Giusta pena e pena ingiusta.
Farò un passo indietro per narrare due casi avvenutimi, durante il
tempo ch’ebbi a compagno il bandito Derudas.
Antonio Maria Cosseddu, di Banari, da qualche tempo cercava di farmi
la spia. Era stato tre volte in carcere, ed uscitone, volle seco
in compagnia due pastori banaresi (certi fratelli Antonio Maria
e Salvatore Carta) perchè non venisse molestato dai nemici. I due
fratelli erano ricchi, onesti, e molto stimati nel paese.
Il Cosseddu aveva in custodia molti porci e capre, a lui affidati da un
agiato proprietario di Banari.
Incorsi in una contravvenzione, i fratelli Carta erano stati condannati
a un mese di carcere. Poco dopo pubblicata la sentenza, fui invitato
a pranzo nel loro ovile, dove mi trovai in compagnia di Derudas, di
Gio. Antonio Nuvoli, e del prete florinese Massidda. Appresa la recente
condanna, tutti d’accordo consigliammo i due fratelli a costituirsi in
carcere l’uno alla volta, perchè così potessero sorvegliare il proprio
bestiame. Promisi, da mia parte, che avrei tenuto d’occhio la loro
proprietà, durante il tempo della prigionia dell’uno e dell’altro.
E così, infatti, essi fecero.
Durante il tempo che Gio. Maria scontava il suo mese di carcere, la
spia Cosseddu ebbe un vivo diverbio coll’altro fratello Salvatore, e
fu sul punto di ucciderlo, facendo accorrere sul luogo i carabinieri.
Quest’intervento dell’arma benemerita era stato forse concertato con
la spia, allo scopo di farmi sorprendere nella capanna insieme al mio
compagno Derudas. Scampai al pericolo — ma giurai di vendicarmene.
Costituitosi in carcere Salvatore (dopo uscitone il fratello Gio.
Maria) quest’ultimo si mostrò molto risentito del perfido contegno del
Cosseddu, e mi pregò di ucciderlo.
Io gli risposi:
— La vendetta sarebbe giusta; ma che avverrà in seguito? Tutti
ormai sanno che siete nemici del Cosseddu; e se io l’uccidessi, voi
sareste arrestati come esecutori o mandanti. Anch’io avrei bisogno di
punirlo, ma questa volta la mia vendetta non tornerebbe che a danno
vostro.......
— Che fare, dunque?
— Cercare il mezzo di ottenere lo scopo senza compromettere la vostra
libertà.
— E questo mezzo? Consigliami tu!
— Rispondi. È egli vero che Antonio Maria Cosseddu è un volgare
sicario, che ha sulla coscienza molte pelli?
— È ben noto al paese!
— Tu e gli amici tuoi, siete in grado di conoscere i delitti da costui
commessi?
— Li conosciamo.
— Puoi tu mettere insieme otto testimoni delle scelleraggini di quel
cattivo soggetto?
— Anche venti!
— Mi bastano otto. Quando li avrai riuniti, dammene avviso, ed io ti
dirò quanto devono fare.
Radunate le otto persone in campagna, col pretesto d’una partita di
caccia, Gio. Maria Carta mi diede l’appuntamento.
Salutata la comitiva, presi la parola, e dissi loro:
— Siete voi tutti consapevoli degli assassinî commessi da Antonio Maria
Cosseddu?
— Sì.
— Proprio in coscienza?
— Ognuno di noi può asserirlo con prove di fatto.
— Or bene, allora fate così. Quattro di voi si presentino al
procuratore del re di Sassari, denunziandogli i fatti che si conoscono.
Ritornati questi, partiranno gli altri quattro, per fare altrettanto.
Raccolte dal fisco le denunzie in iscritto, egli ha il dovere di
spiccare il mandato di cattura, e istruirà il processo.
Il mio consiglio fu seguito scrupolosamente; e il Cosseddu venne
arrestato, processato, condannato a morte, e impiccato a Sassari.
Dopo la condanna, dissi al pastore Gio. Maria:
— Vedi tu come si fanno le cose? Tu non sei rovinato nella persona e
nella roba; io non ho la pelle di un sicario sulle spalle; il nostro
nemico è punito; e la giustizia può andar lieta di aver tolto dal mondo
un miserabile assassino!
Il Cosseddu aveva a Banari un cognato prete; e il paese diceva che
costui era riuscito a strapparlo tre volte alle carceri, per mezzo
delle fattucchierie. Dopo la condanna a morte, una mattina, il prete
fu trovato svenuto sul pavimento della sacristia; e fu detto che il
diavolo lo avesse abbandonato, perchè non era riuscito a strappare
il cognato al carnefice. Il povero prete, dopo l’impiccagione del
Cosseddu, si chiuse in casa per sei anni, e non volle più vedere anima
viva[34].
I fratelli Carta erano buona gente, ed io volevo, ad ogni costo,
toglierli alle seccature. Costava poco, a un bandito, uccidere un uomo
come Cosseddu; ma non volevo compromettere i due amici, dai quali avevo
sempre ricevuto gentilezze. Ero certo che su loro sarebbero caduti i
sospetti dell’uccisione della spia, per gli screzi e le minaccie che in
precedenza si erano verificati. La spia Cosseddu aveva scontato le sue
perfidie e i suoi delitti — e la mia coscienza era tranquilla.
*
* *
Mi trovavo ancora a Banali, quando, un giorno, m’imbattei nel
bandito Derudas, prima della nostra rottura. Egli mi confidò che
due ladri d’Ittiri avevano derubato un suo fratello, togliendogli
persino i sacchi, che teneva sotto il basto del cavallo che montava.
Quest’audacia lo inasprì talmente, che mi dichiarò di odiare tutti gli
ittiresi.
In compagnia di diversi amici ci trovammo l’indomani a _Badu Sinaghe_,
dove si mangiò allegramente, e si bevette non poco. In sul finire del
pranzo, mentre si chiacchierava col padrone del luogo, venne un pastore
ad avvertirlo, che quattro ittiresi erano entrati nel tenimento per
tagliar legna.
Il padrone, indignato, ordinò al servo di mandarli via.
— Perchè non andiamo noi a trovarli? — esclamò vivamente Derudas,
alzandosi. — Non posso dimenticare che hanno derubato mio fratello.
— Non saranno certo gli stessi! — osservai scherzando.
— Che importa? sono ittiresi, e basta!
Così dicendo il mio compagno si mosse, e noi gli tenemmo dietro.
Il padrone sgridò quei ladri sfacciati, ed io tolsi loro i picchi e le
ronche, dicendo che li avrebbero ripresi un’altra volta.
Uno dei ladruncoli — che certamente non ci conosceva — si fece innanzi
con baldanza, e venendomi incontro mi gridò con disprezzo:
— Tu fai il gradasso perchè sei armato di fucile!
Il sangue mi fe’ velo agli occhi, e gli saltai addosso, strappandogli
di mano la scure.
L’ittirese mi afferrò allora per la barba; ed io, cieco, lo percossi
colla scure, ferendolo gravemente al braccio.
Mi accorsi, lo confesso, d’essere stato troppo focoso, e di aver
commesso una brutta azione. Sebbene l’afferrare un sardo per la barba
sia l’insulto più atroce che si possa fare, pure riconobbi che il torto
era mio, ed ebbi vergogna di me stesso. Debbo dichiarare, che di questo
eccesso ebbi ad arrossire per tutta la vita. In quel momento non avevo
pensato che a vendicare il mio compagno Derudas, senza badare quanto
sia ingiusto e ridicolo bisticciarsi per conto di un terzo.
Pochi giorni dopo ricevetti una lettera dal cav. Suzzarello, colla
quale mi esortava a restituire i ferri ai quattro ittiresi, uno dei
quali era un suo servo. Meno male che il Suzzarello non mi tenne
rancore; egli, più tardi, mi raccomandò di procurargli un buon mastino
per caccia grossa, avendogli un robusto cinghiale sbranato nove cani,
in una partita di caccia a _Giunchi_. Lo compiacqui, e se ne mostrò
soddisfatto.
L’ittirese da me ferito non tardò a guarire, e ne fui lieto.
Racconto questi episodi per darvi un’idea della vita di noi banditi. Ne
taccio molti altri insignificanti, per non tediare chi leggerà la mia
storia.
*
* *
A Banari, come in tutti i paesi del circondario, destavo sempre una
curiosità singolare. Quando passavo in quella regione, il medico Peppe
Canu avvertiva i cavalieri, i quali colle loro famiglie si recavano a
far pranzo in campagna, per il solo gusto di conoscermi da vicino.
Quei cavalieri m’invitarono molte volte a prender parte ai loro
pranzi; e per consueto mi s’incaricava di fare le porzioni a tavola,
meravigliati, i commensali, della mia abilità nel tagliare le carni,
che distribuivo in un momento, con equa misura. Si era talvolta in
venticinque o trenta individui in campagna, e tutti si mostravano
avidi di conoscere qualche episodio della mia vita di bandito, ch’io
raccontavo loro con piacere.
Un giorno, nel salto di _Badu Sinaghe_, in Giunchi, dovendosi preparare
i soliti regali a Monsignore e a diversi signori di Sassari, venni
incaricato dell’uccisione del bestiame; e uccisi ben quattordici
porci e troie a palla, dando spettacolo di valentìa col colpirli tutti
nell’occhio, per non far loro perdere il sangue[35].
Ho antecipato un po’ gli avvenimenti; ed ora ritorno al mio compagno
Derudas, prima di abbandonarlo al suo triste destino.