Ricettatori.
I fratelli Migheli, dopo lo scontro avvenuto nei loro ovili di _Monte
fenosu_, temendo giustamente d’essere presi di mira per aver dato
ricetto a due famosi banditi, si erano dati alla macchia. Non tardarono
a cadere nelle mani della giustizia, e furono chiusi in carcere.
Diversi signori di Sassari, amici loro, volendo mettere in libertà i
due innocenti, si rivolsero a me ed a Cambilargiu, per impaurire alcune
autorità colle minaccie.
Da qualche tempo, infatti, i giudici usavano un rigore eccessivo contro
i nostri ricettatori; e bastava che io o Cambilargiu fossimo accolti
in un ovile, perchè i poveri pastori venissero perseguitati e messi
in carcere. Ai ricorsi anonimi seguiva immantinenti il processo, e la
condanna.
Simile misura ingiusta ci amareggiava l’anima. Che colpa, infatti, ai
poveri pastori od ai contadini, se ci davano ricetto e vitto quando
ci presentavamo alle loro capanne? E come avrebbero osato negarci un
soccorso, quando la nostra vendetta poteva farli pentire del rifiuto
datoci?
L’ospitalità sarda è generosa, illimitata, cieca; nè vi ha capanna, nè
ovile, nè casolare di campagna che abbiano mai negato rifugio e pasto
ad uno straniero, che si presenta per chiederli! Non è solamente la
paura di un bandito che provoca la generosità di un pastore o di un
signore: nessuno nega un soccorso a chi lo chiede; ed è meglio cento
volte essere tacciato di ricettatore, che macchiarsi d’infamia vendendo
il proprio ospite.
L’ospitalità non si concede ai soli banditi. Cento volte io venni
rifugiato, sfamato, soccorso, senza sapere ch’io mi fossi. Il pastore,
infatti, si guarda bene dal chiedere il nome dell’ospite che capita nel
suo ovile, poichè ben sa che nessuno ha il dovere di declinarlo.
La giustizia ha dunque torto di perseguitare e punire i ricettatori
di un bandito. Quanti furti, quante grassazioni, quanti omicidi
risparmiati per quell’asilo concesso, per quel tozzo di pane dato, per
quel riposo consentito! Le compagnie barracellari dovevano all’amicizia
dei banditi la sicurezza delle campagne; poichè senza di essi non
avrebbero potuto conseguire benefizio alcuno. Il vero bandito sardo fu
il terrore dei ladri di campagna; una sua minaccia li atterriva. Io ben
so, che la giustizia fa il suo dovere — ma so ancora che molti giudici,
diventati liberi cittadini, non si rifiutarono mai a dar ricetto ai
latitanti. È rarissimo il caso di un tradimento. Quanti nomi di persone
ragguardevoli potrei io qui registrare, le quali mi hanno dato asilo
e soccorso, mantenendo il più scrupoloso silenzio sulla loro generosa
protezione in nome dell’ospitalità, ed anche colla coscienza di aver
contribuito a fare un bene e non un male alla società! — Avrei voluto
vederli i signori giudici al posto dei nostri ricettatori, che vivevano
solitari in aperta campagna!
La persecuzione crudele verso i ricettatori, lo ripeto, ha sempre
indisposto i banditi; ond’è che io e Cambilargiu non potevamo rimanere
insensibili alla dura sorte toccata ai fratelli Migheli; i quali in
ogni tempo ci avevano dato ospitalità, più per bontà del loro animo,
che per il vincolo di parentela che li legava a Cambilargiu.
Fra i più severi e inesorabili nemici dei ricettatori era il giudice
Satta, ploaghese, stabilito da molti anni a Sassari. Costui era un vero
cerbero; faceva arrestare a diritta ed a manca quanti concedevano un
giaciglio o un tozzo di pane ad un bandito.
Dissi un giorno a Cambilargiu:
— Senti: bisogna che da una buona volta ci decidiamo a fare qualche
cosa per giovare alla causa dei nostri amici e tuoi cugini fratelli
Migheli. Ho studiato il modo di rendere mansueto e tollerante il
giudice Satta.
— Che hai pensato?
— Ho una bella idea: mettere il giudice Satta nella critica condizione
dei ricettatori. Vieni con me, e secondami.
Il giudice Satta possedeva a Sassari, nella regione _Eba ciara_, una
piccola campagna, dove soleva passare una buona parte del maggio e
dell’ottobre, insieme alla famiglia. Sapendo che il giudice trovavasi
colà da qualche settimana, io mossi a quella volta in compagnia di
Cambilargiu.
Era mezzogiorno, quando arrivammo sotto al colle dei Cappuccini.
Aprimmo il cancello, attraversammo il viale, e ci spingemmo fino alla
modesta casetta. Dall’acciottolìo dei piatti e dal rumore delle posate
ci accorgemmo ch’era l’ora del pranzo.
Fattosi alla porta il vignataro, gli dissi risoluto:
— Di’ al tuo padrone, che abbiamo urgente bisogno di conferire con lui!
Fummo fatti entrare addirittura nella sala da pranzo. Erano a tavola
una diecina di persone, compresi i bambini.
— Il signor giudice Satta? — chiesi rispettosamente, ponendo la mano al
berretto.
Il giudice levò gli occhi su di noi, e ci fissò sbigottito, pallido
per la paura. Certamente, vedendoci armati di fucili, di pistola e di
pugnale, capì subito che aveva da fare con banditi.
— Sono io! — balbettò con voce fioca e tremante — E voi... chi siete?!
— Io sono Giovanni Tolu! — risposi umilmente.
— Ed io Pietro Cambilargiu! — soggiunse il mio compagno, con bontà
rispettosa.
Il giudice sbarrò tanto d’occhi. Alcuni giovanotti, udendo i nostri
nomi, si erano alzati vivamente da tavola ed avevano scavalcato la
bassa finestra della sala terrena.
Io mi affrettai a soggiungere:
— Non abbiano paura; non veniamo qui per far male a nessuno. Siamo
banditi, e abbiamo il diritto di vivere come tutti gli altri uomini.
Chiediamo ben poca cosa. Abbia la bontà, con suo comodo, di mandarci
una trentina di lire per mezzo del suo vignataro. Gli indicheremo il
sito, dove troverà la persona a cui consegnarle.
— Non mancherò di farlo! — rispose il giudice Satta, respirando più
liberamente. — Sono spiacente di non aver la somma presso di me...
— Non si disturbi. La manderà domani, con suo comodo.
Il giudice Satta e la famiglia ci fecero allora buon viso, e ci
offrirono da mangiare e da bere; ma Cambilargiu si affrettò a dire, col
suo solito fare brusco ed insolente:
— No: non vogliamo bere nè mangiare, poichè potreste darci il veleno!
Ciò detto, augurammo il _buon appettito_ ed uscimmo dalla sala.
Oltrepassato il cancello dissi al mio compagno:
— Hai capito? D’ora innanzi il giudice Satta sarà più clemente coi
ricettatori di banditi. Anche lui ci ha dato ricetto, ci ha offerto
da bere, e ci manderà denaro! Puoi star certo che farà silenzio sulla
nostra visita!
— Bravo! — mi disse Cambilargiu — hai dato prove di abilità e di
furberia!
*
* *
Sollecitati di nuovo ad adoperarci per la liberazione dei fratelli
Migheli, io dissi a Cambilargiu:
— Che pensiamo di fare per i tuoi cugini? Non bisogna dimenticare
che i due figli di Salvatore Spano, di Ploaghe, sono impiegati nella
magistratura di Sassari!
— Andiamo dunque a trovare Salvatore a Ploaghe!
— No. È più prudente farlo venire in campagna; e a questo penserò io.
Mettiamoci in viaggio.
Giunti nelle vicinanze di Florinas, mandai a chiamare Salvatore Pinna,
ex barracello, al quale diedi incarico di recarsi a Ploaghe per far
venire lo Spano al molino di _Badu-canu_, dove noi lo aspettavamo.
Raccomandai intanto a Pietro Cambilargiu che frenasse il suo carattere
irritabile, mostrandosi umile e sottomesso col proprietario Salvatore
Spano, uomo grave, di buon senso, e fra i più saggi del paese.
Un’ora dopo lo Spano ci stava dinanzi:
— Che si vuole di me?
— L’abbiamo qui chiamato per farci una carità.
— Dite pure.
— La preghiamo di raccomandare a’ suoi figliuoli, impiegati a Sassari,
di usare un po’ di misericordia ai fratelli Migheli, d’altro non rei
che di aver dato ricetto nella loro capanna a Pietro Cambilargiu ed a
Giovanni Tolu.
— Non mancherò di farlo. Ricordatevi però, che i figli miei non
rappresentano il governo di Sassari. Essi sono semplici impiegati, che
dipendono da un’autorità superiore. Procuratevi dunque altre ingerenze,
e così uniti potremo giovare alla causa dei vostri raccomandati.
Pietro Cambilargiu, con l’aria spavalda che gli era abituale, disse
rivolto allo Spano:
— Badi di fare qualche cosa, chè altrimenti quei signori l’avranno da
fare con noi!
Il vecchio Spano corrugò la fronte, e disse gravemente rivolto al mio
compagno:
— Pietro, tu parli male! Quando si domanda una grazia, non si ricorre
a minaccie nè ad insolenze, che con me sono inutili. I miei figli sono
signori, vivono a Sassari, nè possono temere alcun danno da te. Se vuoi
essere ascoltato, parla come uomo, non come un insensato!
Allontanatosi Salvatore Spano, ebbi un vivo diverbio col mio compagno
per le sue maniere ruvide e villane.
— Hai dimenticato che siamo nelle vicinanze del mio paese! — gli dissi
— Io tengo a non essere insolente, nè sgarbato colle persone dabbene!
Messici poi d’accordo, combinammo di rivolgerci ad uno studente,
per scrivere alcune lettere all’indirizzo di persone autorevoli, in
relazione con giudici.
Le pratiche nostre, unite a quelle dello Spano, ebbero un ottimo
risultato. Poche settimane dopo i due fratelli Migheli venivano rimessi
in libertà dal tribunale di Sassari.