatro della guerra in

quelle parti contro la Francia. Di grandi preparamenti avea fatto

l'Inghilterra per questo, quando venne a mancar di vita nel dì 19 di

marzo il loro re _Guglielmo_ principe di Oranges, e fu dipoi alzata

al trono la _principessa Anna_, figlia del già defunto cattolico re

della Gran Bretagna _Giacomo II_, e moglie di _Giorgio principe di

Danimarca_, la quale con più ardore ancora del suddetto re Guglielmo

incitò quella nazione ai danni della real casa di Borbone, ed inviò per

generale dell'armi britanniche nei Paesi Bassi milord _Giovanni Curchil

conte di Marlboroug_, col cui valore si mosse poi sempre collegata la

fortuna.

All'incontro la Francia trasse nel suo partito gli _elettori di Baviera

e Colonia fratelli_. Varii assedii furono fatti al basso Reno; risonò

spezialmente la fama per quello di Landau nell'Alsazia, eseguito con

gran sangue dall'armata cesarea comandata dallo stesso _re de' Romani

Giuseppe_. In esso tempo il Bavaro collegatosi co' Franzesi mosse

anch'egli le armi sue, con sorprendere la città d'Ulma, Meninga ed

altre di quei contorni, e con accendere un gran fuoco nelle viscere

della Germania, dove i circoli di Franconia, Svevia e Reno accrebbero

il numero dei collegati contro della Francia. Ma ciò che diede più

da discorrere ai novellisti in quest'anno, fu il terrore e danno

immenso recato alle Coste della Spagna dalla formidabile armata navale

degl'Inglesi ed Olandesi, guidata dall'ammiraglio _Rooc_ inglese,

dall'_Alemond_ olandese e da _Giacomo duca d'Ormond_ generale di

terra. Verso il fine d'agosto approdò questa a Cadice (antica Gades

dei Romani), emporio celebre e doviziosissimo della monarchia spagnuola

sull'Oceano. Superati alcuni di quei forti, v'entrarono gli Anglolandi,

e diedero un fiero sacco alla terra, asportandone qualche milione

di preda, ma con aspre doglianze di tutti i mercatanti stranieri, e

con accrescere negli Spagnuoli l'odio immenso verso le loro nazioni.

Capitarono in questo dall'America i galeoni di Spagna carichi d'oro,

d'argento e di varie merci, e scortati da quindici vascelli e da alcune

fregate franzesi. All'udire le disavventure di Cadice, si rifugiarono

questi ricchi legni nel porto di Vigo in Galizia. Colà accorsa anche

la flotta anglolanda, ruppe la catena del porto. Alquanti di que'

vascelli e galeoni rimasero incendiati; lo sterminato valsente parte fu

rifugiato in terra, parte venne in poter de' nemici; sette vascelli e

quattro galeoni salvati dalle fiamme mutarono padroni. Gran flagello,

gran perdita fu quella.

Anno di CRISTO MDCCIII. Indizione XI.

CLEMENTE XI papa 4.

LEOPOLDO imperadore 46.

Ebbe principio quest'anno con una inondazione del Tevere in Roma

stessa, a cui tenne dietro un fiero tremuoto, che alla metà di gennaio

con varie scosse per tre giorni si fece sentire in quell'augusta città,

riempendola di tal terrore, che tutto il popolo corse ad accomodar

le sue partite con Dio; molti si ridussero ad abitar sotto le tende;

e il pontefice _Clemente XI_ prescrisse varie divozioni per implorar

la divina misericordia. Per questo scotimento della terra la picciola

città di Norcia colle terre contigue si convertì in un mucchio di

pietre; e quella di Spoleti con varie terre del suo ducato patì

gravissimi danni. Grandi rovine si provarono in Rieti, in Chieti, Monte

Leone, ed altre terre e borghi dell'Abbruzzo. La città dell'Aquila vide

a terra gran parte delle sue fabbriche colla morte di molti. Cività

Ducale restò subissata con gli abitanti. Fu creduto che nei suddetti

luoghi perissero circa trenta mila persone; nè si può esprimere lo

scompiglio e spavento che fu in Roma e per tante altre città in tal

congiuntura, perchè sino all'aprile, maggio e giugno altre scosse di

terra si fecero sentire; ed ognun sempre stava in allarmi, temendo

di peggio. Non mancavano intanto altre fastidiose cure al santo padre

in mezzo alle pretensioni delle potenze guerreggianti; nè si esigeva

meno che la sua singolar destrezza per navigare in mezzo agli scogli,

e sostenere la determinata sua neutralità. Contuttociò il partito

austriaco lo spacciava per aderente al Gallispano, e spezialmente fece

di gran querele, perchè avendo l'Augusto _Leopoldo_ padre e _Giuseppe_

re de' Romani figliuolo, nel dì 12 di settembre dell'anno presente,

ceduto all'_arciduca Carlo_ ogni lor diritto sopra la monarchia della

Spagna, con che egli assunse insieme col titolo di re di Spagna il nome

di _Carlo III_, dal pontefice fu proibito che il ritratto di questo

nuovo re pubblicamente si esponesse nella chiesa nazional de' Tedeschi

in Roma.

Erano restate in una gran decadenza le armi cesaree in Lombardia,

perchè alle diserzioni e malattie, pensioni ordinarie dell'armate,

non si suppliva dalla corte di Vienna con reclute e nuovi soccorsi,

trovandosi Cesare troppo angustiato per li continui progressi di

_Massimiliano elettor di Baviera_, le cui forze alimentate finora

dall'oro franzese, e poscia accresciute da un esercito d'essa nazione,

condotto dal _maresciallo di Villars_, faceano già tremar l'Austria e

Vienna stessa. Contuttociò il _conte Guido di Staremberg_, generale di

molto senno nel mestier della guerra, lasciato a questo comando dal

principe Eugenio, tanto seppe fortificarsi alle rive del Po e della

Secchia, che potè sempre rendere vani i tentativi della superiorità

dell'esercito franzese. Intanto la fortezza di Brescello sul Po,

che per undici mesi avea sostenuto il blocco formato dalle truppe

spagnuole, si vide forzata a capitolar la resa. Cercò quel comandante

imperiale che questa piazza fosse restituita al duca di Modena, ma non

fu esaudito. Vi trovarono i Franzesi un gran treno di artiglieria,

di bombe, granate, polve da fuoco, e di altri militari attrezzi;

la guernigione restò prigioniera di guerra. Tanto poi si adoperò

_Francesco Farnese_ duca di Parma, benchè nipote del duca di Modena

Rinaldo d'Este, che nell'anno seguente impetrò dalla Francia e Spagna

che si demolissero tutte le fortificazioni di quella piazza, con dolore

inestimabile di esso duca di Modena, il quale dimorante in Bologna

si trovava perseguitato dalle disgrazie, e conculcato fin dai proprii

parenti. Seppe il valoroso conte di Staremberg difendere Ostiglia dagli

attentati de' Franzesi; e nel dì 12 di giugno essendo giunto il general

franzese _Albergotti_ a Quarantola sul Mirandolese, ebbe una mala

rotta da' Tedeschi, e gli convenne abbandonare il finale di Modena. Ciò

non ostante, crebbero vieppiù da lì innanzi le angustie dell'esercito

alemanno in Italia, perchè l'elettor bavaro cresciuto cotanto di forze

entrò nel Tirolo, e giunse ad impossessarsi della capitale d'Inspruch.

L'avrebbe bene accomodato il possesso e dominio di quella provincia

confinante ai suoi Stati; ma si aggiugnevano due altre mire, l'una

di togliere ai Tedeschi quella strada per cui solevano spignere in

Italia i soccorsi di milizie, e l'altra di aprirsi un libero commercio

coll'esercito franzese, esistente in Italia, affin di riceverne più

facilmente gli occorrenti sussidii.

Mossesi infatti il duca di Vandomo nel mese d'agosto dalla Lombardia

con parte del suo esercito alla volta del Trentino, sperando di toccar

la mano ai Bavaresi, che avevano da venirgli incontro. Marciarono

i Franzesi per Monte Baldo e per le rive del lago di Garda, e

cominciarono ad aggrapparsi per quelle montagne, con impadronirsi

delle castella di Torbole, Nago, Bretonico e d'altre, che non fecero

difesa, a riserva del castello d'Arco, il quale per cinque giorni

sostenne l'empito de' cannoni nemici, con fatiche incredibili fin

colà strascinati. Giunse poi sul fine d'agosto dopo mille stenti

l'esercito franzese alla vista di Trento, ma coll'Adige frapposto,

e con gli abitanti nell'opposta riva preparati a contrastare gli

ulteriori avanzamenti dei nemici. Nè le minaccie del Vandomo, nè

molte bombe avventate contro la città atterrirono punto i Trentini,

e massimamente dacchè in aiuto loro accorse con alcuni reggimenti

cesarei il generale _conte Solari_. All'aspetto di questi movimenti,

comune credenza era in Italia che in breve si avessero a vedere in

precipizio gli affari dell'imperadore, fatta che fosse l'unione del

Bavaro col duca di Vandomo. Stettero poco a disingannarsi al comparire

all'improvviso mutata tutta la scena. I Tirolesi d'antico odio

pregni contra de' Bavaresi, e massimamente i bravi lor cacciatori,

sì fattamente cominciarono a ristrignere e tempestar coi loro fucili

le truppe nemiche, prendendo spezialmente di mira gli uffiziali, che

altro scampo non ebbe l'elettore, se non quello di ritirarsi alle sue

contrade. Medesimamente non senza maraviglia dei politici fu osservato

ritornarsene il duca di Vandomo in Italia, dopo aver sacrificato

inutilmente di gran gente e munizioni in quella infelice spedizione.

Ora ecco il motivo di sua ritirata.

Non avea mai potuto _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia, siccome principe

di mirabile accortezza, e attentissimo non meno al presente che ai

futuri tempi, mirar senza ribrezzo la tanto accresciuta grandezza

della real casa di Francia, e parevagli fabbricato il mortorio alla sua

sovranità, dacchè il ducato di Milano era caduto in mano d'un monarca

sì congiunto di sangue colla potenza franzese. Portò la congiuntura

dei tempi ch'egli si avesse a collegar colle due corone, tuttochè

scorgesse così fatta lega troppo contraria ai proprii interessi; ma

stava egli sempre sospirando il tempo di poter rompere questa catena;

e parve ora venuto, dacchè era vicino a spirare il tempo del contratto

impegno della sua lega coi re di Francia e di Spagna. Non lasciava la

corte cesarea di far buona cera a questo principe, benchè in apparenza

nemico, nè sul principio della rottura scacciò da Vienna il di lui

ministro, come avea praticato con quello del duca di Mantova. Spedì

eziandio nel luglio dell'anno presente a Torino (per quanto pretesero

i Franzesi) il _conte di Aversbergh_ travestito per intavolare con

lui qualche trattato, ma senza sapersi se ne seguisse conclusione

alcuna finora. Quel che è certo, non avea voluto il duca permettere

che le sue truppe passassero verso il Trentino. Ora i forti sospetti

conceputi nella creduta vacillante fede del duca _Vittorio Amedeo_

diedero impulso al re Cristianissimo di richiamare in Lombardia il duca

di Vandomo. Tornato questo generale colle sue genti a San Benedetto di

Mantova di qua dal Po, già da lui scelto per suo quartier generale, nel

dì 28 oppure 29 di settembre, messo in armi tutto l'esercito suo, fece

disarmar le truppe di Savoia che si trovavano in quel campo ed altri

luoghi, ritenendo prigioni tutti gli uffiziali e soldati. Non erano

più di tre mila; altri nondimeno li fecero ascendere a quattro o a

cinquemila. Per questa impensata novità e violenza alterato al maggior

segno il duca, principe di grande animo, ne fece alte doglianze per

tutte le corti; mise le guardie in Torino agli ambasciatori di Francia

e Spagna; occupò gran copia d'armi spedite dalla Francia in Italia,

ed imprigionò quanti Franzesi potè cogliere nei suoi Stati. Quindi si

diede precipitosamente a premunirsi e a mettere in armi tutti i suoi

sudditi, per resistere al temporale che andava a scaricarsi sopra i

suoi Stati; giacchè non tardò il duca di Vandomo a mettere in viaggio

buona parte dell'esercito suo contro il Piemonte. Saltò fuori in tal

guisa un nuovo nemico delle due corone, e un nuovo teatro di guerra in

Italia.

Nel dì 5 di dicembre pubblicamente dichiarò il re di Francia _Luigi

XIV_ la guerra contra di esso duca di Savoia, i il quale nel dì 25

di ottobre, come scrisse taluno, o piuttosto nel dì 8 di novembre,

come ha lo strumento rapportato dal Lunig, avea già stretta lega

coll'_imperadore Leopoldo_. In esso strumento si vede promesso al duca

_Vittorio Amedeo_ tutto il Monferrato, spettante al duca di Mantova con

Casale, e inoltre Alessandria, Valenza, la Valsesia e la Lomellina, con

obbligo di demolir le fortificazioni di Mortara. Promettevano inoltre

le potenze marittime un sussidio mensile di ottanta mila ducati di

banco ad esso principe, durante la guerra. Fu poi aggiunto un altro

alquanto imbrogliato articolo della cessione ancora del Vigevanasco,

per cui col tempo seguirono molte dispute colla corte di Vienna. Per

essersi trovato il duca colto all'improvviso dallo sdegno franzese,

e specialmente sprovveduto di cavalleria, gli convenne ricorrere al

generale _conte di Staremberg_, il quale, desideroso di assistere il

nuovo alleato, mise improvvisamente in viaggio, nel dì 20 di ottobre,

mille cinquecento cavalli sotto il comando del generale _marchese

Annibale Visconti_. Benchè sollecita fosse la lor marcia, più solleciti

furono gli avvisi al duca di Vandomo del lor disegno; laonde ben

guernito di milizia il passo della Stradella, Serravalle ed altri siti,

allorchè colà giunsero gli affaticati Alemanni, trovarono un terribil

fuoco, e andarono presto in rotta. Molti furono gli uccisi, molti i

prigioni, ed a quei che colla fuga si sottrassero al cimento, convenne

dipoi passare fino a San Pier di Arena presso Genova, e valicare aspre

montagne per giugnere in Piemonte. Questo picciolo rinforzo, e l'essere

stati i Franzesi, a cagion del suddetto passaggio, impegnati in varii

movimenti, servì di non lieve respiro al duca di Savoia; ma non già a

preservarlo dagl'insulti a lui minacciati dal potente nemico. Il perchè

determinò in fine il saggio conte Guido di Staremberg un'arditissima

impresa, che, per essere felicemente riuscita, riportò poscia il

plauso d'ognuno. Quando si pensava la gente che l'esercito suo,

postato sul Modenese e Mantovano di qua da Po, si fosse ben adagiato

nei quartieri d'inverno e pensasse al riposo, all'improvvisa con circa

dieci mila fanti e quattro mila cavalli, seco menando sedici cannoni,

nel giorno santo del Natale passò esso Staremberg la Secchia, e pel

Carpigiano s'indirizzò alla strada maestra chiamata Claudia, prendendo

pel Reggiano e Parmigiano con marcie sforzate il cammino alla volta

del Piemonte, senza far caso dei rigori della stagione, delle strade

rotte e di tanti fiumi gravidi di acqua che conveniva passare. Era

già tornato il _duca di Vandomo_ al campo di San Benedetto di Mantova.

Al primo avviso di questo impensato movimento dei nemici, raunate le

sue truppe, si diede ad inseguirli con forze, chi disse minori, e chi

maggiori, ma senza poter mai raggiugnerli, oppure senza mai volerli

raggiugnere, per poca voglia di azzardare una battaglia. Si contarono

bensì alcune scaramucce ed incontri, nei quali lasciarono la vita i due

valorosi generali _Lictenstein_ Tedesco e _Solari_ Italiano; ma questi

non poterono impedire al prode comandante di felicemente superar tutti

i disagi, e di pervenire ad unirsi col duca di Savoia nel dì 13 del

seguente gennaio, con infinita consolazione di lui e de' sudditi suoi.

Presero in questi tempi, cioè nel dì 8 di dicembre, i Franzesi

dimoranti in Modena il pretesto di confiscare al duca _Rinaldo d'Este_

tutte le sue rendite e mobili, perchè il suo ministro in Vienna,

trovandosi nell'anticamera della regina de' Romani, in passando

l'_arciduca Carlo_, dichiarato re di Spagna, l'inchinò. A chi vuol far

del male, ogni cosa gli fa giuoco. Entrato nel novembre il _maresciallo

di Tessè_ nella Savoia, s'impadronì di Sciambery sua capitale, e poscia

strinse con un blocco la fortezza di Monmegliano. Riuscì in quest'anno

alle _potenze marittime_ e all'_imperatore Leopoldo_ di ritirar seco in

lega un'altra potenza, cioè _Pietro II_ re di Portogallo. Gli articoli

di questa alleanza furono sottoscritti nel dì 16 di maggio, e fatte

di grandi promesse a quel monarca, fondate nondimeno sugli incerti

avvenimenti delle guerre. Di qui sorsero speranze ne' collegati di

potere un dì detronizzare il re di Spagna _Filippo V_, al qual fine

creduto fu non solamente utile, ma necessario, che lo stesso _arciduca

Carlo_, proclamato re di Spagna col nome di _Carlo III_, passasse in

persona colà per dar polso ai Portoghesi, e per animare l'occulto

partito austriaco che si conservava tuttavia nei regni di Spagna.

Pertanto questo savio, affabile e piissimo principe, preso congedo

dagli augusti lagrimanti suoi genitori e dal fratello Giuseppe re de'

Romani, si mise nel settembre in viaggio alla volta dell'Olanda, con

ricevere immensi onori per dovunque passò. Pertanto ecco oramai gran

parte dell'Europa in guerra per disputare della monarchia di Spagna;

nel qual tempo anche il Settentrione ardeva tutto di guerra per la

lega del Sassone re di Polonia collo czar della Russia contro il re

di Svezia, che diede lor delle aspre lezioni. Presero in quest'anno i

Franzesi Brisac, ricuperarono Landau, diedero una rotta ai Tedeschi

sotto esso Landau; e all'incontro gli Anglolandi s'impadronirono di

Bona, Huz e Limburgo.

Anno di CRISTO MDCCIV. Indizione XII.

CLEMENTE XI papa 5.

LEOPOLDO imperadore 47.

Veggendosi _Rinaldo d'Este_ duca di Modena sì maltrattato ed oppresso

dai Franzesi, altro ripiego non trovò che di ricorrere a papa _Clemente

XI_ per implorare i suoi paterni uffizii appresso le due corone, o, per

dir meglio, alla corte di Francia, che sola dirigeva la gran macchina,

e sotto nome del re Cattolico sola signoreggiava negli Stati d'esso

duca. Si portò a questo fine incognito a Roma, e vi si fermò per più

mesi. Giacchè non volle indursi a gittarsi in braccio a' Franzesi,

non altro in fine potè ottenere che una pensione di dieci mila doble;

e questa ancora gli convenne comperare con cedere ad essi Franzesi il

possesso della provincia della Garfagnana, situata di là dall'Apennino

colla fortezza di Montalfonso; unico resto de' suoi dominii, finora

sostenuto nel suo naufragio: dopo di che si restituì a Bologna ad

aspettare senza avvilirsi lo scioglimento dell'universal tragedia. Ma

alle sue disavventure si aggiunse in quest'anno la demolizione della

sua fortezza di Brescello, fatta dai Parmigiani: tanto pontò il duca

di Parma, per levarsi quello stecco dagli occhi. Furono asportate

parte a Mantova, parte nello Stato di Milano tutte quelle artiglierie

e attrezzi militari. Cominciarono in quest'anno a declinar forte in

Italia gli affari dell'imperadore e del collegato duca di Savoia.

L'incendio commosso in Ungheria dai sollevati, e in Germania da

_Massimiliano elettor di Baviera_, siccome quello che più scottava la

corte di Vienna, a lei non permetteva di alimentar la sua armata in

Italia coi necessari rinforzi di truppe e danaro. Nulla all'incontro

mancava al general franzese duca di Vandomo. Da che fu egli

maggiormente rinvigorito dalle nuove leve spedite dalla Provenza per

mare, divise l'esercito suo in due, ritenendo per sè le forze maggiori

a fine di far guerra al duca di Savoia; e dell'altra parte diede

il comando al _gran priore duca di Vandomo_ suo fratello, acciocchè

tentasse di cacciar d'Italia il corpo di Tedeschi che assai smilzo

restava nel Mantovano di qua da Po, e teneva forte tuttavia la terra di

Ostiglia di là da esso fiume. Allorchè i Franzesi s'avviarono, sul fine

dell'anno precedente, dietro al _conte Staremberg_, aveano gli Alemanni

occupato Bomporto e la Bastia sul Modenese, con far prigioniere il

presidio di questa ultima. Tornato che fu a Modena il generale _signor

di San Fremond_, non perdè tempo a ricuperare, sul principio di

febbraio, quei luoghi: sicchè si ritirarono i Tedeschi alla Mirandola,

e attesero a fortificarsi in Revere, Ostiglia ed altri siti lungo il Po

di qua e di là, con istendersi ancora sul Ferrarese a Figheruolo.

Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 8 / 63 题