Un altro grave affanno provò in questi tempi il pontefice, per

essersi scoperto in Roma autore di una pestilente setta (appellata

dipoi il _Quietismo_) Michele Molinos prete spagnuolo, che colla sua

ipocrisia s'era tirato addietro una gran copia di seguaci, anche di

alto affare. Lo zelantissimo pontefice, allorchè da saggi e dotti

porporati restò ben informato dei falsi insegnamenti di costui, e delle

perniciose conseguenze della palliata di lui pietà, ne comandò tosto

la carcerazione; e di gran faccende ebbero successivamente i teologi e

il tribunale della santa inquisizione per opprimere ed estirpare questa

mala gramigna, che insensibilmente s'era anche diffusa per altre parti

di Italia. Furono severamente proibiti i libri d'esso Molinos, e con

bolla particolare del sommo pontefice nel dì 28 d'agosto fulminate

sessantotto proposizioni estratte da essi libri. Si proseguì poi con

severità, ma non disgiunta dalla clemenza, il processo contro l'autore

di tal setta, e di chiunque l'avea o imprudentemente o maliziosamente

adottata, di modo che, proseguendo le diligenze, da lì a qualche tempo

se ne smorzò affatto l'incendio, e ne restò la sola memoria del nome.

Non rallentò papa Innocenzo XI le sue premure per la guerra contro il

Turco nell'anno presente; nè solamente inviò in aiuto de' Veneti le

sue galee, ma ottenne ancora che la repubblica di Genova v'inviasse

le sue. Tornossene da Roma in Inghilterra, ossia in Francia il conte

di Castelmene ambasciatore del _re Giacomo II_. E _Francesco II duca_

di Modena, dopo aver goduto singolari finezze in Napoli, si restituì

nel febbraio ai suoi Stati, senza aver potuto condur seco la _duchessa

Laura_ sua madre, la quale nel susseguente luglio, con fama di rara

pietà e saviezza, diede fine al suo vivere in Roma, lasciando lui erede

de' suoi beni nel Modenese, e de' posseduti da lei in Francia la regina

della Gran Bretagna _Maria Beatrice_ sua figlia.

Mirabili furono in quest'anno ancora gli avanzamenti dell'armi

cristiane contro la potenza ottomana. Nell'anno precedente s'era

portato a Vienna, e poscia all'assedio di Buda, _Ferdinando Carlo

duca_ di Mantova con un copioso accompagnamento de' suoi bravi, e volle

intervenire anche alla campagna dell'anno presente. Della bravura di

lui e de' suoi non fu parlato con gran vantaggio in Italia. Ora il

valoroso generalissimo duca _Carlo di Lorena_ e _Massimiliano elettor

di Baviera_, risaputo che il primo visire con esercito, creduto

di sessanta mila combattenti, tragittato il Savo, s'inoltrava per

frastornar le imprese de' cristiani, si mossero contra di lui. Poi

consigliatamente fecero una ritirata, la quale, presa per indizio

di timore dal musulmano, lo animò a passare anche il Dravo. Nel dì

12 d'agosto a Moatz vennero alle mani le due possenti armate, e ne

andò sconfitta la turchesca. Insigne fu questa vittoria, perchè tra

uccisi dal ferro ed annegati nel Dravo vi rimasero più d'otto mila

Turchi; incredibile il bottino per sessantotto cannoni, dieci mortari,

immensità di provvigioni da bocca e da guerra, cavalli, buoi, bufali

e cammelli, cassette d'oro e tende. Il padiglione del gran visire

toccò all'elettore, che fu il primo ed entrarvi. Fu detto che tenesse

un quarto di lega di giro, e quivi fu cantato un solenne _Te Deum_.

Occuparono poscia i cesarei la città e castello di Essech; costrinsero

alla resa la città di Agria, e poscia la fortezza di Mongatz. Quello

che maggiormente accrebbe la gloria al duca di Lorena, fu ch'egli

animosamente entrò nella Transilvania, ed obbligò la città di

Claudiopoli, ossia Clausemburgo, e quella di Ermenstad capitale della

provincia e tutte le altre della Transilvania ad ammettere presidio

cesareo. Ritiratosi nel castello di Fogaratz l'_Abaffi_ principe di

quella contrada, si vide astretto, nel dì 27 d'ottobre, a capitolare

col duca, mettendosi sotto la protezion di Cesare, ed accordando

le contribuzioni e i quartieri d'inverno. Nel dì 9 di dicembre di

quest'anno in Possonia tenuta fu la gran dieta del regno di Ungheria,

a cui intervenne l'_imperadore Leopoldo_; ed ivi restò proclamato e

coronato re d'Ungheria lo _arciduca Giuseppe_, primogenito di esso

Augusto.

Colle sue benedizioni accompagnò la divina clemenza anche l'armi della

repubblica veneta; giunta in questo felicissimo anno a liberar tutto

il regno della Morea dalla tirannia de' Turchi, e ad inalberarvi le

bandiere della croce. Sbarcò l'armata veneta nel dì 20 di luglio alle

spiaggie dell'Acaia, con disegno di assalire la città di Patrasso; ma

perciocchè il saraschiere s'era in quelle vicinanze acquartierato,

si videro i generali cristiani in necessità di rimuovere prima

quest'ostacolo. Ora il _conte di Konigsmarch_, primo fra essi, seppe

trovar maniera di passar colà, e di attaccar la mischia co' nemici,

i quali dopo qualche resistenza diedero a gambe, lasciando indietro

alcune centinaia di morti, artiglierie ed insegne. A cagion di questo

avvenimento si ritirarono in salvo anche le guernigioni turchesche

di Patrasso e del castello di Morea. Maravigliosa cosa fu il mirare,

come presi da panico timore quegl'infedeli, appiccato il fuoco alle

munizioni del castello di Romelia, che gran resistenza far potea,

facessero saltare in aria i suoi torrioni, e poi se ne fuggissero.

Giunse lo sbigottimento a tale, che si trovò abbandonata da essi la

città di Lepanto, dianzi infame nido di corsari. Lo stesso saraschiere

uscì coll'esercito suo di Morea; e in fine la città di Corinto, cioè

la chiave di quel regno, venne senza fatica in poter de' cristiani,

che vi trovarono quaranta pezzi di bronzo, parte inchiodati e parte

fatti crepare. Anche Mistrà, che si crede nata dalle rovine della poco

lontana Sparta, impetrò buone capitolazioni dalle vincitrici armi

cristiane. Restò dipoi deliberata la conquista d'Atene e della sua

acropoli, cioè della fortezza che difende quel borgo, giacchè un borgo

è divenuta l'antica celebre città d'Atene. Fu colla forza ancor questa

obbligata alla resa; imprese, che per tutta l'Italia, e spezialmente in

Venezia, furono solennizzate con incessanti feste. Nè qui si fermarono

le glorie venete. Oltre all'avere il _generale Cornaro_ fatti ritirare

i Turchi dall'assedio della fortezza di Sign, invogliò il senato veneto

di liberar l'Adriatico da un barbarico asilo di corsari, coll'acquisto

di Castel nuovo in Dalmazia. A questo fine fu ottenuto che le galee

del papa e di Malta concorressero all'impresa, ed ivi s'impiegarono

anche due mila e cinquecento soldati oltramontani che erano destinati

per l'armata di Levante: risoluzione di non lieve detrimento, perchè, a

ragion di questa mancanza, siccome diremo, finì poi male la conquista

di Negroponte, saggiamente ideata dal capitan generale _Morosino_.

Con centoventi legni sul fine di agosto si presentarono i Veneziani

sotto la suddetta riguardevol città e fortezza di Castelnuovo. Di gran

fatiche costò la sua espugnazione, ma in fine ne uscirono i presidiarii

e gli abitanti, lasciandone il possesso ai cristiani, che vi trovarono

gran copia di munizioni e cinquantasette cannoni di bronzo. Ora

tanto abbassamento della potenza ottomana cagionò sollevazioni in

Costantinopoli, fu deposto il sultano Maometto, e sollevato al trono

suo fratello. Non mancò la Porta in questi tempi di muovere a Vienna

proposizioni di pace, e v'inclinavano alcuno de' consiglieri cesarei,

giacchè si prevedeva vicino lo scoppio di nuove guerre dalla parte

del re Cristianissimo. Ma prevalse il sentimento del duca di Lorena, a

cui sembrava molto disdicevole il deporre le armi in mezzo al corso di

tante vittorie, e mentre sì invitti e sgomentati si trovavano i dianzi

sì orgogliosi musulmani.

Anno di CRISTO MDCLXXXVIII. Indiz. XI.

INNOCENZO XI papa 13.

LEOPOLDO imperadore 31.

Più feroce che mai si scoprì il _re Luigi XIV_ nell'anno presente

contra del buon pontefice _Innocenzo XI_, sperando pure col

moltiplicare le violenze di ottenere ciò che egli non dovea pretendere,

perchè contrario alla giustizia, alla pietà e alla riverenza professata

dai re Cristianissimi alla Sedia apostolica. Ordinò dunque al marchese

di Lavardino di far ben conoscere al popolo romano il suo disprezzo

per le censure pontifizie, di sostener più che mai vigorosamente

il possesso delle franchigie, e di camminare per Roma con più fasto

che mai, come se si trattasse di città sottoposta ai gigli, e in cui

avesse da prevalere all'autorità del pontefice sovrano quella del re

di Francia. Il santo padre mirava tutto senza scomporsi, risoluto di

vincere colla pazienza l'indebita persecuzione. Gli furono proposte

leghe; ma egli riponeva tutta la sua difesa nella protezion di Dio e

nella giustizia della sua causa. Portossi una mattina il Lavardino

colla guardia di trecento uffiziali da trionfante alla basilica

Vaticana, ed ebbe non so se il contento, oppure il rammarico di veder

fuggire i sacerdoti dagli altari, per non comunicare con chi era

aggravato di censure. Non contento di passi cotanto ingiuriosi il re

Luigi, fece interporre dal parlamento di Parigi un'appellazione al

futuro concilio contro la pretesa ingiustizia del papa, il quale non

altro intendea che di poter esercitare la giustizia in casa sua, come

usano nelle loro città gli altri principi, e massimamente la corte di

Francia. Richiamato da Parigi il nunzio pontifizio _cardinal Ranucci_,

il re non volle lasciarlo partire, e gli mise intorno le guardie

col pretesto della sua sicurezza. Tanto innanzi andò l'izza di quel

monarca, tuttochè fregiato del titolo di Cristianissimo, che mandò le

sue armi a spogliare il pontefice del possesso di Avignone, come se

questi avesse imbrandite l'armi per far guerra alla Francia. Al punto

di sua morte non si sarà certamente rallegrato quel gran re di avere

così maltrattato il capo visibile della religione da lui professata,

e per una pretensione che niun saggio potrà mai asserire appoggiata al

giusto.

Nella primavera di quest'anno arrivò al fine de' suoi giorni

_Marc'Antonio Giustiniano_ doge di Venezia. Tale era il merito

acquistatosi dal capitan generale _Francesco Morosino_ in tante sue

passate prodezze, che i voti di tutti concorsero a conferirgli quella

dignità, unita al comando dell'armi: unione troppo rara in quella

prudente repubblica. Mentre egli dimorava nel golfo di Egina, gli

arrivò questa nuova nel dì primo di giugno, e gran feste ne fece tutta

l'armata. Otto galee di Malta comparvero in aiuto dei Veneti con un

battaglione di mille fanti, e poscia quattro altre galee, e due navi

del gran duca di Toscana con ottocento fanti e sessanta cavalieri.

Ma andò a male un grosso convoglio di genti e munizioni spedito nella

primavera da Venezia: colpo, che fu amaramente sentito dal Morosino.

Contuttociò si prese nel consiglio militare la risoluzione di tentar

l'acquisto dell'importante città di Negroponte, capitale della grande

e ricca penisola appellata dagli antichi Eubea, conosciuta oggidì collo

stesso nome di Negroponte. Ma non furono ben conosciute le maniere per

progredire in così difficile impresa, e si cominciarono gli approcci

dove non conveniva. Si venne al generale assalto di un gran trincierone

fabbricato dagli infedeli, e fu superato con istrage loro, ed acquisto

di trentanove pezzi di cannone e di cinque mortari; ma per questo e

per tanti altri assalti, e più per le malattie cagionate dall'aria

cattiva essendo periti lo stesso generale _conte di Konigsmarch_ ed

assaissimi altri valorosi uffiziali con gran copia di soldati; venuto

che fu l'autunno, si trovò forzato il doge Morosino a ritirarsi ben mal

contento da quello sfortunato assedio, senza poter fare altra impresa

nella campagna presente. Maggior fortuna si provò in Dalmazia, dove il

provveditor generale _Girolamo Cornaro_ s'impadronì della fortezza di

Knin, benchè armata di tre recinti, e poscia di Verlicca, Zounigrad,

Grassaz e delle torre di Norin. Tali acquisti non compensarono già

l'infelice successo di Negroponte, per cui rimase sommamente afflitta

la veneta repubblica.

Ebbe all'incontro la corte cesarea motivi di singolar allegrezza per

la prosperità delle sue armi nell'anno presente. Alba Regale città

dell'Ungheria, che può contendere il primato colla regal città di

Buda, fu bloccata nella primavera; ed allorchè quel bassà e presidio

videro giunte le artiglierie da Giavarino, il dì 10 di maggio si

esentarono da maggiori perigli, cedendo quella città ai cristiani

con assai onorevoli condizioni. Si formò in questi tempi anche il

blocco di Zighet e Canissa, piazze di molta conseguenza. Spedito

eziandio il _conte Caraffa_ alla città di Lippa, dacchè ebbe alzate

le batterie e formata la breccia, vi entrò, essendosi ritirati tutti

i Turchi nel castello, il quale bersagliato dalle bombe, da lì a poco

ottenne di rendersi con buoni patti; siccome ancora fece Titul. Nè

pure il general _conte Caprara_ stette in ozio, avendo col terrore

fatto fuggire dalle due fortezze di Illoch e Petervaradino i nemici.

Nella stessa maniera l'importante posto di Karancebes, chiave della

Transilvania, fu preso dal general _Veterani_. In somma davanti ai

passi delle cesaree armate marciava dappertutto la vittoria. Imprese

più grandi meditava intanto il prode _elettor di Baviera_, giunto nel

dì 29 di luglio all'esercito primario di Cesare, che era composto di

quaranta mila bravi Alemanni, oltre agli Ungheri del partito austriaco.

Le mire sue erano contro l'insigne città di Belgrado capitale della

Servia. Passò felicemente di là dal Savo la coraggiosa armata, ancorchè

in faccia le stesse il saraschiere con circa dodici mila cavalli e

alcuni corpi di Tartari ed Ungheri ribelli, comandati dal Tekely.

Quindi s'inoltrò a Belgrado, con trovare abbandonata da coloro una

gran trincea, che potea far lunga difesa, e dati alle fiamme tutti i

borghi della città, dove si contavano migliaia di case. Accostavasi il

fine d'agosto, quando giunsero da Buda le artiglierie, le quali tosto

cominciarono a fracassar le mura della città. Nel dì 6 di settembre

tutto fu all'ordine pel generale assalto, a cui inanimato ciascuno

dalla presenza e dalle voci dell'intrepido elettore, allegramente

volò. Superata la breccia, vi restava un interno fosso; ma nè pur

questo trattenne l'ardor dei soldati, che penetrarono vittoriosi

nel cuor della piazza, e sfogarono dipoi la rabbia, la sensualità e

l'avidità della roba coi miseri abitanti. Restituita la croce in quella

nobil città, nel dì 8 d'esso mese quivi si renderono grazie a Dio

per sì maravigliosi successi. Passò dipoi con magnifico corteggio e

passaporto un'ambasceria del nuovo gran signore Solimano all'_imperador

Leopoldo_, per chieder pace. Anche nella Schiavonia in questi tempi

_Luigi principe di Baden_, generale di gran grido, si rendè padrone

di Costanizza, Brodt e Gradisca al Savo, e diede appresso una rotta

al bassà di Bossina, o, come altri dicono, Bosna. Sicchè per tanti

felici avvenimenti ben parea dichiarato il cielo in favore dell'armi

cristiane, nè da gran tempo s'erano vedute sì ben fondate le speranze

dei fedeli per iscacciar dall'Europa il superbo tiranno dell'Oriente.

Ma, bisogna pur dirlo: fu parere di molti che sempre sarà invincibile

la potenza ottomana, non già per le proprie forze, ma per la protezione

d'una potenza cristiana che non ha scrupolo di sacrificare il riguardo

della religione, affinchè troppo non s'ingrandisca l'imperador de'

cristiani. Almen comunemente fu creduto, che per reprimere cotanto

felici progressi dell'armi cesaree contro del Turco, il _re Luigi

XIV_ movesse in questo anno l'armi sue contro la Germania. Se vere o

apparenti fossero le ragioni del re suddetto di turbar la quiete della

cristianità, meglio ne giudicheranno altri che io. Le pretensioni

della cognata duchessa d'Orleans, almen sopra i beni allodiali del fu

suo padre e fratello, erano tenute in Francia per giuste; ma non per

motivi da mettere sossopra la Germania. Volea quella corte sostener le

ragioni del cardinale _Guglielmo di Furstemberg_, eletto alla chiesa

di Colonia da una parte dei canonici in concorrenza del principe

_Clemente di Baviera_ fratello dell'elettore; benchè al primo mancasse

il breve dell'eligibilità e si trattasse d'un affare spettante al

corpo germanico, e che si sarebbe dovuto decidere dal romano pontefice

e dal capo dell'imperio. Si fecero anche gravi querele dal re Luigi,

perchè l'imperadore, il re di Spagna e molti principi della Germania,

nei dì 28 di giugno del 1686, in Augusta avessero formata una lega a

comune difesa. Veniva questa considerata a Versaglies per un delitto.

Pertanto nel settembre di quest'anno esso re, pubblicato un manifesto,

a cui fu poi data buona risposta, improvvisamente mosse l'armi contra

dell'imperatore, le cui forze si trovavano impegnate in Ungheria, senza

che fosse preceduta offesa o ingiuria alcuna dalla parte di Cesare.

Filisburgo fu preso; s'impadronirono le armi franzesi di Magonza,

Treveri, Bonna, Vormazia, Spira e di altri luoghi. Penetrarono nel

Palatinato, occupando Heidelberga, Manheim, Franckendal ed ogni altra

piazza di quell'elettorato. Avvegnachè la maggior parte di quegli

abitanti fossero seguaci di Calvino, pur fecero orrore anche presso

i cattolici le crudeltà ivi usate, perchè ogni cosa fu messa a sacco,

a ferro e fuoco, con desolazion tale, che le più barbare nazioni non

avrebbero potuto far di peggio. Stesesi questo flagello anche a varie

città cattoliche, dove, benchè amichevolmente fossero aperte le porte,

neppure gli altari e i sacri templi e i sepolcri, non che le case dei

privati, andarono esenti dal lor furore. Per atti tali, accaduti in

tempo che niun pensava alla difesa, e contra di tanti innocenti popoli,

coi quali niuna lite avea la Francia, un gran dire dappertutto fu della

prepotenza franzese.

Ma qui non finirono le tragedie dell'anno presente. Avea, nel dì 18

di giugno, la regina d'Inghilterra _Maria Beatrice d'Este_ dato alla

luce un principino, che oggidì con titolo di re Cattolico della Gran

Bretagna e col nome di _Jacopo III_ soggiorna in Roma. All'avviso

di questo parto mirabilmente esultarono i regni cattolici, per poco

tempo nondimeno; perciocchè verso il fine d'autunno riuscì a _Gugliemo

principe d'Oranges_ coll'aiuto degli Olandesi di occupare il trono

della Gran Bretagna, con obbligare alla fuga il cattolico _re Giacomo

II_, il quale colla moglie e col figlio si ricoverò in Francia.

Allora fu che per questo lagrimevole avvenimento maggiormente si

scatenò l'universale risentimento contra del re Luigi, che collegato

col suddetto re britannico, tuttochè vedesse gli Olandesi fare da

gran tempo uno straordinario armamento di genti e di navi, pure niun

riparo, siccome egli poteva, vi fece: tanta era la sua smania per far

conquiste nella Germania, e, se lice il dirlo (giacchè universale fu

questa doglianza), per salvare da maggior tracollo il nemico comune.

Esibì egli veramente al re Giacomo venti mila Franzesi, che non furono

accettati, perchè truppe straniere avrebbero maggiormente irritata

la feroce nazione inglese. Tuttavia se il re Luigi avesse inviato un

esercito a chiedere conto all'Olanda di quel grandioso preparamento

d'armi, per sentimento dei saggi, non sarebbe seguita la dolorosa

rivoluzione dell'Inghilterra, la quale a me basterà di averla solamente

accennata. Così Dio permise, e a quel gabinetto ognun di noi dee

chinare il capo. Seguì nel presente anno il maritaggio di _Ferdinando

de Medici_ principe di Toscana colla principessa _Violante Beatrice_,

figlia di _Ferdinando elettore e duca di Baviera_, la quale condotta

dipoi a Firenze, fu ivi accolta con sontuose solennità. Rovesciò in

quest'anno un terribile tremuoto quasi tutte le fabbriche e mura di

Benevento, e recò l'eccidio ad altre circonvicine città, e gravissimo

danno anche a quella di Napoli. Fu considerato per miracolosa protezion

del cielo che il piissimo cardinale _Vincenzo Maria Orsino_ arcivescovo

di Benevento, seppellito fra le rovine, salvasse la vita, avendolo

destinato Dio a governar la Chiesa universale sulla sedia di San

Pietro, siccome a suo tempo vedremo.

Anno di CRISTO MDCLXXXIX. Indiz. XII.

ALESSANDRO VIII papa 1.

LEOPOLDO imperadore 32.

Il bell'ascendente, in cui si trovavano l'armi cesaree e venete, di

dare una scossa maggiore alla sbigottita e cadente potenza de' Turchi,

cominciò a declinare per colpa (non si può già negare) della terribile

invasione dell'armi franzesi nella Germania. Buona parte di quelle

truppe e forze che l'_Augusto Leopoldo_ avrebbe potuto impiegare

contra de' Turchi, convenne rivolgerla alla difesa delle provincie

germaniche. Nè i Veneti poterono far leve di gente in essa Germania,

perchè ognun di quei principi pensava alla casa propria che ardeva, o

pur temeva di un pari incendio. Erano venuti gli ambasciatori della

Porta a Vienna per trattare di pace o di tregua, e colà ancora si

portarono i plenipotenziarii di Polonia e della repubblica veneta; ma

perchè troppo alte erano le pretensioni delle potenze cristiane, ad

altro non servì il congresso che ad un mercato di parole. Per conto de'

Veneziani, sì indebolito era l'esercito loro in Levante, che formarono

bensì il blocco di Napoli di Malvasia, dove seguì qualche azion di

valore, ma senza poterla soggiogare sino all'anno seguente. Sorpreso

in questo mentre da febbre il doge _Francesco Morosino_, capitan

generale dell'armata, impetrò di tornarsene a Venezia, e quivi sul

finir dell'anno fu accolto con tutto l'onore, ma senza quegli applausi

che pur erano dovuti a conquistatore sì glorioso, non per altro che

per l'infelice esito dell'impresa di Negroponte: quasichè il merito di

tante belle azioni si fosse perduto, per non averne fatta una di più.

Quanto alle armi cesaree in Ungheria, comandate dal valoroso principe

_Luigi di Baden_, non erano già esse molto vigorose; e pure tenne

lor dietro la felicità con far conoscere quanto più si sarebbe potuto

sperare, se non avesse dovuto Cesare accorrere in Germania per impedire

i maggiori progressi del re Cristianissimo. Non avea il Baden più di

venti in ventiquattro mila combattenti. Con questi, dopo un ostinato

blocco, forzò l'importante fortezza di Zighet a rendersi. Quindi, senza

far caso che il saraschiere si fosse inoltrato con poderoso esercito,

per dar animo al quale era giunto sino a Sofia lo stesso gran signore

col primo visire, marciò al fiume Morava. Dacchè l'ebbe valicato,

venne alle mani coi nemici, e, data loro una gran rotta, s'impadronì

de' lor padiglioni e bagagli, e almeno di cento pezzi di cannone. Gli

restavano solamente sedici mila soldati, ma sì valorosi, che giunto

egli alla città di Nissa, ne ordinò tosto l'assalto. Furono ivi di

nuovo sbaragliati i Turchi, presa la città; fatti prigioni tre mila

spahì coi loro cavalli; il ricco bottino divenne premio alla bravura di

sì pochi Tedeschi. Anche la fortezza di Widdin sulla riva del Danubio,

attorniata dall'esercito cristiano, non si fece pregare a rendersi.

Appressatosi dipoi alla città d'Uscopia, posta ai confini della

Macedonia, la ritrovò vota degli abitanti: tutte testimonianze della

troppo allora infievolita possanza dei Turchi, e del credito con cui

marciavano gli eserciti vittoriosi.

Bolliva intanto la guerra al Reno. _Carlo duca di Lorena_ e gli

_elettori di Brandeburgo_ e _Baviera_ comandavano le armi cesaree.

Tutto ancora l'imperio, l'Olanda e l'Inghilterra si trovavano in

lega per reprimere i Franzesi. Magonza e Bonna furono ricuperate, ma

a costo di assaissimo sangue. _Giacomo II_ re cattolico della Gran

Bretagna, assistito da una flotta franzese ben provveduta di munizioni,

con uno sbarco in Irlanda tentò la sua fortuna; ma ritrovatala sul

principio ridente, poco stette a provarla contraria. Fin qui avea

passati felicemente i suoi giorni in Roma _Cristina regina_ cattolica

_di Svezia_, quando venne la morte a richiederle il tributo a cui

son tenuti tutti i viventi. Passò all'altra vita nel dì 19 d'aprile,

lasciando una illustre memoria della vivacità del suo spirito, della

sua magnificenza e religione: del che diede ancora un bell'attestato

nell'ultimo suo testamento. L'insigne sua raccolta di manuscritti

passò per la maggior parte nella Vaticana, cioè nella biblioteca la

più celebre e ricca del mondo. Ordinò il buon papa _Innocenzo XI_

che a questa principessa eroina si erigesse un convenevole sepolcro

nella basilica Vaticana in faccia a quello della gloriosa contessa

Matilda. Ma non tardò lo stesso pontefice a tenerle dietro nel viaggio

dell'altra vita, dopo aver provata somma consolazione, perchè il re

Cristianissimo avesse richiamato in Francia il _marchese di Lavardino_

suo ambasciatore. Si partì di Roma questo ministro nel dì ultimo

d'aprile, con che cessarono in quella gran città le turbolenze da lui

cagionate, ma con durar tuttavia il mare turbato nella corte di Parigi.

Avea questo insigne pontefice con somma pazienza sofferto anche negli

anni addietro molti penosi incomodi di sanità, per cagion dei quali

poco si lasciava vedere in pubblico, senza che questi nulladimeno

gl'impedissero punto le applicazioni al buon governo. Nel mese d'agosto

divennero sì violenti le febbri, che si cominciò a perdere ogni

speranza di sua salute. Restarono vacanti dieci cappelli cardinalizii;

per quanto si studiassero i porporati e palatini d'indurlo alla

promozione, adducendo anche apparenti motivi di obbligazione per

questo, egli stette saldo in riserbare al suo successore la scelta de'

soggetti, giacchè in quello stato non sembrava a lui di godere quella

serenità di mente che si richiedeva per provedere la Chiesa di Dio

di degni ministri. Senza aver potuto il nipote _don Livio_ vedere per

cinquanta dì la faccia del languente pontefice, finalmente fu ammesso.

Non ne riportò che saggi consigli di seguitar le pedate de' suoi

maggiori in sollievo de' poverelli e degl'infermi, di non mischiarsi

negli affari della Chiesa, e molto meno nel futuro conclave, acciocchè

restasse una piena libertà agli elettori. Gli ordinò ancora d'impegnare

cento mila scudi per le opere pie, secondo la dichiarata sua mente, e

il rimandò colla benedizione apostolica.

Con ammirabil costanza fra i dolori del corpo e con singolar divozione

spirò egli poscia l'anima, in età di sessantotto anni, nel dì 12

d'agosto, avendo corrisposto la sua morte santa alla riconosciuta

santità della sua vita apostolica. Tali certamente furono le virtù e

le piissime azioni di questo buon pontefice, che unironsi le voci ed

acclamazioni di tutte le spassionate persone, e massimamente del popolo

romano, per crederlo degno del sacro culto sugli altari. Essendosi a

questo fine formati col tempo i convenevoli processi, giusta speranza

rimane di vederlo un dì maggiormente glorioso in terra, dacchè

tanti motivi abbiamo di tenerlo più glorioso in cielo. Gran tempo

era che nella cattedra di san Pietro non era seduto un pontefice sì

esente dal nepotismo, sì zelante della disciplina ecclesiastica, sì

premuroso della giustizia e del bene della cristianità, nulla avendo

egli mai cercato pel comodo proprio o dei suoi, ma bensì impiegati i

suoi pensieri in bene del cristianesimo, e le rendite della Chiesa

in aiuto de' potentati cristiani contra de' Turchi, e in sollievo

ancora de' popoli suoi. Aveva un orrendo tremuoto quasi smantellata,

siccome accennammo, la città sua di Benevento, sformate varie città

della Romagna, recati immensi danni anche a Napoli e ad altre città di

quel regno. Sovvenne a tutti il misericordioso padre con profusione

d'oro; siccome ancora verso dei poverelli non venne mai meno la sua

liberalità ed amore. Però non è da meravigliarsi se il popolo romano

con incredibil concorso e divozione il venerò morto, e raccomandossi

alla di lui intercessione, e fece a gara per ottenere qualche reliquia

di lui. Chi non potè averne, quai pegni ben cari, tenne da lì innanzi

in venerazione i suoi Agnus-Dei. Si contano ancora assaissime grazie

impetrate da Dio per mezzo di questo incomparabil pastore della sua

Chiesa. Dopo varii dibattimenti nel conclave, appena giunti i cardinali

franzesi, concordemente seguì l'elezione al pontificato del _cardinale

Pietro Ottoboni_, patrizio veneto, personaggio dei più accreditati

nel sacro collegio. Prese egli il nome di Alessandro VIII. L'età

sua di settantanove anni non avea punto scemato il vigore della sua

mente, con cui andava unita una rara prudenza ed accortezza, e una

piena conoscenza degli affari del mondo. Perciò se ne sperò un buon

governo, se non che sotto di lui tornò in campo il nepotismo, avendo

egli senza perdere tempo creato generale di santa Chiesa _don Antonio_

suo nipote, e creato cardinale _Pietro Ottobono_ suo pronipote, assai

giovine, conferendogli il grado di vicecancelliere, e molte badie e

benefizii vacati sotto il precedente pontefice, e poscia la legazione

d'Avignone; di modo che fu creduta colata in lui una rendita di più

di cinquanta mila scudi annui. Ornò eziandio della porpora e dichiarò

segretario di Stato _Giam-Batista Rubini_ vescovo di Vicenza, suo

pronipote per sorella. Finalmente accasò _don Marco Ottoboni_ altro suo

nipote con _donna Tarquinia_ principessa _Altieri_. Non andò molto che

la corte di Francia, ben affetta a questo nuovo pontefice, riconobbe la

giustizia, non mai voluta riconoscere in addietro, delle pretensioni

del santo pontefice Innocenzo XI, avendo il duca di Chaulne, già

spedito ambasciatore del re Cristianissimo al conclave, rinunziato

alle franchigie: punto di somma quiete ed allegrezza alla città di

Roma e alla santa Sede. Avea in questi tempi _Ferdinando Carlo Gonzaga_

duca di Mantova preso a fortificar Guastalla, e fu creduto con danari

della Francia. Comparve colà all'improvviso il _conte di Fuensalida_,

governator di Milano, con armata sufficiente a farsi ubbidire, e quelle

fortificazioni furono demolite. Di gravi doglianze e schiamazzi fece

il duca alle corti per questa violenza, ma senza riportarne altro che

compatimento. Riparò egli in breve i suoi disgusti colla continuazion

de' piaceri, dietro ai quali era perduto.

Anno di CRISTO MDCXC. Indiz. XIII.

ALESSANDRO VIII papa 2.

LEOPOLDO imperadore 33.

Le applicazioni del novello pontefice _Alessandro VIII_ erano tutte

rivolte a rimettere la buona armonia fra la santa Sede e tutti i

principi cattolici. Cessarono perciò le controversie che da gran

tempo bollivano colla città di Napoli. Il re di Francia restituì

Avignone con tutte le sue dipendenze al sommo pontefice, il quale dal

canto suo mostrò buona propensione verso quel monarca, e si dispose

ancora ad inviare a Parigi un nuovo nunzio; ma insistendo egli che

i vescovi franzesi ritrattassero le proposizioni da lor pubblicate

contro l'autorità dei romani pontefici, vi trovò delle difficoltà

insuperabili. Intanto non mancò il santo padre di procurar la pace

fra i principi cristiani, e di sovvenir con danari, e colla spedizion

delle sue galee e di quelle di Malta, la veneta repubblica, le cui

armi avendo ostinatamente proseguito il blocco di Napoli di Malvasia,

e stretto poscia maggiormente l'assedio, finalmente ebbero la gloria

di entrar vittoriosi, nel dì 12 d'agosto, in quella città. Dopo un

tale acquisto il capitan generale _Girolamo Cornaro_ pensò a quello

della Vallona, fortezza, pel sito sulle rive dell'Albania, assai

riguardevole. La presa del vicino forte della Canina pose tal terrore

nei Turchi, che, fuggendo dalla suddetta fortezza, benchè ben fornita

di artiglierie e munizioni, ne lasciarono libero il possesso ai

Veneziani. Ma quivi, sorpreso poscia da malattia, lasciò la vita anche

l'antedetto generale Cornaro. Terminò questa campagna coll'avere i

Veneti forzata alla resa Vergoraz, situata sulla cima d'un alto greppo,

con che stesero il loro dominio sopra un gran tratto di quel littorale.

Non si mostrò già così favorevole la fortuna all'armi di Cesare in

Ungheria, anzi si provò affatto contraria. Fin qui avea _Carlo V

duca di Lorena_, generalissimo dell'_Augusto Leopoldo_ suo cognato,

date pruove d'insigne prudenza e valore in tante conquiste fatte in

Ungheria e al Reno, di maniera che il titolo di uno de' primi guerrieri

e capitani del suo tempo gli era giustamente dovuto. Nel venir egli a

Vienna per assistere ad un consiglio di guerra, assalito da catarro

alla gola in vicinanza di Lintz, quivi in età di quarantotto anni

diede fine al suo vivere, ma non già alla sua gloria, che vivrà sempre

immortale nella storia.

Restò dunque appoggiato il primo comando dell'armi in Ungheria al

principe _Luigi di Baden_; ma, per saggio che sia un capo, per valoroso

che sia un general comandante, s'egli manca di braccia, a poco servirà

la sua saviezza e valore. Grande armata aveano allestita i Turchi; a

poco più di quindici mila Tedeschi si stendeva la cesarea in quelle

parti. Essendo morto _Michele Abassi_ principe di Transilvania, colà

accorse il Techely, ed oppresso il generale _Heisler_, che con quattro

reggimenti custodiva quelle contrade, se ne impadronì. Fu dal Baden

ricuperata quella bella provincia, e lasciato ivi con sette reggimenti

il generale _Veterani_; nel qual tempo, cioè nel mese d'agosto,

il primo visire con potente esercito piombò addosso alla Servia.

Obbligò Nissa a capitolar la resa, riacquistò Widdin e Semendria, e

quindi prese ad assediar Belgrado, alla cui difesa stava il _duca di

Croy_, e i conti di _Aspremont_ ed _Archino_ Italiani con sei mila

scelti Alemanni. Forse la bravura di questi combattenti e la stagione

inoltrata avrebbono potuto sostenere quell'importante città, se per

malizia, come fu comunemente creduto, degli uomini non si fosse nel dì

8 di ottobre acceso il fuoco nella torre del castello, che la fe' col

magazzino volare in aria; e comunicato agli altri, dove giaceva polve

da cannone, cagionò un vasto e deplorabil eccidio. Da sì fieri tremuoti

rimasero conquassate le case della città; sopraggiunse anche il fuoco

a fare del resto. In quella orribil confusione aiutati i Turchi da

qualche traditore, non trovarono difficoltà ad entrar nella città,

dove misero a fil di spada quanti soldati e terrazzani incontrarono,

de' quali solamente settecento co' tre suddetti comandanti ebbero la

fortuna di sottrarsi al furore delle loro sciable. Venne poscia alle

lor mani anche l'isola di Orsova e la città di Lippa. Tante perdite

sommamente afflissero la corte di Vienna, e non men quella di Roma;

e il santo padre non tardò a destinar cento mila scudi in soccorso

dell'imperadore, principe, la cui cassa contrastava sempre col bisogno,

ed ora spezialmente che conveniva attendere anche alla guerra contro

i Franzesi. Di questa io nulla parlerò, chiamandomi l'Italia a riferir

ciò che più importa.

Erano già passati molti anni che in queste provincie si godeva la

tranquillità della pace; ad altro non si pensava che a divertimenti e

piaceri. La musica, e quella particolarmente de' teatri, era salita in

alto pregio, attendendosi dappertutto a suntuose opere in musica, con

essersi trasferito a decorare i musici e le musichesse l'adulterato

titolo di _virtuosi e virtuose_. Gareggiavano più delle altre fra

loro le corti di Mantova e di Modena, dove i duchi _Ferdinando Carlo

Gonzaga_ e _Francesco II d'Este_ si studiavano di tenere al loro

stipendio i più accreditati cantanti e le più rinomate cantatrici,

e i sonatori più cospicui di varii musicali strumenti. Invalse in

questi tempi l'uso di pagare le ducento, trecento, ed anche più doble

a cadauno de' più melodiosi attori ne' teatri, oltre al dispendio

grande dell'orchestra, del vestiario, delle scene, delle illuminazioni.

Spezialmente Venezia colla suntuosità delle sue opere in musica e con

altri divertimenti tirava a sè nel carnevale un incredibil numero di

gente straniera, tutta vogliosa di piaceri e disposta allo spendere.

Roma stessa, essendo cessato il rigido contegno di papa Innocenzo XI,

cominciò ad assaporare i pubblici solazzi, ne' quali nondimeno mai non

mancò la modestia; e videsi poscia Pippo Acciaiuoli, nobile cavaliere,

con tanto ingegno architettar invenzioni di macchine in un privato

teatro, che si trassero dietro l'ammirazione d'ognuno, e meritavano ben

di passare alla memoria de' posteri. Ma eccoti la guerra, gran flagello

de' poveri mortali, che viene a sconvolgere la quiete della Italia e i

suoi passatempi. Gran tempo era che il giovane duca di Savoia _Vittorio

Amedeo II_, principe che in vivacità di mente non avea forse chi

andasse al pari con lui, non sapea digerire il dominio dei Franzesi nel

forte di Barraux, e in Pinerolo (fortezza situata nel cuore de' suoi

Stati e sì vicina a Torino), e in Casale di Monferrato, troppo contiguo

ai medesimi suoi Stati. Spine erano queste, per le quali non pareva

a lui mai di poter vivere quieto in casa propria; e però ad altro

non pensava che a scuotere questa specie di schiavitù. In occasione

che l'imperadore, l'imperio, la Spagna, l'Inghilterra e l'Olanda

erano entrati in guerra colla Francia, anch'egli si trovava impegnato

nell'armi per domare i Valdesi, con altro nome chiamati Barbetti,

sudditi suoi, ma eretici. Fece per questo gran leva di gente: nel qual

medesimo tempo anche il _conte di Fuensalida_ governator di Milano era

occupato in un gagliardo armamento: il che diede per tempo a temere che

si volesse dar principio eziandio a qualche sconvolgimento in Piemonte.

Stava perciò attentissima la corte di Francia a tutti gli andamenti

del duca, e il suo ministro in Torino spiava continuamente ogni sua

azione. Essendosi portato esso duca in un carneval precedente a Venezia

per divertirsi, non potè scostarsi dai fianchi quel ministro; e fu

poi creduto che questo principe segretamente trattasse in quella città

coll'elettor di Baviera e con altri principi. Aveva egli anche ottenuto

dall'imperadore il titolo di re di Cipri e di altezza reale, fin qui a

lui contrastato da quella corte; ed anche l'investitura di ventiquattro

feudi nelle Langhe, per li quali pagò cento venti mila doble alla

camera cesarea. Scoprirono inoltre i Franzesi un commercio di lettere

fra esso duca e _Guglielmo principe di Oranges_, che sedeva sul trono

della Gran Bretagna, quasichè fosse un delitto al sovrano della Savoia

la corrispondenza con chi era nemico della Francia.

Poco si stette a vedere quali risoluzioni producessero questi sospetti

nella corte di Parigi; perciocchè, venuta la primavera, calarono in

Piemonte sedici o diciotto mila Franzesi, il comando dei quali fu

dato al _signor di Catinat_, luogotenente generale e governator di

Casale. Si cominciò allora a parlar alto col duca _Vittorio Amedeo_,

e fu creduto che questi esibisse di starsene neutrale. Ma perciocchè

il Catinat (e questo è certo) richiese per sicurezza della fede del

duca di mettere presidio nella cittadella di Torino e in Verrua,

una briglia sì disgustosa non si sentì voglia quel principe generoso

di volerla accordare, risoluto piuttosto di sacrificar tutto che di

accrescere le sue catene. S'andò egli schermendo, finchè potè, per

dar tempo al _conte di Fuensalida_ di unir le sue truppe in aiuto

suo, e di conchiudere i suoi negoziati di lega con altri principi.

L'abbate _Vincenzo Grimani_ Veneziano, testa da gran maneggi, quegli

principalmente fu che mosse il duca ad entrare in questo impegno, e

che manipolò il restante di quegli affari; perciocchè, ad istanza

dei Franzesi, fu poi proscritto dal senato veneto. Non mancarono

persone che credettero stabilita molto prima d'ora l'alleanza del duca

coll'imperadore, Spagna, Inghilterra ed Olanda; ma i pubblici atti

presso il Du-Mont ed altri ci fan vedere la sua lega col re di Spagna

sottoscritta nel dì 3 di giugno del presente anno; l'altra con Cesare

nel dì 4 seguente, e quella con la Gran Bretagna ed Olanda nel dì 20

di ottobre. Si obbligarono i primi di somministrar possenti aiuti di

milizie al duca, e gli altri la somma di trenta mila scudi per mese.

Era intanto pressato il duca dal Catinat con vive minaccie, affinchè

dichiarasse le sue intenzioni; e la dichiarazion sua fu di non poter

ammettere le dure condizioni proposte dal re Cristianissimo, e ch'egli

intendeva di volersi difendere dalle ingiuste di lui violenze. Si

proclamò dunque la guerra; uscirono manifesti; accorsero a Torino sei

mila cavalli ed otto mila fanti dello Stato di Milano; l'imperadore e

gli elettori di Brandeburgo e Baviera fecero marciare alcuni reggimenti

in Italia al soccorso suo, e tutto si vide in armi il Piemonte. Fu

dichiarato il duca generalissimo delle armi collegate, e destinato

il principe _Eugenio di Savoia_ sotto di lui al comando delle truppe

imperiali. Un corpo di alquante migliaia di soldati milanesi fu

inviato a ristrignere la guarnigion franzese di Casale, ch'era molto

ingrossata. Seguirono varie azioni di ostilità nei mesi di giugno e

luglio, che io tralascio, finchè nel dì 8 d'agosto si venne ad un fatto

d'armi. Ardeva di voglia il giovine duca Vittorio Amedeo di sperimentar

la sua fortuna. Trovando egli il suo campo molto superiore di numero

al franzese. Non aveva egli peranche imparato che alle truppe di nuova

leva, quali buona parte erano le sue, e quelle dello Stato di Milano,

si può far apprendere ben facilmente l'esercizio dell'armi, ma non già

il coraggio. Perciocchè l'accorto Catinat avea risoluto o fatto finta

di voler sorprendere Saluzzo, si mosse a quella volta anche il duca

di Savoia con tutto l'esercito, e, passato il Po, trovò che il Catinat

si ritirava; quando ecco, disposto un aguato di genti e di artiglierie

franzesi presso la badia della Staffarda in certi paduli, diede un sì

strano saluto alla vanguardia, oppure all'ala sinistra del duca, che

la disordinò. Avanzatosi dipoi Catinat colla cavalleria, ristringendo

la nemica, che avea ai fianchi il Po, la costrinse a prender la fuga.

Si combattè, ciò non ostante, per cinque o sei ore. La fanteria dello

Stato di Milano attese a salvarsi; le sole truppe spagnuole e tedesche,

piuttosto che cedere, salde nei loro posti, venderono ben caro le loro

vite. Rimasero i Franzesi padroni del campo. Il duca Vittorio Amedeo,

che non s'era mai trovato a battaglie, fece maraviglie di valore, e

si ritirò poscia a Carignano con parte delle sue truppe. Circa quattro

mila dei suoi rimasero estinti o annegati, e fra essi più di sessanta

uffiziali; forse più di mille furono i prigioni, colla perdita di otto

pezzi di cannone, di trentasei bandiere e di parte del bagaglio: se

pur mai si può sapere la precisa verità delle perdite nelle giornate

campali.

Le conseguenze di questa vittoria furono, che il Catinat trovò evacuato

dalla guarnigion savoiarda Saluzzo, e i cittadini ne portarono a lui

le chiavi. Non finì l'anno che anche la città e il castello di Susa

vennero alla di lui ubbidienza. In questo mentre con altro corpo

d'armata attesero i Franzesi a conquistar la Moriena e la Tarantasia.

Sciamberì ancora con tutta la Savoia senza resistenza s'arrendè ai

medesimi, a riserva di Monmegliano, fortezza per la sua situazione

quasi inespugnabile, che restò da lì innanzi bloccata. Per questi

cotanto sinistri avvenimenti era un gran dire dappertutto del duca

di Savoia, censurando assaissime persone, chi per amore, chi per

contrarietà di genio, la di lui condotta. Non trovavano essi prudenza

nell'essersi egli imbarcato contro la formidabil potenza del re di

Francia, la qual facea paura, e dava delle percosse a tutti i suoi

nemici. Già parea a chi così la discorreva, di veder mendichi tutti

i sudditi del duca, e lui stesso vicino ad essere spogliato di tutto

il suo dominio, e ridotto colla corda al collo a chiedere quella

misericordia che forse non avrebbe potuto ottenere. Lo stesso sommo

pontefice, commiserando il suo stato, gli esibì di trattar di pace.

Ma il coraggioso principe, che ben sapea non potersi senza noviziato

addestrare al mestiere dell'armi, invece di confondersi per le finora

sofferte sciagure, tutto si diede a rimettere la sua armata, e ad

animar le sue speranze per migliori soccorsi in avvenire. Gli giunsero

infatti più di due mila Tedeschi calati dalla Germania; il Fuensalida

gli spedì tosto circa quattro mila fanti; laonde in breve si trovò

forte di venti mila combattenti, coi quali tornò in campagna assai

vigoroso, e frastornò i maggiori progressi del Catinat. Nella dieta

d'Augusta, dove si portò sul fine del presente anno l'_imperador

Leopoldo_, fu proposta l'elezione in re dei Romani di _Giuseppe re

d'Ungheria_, suo primogenito, ancorchè sembrasse l'età sua non peranche

capace di tanta dignità. Concorsero in essa i voti degli elettori

nel dì 24 di gennaio dell'anno presente, e seguì la coronazione sua

con gran giubilo degli amatori dell'augusta casa di Austria. Attento

sempre il pontefice _Alessandro VIII_ a sbarbicare gli errori dalla

Chiesa di Dio, procedette in questi tempi contro chiunque restava o per

inavvertenza o per corrotto animo macchiato dei perversi insegnamenti

di Michele Molinos. Condannò ancora in questo e nel seguente anno

molte proposizioni contrarie alla sana teologia scolastica e morale,

ed accrebbe la gloria della Chiesa cattolica colla canonizzazione

di cinque santi. Entrò in quest'anno e prese piede la peste in

Conversano e nei luoghi circonvicini; il che sparse gran terrore per

tutta la Italia, e ognun si diede a precauzionarsi contra di questo

formidabil nemico. Nel dì 3 d'aprile dell'anno presente _Dorotea

Sofia_ principessa di _Neoburgo_, che avea per sorelle un'imperadrice,

una regina di Spagna ed una di Portogallo, fu sposata in Neoburgo a

nome di _Odoardo Farnese_ principe ereditario di Parma, e condotta

in Italia. La magnificenza con cui il duca _Ranuccio II Farnese_ suo

padre celebrò queste nozze in Parma, empiè di maraviglia chiunque ne

fu spettatore, e superò l'espettazion d'ognuno; sì suntuose riuscirono

le opere in musica fatte in quel gran teatro, e nel giardino della

corte, sì ricche le livree, sì straordinarie le macchine, i caroselli,

i balli, le illuminazioni, i conviti e il concorso dei principi e

nobili forestieri. Per tante spese non s'incomodò poco quel sovrano, ma

certamente fece parlare assaissimo dell'animo suo grande, benchè alcuni

vi trovassero dell'eccesso.

Anno di CRISTO MDCXCI. Indizione XIV.

INNOCENZO XII papa 1.

LEOPOLDO imperadore 34.

Tuttochè il pontefice Alessandro VIII fosse pervenuto all'età di

ottantun anni, pure il vigor della sua complessione e la vivacità della

sua mente faceano sperare alla gente più lungo il suo pontificato;

ma non già a lui, che spesso andava dicendo di essere vicine le

ventiquattro ore, e di tenere il piede sull'orlo della fossa. Infatti

sul principio dell'anno presente si affollarono i malori addosso

alla sua sanità, e talmente crebbero, che nel primo di febbraio con

somma esemplarità egli passò ad una vita migliore. Non s'era mai

stancato il suo zelo in addietro per ridurre i prelati di Francia a

ritrattar le quattro proposizioni da lor pubblicate in pregiudizio

dell'autorità della santa Sede, ma senza mai poter vincere la pugna.

Il cardinal Fussano di Fourbin, chiamato anche di Giansone, uomo di

mirabil attività e destrezza, l'avea fin qui trattenuto con belle

parole e proposte di poco soddisfacenti ripieghi. Ora il santo padre,

veggendosi vicino a comparire al tribunale di Dio, non volle lasciar

indecisa quella controversia; e però condannò le proposizioni suddette,

confermando una bolla già preparata fin sotto il dì 4 d'agosto

dell'anno precedente. Inoltre un giorno prima della sua morte scrisse

su questo affare un amorevole paterno breve al re Cristianissimo. Nel

dì 11 del suddetto febbraio si chiusero nel conclave i cardinali.

Grandi ed eccessivamente lunghi furono i dibattimenti loro per

l'elezione del novello pontefice, essendo spezialmente stato sul

tappeto il _cardinale Gregorio Barbarigo_, vescovo di Padova, uomo di

santa vita, desiderato dai zelanti, ma rigettato dai politici. Stanchi

ormai di sì prolisso combattimento, e spronati da caldo estivo, che

più si fa sentire nelle camerette di quella sacra prigione, concorsero

finalmente i porporati nell'elezione d'uno de' più degni soggetti del

sacro collegio, cioè nella persona del _cardinale Antonio Pignatelli_,

patrizio napoletano, ed arcivescovo di Napoli, che s'era segnalato

in varie nunziature, e mastro della camera apostolica avea raffinate

le sue virtù sotto la disciplina del santo papa Innocenzo XI. Seguì

la di lui elezione nel dì 12 di luglio, e fu da lui preso il nome

d'_Innocenzo XII_ in venerazion dell'insigne pontefice che l'avea

promosso alla porpora nel 1681. Sì nota era la sua probità e saviezza,

che ognun si promise da lui un ottimo pontificato, e niuno in ciò

s'ingannò. L'età sua passava i settantasei anni; personaggio d'ottima

volontà, desinteressato, dotato di dolci ed amabili maniere, pieno

di carità verso i poveri, e di un costante zelo per ben della Chiesa.

Nel dì 15 dello stesso luglio fu solennizzata la di lui coronazione;

e quantunque trovasse esausto l'erario della camera papale, pure non

tardò ad inviare quanti soccorsi mai potè al re di Polonia e alla

repubblica di Venezia per la guerra che tuttavia durava contra dei

Turchi. Con occhio paterno ancora rimirò le miserie di que' popoli del

regno di Napoli, contra dei quali inferociva la peste, e sopra d'essi

diffuse le rugiade dell'incessante sua carità. In una parola, tosto

comparve aver Dio eletto colla voce degli uomini un pastore che nulla

cercava per sè, nulla voleva per li suoi parenti, e solamente i suoi

pensieri e desiderii impiegava a far del bene alla sua greggia.

Nulla ebbe in quest'anno da rallegrarsi la veneta repubblica delle sue

armi in Levante, anzi ebbe di che attristarsi. Era stato eletto capitan

generale delle sue armate _Domenico Mocenigo_, che sciolse le vele de

Venezia con un convoglio numeroso di milizie e provvisioni da guerra.

Ma più forti di lui si trovarono poscia i Turchi, e questi risoluti

di riacquistar le fortezze di Canina e Vallona. Vennero in fatti

quegl'infedeli all'assedio d'esse per terra. Da che fu creduto che

non si potessero sostenere, furono minate le fortificazioni di Canina,

tirato il presidio colle artiglierie e munizioni nelle preparate navi.

Scoppiarono le mine e fornelli, riducendo quel luogo in un mucchio

di pietre. La medesima determinazione fu presa ed eseguita per la

Vallona, che tutta andò sossopra; sicchè i Turchi non acquistarono

che due deserti. Arrivò bensì in soccorso dei Veneziani la squadra

di otto galee maltesi con mille bravi fanti da sbarco, ma non già la

pontifizia, ritenuta per la succeduta morte del papa. Nulla di più

operarono dipoi i Veneziani; scorsero l'Arcipelago con desiderio di

affrontarsi colla nemica flotta, senza nondimeno trovare un'egual

voglia in quegl'infedeli. Cagion fu questo infelice andamento di cose

che la repubblica sospirasse più che mai la pace; e di essa appunto si

esibì in questi tempi di trattarne l'ambasciatore d'Inghilterra alla

Porta. Maggior prosperità goderono l'armate cesaree in Ungheria. Aprì

la campagna il principe _Luigi di Baden_ con forte esercito, come fu

fama, di quasi sessanta mila combattenti, la maggior parte Tedeschi

veterani. Superiore contuttociò di numero era il turchesco, condotto

da Mustafà primo visire, glorioso per avere ricuperata la Servia con

Belgrado. Sapeva costui il mestier della guerra, ed ora con gagliardi

trincieramenti deludeva l'ardor dei cristiani per una battaglia; ora,

dando loro delle spetezzate sì nell'offesa che nella difesa, si faceva

conoscere gran capitano. Non mancavano a lui ingegneri franzesi.

Ridusse egli a Salankemen presso il Danubio talmente in ristretto

il principe di Baden, che per mancanza di viveri si vide questi col

consiglio degli altri generali costretto a tentare una battaglia,

benchè con grande svantaggio, perchè s'ebbe ad assalire l'oste nemica

ne' suoi trincieramenti. Il dì 18 d'agosto fu scelto per quella

terribil danza. Se l'ardire dei cristiani si mostrò incomparabile

nell'assalto, minore non comparve quel dei giannizzeri e spahì, che,

usciti delle trincee colla sciabla alla mano fecero rinculare l'ala

destra dei Tedeschi, e poco mancò che non la mettessero in rotta.

Accorso con alcune truppe fresche il Baden, sostenne l'empito dei

musulmani, finchè riuscì all'ala sinistra di entrare in battaglia,

di superar dal canto suo le trincee, e di cominciare un orrido

macello dei nemici, che sconfitti cercarono lo scampo colla fuga. La

vittoria fu completa coll'acquisto di cinquanta cannoni di bronzo,

delle tende e della cassa di guerra. Perì lo stesso primo visire nel

conflitto insieme coll'Agà dei Gianizzeri, e con molti bassà; e la

fama, ingranditrice di sì fatti successi, fece ascendere il numero

degli uccisi sino a diciotto mila, oltre alla gran copia de' feriti.

Non aveano da gran tempo combattuto i Turchi con tanta bravura; e

però dichiarossi ben la vittoria in favor de' cristiani, ma fu da

essi comperata collo spargimento di gran sangue, essendovene restati

uccisi da quattro mila, ed altrettanti feriti, colla perdita di molti

insigni uffiziali. Di grandi allegrezze si fecero in tutta l'Italia,

e massimamente in Roma, per così gloriosa vittoria. Tuttavia restò sì

indebolita l'armata cesarea, che niun vantaggioso avvenimento le tenne

dietro, fuorchè quello della città di Lippa, che fu presa dal _generale

Veterani_; poichè pel gran Varadino, assediato dal Baden, furono ben

presi i due primi recinti di quella città, ma l'ostinata resistenza del

terzo rendè inutili tutti gli altri di lui sforzi per impadronirsene,

e convenne battere la ritirata. Perchè Belgrado si trovava troppo ben

guernito di gente e di munizioni, troppo pericolosa impresa fu creduto

il tentarne l'acquisto.

Continuò in quest'anno ancora la guerra del Piemonte. Il _principe

Eugenio di Savoia_ con grosso corpo di gente tenea in dovere la

guernigion di Casale, che facea di tanto in tanto delle sortite;

e in più riscontri vi perirono da cinquecento Franzesi. Intanto

il Monferrato era malmenato da' Tedeschi, con gravi doglianze di

_Ferdinando Carlo duca_ di Mantova a tutte le corti. E perchè era

creduto questo principe di cuor franzese, e fece anche leva di alquante

milizie, cominciò la corte di Vienna a pretendere ch'egli licenziasse

da Mantova l'inviato del re Cristianissimo; con che imbrogliarono

forte i di lui affari. Le prodezze dei Franzesi contro il duca di

Savoia nell'anno presente consisterono in ridurre alla loro ubbidienza

la città di Nizza col suo castello, e il forte di Montalbano e

Villafranca, luoghi posti sulla riva del Mediterraneo. Ciò avvenne

nel mese di marzo e sul principio di aprile. Inoltre verso il fine

di maggio il Catinat s'impadronì d'Avigliana, distante da Torino non

più di dieci miglia, e ne restò prigioniera la guernigione. Prese

anche Rivoli, e, passato di là all'assedio di Carmagnola, nel dì 9 di

giugno quel presidio forte di due mila persone gli rilasciò la piazza

con ritirarsi a Torino. Non potea il duca _Vittorio Amedeo_ impedir

questi progressi de' Franzesi, perchè inferiore di forze. Passarono

baldanzosi essi Franzesi anche sotto Cuneo, e il signor di Feuquieres

governatore di Pinerolo, che comandava quell'assedio, in diecissette

giorni di trinciera aperta, non ostante la gran difesa di quel presidio

e de' terrazzani, s'inoltrò sì avanti con gli approcci, che sperava

in breve di far cadere quella città. Avendo egli dipoi dovuto passare

a mutar la guernigion di Casale, restò la direzion dell'assedio al

signor di Bullonde. Mossosi in questo tempo il _principe Eugenio_ con

quattro mila cavalli per dar soccorso alla quasi agonizzante piazza,

il Bullonde atterrito precipitosamente levò il campo, lasciando

anche indietro un cannone, tre mortari, e gran provvision di bombe,

polve ed altri attrezzi di guerra, siccome ancora di pane e farine,

oltre a molti uffiziali e trecento soldati malati o feriti, che

erano nel convento de' minori riformati. Cagion fu questa ritirata

ch'egli processato fece dipoi una lunga penitenza in prigione. Per

li precedenti acquisti, e perchè i Franzesi trattavano con crudeltà

il paese, era entrato il terrore fino in Torino; laonde la duchessa

credette meglio di ritirarsi a Vercelli. Ma dopo la liberazion di

Cuneo si rinvigorì il coraggio dei Piemontesi, e incomparabilmente più,

perchè otto mila Tedeschi, cioè parte dei soccorsi che si aspettavano

dalla Germania, sul principio d'agosto pervennero a Torino: con che

trovossi il duca in istato di campeggiare contro i nemici. Poscia nel

dì 19 d'esso mese l'_elettore duca di Baviera_ in persona con altre

milizie sì di fanteria che di cavalleria accrebbe il giubilo di quella

corte e città, dove entrò accolto con sommo onore. Ascesero questi

soccorsi almeno a quindici mila bravi combattenti, che diedero molto

da pensare al Catinat. Anche _Guglielmo re_ di Inghilterra, ossia

principe d'Oranges, avea inviato il _duca di Sciomberg_, valoroso

signore, perchè servisse di generale al duca di Savoia. Accresciute

in questa maniera le forze de' collegati, nel dì 26 di settembre la

loro armata passò il Po, e il _principe Eugenio_ fu spedito con mille

e cinquecento cavalli ad investire Carmagnola, dove poi comparve anche

l'esercito intero. Continuò l'assedio sino al dì 7 d'ottobre, in cui

i Franzesi capitolarono la resa, con patto di andarsene liberi colle

lor armi e bagaglio. Ma perchè nell'aver essi nel precedente giugno,

allorchè presero la medesima Carmagnola, contravvenuto ai patti, con

avere spogliati i Valdesi che v'erano di presidio, loro fu renduta

la pariglia in tal congiuntura. Tolsero i Valdesi l'armi e parte del

bagaglio a quella truppa, e i Tedeschi per non essere da meno, li

spogliarono del resto. Ricuperò ancora l'esercito collegato Avigliana

e Rivoli. Intanto il Catinat abbandonò Saluzzo, Savigliano e Fossano;

e perciocchè restava tuttavia contumace nella Savoia la fortezza di

Monmegliano, e volevano i Franzesi levarsi quella spina dal piede,

nella notte precedente al dì 18 di novembre aprirono la trincea sotto

quella piazza, che fu bravamente difesa, per quanto mai si potè, da

quel governatore marchese di Bagnasco. Le artiglierie, le bombe e

le mine con tal frequenza e vigore tempestarono quelle mura, case e

bastioni, che nel dì 20 di dicembre con molto onorevoli condizioni

convenne capitolarne la resa.

Un'altra scena sul principio di novembre accaduta nel Monferrato

diede molto da discorrere ai curiosi politici. Fin qui avea tenuto

_Ferdinando Carlo Gonzaga_ duca di Mantova nella città di Casale

un governatore con guernigione, restando i Franzesi padroni della

cittadella. All'improvviso il marchese di Crenant, governatore d'essa

cittadella, nel dì 7 del mese suddetto, chiamato a desinar seco

il marchese Fassati governatore della città, il ritenne prigione,

imputandogli di aver tramato col generale cesareo _Antonio Caraffa_

di dare ai Tedeschi l'entrata in quella città. Quindi s'impossessò

di tutte le porte della città medesima, e disarmò il reggimento che

ivi era pel duca. Non si seppe mai bene il netto di questa faccenda.

Pretesero alcuni che il duca di Mantova fosse complice di quella

novità; altri ch'egli non vi avesse parte, e che il solo marchese

Fassati fosse il colpevole; ed altri in fine che questa fosse una

soperchieria de' Franzesi, i quali non si facessero scrupolo di

anteporre il proprio interesse alla buona fede, e volessero assicurarsi

che il duca di Mantova loro non facesse qualche beffa. Maggiore

strepito fecero ancora le novità della corte imperiale contro i

principi d'Italia. Giacchè i Franzesi aveano spedito di là de' monti

gran parte della lor cavalleria a' quartieri, anche le milizie cesaree,

mancando di sussistenza nel desolato Piemonte, si rivolsero a cercarla

ne' feudi imperiali d'Italia. Al conte Antonio Caraffa, commissario

generale di Cesare, data fu l'incombenza di provvedere a tutto: uomo

pien di boria, di crudeltà, di puntigli; che tale si fece conoscere

anche allo stesso duca di Savoia. Poco e nulla avea egli fin qui

operato in favor di quel principe; gli fu ben più facile il far da

bravo con gli altri sovrani d'Italia. Intimò egli dunque non solamente

i quartieri, ma anche sì esorbitanti contribuzioni al gran duca di

Toscana, ai Genovesi, ai Lucchesi, ai duchi di Mantova, Modena, e agli

altri minori vassalli dell'imperio, che nè pur oso io di specificarne

la somma, per non denigrare, a cagion di sì barbarica risoluzione, la

fama del piissimo _imperador Leopoldo_, benchè sia da credere ch'egli

non sapesse tutto, o non consentisse in tutto a sì fiera ed insolita

estorsione, per cui si sviscerarono le sostanze degl'infelici popoli.

Neppure andò esente da questo flagello _Ranuccio II Farnese duca_ di

Parma, tuttochè i suoi Stati fossero feudi della Chiesa, e dovette dar

quartiere a quattro mila cavalli, avendo il Caraffa fatto valere il

pretesto che quel principe riconoscesse lo Stato Pallavicino, Bardi,

Campiano ed altri piccioli luoghi dall'imperio. Sovvenne il buon

duca di Modena _Francesco II d'Este_ con gran sforzo del suo erario i

proprii popoli, e contuttociò convenne impegnar tutte le argenterie

delle chiese, e far degli enormi debiti, perchè dalle minaccie di

saccheggi andavano accompagnate le domande del barbaro ministro.

Certo è che il Caraffa non altre leggi consultò in questa congiuntura

che quelle della forza, le quali portate all'eccesso, se riescano di

gloria ai monarchi, niuno ha bisogno d'impararlo da me. Infatti il nome

dell'imperadore, che dianzi per le guerre e vittorie contra dei Turchi

con dolcezza si memorava per tutta l'Italia, cominciò a patire un

grave deliquio, altro non sentendosi che detestazioni di sì ingiusto e

smoderato rigore; e dolendosi ognuno che il sangue dei poveri Italiani

avesse anche da servire, trasportato in parte a Vienna, a far guerra

in Germania, e a satollar que' ministri. E però il buon pontefice

_Innocenzo XII_, commiserando l'afflizione di tanti popoli, più che

mai si accese di premura, per condurre alla pace le guerreggianti

potenze, e spedì calde lettere, e propose un congresso; ma senza che

si trovasse per ora spediente alcuno alle correnti miserie. Esibì

anche il re di Francia, a cui pesava forte la guerra d'Italia, come

troppo dispendiosa, delle plausibili condizioni di pace, che non

piacquero, e furono rigettate. Invece del _conte di Fuensalida_, che fu

richiamato in Ispagna per le istanze del duca di Savoia, e portò seco

le imprecazioni de' popoli dello Stato di Milano, venne al governo di

quella provincia _don Diego Filippo di Guzman marchese di Leganes_,

cavaliere che per essere di un tratto amorevole e manieroso, fu

ricevuto con molto applauso. Si conchiuse in quest'anno il maritaggio

della principessa _Anna Luigia de' Medici_, figlia di _Cosimo III_ gran

duca di Toscana, con _Giovan-Guglielmo conte palatino_ del Reno, ed

elettore. Nel dì 29 d'aprile in Firenze a nome d'esso elettore la sposò

il gran principe _Ferdinando_ suo fratello, e da lì a pochi dì seguì la

sua partenza per Lamagna. Anche il duca di Baviera, perchè dichiarato

governator della Fiandra, s'inviò a quella volta dall'Italia.

Anno di CRISTO MDCXCII. Indizione XV.

INNOCENZO XII papa 2.

LEOPOLDO imperadore 35.

Tanto seppe adoperarsi l'industrioso _cardinale di Fourbin_, appellato

anche di _Giansone_, che a forza di gloriose promesse indusse il

pontefice _Innocenzo XII_ nell'anno presente ad accordar le bolle ad

alquanti novelli vescovi del regno di Francia. Moltissime di quelle

chiese da gran tempo erano vacanti, e all'ottimo pontefice troppo

dispiaceva il veder tante greggie sì lungamente prive di pastore.

Questa sua indulgenza fu mal intesa da alcuni, perchè non si tirò

dietro alcuna soddisfazione della corte di Francia alla santa Sede;

ma non lasciò d'essere lodata dai saggi. Avea desiderato il santo

pontefice _Innocenzo XI_, tutto pieno di belle idee, di tramandare

a' successori pontefici l'abborrimento da lui stesso professato al

nipotismo, sul riflesso di tanti disordini provenuti in addietro dal

soverchio amore de' papi ai proprii parenti. Fu anche voce costante che

avesse stesa una bolla in questo proposito, ma che incontrasse delle

difficoltà a sottoscriverla in alcuni cardinali, che aveano profittato

in addietro di questa prodigalità, quasichè un processo anche contra

di loro stessi fosse il solo provvedervi per l'avvenire. Comunque sia,

il buon _Innocenzo XII_, degno allievo dell'_XI_, seriamente sempre vi

pensò, e col proprio esempio preparò gli animi d'ognuno a così santa

e lodevol riforma. Il bello fu che non pochi maligni politici d'allora

spacciavano per una semplice velleità quest'invenzione del papa, anzi

s'aspettavano ogni dì che anch'egli, a guisa di _Alessandro VII_,

soccombesse in fine alla tentazione, e lasciasse comparir trionfanti

sui sette colli i suoi nipoti. Ma era troppo ben radicato il vero

pastorale e principesco zelo in questo insigne vicario di Cristo;

e però, dopo aver ben preso le sue misure, e fatta sottoscrivere

da tutti i cardinali la bolla con cui si vietava da lì innanzi ogni

eccesso in favor de' nipoti pontificii, la pubblicò nel dì 28 di giugno

dell'anno presente, con obbligar tutti i porporati presenti e futuri

all'esecuzione di essa, e a ratificarla con giuramento nei conclavi,

ed ogni eletto pontefice a giurarla di nuovo. Dì consenso ancora,

o pure d'ordine d'esso santo padre, fu impiegata la felice pena di

_Celestino Sfondrati_ abbate di San Gallo, che poi venne promosso

alla sacra porpora, in esporre i mali effetti del nepotismo: il che

egli animosamente eseguì, con tessere la serie di tutti quei papi che

non si erano guardati dall'eccessivo e sregolato affetto verso del

proprio sangue; tutte a mio credere, incontrastabili giustificazioni

della libertà che ho giudicato competere anche a me, per non tacere in

questi Annali un disordine che mai più da lì innanzi non ha conosciuto

nè deplorato la santa Sede, e chiunque lei ama e riverisce. Per

questa nobil risoluzione non si può dire quanto plauso e credito si

acquistasse il pontefice _Innocenzo XII_ presso i cattolici tutti, e

fin presso i protestanti medesimi.

Venne in quest'anno a Roma, a Venezia, a Genova e agli altri principi

d'Italia spedito dal re Cristianissimo il conte di Rabenac, con

commissione di sollecitare ognuno ad unirsi contro l'imperadore,

ch'egli rappresentava come oppressore dell'Italia colle smisurate

contribuzioni e coi gravosi quartieri, dei quali abbiam favellato.

Ma ebbe un bel dire; grande impegno era la tuttavia ardente guerra

col Turco; troppo gagliarde in queste parti le forze cesaree, e però

altro non riportò che ringraziamenti ai suoi generosi consigli. Non

lasciarono il papa e i Maltesi di spedire anche per la presente

campagna le squadre delle lor galee in rinforzo de' Veneziani.

Desiderosi questi di qualche segnalata impresa, andarono all'assedio

della Canea, città forte dell'isola di Candia, e nel dì 17 di luglio,

fatto lo sbarco, diedero principio alle offese, e il capitan generale

_Domenico Mocenigo_ prese le migliori disposizioni per effettuare il

disegno. Ciò non ostante, sì vigorose furono le sortite dei Turchi, sì

ostinata la difesa, sì fortunati i soccorsi inviati dal saraschiere

all'assediata città, che dopo molto spargimento di sangue convenne

levare l'assedio; e tanto più perchè il saraschiere, avendo passato lo

Stretto, minacciava la Morea. Fu in fatti assediata da' Musulmani la

città di Lepanto, ma ne furono essi anche respinti. Niun'altra azione

di vaglia si fece dipoi. Intanto il generale cesareo _Heisler_ ebbe

ordine di mettere il campo al Gran Varadino, città e fortezza di molta

importanza nella Transilvania sulle frontiere dell'Ungheria. Gran tempo

e sangue si spese per arrivarne all'acquisto. Ma finalmente, nel dì 3

di giugno si videro forzati i Turchi a rendersi a buoni patti, e nel

dì 5, festa solenne del Corpo del Signore, quivi s'inalberò la croce

con giubilo inesplicabile degli amatori della religion cattolica.

Gran festa ne fu fatta in Roma e per tutta l'Italia. Nè pur ivi altra

maggiore impresa si fece nell'anno presente.

Per conto della guerra del Piemonte, dacchè fu richiamato in Germania

il general Caraffa, che avea trovata la maniera di farsi pel suo

orgoglio, e più per la sua crudeltà, odiar da tutti in Italia, fu

spedito al comando delle truppe cesaree il maresciallo _Caprara_

Bolognese, uomo di gran credito per tante sue belle militari azioni.

S'infermò egli in Verona, nè potè prima del dì 13 di luglio arrivare a

Torino. Tenutosi consiglio da tutti i generali, giacchè non fu gradito

d'imprendere l'assedio di Pinerolo, fu risoluto di penetrare nel

Delfinato con dieci mila cavalli e sedici mila fanti, lusingandosi i

collegati di veder le migliaia di ugonotti, che, cavatasi la maschera,

si unissero all'esercito loro. Scomunicate erano le strade per li

dirupi delle montagne: pure la speranza di arricchir tutti coll'ideato

bottino metteva l'ali ai piedi d'ognuno. I generali erano lo stesso

_duca di Savoia_, il _marchese di Leganes_, il _maresciallo Caprara_

e il _principe Eugenio_. Presero Guilestre sulle prime, e quindi

con assedio obbligarono la poco forte città d'Ambrum a presentar

loro le chiavi. Quella eziandio di Gap senza fatica venne alla loro

ubbidienza, e fu poi barbaramente saccheggiata, ed anche data alle

fiamme; crudeltà usata dai Tedeschi per dovunque passarono. Vi fu

chi credette che se fosse proceduta innanzi quest'armata, Granoble e

Lione avrebbero aperte le porte. Ma caduto infermo di vaiuolo il duca

_Vittorio Amedeo_, ed avendo il Caprara e il Leganes ordini segreti di

risparmiar le truppe, all'udire che accorrevano da ogni parte Franzesi,

ad altro non si pensò che a ritornarsene indietro. Per varie strade

ripassò quell'armata. L'infermo duca, portato come in un letto entro

agiata seggetta, giunse a Cuneo, seco avendo la duchessa consorte, che,

al primo avviso del suo male, coi medici avea valicato quelle aspre

montagne. Non prima del dì 4 d'ottobre giunse a Torino, e quindi in

villa, dove si convertì il suo malore in quartana doppia, che divenne

poi continua, di modo che più volte si dubitò di sua vita. Verso la

metà di novembre ricuperò egli la sanità primiera. Ed ecco dove andò a

terminare questa che ognun si credea dovesse riuscire molto strepitosa

campagna. Ma se pochi allori colsero allora i Tedeschi nel Delfinato,

riuscì ben più felice la guerra da loro portata di nuovo ai paesi

dei principi d'Italia, che soggiacquero anche nel seguente verno ad

orride contribuzioni e quartieri intimati dal _conte Prainer_, degno

delegato del tanto abborrito in Italia conte Caraffa, che poi nel

seguente anno fu chiamato da Dio a render conto del suo incredibile

orgoglio, e dell'aver riposta la sua gloria nell'assassinar gl'Italiani

coll'esorbitanza delle contribuzioni. Continuò similmente il Prainer

quei barbarici trattamenti, per li quali convien confessare che allora

troppo divenne esosa in Italia la nazione tedesca; e fin lo stesso duca

di Savoia ne fece amare doglianze alla corte di Vienna, dolendosi che

quegli aiuti avessero servito, non già a migliorare gl'interessi suoi,

ma solamente ad arricchirsi con ispogliare nemici ed amici, e a rendere

anche lo stesso duca odioso agl'Italiani, come autore di questa guerra

in Italia.

Era succeduta un tempo innanzi una ribellione del popolo di Castiglione

delle Stiviere contra del principe loro signore _Ferdinando Gonzaga_;

e questa in occasion delle imposte da lui messe in congiuntura delle

contribuzioni tedesche. Saccheggiarono coloro il di lui palazzo; e

s'egli non avesse avuta la fortuna di salvarsi colla principessa moglie

nella rocca, non perdonavano alla sua vita. Ricorso egli al conte

Caraffa, ricevè delle truppe; furono puniti i capi della ribellione; ed

egli riassunse il comando. Ma essendo ricorsi a Vienna i suoi sudditi,

con rappresentare nata la lor sollevazione da altri insoffribili

aggravii loro imposti dal principe a cagion della moglie di casa Pico

della Mirandola, affinchè ella si potesse divertire nei carnevali di

Venezia, venne ordine al _generale Palfi_ di arrestare il principe e la

principessa, e si diede principio ai processi che non ebbero mai più

fine. Si trattò più volte di rimettere quel principe nel suo dominio;

ma perchè protestava il popolo (tanto era il suo odio) di voler

piuttosto prendersi un volontario esilio, che di tornar sotto il di lui

abborrito giogo, restò sempre incagliato l'affare, e resta tuttavia,

dimorando oggidì in Ispagna i principi di lui figli, sovvenuti dalla

generosità di quella real corte. Fu creduto che _Ferdinando Carlo

Gonzaga_ duca di Mantova soffiasse in quell'incendio; ma questo sovrano

ricevette anche egli nel presente anno un man-rovescio dalla politica

spagnuola. Già dicemmo occupata da lui la città di Guastalla sul Po per

le mendicate ragioni della duchessa sua consorte, figlia dell'ultimo

duca di Guastalla, quando per le investiture cesaree era chiamato a

quel feudo il cugino d'esso defunto duca, cioè _don Vincenzo Gonzaga_,

il quale a nome del re di Spagna avea governata la Sicilia. Assistito

egli dalle milizie spagnuole e tedesche, improvvisamente fu messo in

possesso di Guastalla; e datosi quindi a pretendere dal duca di Mantova

le rendite indebitamente percette per tanti anni addietro, col tempo

ottenne che gli fossero assegnate le due terre di Luzzara e Reggiuolo

coi lor fertili territorii. Così portava la giustizia; ma in cuore

del duca di Mantova restò tanta amarezza, che nei tempi susseguenti,

siccome vedremo, prese risoluzioni tali, che il trassero all'ultimo

precipizio. Era già pervenuto all'anno trentesimo terzo di sua età

_Francesco II d'Este_ duca di Modena, senza che avesse peranche presa

la risoluzion di accasarsi. Fu creduto alieno dalle nozze, perchè bene

spesso languente per la sua debole complessione, e molto più per la

podagra e chiragra, sue familiari compagne. La verità nondimeno è,

che il _principe Cesare d'Este_, da cui era aiutato, ed anche più del

dovere, al governo, gli sturbò tutti i trattati di maritaggio, per

timore di scapitare nella sua privanza. Ma finalmente sposò egli nel

dì 14 di luglio del presente anno la principessa _Margherita Farnese_,

figlia di _Ranuccio II duca_ di Parma, che condotta a Sassuolo fece poi

la sua solenne entrata in Modena nel dì 9 di novembre.

Intanto commosso da tenerezza il cuore del pontefice _Innocenzo XII_

al mirare lo stato lagrimevole dell'Italia per l'ostinata guerra

del Piemonte, e gli oppressi e divorati popoli dalle smoderate

contribuzioni e violenze di chi mostrava di essere calato di Germania

per difendere dai Franzesi la libertà di queste provincie, raddoppiò

le sue premure e i suoi uffizii per tutte le corti cattoliche a

fin di promuovere la pace. Ma inutili furono anche per ora le sante

sue intenzioni, e solamente ebbero effetto quelle che da lui solo

dipendevano pel buon regolamento e vantaggio di Roma e della sacra

sua corte. Con sua bolla soppresse varie giudicature straordinarie

che si esercitavano per privilegio, e servivano a prolungar le liti

e le sofisticherie con gravissimo danno di chi avea da litigare,

rimettendo tutte le cause ai consueti giudici ordinarii. Giacchè più

non serviva d'abitazione ai romani pontefici il vasto palazzo del

Laterano, determinò il santo padre di farne miglior uso con formarne

un ospizio ai poveri invalidi, e pensò tosto a provvederlo di rendite

convenienti al bisogno. Sua intenzione sulle prime fu di raccoglier

ivi tutti gli storpii, ciechi ed inabili a lavorare, e di levar da

Roma la molestia di tanti mendicanti oziosi, che ristretti potrebbero

in buona parte guadagnarsi il pane in qualche lavoro. Ma col tempo si

mutò questa idea, e lasciate le sole donne in quel palazzo, si provvide

ai maschi poveri nell'insigne ospizio di Ripa, siccome accennerò a

suo tempo. Con la bolla poi pubblicata nel dì 20 di maggio dell'anno

seguente confermò il suddetto ospizio lateranense, e i fondi e proventi

assegnati pel mantenimento di esso. Conoscendo ancora qual profitto

potrebbe provenire dal porto di Cività Vecchia, se vi si stabilisse un

buon commercio con varii privilegii, con fabbriche di case e magazzini,

e col concorso di negozianti, si applicò a questa impresa, e diede

gli ordini opportuni, acciocchè si purgassero ed accrescessero gli

acquedotti, e si formassero nuove fabbriche. Fece anche alzare nella

basilica Vaticana un magnifico mausoleo alla santa memoria d'_Innocenzo

XI_ suo benefattore, e preparare il proprio sepolcro, ma con poca

spesa, col non volere in esso altra inscrizione che il semplice suo

nome. In somma era nato questo sempre memorando pontefice per cose

grandi, e dimentico di sè stesso e de' suoi, altro non avea in mente

che il pubblico bene.

Anno di CRISTO MDCXCIII. Indizione I.

INNOCENZO XII papa 3.

LEOPOLDO imperadore 36.

Per quanti passi e dibattimenti si fossero fatti fin qui, per comporre

le differenze che passavano fra la corte di Roma e di Parigi a cagion

delle proposizioni adottate dai vescovi di Francia in pregiudizio

dell'autorità della santa Sede, nulla s'era potuto ottenere che

soddisfacesse al sommo pontefice. Finalmente nel presente anno d'ordine

del _re Luigi XIV_ scrissero que' prelati a papa _Innocenzo XII_ una

lettera piena di sommessione, in cui disapprovarono gl'insegnamenti

suddetti; e però giacchè non s'era potuto ottenere di più, fu creduto

meglio di rimettere l'armonia primiera, e di conferire il resto

delle chiese vacanti nel regno di Francia. Avea nell'anno precedente

l'indefesso santo Padre cominciata un'altra gloriosa impresa e le diede

il pieno suo compimento nel presente. Da gran tempo per varie necessità

della santa Sede s'era introdotto il vendere alcuni non ecclesiastici

uffizii della curia romana, e spezialmente i posti di auditore e

tesorier della camera, e de' cherici d'essa camera. Andava ben alto

il loro prezzo, perchè grandi ancora n'erano i proventi. Se alcuno

de' prelati compratori d'essi uffizii veniva promosso al cardinalato,

restavano vacanti quegli uffizii, e si vendevano ad altri. Intorno

a questi vacabili v'ha un trattato del famoso cardinale de Luca nel

tomo ultimo delle sue opere. Non si potea trattener la gente maligna

dall'aguzzar le lingue contra di questo costume, quasichè fosse stata

questa invenzione per vendere la sacra porpora sotto colore palliato

a chi potea spendere; e quantunque non si promovessero per lo più

se non persone degne, prese dai posti suddetti, pure sembrava aperto

l'adito anche agl'immeritevoli, purchè danarosi, di conseguire le prime

dignità. Volle ancor qui l'ammirabil pontefice chiudere la bocca agli

amatori della maldicenza; e però nel dì 23 d'ottobre del precedente

anno suppresse le venalità dei suddetti uffizii ed avendo procurato a

lieve frutto più d'un milione di scudi, restituì ai compratori tutto

il danaro da essi speso in acquistarli. Ora nell'anno presente a dì 3

di febbraio pubblicò un'altra bolla, con cui ordinò che da lì innanzi

gli uffizii e luoghi di monti vacabili per la promozione alla sacra

porpora non si perdessero, ma o si rassegnassero o se ne continuasse

a tirare il frutto, di maniera che niun vantaggio risultasse alla

camera apostolica dall'esaltazione di que' prelati. In pro nondimeno

della stessa camera ritornò il risparmio di molte propine che dianzi

godeano i prefati compratori. Immensa fu la lode che riportò per

queste segnalate azioni l'ottimo pontefice, il quale in benefizio

d'essa camera avea dianzi tagliate le penne anche al grado dei vice

cancellieri della Chiesa romana; e poscia ancora minorò il lucro de'

cardinali vicarii, e finalmente soppresse la legazion d'Avignone,

applicandone i proventi alla camera apostolica.

Poichè sembrava che la fortuna non andasse d'accordo col capitan

generale de' Veneziani _Domenico Mocenigo_, fu egli destinato pretore

a Vicenza. Trattossi dipoi nel maggior consiglio per eleggere a sì

riguardevol impiego altro personaggio, ed i più concorsero nello stesso

doge _Francesco Morosino_, già stato capitano generale, e glorioso

conquistatore della Morea. Si scusò egli colla sua avanzata età d'anni

settantaquattro; ma rinforzate le preghiere, si trovò in fine risoluto

a sacrificare il resto de' suoi giorni in servigio della patria. Di

grandi preparamenti si fecero per la di lui partenza, e passò egli in

Levante; ma gran tempo impiegò nel viaggio, e spese il resto in varie

disposizioni per assalir Negroponte nell'anno venturo, quando sul

fine dell'anno, trovandosi a Napoli di Romania, fu colto da mortale

infermità, che dì 6 del seguente gennaio mise fine ai suoi giorni e a

tutte le sue gradezze umane. Riuscì in quest'anno al generale cesareo

_Heisler_ di conquistare la fortezza di Gena nell'Ungheria superiore

verso le frontiere della Transilvania; dopo di che il general supremo

_duca di Croy_, avendo fatto credere al saraschiere con lettera finta

di voler imprendere l'assedio di Temiswar, all'improvviso si portò

a cignere di gente Belgrado. Più di quel che credeva trovò i Turchi

disposti a vendere care le lor vite, ed inoltre si udì venire a gran

passi il primo visire col Cam de' Tartari, per tentare il soccorso;

laonde, dopo avere perduto in un mese sotto quella città da due

mila soldati, parve di più spediente lo sciogliere quell'assedio e

ritirarsi. Facevasi intanto guerra da' Franzesi in Fiandra, al Reno, in

mare e in Catalogna con felicità delle lor armi, e queste riportavano

palme anche in Piemonte. Il duca _Vittorio Amedeo_ restò ancora in

quest'anno aggravato da sì pericolosa malattia, che nel dì 7 di marzo

gli fu ministrato il santissimo viatico. Riavuto che fu, nel dì 30

di luglio si portò a bersagliare il forte franzese appellato di Santa

Brigida, che gli costò molto sangue, e nel dì 14 d'agosto finalmente

si diede per vinto. Questo fu poi smantellato. Per tre giorni ancora

la città di Pinerolo restò fieramente travagliata dalle bombe. Intanto

rinforzato di molte nuove truppe il _maresciallo di Catinat_ si

andò accostando colla sua alla nemica armata, e trovandosi amendue a

fronte, vennero nel dì 4 d'ottobre ad una fiera battaglia in vicinanza

di Orbazzano. Questa riuscì favorevole ai Franzesi, in maniera che,

secondo i lor conti (a' quali si dee far la sua detrazione), vi

rimasero sul campo uccisi circa otto mila dei collegati, e restarono

due mila d'essi prigioni, coll'acquisto di quasi cento insegne, quattro

stendardi e gran copia d'artiglierie. Due mila Franzesi vi perderono la

vita. Pretesero gli altri che la perdita de' Franzesi ascendesse a sei

mila persone, e ad altrettanto quella de' collegati. Dall'una parte e

dall'altra grande fu il numero degli uffiziali morti o feriti; ma certo

è che i collegati riceverono una fiera percossa, laonde il Catinat

stese largamente le contribuzioni ed anche gl'incendii in quelle parti.

Restò nulladimeno anche dopo tal perdita sì forte l'esercito alleato,

che i Franzesi non poterono impadronirsi, a riserva di Revel e Saluzzo,

d'alcun altro luogo di conseguenza. Ora non mancò il re Cristianissimo

di prevalersi di questa congiuntura per insinuar di nuovo proposizioni

di pace al duca di Savoia, ma nol potè peranche smuovere dal

proponimento suo. Andarono poscia a' quartieri d'inverno le truppe

alemanne, attendendo a scannare anche in questa vernata il paese de'

principi dell'Italia, senza commiserazione a' popoli, che gridavano

alle stelle per le esorbitanti estorsioni, credendo che di peggio non

avrebbero fatto i Turchi nemici del nome cristiano.

Per questi flagelli funestissimo fu l'anno presente, ed anche per un

altro sommamente lagrimevole spettacolo, cioè per un tremuoto nella

Sicilia, le cui scosse non son già forestiere in quella per altro

fortunata isola, ma senza che vi fosse memoria fra la gente d'allora

di averne mai provato un sì terribile e micidiale. Cominciò nel dì 9

di gennaio a traballar la terra in Messina, e ne' susseguenti giorni

andò crescendo la violenza delle scosse, talmente che atterrò in

quella città gran copia delle più cospicue fabbriche, e parte ancora

delle mura d'essa città, ma con poca mortalità, perchè il popolo,

avvertito dal primo scotimento, si ritirò alla campagna e a dormir

nelle piazze. Le relazioni che corsero allora, alterate probabilmente

dallo spavento e dalla fama, portano che in altre parti della Sicilia

incredibile fu il danno. Che la città di Catania, abitata da diciotto

mila persone, andò tutta per terra, colla morte di sedici mila abitanti

seppelliti sotto le rovine delle case. Che Siracusa ed Augusta, città

riguardevoli, restarono diroccate, colla morte nella prima di quindici

mila persone, e di otto mila nell'altra, in cui anche la fortezza,

per un fulmine caduto nel magazzino della polve, saltò in aria. Che

le città di Noto, Modica, Taormina, e molte terre e castella al numero

di settantadue furono desolate, ed alcuna abissata in maniera che non

ne rimane vestigio alcuno. Che più di cento mila persone vi perirono,

oltre a ventimila ferite e storpie. Che in Palermo fu rovesciato il

palazzo del vicerè. Che la Calabria e Malta risentirono anch'esse

non lieve danno. Che il monte Etna, o sia Mongibello, slargò la sua

apertura sino a tre miglia di giro. Io non mi fo mallevadore di tutte

queste particolarità. Certo è solamente che miserie e rovine immense

toccarono alla Sicilia per sì straordinario tremuoto, e che non si

possono invidiare ai Siciliani le ricche lor campagne e delizie,

sottoposte di tanto in tanto al pericolo di una sì dura pensione.

Anno di CRISTO MDCXCIV. Indizione II.

INNOCENZO XII papa 4.

LEOPOLDO imperadore 37.

Dopo la morte del celebre _Francesco Morosino_ fu conferita la

dignità di doge di Venezia a _Silvestro Valiero_ figlio del già

doge _Bertuccio_. Cominciarono i Veneti quest'anno la lor campagna

in Dalmazia con l'assedio di Citclut, fortezza pel sito assai

considerabile, e di gran gelosia per li Turchi, perchè antemurale ad

un buon tratto del loro paese. Comandava l'armi venete il provveditor

generale _Delfino_, il quale, dopo aver sottoposto varii luoghi

all'intorno, obbligò in fine il presidio turchesco a cedere la piazza,

dove con giubilo de' cristiani fu ripiantata la croce. Bisogna ben

credere che di molta importanza fosse quella fortezza, perchè la Porta

ordinò che si facesse ogni sforzo per ricuperarla. Raunato ch'ebbe

un esercito, il saraschiere ne imprese l'assedio. Fu ben ricevuto dal

vigoroso presidio cristiano, e formò bensì egli le trincee, ma da più

d'una sortita degli assediati furono queste rovesciate: laonde, dopo

la perdita di molta gente, si vide obbligato a ritirarsi, con lasciare

sul campo molti attrezzi militari. Ridussero poscia i Veneti alla loro

ubbidienza un'altra ben forte rocca appellata Clobuch. Ma non passò

gran tempo che i Turchi, più che mai vogliosi di torre Citclut dalle

mani de' cristiani, vi tornarono sotto con oste più poderosa. Neppur

questa volta trovarono propizia la fortuna, e con poco lor gusto

dovettero sloggiare di là. La più utile nondimeno e gloriosa impresa

fatta da' Veneziani nell'anno presente, fu l'acquisto della rinomata

isola di Scio. Dacchè giunsero ad unirsi colla veneta armata navale

le galee pontifizie e maltesi, _Antonio Zeno_, dichiarato capitan

generale, sciolse le vele a quella volta, e nel dì 8 di settembre

vi fece lo sbarco. La città dominante di quell'isola porta lo stesso

nome di Scio; intorno ad essa accampatosi l'esercito cristiano, diede

principio alle offese. I vescovi latino e greco, già abitanti in

quella città, n'erano usciti. Non più di otto giorni ebbero a faticar

le artiglierie e le mine per prendere il castello di mare, e mettere

sì fatto spavento in quegli Ottomani, che la stessa città con più di

cento cannoni di bronzo e con tutti gli schiavi venne in poter de'

Veneti. Che deliziosa, che fruttifera isola sia quella, e massimamente

pel privilegio di produrre il mastice, è assai noto; e però di grandi

allegrezze si fecero in Venezia per così vantaggiosa conquista.

Nell'Ungheria troppo tardi uscirono in campagna i Tedeschi sotto il

comando del maresciallo di campo _conte Caprara_; niuna impresa si fece

degna di memoria, a riserva dell'acquisto di Giula, piazza di non lieve

momento verso le frontiere della Transilvania.

Nel Piemonte le nemiche armate si andarono in quest'anno guatando di

mal occhio, ma senza che alcuna d'esse si sentisse voglia di venire

alle mani. Solamente fu sempre più stretto il blocco da gran tempo

cominciato di Casale di Monferrato, e in quelle vicinanze tolto fu ai

Franzesi il forte di San Giorgio. Venuto l'autunno, tutte le truppe

tedesche si scaricarono di nuovo sui paesi de' principi italiani, con

avere intimato il _conte Prainer_, commessario generale di Cesare,

secondo il solito, insoffribili contribuzioni. A costui da lì a poco la

morte anch'essa intimò di sloggiare dal mondo, e di dar fine alle sue

estorsioni. Tante nondimeno furono le doglianze portate alla corte di

Vienna, che mosso a pietà l'_Augusto Leopoldo_ ordinò che si sminuisse

il rigore di tanti aggravii; ma non già per _Ferdinando Carlo duca_

di Mantova, di cui si dichiaravano mal soddisfatti i Tedeschi, perchè

creduto di genio franzese. Non poteano essi sofferire che dimorasse

in Mantova il signor Duprè inviato del re Cristianissimo; però

oppressero con aggravii i di lui sudditi, senza riguardo veruno agli

ecclesiastici; e inoltre il generale cesareo _conte Palfi_, coll'abbate

Rainoldi residente del re Cattolico, gli intimò di licenziare esso

inviato franzese, e tre suoi proprii principali ministri, creduti

fomentatori del di lui genio, entro il termine di quindici giorni,

minacciando gravi ostilità se non ubbidiva. Ebbe il duca un bel dire,

un bel gridare: gli convenne inghiottir la pillola, e congedare chi

non piaceva alle corti di Vienna e di Madrid. Giacchè non potea reggere

alla gotta, che passò al petto, _Francesco II d'Este_ duca di Modena e

Reggio, nel dì 6 di settembre dell'anno presente terminò la carriera

del suo vivere, compianto da' sudditi suoi, perchè amorevolissimo e

giusto principe, sotto di cui aveano goduto de' lieti giorni, siccome

può vedersi nelle mie Antichità Estensi. Perchè non produsse alcun

frutto il suo matrimonio colla principessa _Margherita Farnese_, a

lui succedette nel governo di questo ducato il _principe Rinaldo_ suo

zio paterno, allora cardinale, che poi nell'anno seguente rinunziò

la sacra porpora, ed assunse il titolo di duca. Fu parimente chiamata

da Dio a miglior vita nel dì 6 di marzo _Vittoria della Rovere_, già

moglie di _Ferdinando II de Medici_, gran duca di Toscana, principessa

impareggiabile per le tante sue belle doti. Venne anche a morte nel

dì 11 di dicembre dell'anno presente _Ranuccio II Farnese_ duca di

Parma e Piacenza, uomo de' vecchi tempi, principe di buon cuore, pio,

generoso e pieno di lodevoli massime, e pure più tosto temuto che amato

da' sudditi suoi. Lasciò di belle memorie nella città di Parma, e nel

suo ducal palazzo, e un nome degno di vivere anche ne' secoli venturi.

Era premorto a lui nel dì 5 di settembre dell'anno precedente 1693 il

_principe Odoardo_ suo primogenito, soffocato, per dir così, dalla sua

esorbitante grassezza; e questi dalla principessa _Dorotea Sofia di

Neoburgo_ sua consorte avea ricavato un figlio per nome _Alessandro_,

che fu rapito dalla morte nel suddetto precedente anno. Di esso Odoardo

solamente restò una principessa per nome _Elisabetta_, nata nel dì 25

d'ottobre del 1690, oggidì gloriosa regina di Spagna. Altri due figli

viventi lasciò il duca Ranuccio II, cioè _Francesco_ ed _Antonio_, il

primo de' quali succedette al padre nel ducato, e nell'anno seguente

con dispensa pontificia sposò la suddetta principessa Dorotea sua

cognata. Funestissimo riuscì quest'anno al regno di Napoli per un

furioso tremuoto, non inferiore a quel di Sicilia dell'anno precedente.

Seguì nel dì 8 di settembre lo scotimento suo. Nella città di Napoli

incredibil fu lo spavento, e il danno si ridusse solamente alla

scompaginatura di molti palazzi, chiese, monisteri e case. Ma in terra

di Lavoro alcune castella e villaggi andarono per terra. In Ariano e

Avellino assaissime persone perirono, e quasi tutte le case caddero.

Nella città Capoa, di Vico, Cava, e massimamente in Canosa, Conza

ed altre parti, si patì gran rovina di edifizii, accompagnata dalla

perdita di molte anime. Anche a quegl'infelici paesi si stese la mano

misericordiosa e limosiniera del romano pontefice. Questo infortunio

cagion fu che il vicerè di Napoli non potesse poi inviare quel rinforzo

di genti e danari, per cui tante premure gli venivano fatte dall'armata

collegata in Piemonte.

Anno di CRISTO MDCXCV. Indizione III.

INNOCENZO XII papa 5.

LEOPOLDO imperadore 38.

Non si stancava il magnanimo papa _Innocenzo XII_ di pensar tuttodì

a sempre nuovi ed utili regolamenti per ben della Chiesa e de' suoi

Stati. Aveva egli proposto di mettere freno al soverchio lusso di Roma,

che, oltre all'impoverir le famiglie, portava fuori delle contrade

ecclesiastiche immense somme di danaro. A questo grandioso disegno

trovò egli, più di quel che pensava, delle gagliarde opposizioni, a

cagion de' forestieri che capitano a Roma, e per li contrarii maneggi

non men segreti che pubblici de' Franzesi, soliti a profittar della

troppa bontà per non dir balordaggine degl'Italiani, i quali provveduti

dalla natura di quanto può bisognare al loro nobile trattamento,

invasati della novità delle mode, e più che d'altro vaghi delle

manifatture oltramontane, pagano eccessivi tributi a' principi non

suoi. Un'altra insigne impresa si propose il vigilantissimo pontefice,

cioè la riforma di certi ordini religiosi (e non erano pochi) scaduti

dall'antica lor santa disciplina, e divenuti delle lor regole poco

osservanti, spezialmente del voto della povertà. Qui ancora, più

che nell'altra, si scoprirono difficoltà senza fine, ripugnando chi

già era ammesso in quegli ordini a mutar maniera di vivere, e ad

accettar la vita comune, perchè diceano di esser sottomessi a quelle

regole, non quali furono nei tempi antichi, ma colle interpretazioni

ed usanze del loro secolo. Ordinò pertanto il pontefice che non

s'inquietassero i già arrolati sotto quelle bandiere, ma che niuno

in avvenir si ammettesse senza professare la riforma prescritta

dalla congregazione deputata da sua santità, in cui fra gli altri

monsignor Fabroni, che fu poi promosso alla sacra porpora, personaggio

zelantissimo, ebbe la disgrazia di tirarsi addosso l'indignazione e

l'odio di moltissimi cappucci. Furono anche destinati per ciascun

de' suddetti ordini rilassati due conventi, nei quali si facesse

il noviziato e si osservasse il rigore suddetto. Il tempo fece poi

conoscere che un _Lodovico XIV re_ di Francia seppe ben introdurre la

riforma nei religiosi claustrali del suo regno; ma Roma non arrivò

a tanto in Italia. Patì quella città nel verno del presente anno

un'inondazione del Tevere, che si stese per le campagne, col danno

di non poche fabbriche e di molto bestiame, e con servire di veicolo

ad una epidemia che dipoi sopraggiunse. Diede questa disgrazia al

santo padre motivo di maggiormente esercitare la sua carità verso la

povera gente che si rifugiò per soccorso in Roma. Inoltre, nel dì 10

di giugno un orribil tremuoto riempiè di terrore e danno il Patrimonio

e i paesi circonvicini. Bagnarea andò tutta per terra con perdita di

molte persone. Quasi interamente restò smantellato Celano, Orvieto,

Toscanella, Acquapendente, ed altre terre e ville di quei contorni

risentirono gran danno. Il lago di Bolzena, alzatosi due picche, inondò

per tre miglia all'intorno il paese. Non fu men funesto un altro simile

tremuoto che si sentì nella marca trivigiana nel dì 25 di febbraio.

Nella sola terra d'Asolo rimasero dai fondamenti distrutte mille e

cinquecento case; più di altre mille e ducento inabitabili; i templi

colle lor torri diroccati; molti uomini colle lor famiglie seppelliti

sotto le rovine.

Questa sciagura parve un prognostico di molte altre che nell'anno

presente afflissero non poco la veneta repubblica. Per la perdita della

riguardevole isola e città di Scio si era inferocita la Porta, e fin

nell'anno addietro avea ammannita gran copia di legni e di gente per

ricuperarla. Con questa flotta, condotta dal saraschiere, nel dì 8 di

febbraio, prima che approdasse a Scio, determinò il capitan generale

_Antonio Zeno_ di misurar le sue forze; ma furono poco ben prese le

misure; laonde cantarono la vittoria i Turchi, e malconcie ne restarono

le navi e le galee venete. Fu cagione sì sinistro colpo, ed un altro

appresso, che Scio si rilasciasse alla discrezion de' musulmani con

incredibil dolore de' cristiani abituati in quel delizioso paese, che

tutti elessero un volontario esilio per non soggiacere alla vendetta e

rabbia de' Turchi. Al capitan general Zeno, imputato di mala condotta,

siccome ancora a Pietro Quirini provveditore ordinario, toccò di finire

i lor giorni in carcere. Rimasero altri assoluti, ma dopo una prigionia

di tre anni. _Alessandro Molino_ venne poi creato capitan generale.

Seguirono ancora ne' mesi seguenti altre lievi battaglie tanto in

mare che sotto Argo, nelle quali maggior fu la perdita degl'infedeli

che de' cristiani, ma senza che alcun di questi vantaggi compensasse

il gravissimo danno patito per l'abbandonamento di Scio. Del pari in

Ungheria si mutò la ruota della fortuna. Avea l'_Augusto Leopoldo_

ottenuti otto mila Sassoni dall'elettore _Federigo Augusto_, il quale

col titolo di generalissimo delle armi cesaree s'era indotto a passare

in persona contro de' Turchi. Solamente ai 10 d'agosto pervenuto esso

elettore al campo, quivi trovò i marescialli _Caprara_ e _Veterani_,

e l'altra uffizialità con cinquanta mila guerrieri alemanni, oltre

ad alcune migliaia di milizie unghere. Avrebbe ognun creduto che con

sì fiorito esercito avessero i cristiani a far prodigii in quelle

parti. Trovarono essi lo stesso gran signore Mustafà venuto in persona

a dar calore alla poderosa sua armata, con cui sperava anch'egli di

operar gran cose. In poche parole, i Turchi occuparono Lippa, e la

smantellarono. Poco tempo ancora spesero ad impadronirsi della forte

piazza di Titul; e trovato il suddetto _conte Federico Veterani_

maresciallo, staccato con sette mila bravi Tedeschi dal grosso

dell'esercito per coprire la Transilvania, l'andarono ad assalir con

tutte le lor forze, e v'era in persona lo stesso Sultano. La difesa

che fece questo valoroso comandante per più ore contro quel torrente

d'armati, fu delle più gloriose che mai si udissero, e costò la vita

a più di quattro mila Turchi. Sopraffatto in fine dall'esorbitante

superiorità de' nemici il prode generale, con buona ordinanza si

ritirò; ma coprendo in persona la retroguardia, riportò varie ferite;

e perchè condotto via s'incagliò in una palude il cavallo, in cui

era sostenuto, quivi restò poi trucidato dai musulmani. Anche Lugos

e Caransebes caddero in mano di quegl'infedeli: con che nell'anno

presente ebbe fine la sventurata campagna degl'imperiali in Ungheria.

Osservavasi oramai in Italia una più che mai prossima disposizione

e risolutezza di _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia, del _marchese di

Leganes_ governatore di Milano, e de' comandanti cesarei, per cacciar

da Casale di Monferrato i Franzesi. Era quella forte città, con un

castello e con una molto più forte cittadella, come spina continua

nel cuore degli Spagnuoli e del duca di Savoia, per la vicinanza de'

loro Stati. L'aveano essi tenuta bloccata da gran tempo; ma da che

ebbero concertato coll'ammiraglio inglese _Russel_ di tenere a bada

il _maresciallo di Catinat_ colla sua potente flotta, che minacciava

ora Nizza ed ora la Provenza, il duca e il marchese suddetto col

_principe Eugenio di Savoia_, e col _millord Gallowai_ generale

delle milizie pagate dall'Inghilterra, si presentarono coll'armata

collegata verso la metà di giugno davanti ad esso Casale. Nel dì 26

del medesimo mese venendo il dì 27 fu aperta la trinciera tanto contro

la città che contro la cittadella. Ancorchè il _marchese di Crenant_

facesse una gagliarda difesa, pure meravigliosa cosa parve che dopo

soli dodici giorni di offese, e colla perdita di soli secento soldati

dalla parte degli assedianti, egli si vedesse obbligato ad esporre

bandiera bianca. Fu segnata la capitolazione della resa nel dì 9 di

luglio; ed accordato che si demolissero le fortificazioni della città,

del castello e della cittadella; e che, terminato l'atterramento, ne

uscisse la guernigion franzese con tutti gli onori militari, otto pezzi

di cannone e quattro mortari; e che tornasse quella città in pieno

dominio del duca di Mantova, come era ne' tempi andati. Restò eseguita

la capitolazione, e tolto dalle viscere della Lombardia quel mantice

di discordie e d'incendii. Si trovarono nella città settanta pezzi

d'artiglieria di bronzo, nel castello ventotto, e nella cittadella

cento venti. Per sì felice impresa in Milano e Torino gran festa si

fece, ed essendo solamente nel dì 18 di settembre usciti i Franzesi

di Casale, non s'impegnarono l'armi cesaree in alcun'altra azione, ed

unicamente pensarono a ristorar le truppe ne' quartieri d'inverno. Non

si potè intanto levar di capo a certi politici, che in quell'assedio

si sparassero dagli assediati i cannoni senza palle, e che quella

impresa fosse concertata fra il saggio duca di Savoia e la corte di

Francia; la qual ultima, se restò priva di una buona fortezza, ne privò

anche d'essa l'avidità degli Spagnuoli, perchè, facendo rendere Casale

al duca di Mantova, deluse le speranze di quei che probabilmente lo

desideravano, e poteano pretenderlo a titolo di acquisto. Nè si vuol

tacere che nel dì 9 di settembre del presente anno in Roma terminò i

suoi giorni il cavaliere Gian-Francesco Borri Milanese in castello

Sant'Angelo. S'era egli meritata quella prigione per essere stato

eretico visionario anzi autore di una setta, che appena nata ebbe

fine, e solennemente fu da lui abiurata. In essa Roma, in Milano ed in

altre città d'Italia, e in Inspruch, Amsterdam, Amburgo, Copenaghen,

ed altri luoghi dell'Olanda e Germania, fece egli risuonare il suo

nome, spacciando miracoli segreti, e spezialmente quello che tanto

adesca alcuni troppo corrivi privati, e talvolta i principi stessi,

con votar d'oro le borse loro, ed empierle di fumo. A lui si ricorreva

come a medico universale per ogni sorta di malattia, e fin da Parigi

si vedeano passar nobili malati ad Amsterdam per isperanza d'essere

guariti da lui. Gran figura aveva egli fatto in quella città col

magnifico equipaggio, e trattato col titolo di eccellenza. In una

parola, trovossi in lui un chimico creduto impareggiabile, un gran

ciarlatano, e per conseguente un bravo trafficante della semplicità de'

mortali.

Anno di CRISTO MDCXCVI. Indizione IV.

INNOCENZO XII papa 6.

LEOPOLDO imperadore 39.

Non rallentava il buon pontefice _Innocenzo XII_ i suoi sospiri e

le sue premure per rimettere la pace fra i principi cristiani; e, a

fin d'impetrarla colle preghiere da Dio, pubblicò sul fine dell'anno

precedente un giubileo, che nel presente per tutta l'Italia fu preso.

Non lasciò ancora di eccitare i principi cattolici alla concordia,

con inviar loro nuove paterne lettere; e spezialmente ne fece premura

a _Vittorio Amedeo_ duca di Savoia, il cui impegno avea tirato in

Italia tanti imitatori de' Goti e de' Vandali a spolpare i miseri

popoli. Sempre sono e saran da lodare le sante intenzioni dei romani

pontefici per questo fine; ma l'interesse, che è il cominciator

delle guerre, quello è ancora che le finisce. Che nondimeno il saggio

pontefice s'internasse ancora in segreti maneggi per accordare il re

Cristianissimo col duca di Savoia, comunemente fu creduto per quel

che poscia accadde. Ed appunto questo principe si vide fare nel marzo

del presente anno un viaggio alla santa casa di Loreto a titolo di

divozione. La gente maliziosa, che non credeva cotanto divoto quel

principe da scomodarsi per andar sì lontano ad implorar la protezion

della Vergine, si figurò piuttosto che sotto il manto della pietà si

coprisse un segreto abboccamento con qualche persona incognita intorno

a' suoi affari (e questa fu, per quanto portò la fama, un ministro

franzese travestito da religioso) giacchè sono talvolta ridotti i

principi a somiglianti ripieghi, per deludere i ministri esteri che

vanno spiando ogni menomo loro andamento e parola nelle corti. Spedì

ancora in questo anno il pontefice le sue galee unite a quelle di Malta

in soccorso de' Veneziani; e sul principio di maggio, al dispetto dei

medici, volle portarsi a Cività Vecchia, per visitar quel castello,

quegli acquedotti e le fabbriche ivi fatte, giacchè gli stava fitto in

capo il pensiero di fare di essa città un porto franco, libero ad ogni

nazione, fuorchè ai Turchi. Per varie ragioni, e per le segrete mene

del gran duca di Toscana, riuscì poi vano un siffatto disegno. Quanto

ai Veneziani, perchè stava loro sul cuore la fortezza di Dolcigno,

situata in Albania sopra una rupe inaccessibile, siccome infame nido di

corsari infestatori dell'Adriatico, ne fu da essi risoluto l'assedio.

Per quanto operassero i cristiani con varii assalti, con alquante mine,

e con rispignere due volte i soccorsi inviati dai Turchi, a nulla

servirono i loro sforzi, e però convenne ritirarsi. Andò intanto il

capitan generale _Molino_ colla sua flotta in traccia dell'ottomana,

condotta dal Mezzomorto capitan bassà ed ammiraglio. Nel dì 9 d'agosto

furono a vista le due nemiche armate, e già la veneta s'era tutta messa

in ordinanza per venire a battaglia, quando si scoprì non accordarsi

a questo giuoco l'astuto Mezzomorto, al quale non mancò mai l'arte di

tenere a bada i cristiani, e di sempre sfuggire il combattimento. Così

senza alcun vantaggio, e insieme senza danno alcuno, se la passarono

i Veneziani in Levante per tutto quest'anno; ma con gravi lamenti di

quel senato, veggendo inutilmente impiegati tanti convogli e tesori in

quelle parti.

Cominciò in questi tempi a fare risonar il suo nome _Pietro

Alessiovitz_ czaro della Russia, che divenne poi col tempo incomparabil

eroe, con aver tolto a' Turchi sul Tanai l'importante città e fortezza

di Asac, ossia Asof. Propose quel principe con gran calore di entrare

in lega con Cesare e co' Veneziani ai danni del comune nemico, e

infatti ne furono stabiliti i capitoli in Vienna. Non dissimile dalla

fortuna de' Veneti fu quella degl'imperiali in Ungheria nell'anno

presente. Si portò alla forte cesarea armata di nuovo l'_elettor di

Sassonia_ col titolo di supremo comandante; la direzion nondimeno

delle militari operazioni era appoggiata a un capo di maggiore

sperienza, cioè al maresciallo _conte Caprara_. Ma che? In quelle

contrade comparve ancora di bel nuovo il sultano in persona, bramoso di

segnalarsi in qualche impresa. Conduceva anch'egli una potente armata,

qual si conveniva ad un pari suo. Invece dunque di accudire alla

premeditata idea dell'assedio di Temiswar, o di Belgrado, nel consiglio

militare fu preso il partito di provocare a battaglia i nemici. Si

trovò attorniato da paludi e ben trincierato l'esercito musulmano, nè

la furia delle cannonate potè muoverli ad uscire all'aperta campagna.

Solamente seguirono alcune calde scaramucce, nelle quali il commissario

generale _Heisler_ valorosamente combattendo lasciò la vita, e qualche

migliaio di soldati dall'una e dall'altra parte perì. Ritiraronsi

poscia i Turchi, e senz'altro onore anche le milizie cristiane vennero

ripartite ai quartieri. Assai curiosa, ma non già inaspettata, fu la

scena che si rappresentò sul teatro del Piemonte nell'anno presente.

Troppo rincresceva oramai alla Francia la guerra del Piemonte, perchè

più dispendiosa di tutte le altre, dovendosi mandar tutto per montagne

in Italia, e non potendo l'armata godere del privilegio di ballare

e nutrirsi sul paese nemico. Alla riflessione del troppo impegno e

dispendio si aggiunsero i premurosi impulsi del pontefice _Innocenzo

XII_, commosso a pietà spezialmente verso i principi d'Italia,

sì maltrattati dalle sanguisughe tedesche in occasione di questa

guerra. Però il re Cristianissimo _Luigi XIV_ tali esibizioni fece a

_Vittorio Amedeo_ duca di Savoia, che questo principe segretamente

entrò in trattato, e coll'accortezza, che in lui fu mirabile, ne

carpì dell'altre vantaggiose condizioni. Leggesi presso varii autori

il trattato di pace sottoscritto nel dì 29 d'agosto di quest'anno

dal _conte di Tessè_ luogotenente generale franzese, e dal _marchese

di San Tommaso_, primo ministro del duca suddetto; certo essendo

nondimeno che alcuni mesi prima era stabilito il concordato fra loro.

I principali punti di esso accordo furono che in vigor d'essa pace il

re Cristianissimo restituiva al duca tutti gli Stati a lui occupati

della Savoia, di Nizza e Villafranca; e inoltre gli cedeva Pinerolo

co' forti di Santa Brigida ed altri, con che se ne demolissero tutte

le fortificazioni; e finalmente, che seguirebbe il matrimonio di _Maria

Adelaide_ principessa di Savoia, primogenita di sua altezza reale, con

_Luigi duca di Borgogna_ primogenito del Delfino, allorchè fossero in

età competente; e che intanto essa principessa passerebbe in Francia,

per essere ivi allevata alle spese del re. Vi ha chi scrive promessi

anche quattro milioni di franchi al duca dal re Cristianissimo per

compenso de' danni sofferti, ma con obbligo di tenere in piedi a spese

del re otto mila fanti e quattro mila cavalli, qualora i collegati

ricusassero di abbracciar quel trattato.

Accordate in questa maniera le pive, inviò il re Cristianissimo nella

primavera qualche reggimento di più del solito al _maresciallo di

Catinat_, il quale fece anche spargere voce di aver forze maggiori,

e minacciava anche di rovinar Torino colle bombe. Mostravane il duca

grande apprensione e paura, per colorir le risoluzioni prese e da

prendersi; quando spedite furono da esso maresciallo per mezzo d'un

trombetta le vantaggiose condizioni che il _re Luigi XIV_ offeriva

al duca _Vittorio Amedeo_ per la pace di Italia. Andarono innanzi e

indietro proposte e risposte; e finalmente restò accordata fra loro

una sospension d'armi per quaranta giorni, cioè per tutto il mese

d'agosto, che fu poi anche prorogata sino al dì 16 di settembre, a fin

di proporre alle corti alleate la neutralità d'Italia sino alla pace

generale. Comunicata questa ai ministri di Cesare, della Spagna ed

Inghilterra, esistenti in Torino, niun d'essi v'acconsentì; ma il duca

come generalissimo lo volle. Allorchè giunse alle corti questa novità,

si proruppe in gravi schiamazzi, e furono spedite esibizioni gagliarde

al duca di Savoia, per mantenerlo in fede. Ma egli, che non isperava

di acconciar sì felicemente i proprii interessi colla continuazion

della guerra, come facea colla particolar sua pace coi Franzesi,

stette saldo nel suo proposito. Inclinavano veramente gli Spagnuoli

ad accettare la tregua, perchè scarsi di danaro, e con gli Stati

esposti all'irruzion de' nemici, e nemici che con l'union del duca

divenivano tanto superiori di forze; ma non mirando mai venire alcuna

decisiva risposta dalle potenze confederate, attendeva il marchese

di Leganes solamente a ben presidiare e fortificare le frontiere del

ducato di Milano. Intanto, prima che spirasse il termine dell'accordata

sospension d'armi, il maresciallo di Catinat fece nel dì 5 di settembre

sfilar la sua armata, e, passato il Po, andò a trincierarsi in Casale

di Monferrato. Spirato esso termine, senza che la neutralità fosse

abbracciata dai collegati, eccoti unirsi le truppe di Savoia con quelle

di Francia, formando un esercito di circa cinquanta mila persone.

Ed ecco chi il giorno innanzi era generalissimo dell'armi collegate

in Italia, uscire in campo nel dì seguente generalissimo dell'armi

franzesi contra d'essi collegati, e nel dì 18 di settembre cignere

d'assedio Valenza.

Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 7 / 63 题