Barracellato di Florinas.
Faccio un passo indietro. Ho bisogno di dichiarare che io non posso
seguire scrupolosamente l’ordine cronologico dei fatti avvenuti.
Per essere più chiaro, intraprenderò, ramo per ramo, la storia della
mia vita. Non si deve dimenticare, che io narro gli avvenimenti di
quarant’anni, nè potrei interrompere un episodio per riprenderlo a
salti, secondo i diversi tempi in cui si svolse.
Erano appena iniziate le prime pratiche per la liberazione dei fratelli
Migheli, quando il comune di Florinas pensò alla riorganizzazione della
compagnia barracellare per l’esercizio 1853-54.
Il Consiglio comunale aveva deliberato di far cadere la nomina di
capitano dei barracelli su Peppe, il mio fratello gemello. Era evidente
che si voleva tutelare la sicurezza della proprietà col prestigio del
mio nome di bandito.
Peppe me ne aveva già parlato, e il Consiglio chiedeva il mio parere,
prima di accingersi alla nomina definitiva,
— Non voglio assolutamente che tu sia il capitano! — risposi a mio
fratello: — Tu devi rifiutare. Penserò io ad aggiustare le cose.
Partecipata la rinunzia al Consiglio, questo per tre volte confermò
la nomina di Peppe Tolu; e quando si seppe che mio fratello rifiutava
per mio suggerimento, alcuni consiglieri pregarono il sindaco di
consultarsi con me per formare la compagnia barracellare di Florinas.
Il sindaco uscì un giorno dal paese, come per diporto, e venne ad
abboccarsi con me in campagna.
— È egli vero che tu ti opponi perchè tuo fratello non accetti la
carica di capitano, che vuole affidargli il Consiglio?
— È verissimo!
— E perchè ciò?
— Perchè mio fratello non può, nè deve accettare la carica di capitano
dei barracelli!
— Lo credi forse incapace a coprirla?
— Lo credo capace, quanto abile ed onesto; ma è troppo povero, e gli
mancano i mezzi per disimpegnare convenientemente simile carica. Il
capitano ha bisogno di comoda stalla per custodirvi i cavalli, quando
capita la ronda dei barracelli d’altro comune; ha bisogno di essere
agiato per mettersi in grado di invitare a pranzo gli amici, quando
l’occasione si presenta; ha bisogno di spendere del proprio, perchè non
ha disponibile che la sola metà del salario anticipato dai vassalli.
Di questo salario non potrebbe servirsi, poichè dev’essere ripartito
alla fine della gestione fra i barracelli che rondano e lavorano
lungo l’anno: — se si verificano danni dovrà pagarli subito; se c’è
benefizio, dovrà fare il riparto equo. Mio fratello è troppo povero, nè
potrebbe senza sagrifizi ed umiliazioni disimpegnare una carica così
delicata. Credo in coscienza, che l’agiatezza e il benessere siano
indispensabili a chi è chiamato ad amministrare la roba d’altri; e
la miseria è sempre cattiva consigliera. Vi indicherò io la persona
da presciegliere per capitano dei barracelli. Intanto vi prego di far
venire qui don Ignazio Piras: ho bisogno di conferire con lui.
Venuto a me don Ignazio, prese a dirmi col sorriso bonario dei signori,
che vogliono canzonare i poveri diavoli:
— Ma perchè non vuoi permettere che tuo fratello faccia il capitano?
Tornerebbe ad onor tuo questa nomina; poichè quando si sapesse che il
capo della barracelleria è stretto congiunto ad un famoso bandito, i
ladri si guarderebbero dal recar danno all’altrui proprietà!
— Si persuada, don Ignazio; noi possiamo ancor vivere senza
quest’onore. Non insista più oltre, e mi risponda!
— Sentiamo.
— Quanti agricoltori può ella contare sotto la dipendenza della sua
casa?
— Una ventina; tu lo sai.
— E il dottor Andrea Serra?
— Altrettanti.
— Ciò vuol dire, che le vostre due case dispongono dell’intiera
popolazione. Invece, dunque, di un capitano, vi suggerisco di nominarne
due; e la scelta non dovrà ricadere che su don Ignazio Piras e sul
dottor Serra. In tal modo la popolazione di Florinas dipenderà dalle
vostre famiglie. Il numero dei barracelli, fissato in 15, e che
potreste raddoppiare, voi non lo porterete che a soli 25; e così il
barracellato, alla cui riorganizzazione è concorso tutto il paese, non
sarà inviso alla popolazione, la quale vivrà tranquilla nell’unione e
nella concordia. È questa la mia opinione!
Don Ignazio fece subito convocare il Consiglio comunale, e gli comunicò
la mia proposta, che venne accettata dalla maggioranza con viva
soddisfazione.
Formata la compagnia barracellare sulla base da me suggerita, venni
invitato a recarmi segretamente a Florinas[45].
Trovandomi in quel tempo insieme a Pietro Cambilargiu, lo pregai di
tenermi compagnia.
Ci presentammo in casa del capitano don Ignazio Piras, dove già
trovavasi il suo collega dottor Serra, nonchè i 25 barracelli, colà
attirati dalla curiosità di veder me e Cambilargiu, del quale avevo
preannunziato la visita.
Come ci presentammo nella sala, don Ignazio fece far silenzio, e
rivolgendosi a me, prese la parola solennemente:
— Giovanni Tolu; noi abbiamo seguìto il tuo suggerimento. Devo però
dirti, che il Consiglio ha deliberato di nominar te e Cambilargiu a
far parte della nostra barracelleria. Non pretendiamo che voi andiate
alla ronda (c’è abbastanza gente per farla!), ma desideriamo solo
che esercitiate una scrupolosa sorveglianza, massime verso i ladri
di bestiame. Dei guadagni della compagnia, voi sarete messi a parte
al pari degli altri; quanto alle perdite, non dovete preoccupacene:
pagheremo noi la vostra quota! Accettate?
Fatto un inchino rispettoso, io risposi:
— Don Ignazio, dottor Serra, amici tutti: io posso assicurarvi che la
capitaneria di questo anno avrà un esito soddisfacente, e apporterà
buoni frutti. Essa riuscirà più famosa di quella, che la tradizione ci
dice formata un’ottantina d’anni fa, sotto il comando di Baingio Canu.
Questo capitano (nominato quasi a dispetto del Consiglio comunale) non
volle seco che un solo barracello: il proprio nipote Pietro Canu. Vi
ricorderò il fatto, quale lo raccontano i nostri vecchi.
«Narrasi, che la notte susseguente alla costituzione della strana
compagnia di due individui, si verificò il furto di due cavalli,
eseguito coll’intenzione dispettosa di farli pagare al capitano ed al
nipote. Avuta la relazione della mancanza del bestiame, Baingio Canu
andò, sull’imbrunire, a trovare il nipote:
«— Pietro — gli disse — prendi il fucile e seguimi!
«Baingio Canu era un uomo energico e risoluto: buono o cattivo, a
seconda le circostanze.
«Si recarono entrambi, a notte tarda, dinanzi alla casa di colui, che
sapevano essere l’autore del furto.
«— Bada di far fuoco sul ladro, appena si presenterà alla porta! —
fece Baingio al nipote.
«— Sono agli ordini del capitano! — rispose Pietro, che rappresentava
l’intiera compagnia.
«Lo zio picchiò risoluto alla porta.
«— Apri Antonio, e vieni fuori: sono io!
«Il disgraziato si fece all’uscio, e cadde fulminato da una fucilata.»
— Così, o signori, finirà questa capitaneria — conchiusi, rivolto
all’adunanza. — Spero, però, che non avremo bisogno di spargere sangue
umano, poichè i ladri ci rispetteranno!
Gli astanti si congratularono con me, e la seduta fu levata[46].
Pietro Cambilargiu non disse una parola; egli ben sapeva, come mio
compagno, che non doveva opporsi a quanto avevo stabilito.
Terminata la discussione, don Ignazio Piras ordinò ai suoi servi di
andare in cantina a spillare il miglior vino. Fu dato a tutti da bere,
e si chiacchierò allegramente per una mezz’ora.
Uscimmo dalla casa di don Ignazio per recarci in quella del dottor
Serra, dove ci fu offerto lo stesso trattamento.
La moglie del dottore, colla quale ero in confidenza, m’abbracciò, e mi
baciò sulla guancia, alla presenza di tutti.
Cambilargiu, ch’era al mio fianco, mi disse con una certa amarezza:
— Vedo che sei proprio ben voluto nel tuo paese!
Uscimmo sulla via, seguiti dai nuovi barracelli e da molti amici.
Eravamo costretti a fermarci di casa in casa, poichè ognuno voleva
offrirci da bere. Una folla di curiosi ci veniva dietro, e tutti
parevano soddisfatti di vedere i due banditi, resi maggiormente celebri
dopo i recenti attacchi di _Nuzzi_ e di _Monte Fenosu_.
A Pietro Cambilargiu davano solo il _benvenuto_; ma io ero fatto segno
a dimostrazioni affettuose. Tutte le donne del mio paese, vecchie e
giovani, venivano sulla porta per stringermi la mano e per baciarmi,
compiangendo il mio triste destino. Ero vivamente commosso; mi pareva
di sognare, in mezzo a quella gente che mi aveva veduto nascere, o
colla quale avevo trascorso i più bei giorni della giovinezza.
Mi accorsi che quell’accoglienza affettuosa e spontanea era una spina
al cuore di Cambilargiu. Egli mi camminava al fianco imbronciato e
riflessivo. Io, che conosceva la sua natura diffidente e sospettosa,
gli leggevo in fondo all’anima. Egli certamente supponeva, che i tanti
amici miei non potevano essere che suoi nemici, poichè volentieri
avrebbero a lui teso un’insidia per concedere a me l’impunità a prezzo
della sua morte. Pensiero eterno del bandito, che lo spinge a diffidare
dell’amore, che altri nutre per un compagno d’infortunio!
Finalmente ci separammo, poichè non era prudenza rimanere più a lungo
in quel luogo — quantunque a Florinas non vi fossero carabinieri, e
don Ignazio avesse preso le debite precauzioni, prima di chiamarmi in
paese.