Questua per un fucile.
Dalla punta di _Scala Ruja_ mi recai all’ovile di mio cognato (in _su
Crastu mal’a servire_) nel territorio di Codrongianus e di Cargeghe.
Colà appresi, dal mio congiunto, essersi già divulgata la voce, ch’io
fossi rimasto ucciso, od arso vivo, nell’assalto di _Monte Fenosu_.
Arrivati insieme nelle vicinanze di Florinas, dissi a mio cognato:
— Dammi il fucile ed il berretto, e precedimi nel paese. Io resterò
qui, fino al tuo ritorno.
Mio cognato trovò molta gente che faceva ressa dinanzi alla porta della
nostra casa. La mamma, le sorelle, i miei fratelli piangevano la mia
morte. I signori di Florinas si fingevano addolorati per la disgrazia
toccatami, e cercavano di consolare i miei congiunti; ma in fondo erano
contenti di essersi liberati di me.
Mio cognato entrò in casa tutto allegro, e rivolto ai signori e a’ miei
parenti, esclamò:
— Cessate il pianto e consolatevi! Nulla di grave è avvenuto. È appena
una mezz’ora che ho lasciato Giovanni, sano e salvo come siamo noi!
La mamma e le mie sorelle, pazze dalla contentezza, ringraziarono Dio;
ma non so davvero se i signori florinesi abbiano fatto altrettanto!
Mi fu subito mandato da casa un berretto nuovo; e pregai mio cognato
che mi lasciasse per un po’ di tempo il suo fucile.
Una settimana dopo venne a trovarmi Pietro Cambilargiu, per informarsi
s’ero stato ferito, e se avessi riportata qualche contusione nella
caduta.
Narratogli il mio caso, lo esortai ad unirsi a me per raggranellare
dagli amici la somma necessaria per l’acquisto di un nuovo fucile.
Si andò insieme a trovare Salvatore Pinna, il capitano dei barracelli
di Florinas; il quale, a nome di tutta la compagnia barracellare, mi
sborsò dieci scudi, prelevati dalla cassa sociale. Si mandò in seguito
un’ambasciata anche a Gianuario Masia e a certo Marongiu, capitano e
tenente dei barracelli d’Ossi.
Essi risposero, di lasciarci vedere nell’ovile dello stesso Masia,
nella Nurra, dove si sarebbe stabilita la somma da consegnarsi.
Pietro Cambilargiu, sempre diffidente ed ombroso, mi disse con certo
risentimento:
— Mi avvedo oramai che gli abitanti d’Ossi sono tutti d’accordo
per farmi arrestare, collo scopo di procurare la impunità al loro
compaesano Antonio Spano. È un complotto fatto!
— Hai torto a parlare così! Essi pensano solamente a soccorrermi, non a
tendere un’insidia al mio compagno.
Pochi giorni dopo Cambilargiu volle farmi una confidenza:
— Senti, figlio mio. Ti avverto che, a tua insaputa, ho fatto scrivere
a mio nome una lettera a Monsignor Varesini. Gli ho chiesto cento lire,
dicendogli che ti abbisognavano per comprare un fucile, avendo perduto
il tuo nello scontro di _Monte Fenosu_. L’arcivescovo di Sassari mi
fece avere la somma... ed io me ne sono servito. Aggiusteremo i conti
un’altra volta[44].
A Cambilargiu erano abituali queste truffe, che io detestava. Un giorno
gli consegnai una somma, pregandolo di acquistare ad Osilo l’orbace
necessario, per farmi fare una giacca dalla moglie, molto abile in
simili lavori. Non vidi più denaro, nè giacca!
Una sera, finalmente, il capitano dei barracelli d’Osilo mi avvertì,
che un mercante di panno, certo Vigliano Altea, aveva un buon fucile
da vendere. L’arma mi piacque, e il capitano l’acquistò per cento lire,
che prelevò dalla cassa sociale del barracellato.
Quel giorno Cambilargiu mi disse:
— Ed ora siamo in pace; tu possiedi il fucile, ed io mi tengo le cento
lire dell’Arcivescovo di Sassari!
Non fiatai; ma il mio compagno non era contento. Parecchie settimane
dopo mi fece una nuova proposta:
— Senti, figlio mio. Giacchè il capitano dei barracelli d’Ossi non si
è ancora degnato di sborsarti la somma promessa per l’acquisto del
fucile, andiamo a rubargli un cavallo; e poi gli diremo che se vuol
riscattarlo ci dia qualche soldo.
Secondai questa volta l’amico per un doppio scopo. Ci recammo insieme
ad un’aia, dove sapevamo essere un buon cavallo, appartenente ad uno
zio di Antonio Spano, l’antico nostro compagno, col quale eravamo in
rottura, ed a cui volevamo fare un dispetto.
Il cavallo era stato ritirato dal padrone pochi giorni prima; ed allora
portammo via un’altra buona cavalla, del valore d’una trentina di
scudi. Allo stesso tempo mandammo a dire al capitano dei barracelli
d’Ossi, che la bestia era in nostro potere, e che lui poteva da noi
ritirarla mediante lo sborso di soli sei scudi.
Il capitano Masia ci mandò subito 35 lire, che Cambilargiu intascò
avidamente.
— No — diss’io — bisogna essere di parola. Ho detto sei scudi, e non
devono essere sette!
Ed imposi al mio compagno di rimandare al capitano uno scudo e la
cavalla.
Anche estorcendo l’altrui danaro, bisognava essere onesti e
galantuomini!