Anno di CRISTO MDCLXXV. Indiz. XIII.
CLEMENTE X papa 6.
LEOPOLDO imperadore 18.
L'anno fu questo del giubileo romano, aperto con gran solennità da
_papa Clemente X_, non avendo mancato il santo padre di contribuir
molte limosine in alimento de' poveri pellegrini, di lavar loro
i piedi e di regalarli. Più ancora avrebbe desiderato di fare, se
la nemica podagra non l'avesse per lo più sequestrato in letto. Il
concorso de' popoli non fu molto, perchè in troppi paesi bolliva
la guerra, ed era in certa maniera cessata da gran tempo la novità
di quella santa funzione. Gran tempo ancora continuò in Roma il
dibattimento della controversia insorta fra il _cardinale Altieri_
e gli ambasciatori delle corone, per l'editto pubblicato intorno
alla nuova imposta della dogana. Ma finalmente nel luglio dell'anno
presente, coll'interposizione del _cardinale Colonna_, ebbe fine, con
aver dichiarato esso Altieri, non essere mai stata sua intenzione di
comprendere in quell'editto i ministri delle corone, e che il papa
farebbe sapere ai lor padroni che non era mai stata diversa la mente
sua, con altri ripieghi di rispetto verso gli ambasciatori suddetti.
La politica del mondo coll'empiastro delle bugie suol bene spesso
sanar le piaghe. Si potea sulle prime terminar questa battaglia colla
confessione di ciò che, detto colle labbra, ma non col cuore, sì tardi
venne alla luce. Un grave sconcerto accadde nell'anno presente in
Toscana. A _Cosimo III gran duca_ avea la gran duchessa _Margherita
Luigia d'Orleans_ partoriti due principi, cioè _Ferdinando_ primogenito
e _Gian-Gastone_, ed una principessa, cioè _Anna Maria Luigia_,
che fu col tempo elettrice palatina. Fra questi due nobilissimi
consorti sorsero dissensioni ed amarezze tali, che passarono ad una
irreconciliabil divisione. Comunemente si credette che la vedova gran
duchessa madre del duca, cioè _Vittoria dalla Rovere_, non approvasse
la libertà franzese della nuora, e movesse il figlio a far delle
doglianze. Savio principe sempre fu il gran duca Cosimo. Disgustata
ritirossi la giovine gran duchessa in una casa di campagna con animo
risoluto di tornarsene in Francia; ma fu ivi fermata e custodita dalle
guardie postevi da esso gran duca, il quale non lasciò d'interporre,
quanti mai seppe, ambasciatori e cardinali per rimuoverla da questo
disegno, e persuaderle la riunione; ma senza che riuscisse ad alcuno di
far breccia nel suo cuore.
Andarono le ragioni dell'una e dell'altra parte a Parigi; e il re,
a cui non piaceva di disgustare un sovrano di tanto riguardo, e nè
pur voleva abbandonare una principessa sua cugina, spedì a Firenze il
_vescovo di Marsiglia_, sperando che alla di lui eloquenza e destrezza,
sostenuta dal carattere di suo inviato, potesse riuscire di riconciliar
gli animi loro. Ma questo prelato perdè la carta del navigare in tutto
il suo negozio, trovandosi più che mai ostinata nel suo proponimento
la gran duchessa. Sì fatte durezze cagion furono che il marito
anch'egli concepì una gran ripugnanza a riunirsi con chi ne mostrava
tanta verso di lui; e però venne alla risoluzione di lasciarla andare
con un convenevole, cioè ricco annuo assegnamento. Ma prima restò
concertato col re Cristianissimo, di consenso di lei medesima, che essa
in Francia si eleggerebbe un chiostro per passarvi il resto de' suoi
giorni, senza poter comparire alla corte. Sul fine dunque di giugno,
servita da tre galee, arrivò questa principessa a Marsiglia, portando
in Francia una rara bellezza e insieme una egual saviezza; passò dipoi
a chiudersi senza rigorosa clausura nel monistero di Montmartre, dove
il re e tutta la famiglia reale furono a visitarla. Questo divorzio
fece poi scatenare le lingue e penne maligne degl'interpreti delle
azioni altrui, imputandone chi all'una e chi all'altra parte il reato,
con vitupero di principi tanto sublimi. La verità si è, che tanto essi
principi che i mediatori della pace usarono la prudenza di non rivelar
questo arcano; e se lo penetrarono i Fiorentini pratici di quella
corte, seppero anche tirarvi sopra la cortina sì in riguardo alla
carità, che pel rispetto dovuto ai proprii sovrani. Certo è altresì
che mai più non si trovò maniera di riunirli: disgrazia memorabile
per l'insigne famiglia de Medici, che forse non sarebbe venuta meno
ai nostri giorni, se quella sì giovine e feconda principessa avesse
continuata la buona armonia col consorte, e prodotti altri figli atti a
supplire la poca fortuna dei primi.
Sul fine del gennaio dell'anno presente terminò il suo vivere, dopo
essere giunto a più di novant'anni, _Domenico Contarino_ doge di
Venezia, a cui succedette nel dì 6 di febbraio _Niccolò Sagredo_
procurator di San Marco. Similmente ebbe Torino di che piangere per
l'immatura morte di _Carlo Emmanuele II duca_ di Savoia, succeduta nel
dì 12 di giugno e da lui abbracciata con sentimenti di vera pietà e
di generosa costanza. Siccome egli avea sempre studiate le maniere di
farsi amar dai suoi popoli, praticando con tutti una somma affabilità e
cortesia, e una gran gentilezza verso le dame, onorandole del braccio,
e mostrandosi liberale, splendido e generoso in ogni sua azione; così
allorchè fu agli estremi della vita, volle che si aprissero le porte,
acciocchè il suo popolo potesse anche veder lui morire, ed egli godere
que' pochi momenti di vita della vista dei suoi cari sudditi. Oltre una
lunga memoria delle sue molte virtù, ne lasciò egli non poche altre,
per aver cotanto ingrandita ed abbellita la città di Torino, formata
di Monmelliano una inespugnabil fortezza, fabbricati ponti, rotte e
spianate montagne per far passar le carrozze, dove con difficoltà prima
passavano gli uomini. A lui succedette in età pupillare il principe
di Piemonte, cioè _Vittorio Amedeo_, unico suo figlio, che non aveva
peranche compiuto l'anno nono di sua vita, sotto la tutela e reggenza
di madama reale _Giovanna Maria Batista_ di Nemours, sua madre:
principe nato per esaltare la sua real casa ai primi onori, siccome
vedremo andando innanzi. Noi lasciammo la ribellata città di Messina
in gravi angustie sì per la mancanza dei viveri, perchè molto vi
volea a sostener tanto popolo, e sì perchè gli Spagnuoli maggiormente
stringevano quella città, con aver presa la torre del Faro, il Piè di
Grotta ed altri passi, dove attesero a ben fortificarsi. Ma eccoti
arrivar colà, nel dì 5 di gennaio, spediti dalla corte di Francia,
i _marchesi di Valavoir_ e di _Valbella_ con diecinove vascelli, che
sbarcarono molte milizie e copiosa provvisione di vettovaglie, così
che rimasero assai consolati quegli afflitti cittadini. Pure poco
giovò questo soccorso, perchè gli Spagnuoli non solamente andavano di
mano in mano accrescendo le lor forze per terra, ma eziandio con venti
vascelli da guerra e diecisette galee tenevano bloccato il porto di
Messina, e tentarono anche un dì di bruciare i legni franzesi: il che
loro non venne fatto. Il non poter entrare viveri nè per terra nè per
mare ridusse di nuovo in miseria quel popolo, ostinato nondimeno in
rifiutare il perdono esibitogli, non perchè nol desiderasse, ma perchè
temeva di avere a pagarlo troppo caro.
In rinforzo d'essa città giunse, nel dì 11 di febbraio, spedito da
Tolone, il _duca di Vivona_, conducendo anch'egli nove vascelli da
guerra, una fregata leggiera, tre brulotti e otto barche cariche di
viveri. Stava ancorata la flotta spagnuola, ed appena scoprì i legni
nemici, che salpò, e a vele gonfie andò a far loro il chi va là.
Attaccossi una battaglia che durò più ore; e già rinculavano i Franzesi
come inferiori di forze, quando il signor di Valbella, avvisato di quel
combattimento, uscì del porto di Messina con sei vascelli da guerra,
e diede alle spalle degli Spagnuoli. Ripigliato allora coraggio i
Franzesi, ricominciarono una fiera danza con tal successo, che gli
Spagnuoli con buon ordine si ritirarono fino a Napoli, lasciando
nondimeno in poter de' nemici un vascello di quaranta cannoni. Per lo
arrivo di questo aiuto gran festa si fece a Messina, tuttochè fosse
un piccolo bicchier d'acqua a chi avea tanta sete. Intanto tre mila
e cinquecento Tedeschi, ai quali aveano i Veneziani difficultato il
passaggio per l'Adriatico, pervenuti a Pescara, di là passarono con
secento altri fanti napoletani a rinforzare il campo che tenea bloccata
Messina. Ma sul principio di giugno anche agli assediati arrivò un
altro numeroso convoglio di più di cento vele, vegnente da Tolone,
sotto il comando del signore d'Almeras e del cavaliere di Quene, che
sbarcò sei mila fanti e mille cavalli con ogni sorta di munizioni.
Avendo poi questa gente tentato di levar la Scaletta e un altro posto
agli Spagnuoli, ed essendo anche passata ad assalir Melazzo, dove si
trovava in persona il vicerè, altro non ne riportò che delle buone
spelazzate. Pure s'impadronirono della città d'Augusta, e andarono
poi pel resto dell'anno facendo altre picciole fazioni, che non
importa riferire, se non che tornarono gli Spagnuoli ad impossessarsi
della torre del Faro, e per una tempesta perderono sette de' loro
vascelli. Intanto fra i Messinesi e Franzesi cominciò a scorgersi poca
intelligenza: il che accrebbe agli Spagnuoli la speranza di vincere
in breve quella pugna. Gran guerra fu in quest'anno in Germania e
Fiandra fra i collegati dall'una parte e i Franzesi dall'altra. Non
mancarono assedii, battaglie e barbarici saccheggi di paese. Il celebre
maresciallo di Francia _Arrigo della Torre d'Auvergne, visconte di
Turrena_, colpito da una palla di cannone, vi lasciò la vita nel dì
27 di luglio, essendo mancato in lui uno dei più insigni capitani
del secolo presente. _Carlo IV duca_ di Lorena, ma duca solo di nome,
perchè in mano de' Franzesi era il suo ducato, s'acquistò anch'egli
gran nome colla presa di Treveri, facendo quivi prigione il maresciallo
franzese _duca di Crequì_; ma poco sopravvisse egli a questa gloria,
essendo mancato di vita nel dì 17 di settembre. Ne' suoi diritti e
titoli succedette _Carlo V_ suo nipote, che col suo valore maggiormente
illustrò la nobilissima sua casa.
Anno di CRISTO MDCLXXVI. Indiz. XIV.
INNOCENZO XI papa 1.
LEOPOLDO imperadore 19.
Non potè più lungamente reggere al peso degli anni e agl'insulti della
gotta _papa Clemente X_, ed infermatosi in età di più di ottantasei
anni, passò a miglior vita nel dì 22 di luglio dell'anno presente.
Di pochi furono le lagrime che accompagnarono il di lui funerale,
non già perchè alcuna delle virtù principali che illustrano la vita
e la memoria d'un romano pontefice, in lui si desiderasse, perchè
fu papa di bella mente, di gran pietà, di giustizia e clemenza; ma
perchè l'odio, che col suo governo universalmente si avea guadagnato
il _cardinal Paluzzo Altieri_, ridondava sopra l'innocente papa,
pieno sol di massime buone. Chi avea la fortuna di poter parlare a
sua santità, se le cose erano fattibili, potea sperar buon rescritto;
altrimenti ne riportava un bel no; ma il cardinale godeva il concetto
di esser di coloro che alla prima udienza con una sparata di carezze
e promesse incantano le persone, ma ritornando queste alla seconda
udienza, truovano nate delle difficoltà; alla terza poi nè pur son
conosciute per quelle che sono. Però dicevasi, e spezialmente lo
dicevano i Franzesi disgustati di lui, ch'esso porporato avrebbe potuto
tenere scuola aperta di artifizii e raggiri in Roma stessa, la qual
pure vien creduta assai addottrinata in questo mestiere. Ma quel che
più avea contro di lui aguzzata la satira, fu l'invidia, per aver
egli saputo profittar della fortuna ed autorità sua, con accumular
ricchezze, ed ingrandire la propria casa, tuttochè poi non si potessero
imputare a lui di quelle scandalose licenze che si videro in qualche
precedente nepotismo. Ora entrati i porporati nel sacro conclave,
dappoichè ebbero per cinquantun giorni consumata la quintessenza dei
lor politici maneggi per promuovere al trono pontifizio chi lor più
piaceva, finalmente, mossi da lume superiore, concorsero tutti nel
dì 21 di settembre all'elezione di chi sopra gli altri meritava, ma
non avea mai desiderato di maneggiar le chiavi di Pietro. Questi fu
il _cardinal Benedetto Odescalchi_ Comasco, nato nel 1611, che nel
precedente conclave era anche stato vicino al triregno, perchè voluto
da tutti i buoni, e fece poi in questa occasione quanta resistenza mai
potè, non per affettata modestia, ma per umiltà, alla santa risoluzione
de' sacri elettori. Prese egli il nome di _Innocenzo XI_ in memoria
d'_Innocenzo X_ che l'avea promosso alla sacra porpora. Non si può dir
quanto applauso conseguisse così fatta elezione, perchè l'Odescalchi
portò seco al trono la santità, e ne possedè molto più da lì innanzi
la sostanza che il titolo: personaggio di vita illibata ed austera,
di somma gravità e zelo pel ben della Chiesa; prodigo, se si può dire,
verso dei poveri, secondo il costume di sua casa, abbondante di ricco
patrimonio, e limosiniere al maggior segno. Nè tardò il buon pontefice
e buon servo di Dio a comprovar co' fatti l'espettazion comune
delle sue singolari virtù. Sotto i precedenti pontificati aveva egli
adocchiato tutti i disordini procedenti dal nepotismo, e con quanta
facilità si divorassero le sostanze della camera apostolica, e come
avesse tanta potenza il danaro. Volle provvedervi, e l'intenzione sua
era di metter freno in avvenire a tali eccessi con una bolla che fosse
sottoscritta dal sacro collegio, e giurata sotto pena di scomunica da
chiunque s'avesse da promuovere al cardinalato e al pontificato. Ma
viveano ed aveano gran polso alcuni de' nipoti degli antecedenti papi,
che fecero testa, parendo loro di sottoscrivere una sentenza contra
di loro stessi, qualora sottoscrivessero la condanna del nepotismo per
l'avvenire.
Giacchè dunque non potè il santo pontefice ottener questo intento,
coll'esempio suo almeno si studiò di abolire il pernicioso costume.
Non avea il suo predecessore _Clemente X_ nipoti proprii, e andò a
cercarne degli stranieri. _Innocenzo XI_, all'incontro, avea un nipote
di fratello, cioè _don Livio Odescalchi_; ma nol volle a palazzo, nè
ch'egli avesse parte alcuna nel governo, nè che ricevesse visite come
nipote di papa. Ed affinchè non restasse a lui di che dolersi per tanta
severità, gli rassegnò tutti i suoi beni patrimoniali, che co' proprii
d'esso nipote davano una rendita annua di trenta mila scudi, dicendo
che questo gli bastava per trattarsi da principe, senza participar
delle rugiade del pontificato. Coerentemente a questo glorioso sistema
elesse per segretario di Stato il _cardinale Alderano Cibò_, porporato
di somma integrità, di prudenza singolare e di zelo non inferiore a chi
l'elesse a tal carica. Lasciò ai Paluzzi Altieri e ad altri la pompa
de' titoli del generalato e d'altre cariche militari, ma con levar
loro gl'ingordi stipendii che per essi pagava la camera pontificia,
con dire che la Chiesa non avea guerra, nè voglia di farla, ed essere
perciò mal impiegate tante paghe. Riformò la tavola pontificia, e al
servigio suo non ammise se non persone di gran probità e modestia,
affinchè la famiglia sua servisse di una continua predica agli altri
di quel che conveniva a fare. Allo ambasciatore di un monarca, che gli
disse di avere il suo padrone ricevuta sotto la sua protezione la casa
Odescalchi, rispose: Ch'egli non avea casa nè letto, e che teneva in
prestito da Dio quella dignità per bene non già de' suoi parenti, ma
solamente della Chiesa e de' suoi popoli. E perciocchè gravissimi abusi
erano succeduti in addietro a cagion delle franchigie, pretese da'
ministri de' principi in Roma per l'asilo che in esse trovavano tutti i
malviventi, e per li contrabbandi che tuttodì si facevano, intimò loro
di rimediarvi; altrimenti, giacchè Dio l'avea messo in quel governo
con obbligo di vegliare alla quiete della città e al pubblico bene, vi
avrebbe egli trovato il rimedio. Tosto ancora spedì a tutti i principi
cristiani lettere esortatorie alla pace, esibendosi pronto ad andare
in persona ad un congresso, se fosse necessario, purchè si tenesse
in qualche città cattolica, a fin di procurare un tanto bene. Per lo
contrario, esortò il re di Polonia _Giovanni Sobieschi_ a sostener
la guerra contro de' Turchi, finchè avesse ricuperato dalle lor mani
Caminietz, e gl'inviò nello stesso tempo un sussidio di cinquanta mila
scudi. Con questi passi diede principio l'incomparabile Innocenzo XI
alla carriera del suo pontificato, continuamente pensando alla riforma
degli abusi, al sollievo de' suoi popoli e al bene della cristianità.
Qui perdè la voce Pasquino; e se internamente si lagnavano i cattivi
di sì rigoroso ad austero papa, ne esultavano ben pubblicamente tutti i
buoni.
Gran teatro di guerra fu in questo anno la Sicilia. Dacchè si avvide la
corte di Spagna che con tutti gli sforzi suoi apparenza non v'era di
snidar da Messina i Franzesi, e di rimettere alla primiera ubbidienza
quella città, fece ricorso alla collegata Olanda, per aver dei soccorsi
e forze tali da abbattere la flotta franzese, che ne' mari di Sicilia
mantenea la ribellion de' Messinesi. Fu dunque spedita una flotta
olandese composta di ventiquattro vascelli da guerra sotto il comando
del viceammiraglio _Ruyter_, il cui solo nome valeva un'armata per
le tante segnalate sue azioni in combattimenti navali. Giunsero gli
Olandesi sul fine del precedente anno a Melazzo, e, congiunti con nove
galee ed altri legni spagnuoli, andavano rondando per qualche impresa;
quando in quei mari capitò sciolta da Tolone e Marsiglia la flotta
franzese comandata dai _signor di Quene_, in numero di venti navi da
guerra e sei brulotti. Vennero alle mani presso di Stromboli, nel dì
7 di gennaio, le due nemiche armate; gran cannonamento, gran danno
seguì da ambe le parti. Dopo molte ore di fiera battaglia cessarono le
offese, con ritirarsi gli Olandesi a Melazzo, ed entrare i Franzesi nel
porto di Messina, dove sbarcarono le munizioni da bocca e da guerra
che seco aveano condotto. Seguì poscia una ben calda mischia nel dì
28 di marzo fra gli Spagnuoli e Franzesi uniti coi Messinesi; perchè
avendo i primi occupato il monistero di San Basilio fuor di Messina,
il _marchese di Vilavoir_ con sei mila armati andò ad assalirli.
Non solamente perderono gli Spagnuoli quel posto, ma ancora più di
ottocento dei lor soldati col conte di Buquoy, che li comandava. Già
dicemmo che nell'agosto dell'anno precedente s'erano impadroniti i
Franzesi della città di Augusta e delle sue fortezze. Al vicerè di
Sicilia stava sul cuore la perdita di quella città, e però nell'aprile
passò colà per tentare di riacquistarla, e pregò l'ammiraglio olandese
Ruyter di secondar l'impresa per mare, siccome egli fece spiegando le
vele a quella volta colla sua flotta. Colà comparve ancora il signor
di Quene comandante della dotta franzese, e nel dì 22 di aprile si
attaccò di nuovo fra loro un'aspra battaglia che durò più ore con
gravissimo danno dell'una e dell'altra parte, e con restar conquassati
i lor legni, ed esserne alcun d'essi affondato. Ognuno si attribuì la
vittoria, secondo il solito dei combattimenti dubbiosi, e massimamente
del mare, dove non è facile il conoscere l'altrui danno. Ma se non
altro, un grave colpo toccò agli Olandesi, perchè il loro famoso
Ruyter vi restò malamente ferito, e da lì a pochi giorni terminò la
vita in Siracusa, dove s'era ritirata la sua flotta, che poi passò a
racconciarsi a Palermo.
Ma qui non finì la voglia di combattere. Nel dì 21 di giugno
pervennero a Messina venticinque galee, partite da Marsiglia con
tre vascelli da guerra. Ingagliardito da questo soccorso il _duca di
Vivona_, viceammiraglio franzese, determinò di fare una visita senza
complimenti all'armata navale olandese e spagnuola che riposava nel
porlo di Palermo. Ventotto vascelli, venticinque galee e nove brulotti
componevano la di lui armata. Contavansi in quella degli Olandesi e
Spagnuoli ventisette vascelli e diecinove galee con quattro brulotti.
Nel dì 2 di giugno s'azzuffarono le nemiche flotte; le artiglierie,
ma spezialmente i brulotti, portarono un grande squarcio nella flotta
degli Spagnuoli, che vi perderono almen sette vascelli e due galee,
colla morte di gran gente, per confession degli stessi Olandesi. Ma,
secondo la relazion de' Franzesi, la perdita degli Olandesi e Spagnuoli
fu di dodici de' lor migliori vascelli, di sei galee, di settecento
pezzi di cannone e di cinque mila persone. In gran credito salirono
per questi conflitti i Franzesi, avendo fatto conoscere che non erano
invincibili gli Olandesi, tenuti in addietro per sì formidabili in
mare. E certamente di simili danze non ne vollero più essi Olandesi nel
Mediterraneo, e se ne ritornarono poscia a casa loro. Essendo dunque
rimasti i Franzesi padroni del mare in queste parti, ed avendo ricevuto
da Tolone nel settembre un rinforzo di tre mila uomini, e nell'ottobre
altri mille e cinquecento fanti e cinquecento cavalli, fecero in
appresso delle incursioni in Calabria; nella Sicilia s'impadronirono
dell'importante piazza di Taormina colla spada alla mano; presero la
Scaletta e la demolirono, e si impossessarono di alcuni piccoli luoghi
di quell'isola. Ancorchè mi faccia restare perplesso l'asserzione del
veneto elegante storico Giovanni Graziani, che riferisce al precedente
anno la morte di _Niccolò Sagredo_ doge di Venezia; pure, seguitando
io il Vianoli ed altre memorie, non crederei d'ingannarmi, con dirla
accaduta verso la metà d'agosto nell'anno presente. Un avvenimento poi
insolito, o almeno da gran tempo non veduto in quella sì ben regolata
repubblica, diede molto da discorrere alla gente. Secondo i riti
dell'ingegnoso ballottamento che si pratica per l'elezione dei dogi,
era caduta la sorte in _Giovanni Sagredo_, personaggio certamente degno
di quella dignità. Ma allorchè fu annunziato dal balcone il suo nome al
folto popolo, raunato nella piazza, cominciarono pochi dell'infinita
plebe a gridar con alte voci: _Nol volemo_; e crebbe appresso a
dismisura questo tumulto. Allora i saggi nel gran consiglio giudicarono
meglio non approvar la elezione del Sagredo, a cui per ricompensa
conferirono poscia altri dei principali onori della patria, ed elessero
doge Luigi Contarino. Seguitò ancora in questo anno l'ostinata guerra
della Francia contra de' collegati, le cui principali imprese furono
la presa di Filisburgo fatta dal _duca di Lorena_, e l'assedio di
Mastrich formato da _Guglielmo principe di Oranges_, ma con poca
riuscita, avendolo costretto i Franzesi a ritirarsi. Intanto era stata
destinata Nimega per trattarvi di pace colla mediazione di _Carlo II
re_ d'Inghilterra. Benchè si trattasse d'una città sottoposta agli
eretici, pure tale era la premura del pontefice per questo gran bene,
che s'indusse ad inviar colà _monsignor Bevilacqua_, per dar braccio
e calore alla concordia, per cui nondimeno s'impiegarono invano parole
e ripieghi nell'anno presente: sì alte erano le pretensioni d'ambe le
parti.
Anno di CRISTO MDCLXXVII. Indiz. XV.
INNOCENZO XI papa 2.
LEOPOLDO imperadore 20.
Non rallentava i suoi pensieri lo zelante _pontefice Innocenzo XI_ per
mettere in istato l'alma città di Roma da poter servire d'esempio alle
altre nella riforma de' costumi. Sopra tutto mirava egli di mal occhio
il soverchio lusso, padre o fomentatore di molti vizii e divorator
delle famiglie. Dopo aver preceduto colla moderazione introdotta nel
proprio palazzo, dove era cessata la pompa e introdotta la modestia,
nè si ammetteva se non chi portava la raccomandazione della probità
di costumi, cassò anche una parte della guardia de' cavalli leggeri,
perchè accresciuta senza necessità e mantenuta con troppa spesa. Poscia
in concistoro fece un sensato discorso, riprendendo i cardinali, che
parendo dimentichi di essere persone ecclesiastiche, e personaggi
posti sul candelliere per dar luce agli altri, usavano sì superbe
carrozze e livree cotanto sfoggiate, raccomandando loro di regolarsi
più modestamente in avvenire. Non mancavano a lui persone che di mano
in mano il ragguagliavano di chi spezialmente della nobiltà menava
vita dissoluta. A questi tali era immediatamente intimato lo sfratto,
acciocchè il loro libertinaggio non animasse altri all'imitazione, o
non servisse agli scorretti di scusa. Furono in oltre vietati tutti
i giuochi illeciti, e le bische o case dove si tenevano assemblee
scandalose di giuochi da invito. E perciocchè pel suddetto lusso i
baroni romani, non volendo gli uni essere da meno degli altri, quanta
facilità mostravano a far dei debiti, altrettanta difficoltà provavano
a pagarli, con grandi sciami dei mercatanti e creditori; ne ordinò il
santo padre al _cardinale Cibò_ una esatta ricerca, e di fargli pagare
con danari della camera, la qual poscia avea delle buone maniere per
esigere quei crediti. E perchè si trovò non essere sufficiente un
tal rimedio, continuando quei nobili a far delle spese eccessive e
debiti, che in progresso di tempo condurrebbono alla rovina le lor
case; con pubblico editto proibì ai bottegai, merciai, fornaci ed altri
negozianti di vendere ad essi robe senza il danaro contante sotto pena
di perdere i lor crediti. Erano poi in addietro giunte all'episcopato
persone non assai degne di così illustre e gelosa dignità. Per ovviare
a sì fatto abuso deputò il sommo pontefice quattro dei più zelanti
cardinali e quattro prelati, per esaminar la vita, i costumi e il
sapere di chi aspirasse al pastorale impiego in avvenire.
Quel nondimeno che teneva in non poca agitazione l'animo del saggio
pontefice, era la prepotenza de' ministri ed ambasciatori delle corone,
che in Roma da gran tempo tagliavano le gambe alla giustizia, ed
erano giunti sì oltre, che non solamente nei lor palazzi prestavano un
asilo più sicuro che quel dei luoghi sacri a gran copia di sgherri, dì
scellerati e malviventi; ma pretendeano eziandio che si stendessero
i lor privilegii ed esenzioni anche a qualsivoglia lor dipendente e
patentato, e a tutte le case adiacenti e vicine ai lor palazzi. Fece
di gran doglianze Innocenzo XI per questo alle varie corti, ma senza
frutto; nè volendo sofferire che coll'arrogarsi tanta autorità gli
stranieri ministri si scemasse ed avvilisse la propria, cominciò con
petto forte ad opporsi a sì fatto abuso. Fu il primo passo quello
di vietar con rigoroso editto che niuno potesse alzar sopra le sue
case o botteghe le armi di qualsivoglia monarca e principe secolare
ed ecclesiastico, protestando di voler egli essere il padrone e
l'amministratore della giustizia in Roma, come erano gli altri principi
in casa loro. A quella augusta città giunto il _marchese del Carpio_
ambasciatore del re Cattolico, quivi si diede a far leva di soldati
pel bisogno della Sicilia, col pretesto che altrettanto avessero fatto
i Franzesi. Ma perchè la gente ricusava di prendere partito, per la
fama che non correano le paghe, e perchè si dicea maltrattato chi
si arrolava; si sparse voce, per essere mancate varie persone, senza
sapersi dove fossero andate, che gli Spagnuoli le avessero rapite, e
poi segretamente inviate in Sicilia. Vera o falsa che fosse tal voce,
la plebe romana tal odio concepì contro la nazione spagnuola, che ne
facea scherni dappertutto, e ne seguirono non poche baruffe con delle
morti e ferite: perlochè non osavano più gli Spagnuoli di uscir dei lor
quartieri, o ne uscivano con pericolo. Ancorchè il papa si studiasse
col gastigo dei più colpevoli di far conoscere la rettitudine sua e il
suo rispetto alla corona cattolica, non rifiniva l'ambasciatore di far
ogni dì più gravi doglianze, e di chiedere maggiori soddisfazioni. Nè
gli bastò di desistere dal portarsi all'udienza del papa, ma fece anche
negare dal vicerè di Napoli l'udienza al nunzio apostolico. Cagion fu
questo affronto che dopo essersi accorto il ministro quanta poca forza
avessero le braverie contra di un pontefice, a cui la giustizia dava
coraggio, allorchè in fine per suoi affari fu costretto a chiedere
l'udienza dal pontefice, se la vedesse negata. Necessario dunque
fu che il re Cattolico con sua lettera pregasse il santo padre di
ammetterlo; e così terminò quella pendenza, con restarne maravigliato
più d'uno, avvezzo al mirare quanta altura mostrassero i ministri di
Spagna in Roma, e con qual riguardo procedesse verso di loro la corte
pontificia. Nè si dee tacere che questo santo pontefice non sapea
sofferire che nella sacra corte si vendessero gli uffizii, benchè non
ecclesiastici, perchè o ne risultava danno alla camera, obbligata a
pagare i frutti ai compratori, o poco onore ai papi, che per vendere ad
altri quei medesimi uffizii promovevano compratori talvolta non degni
a cariche più cospicue. Abolì egli dunque in quest'anno il collegio di
ventiquattro segretarii apostolici, con restituir loro il già pagato
danaro. Meditava anche di far cose più grandi, e a questo fine andò poi
raunando grosse somme. Ma sopravvenute col tempo le guerre col Turco,
che l'impoverirono, lasciò la cura di sì bella impresa ad un altro
Innocenzo, che era stato suo mastro di camera, e consapevole delle sue
nobili e sante idee.
Nella Sicilia in quest'anno durarono le ostilità, ma senza fatti che
meritino di passare a notizia dei posteri. Quantunque gli Spagnuoli
soli, rimasti alla difesa di quell'isola, si trovassero assai stanchi,
poca nondimeno era anche la forza dei Franzesi, ai quali scarsamente
vennero soccorsi da Tolone e Marsiglia. Ben si scorgeva non essere
intenzione de' Franzesi di voler fermare il piede in quell'isola,
loro unicamente premendo le terre annesse e confinanti col regno.
Terminò intanto i suoi giorni il _marchese di castel Rodrigo_ vicerè
di Sicilia, e in luogo di lui prese _pro interim_ quel governo il
_cardinale Portocarrero_. Varie prodezze all'incontro furono fatte
in Fiandra e in Germania, dove sommamente prosperarono l'armi del
re Cristianissimo. Riportarono i Franzesi una vittoria a Montcassel
contro il principe d'Oranges nel dì 11 di aprile. S'impadronirono di
Valenciennes, di Cambrai, di Sant'Omer, di Friburgo e di altri luoghi.
Solo contra di tanti collegati il _re Luigi XIV_ facea tremar tutti,
e sempre più andava stendendo i suoi confini. Seguitavano intanto
i ministri e i mediatori in Nimega a trattar di pace; ma perchè,
secondo il costume, ognun la volea a suo modo, niun l'otteneva.
Possenti erano gli uffizii di _papa Innocenzo XI_ per dar fine a tante
turbolenze, e sopra gli altri efficacemente vi si adoperava _Carlo
II_ re d'Inghilterra, il quale, chiarito oramai che le parole erano
bombe vote, si diede a fare un grande armamento che recasse più vigore
alla sua mediazione, minacciando chi ripugnava ad accettar le oneste
condizioni d'un accordo. Ma passò anche l'anno presente senza che i
popoli giugnessero a provar questo bene. Erasi nell'anno addietro,
portata _Laura duchessa_ vedova di Modena ad abitare in Roma, perchè
avendo il giovane _Francesco II_ duca suo figlio prese le redini del
governo, sembrava a lei di non trovar più in Modena le convenienze
sue. Con tante preghiere nondimeno la bersagliò il figlio duca, che
nell'anno presente ella se ne tornò a convivere con lui.
Anno di CRISTO MDCLXXVIII. Indiz. I.
INNOCENZO XI papa 3.
LEOPOLDO imperadore 21.
Continuava il suo soggiorno in Roma la cattolica _regina di Svezia
Cristina_, con far divenire il suo palazzo un'accademia di tutti i
letterati. Ma non poteva ella più reggere al magnifico trattamento
suo fin qui mantenuto, perchè le guerre passate fra i re di Svezia
e Danimarca e l'elettore di Brandeburgo aveano portato non lieve
eccidio alle rendite ch'ella s'era riserbate nella Pomerania. Ebbe
ella ricorso al sommo pontefice, implorando il suo aiuto; nè indarno
l'implorò, perchè il santo padre le fece assegnare una pensione
annua di dodici mila scudi, da pagarsi alla medesima dalla camera
apostolica. L'anno fu questo in cui ebbe fine la ribellion di Messina,
e l'ebbe assai lagrimevole. Trattavasi, come già dicemmo, della
pace in Nimega. S'avvide il re Cristianissimo che gli era forza di
abbandonar la Sicilia: tante premure ne faceano gli Olandesi, non che
gli Spagnuoli. Però volendo risparmiare le tante spese che gli costava
il mantenimento di Messina, città che già s'avea da abbandonare, non
volle aspettare il tempo della pace, ed improvvisamente spedì ordine
al _maresciallo della Fogliada_, il quale era stato spedito colà con
richiamarne il _duca di Vivona_, che immediatamente con tutti i suoi
se ne tornasse in Francia. Dopo avere il maresciallo imbarcata quasi
tutta la sua gente col pretesto di voler fare un'impresa, portò questa
dolorosa nuova al senato, e rimise ai Messinesi le guardie di tutte
le fortezze. Indarno fu pregato di sospendere per un po' di tempo la
sua partenza. Rispose essere così pressanti gli ordini suoi, che gli
conveniva far vela in quel giorno, offerendo nondimeno di ricevere
nelle navi chiunque dei Messinesi volesse far partenza con lui.
Uscito ch'egli fu di quel luogo, furono molti di parere che bisognava
trucidar quanti Franzesi ivi erano, e voltare il cannone contro le lor
navi, e mandarle a fondo. Ma a sì bestial consiglio prevalse quello
dei timidi e saggi. Però ad altro non pensarono i nobili e popolari,
ch'erano stati più caldi nella ribellione, che di sottrarsi all'ira e
vendetta degli Spagnuoli, da loro riguardati come gente implacabile.
Che terribile scena, che compassionevole spettacolo fu mai quello! che
urli, che singhiozzi, che lagrime! Ben sette mila persone andarono per
imbarcarsi con somma fretta, perchè non più di quattro ore fu loro dato
di tempo. Chi lasciava moglie e figliuoli indietro, chi seco menava
la famiglia tutta, portando quel poco di meglio che poteva, ed altri
nulla prendendo: tanta era la loro ansietà d'imbarcarsi. Infatti due
mila, gridando invano misericordia, ne restarono in terra, perchè il
maresciallo, per timore di troppo carico fece sciogliere le vele, e se
ne andò.
Ciò fatto, quella città che prima avea da sessanta mila abitanti,
a ragion dei già morti nella difesa, o allora fuggitivi verso la
Francia, o precedentemente ricoveratisi altrove, ridotta a sole undici
mila persone, trovando sprovvedute di ogni munizion le fortezze, e sè
stessa impotente a poter resistere, spedì deputati al governator di
Reggio, pregandolo di venire a prenderne il possesso. V'andò egli, nè
molto stettero a giugnere colà da Melazzo i duchi di Bornonville e di
Conzano colle regie milizie, ai quali furono consegnate le fortezze.
Sopraggiunse dipoi anche il nuovo vicerè _don Vincenzo Gonzaga_,
che rallegrò l'infelice popolo con pubblicare un perdon generale
finchè venissero gli ordini della corte di Madrid. Vennero questi,
e pieni di fierezza. Cioè furono confiscati i beni di chiunque era
fuggito; privata d'ogni privilegio la città, distrutte case, piantate
memorie infami della ribellione; bandito chiunque avea cariche dai
Franzesi, con altri rigori che io tralascio: tali certamente che
quella illustre città per gran tempo rimase uno scheletro, nè mai
più ha potuto rimettere le penne, perchè circa trenta mila Messinesi
passati ad abitare in Palermo, e quivi abituati, non vollero più
mutar soggiorno. E tuttochè la benignità del regnante ora _Carlo re_
di Sicilia, compassionando lo stato di sì bella città, abbia slargata
la mano in beneficarla, difficil cosa è che mai torni al suo antico
splendore, e massimamente dacchè è rimasta affatto spopolata di
nuovo per l'ultima peste. Ora non si può dire in quante ingiurie e
villanie prorompessero i Messinesi contro la nazion franzese e contra
del _re Luigi XIV_, chiamandolo dappertutto ad alte voci un principe
senza fede, un traditore, un mostro d'inganni, e che niun più in
avvenire avea da fidarsi di promesse franzesi, per aver egli lasciato
quel popolo in preda all'indiscrezione e vendetta degli Spagnuoli,
senza procurar loro, o almen permettere, che gli stessi Messinesi si
procacciassero prima qualche indulgenza e miglior condizione dal re
Cattolico. Nè ammettevano per legittima scusa il dirsi da' Franzesi,
avere i Messinesi fatto credere in Francia che dava loro l'animo di far
ribellare Palermo e tutto il regno; perchè somiglianti promesse sapea
ben valutare per quel che pesavano l'accorto gabinetto di Francia; nè
già esso si mosse per questo ad abbracciar la difesa di Messina, ma sì
bene per valersi di quel troppo credulo popolo a battere gli Spagnuoli,
finchè così portasse il proprio interesse.
Qual poi fosse il fine dei poveri Messinesi condotti in Francia,
eccolo. Furono dispersi per varie città, e mantenuti per un anno e
mezzo alle spese del re; poscia obbligati sotto pena della vita ad
uscire di quel regno con tanto danaro da far viaggio fino ai confini.
Laonde si ridussero anche persone nobili a mendicare il vitto;
altri divennero banditi, cioè assassini di strada; e circa mille
e cinquecento dei più disperati passarono in Turchia, e rinegarono
la fede: Più di cinquecento altri con passaporti degli ambasciatori
spagnuoli se ne ritornarono alla patria, credendosi ben in sella; ma,
a riserva di quattro, gli altri dal vicerè _marchese de las Navas_
furono condannati alla forca od al remo. Se poi fosse più lodevole
ed utile sì gran rigore, oppure qualche misura di clemenza verso un
popolo che s'era punito da sè stesso, lo deciderà chi ha più senno
di me. Erano tuttavia in piedi i trattati di pace nel congresso di
Nimega, quando il _re Luigi XIV_, per migliorar le sue condizioni,
andò nel furore del verno a impadronirsi di Gante e d'Ipri. Poi si
diede a maneggiar con tante arti gli spiriti olandesi, adescandoli
specialmente colla restituzione dell'importante piazza di Mastrich, e
con altri vantaggi che li ridusse a far seco una pace particolare, la
quale fu stipulata nel dì 10 di agosto. Curiosa cosa fu il vedere che
_Guglielmo principe d'Oranges_ fingendo di nulla saper di quella pace,
o sapendolo, per altri suoi motivi andò all'improvviso ad assalire
l'armata franzese comandata dal _duca di Lucemburgo_, che allora
assediava la città di Mons. Restò indecisa la vittoria; ma gran sangue
costò all'una parte e all'altra il combattimento. Allora fu che gli
Spagnuoli furono forzati a dar mano alla pace, riuscita ben diversa
dalle precedenti lor lusinghiere speranze; perciocchè in mano del re
Cristianissimo restarono la Franca Contea, Valenciennes, Bouchain,
Condè, Ipri, Santo Omer, Cambrai ed altri luoghi. Le altre terre
conquistate tornarono alla Spagna. Fu sottoscritta questa pace nel dì
17 di settembre in Nimega; e se riuscisse disgustosa agli Spagnuoli,
non occorre a me di dirlo. Non si pose per questo fine alla guerra
dell'imperadore e di altri collegati contro la Francia; ma dappoichè
era riuscito ai Franzesi di staccar dalla lega Olandesi e Spagnuoli,
eglino maggiormente alzarono la testa, e non poco si pensò ad ottenere
una sospension d'armi, tanto che si trovasse maniera di condurre anche
questi altri ad una intera pace.
Anno di CRISTO MDCLXXIX. Indizione II.
INNOCENZO XI papa 4.
LEOPOLDO imperadore 22.
Trionfò maggiormente in quest'anno _Luigi XIV re_ Cristianissimo con
dar la pace al resto de' principi già confederati contra di lui, e con
darla da vincitore, cioè colle condizioni che a lui piacquero, e che
gli altri furono necessitati ad accettare; giacchè scorgevano mancar
loro la forze per continuar la guerra soli contra di un re a cui tutta
la dianzi gran lega non avea potuto resistere. Però l'_imperadore
Leopoldo_ nel dì 5 di febbraio per mezzo de' suoi plenipotenziarii in
Nimega stabilì pace con esso re di Francia, cedendo a lui Friburgo,
e ritenendo in suo potere Filisburgo. Sì dura legge fu ivi prescritta
a _Carlo duca_ di Lorena, tuttochè marito della fu regina di Polonia,
sorella d'esso Augusto, ch'egli amò meglio di nulla ottenere per essa
pace, che di far qualche guadagno con approvarla. Di grandi proteste
furono anche fatte contra d'essa pace da altri sovrani, delle quali
si può credere che ridesse il re di Francia. Seguirono poscia altre
pacificazioni fra esso re Cristianissimo e il _vescovo di Munster_;
fra la corona di Svezia ed esso re di Francia dall'una parte, e il re
di Danimarca e l'elettore di Brandeburgo dall'altra, avendo la potenza
della corte gallica talmente sostenuto gl'interessi dello Svezzese suo
alleato, che gli fece restituire quanti Stati gli erano stati occupati
da' suoi avversarii. In somma non d'altro si trattò in questi tempi
che di posar l'armi, e di far fiorire dappertutto dopo tanti flagelli
d'una pertinace guerra, la sospirata pace. Ma una sorda guerra intanto
si esercitava in Inghilterra contra de' cattolici per una pretesa
cospirazione che da quegli eretici e religionarii si attribuiva a chi
seguitava la credenza della Chiesa romana: tutte cabale per impedire
la succession di quel regno a _Jacopo Stuardo_ cattolico duca di
Yorch, dacchè il _re Carlo II_ suo fratello mancava di legittima
prole. Fu perciò consigliato esso duca di Yorch di ritirarsi fuori del
regno colla duchessa sua consorte _Maria Beatrice d'Este_, finchè si
calmasse la mossa persecuzione contra di loro. Vennero essi all'Haya, e
poscia a Brusselles, dove anche si portò la duchessa vedova di Modena,
_Laura_, per visitar la figlia, ed assisterla nel conflitto di quelle
tribolazioni. Fermossi dipoi essa duchessa di Modena in Brusselles fino
all'anno 1684, per essere più alla portata dei bisogni della suddetta
sua figlia.
Godeva intanto anche l'Italia un'invidiabil quiete, ed attendeva il
sommo pontefice _Innocenzo XI_ alla riforma del clero e de' costumi,
mantenendosi in buona armonia con tutti i potentati. Non mancavano
zelanti che lo spronavano a farsi rendere conto dal _cardinale Altieri_
del maneggio suo nel precedente pontificato, per cui si vociferava
che avesse patito non lieve discapito anche la camera apostolica.
Non vi si potè egli indurre, siccome quegli che non amava, qualora si
scoprissero delle magagne in quel porporato, che queste ridondassero
in discredito del sacro collegio. E però al tribunale di Dio rimise
questo rendimento di conti. Nella corte di Mantova ne' tempi presenti
avea la dissolutezza preso un gran piede. Molto prima d'ora al piissimo
_imperadore Leopoldo_ erano state portate doglianze della poco lodevol
condotta della duchessa vedova _Isabella Chiara di Austria_ sua cugina,
e madre del giovine duca di Mantova _Ferdinando Carlo Gonzaga_. Per
prestarvi rimedio, aveva egli sotto pretesto d'altri affari spedito
a Mantova il conte di Vindisgratz con ordine di prendere segrete
informazioni. Saggiamente eseguì il conte le sue commissioni, ed avea
già concertato di condurre il giovinetto duca e la duchessa a Casale
per visitar quella piazza, e di rompere in tal congiuntura senza rumore
le tresche passate. Ma, scopertosi il segreto disegno, all'improvviso
la duchessa andò a ritirarsi nel monistero di Sant'Orsola, e il conte
Bulgarini prese l'abito di San Domenico; e questo bastò per quetar le
premure della corte cesarea. Già dicemmo presa in moglie dal suddetto
duca Ferdinando Carlo _Isabella Gonzaga_ principessa di Guastalla.
Se ne svaghì egli ben tosto, e diedesi in preda ad altri amori, non
solo illeciti, ma sconvenevoli anche di troppo alla sua dignità: al
qual fine si portava egli di tanto in tanto a Venezia, lasciando ivi
la briglia sul collo alle sensuali sue cupidità, che si veggono anche
descritte in libri stampati. Avvenne che _Ferrante Gonzaga_ duca di
Guastalla suocero suo cessò di vivere, lasciando solamente dopo di sè
due figlie. Per essere marito della primogenita, il duca di Mantova
volò a prendere il possesso di quegli Stati, reclamando indarno _don
Vincenzo Gonzaga_ cugino del defunto duca, ch'era vicerè in questi
tempi di Sicilia, ed ordinariamente abitava nel regno di Napoli, dove
la sua linea godeva i nobili feudi di Melfi e d'Ariano, credendosi egli
chiaramente chiamato dalle investiture cesaree al ducato di Guastalla
coll'esclusion delle femmine. Dispiacque non poco questa occupazione
ai duchi di Modena e di Parma, e fecero de' forti maneggi a Milano e
a Madrid, per sostener le ragioni di don Vincenzo; nè gli Spagnuoli
trascurarono questo emergente sulla speranza d'ingoiar essi Guastalla,
e contentar poscia esso don Vincenzo con altri Stati nel regno
suddetto. Spedirono per questo a Mantova un ministro; ma vi trovarono
orecchie sorde. Cominciarono dunque a rallentar la mano pel pagamento
del presidio di Casale di Monferrato; del che si dolse il duca alle
corti di Vienna e di Madrid. Quindi fu creduto che fin d'allora
cominciasse il duca un monopolio per vendere Casale al re di Francia:
risoluzione eseguita nei seguenti anni, siccome vedremo.
Anno di CRISTO MDCLXXX. Indizione III.
INNOCENZO XI papa 5.
LEOPOLDO imperadore 23.
Tante imprese, tanti acquisti fatti dal _re Luigi XIV_ nelle passate
campagne; lo aver egli data la pace a tanti suoi nemici con tanto
suo vantaggio; ridotta la sua potenza e il suo gabinetto formidabile
ad ognuno; e portata oramai la Francia ad un'altezza tale, che parea
già tendere alla monarchia universale: stupore cagionavano ed encomii
riscuotevano da tutti gli amatori di quella gran monarchia. Nè più
tardarono i suoi popoli ad accordare il glorioso titolo di _Grande_ ad
un re che per tante ragioni ben sel meritava. Ma non mancavano persone
che avrebbono desiderato in quel monarca più giustizia e moderazione,
senza di che non potea mai tenersi per assai limpido e giusto il
titolo suddetto. Bolliva in questi tempi una gran lite tra esso re e la
corte di Roma, per aver egli con suo editto stesa la regalia (cioè il
preteso diritto di disporre delle rendite e de' benefizii delle chiese
vacanti) sopra tutte le chiese di nuova conquista, e sopra altre del
regno che non erano mai state sottoposte a questo peso dalla corona
di Francia. Pretendeva all'incontro il sommo pontefice _Innocenzo
XI_ che questa fosse un'usurpazione manifesta; e tanto più perchè la
stessa regalia, tal quale è di presente, s'è andata fondando a forza
di abusi, e contro le determinazioni degli antichi canoni. Ma il re
Luigi, che stimava aver più forza i suoi cannoni che i sacri canoni,
tenne saldo; ed inviò a Roma nell'anno presente il focoso _cardinal
Etrè_, non già per soddisfare il papa, ma per condurlo ad acquetarsi
al regio volere. Sostennero anche i vescovi di Francia le pretensioni
del re, e scrissero al pontefice con pregarlo di rilasciar su questo
punto il rigore de' canoni, giacchè si trattava d'un re che più
degli altri promoveva i vantaggi della Chiesa cattolica, spezialmente
coll'abbassamento dell'eresia. E ciò scrissero in tempo appunto ch'essi
faceano di molte premure a quel potentissimo re per liberar la Francia
dal peso degli ugonotti, siccome egli fece dipoi. Queste amarezze
fra la corte di Roma ed il re Cristianissimo partorirono, siccome
diremo, degli altri sconcerti che diedero di moleste agitazioni allo
zelantissimo pontefice di questi tempi. Nè si vuole ommettere, che,
quando si credeano per la pace di Nimega poste a dormire le spade, i
fucili e le artiglierie, si risvegliò dalla Francia un'altra specie
di guerra; perchè si sviscerarono gli archivii del parlamento di Metz
e de' vescovi di quella città, e di Tull e Verdun, e della camera di
Brisach, e si fecero muovere infinite pretensioni di feudi e luoghi,
o infeudati o alienati o usurpati anticamente; pretensioni, dico, per
la maggior parte rancide e distrutte dalla prescrizione, ma che in
mano di sì potente re divennero armi di mirabil forza. Se ne dolevano
a più non posso gli Spagnuoli, alcuni elettori ed altri confinanti,
fra' quali anche il re di Svezia pel ducato di Due Ponti; ma conveniva
ad ognuno chinare il capo. Per questa via si mise in possesso il re
di varie piazze e paesi nella diocesi de' suddetti vescovati e nella
bassa Alsazia; e ne patirono forte gli elettori Palatino e di Treveri,
allegando essi indarno le paci precedenti. Giunse in quest'anno esso
re Cristianissimo fino a proporre per re dei Romani il _Delfino_
suo figlio, che ne' tempi presenti sposò la principessa _Maria Anna
Cristina_, sorella del giovine elettor di Baviera.
Accadde nella corte di Savoia, parte nell'anno presente e parte
nel susseguente, un imbroglio ch'io racconterò tutto in un fiato:
imbroglio, dico, di cui non ben si conobbero le circostanze, tale
nondimeno che fece grande strepito nelle corti. Avea fin qui tenuto
il governo di quel ducato madama reale _Maria Giovanna Batista_ di
Nemours, vedova duchessa di Savoia, e fattasi conoscere per una delle
più saggie principesse del secolo suo: tanta era stata la sua prudenza
e giustizia, e tale la sua costanza in non lasciarsi mai smuovere
dall'arti franzesi e spagnuole, per entrare in impegni di guerra.
Essendo già il _duca Vittorio Amedeo_ suo figlio pervenuto alla età di
quindici anni, pensò ella a provvederlo di moglie. E siccome parte per
politica e parte per genio, perchè nata in Francia, si mostrava assai
divota di quella corona, così lasciò regolarsi dalle insinuazioni della
corte di Parigi, per istabilire il maritaggio del figlio coll'_infanta
di Portogallo_, la quale si credea che, per mancanza di maschi, avesse
da ereditar quel regno. Per quante pratiche avesse dianzi fatte il re
Cristianissimo a fine di ottenerla in moglie al Delfino suo figlio,
non potè conseguire l'intento, avendo avuto più forza i maneggi degli
Spagnuoli, ai quali non potea piacere di vedere un giorno unito il
regno di Portogallo col troppo potente di Francia. Studiossi dunque
la corte di Francia di strignere il trattato di matrimonio fra essa
infanta e il giovinetto duca di Savoia, co' fini politici (secondochè
fu creduto) di avere in questo principe, se diveniva re di Portogallo,
chi fosse ben affetto alla corona di Francia, e di promuoverlo anche
al regno di Spagna, qualora il _re Carlo II_ mancasse senza prole: nel
qual caso avrebbe egli facilmente compensata l'assistenza de' Franzesi,
con cedere loro la Navarra, oppure il ducato di Savoia e del Piemonte.
E già erano concluse in Portogallo queste nozze, quando all'improvviso
andò tutto in fascio con istupor della gente il concertato maritaggio.
De' motivi che tagliarono l'ordita tela parlarono molto gli speculatori
de' gabinetti principeschi. Altro non so dir io, se non che i
grandi della Savoia e del Piemonte aspramente si dolevano di questo
trattato, perchè fatto e sottoscritto senza menoma lor participazione
e consenso; e molto più perchè lo consideravano di sommo detrimento a
quegli Stati, tanto in riguardo al pubblico che al privato interesse.
Però animosamente si presentarono alla duchessa, rappresentandole la
dubbiosa eventualità della succession del Portogallo perchè poteano
nascere maschi a quel re, ed erano assai forti le pretensioni del re
di Spagna su quel regno. Aggiugnevano, che dovendosi mantenere il duca
lungi da' suoi Stati, per le grosse somme che annualmente converrebbe
somministrargli, tutti diventerebbero poveri. Peggio dipoi avverrebbe
per quegli Stati, qualora passasse nel duca la corona di Portogallo,
perchè diverrebbero provincie; del che peggio non può avvenire a chi
per sua fortuna ha il principe proprio; e che allora la Savoia e il
Piemonte, oltre alla disgrazia di rimanere spolpati per le rendite
ducali che passerebbono a Lisbona, facilmente ancora andrebbero in
preda alla insaziabilità de' Franzesi.
Nulla si profittò con queste querele. Madama reale ne fece consapevoli
i Franzesi, e questi si rinforzarono di gente a Pinerolo. Disperati
que' nobili aspettarono un dì che la duchessa fosse uscita di città,
e, presentatisi al _duca Vittorio Amedeo_, gl'intonarono le medesime
riflessioni, con aggiugnere che si trattava della sua rovina, avendo
la madre fatto tutto quel monopolio solamente per soddisfare alla
propria ambizione, e poter continuare nella di lui lontananza il suo
imperio; e doversi temere che i Franzesi il volessero lungi da' suoi
Stati per ingoiarli, o riceverli senza fatica da una principessa che
chiudeva in seno un cuor tutto franzese. Restò attonito il giovinetto
principe, e dimandò tosto che rimedio vi fosse. Non altro, risposero
essi, che di mettere in una fortezza la duchessa, la quale cotanto in
pregiudizio del figlio si abusava della sua autorità. E senza dargli
tempo di maggiormente riflettere, gli cavarono dalle mani un ordine da
lui sottoscritto, benchè colle lagrime agli occhi, per l'arresto della
madre. Ritiratosi poi il duca, e ripensando a questo caso, non sapea
trovar posa, quando ecco arriva la duchessa al palazzo, e il truova
tutto pensoso e malinconico; e chiestone il perchè, il vede prorompere
in un dirotto pianto. Tanto colle carezze e coi baci si adoperò la
valente duchessa, che gli trasse di bocca il segreto e il pentimento.
Però, dopo averlo ben imbevuto del retto suo operare, ordinò che si
rinforzassero le guardie del palazzo, mandò a prendere alcune poche
compagnie di soldati da Pinerolo, e successivamente fece prendere i
principali della congiura, facendo spargere voce ch'eglino avessero
tramato di dare in man degli Spagnuoli la persona del duca. Andò poscia
in fumo tutto il trattato delle nozze suddette, e fu creduto, che per
questa ripugnanza de' popoli si sciogliesse il contratto. Venuto colla
flotta portoghese il duca di Cadaval a Nizza nel giugno dell'anno
seguente, per condurre in Portogallo il duca Vittorio Amedeo, il trovò
per disgrazia infermo, e durò la sua creduta finta indisposizione
sino all'ottobre, in cui la flotta portoghese se ne tornò a Lisbona,
ed allora il duca di Savoia ricuperò tosto la sua sanità. Ma, a
riserva de' ministri, non arrivò alcuno a sapere il netto di quelle
risoluzioni. E perciocchè niun processo fu fatto di que' nobili, nè
si videro essi punto gastigati, inchinarono molti a credere che tutta
quell'orditura fosse un colpo di destrezza di madama reale per rompere
il matrimonio promosso con troppa forza da' Franzesi, ma troppo mal
veduto dagli Spagnuoli e da' Piemontesi, e ch'ella con questo ripiego
si facesse merito colla corte di Spagna, senza perdere per questo la
buona armonia con quella di Francia, giacchè in tal congiuntura avea
data a conoscere la sua confidenza con essi Franzesi. Nè ci volea meno
d'una principessa di gran senno come era questa, per saper navigare fra
Scilla e Cariddi. Merita bene che si faccia qui menzione che nel dì 17
d'ottobre di quest'anno venne a morte il _conte Raimondo Montecuccoli_
cavalier modenese, che per tanti anni stato generale dello imperadore,
immortalò il suo nome con tante sue segnalate imprese, ed anche colle
sue _memorie_, le quali poi date alle stampe, son riguardate come
un capo di opera nel genere suo per istruzione di chi si applica al
mestier della guerra.
Anno di CRISTO MDCLXXXI. Indizione IV.
INNOCENZO XI papa 6.
LEOPOLDO imperadore 24.
La pace della Francia coi potentati cristiani non valea meno della
guerra al re Luigi XIV ne' tempi presenti. Il terrore dell'armi sue,
che dopo le passate sperienze faceano tremare tutti i confinanti,
prestava tal forza ad ogni sua pretensione, che niuno osava di
contraddire, se non con parole e proteste inutili, mentre esso re
Cristianissimo operando di fatto, e con isfoderar sole decrepite
pergamene, e con interpretare in suo favore le paci antecedenti,
si andava a mettere in possesso dei paesi ch'egli pretendeva a sè
dovuti. Però in quest'anno ancora diede varie pelate agli Spagnuoli
nella Fiandra e nel Lucemburghese. Arrivò fino a pretendere di sua
ragione Lucemburgo stesso. Indarno strepitavano i ministri di Spagna
e dell'imperadore. La luna seguita a far suo viaggio, senza mettersi
pena dell'abbaiar de' cani. Nella stessa guisa trattava egli _Innocenzo
XI_, pontefice costante in sostenere i canoni e i diritti della Chiesa,
che non volea cedere per le controversie della regalia. Vero è che il
_cardinale di Etrè_ rilevava nella corte romana i meriti singolari
del re Luigi, che in questi tempi promoveva a tutto potere nei suoi
regni la religione cattolica colla depressione della mala razza degli
ugonotti, ai figliuoli dei quali, giunti che fossero all'età di sette
anni, fu permesso di abbracciar la fede della Chiesa romana. Ma, oltre
al sapersi che anche per motivi politici il re era dietro a sterminar
quegli eretici, non conveniva già ch'egli si facesse pagare per questo
atto pio con altri atti pregiudiciali alle chiese. Quel nondimeno che
maggiormente sorprese ognuno in questi tempi, fu il segreto felicissimo
maneggio della corte di Francia per impadronirsi di Strasburgo, ossia
di, Argentina, capitale dell'Alsazia, una delle più belle, delle
più forti, delle più ricche città di Europa, e repubblica allora di
protestanti. Ciò che non possono parole, persuasive e ragioni, lo sa
fare infine l'oro ben adoperato dal gabinetto franzese. Con questo si
espugnarono prima gli animi dei principali di quella città, e poscia
coll'apparenza della forza; giacchè all'improvviso essendosi portate
sotto la medesima piazza numerose schiere e squadroni di Franzesi,
giunse il re Cristianissimo ad impossessarsi nel fine di settembre di
quell'importante città, e di rimettervi l'esercizio della religione
cattolica, senza pregiudizio dei privilegii della protestante.
Riuscì ben disgustoso a Cesare e ai principi della Germania questo
colpo, ma ne esultò in Roma ed altrove qualsivoglia vero amatore del
cattolicismo; e gran plauso ne riportò l'industria del re, che senza
adoperar la violenza unì un sì nobile acquisto al suo dominio.
Nel medesimo tempo un altro colpo di non minore riguardo venne fatto
in Italia da quel monarca, la cui indefessa vigilanza, aiutata da un
insigne primo ministro, cioè dal _marchese di Louvois_, si stendeva
dappertutto. Era gran tempo che esso re amoreggiava la città e
fortezza di Casale di Monferrato, posseduta, come vedemmo, in altri
tempi dall'armi franzesi. Accadde che _Ferdinando Carlo duca_ di
Mantova cominciò a risentir delle amarezze contro gli Spagnuoli, che
gli contrastavano il dominio di Guastalla, con sostener le ragioni di
_don Vincenzo Gonzaga_, a cui esso duca ingiustamente aveva usurpato
quel ducato. Non era egli men disgustato della corte di Vienna, perchè
_Carlo duca di Lorena_, al vedere il Mantovano mancante di prole, non
solamente per le ragioni della regina _Leonora di Austria_ sua moglie
cominciò a muovere delle pretensioni sul Monferrato, ma anche, vivente
esso duca Ferdinando, cercava di entrarne in possesso. Pertanto cadde
in pensiero al suddetto duca di Mantova di armarsi colla protezion
della Francia contra degli Austriaci. Ercole Mattioli Bolognese, suo
confidente, quegli fu che in Venezia mosse parola coll'_abbate di
Strada_, ambasciatore del re Cristianissimo, d'introdurre in Casale
presidio franzese, e l'ambasciatore non tardò ad informare ed invogliar
la corte di questo boccone. Succederono dipoi varie commedie in esso
affare. Imperciocchè, avendo spedito il duca a Parigi esso Mattioli,
non con altro fine, siccome egli protestava, che per far paura agli
Austrici, costui, valendosi d'un mandato che non si stendeva a Casale,
stabilì con quella corte le condizioni della consegna della cittadella
d'essa città. Penetrarono gli Spagnuoli questo segreto, e colle buone e
colle brusche indussero il duca a riprovar l'operato del suo ministro.
E infatti, o perchè dal Mattioli fosse veramente stato tradito, o
perchè si fosse pentito del patto imprudente fatto, sopra di lui
voltò tutta la colpa; e fu anche preteso ch'esso Mattioli, in passando
per Milano, con rilevar quel fatto al governatore, avesse toccato un
regalo di cinquecento scudi d'oro. Il bello fu che contuttociò fu egli
con titolo d'inviato spedito a Torino, ma lasciatosi attrappolar dai
Franzesi, che il chiamarono a Pinerolo, quivi terminò i suoi giorni in
una prigione.
Seguitò nulladimeno il re Cristianissimo a pretendere che si eseguisse
il concordato suddetto, ed inviò a Mantova il signor di Gaumont per
incalzare il duca, il quale all'incontro spedì l'abbate di Santa
Barbara a Parigi per placare sua maestà, facendole conoscere di
non essere tenuto ad un contratto troppo irregolarmente stipulato
da un infedel ministro. Finalmente nell'anno presente d'ordine
del re venne a Mantova l'abbate Morello, e contuttochè i ministri
dell'imperadore e di Spagna non omettessero diligenza alcuna per
iscavalcarlo, pur seppe trovar maniera di vincere il punto. Fama corse
ch'egli guadagnasse con regali i consiglieri del duca, e molto più
coll'esibizione di cinquecento mila lire di Francia il duca medesimo,
il quale, scialacquando le sue rendite in mille sfoghi d'intemperanza
di lusso, di sgherri, di musici, musichesse e buffoni, non ostante che
vendesse tuttodì titoli di marchese e conte, privilegii ed esenzioni
a chiunque ne volea, si trovava per lo più in necessità di danaro.
Fatto segretamente il contratto in Mantova, o pure in Parigi, dal
marchese Guerrieri ministro del duca, se ne vide tosto l'effetto. Erano
calati nella state in gran copia i Francesi a Pinerolo. Fu chiesto
il passo al duca di Savoia _Vittorio Amedeo_, uscito già di minorità;
ed ottenutolo, il _marchese di Bouflers_ si mosse colla vanguardia di
circa quattro mila cavalli, e gli tenne dietro il _signor di Catinat_
con otto mila fanti. Nel dì 30 di settembre il Bouflers arrivò a
Casale, e fece la chiamata alla cittadella, che non si fece pregare
a rendersi con uscirne la guernigione italiana di secento uomini.
Sopraggiunse poi la fanteria franzese, che entrò nella città, ma non
tardò poscia a ritornarsene in Piemonte, restando governatore della
cittadella il Catinat, e il governo civile in mano del duca di Mantova.
Ancorchè ad alcuni principi d'Italia non dispiacesse il mirare in man
dei Franzesi l'importante piazza di Casale, perchè questa serviva di
briglia agli Spagnuoli, soliti in addietro a voler dar la legge ad
ognuno; pure sommamente detestarono questa viltà del duca di Mantova
per altri motivi la corte di Savoia e la veneta repubblica; e molto più
ancora l'imperadore e il re Cattolico. Ora il duca Ferdinando Carlo
facea mille proteste, che contro sua volontà era seguito il fatto;
che i suoi ministri l'aveano tradito; fece anche mettere prigione il
marchese Guerrieri, benchè poi questa prigionia poco durasse. In oltre
detto fu ch'egli in Venezia giurasse sull'ostia sacra di non aver per
Casale tirato un soldo dalla Francia: proteste nondimeno che ebbero
la disgrazia di non trovar fede presso i più, e meno presso i saggi
Veneziani, i quali da lì innanzi il disprezzarono, gli tolsero il
commercio coi lor nobili, e alla di lui gente negarono ogni rispetto ed
esenzione; ancorchè egli non lasciasse per questo di portarsi a Venezia
nei tempi di carnevale a procacciarsi la gloria di superar tutti nella
ricerca de' piaceri.
Anno di CRISTO MDCLXXXII. Indiz. V.
INNOCENZO XI papa 7.
LEOPOLDO imperadore 25.
Benchè fosse pace per tutta l'Europa, pure la corte di Francia non
lasciava godere pace ad alcuno, continuamente attendendo a rendersi
formidabile a tutti. Il maresciallo _duca di Crequì_, d'ordine del re
Cristianissimo, formò una specie di blocco intorno alla importante
città di Lucemburgo, di modo che impedendo l'entrata dei viveri in
essa, timore insorse che pensasse ad impadronirsene: il che recò
somma gelosia non solo agli Spagnuoli padroni di essa, ma anche
all'Inghilterra ed Olanda, le quali interposero i loro uffizii per far
desistere la Francia da quella novità, siccome in fatti avvenne. Era
parimente inquieta la corte di Vienna, perchè dopo essersi studiata
di quetare i torbidi dell'Ungheria, commossi dal Techelì e da altri
malcontenti e ribelli, quando men sel pensava, vide coloro più che mai
contumaci muovere aperta guerra alla casa d'Austria coll'impossessarsi
di varie città in essa Ungheria. Gravi sospetti (per non dire di più)
correano che l'oro della Francia fomentasse quella cancrena. Anzi
essendosi udito che il gran signore de' Turchi facesse un incredibil
armamento con disegno di venir egli in persona contra di Cesare nel
prossimo venturo anno, non pochi si figurarono che a tal guerra fosse
commossa la Porta dai medesimi Franzesi; tuttochè la stessa corte
di Francia quella fosse che scoprisse ai ministri di Cesare e degli
altri principi cristiani il disegno di quegl'infedeli: il che non
si accordava col suddetto supposto. Era intanto arrivata al colmo
l'insolenza de' corsari algerini; dolevasi ogni nazion cristiana della
lor pirateria; e nel precedente anno aveano avuto l'ardire di dichiarar
la guerra alla Francia. A questo affronto, proveniente da quella
canaglia, si mosse lo sdegno del _re Luigi_; e però contra di loro
inviò in quest'anno una flotta di dodici vascelli da guerra, quindici
galee e cinque galeotte, sotto il comando del signor di Quene. Arrivò
questi davanti ad Algeri nel dì 23 di luglio, e salutò quella città
nel seguente mese con alquante centinaia di bombe, che non poco danno
cagionarono in quel popolo, non avendo esso con tutta la furia e copia
delle sue artiglierie potuto impedir que' disgustosi saluti. Ma perchè
il mare ingrossò, non potè quel generale far di più, e riserbò all'anno
seguente il resto del gastigo.
Perchè poi continuava lo zelante _papa Innocenzo XI_ a non voler
accordare al re Cristianissimo l'estensione della regalia, questi,
già avvezzo a risolutamente volere tutto quanto era di sua volontà ed
interesse, fece raunar nell'anno presente l'assemblea di quei vescovi,
che più degli altri erano disposti a secondare i suoi voleri, e colla
loro autorità regolò essa regalia per l'avvenire, senza far più caso
delle vive preghiere e forti doglianze del pontefice. Nè qui si fermò
lo spirito di dispetto e di vendetta che avea preso luogo nel cuore di
quel monarca; imperciocchè fece accettare e pubblicar da esso clero
nel dì 23 di marzo quattro proposizioni che crudelmente ferivano i
diritti e privilegii della santa Sede, molto prima disseminate dai
Sorbonisti sotto lo specioso titolo di libertà della Chiesa gallicana.
Cioè, che il romano pontefice non ha autorità diretta o indiretta sopra
il temporale de' principi, nè può deporre essi sovrani, nè assolvere
dal giuramento di fedeltà i loro sudditi. Che i concilii generali sono
superiori ad esso pontefice. Che l'autorità dei decreti della Sede
apostolica spettanti alla disciplina riceve la sua forza dal consenso
delle altre chiese. E che nelle quistioni di fede non sono infallibili
le sentenze della santa Sede, e solamente tali divengono quando vi
concorre l'approvazion della Chiesa. Se così ardite proposizioni
dispiacessero al sommo pontefice e a tutta la corte di Roma, non
occorre che io lo dica. Fu incitato più volte il santo padre ne'
tempi susseguenti a condannarle; ma egli non vi si lasciò mai indurre,
affinchè non credesse la nazion francese, che egli più avesse ascoltata
la passione che la giustizia in sì fatta condanna. Però nè lasciò la
cura ai suoi successori. Furono solamente da varii dotti scrittori
confutate quelle opinioni, e questa battaglia si è rinnovata anche
negli ultimi nostri tempi. Fu in pericolo l'Italia nell'anno presente
del flagello della peste, che dopo essere stata a Vienna, in Boemia ed
in altri luoghi della Germania, era giunta fino a Gorizia e ad altri
confini dello Stato veneto. Tale nondimeno fu la solita vigilanza
di quella provvida repubblica, che non potè fare ulteriore progresso
questo fiero malore. Maggiore apprensione intanto si ebbe per li gran
preparamenti d'armi e di gente che facea la Porta ottomana per terra e
per mare. L'_imperadore Leopoldo_, perchè più minacciato degli altri,
si diede anch'egli a far gente ed altre provvisioni, ma colla lentezza
tedesca; fece anche aggiugnere delle fortificazioni alla sua capitale,
giacchè essa non andava esente dal timore per la vicinanza di tante
piazze, occupate in addietro nell'Ungheria dalla potenza de' Musulmani.
Cominciò in oltre esso Augusto a trattar varie leghe col principi più
potenti, le quali furono poi conchiuse solamente nell'anno seguente,
ma che nulla frastornarono il terribile tentativo dei Turchi, di cui
parleremo fra poco.
Anno di CRISTO MDCLXXXIII. Indiz. VI.
INNOCENZO XI papa 8.
LEOPOLDO imperadore 26.
Se mai ci fu anno che tenesse la cristianità in agitazione, i corrieri
in moto, e l'universal curiosità in un continuo all'arme, certamente
fu questo. Imperciocchè finalmente si avverò il sospetto che il
gran signore aspirasse a cose inusitate in danno dell'augusta casa
d'Austria, essendo uscito in campagna il gran visir Mustafà Carà con
un'armata che più il timore che la verità fece ascendere a trecento
mila persone. Generalissimo dell'armi cesaree, ma armi troppo allora
deboli per resistere a sì gran torrente, fu dichiarato il prode _duca
di Lorena Carlo V_ cognato dello stesso _imperador Leopoldo_. Spedito
egli per contrastare il passo al potentissimo nemico esercito, ebbe
per grazia di potersene tornare indietro salvo, colla perdita nondimeno
di alcuni insigni uffiziali e di parte del bagaglio. Aveano trovato i
Turchi il varco per istradarsi alla volta di Vienna. Tale costernazione
perciò entrò in questa città allo scorgerne imminente l'assedio, che
l'Augusto Leopoldo con tutta la sua corte mossosi di là nel dì 7 di
luglio, si ritirò a Lintz, e poscia a Passavia, senza potersi esprimere
la terribil confusione di que' benestanti, per fuggire anch'essi con
quante carrozze e carra mai poterono trovare. Governatore di Vienna
restò il valoroso _conte Ernesto di Staremberg_, che si preparò a ben
ricevere gl'infedeli. Già erano stati atterrati i vasti e deliziosi
borghi di quell'augusta città; e intanto precorrendo gl'incendiarii
Turchi rovinarono col fuoco un amplissimo tratto dell'Austria,
distruggendo villaggi, palazzi, case e delizie. Circa dieci mila bravi
soldati formavano la guernigion di Vienna, oltre a tutti i cittadini
rimasti nella città, che, deposto il timore presero l'armi, concorrendo
anche i preti, i frati, le donne e i ragazzi a piantar le palizzate,
a cavar terreno, ove bisognava, e a prestare ogni altro possibile
aiuto. Entro la città furono poi spinte dal duca di Lorena alcune
altre migliaia di difensori. Nel dì 14 di luglio comparve l'esercito
turchesco, e cinse Vienna di assedio. Diedero costoro principio agli
approcci, a gittar bombe ed altri fuochi artificiali nella città, a
bersagliar colle batterie i baluardi, e a lavorar di mine: al quale
uffizio abbondavano di gente sperta, cioè di molti rinegati; laddove
Vienna si trovava quasi affatto priva di contraminatori. Non mi
fermerò io a far la descrizione di questo memorabile assedio, per
cui tutta anche l'Italia restò sbigottita, nè d'altro parlava che
d'un sì formidabile avvenimento. Tutti perciò correano alle orazioni,
avendo il pontefice pubblicato un solenne giubileo in tal congiuntura
per implorar la misericordia e la benedizione di Dio. Dirò dunque in
succinto che continuò per tutto l'agosto lo sforzo dell'armi turchesche
sotto Vienna, e giunsero esse a prendere il cammin coperto; a far più
mine e breccie nelle mura, a dar più e più furiosi assalti; ma che
maraviglie di valore fecero nella difesa anche i cristiani, sì col
rispingere i nemici, sì col far vigorose sortite, non risparmiando
il sangue proprio, e con tal felicità e bravura, che le migliaia di
Turchi lasciarono ivi le vite. Ma già aveano gli ostinati musulmani
fermato il piede nella punta d'un baluardo; e fu creduto che la città
non si sarebbe più potuta sostenere, se il gran visire avesse con un
generale assalto voluto sacrificar più gente. Forse fu ritenuto dalla
speranza di cogliere per sè i tesori della città, ottenendola a patti;
perchè col prenderla per assalto sarebbono le ricchezze cadute in mano
dei soldati vogliosi del sacco. Ma incoraggiti i difensori dal sicuro
avviso del vicino soccorso, più che mai attesero a nuove tagliate,
sortite, ed altre azioni coraggiose, per prolungare il più possibile
l'avanzamento de' nemici.
Avea ne' primi mesi di quest'anno l'_Augusto Leopoldo_ conchiuse
varie leghe, o per quiete o per difesa dell'imperio e degli Stati
suoi nella preveduta gran tempesta onde era minacciato. Spezialmente
per interposizione dello zelante pontefice _Innocenzo XI_ seguì una
confederazione fra lui e _Giovanni Sobieschi_ re di Polonia nel dì 31
di marzo. Quanto più vide esso Augusto crescere il pericolo, e poi
formato l'assedio della sua capitale, tanto più affrettò i principi
e i circoli della Germania, e il re suddetto di Polonia ad accorrere
in aiuto. La causa era comune. Caduta Vienna, dovea tremare ogni
principe e città di quei contorni. Concorsero dunque a sì urgente
bisogno il prode re polacco con circa trenta mila dei suoi nazionali;
_Massimiliano Emmanuele elettor_ di Baviera e _Giorgio elettor_ di
Sassonia, e molti principi volontarii, fra i quali quattro della casa
di _Sassonia_, due di _Neoburgo_ cognati dell'imperadore, _Eugenio
principe di Savoia_, due di _Wirtemberg_, due d'_Olstein_, quei di
_Analt_ e di _Bareit_, e il _principe di Waldech_ generale delle
milizie dei circoli. Unironsi quest'armi col generalissimo di Cesare,
cioè coll'invitto _Carlo V duca di Lorena_, il quale durante l'assedio
non era mai stato in ozio, ed avea battuto più corpi di Turchi,
che portavano viveri e munizioni al campo loro. Fecesi l'union de'
cristiani tedeschi e polacchi a Krems di là dal Danubio, e prese che
furono le più savie risoluzioni, passò di qua dal fiume il poderoso
esercito, consistente in ottantacinque mila combattenti, tutti ansanti
di combattere per la fede e per la pubblica salute contro i nemici del
nome cristiano. Divisa in tre corpi l'armata, con bella ordinanza calò
dalla montagna di Kalemberg nel felicissimo dì 12 di settembre. Andava
avanti il terrore, perchè i Turchi da' loro alloggiamenti scoprivano
sì fiorito e ben ordinato esercito animosamente scendere dal monte al
loro eccidio. Non fu lunga la resistenza fatta da coloro; perchè il
primo visire Mustafà Carà, ritiratosi in luogo alquanto distante dalla
battaglia, insegnò agli altri essere miglior partito il fuggire che
il menar le mani. Lasciarono dunque gl'infedeli in preda ai vittoriosi
Cristiani tutte le loro artiglierie, munizioni, viveri, insegne, tende
e bagagli. Al re polacco, che conducea l'ala sinistra, e ai suoi toccò
la fortuna di cogliere il quartiere del primo visire, nel cui superbo
padiglione trovò un immenso tesoro di arredi e contanti, e lo stendardo
principale dell'armata turchesca: il che produsse poi invidia e
doglianze nel resto dell'armata, perchè i soli Polacchi quei furono che
principalmente si arricchirono.
L'avere impiegato i soldati gran tempo nello spoglio, cagion fu che
non inseguirono i fuggitivi nemici. Entrarono nel seguente giorno
13 di settembre i trionfanti generali cristiani in Vienna, cioè il
re di Polonia, i duchi di Baviera, Sassonia e Lorena, e gli altri
principi, e alla vista de' mirabili lavori degli assedianti ed
assediati rimasero attoniti. Nel dì appresso giunse alla medesima
città, venuto pel Danubio, l'_imperador Leopoldo_ (il che raddoppiò
l'allegrezza), e non perdè tempo la maestà sua a rendere grazie a Dio
col far cantare un solenne _Te Deum_ per così insigne vittoria. Certo
non si può esprimere il giubilo che si diffuse per tutta l'Italia
all'avviso di quella sempre memorabil giornata. Le lingue d'ognuno si
sciolsero in inni di gioia e di ringraziamenti a Dio, e massimamente
in Roma, dove il pontefice _Innocenzo XI_ con molte migliaia di scudi
dati in limosina a' poveri, e con aprir le carceri e liberar tutti
i prigioni non capitali, soddisfacendo egli del suo pei debitori,
attestò la sua gratitudine al donator d'ogni bene. E perciocchè il
santo padre riconobbe sì felice successo dall'intercession della
Vergine santissima, essendo succeduta tal vittoria correndo l'ottava
della sua Natività, istituì dipoi la festa del Nome di Maria in quella
ottava. Fu poi dal re di Polonia inviato lo stendardo maggiore de'
Turchi alla santità sua: spedizione che fruttò al regio segretario
portator d'esso ricchi regali del _papa_, del _cardinal Francesco
Barberino_ e del _principe di Palestrina_. Coronarono l'armi di Cesare,
comandate dal duca di Lorena, la presente campagna con una vittoria
riportata contro i Turchi a Parcam, e coll'acquisto dell' importante
città di Strigonia nel dì 27 d'ottobre. Lo strepito di queste
gloriose azioni talmente sgomentò i dianzi ribelli Ungheri seguaci
del conte Emerico Techelì, che buona parte di que' comitati inviarono
a rendere ubbidienza al legittimo loro augusto sovrano. Diede molto
da discorrere, anzi da mormorare, in questi tempi la condotta del _re
Luigi XIV_, il quale di dì in dì minacciava nuova guerra alla Spagna,
insisteva nelle precedenti pretensioni, e ne sfoderava delle nuove;
ed oltre a ciò tenendo una potente armata ai confini della Germania,
tuttochè mirasse in tanto rischio la città di Vienna, e sì vicini i
Turchi alla depression de' cristiani; pure non alzò un dito per dar
soccorso al pericolante Augusto. E non è già ch'egli non l'esibisse
alla dieta di Ratisbona, ma ne voleva essere ben pagato, con pretendere
prima la cessione di Lucemburgo. Di sì generosa esibizione non vollero
prevalersi i ministri della dieta, perchè il pagamento sarebbe stato
certo; e qual fine potesse poi avere il lasciar entrare armato in
Germania un re sì potente e sì vago di conquiste, non appariva assai
chiaro. Certamente non sì potè levar di capo alla gente ch'esso monarca
non avesse, non dirò commossa la Porta ottomana contro di Cesare, ma
desiderata la caduta di Vienna, affinchè il corpo germanico si fosse
poi trovato in necessità d'implorar la sua protezione ed assistenza, la
qual forse sarebbe riuscita più pericolosa, che la guerra col Turco.
Tali erano le speculazioni dei politici d'allora: se ben fondate, io
nol so.
Sul fine di maggio in quest'anno tornò esso re Cristianissimo ad
inviare il signor di Quene con una flotta ad Algeri, per gastigar
quell'insolente nazione che nulla avea profittato della lezion
precedente. Tal terrore, tal danno recarono a quella città le bombe,
che i barbari inviarono a chiedere pace. Rispose loro il comandante
franzese di non poterne parlare se prima non restituivano tutti gli
schiavi cristiani. Nel termine di quattro giorni (era il fine di
giugno) ne condussero più di cinquecento. Ve ne restarono moltissimi
altri; contuttociò il signor di Quene diede luogo al trattato della
pace, e dimandò gli ostaggi. Uno d'essi fu Mezzomorto ammiraglio degli
Algerini. Costui, perchè alte erano le pretensioni de' Franzesi, nè
si concludeva l'accordo, dimandò di rientrare nella città, facendo
credere di poter levare gli ostacoli alla pace. Altro non fece costui
che commuovere a sedizione la milizia algerina; e fatto assassinare
Baba Hassan dei, ossia bei, ossia re d'Algeri, ottenne di esser egli
proclamato signore. Quindi ricominciò dopo la metà di luglio la guerra,
e con più furore di prima volarono le bombe, che cagionarono la rovina
di gran parte di quella città. Fecero que' Barbari alcune vigorose
sortite, ma furono sempre respinti. Se ne tornò poi nel settembre la
flotta franzese in Francia, senza avere stabilito accordo alcuno. Ma
perciocchè nell'anno seguente 1684 ebbe avviso il Mezzomorto che in
Francia si facea un più gagliardo apparecchio contra d'Algeri, spedì
a muovere proposizioni di pace, e questa poi si ultimò nel dì 23 di
aprile dell'anno suddetto con delle condizioni affatto onorevoli e
vantaggiose per la corona di Francia. Nel dì 30 di luglio dell'anno
presente terminò i suoi giorni _Maria Teresa d'Austria_ infanta
di Spagna e regina di Francia, che riempì di cordoglio tutto quel
regno: tanta era la sua pietà, la sua carità verso i poveri, la sua
inclinazione a tutte l'opere virtuose, la sua prudenza, e la sua
mirabil pazienza e disinvoltura, senza mai risentirsi de' pubblici
scandalosi adulterii del re consorte.
Anno di CRISTO MDCLXXXIV. Indiz. VII.
INNOCENZO XI papa 9.
LEOPOLDO imperadore 27.
Altro non s'udiva in questi tempi che doglianze degli Spagnuoli contra
la Francia, la quale ogni dì si metteva in possesso di qualche luogo
e signoria con pretensioni di dipendenze, feudi ed altri titoli, che
in mano di sì gran potenza diventano sempre irrefragabili. Si vede
una lista di città, villaggi, castella ed altri luoghi occupati con
questa muta guerra dall'armi franzesi dopo la pace di Nimega, lista
ben lunga, e tale, che cagiona anche oggidì stupore e compassione verso
chi restava sì fieramente pelato, senza osare di far altra opposizione
che di lamenti. Intanto gli eserciti del _re Luigi XIV_ erano sempre
ai confini, cercando pur motivi di nuova guerra. Gli Spagnuoli in
Fiandra non potendo più reggere a tanta oppressione, cominciarono le
ostilità contra de' Franzesi fin l'anno precedente. Si fecero ridere
dietro, perchè nè forze proprie aveano, nè collegati per sostener
questo impegno. Non altro che questo sospirava la Francia; e però in
esso anno passate l'armi del Cristianissimo all'assedio di Courtrai,
s'impadronirono di quella città e di Dismuda. E mentre nell'anno
presente i buoni Olandesi si sbracciavano in un congresso tenuto
all'Haia per trattare di pace, o almeno di tregua, il re, che da gran
tempo facea l'amore all'importante città di Lucemburgo, e conobbe il
tempo propizio, trovandosi allora impegnate l'armi di Cesare contro
il Turco, nel dì 28 di aprile mandò l'armata sua all'assedio di quella
città. Era questa creduta inespugnabile, ma i marescialli di _Crequì_
e d'_Humieres_ disingannarono la gente, con aver obbligato alla resa
quel presidio nel dì 4 di giugno. Dopo un sì bell'acquisto non ebbe
difficoltà il re d'accordare, nel dì 29 di esso mese, una tregua di
venti anni coll'Olanda, la qual poscia, per non poter di meno, fu
accettata anche dal re di Spagna e dall'imperadore: con che il re
Cristianissimo restò in possesso della città e ducato di Lucemburgo,
con obbligarsi di restituire alla Spagna le città di Courtrai e
Dismuda, spogliate prima di fortificazioni. Ma le paci e tregue della
Francia in questi tempi non erano che sonniferi per addormentar le
potenze, e duravano fintanto che si presentava occasione di nuovi
acquisti. Pareva poi alla corte di Francia che il giovinetto duca di
Savoia _Vittorio Amedeo II_ mostrasse più incitazione a Madrid che a
Parigi. Però, quantunque _madama reale_ bramasse di dare al figlio in
moglie la principessa di Toscana _Anna Maria_ figlia del _gran duca
Cosimo III_, pure tante batterie ebbe dai ministri di Francia, che le
convenne accomodarsi ad un altro accasamento. Fu dunque in Versaglies,
nel dì 9 d'aprile, stipulato il maritaggio d'esso _duca di Savoia_
colla _principessa Anna_ figlia di _Filippo duca_ d'Orleans, fratello
unico del re Cristianissimo. Si mise in viaggio ben tosto questa
principessa con accompagnamento assai nobile, e fu ricevuta ai confini
dal duca suo sposo.
A queste allegrezze tenne dietro, nel seguente maggio, una dolorosa
tragedia, che un nuovo campo aprì alle mormorazioni contro la
prepotenza de' Franzesi, che avea fissato il punto massimo della sua
gloria in farsi ubbidire da tutti, e in far tremare ognuno. Gran tempo
era che non sapea sofferir quella corte di mirar la repubblica di
Genova, secondo l'inveterato suo costume, cotanto aderente a quella
di Spagna, e posta sotto il patrocinio del re Cattolico. Andava perciò
cercando motivi di lite con essi Genovesi; e mancano forse mai ragioni
al lupo, allorchè vuol divorare l'agnello? Pretesero i Franzesi di
tenere un magazzino di sale in Savona, per provvederne Casale di
Monferrato: novità che tornava in grave pregiudizio alle finanze della
repubblica, e però non si voleva accordare. Quattro nuove galee aveano
fabbricato essi Genovesi: diritto che niuno aveva mai contrastato
alla loro sovranità e libertà. Col pretesto che queste avessero da
servire per gli Spagnuoli, fu loro intimato di disarmarle. Più e più
affronti si videro fatti dalle navi franzesi a quelle de' Genovesi e
alle loro riviere; pure tollerava tutto la paziente repubblica. Fu poi
spedito a Genova con titolo di residente il signor di Saint Olon, e
poco si stette a conoscere mandato a cagionar dei garbugli, avendo egli
cominciato a proteggere i delinquenti, e a defraudar le gabelle (benchè
assegnato a lui fosse un regalo annuo di mille e cinquecento pezze per
sicurezza della dogana) e a far portare armi a' suoi dipendenti, che
impunemente ogni dì facevano delle insolenze. Ma, per venire al punto
principale, la corte di Francia, che prima coll'esempio d'Algeri, ed
ora con quel di Genova, voleva imprimere in chicchessia il terrore
della sua potenza, spedì con una flotta il _signor di Segnelay_,
figlio del celebre _signor di Colbert_, mancato di vita nel precedente
anno, che, presentatosi nel dì 17 di maggio sotto Genova, intimò alla
repubblica la disgrazia e i risentimenti del re, se immediatamente non
gli consegnavano i fusti delle quattro nuove galee, e non inviavano al
re quattro consiglieri a chiedere perdono, e ad assicurare la maestà
sua della loro intera sommessione agli ordini suoi. Perchè non si
vide pronta ubbidienza a questa intimazione, cominciarono le palandre
franzesi nel seguente giorno a flagellar quella bellissima città
colle bombe. Sino al dì 28 del mese suddetto seguitò quell'infernale
pioggia; nel qual tempo fecero i Franzesi anche uno sbarco di gente in
terra, sperando forse in quella costernazione della città di potervi
mettere il piede. Ma i Genovesi rinforzati da varii corpi di truppe
regolate che loro inviò il governatore di Milano, ed animati dall'amor
della patria e della libertà, renderono inutile ogni altro sforzo de'
nemici, i quali nel suddetto dì 28 fecero vela verso la Provenza, e
passarono dipoi ad esercitare la loro bravura contra degli Spagnuoli
in Catalogna. Gravissimi furono i danni recati alla città di Genova
e a San Pier d'Arena, per essere rimaste incendiate e diroccate varie
chiese, palazzi, monisteri e case; ma non sì grande fu quell'eccidio
come la fama lo decantò. E intanto ben molto soffrì nel suo materiale
e nello scompiglio del popolo quella repubblica, ma intatta seppe essa
conservare la gemma della sua sovranità. Qual fine poi avesse questa
tragedia, detestata da chiunque senza parzialità pesava le cose, lo
diremo all'anno seguente.
Compiè la carriera del suo vivere nel dì 15 di gennaio dell'anno
presente _Luigi Contarino_ doge di Venezia, a cui, nel dì 25 di esso
mese, fu sostituito _Marco Antonio Giustiniano_. Passavano in questi
tempi controversie fra _papa Innocenzo XI e la repubblica veneta_,
perchè, non volendo più soffrire il pontefice i tanti disordini che si
sovente accadevano in Roma per le franchigie pretese dagli ambasciatori
delle corone, avea dichiarato a tutti di voler libero il corso della
giustizia contra dei malviventi e di chi facea contrabbandi. Per
questa contrarietà aveano i Veneziani richiamato il loro ministro,
ed altrettanto avea fatto il papa per conto del suo nunzio, che si
ritirò da Venezia a Milano patria sua. Contuttociò il buon pontefice,
in cui prevaleva ad ogni altro riguardo il zelo della religione e il
bene della cristianità, con sommo vigore si adoperò per unire in lega
contro il nemico comune l'_imperadore Leopoldo, Giovanni Sobieschi re
di Polonia_ e la _veneta repubblica_. Restò conchiusa questa alleanza
nel dì 5 di marzo dell'anno presente. Quanto al re polacco, gli riuscì
di ricuperare la città di Coccino, ma senza poter fare altra impresa
di considerazione. Nè pur si mostrò molto favorevole alle armi cesaree
la fortuna in quest'anno. S'era determinato nel consiglio di guerra
d'imprender l'assedio della regale città di Buda. A questo fine,
essendo uscito in campagna il _duca Carlo di Loren_a, prima s'impadronì
di Vicegrado, poscia mise in isconfitta il bassà di Buda, uscito per
contrastargli il passo; e dopo aver presa Vaccia, e forzati i Turchi
a ritirarsi da Pest, valicò sopra più ponti il Danubio, e nel dì 14 di
luglio mise l'assedio a Buda. Tentò più d'una volta il saraschiere di
dar soccorso all'assediata città, ma sempre fu respinto; anzi nel dì 25
di luglio uscito dalle trincee esso duca di Lorena col _principe Luigi
di Baden_, col generale _conte Caprara Bolognese_, e la maggior parte
della sua armata, andò ad assalir quella del saraschiere suddetto, e le
diede una rotta con istrage e prigionia di molti Turchi, ed acquistò
di molte bandiere ed artiglierie. Nel dì 9 di settembre arrivò anche
l'_elettor di Baviera_ sotto Buda, il cui assedio ostinatamente fu
proseguito sino al fine d'ottobre; ma sostenuto con estremo vigore
dagl'infedeli, che fecero continue sortite, e lavorarono forte
di mine e contramine. Intanto per la perdita di molta gente negli
assalti, e più per le malattie, essendo scemata assaissimo l'armata
cesarea, si vide sul principio di novembre forzata a ritirarsi da
quell'assedio, e a cercare riposo nei quartieri d'inverno. Si stese
all'incontro la benedizione di Dio nell'anno presente sull'armi
venete. S'era fortunatamente ritiralo da Costantinopoli il bailo di
quella repubblica, travestito da marinaro, ed ella avea fatto un bel
preparamento di milizie e navi, con eleggere capitan general _Francesco
Morosino_, già celebre per molte sue segnalate precedenti azioni. Il
pontefice _Innocenzo XI_ somministrò quel danaro che potè in aiuto dei
Veneti, e non solamente spedì ad unirsi colla lor flotta cinque sue
galee, ma sette ancora di Malta, e ne ottenne quattro altre da Cosimo
III gran duca di Toscana. La prima fortunata impresa che fecero i
Veneziani, fu quella dell'isola di Leucate, dove, nel dì 6 d'agosto,
s'impadronirono dell'importante fortezza di Santa Maura, e poscia di
Vonizza, Seromero ed altri luoghi. Di là passarono ad assediare l'altra
non men gagliarda fortezza della Prevesa, che costrinsero alla resa.
Nello stesso tempo anche i Morlacchi occuparono Duare in Dalmazia. Con
questo bel principio si dispose la repubblica a cose maggiori.
Anno di CRISTO MDCLXXXV. Indiz. VIII.
INNOCENZO XI papa 10.
LEOPOLDO imperadore 28.
Nel dì 16 di febbraio del presente anno per colpo di apoplessia mancò
di vita _Carlo II re_ d'Inghilterra; e morì, secondochè han creduto non
pochi storici, nella comunion della Chiesa e religion cattolica. A lui
succedette Giacomo II suo fratello, professore anch'egli, e pubblico,
della stessa religione. Si diferì poi la coronazione del novello re,
e di _Maria Beatrice d'Este_ sua consorte fino al dì 3 di maggio; e
questa fu celebrata con incredibil solennità e pompa. Al mirare sul
trono della Gran Bretagna un re cattolico, si dilatò l'allegrezza in
tutte le provincie del cattolicismo per la conceputa speranza di veder
cessare il funestissimo scisma di quel fiorito regno, e riunita un dì
alla Chiesa sua vera madre quella potente nazione. Ribellaronsi al
re Giacomo i conti d'Argile e il duca di Montmouth, figlio bastardo
del re defunto; ma egli ebbe la fortuna di atterrarli amendue e di
assodarsi sul trono. In quest'anno il _re Luigi XIV_ prese a gastigar
l'insolenza de' corsari tripolini con ispedire il _maresciallo d'Etrè_
alla lor città, il quale così ben regalò di bombe quel popolo, che
l'astrinse, nel dì 29 di giugno, a chiedere misericordia, a restituir
tutti gli schiavi franzesi, e a pagar per emenda di tante prede da lor
fatte cinquecento mila lire di Francia. Riportò il plauso d'ognuno
questo gastigo, perchè troppo meritato da que' ladroni infedeli. Ma
restò all'incontro disapprovato il rigore con cui quel monarca diede
la pace alla repubblica di Genova con una capitolazione sottoscritta in
Versaglies nel dì 22 di febbraio, per la quale fu obbligato quel doge,
cioè _Francesco Maria Imperiali_, con quattro senatori a portarsi in
Francia ai piedi del re per attestare alla maestà sua il dispiacere
di avere incontrata la sua indignazione. Furono anche obbligati i
Genovesi a disarmar le quattro nuove galee, a dar congedo alle milizie
spagnuole, e a rifare i danni cagionati dalle bombe franzesi a tutte
le chiese e luoghi sacri della lor città. Per tale aggiustamento s'era
adoperato vivamente il nunzio pontifizio _Ranucci_ d'ordine del sommo
pontefice, e perciò alla medesima santità sua fu rimesso il lassare
il pagamento intimato alla repubblica pel suddetto risarcimento.
Obbligò eziandio esso re, nel dì 30 d'agosto, i corsari tunisini alla
restituzion degli schiavi franzesi, con altre condizioni vantaggiose
alla Francia, anzi a qualunque cristiano che navigasse sotto la
bandiera franzese. Ma quel che fece maggiormente risonare il nome del
Cristianissimo monarca, fu l'editto da lui pubblicato nell'ottobre
di quest'anno con cui rivocò ed annullò l'editto di Nantes del 1598,
vietando in avvenire ne' suoi regni l'esercizio della setta calviniana.
Che lamenti, che esagerazioni facesse tutto il partito de' protestanti
per questa risoluzione del re Cristianissimo, non si potrebbe esporre
se non con assaissime parole. Declamarono essi sopra tutto contro
alcuni eccessi commessi nella conversion di quegli ugonotti, che o non
vollero o non poterono uscir di Francia. Rumoreggiarono altri contro
la poca economia del re, il quale lasciò partir dai suoi regni tante
migliaia di famiglie eretiche, e con esso loro tanti milioni d'oro, e
tanti artisti che andarono ad arricchir paesi stranieri. Ma il re volle
preferire al proprio interesse il ben della sua monarchia, la quale,
per gli esempli passati, non si trovava mai sicura, nutrendo nel seno
gente di religion diversa; che non cessava di tentar di nuocere, e
teneva sempre in sospetto la corona. In somma presso i cattolici sì pia
e generosa azione di _Luigi XIV_ tale fu, che basterà sempre a rendere
glorioso ed immortale il suo nome.
Nella campagna dell'anno presente fu risoluto dall'esercito cesareo,
comandato da _Carlo duca di Lorena_, di formar l'assedio di Neukaisel,
una delle piazze più forti che possedesse l'ottomana potenza
nell'Ungheria. A dì 7 di luglio si diede principio alle ostilità contra
di quella piazza. A questo avviso il saraschiere, forte di sessanta
mila persone si portò a Vicegrado e se ne impossessò, e passò poi a
stringere d'assedio la città di Strigonia. Allora il duca di Lorena,
lasciato il generale _conte Enea Caprara_ sotto Neukaisel, preso il
meglio dell'esercito cristiano, andò per affrontarsi col saraschiere.
Costui, ritiratosi da Strigonia, non voleva il giuoco; tanto fece
il duca, che il tirò a battaglia, e lo sconfisse con acquisto de'
padiglioni e di molte artiglierie, bandiere e munizioni. Animati
da questo buon successo i cristiani, giacchè era fatta la breccia a
Neukaisel, nè a tempo i Turchi presero la risoluzione di rendersi,
v'entrarono a forza, e tagliarono a pezzi tutto quel presidio.
Impadronissi dipoi il maresciallo Caprara di Eperies, Tokai e Kalò; e
venne all'ubbidienza sua anche la città di Cassovia. Così ai generali
_Mercy_ ed _Heisler_ riuscì di prendere la fortezza di Zolnoch, e
di disfare il ponte d'Essech. Altre prosperose azioni si fecero in
Bossina e Corbavia dall'armi cristiane. A queste imprese concorsero
ancora da Parigi i _principi di Contì_ e di _Roccasurion_ fratelli,
e il _principe di Turrena_, con lasciar ivi non pochi segni della lor
intrepidezza. Quanto a' Veneziani, inferiore non fu la felicità delle
lor armi sotto il comando di _Francesco Morosino_ capitan generale.
Nelle loro armate generale della fanteria era il _principe Alessandro_
fratello di _Ranuccio II_ duca di Parma. Militava parimente il
_principe Massimiliano di Brunwsich_ alla testa d'alcuni reggimenti del
duca suo padre. Tra molti volontarii si contò anche _Filippo principe
di Savoia_. Vi spedì _papa Innocenzo XI_ le sue cinque galee, otto ne
inviò la _religion di Malta_, e quattro il _gran duca_ di Toscana.
Rivoltesi pertanto le mire dei Veneziani al Peloponneso, che oggidì
porta il nome di Morea, passarono all'assedio della città di Corone.
Non solamente gran resistenza fecero Turchi e Greci abitanti in quella
città, ma forza fu di combattere più fiate con un esercito turchesco,
che nelle vicinanze trincierato andava tentando di soccorrere la
piazza. A costoro fu data una rotta nel dì 7 di agosto: il che fatto,
più coraggiosamente si continuarono gli approcci e le offese contra
di Corone. L'ostinazion de' difensori giunse a tanto, che i cristiani
a viva forza sboccarono nella città, mettendo a fil di spada quanti
incontrarono, e poscia a sacco tutte le abitazioni. Vi si trovarono
cento ventotto pezzi di cannone, tra i quali ottantasei di bronzo, con
abbondanti munizioni da bocca e da guerra. Rinforzata di poi l'armata
veneta da tre mila Sassoni, prese Zernata, e poi Calamata, Chiefalà,
Gomenizze ed altri luoghi. Con tali felici avvenimenti, che sparsero il
giubilo per tutte le contrade d'Italia, ebbe fine la presente campagna.
Anno di CRISTO MDCLXXXVI. Indiz. IX.
INNOCENZO XI papa 11.
LEOPOLDO imperadore 29.
Si moltiplicarono in quest'anno le allegrezze per tutta l'Italia a
cagion dei continuati progressi dell'armi cristiane, tanto cesaree
che venete contro il comune nemico. Città italiana non c'era, dove
giugnendo di mano in mano le felici nuove di questi avvenimenti, non
si facessero falò ed innumerabili fuochi di gioia, con giubilo de'
popoli, i quali non d'altro parlavano che di Turchi sconfitti e di
città conquistate. Allora fu che il nome dell'imperadore ricuperò
ancora in Italia il genio e l'amore dei più delle persone. Diede
principio alle militari azioni degl'imperiali il _generale conte
Mercy_, con rompere i Turchi e Tartari nei contorni di Seghedino. Il
generale _Antonio Caraffa_ s'impadronì del castello di San Giobbe.
Tanta era la fiducia del prode duca di Lorena, che fu risoluto di
nuovo l'assedio di Buda. Colà passato l'esercito, trovò abbandonata
la picciola città di Pest, e dopo aver valicato il Danubio sopra un
ponte, cinse d'intorno quella città capitale dell'Ungheria. Trovata
poca resistenza nella città bassa, tutte le forze si rivolsero contro
il fortissimo secondo recinto. Carcasse, bombe, artiglierie faceano un
orrido fuoco; erano frequenti e vigorose le sortite dei nemici, ora
contro i Brandeburghesi e cesarei, ed ora contro i Bavari comandati
dal loro elettore, con felice o pur con infelice riuscita. Si venne a
più assalti, che costarono gran sangue, più sempre agli assalitori che
agli assaliti. Aveano già i cristiani preso posto nel terzo recinto,
quando si avvicinò il primo visire con un'armata di circa sessanta mila
combattenti, voglioso di dar soccorso alla piazza. Fece costui molti
tentativi, sacrificò anche della gente, e gli riuscì di far entrare
alcune centinaia di fanti nella piazza; ma i cristiani per questo non
rallentarono punto le offese. Uscì il duca di Lorena delle trincee
con animo di far giornata col Barbaro, il quale giudicò meglio di
ritirarsi; e però nel felicissimo dì 2 di settembre, dato un generale
furioso assalto, colla forza entrarono i valorosi cristiani nell'ultimo
recinto, e tutta restò in lor potere quella regal città. Grande fu
la strage dei musulmani, a cui tenne dietro il saccheggio dato dalle
avide milizie vincitrici. Ritrovaronsi nella città e castello almen
trecento cannoni di bronzo, sessanta mortari, oltre ad una gran copia
di attrezzi militari. Vi si trovò anche non lieve parte della suntuosa
biblioteca, già ivi formata dal re _Mattia Corvino_, i cui manoscritti
passarono di poi all'augusta libreria di Vienna. Che strepito facesse
sì glorioso acquisto, non si può abbastanza esprimere. Parve che
Dio avesse rivelato questo fortunatissimo giorno al santo pontefice
_Innocenzo XI_, perchè egli nello stesso dì rallegrò infinitamente
Roma colla tanto differita e tanto sospirata promozione di ventisette
cardinali. Nel dì 9 del suddetto mese giunse a Roma il corriere con
sì lieta nuova; e però nel dì 12 col suono di tutte le campane, colla
salva di tutte le artiglierie, con fuochi innumerabili di gioia, e
poscia con solenne messa si celebrò il rendimento di grazie a Dio.
Continuarono dipoi gran tempo ancora cotali allegrezze, non sapendo
il popolo romano far fine al giubilo. Altrettanto ancora avvenne
in assaissime altre città. Nè qui si fermò il corso delle vittorie
cesaree. Venne sottomessa dal generale conte _Federigo Veterani_ la
ricca e mercantile città di Seghedino sul Tibisco. Occupò il _principe
Luigi di Baden_ Cinque Chiese, Siclos e Dardo al Dravo. In somma non
v'era settimana che non portasse qualche nuovo motivo di letizia agli
amatori del nome cristiano.
Veniva poi questa mirabilmente accresciuta da altri felici
progressi delle armi venete in Levante. Erasi il capitan bassà nella
primavera presentato sotto Chiefalà nella Morea con forte speranza
di ricuperarla. Arrivò a tempo il capitan generale Morosini; ma
quando si credea di dover cacciare colla forza que' Barbari dal loro
accampamento, trovò che col benefizio della notte se n'erano fuggiti
lasciando indietro l'artiglierie. Avea la repubblica eletto per
primario generale delle sue armate di terra il _conte Ottone Guglielmo
di Konigsmarch_ Svezzese; e dopo aver presa i generali la risoluzione
di passar contra di Navarino, a quelle spiagge approdarono nel sacro dì
della Pentecoste. Due sono i Navarini cioè il vecchio e il nuovo. Il
primo non volle liti, e con buoni patti immantenente si arrendè; però
passò il campo intorno al nuovo, piazza assai forte, contro la quale si
diede principio a un terribil fuoco di bombe e artiglierie. Avvicinossi
il saraschiere con un corpo d'armata per tentare il soccorso. Usciti
i cristiani, con tal bravura andarono a trovarlo, che il costrinsero
a prendere la fuga, lasciando indietro cinquecento padiglioni, fra'
quali il suo composto di sette cupole e varie stanze, che occupava
trecento passi di giro. A questa vittoria tenne dietro la resa di
Navarino. Di là senza perdere tempo si voltarono i Veneti addosso alla
città di Modone, che non fece lunga difesa. Quindi impresero l'assedio
di Napoli di Romania, dove si trovò gran resistenza. In que' contorni
allora comparve il saraschiere; ma non gli diedero tempo i cristiani
di afforzarsi; perciocchè, iti a trovarlo, fecero di nuovo menar
le gambe alla sua gente; dopo di che s'impadronirono ancora d'Argo,
abbandonata da' Turchi. Perduta la speranza del soccorso, anche Napoli
capitolò la resa. Oltre a ciò, Arcadia e Termis vennero all'ubbidienza
della repubblica. Restò anche espugnata in Dalmazia la considerabil
fortezza di Sign dal generale Cornaro nel mese di ottobre. Per questi
avanzamenti delle cristiane armate giubilava il pontefice _Innocenzo
XI_, sviscerandosi intanto per inviar quanti mai potea soccorsi di
danaro all'imperadore Veneziani e Polacchi, tuttochè questi ultimi
nulla di rilevante operassero contra del comune nemico.
Un'altra singolar consolazione provò il santo padre e Roma tutta per
l'arrivo colà nel precedente anno del _conte di Castelmene_, spedito
ambasciatore da _Jacopo II re_ cattolico della Gran Bretagna alla santa
Sede. Un'ambascieria tale, dopo quasi un secolo e mezzo di disunione
di quella nazion potente, veniva considerata da tutto il cattolicismo
come un grandioso regalo della divina provvidenza, se non che quel
ministro procrastinava il mettersi in pubblico. Parimente nel dì 9
di aprile di quest'anno comparve a Roma _Ferdinando Carlo duca_ di
Mantova, i cui lunghi colloquii col papa diedero non poca gelosia ai
Franzesi, che erano in rotta colla santità sua. Colà poscia pervenne
ancora nel novembre di quest'anno _Francesco II duca_ di Modena
coll'accompagnamento di molta nobiltà e famiglia, per visitare la
_duchessa Laura_ madre sua e della regina d'Inghilterra, che tornata a
quell'augusta città, avea quivi fissata l'abitazione sua. Ancorchè il
santo padre, per cagion della podagra che il tenea per lo più confinato
in letto, desse poche udienze, pure ne diede una di quattro ore a
questo principe, compartendogli ogni possibil onore e dimostrazione di
amore e di stima. Passò dipoi esso duca per sua ricreazione anche alla
gran città di Napoli, dove il _marchese del Carpio_ vicerè sorpassò
l'espettazione d'ognuno nelle tante finezze che praticò con questo sì
illustre pellegrino. Un solo intrico era quello che teneva in grave
agitazione l'animo del buon pontefice Innocenzo. Era mancato di vita
nel precedente anno il cattolico _Carlo conte palatino_, ed elettore
del Reno, senza succession maschile; e ne' suoi Stati, per dritto
proprio, e in vigore ancora del suo testamento, era succeduto il
duca di Neoburgo _Filippo Guglielmo_, fratello di _Leonora Maddalena_
moglie augusta dell'_imperador Leopoldo_. Mosse tosto pretensioni sopra
l'eredità del defunto elettore la _duchessa d'Orleans Elisabetta_,
sua sorella, tenendosi ella chiamata a quegli Stati, o almeno a tutti
i beni allodiali: laddove il duca di Neoburgo sosteneva il suo punto
colle leggi dell'imperio, esclusive nelle femmine, e col testamento
suddetto. Non fu pigro a prendere la protezion della cognata il _re
Lodovico XIV_, e fin d'allora si cominciò a prevedere inevitabile una
guerra a cagion di questo emergente. Contuttociò il re Cristianissimo
con rara moderazione consentì di rimettere tal pendenza alla decisione
del regnante pontefice; ma, questi dopo aver fatto esaminar le
ragioni, sentendo troppo alte le pretensioni delle parti, non osava di
discendere a laudo alcuno, per la chiara conoscenza che disgusterebbe
l'una delle parti, e forse anche amendue. Siccome padre comune, e
sommamente bramoso di conservar la pace fra i principi cristiani,
in tempo spezialmente che procedeva sì felicemente la guerra contra
de' Turchi, forte s'affliggeva per questo litigio, e moveva tutti
i principi, affinchè, interponendo i loro uffizii, non si venisse a
rottura. Dalle premure del re Cristianissimo fu mosso in quest'anno
_Vittorio Amedeo II_ duca di Savoia a pubblicare un editto, per cui
si comandava l'esercizio della sola religion cattolica nelle quattro
valli abitate dai Valdesi, ossia dai Barbetti eretici: editto che niun
buon esito produsse. Portossi dipoi questo sovrano sul fine dell'anno
presente a Venezia, per godervi di quel carnevale, e ricevette da quel
saggio senato tutti i maggiori attestati di stima. I curiosi politici
immaginarono in tale andata non pochi misteri.
Anno di CRISTO MDCLXXXVII. Indiz. X.
INNOCENZO XI papa 12.
LEOPOLDO imperadore 30.
Col taglio di una pericolosa fistola al _re Luigi XIV_ salvò in
quest'anno la vita un valente chirurgo. Avrebbe ognun creduto, che
quel monarca, avvisato con questo malore della fragilità della vita
umana avesse da deporre o almen da moderare la sua fierezza. Ma non
fu così. Anzi più che mai risentito, dopo aver fatto provar la sua
potenza a tanti inferiori, volle anche farla sperimentare a chi meno
egli dovea, cioè all'ottimo pontefice Innocenzo XI. Siccome più volte
abbiam detto, era gran tempo che gli ambasciatori delle teste coronate
si erano messi in possesso delle franchigie in Roma, pretendendo esenti
dalla giustizia ed autorità del pontefice non solamente i lor palagi,
ma anche un'estensione di molte case nei contorni, che servivano di
sicuro ricovero a tutti i malviventi e banditi. Con questi indebiti
asili non si potea nè esercitar la giustizia, nè mantener la pubblica
quiete in quella nobilissima città. Perchè il pontefice avea dichiarato
di non volere riconoscere nè ammettere all'udienza ambasciatore alcuno,
se non rinunziava alla pretension delle franchigie, non si trovava
più in Roma alcun d'essi, a riserva del _duca d'Etrè_ ambasciatore del
re Cristianissimo, in riguardo di cui avea il santo padre promesso di
chiudere gli occhi durante solo la di lui ambasceria. Venne questi a
morte, e il papa ordinò tosto, che i pubblici esecutori liberamente
entrassero nelle strade e case già pretese immuni. Nè pure in Madrid
in questi medesimi tempi si volea più sofferire un somigliante eccesso
degli stranieri ministri. Ma il re Luigi, a cui certo non piaceva
che in Parigi alcun degli ambasciatori facesse in questa maniera da
padrone, era nondimeno intestato che fosse un diritto della sua corona
la franchigia del suo ministro in Roma, la quale, quantunque dovuta
a lui e alla sua famiglia, pure irragionevole cosa era il pretendere
che si avesse a stendere a quella esorbitanza che praticavasi allora
in Roma sotto gli occhi del pontefice sovrano. Ma se Innocenzo XI era
inflessibile su questo punto, con essere anche giunto a pubblicare una
bolla che vietava sotto pena della scomunica le franchigie, anche dal
canto suo Luigi XIV si mostrava costante in voler sostenere sì fatto
abuso; nè per quante ragioni sapesse adurre il _cardinal Ranucci_
nunzio apostolico, si lasciò smuovere da sì ingiusta pretensione.
Ora quel monarca, risoluto di far tremare anche Roma, scelse per suo
ambasciatore _Arrigo Carlo marchese di Lavardino_; e quantunque sapesse
le proteste del papa di non ammetterlo come ambasciatore, qualora non
precedesse la rinunzia delle franchigie, pure lo spedì nel settembre
di quest'anno alla volta di Roma con trecento persone di seguito. Fece
anche imbarcare a Marsiglia e Tolone sino a quattrocento cinquanta
tra uffiziali e guardie, che sul Fiorentino s'unirono col Lavardino.
Con questo accompagnamento, come in ordinanza di battaglia, entrò in
Roma il marchese nel dì 16 di novembre, essendo tutte in armi quelle
centinaia di uffiziali e guardie, e con questo fasto andò egli a
prendere il possesso del palazzo Farnese e di tutti gli adiacenti
quartieri. Fece chiedere udienza al papa, nè la potè ottenere; e
siccome egli pubblicamente contravveniva alla bolla pontifizia, così
tenuto fu per incorso nella scomunica. Cominciò più baldanzosamente
con superbo corteggio di carrozze e di ducento guardie a cavallo, tutti
uffiziali, e ben armati, a passeggiar per Roma. Teneva in oltre nella
piazza del palazzo suddetto trecento guardie a cavallo con ispada
sfoderata in mano, spendendo largamente per cattivarsi il popolo, e
facendo ogni dì conviti e magnificenza in casa sua, ridendosi del papa,
e minacciando trattamenti peggiori contra di lui: azioni tutte che non
si sapeva intendere come si permettessero o volessero da chi si gloria
di essere il primo figlio della Chiesa. Non mancavano persone, che
consigliavano il santo padre di non tollerar questi affronti, e di far
gente per reprimere tanto orgoglio; ma il saggio sofferente pontefice,
risoluto di voler più tosto dimenticarsi di esser principe, come
mansueto pastore non altro rispondeva, se non le parole del salmo: _Hi
in curribus et in equis: Nos autem in nomine Dei nostri invocabimus_.
Certamente fra le glorie di Luigi XIV non si può contare l'aspro
trattamento da lui fatto a _papa Alessandro VII_. Molto meno poi si
potrà lodare il più sonoro praticato coll'ottimo _papa Innocenzo XI_;
perchè ragione non c'è da poter mai giustificare le franchigie, tali
quali s'erano introdotte in Roma, nè la violenza usata dal Lavardino
con evidente ingiuria alla sovranità e all'eccelso grado di chi è
vicario di Cristo. Perchè poi esso Lavardino fece nel dì del Natale
del Signore celebrar messa solenne nella chiesa di San Luigi, e vi
assistè con tutta pompa, si vide sottoposta quella chiesa coi sacerdoti
all'interdetto.